Lettera da Parigi della figlia di Marina Petrella

L’asilo di fatto, le scelte, la memoria e la necessità di far cambiare idea alla Francia: “Vi racconto perché mia madre, Marina, non deve essere estradata”

 

Elisa Novelli Petrella
Liberazione
11 giugno 2008

Sono la figlia di Marina Petrella. Vorrei raccontarvi qualcosa su mia madre. petrella1Vorrei provare a dirvi cosa rappresenta la negazione della ricostruzione di un essere umano. Dobbiamo parlare di ricostruzione, visto che Marina non è uscita dalla sua storia politica nello stesso modo in cui ci è entrata. È successo un po’ più di 25 anni fa, quando già il vento della lotta armata cominciava ad andare via, quando i rumori metallici della notte tuonavano sempre più vicino, dopo che alcuni, quelli che poi sono stati chiamati “pentiti”, incominciavano a barattare delle riduzioni di pena in cambio di denuncie e delazioni, fu allora che la storia politica di mia madre è incominciata a finire. Erano i primi anni ’80. Dopo aver capito che le sue speranze di cambiare il mondo andavano incontro alla sconfitta e che l’impegno politico tenuto fino allora non poteva più continuare allo stesso modo, Marina decise di non fermare la sua vita, ma che dal suo percorso sarebbe potuta nascere una nuova storia. Questa nuova storia è incominciata con me che ho scelto per nascere una calda giornata di agosto dentro una prigione speciale, in pieno articolo 90. Solo chi ha vissuto questa esperienza può capire l’immane volontà che serve per essere madre, dare al mondo e crescere una figlia tra le sbarre di un carcere. Solo chi è consapevole di questa prova può capire quanto questa scelta non sia una fuga nel personale, una soluzione egoista ma che sia la rappresentazione fisica di un pagina voltata. Questo è stato il suo modo per affermare che iniziava un nuovo percorso di vita, un diverso impegno sociale. Ed è anche grazie a questo nuovo stato di cose che otto anni dopo le è stato vendredi_28_mars_5permesso di uscire dal carcere e di essere libera fino al verdetto della Cassazione del 1993. Già a quell’epoca Marina non era più quel soggetto pericoloso dipinto dai media al momento del suo nuovo arresto. Ma l’Italia dimentica presto. Meglio ricorda solo quel che vuole. Seleziona la memoria. La Francia di Mitterand cercando di favorire una pacificazione del conflitto italiano degli anni ’70 ha accolto numerosi ex attivisti di quel periodo. I governi di sinistra come di destra hanno rispettato questo asilo di fatto. A noi, figli di quei rifugiati, è stato permesso di crescere, di vivere, di avere anche nuovi fratelli e sorelle. L’esilio c’è stato malgrado le contraddizioni, malgrado le incertezze di una vita difficile, precaria in attesa di un asilo. Un asilo che esprimeva una speranza di una vita nuova. Dal nulla di un “fine pena mai” che Marina aspettava in Italia è nata nel 1997 mia sorella. Una bambina francese che ora vede quel paese che gli ha dato una nazionalita ricacciare sua madre nel pozzo del carcere a vita. Da quel 1993 quindici anni sono passati. Quindici anni da quando un treno ci ha portato alla Gare de Lyon. Quindici anni da quando i nostri passi si sono mischiati a quelli dei nostri migranti d’inizio secolo. Anche speranzosi di una vita che non fosse la galera della miseria. Perché questo “pezzo” di tempo, che ha permesso di cambiare il loro impegno politico in un impegno sociale, non è più che legittimo per chiedere asilo? Perché non è ora di girare la pagina di questa storia, per permettere a noi nuove generazioni di avere un vero futuro e consentire a quelle persone come mia madre di vivere la seconda chance che gli è stata data? A venticinque anni di distanza dai fatti imputati, quindici anni dopo l’esilio, un nuovo primo ministro francese ha deciso che bisognava rimangiarsi la parola data da tutti i suoi predecessori. Il governo francese ha deciso di estradare mia madre, di cancellare la sua vita in Francia e di rinchiuderla non solo in un carcere ma di fare del passato la sua prigione. La Francia ha deciso tutto questo cedendo al populismo penale, all’ossessione sicuritaria ad una voglia di vendetta infinita che ha perso il significato della speranza. Il primo ministro ha deciso che la vita di mia madre doveva fermarsi. Ma quindici anni di esilio di fatto creano dei diritti e noi non lasceremo la Francia deresponsabilizzarsi dalla sua storia e cultura.

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Sono nata in un carcere speciale agli inizi degli anni 80: adesso voglio capire

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7 thoughts on “Lettera da Parigi della figlia di Marina Petrella

  1. Questo essere, marina petrella, nel 1981 colpì mio padre col calcio di una pistola in una rappresaglia brigatista al San Camillo di Roma, dove mio padre lavorava.
    Venne fermata dal commettere un gesto insano da un suo complice il quale, per pura fortuna, aveva appena saputo che quell’uomo era un giovane padre di un piccolo bambino (avevo poco meno di sei anni). Quindi non vi dico la rabbia che provo a leggere le parole qui sopra.

    Vi lascio solo con una parola: vergogna!

    • «Gli inquirenti non riescono ad avere indicazioni sufficienti per tracciare un identikit dei terroristi che hanno agito, per giunta, a viso scoperto. Nemmeno i tre dipendenti ammanettati hanno saputo descrivere i quattro giovani: “I brigatisti – hanno raccontato agli inquirenti – si sono sempre mossi in modo da trovarsi continuamente di spalle e impedendoci quindi di guardarli bene in viso”».

      Ecco quanto riferiva il quotidiano La Stampa del 24 marzo 1981 a proposito dell’azione condotta contro l’attività dell’ufficio ispettorato dell’ospedale san Camillo, inviso al personale. Notizie analoghe si possono trovare su l’Unità e Stampa sera di quei giorni.
      Purtroppo, signor L.T. i ricordi che le ha trasmesso suo padre sono imprecisi e fuorvianti. Non solo al momento dei fatti il suo papà non riconobbe nessuno, ma anche nelle successive fasi processuali in nessun momento venne indicata la presenza di Marina Petrella – che per altro non ha mai fatto parte della “brigata ospedalieri” – in quell’azione.
      Come si può comprendere anche dalla lettura integrale dell’articolo della Stampa, quell’azione non era una “rappresaglia” (?) ma un’intervento contro un ufficio interno all’ospedale che svolgeva un’attività intimidatoria verso i lavoratori. Quell’azione aveva dunque il fine di tutelare i lavoratori non di rivolgergli violenza. E come tale venne recepita nei giorni successivi in una importante assemblea di massa che si tenne all’interno del san Camillo, nella quale la maggioranza delle maestranze si guardò bene dal condannare l’episodio percepito in realtà come un intervento liberatorio che alleggeriva la pressione sul personale.
      Anche la dinamica dell’azione fu molto diversa, come registra sempre il cronista della Stampa e come era costume dei militanti delle Br, da quanto lei riferisce sulla base dei ricordi imprecisi di suo padre. Non ci fu alcuna violenza gratuita ma solo una messa in sicurezza di un’azione del tutto incruenta. Che tutto ciò abbia potuto suscitare comunque in suo padre – presente al momento dell’irruzione – molto spavento, è più che comprensibile; ma da qui a raccontare – a distanza di anni – cose non vere, non mi sembra giusto. Suo padre era un lavoratore. Nessuno ce l’aveva con lui, al contrario. La sua rabbia è davvero mal riposta.
      Mi spiace signor L.T., la memoria fa brutti scherzi sopratutto quando cede alla voglia irrefrenabile di vittimismo.

      A Roma nessuno ricorda i volti del commando br al San Camillo
      Volantino rivendica fazione terroristica di domenica pomeriggio

      La Stampa – 24.03.1981 – numero 70 – Pagina 7

      ROMA – Con un volantino fatto recapitare ieri sera alla redazione del Messaggero le Brigate rosse hanno rivendicato e «spiegato» l’irruzione da parte di un commando di quattro persone (tre uomini e una donna) portata a termine domenica pomeriggio nell’ufficio ispettori dell’ospedale San Camillo. Il documento, quattro pagine fitte, ricalca in buona parte gli slogan e le motivazioni già contenuti in un «volantone» di una cinquantina di pagine che i quattro terroristi avevano lasciato nell’ospedale dopo aver aggredito e fotografato con cartelli al collo i tre impiegati che in quel momento, si trovavano nell’ufficio. Per poter agire con più calma e sicurezza i brigatisti avevano lasciato attaccato all’esterno della porta un cartello con su scritto: «Non disturbare». E nessuno, infatti, li ha disturbati. Risultato: gli inquirenti non riescono ad avere indicazioni sufficienti per tracciare un identikit dei terroristi che hanno agito, per giunta, a viso scoperto. Nemmeno i tre dipendenti ammanettati hanno saputo descrivere i quattro giovani: «I brigatisti – hanno raccontato agli inquirenti – si sono sempre mossi in modo da trovarsi continuamente di spalle e impedendoci quindi di guardarli bene in viso». L’irruzione è avvenuta durante le ore di visita per cui nessuno ha fatto caso ai tre giovani e alla ragazza. Entrati nell’ospedale dal cancello di via Ramazzini, i quattro si sono diretti verso la palazzina degli uffici e qui, dopo aver percorso un corridoio di una ventina di metri, sono entrati nel locale ispettori lasciando il cartello sulla maniglia per non essere disturbati. Nell’ufficio, composto di due stanze, si trovavano l’ispettore Sandro Masselli, di 48 anni, l’infermiere Sandro Tornatola, di 30 e il portantino Livio Fattore, di 48. Aggrediti alle spalle sono stati spinti bocconi sul pavimento e ammanettati. Subito dopo l’ispettore è stato fatto alzare in piedi: tre del commando, rimanendogli sempre alle spalle, gli hanno appeso un cartello al collo mentre il quarto terrorista, con il volto coperto dalla macchina fotografica, lo riprendeva standogli di fronte. Poi, dopo una lunga perquisizione in alcuni scaffali i quattro hanno prelevato due registri zeppi di nomi e, con calma, si sono allontanati senza che nessuno si accorgesse di loro. Per terra avevano lasciato un lungo documento di una cinquantina di pagine, una sorta di «Risoluzione ospedaliera». Partendo proprio dal contenuto del documento gli inquirenti si sono convinti della presenza di un basista o meglio di un commando Br all’interno dell’ospedale.
       

  2. “Le BR si sono fatte vive con un volantino dopo la gravissima incursione al San Camillo. Già domenica sera, dopo aver immobilizzato un medico e due infermieri, avevano tracciato scritte e slogan per propagandare il loro attacco contro gli ospedali. Ma nel volantino, fatto trovare ieri in un cestino di via Crispi, specificano i «motivi» dell’attacco.
    In particolare, questa nuova «campagna» terrorista, firmata «brigata ospedalieri», sembra rivolta agli Ispettori, definiti «cani da guardia» del sistema amministrativo e «agenti ricattatori» dei lavoratori. Non è quindi un caso che abbiano assaltato proprio l’ufficio ispettori, dove in quel momento si trovavano il dottor Masselli, fotografato con un cartello al collo, e gli infermieri Livio Fattore e Rocco Tornatola.
    «Stiano attenti – scrivono ancora nel volantino le BR rivolte agli ispettori – Diamo loro un consiglio: cambino mestiere».
    La buona conoscenza del problemi interni dell’ospedale San Camillo e soprattutto la sicurezza con la quale si è mosso il «commando» durante l’incursione fanno pensare che le BR hanno all’interno una «talpa», o più di una. Per questo è stata avviata un’indagine, anche per stabilire a che cosa potranno servire i documenti rubati dai brigatisti durante l’incursione. Tra le varie carte mancano infatti gli elenchi delle ore di straordinario effettuate dal personale e i nominativi – con relativi indirizzi e numeri telefonici – dei nuovi assunti con l’ultimo concorso regionale.”
     
    (Tratto da “Nuove minacce in un volantino BR”, L’Unità, Roma Regione, pagina 11, martedì 24 marzo 1981)

  3. Tratto da http://www.brigaterosse.org/brigaterosse/documenti/archivio/doc0096.htm

    “Opuscolo BR n.12 – Riprendere l’offensiva dentro gli ospedali”

    Oggi fare il punto sulla situazione del nostro settore, per riorganizzarci dando forza e continuità all’antagonismo espresso nel passato, significa innanzi tutto analizzare gli ultimi anni e, nel fare questo, cogliere gli aspetti che hanno determinato difficoltà e battute di arresto nello sviluppo delle lotte e l’organizzazione proletaria antagonista.
    Fare finta di ignorare, per es., l’attacco durissimo che oggi lo stato e i padroni stanno portando alle condizioni di vita e di organizzazione all’intero proletariato (come ultimi es., i 24.000 in cassa integrazione alla FIAT e le periodiche campagne di distruzione di ogni forma di dissenso) vuol dire tagliarsi le gambe prima di cominciare a camminare.
    La borghesia si trova a dover tappare l falle di un sistema produttivo reso sempre più scricchiolante dagli effetti di una crisi che ormai ha assunto un carattere costante ed irreversibile. In questa affannosa rincorsa deve stroncare sul nascere, e sncor prima che questo si manifesti, ogni più elementare bisogno che il proletariato esprime.
    I momenti fondamentali di questo attacco sono due: l’ARMA DELLA MOBILITA’ e LA MILITARIZZAZIONE. Mobilità intesa come strumento di divisione e smembramento della composizione di classe oltre che come impiego più funzionale della forza lavoro ai fini produttivi. Nei piani dei padroni noi serviamo “mobili” e cioè dovremo essere sempre più disponibili, malleabili pronti ad essere spostati ovunque e soprattutto docili all’uso di questo strumento che rappresenta l’ostacolo al raggiungimento dell’unità di classe: la polverizzazione dell’organizzazione autonoma del proletariato. Ma se la mobilità diventa lo strumento per accrescere la stratificazione proletaria, la militarizzazione è l’arma con cui si cerca di annientare il proletariato e la sua capacità di lotta. Capire che oggi la militarizzazione è l’arma decisiva per l’imposizione dei progetti di ristrutturazione, comprendere come questa quindi è diventata pratica quotidiana ed ha impregnato di sé tutta la società, significa prendere atto di una situazione mutata, perché mutati o addirittura spazzati via dalla crisi sono i margini entro cui ci si poteva illudere di sfruttare gli “spazi democratici”, le contraddizioni interne alla borghesia e qui dentro realizzare gli interessi di classe.
    Oggi, e non siamo solo noi che lo affermiamo, ma è la realtà quotidiana che lo dimostra, tutto l’apparato borghese si è ricompattato su di un progetto di annientamento politico e fisico del proletariato e della sua organizzazione.
    Prendere atto di ciò deve però significare fare il passo in avanti per uscire dalla stasi forzata in cui, nel nostro settore, ristagnano l’organizzazione autonoma e il movimento antagonista della classe. Nell’autunno del ’78 dentro gli ospedali si è sviluppato un forte movimento antagonista deciso a dare battaglia su quelli che oggi sono i punti centrali dell’attuazione della ristrutturazione sanitaria. Il governo e i sindacati già allora parlavano dell’infermiere unico polivalente (un robot tuttofare), del rilancio della medicina privata e della creazione di nuove barriere per impedire ai proletari di curarsi adeguatamente,in definitiva stavano dando un’ultima pennellata alla cosiddetta riforma sanitaria. Noi lavoratori ospedalieri gli abbiamo dato subito una risposta molto chiara: NO alla robotizzazione dell’infermiere attraverso il cumulo delle mansioni (professionalità), aumenti sostanziali in paga base, (100mila mensili), riduzione dell’orario di lavoro a 36 ore settimanali, rifiuto del taglio della spesa sanitaria, nuove assunzioni e costruzione di nuovi ospedali. Su questi contenuti il movimento autonomo della classe andò ad organizzarsi con le assemblee permanenti, espressione della nostra volontà di battersi ad oltranza. Furono organizzati i cortei interni ai reparti per impedire ai caposala di ricattare i lavoratori e per ricacciare i crumiri, furono organizzate manifestazioni cittadine e per ultima la grandiosa dei 30mila a Firenze. Tutti i lavoratori ospedalieri hanno ben vivo il ricordo di quale fu la risposta dello stato alle aspettative, ai bisogni, al programma che il nostro movimento aveva espresso: una risposta brutale che si articolò immediatamente sul piano militare e politico. Alle assemblee permanenti si presentarono ispettori sindacalisti e poliziotti. Gli ispettori schedavano i lavoratori più combattivi per passare poi i nomitativi alle direzioni sanitarie, i sindacalisti cercando di demoralizzare i lavoratori e facendo del terrorismo psicologico prospettando l’imminente repressione poliziesca, i poliziotti sciogliendo a mano armata le assemblee e caricando i lavoratori persino all’interno delle corsie. E per ultima intervennelamagistratura accusandoci di truffa aggravata (parlano proprio loro) dato che si timbrava il cartellino senza lavorare e denunciando i nominativi, passati dalle direzioni sanitarie, dei proletari in lotta. I cortei interni furono affrontati con lo stazionamento fisso dei blindati nei posti di lavoro. Come ricordiamoa seconda del periodo negli ospedali c’erano da 1 a 3 oppure più blindati, senza contare il codazzo di sbirri in borghese della DIGOS che si aggiravano nei viali e per le corsie per individuare momenti di propaganda e di lotta.
    Anche i cortei interni furono affrontati nello stesso modo (valga per tutti l’esempio del corteo che si fece al Pio Istituto che fu caricato con estrema violenza e a freddo dalla polizia). Fu così che centinaia, migliaia di lavoratori ospedalieri furono intimiditi, schedati, incarcerati.
    E’ COSI’ CHE NELSETTORE OSPEDALIERO SI SONO DETERMINATE PER IL MOVIMENTO DI CLASSE LE NUOVE CONDIZIONI ALL’INTERNO DELLE QUALI LA LOTTA DEVE SAPERSI SVILUPPARE.
    Due sono le caratteristiche principali di questa nuova fase: 1) l’impossibilità per lo stato, nel quadro dell’attuale crisi strutturale del capitalismo, di andare a compromessi con i bisogni, le tensioni, i punti fondamentali di un programma operaio attraverso una politica di integrazione riformista; 2) l’intervento armato dello stato nei processi di ristrutturazione come controparte politica dell’autonomia di classe, e quindi di apparente defilamento delle controparti immediate della lotta proletaria.
    E’ in questo quadro e in queste MUTATE condizioni che il movimento di lotta del ’78 è andato a scontrarsi, ed è questo salto, questa necessità della borghesia di annientare ogni bisogno ed interesse proletario, a trasformare ogni lotta in questione di “vita o di morte” per il capitalismo, che ancora oggi stenta a riprendere l’iniziativa e a ridare forza maturità e continuità, ai contenuti espressi con quel ciclo di lotte. Non serve però a nessuno leccarsi le ferite e guardare con nostalgia al passato. Da questo, da quello che ha rappresentato, bisogna partire con condizioni che sono mutate, con un progetto di ristrutturazione che dalle parole è ormai passato ai fatti, con rapporti che segnano un punto a favore della borghesia (non è invenzione di qualcuno il fatto che, negli ultimi due anni negli ospedali, la lotta ha stentato a mantenere un livello di continuità e di stabilità).
    Non ha più nessun senso continuare ad affermare la giustezza di forme “legali” di organizzazione della lotta (come collettivi, coordinamenti etc.). Sostenere questo significa non aver capito che la nostra lotta quando assume una forma definita e concreta, si configura immediatamente come lotta che mette in discussione tutta la globalità dei piani di ristrutturazione antiproletaria. L’esigenza per la borghesia di annientare ogni forma di bisogno ed interessi di classe diventa necessità vitale per continuare a mantenere il suo dominio, e nel fare ciò pone il massimo della sua forza in campo. Chi non comprende ciò, chi non capisce che vengono fatte vivere e vegetare come legali le sole forme di organizzazione che in nessun modo serviranno alla lotta proletaria, prima ancora che un illuso è un opportunista.
    Tutti, i proletari più coscienti e le avanguardie della classe dobbiamo fare per forza i conti con questa realtà, se vogliamo riuscire a rendere possibile la rinascita e la ripresa delle lotte alla ristrutturazione nelle condizioni date. E’ necessario costruire un’organizzazione stabile delle lotte, il più possibile protetta dai colpi della repressione, che attui un programma operaio con tutti i mezzi al livello dello scontro attuale e dentro questi rapporti di forza. Certo si tratta di non cadere nell’avventurismo, avendo però coscienza che il peggior avventurismo è quello di chi, inchiodato dalla repressione, vuole continuare a lottare alla vecchia maniera, come se niente fosse avvenuto. Avventurismo è organizzare la lotta su certi punti senza preparare adeguatamente i lavoratori alle conseguenze che l’attuazione di questi punti comporterà in termini di scontro e di potere. E’ quello di chi propaganda parole d’ordine da un punto di vista strategico, come la riduzione dell’orario di lavoro senza capire che non ritratta di una semplice rivendicazione ma di un punto che, se attuato, rimette totalmente in discussione in questa fase gli attuali rapporti di forza e di potere.
    I rapporti di forza tra il proletariato ospedaliero da una parte, e il governo, la regione, i sindacati, le amministrazioni ospedaliere dall’altra non sono favorevoli ai primi, nell’attuale congiuntura; la sconfitta del ’78 pesa ancora su tutti noi, senza contare la lenta ma concreta avanzata dei processi di ristrutturazione; si tratta di riprendere le filadell’organizzazione proletaria creando in un primo momento i NUCLEI CLANDESTINI DI RESISTENZA, come momento e rete di discussione, organizzazione e lotta sui contenuti di un programma operaio che faccia gino in fondo i conti con il processo di ristrutturazione in atto che ha come primo grosso momento di applicazione il contratto firmato il giugno scorso.
    I NCR non li concepiamo assolutamente come gruppetti di “vecchi compagni” di avanguardie di lotta incazzate, che dopo il ’78 intendono proseguire la lotta con altri mezzi. In questa fase di transizione alla guerra di classe, il problema dei “mezzi” non si risolve con una sostituzione unilaterale, ma con un arricchimento del patrimonio di lotta proletario.
    Noi diciamo: i proletari devono lottare contro la ristrutturazione con tutti i mezzi. Il problema grosso è un altro e riguarda il modo di organizzare i processi di lotta. Bisogna definitivamente capire che la lotta contro la ristrutturazione e la militarizzazione E’ UNA LOTTA DI POTERE e non rivendicativa. NOI NON RIVENDICHIAMO, PER ES. L’ABOLIZIONE DELLO STRAORDINARIO, DOBBIAMO COSTRUIRE LA FORZA E LA CAPACITA’ DI IMPORLA.
    Cambia evidentemente il modo di lottare e conseguentemente di organizzarsi. Noi comunisti delle BR proponiamo ai proletari ospedalieri di organizzarsi in NCR rispetto al potere come prime forme stabili dell’organizzazione proletaria e della mobilitazione permanente della classe. Struttue cioè che sappiano sintetizzare in programmi di lotta i bisogni e le tensioni della classe, organizzare clandestinamente le riprese delle lotte, perché solo così oggi è possibile lottare contro i processi di ristrutturazione e affrontare preparati la repressione armata che questi processi richiedono per essere attuati.
    D’altra parte clandestinità non vuol dire isolarsi dalle masse, arroccarsi sulla difensiva, come sbandiera chi deve trovare un alibi per giustificare il proprio opportunismo, ma al contrario significa avere la possibilità di rappresentare gli interessi storici e immediati della classe senza travestimenti opportunistici, tutti tesi ad evitare la rappresaglia del nemico. Non abbiamo mai affermato che la clandestinità è sinonimo di imprendibilità dei singoli compagni. Questa convinzioni che molti proletari hanno assunto in passato è il frutto velenoso di un certo idealismo ed è l’opera di propaganda controrivoluzionaria dei mass-media. Le forme clandestine dell’organizzazione proletaria in questa fase, sono la condizione necessaria e indispensabile per assicurare piena autonomia politica e di lotta all’organizzazione di classe di costruire, e non una “soluzione” che fa diventare lo scontro meno duro per i proletari.
    E’ questo l’unico modo possibile per ricreare quella capacità di lottare che le nuove condizioni hanno distrutto nelle vecchie forme di organizzazione. Assumere un carattere di clandestinità rispetto al potere significa essere in grado di organizzarci e di lottare sui nostri bisogni senza essere individuati facilmente dal nemico, senza correre il rischio, come nel passato, che la lotta si blocchi alle prime ventate repressive, altrimenti sarà sempre e solo la borghesia a stabilire su che cosa, come, e fino a che punto lottare.
    Riorganizzarci sotterraneamente, creando una rete clandestina di discussione e organizzazione dei lavoratori ospedalieri, che sappia far ripartire la lotta contro la ristrutturazione antiproletaria negli ospedali in maniera efficace: solo in questo modo si può attuare la possibilità di lottare stabilmente nelle nuove condizioni.
    ORGANIZZANDOCI IN NUCLEI CLANDESTINI DI RESISTENZA RISPETTO AL POTERE, PER LOTTARE SUI NOSTRI BISOGNI NELLE NUOVE CONDIZIONI.
    Compagni, dopo la stagione di lotte del ’78, che si caratterizzò come un primo grosso momento di resistenza dei lavoratori ospedalieri ai programmi padronali rispetto alla politica sanitaria e come espressione delle proprie necessità, il processo di ristrutturazione antiproletario nel nostro settore è continuato a marciare con lentezza ma inesorabilmente. Questo trova la sua causa principale nella necessità che la borghesia ha di reperire capitali da investire nella grande impresa multinazionale, tagliando al massimo le spese in altri settori, come in quello della sanità e dell’erogazione di servizi sociali. Da questa parte il piano Pandolci, quando afferma che il taglio della spesa pubblica, e nel nostro caso della spesa sanitaria, diventa una delle condizioni necessarie ed indispensabili per il contenimento e la gestione della crisi. Per il capitale non è più possibile destinare quote rilevanti alla salute pubblica, continuare cioè nella politica assistenziale e di autolegittimazione che lo ha caratterizzato nella fase espansiva: non ha più la possibilità di rendere compatibili le proprie leggi di accumulazione con i bisogni e le richieste del proletariato. La riforma sanitaria e il piano sanitario nazionale traducono questa necessità improrogabile in progetto, in realtà nel campo sanitario: RIDURRE tutte le spese e comunque non spendere una lira di più di quanto speso nel ’77. E’ questa la filosofia e la parola d’ordine che attraversa l’intero piano sanitario nazionale, FILOSOFIA DI PEGGIORAMENTO E DI ANNIENTAMENTO, diciamo noi!
    Infatti se da un lato si abbatte su di noi ospedalieri come ristrutturazione, come nocività, come aumento della produttività attraverso l’intensificazione dello sfruttamento, fino ed oltre i limiti della sopportazione, aumentando i ritmi ed i carichi di lavoro e assumendo sempre meno personale, più in generale, ma non per questo meno concretamente, si abbatte sull’intero proletariato. E’ infatti la necessità di ridurre tutte le spese in campo sanitario, coniugate con il punto di vista del capitale sulla salute, e cioè costo di un posto letto, costo di un proletario ammalato, di un medicinale, di un lavoratore ospedaliero, non poteva che tradursi in una politica di genocidio verso il proletariato.
    Diminuzione dell’assistenza gratuita e peggioramento di quella che rimane attraverso il blocco delle assunzioni negli ospedali e l’intensificazione dello sfruttamento del nostro lavoro (come ben sappiamo nei reparti non ci sono che uno o due infermieri per 50-60-70 ammalati).
    Blocco totale della costruzione di nuovi ospedali e quindi di nuovi posti letto. Riduzione sempre maggiore della possibilità di entrare in ospedale per “curarsi” attraverso la creazione di fantomatiche strutture filtro (come gli hospital-day) che impediscono di fatto i ricoveri. Aumento delle spese che i malati devono sostenere per i medicinali (come i vari ticket).
    E’ questa l’assistenza che offfre la democratica riforma sanitaria, strettamente interconnnessa all’attuazione di questi obiettivi è fondamentale la entrata ufficiale (sancita con l’ultimo contratto) della medicina privata e a pagamento dentro gli ospedali che, oltre a premiare lo zelo antiproletario delle baronie mediche ed accrescere in misura ancora maggiore il loro potere mafioso e clientelare sui proletari dentro gli ospedali, assicura la possibilità concreta di curarsi solo a chi può permettersi di spendere una montagna di soldi. Per gli altri, per i proletari, rimane la speranza di potersi curare solo e soltanto quando sono più morti che vivi (e la riduzione dell’accettazione dei ricoveri lo dimostra ampiamente).
    Queste sono le politiche concrete che la borghesia nela sua riforma sanitaria e nel piano sanitario nazionale, nei piani sanitari regionali, sta attuando, mettendo a punto, praticando.
    La sua risposta alla crisi nel tentativo di conservare inalterati questi rapporti di produzione, si traduce puntualmente nel peggioramento delle nostre condizioni. E questa politica di genocidio del proletariato dal punto di vista del capitale e cioè di una “assistenza limitata e per pochi” contrapponiamo il nostro punto di vista, le esigenze espresse in 10 anni di lotta. IMPONIAMO IL DIRITTO PROLETARIO ALLA SALUTE.
    Quanto oggi le parole contenute all’interno del piano sanitario nazionale stiano cominciando a diventare realtà lo si legge nel contratto di giugno e lo sentiamo sulla nostra pelle ogni giorno di più dentro gli ospedali. Quello che i padroni lo stato e i bonzi sindacali hanno firmato non è solo il classico contratto bidone ma assume la forma di un contratto di ristrutturazione, di un vero e proprio programma “tattico” all’interno del programma complessivo di ristrutturazione della sanità. Esso non è solo la svendita di un patrimonio di lotta, una serie di prese per il culo come il passato. Per gli obiettivi che sono contenuti al suo interno esso si pone all’avanguardia nel portare avanti il processo di ristrutturazione antiproletario.
    Il fine ultimo del contratto diventa lo stesso del piano sanitario triennale: taglio della spesa sanitaria attraverso il bilancio della produttività. In questo quadro il sindacato si rivela in tutto e per tutto (se a qualcuno non fosse ancora chiaro) esecutore dei programmi capitalistici, vera e propria articolazione della borghesia dentro la classe con lo scopo di annichilire ed annullare l’identità e la coscienza proletaria. La mobilità e la professionalità, elementi centrali intorno a cui ruota tutto il contratto diventano il mezzo principale per il contenimento della spesa sanitaria, attraverso un’intensificazione dello sfruttamento. Il piano sanitario triennale, e ancora maggiormente il contratto appena firmato, sono espliciti quando affermano che la professionalità va intesa come “modalità necessaria alla ristrutturazione organica dei servizi” e quando dicono che “l’adeguamento degli organici venga attuato mantenendo uno stretto collegamento tra iniziative di riqualificazione ed ampliamento degli organici”.
    PIU’ CHIARO DI COSI’!!!
    La professionalità che oggi si cerca di far passare non è, come affermano le iene sindacali, una condizione per il miglioramento dell’assistenza sanitaria ma diventa un vero e proprio tentativo di distruzione politico e fisico del proletariato ospedaliero. Ci ricordiamo tutti come nella fase precedente la lotta sul mansionario era una delle forme di resistenza più vincente e che dava più fastidio alle amministrazioni, determinando una rigidità nell’uso che loro fanno della nostra forza lavoro. E’ principalmente come risposta a questo comportamento di resistenza nostro che i padroni e i loro lacchè sindacali hanno cominciato a battere grancassa sulla professionalità, propagandata appunto come migliore capacità di assistenza, quando tutti sanno che da sempre i lavoratori ospedalieri fanno tutte le mansioni, titolo o non titolo; solo che se prima si potevano ribellare nei momenti di lotta rifiutano il cumulo delle mansioni adesso, “professionalizzati”, col titolo, quel tipo di spontaneità nei comportamenti di lotta diventa molto più difficile. L’infermiere “professionalizzato” e reso così “polivalente” regolamentato una volta per tutte nelle sue capacità produttive, può e deve essere spostato in ogni buco, dovunque si verifichi una carenza di organico. Risulta in questo modo notevolissima la differenza tra i nuovi operai professionali e la vecchia figura degli infermieri professionali di qualche anno fa. I primi sono già supersfruttai che si vedono imporre grossi carichi di lavoro in cambio di un incentivo salariale che progressivamente risulta vanificato dall’inflazione; i secondi invece erano delle “mosche bianche”, una figura quantitativamente esigua, addetta a mansioni “pulite” e soprattutto in passato, a controllare e, in qualche caso, a comandare la gran massa dei lavoratori qualificati.
    L’ “adeguamento delle piante organiche” poi, non significa nei piani dei padroni nuove assunzionin e possibilità di fare turni meno massacranti, ma ha il significato di una riduzione di personale che è “professionalizzato” e reso mobile, e si vede imporre maggiori carichi di lavoro e un’impressionante cumulo di mansioni. Tutto ciò comporta di fatto un aumento notevole della nocività esistente nell’ambiente e nelle condizioni di estrema precarietà in cui siamo costretti a lavorare. Infatti oltre alla pericolosità del lavoro specifico di certi settori e reparti come radiologia, radioterapia, che a pieno titolo sono e rimangono al primo posto della graduatoria dei lavori più nocivi all’interno degli ospedali, la nocività vive all’interno del posto di lavoro sempre più un carattere strutturale che attraversa tutti i reparti e le mansioni, senza “privilegiare” alcuno. E’ questo uno dei prezzi che la borghesia oggi ci vuol far pagare per riuscire ad attuare il taglio della spesa sanitaria e assistenziale. Gli aspetti concreti che ogni giorno di più determinano queste condizioni sono ben noti a tutti i proletari ospedalieri:
    a) CARICHI E RITMI DI LAVORO. Ci troviamo a lavorare in corsie dove la quantità di assistenza è sempre maggiore, in quanto ci si trova con malati gravi e bisognosi di cure, con un organico sempre più ridotto all’osso. Le conseguenze di tutto ciò sono continui sforzi fisici, che, dal punto d vista della prevenzione della nostra salute, nel tempo, si traducono in vere e proprie malattie professionali.
    b) MANCANZA DI MATERIALI. Le condizioni precarie in cui siamo costretti a lavorare per la mancanza di materiale aumenta notevolmente il rischio di contrarre malattie; lo sappiamo bene cosa significafare delle medicazioni o pulire i malati sporchi senza guanti, oppure senza l’uso di disinfettanti appropriati; lo sappiamo bene, perché le scontiamo sulla nostra pelle! E questo non riguarda solo la nostra salute, ma anche quella dei proletari già ammalati: nella situazione di igiene precaria in cui sono tenuti in tutto il periodo di degenza, il più delle volte finiscono per contrarre altre malattie: le infezioni incrociate sono all’ordine del giorno!
    E’ così che la borghesia intende risparmiare intensificando lo sfruttamento, rendendoci disponibili ad essere spostati ovunque e a dover svolgere una volta per tutte e per sempre nei reparti le mansioni dell’ausiliario, del generico e del professionale, bloccando di fatto le piante organiche. Tutto il discorso sulla professionalità inoltre si lega perfettamente a quello della politica della “deospedalizzazione”. L’esempio più chiaro di come oggi viene attuata questa politica è il periodo della degenza del malato chirurgico; prima di assisteva a: 1) periodo preparatorio all’intervento, che consisteva negli accertamenti diagnostici; 2) periodo che consisteva nell’intervento; 3) periodo post-operatorio, in cui il malato veniva riabilitato e poi dimesso. Oggi il 1) e il 3) vengono rimandati ai poliambulatori, considerati le “strutture filtro” (e sappiamo benissimo quali livelli di assistenza minima, se non inesistenti, queste strutture offrono agli ammalati).
    La tanto sbandierata “politica di prevenzione della salute pubblica” che comporta la riforma sanitaria si traduce così solo in un restringimento maggiore di quei livelli di assistenza già tanto schifosi che prima era comunque possibile avere garantiti.
    Alla riduzione del numero dei ricoveri, deve corrispondere una progressiva diminuzione del personale impiegato ed una riqualificazione (con tutti gli effetti che quessto comporta per noi) a tappe forzate dei lavoratori ospedalieri ceh così possono essere impiegati in modo funzionale all’intervento di questa nuova strutturazione del sistema di “assistenza sanitaria”. E’ evidente che così la ristrutturazione interna agli ospedali, da una parte, e cioè tutti quegli aspetti che determinano un peggioramento delle condizioni di vita, economiche e politiche, di noi che dentro gli ospedali ci lavoriamo, e la ristrutturazione più generale delal struttura del sistema sanitario, con tutti gli effetti che questo induce nel peggioramento delle condizioni di assistenza sanitaria ai proletari ammalati e nell’impossibilità ormai sempre maggiore di curarsi decentemente e gratuitamente, sono le due facce di una stessa medaglia.
    ALTRO CHE PROFESSIONALITA’ UGUALE MAGGIORE QUALIFICAZIONE DELL’ASSISTENZA MEDICA!
    Per attuare questi progetti criminali, l’apparato sindacal padronale usa l’arma ricattatoria di una politica salariale differenziata con incentivi di un milione l’anno per gli infermieri riqualificati, legando così il salario alla professionalità (leggi sfruttamento ancora maggiore) e quindi alla disponibilità del lavoratore di farsi anni di scuola al di fuori dell’orario di lavoro, per poi essere in definitiva spremuti peggio dei limoni.
    Dopo che per anni abbiamo lottato per un drastico ridimensionamento del ventaglio salariale in funzione di una maggiore unità di classe e per il soddisfacimento dei bisogni di tutto il proletariato ospedaliero, ecco la durissima risposta che si è data con l’ultimo contratto: aumento delle differenziazioni salariali (ben due livelli), per quanto riguarda le qualifiche operaie, della maggiore professionalità, e cioè di un maggiore sfruttamento e di carichi di lavoro a cui i lavri sono chiamati a sottomettersi. Il discorso è chiarissimo se non volete diventare dei robot supersfruttati, se volete il riconoscimento delle mansioni effettivamente svolte senza subire tre anni di ricatti, sacrifici, lavaggio del cervello, con le scuole di riqualificazione professionale, ebbene, se non volete tutto questo, continuate a stare con una paga da fame al 4° livello vita natural durante.
    La professionalità e la mobilità oggi devono essere combattute come i peggiori nemici, come il momento di massimo sfruttamento del proletariato ospedaliero. Attorno a questi elementi che diventano il cuore del processo di ristrutturazione negli ospedali, ruotano una serie di aspetti e momenti che non sono certo di secondaria importanza: le scuole di riqualificazione e formazione professionale, gli straordinari, l’introduzione di forme di lavoro tipo part-time.
    A) Le varie scuole di formazione di riqualificazione professionale assumono una funzione sempre più rilevante all’interno dei programmi di ristrutturazione del settore. La “professionalizzazione” a tappe forzate del proletariato ospedaliero trova sin da oggi un momento di operatività e di attuazione attraverso queste scuole che costituiscono di fatto il meccanismo con il quale lo stato vuole riciclare in termini produttivistici e cioè di SUPERSFRUTTAMENTO tutta la classe operaia ospedaliera. Ma oltre ad avere questa funzione importantissima di selezione, rincoglionimento ideologico, politico e di controllo rispetto al proletariato ospedaliero da qualificare queste cosiddette scuole rappresentano una delle più grosse reti di lavoro nero di cui il cpitale dispone a livello nazionale.
    Nello specifico la progettazione di queste scuole avviene a livello internazionale. Questi sono gli aspetti fondamentali di funzionamento di tali istituzioni: durata triennale, che si divide a sua volta in un corso teorico e uno pratico (sfruttamento tirocinio negli ospedali) per un totale complessivo di 4600 ore. Con il pretesto di “imparare una professione” migliaia di giovani proletari, i cosiddetti allievi, vengono spremuti come limoni nelle corsie degli ospedali nelle quali sono costretti a LAVORARE (altro che imparare!) come e in qualche caso maggiormente degli stessi lavoratori già assunti. Questi proletari sono soggetti ai ricatti peggiori: mobilità selvaggia (quando manca del personale in un reparto, l’allievo viene spedito a chiudere quella falla, e questo anche in caso di sciopero del personale); se gli ispettori che compilano i turni di lavoro sanno che quel giorno sono disponibili gli allievi, si preoccupano subito di tagliare le “unità superflue” da quel reparto. Ricattabilità derivante dall’estrema precarietà di quel ruolo che si esplica con la selezione, con l’espulsione dalla scuola per chi esprime conflittualità, con un controllo accuratissimo su ogni soggetto e i suoi comportamenti, per cui di ogni proletario si chiede una scheda ricca di informazioni. E alla fine del mese vengono (e neppure puntualmente) pagati per un cosiddetto “assegno di studio” (dalle 80 alle 180mila lire) che costituisce in realtà il prezzo miserabile del lavoro loro estorto.
    Il ricorso massiccio a questa forma di supersfruttamento pagato una miseria, la consistenza numerica di questi proletari impiegati come jolly in tutti i reparti e in tutte le mansioni è tale che senza di loro moltissimi ospedali di fatto si bloccherebbero. Le amministrazioni ospedaliere in questo modo dsi garantiscono, oltre che con gli straordinari, la possibilità di coprire i buchi nelle piante organiche del personale, che, il sostanziale blocco delle assunzioni, sancito di fatto dal piano sanitario triennale e perfezionato nell’ultimo contratto, ha reso permanente in tutto il settore.
    Per gli allievi che si ribellano a questo stato di cose scatta quasi sempre l’esclusione dal corso effettuata attraverso una “opportuna” e “provvidenziale” bocciatura agli esami. Questo spessissimo significa tornare al paese d’origine (i corsi non stanno in tutte le regioni, e soprattutto al sud) senza la possibilità di trovare lavoro oppure essere ributtati in una condizione di emarginazione e di estrema precarietà del reddito nelle borgate e nei quartieri ghetto. Tutto ciò dà la misura dei ricatti e della violenza a cui questi proletari sono sottoposti, che se da una parte ha provocato e continua a provocare un antagonismo spontaneo e irriducibile alla ristrutturazione e alle figure di comando e di controllo su di loto, dall’altra parte ha permesso alle amministrazioni di usare la loro forza lavoro in più di un’occasione per sostituire i lavoratori in lotta, per dividere e frantumare il loro fronte e reprimere così più facilmente il loro movimento.
    Riuscire a legare in un programma di lotta del proletariato ospedaliero anche i bisogni e le tensioni che queste figure esprimono, diventa una tappa fondamentalmente necessaria nella costruzione di nuovi rapporti di forza e di potere all’interno degli ospedali.
    B) L’utilizzo di un’enorme massa di ore straordinarie (e con il recente contratto no nviene stabilito nemmeno un tetto massimo ed anzi è introdotta una clausola sulla possibilità di costringere i lavoratoti ad effettuare ore di straordinario obbligatorio) che parte dei lavoratori f per integrare un salario di merda, permette alle direzioni sanitarie di coprire le carenze croniche di personale nei reparti senza per questo dover assumere un ruolo proletario in più (una recente inchiesta della stessa borghesia ha dovuto ammettere che le ore straordinarie effettuate in un anno negli ospedali romani equivalgono a 7.000 posti di lavoro).
    C) Infine appare per la prima volta nel contratto di giugno la possibilità di utilizzo del part-time in alcuni casi. Al di là delle giustificazioni demagogiche con cui ci hanno riempito la testa col part-time (il quale avrebbe la funzione di permettere più tempo libero) questa forma di lavoro rappresenta uno dei modi più schifosi di sfruttamento, che non assicura neppure un livello minimo di sopravvivenza. Perché pagare otto ore a chi si trova a lavorare in posti dove, aumentando abilmente ritmi e carichi di lavoro per noi, questo può essere svolto in quattro ore? Non si può dire certo che i padroni non sappiano fare i loro calcoli e giudicare le proprie convenienze.
    LOTTA ALLA PROFESSIONALITA’, ALLA MOBILITA’, AGLI STRAORDINARI, STRUMENTI USATI PER INTENSIFICARE LO SFRUTTAMENTO E MANTENERE IL BLOCCO DELLE PIANTE ORGANICHE, LOTTA ALLA POLITICA SALARIALE DIFFERENZIATA, STRUMENTO DI DIVISIONE E RICATTO SUL PROLETARIATO OSPEDALIERO!
    All’interno dei reparti inoltre stiamo assistendo ad una ripresa del comando, dell’arroganza e del controllo su di noi da parte delle direzioni sanitarie, degli ispettori, delle caposala, etc. Vediamo oggi di più come questi squallidi esecutori dei progetti antiproletari si stanno attrezzando afar passare le direttive capitalistiche della ristrutturazione della sanità con una capillare rete di controllo e di comando sugli ospedali. Non è un mistero, per es. che si siano intensificati i controlli su di noi, specie durante i turni di notte, i più massacranti, con improvvise apparizioni di questi fantasmi, per controllare se lavoriamo, con controlli sistematici sui cartellini, sull’assenteismo, sempre pronti a schedare, diffidare, inviare provvedimenti disciplinari agli elementi “pericolosi”, quelli cioè che non piegano il capo accettando passivamente di essere sfruttati in modo bestiale. Nel portare avanti quest’opera, questi topi di fogna trovano nel sindacato il loro degno compare ed alleato. I bonzi sindacali, e becchini della lotta proletaria, non paghi di farci continuamente una testa così sulla bellezza dell’efficienza produttiva (e non ci stupisce che a loro sembri “bello” lo sfruttamento di noi lavoratori), li vediamo attivissimi girare per le corsie individuando e segnalando chi cerca di lottare ed organizzarsi sui propri bisogni, e premiando, attraverso la ragnatela di potere che si sono costruiti negli ospedali sulla nostra pelle, chi invece regge il loro gioco di sottile divisione e annullamento della coscienza di classe.
    Sono tutte queste figure dell’apparato burocratico, amministrativo e di comando degli ospedali, cui si affiancano di volta in volta le baronie mediche, che vedono messo in discussione dalla lotta proletaria il loro potere mafioso e clientelare, che rappresentano uno dei piedi su cui marcia il rilancio della produttività e l’intensificazione dello sfruttamento. Sono le direzioni sanitarie prima e gli ispettori poi che pianificano i turni, gli straordinari, la gente da comandare, i ritmi e i carichi di lavoro dentro gli ospedali e nei reparti. Sono loro gli autori delle lettere di trasferimento divenute ormai una prassi quotidiana, con cui il lavoratore diventa una trottola. Son sempre loro che ci troviamo di fronte come controparte immediata quando lottiamo e ci organizziamo sui nostri bisogni. Ed è contro questo apparato di comando e di controllo che il proletariato ospedaliero e le sue avanguardie devono saper portare un attacco durissimo trovando il massimo di forza e di unità.
    LOTTIAMO CONTRO LE BARONIE MEDICHE E LA RIPRESA DEL COMANDO DA PARTE DELLE DIREZIONI SANITARIE E DEGLI ISPETTORI DENTRO GLI OSPEDALI.

    E’ nella lotta contro questi aspetti centrali della ristrutturazione degli ospedali che l’organizzazione proletaria ed il movimento antagonista del proletariato ospedaliero può e deve trovare la sua maturità. E’ su questi punti che noi militanti comunisti delle Brigate Rosse, proponiamo di riprendere l’offensiva dentro gli ospedali. Ed è all’interno di questa offensiva che le nostre aspettative, i nostri bisogni, che per anni abbiamo gridato, urlato nelle piazze, e per i quali abbiamo duramente lottato, riprendono vita e forma reale all’interno di una prospettiva strategica. Non rimangono mere illusioni o sogni, ma vivono con sempre maggior forza. E con sempre maggior forza vengono imposti come obiettivi irrinunciabili del nostro programma, in una prospettiva di superamento di questi schifosi rapporti di produzione capitalistici, della produzione basata sul valore di scambio.
    LAVORARE TUTTI LAVORARE MENO! IMPONIAMO IL DIRITTO PROLETARIO ALLA SALUTE!
    Occorre però evitare confuzioi. Noi non pensiamo che oggi sia possibile(se mai lo è stato) costruire nuovi rapporti di forza con programmi di lotta che assomigliano sempre più a piattaforme alternative a quelle sindacali (da contrattarsi con chi poi?) piuttosto che a momenti di costruzione reale dell’antagonismo proletario in una prospettiva di potere. Chi invece pensa questo (e anche se non lo pensa di fatto lo fa) ha preso lucciole per lanterne! In qusto modo si ottiene solo l’effetto di porre i problemi, non di porsi l’obiettivo concreto della loro risoluzione. E non ci si può più illudere, né tantomeno si può fare illudere qualcuno, che il diritto proletario alla salute, la riduzione dell’orario di lavoro, il problema della disoccupazione, sono obiettivi che possono essere raggiunti agitandoli ed inserendoli formalmente all’interno di pseudo piattaforme rivoluzionarie, né che la loro risoluzione si dia nel breve periodo e venga risolta solo e solamente in una singola lotta per quanto vasta e dura possa essere.
    Oggi lo stato di crisi irreversibile a cui è giunto il MPC non lascia spazi “mediati” per il raggiungimento di questi obiettivi. Oggi la borghesia si appresta a sferrare colpi sempre più duri al proletariato, alle sue condizioni di vita e alle sue forme di organizzazione (e i 24.000 in CI alla FIAT che, malgrado un mese continuato di lotta durissima, sono passati, rappresentano un caso lampante). Persino le poche briciole che in passato venivano concesse al proletariato per soffocarei suoi bisogni immediati e politici, sono diventati un ricorso del bel tempo che fu.
    Ogni bisogno proletario, qualsiasi lotta per il suo raggiungimento, al livelloraggiunto dalla crisi, quindi, non può essere più assorbibile all’interno dei programmi capitalistici e di fatto si contrappongono in termini antagonistici e di potere all’attuale modo di produzione.
    La sola cosa che la borghesia può offrire ai proletari è la miseria dello sfruttamento, una condizione sempre più estesa di precarietà di reddito, di emarginazione, e la violenza dei suoi apparati militari. Raggiungere realmente, e non facendoci prendere in giro con del fumo negli occhi, l’obiettivo del LAVORARE TUTTI PER LAVORARE MENO, l’imposizione del DIRITTO PROLETARIO ALLA SALUTE, significa una sola cosa: distruzione di questo modo di produzione….COMUNISMO.
    E notoriamente, da che mondo è mondo, l’unico modo per non raggiungerlo sono proprio le piattaforme più o meno alternative, più o meno “rivoluzionarie”. Con questa chiarezza dobbiamo lottare ed organizzarci per imporre questi obiettivi creando rapporti di forza sempre più favorevoli al proletariato. Con questa chiarezza dobbiamo trasformare le tensioni, i bisogni, e le aspettative che vivono ogni giorno dentro le corsie, nei reparti, negli ospedali e la resistenza quotidiana alla ristrutturazione (come il mansionario) in momenti offensivi ed istanze di potere. Ed è all’interno di questo programma, all’interno del quale trova forza l’antagonismo spontaneo e la creatività proletaria, che è possibile costruire i livelli di mobilitazione dei lavoratori ospedalieri e le articolazioni del Potere Proletario Armato dentro gli ospedali.
    E’ su questo terreno ed in questa prospettiva che oggi debbono nascere e crescere i nuclei clandestini di resistenza come primi momenti dell’organizzazione stabile della classe in un’ottica di potere, che si misurano su di un terreno di lotta alla ristrutturazione.

    CONTRO LA MOBILITA’, LA PROFESSIONALITA’, GLI STRAORDINARI, STRUMENTI USATI PER INTENSIFICARE LO SFRUTTAMENTO E MANTENERE IL BLOCCO DELLE PIANTE ORGANICHE.

    CONTRO LA POLITICA SALARIALE DIFFERENZIATA, STRUMENTO DI DIVISIONE E RICATTO SUL PROLETARIATO OSPEDALIERO!

    CONTRO IL POTERE DELLE BARONIE MEDICHE E LA RIPRESA DEL COMANDO DELLE DIREZIONI SANITARIE E DEGLI ISPETTORI DENTRO GLI OSPEDALI!

    PER LOTTARE NELLE NUOVE CONDIZIONI ORGANIZZIAMOCI IN NUCLEI CLANDESTINI DI RESISTENZA!

    PER L’IMPOSIZIONE DEL DIRITTO PROLETARIO ALLA SALUTE!

    LAVORARE TUTTI LAVORARE MENO!

    PER LA COSTRUZIONE DEL POTERE PROLETARIO ARMATO DENTRO GLI OSPEDALI!

    Per il Comunismo Brigata Ospedalieri
    Colonna “28 marzo”

  4. chissà se questa signorina avrebbe il coraggio di dire le stesse cose in faccia ia familiari delle vittime di madre, padre e zio…lei dice di essree contraria al fatto di fermare delle vite. Però non dice affatto che i suoi familiari ne hanno fermate parecchie (fosse anche una sarebbe già troppa), e che per questo non hanno mai pagato.
    La ignorina fa la vittima, ma la faccia davanti agli orfani e familairi dei brigatisti….

  5. Mi risulta che la giovane Elisa Novelli Petrella non si sia mai sottratta a nessun confronto.
    Lo ha fatto ogni volta che gli è stata offerta la possibilità.

    Ricordo in particolare una trasmissione radiofonica. Mi risulta che siano gli altri, lo Stato, la magistratura, la politica, che hanno paura di qualsiasi confronto, della parola che non è la loro.

    Nonostante abbia passato alcuni anni della sua vita in un carcere speciale, sol perché era nata in carcere, dal momento della nascita dal grembo di una madre con i ferri ai polsi fino all’età di tre anni, Elisa Novelli Petrella non ha mai fatto la vittima.

    Si è solo battuta perché la madre non venisse risucchiata dall’ergastolo. Lo ha fatto con le parole e i toni di una generazione diversa, altra da quella dei suoi genitori.

    E’ una lezione per tutti quelli che non sono in grado di pensare altro che in termini vittimari. Attribuendo agli altri il proprio schema mentale scatta subito in loro una irrefrenabile competizione.

    Ma la le vittime – scriveva un’altra signorina di nome Hannah Arendt – generano solo altre vittime.

    E alla fine non sono poi così tanto innocenti, come vorrebbero.

  6. Impunità? sembra diventata una di quelle parole-contenitore di cui parlano gli studiosi. Buona per tutti gli usi e soprattutto menzogne. Un marchio d’infamia.
    Marina Petrella nonostante non abbia mai avuto partecipazioni dirette in nessuna azione mortale è stata condannata a diversi ergastoli per complicità indiretta o morale. Ha trascorso sei anni in custodia preventiva nelle carceri speciali italiane, dove ha partorito e svezzato sua figlia, e un altro anno nelle prigioni francesi. Fanno sette anni. Non è poco. E comunque non è l’impunità di cui parlate.
    Luigi Novelli si è fatto oltre 25 anni di reclusione.
    Me li trovate nel ceto politico e imprenditoriale gente che ha scontato pene così lunghe? I responsabili delle morti sul lavoro, del rogo alla Thyssen o dell’Eternit hanno mai fatto un solo giorno di prigione? E i torturatori del ministero dell’Interno? E i poliziotti della Diaz e Bolzaneto?
    Quella degli anni 70 è stata la generazione più condannata della storia d’Italia, oltre 50 mila anni di carcere comminati.
    Di quale impunità andate parlando?
    Per evitare di dire fesserie la prossima volta prima di aprire bocca fate fare molti giri alla vostra lingua. Vi aiuterà a riflettere meglio.

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