Basta fake news sul sequestro Moro, un gruppo di storici scrive una lettera aperta contro le dietrologie

Non se ne può più delle dietrologie sul sequestro Moro, di narrazioni complottiste costruite in spregio dei più elementari criteri logici, prive di correlazioni, del rispetto della cronologia, della verifica delle fonti, di de relato che mettono in bocca a defunti le affermazioni più improbabili e che ovviamente nessuno può confermare o smentire. Un gruppo di storici e studiosi, con origini, percorsi e orizzonti diversi, hanno detto basta. In una lettera aperta invitano la comunità degli studiosi e il mondo della comunicazione a non avallare più simili approcci e ripristinare il rispetto del metodo storiografico. La lettera aperta prende avvio dai numerosi resoconti giornalistici apparsi in occasione del quarantennale della strage di Bologna e nei quali, in forma diretta o allusiva, si costruiva un nesso abusivo tra la bomba alla stazione e la vicenda Moro

Diversi organi di stampa insistono nel riproporre ai loro lettori finti misteri e ricorrenti fantasie di complotto sul sequestro di Aldo Moro. È successo anche sul Manifesto del 2 agosto. In occasione del quarantennale della strage di Bologna, un articolo di Tommaso di Francesco e un intervento di Saverio Ferrari richiamano l’argomento, benché nulla c’entri con il tema affrontato. Ci riferiamo, in particolare, al seguente passaggio «… Catracchia, l’amministratore per conto del Sisde delle palazzine di via Gradoli, dove al civico 96 si trovava il covo Br affittato dall’ingegner Borghi, alias Mario Moretti, dove Aldo Moro fu inizialmente tenuto prigioniero».
È un’affermazione priva di fondamento che induce il lettore a credere accertato un legame occulto tra il Sisde e le Br: legame, in realtà, sempre smentito dalle ricerche storiografiche e dalle risultanze processuali. Al contrario, l’attività giudiziaria e delle diverse commissioni d’inchiesta ha accertato che l’on. Moro non è mai stato tenuto sotto sequestro nei locali di via Gradoli, che fungevano invece da base per due brigatisti, Mario Moretti e Barbara Balzerani. L’ultima Commissione Parlamentare d’inchiesta sul caso Moro ha addirittura effettuato un’indagine Dna sui frequentatori dell’appartamento di via Gradoli, constatando l’assenza di tracce genetiche riconducibili ad Aldo Moro.
In ordine all’episodio dell’affitto di via Gradoli, c’è da dire che in più Corti di Assise sono emerse chiare evidenze. Ci sembra doveroso segnalarle, le elenchiamo in queste poche righe:

  1. L’ingegner Borghi/Moretti ha affittato i locali di via Gradoli 96 a seguito di normale annuncio pubblicitario nel dicembre del 1975, come risulta agli atti;
  2. I locatori erano i signori Giancarlo Ferrerò e Luciana Bozzi, proprietari dell’appartamento dal rogito avvenuto in data 01/07/1974;
  3. È accertato che si è trattato di una transazione tra privati, senza coinvolgere la figura dell’amministratore;
  4. Il Sisde, il nuovo servizio segreto civile, è stato creato nel 1977, cioè due anni dopo la stipula del contratto di affitto per la base brigatista.
  5. È evidente che il contratto d’affitto tra brigatisti e coniugi Ferrerò non poteva perciò essere implicato con il Sisde, del resto inesistente in quel momento.
  6. Occorre peraltro ricordare che, com’è noto, la base Br di via Gradoli 96 ha cessato di essere “un covo” nel 1978, proprio durante il sequestro Moro.
  7. Per evitare contiguità immotivate e fuorvianti, va sottolineato che la base dei Nar era invece al civico 65 di via Gradoli e comunque il loro soggiorno risale al 1981. Un altro estremista di destra aveva in realtà abitato in via Gradoli 96 – Enrico Tomaselli di Terza Posizione – ma nel 1986, cioè molti anni dopo i fatti in oggetto. Per completezza documentale, va comunque precisato che non si trattava dello stesso vano occupato a suo tempo dalle Br. Infine, risulta che ad affittare il monolocale al Tomaselli non sia stato l’amministratore Catracchia ma un altro estremista di destra figlio di un magistrato di Cassazione: Andrea Insabato, proprietario del piccolo appartamento e peraltro futuro attentatore alla sede del Manifesto nel dicembre 2000.
  8. In ogni caso, anche i presunti 24 appartamenti legati a diverse società immobiliari – che in modo sbrigativo e arbitrario vengono attribuite ai Servizi – sono acquisiti negli anni successivi al sequestro Moro.
  9. In particolare, sono agli atti le proprietà immobiliari di Vincenzo Parisi, nel 1978 questore di Grosseto, dal 1980 in organico al Sisde (di cui diventa direttore nel 1984) e nel 1987 capo della Polizia.
  10. L’intensa attività immobiliarista del dirigente Parisi, con gli appartamenti intestati alle figlie Maria Rosaria e Daniela, non sembra richiamare reconditi misteri. Ad ogni buon conto, sono fatti notarili riguardanti il civico 75 che ricorrono una prima volta un anno e mezzo dopo il rapimento Moro mentre i successivi, inerenti al civico 96, avvengono oltre la metà degli anni 80: quattro e nove anni dopo la stipula del contratto di affitto del 1975 da parte delle Brigate Rosse.
  11. Quando si tratta dell’immobile di via Gradoli queste date abitualmente non vengono segnalate ai lettori. E invece, in questa come in molte altre occasioni, la precisione sui tempi cronologici è necessaria per un’interpretazione ponderata dei fatti ispirata al metodo storico. Un’analisi corretta dei tempi, delle fonti e del nesso causa-effetto smentisce seccamente ogni possibile coinvolgimento di entità non riconducibili alla lotta armata intrapresa dalle Br nel lontano 1970. Denunciamo pertanto il mancato rispetto dei più elementari criteri di verità e di logica nella ricostruzione di eventi e circostanze, una degenerazione particolarmente grave della e nella stampa italiana.

Matteo Antonio Albanese, Gianremo Armeni, Andrea Brazzoduro, Frank Cimini, Marco Clementi, Andrea Colombo, Silvia De Bernardinis, Elisabetta Della Corte, Christian De Vito, Italo Di Sabato, Eros Francescangeli, Mario Gamba, Marco Grispigni, Davide F. Jabes, Nicola Lofoco, Carla Mosca, Paolo Persichetti, Giovanni Pietrangeli, Francesco Pota, Ottone Ovidi, Nicola Rao, Ilenia Rossini, Elisa Santalena, Vladimiro Satta, Davide Serafino, Giuliano Spazzali, Davide Steccanella, Ugo Maria Tassinari

Roma, 12 agosto 2020

Chi sono i firmatari della lettera:

L’intervento è stato elaborato da un nutrito gruppo di storici e di esperti, da tempo impegnati in studi di rilevanza storica sulle Brigate Rosse e sulle altre formazioni combattenti, più in generale sui movimenti sovversivi degli anni Settanta. Ecco alcune informazioni sintetiche.

Matteo Antonio Albanese è ricercatore all’Università di Padova e autore del recentissimo volumeTondini di ferro e bossoli di piombo. Una storia sociale delle Brigate rosse”(Pacini editore).

Gianremo Armeni, Sociologo, ha pubblicato diversi libri sulla lotta armata:“Questi fantasmi, il primo mistero del caso Moro” (Tra le righe libri), “Bi. Erre. I Fondatori” (Paesi Edizioni), “Buone regole. Il vademecum del brigatista” (Prospettiva Editrice), La strategia vincente del generale Dalla Chiesa contro le Brigate rosse (edizioni associate).

Andrea Brazzoduro, ricercatore (autore del saggio “Soldati senza causa. Memorie della guerra d’Algeria”, Laterza), redazione “Storie in movimento/Zapruder”, rivista quadrimestrale di storia del conflitto sociale con cui collaborano oltre trecento storici.

Frank Cimini, cronista di giudiziaria, storico polemista a difesa dei movimenti degli anni Settanta, è stato il direttore responsabile di “Controinformazione”, di “Autonomia” e di “Sinopsis”, e ha fondato il sito giustiziami.it

Marco Clementi è uno storico, docente all’Università di Cosenza, autore di numerosi saggi, tra cui “La pazzia di Moro” (Mondadori), “Storia delle Brigate rosse” (Odradek), “Brigate rosse dalle fabbriche alla campagna di primavera” (Derive Approdi).

Andrea Colombo, già militante di Potere Operaio, ha seguito per molti anni sul Manifesto il caso Moro e ha scritto “Un affare di Stato, il delitto Moro quarant’anni dopo» (Cairo editore).

Silvia De Bernardinis, ricercatrice, ha scritto una tesi di dottorato su “Lotta di classe e lotta armata nella crisi fordista degli anni 70 in Italia: le Brigate Rosse”.

Elisabetta Della Corte, sociologa, docente università della Calabria.

Christian De Vito, storico, ricercatore all’Università di Bonn, è autore di “Camosci e portachiavi” (Laterza), un saggio sulle carceri speciali.

Italo Di Sabato è tra i fondatori dell’Osservatorio sulla la Repressione, un organismo che dal 2007 coordina studi, ricerche, dibattiti e seminari sui temi della repressione, della legislazione speciale, della situazione carceraria.

Eros Francescangeli, ricercatore all’Università di Parma, ha pubblicato “Arditi del popolo: Argo Secondari e la prima organizzazione antifascista, 1917-1922” (Odradek), redazione“Storie in movimento/Zapruder”.

Mario Gamba, giornalista esperto di musica contemporanea, ha lavorato per il Manifesto, Alias, L’Espresso, Reporter, Outlet e il Tg3. Ha scritto una memorabile cronaca dei funerali di Prospero Gallinari e su Alfabeta2 ha pubblicato un intervento dal titolo “Memoria ed esorcismo”.

Marco Grispigni è uno studioso dei movimenti sociali e politici degli anni Sessanta e Settanta. Ha pubblicato diversi volumi: “Il Settantasette” (Il Saggiatore); “Elogio dell’estremismo. Storiografia e movimenti” (Manifestolibri); “Gli anni Settanta raccontati a ragazze e ragazzi” (Manifestolibri); “Quella sera a Milano era caldo. La stagione dei movimenti e la violenza politica” (Manifestolibri); “Il 1968 raccontato a ragazze e ragazzi” (Manifestolibri).

Davide F. Jabes, storico, ricercatore indipendente e consulente editoriale. È coautore di “Impero. The Axis Powers’ V-1 Carrying Capital Ship” (Fonthill).

Nicola Lofoco, giornalista specializzato in terrorismo italiano e internazionale, è autore di “Il caso Moro, misteri e segreti svelati” (Gelso Rosso). Collabora con Huffington Post e ha un proprio sito http://www.nicolalofoco.it

Carla Mosca, ex giornalista Rai, ha seguito per il servizio pubblico le principali vicende giudiziarie connesse agli anni Settanta. Ha scritto, assieme a Rossana Rossanda e Mario Moretti, “Brigate Rosse, una storia italiana” (Oscar Mondadori).

Paolo Persichetti, già Br esule a Parigi, ha insegnato sociologia politica a Paris 8 Vincennes-Saint Dénis, è oggi ricercatore indipendente e autore del blog “Insorgenze.net”. Ha collaborato con Liberazione e Il Garantista. Con Oreste Scalzone ha scritto “Il nemico inconfessabile” (Odradek) ed è coautore di “Brigate rosse dalle fabbriche alla campagna di primavera” (Derive Approdi).

Giovanni Pietrangeli, ricercatore, redazione “Storie in movimento/Zapruder”.

Francesco Pota, ricercatore, redazione “Storie in movimento/Zapruder”.

Ottone Ovidi, Storico, ricercatore presso l’università Paris 10 Nanterre, redazione “Storie in movimento/Zapruder”.

Nicola Rao, Giornalista e saggista, autore di diversi libri sulla storia del terrorismo di destra e di sinistra. Sulle Br ha pubblicato il volume ‘Colpo al cuore. Dai pentiti ai metodi speciali. Come lo Stato uccise le Br. La storia mai raccontata’, edizioni Sperling&Kupfer.

Ilenia Rossini ricercatrice, redazione “Storie in movimento/Zapruder”.

Elisa Santalena, è una storica, docente all’Università di Grenoble, esperta di carcere speciale, è coautrice di “Brigate rosse dalle fabbriche alla campagna di primavera” (Derive Approdi).

Vladimiro Satta, già documentarista della Commissione Stragi, è autore di “Odissea nel caso Moro” (Edup), “Il caso Moro e i suoi falsi misteri” (Rubettino), “I nemici della Repubblica” (Rizzoli).

Davide Serafino, ricercatore e insegnate, ha pubblicato La lotta armata a Genova. Dal Gruppo 22 ottobre alle Brigate rosse (1969-1981), Pacini, 2016, redazione di Passato e presente.

Giuliano Spazzali, avvocato penalista, è stato uno dei principali esponenti del “Soccorso Rosso Militante”. Ha difeso gli anarchici del Circolo Ponte della Ghisolfa nella vicenda di Piazza Fontana, e successivamente anche numerosi protagonisti della lotta armata. Ha pubblicato il saggio “La zecca e il garbuglio” (Machina Libri).

Davide Steccanella, avvocato penalista, poligrafo, ha all’attivo numerosi saggi tra i quali “Gli anni della lotta armata. Cronologia di una rivoluzione mancata” (Bietti Editore), “Le indomabili. Storie di donne rivoluzionarie” (Pagina Uno), “Le brigate Rosse e la lotta armata in Italia” (Narcissus.me). È autore anche del romanzo “Gli sfiorati” (Bietti), una narrazione autobiografica collocata a ridosso dei principali eventi sovversivi italiani. Ogni anno pubblica “L’Agenda Rivoluzionaria” (Mimesis), una cronologia quotidiana di ricorrenze riconducibili a figure e storie del Novecento ribelle.

Ugo Maria Tassinari, giornalista e insegnante, è stato lo storico fondatore del sito “Fascinazione” (dedicato all’estrema destra italiana) e oggi del blog AlterUgo. Ha scritto vari saggi e curato numerose pubblicazioni, tra cui “Biennio Rosso” di Oreste Scalzone (Sugarco) e “Evasioni. Melfi: operai in fuga dalla fabbrica penitenziario e altre storie” di Elisabetta Della Corte (Immaginapoli).

 

5 pensieri su “Basta fake news sul sequestro Moro, un gruppo di storici scrive una lettera aperta contro le dietrologie

  1. Mi permetto di far notare, premesso il presupposto che tra le note società di cui da alcuni autori e ricercatori si afferma la contiguità con i Servizi vi erano la Immobiliare Gradoli spa e la Montevallerde, che la seguente affermazione contenuta nella lettera in commento, punto n. 8:
    “In ogni caso, anche i presunti 24 appartamenti legati a diverse società immobiliari – che in modo sbrigativo e arbitrario vengono attribuite ai Servizi – sono acquisiti negli anni successivi al sequestro Moro”
    non è esatta, risultando per tabulas da atti notarili e dall’elenco condomini di via Gradoli consegnato dall’amministratore Piedipalumbo alla Digos (rapporto del 24 aprile 1978 citato nella trasmissione alla magistratura del giugno stesso anno, CM1, vol. 111, pag. 281 e segg) che le due società erano abbondantemente proprietarie di unità immobiliari al civico 96 (e per inciso anche ai civici 75 e 65) fin dal 1974.
    Tanto mi pareva corretto evidenziare, a prescindere dall’esistenza o meno di contiguità con i Servizi delle suddette società.

    • Signor Andrea Guidi, del sito complottistia Sedicidimarzo, convengo con lei che quel passaggio del punto 8 sui 24 appartamenti pecca di un eccesso di sintesi dovuto alla necessità di contenere il testo già lungo della lettera. Resta il fatto che la sostanza del problema posto dai firmatari non muta: intanto perché non è assodato che già nel 1974 tutti è 24 gli appartamenti fossero di proprietà delle immobiliari Gradoli e Montevalleverde. Nel documento che lei cita il numero degli immobili di proprietà delle due società è infatti imprecisato. L’obiezione è d’obbligo, anche se ritengo la questione del tutto secondaria, se non irrilevante, poiché il nodo della questione non investe il numero degli appartamenti posseduti dalle due immobiliari prima del 1978 ma il controllo delle società stesse. E come giustamente lei ricorda, le immobiliari Gradoli e Montevalleverde assumono la proprietà degli appartamenti tre anni prima della nascita del Sisde (ottobre 1977), il servizio segreto civile. Circostanza temporale che pone un problema di logica ineludibile: si può appartenere, essere controllato o avere relazioni con qualcosa che ancora non esiste? Asserire che quelle società e poi altre ancora fossero nel giro del Sisde, come hanno fatto i fascisti complottisti del mensile Area, che di quello scoop confezionato per colpire Prodi furono gli iniziali autori, e poi Sergio Flamigni che a quella fonte attinse per costruire le sue accuse, è con tutta evidenza un’affermazione priva di fondamento, o per meglio dire mossa da profonda malafede poiché si avvale di una dolosa falsificazione della cronologia. In tutto ciò vale la pena non dimenticare che le Brigate rosse non hanno mai avuto rapporti con le società in questione, ma hanno affittato l’appartamento, sito al 96 di via Gradoli, nel dicembre del 1975 da una coppia di privati cittadini che ne erano proprietari.
      Andare alla genealogia delle cose, come insegnava Foucault, è sempre una buona abitudine. Il coinvolgimento di Domenico Catracchia nella vicenda di via Gradoli nasce nell’agosto 1994, quando un’indagine di polizia sullo sfruttamento dell’immigrazione clandestina porta a scoprire che negli angusti pied à terre di quella via si affittavano locali ad extracomunitari che a loro volta venivano subaffittati a decine di altri immigrati, dando vita al più classico e disgustoso mezzo di sfruttamento di chi è privo di diritti e sostentamento sufficienti. Nel corso delle indagini e delle perquisizioni che ne seguirono, la polizia trovò un fascicolo intestato a Vincenzo Parisi (già capo della Polizia e alto dirigente del Sisde), dal quale si evinceva che il Catracchia gestiva alcuni immobili da questi acquistati in anni e decenni successivi al 1978. Le faccio una domanda: secondo lei il Sisde aveva bisogno di sfruttare l’immigrazione clandestina per finanziarsi? E’ prassi normale per un Servizio segreto affittare immobili a immigrati clandestini o piuttosto mantenere riservate le proprie location?

  2. Mi scusi, premesso che respingo decisamente l’appellativo di “complottista” al collettivo di studi di cui faccio parte, e chiarito che nella fattispecie ho scritto a titolo personale, ciò a scanso di equivoci; ciò premesso e chiarito, quanto al numero di immobili, basta contare l’intestazione dei condomini. Ma se la questione diventa – constato però ora, non quando avete scritto e pubblicato la lettera- secondaria, mi limito alla seguente obiezione tratta dalla sua risposta:
    “E come giustamente lei ricorda, le immobiliari Gradoli e Montevalleverde assumono la proprietà degli appartamenti tre anni prima della nascita del Sisde (ottobre 1977), il servizio segreto civile. Circostanza temporale che pone un problema di logica ineludibile: si può appartenere, essere controllato o avere relazioni con qualcosa che ancora non esiste? ”
    Ebbene, vedo che tra i firmatari c’è l’illustre avvocato Spazzali, si faccia confermare da lui l’assoluta inconsistenza giuridica dell’affermazione.
    Prima del Sisde c’era forse il nulla? No, ovviamente no, e lo sapete bene, Sid e Sifar sono a loro modo pagine di Storia della nostra Repubblica, e oggi il tutto si chiama Aisi e Aise, e chissà domani ancora…?
    Bene dunque chi ha raccolto l’eredità – giuridica- dell’Ente (stiamo sul generico: vale per gli stessi Stati, come per ogni altro ente che cambi nome e veste ma che continui nelle nuove forme l’attività) è subentrato di necessità in tutti i rapporti facenti capo a quello preesistente e di cui è la continuazione.
    Ribadisco comunque che non entro, come non sono entrato prima, nella questione di merito della eventuale contiguità tra quelle società e i servizi.
    Grazie dello spazio concessomi.

    • Prendo atto che il suo intervento è a titolo individuale anche se lei si è logato con la mail del sito sedicidimarzo@gmail.com. Per il resto, mi spiace dirglielo, ma trovo tediosa questa conversazione che non aggiunge alcun elemento nuovo se non sue indimostrate convinzioni personali.
      Capisco che per un notaio è un argomento prediletto, tuttavia le sconsiglio di continuare ad insistere sul numero degli immobili perché per lei è solo un argomento boomerang: le faccio notare che se fossero stati 24 fin dall’inizio ciò non farebbe che eliminare alla radice qualsiasi successivo ruolo del Sisde nella loro acquisizione. Per il resto, mi sembra che lei abbia urgente bisogno di trovare qualcuno che le spieghi un po’ di logica o le rinfreschi gli studi liceali sui sillogismi, in particolare sul cosiddetto principio di non contraddizione e terzo escluso. Non è che se la prova della presenza del Sisde diventa impossibile da sostenere allora si può indiscriminatamente sostituirne il ruolo con un altro ente. Non funziona così, non è come quel detto popolare dove «se non c’è la zuppa allora è pan bagnato».
      La presenza del Sisde, e non di un qualsiasi altro servizio segreto, è stata tirata in ballo, come ho già scritto nel precedente commento, dalla rivista Area e quindi da Sergio Flamigni, sulla base di alcuni elementi: l’acquisto in via Gradoli per uso familiare, dopo il 78 e poi dopo la metà degli anni 80, di due appartamenti e di un box auto in via Gradoli da parte di Vincenzo Parisi, che fu un alto dirigente del Sisde, e successivamente il passaggio in altre società immobiliari di alcuni amministratori e contabili, alcuni dei quali sarebbero finiti in una società contabile, la Fidrev, che a detta del Flamigni si occupava di stilare i bilanci di società di copertura del Sisde. Il tutto avvenuto in anni successivi al 78 ma dal Flamigni fraudolosamente antidatati in modo da poter argomentare un ruolo di supervisione del Sisde in via Gradoli durante il sequestro Moro. E’ evidente che senza il Sisde l’intero castello complottista verrebbe a cadere, poiché nessun nesso, sia pur artefatto, consentirebbe di chiamare in causa altre sigle dei Servizi. Ora se lei è fermamente convinto del contrario, piuttosto che rivolgersi ai firmatari della lettera e a questo blog, non ha che da recarsi presso l’ex senatore Flamigni, chiedere udienza, sottoporgli la questione, contestare la sua versione (sempre che glielo permetta) e convincerlo che al posto del Sisde c’erano altre entità segrete. Che dirle di più, se non augurarle buona fortuna!

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