Vedi Paolo…

Tratto da Esilio e Castigo, retroscena di una estradizione, La città del sole, 2005

 

I passati rivoluzionari faticano a diventare storia. Adagiati nel limbo della rimozione periodicamente vedono schiudersi le porte dell’inferno che risucchia brandelli di vita, trascina esistenze sospese. Lasciti, residui d’epoche finite che rimangono ostaggio dell’uso politico della memoria. Non un passato che torna ma un futuro che manca

 

Era una calda sera d’estate quella del 24 agosto 2002 e l’Italia aveva urgente bisogno di recuperare uno di quei giovani maledetti degli anni ribelli per offrirlo in pasto all’opinione pubblica. Una grossolana impostura, escogitata con l’intento di fornire l’immagine truccata di un brillamte successo operativo dopo l’attentato mortale contro un collaboratore del governo. Marco Biagi era stato ucciso pochi mesi prima da un piccolo gruppo che aveva riesumato dal museo della storia una delle ultime sigle della lotta armata. Un Paese distratto e annoiato, persino futile, conquistato dall’avidità dell’oblio, impaurito dalla possibilità di sapere, era stato scosso dal frastuono di quegli spari improvvisi. Irritato dal brusco risveglio, aveva rovistato furiosamente in un passato ormai sconosciuto. Cercava in spazi e tempi lontani i responsabili di quei colpi senza radici. Attribuiva al passato quella che era una surreale imitazione figlia del presente. Cercava nelle figure di ieri dei colpevoli per l’oggi.

Capitolo V

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

Additare al pubblico una figura da crocifiggere, un capro espiatorio su cui riversare la brigatista_persichetti_260802colpa, è parso nel settembre 2002, la soluzione più comoda, l’espediente più facile. E maledetti allora quelli che non si fossero allineati e che da sempre rompevano le righe, come Erri De Luca che conosceva molto bene i fuoriusciti. In una «Lettera a un detenuto politico nuovo di zecca», pubblicata sul Manifesto del 5 settembre, scriveva: «Vedi Paolo, questi poteri hanno bisogno di te[…] di lotta armata si sa tutto, ma si finge di non sapere ancora fino in fondo, per mantenere il fascino in un’opera al nero che ancora sobbolle[…] Tu quarantenne sei quanto di meglio offre il mercato. Sei la selvaggina allevata nella semiprigionia dell’esilio francese[…] Di recente mi hanno chiesto con sincero stupore come mai avevo scritto la prefazione al libro di Scalzone e tuo, Il Nemico inconfessabile. Oggi le parole, i libri tornano ad avere il rispettabile peso del sospetto, e una prefazione può già fornire il brivido del reato associativo. Oggi mi sento associato ai residui penali degli anni Settanta e Ottanta molto più di prima e molto più di una prefazione».

Lo «stupore» a cui accennava De Luca virò presto all’odio. Un illividito Mario Pirani, dal giornale faro di ogni emergenza, sputò fiele. «Ex-BR e ‘cretini’ di ieri e di oggi», titolava un suo fondo apparso sulla Repubblica del 9 settembre. L’articolo era una filippica contro il ritorno dei «pessimi maestri dediti ad inquinare la capacità di giudizio di larghe schiere delle nuove generazioni». Esulcerato per un editoriale di Le Monde uscito in quei giorni e schierato in difesa della dottrina Mitterand, nel quale si ricordava che «la classe politica italiana era ricorsa ad una serie di leggi eccezionali che limitavano gravemente le libertà costituzionali», Pirani rispondeva ai giornalisti d’Oltralpe citando il titolo di un articolo, «Le crétin Kanapa», scritto da Togliatti negli anni Cinquanta per sbarazzarsi dei continui attacchi che dall’Humanité gli lanciava un esponente del PCF francese, adepto dell’ortodossia staliniana, tale Jean Kanapa per l’appunto. In verità, Togliatti non fece altro che scopiazzare la formula, divenuta famosa in Francia, con la quale tempo prima Jean-Paul Sartre aveva liquidato il suo ex-allievo trasformatosi in un pedante adepto dello zdanovismo: «Le seul cretin, c’est Kanapa!». Con tutta evidenza sbagliavano entrambi per difetto, perché di cretini ce ne sono stati almeno due. I lettori non avranno certo difficoltà a capire dove si annida tuttora il secondo.

La cosa non sfuggì alla polizia di prevenzione che inviò l’articolo di De Luca alla digos romana. Quest’ultima lo segnalò addirittura al procuratore capo Italo Ormanni e al suo sostituto Salvatore Vitello. Ma il grottesco non aveva ancora raggiunto il culmine. La risposta che Persichetti invia a De Luca dalle pagine dello stesso quotidiano, il 13 settembre, suscita allarme al Viminale. Era la prima sortita pubblica dopo l’estradizione, per questo attorno alle sue parole c’era molta attenzione. Decisiva in proposito è la fotocopia di quella lettera presente negli atti dell’inchiesta preliminare. Vi si scorgono le sottolineature del funzionario addetto alla rassegna stampa. Nessuno dei passaggi dedicati alle «professioni e carriere dell’emergenza» sfugge al suo tratto di penna. Ma lasciamo la parola a Persichetti che dopo una premessa arriva al punto:

«Hai ragione Erri, hanno bisogno delle nostre apparenze. Hanno bisogno dei nostri corpi per calzarci addosso i panni dei responsabili di sostituzione che hanno ritagliato per noi. Siamo alle conseguenze del dopo 11 settembre[…], il nemico si è fatto impalpabile, agita ombre, scuote paure, per questo il ricorso a capri espiatori può avere una funzione rassicurante. Dopo Napoli e Genova, dopo Bolzaneto e la Diaz, i vertici della polizia sono stati travolti dal discredito. Le polemiche sulle scorte mancate hanno bruciato un ministro degli Interni e trasformato questori e dirigenti dell’antiterrorismo da inquirenti in indagati. Sotto schiaffo le professioni della specialità e le carriere dell’emergenza hanno dovuto reagire. Da questa bassa cucina è nata la mia estradizione.
Caro Erri, non provo dolore; ancora meno rancore. Osservo i loro gesti come guardassi dei minerali. In fondo hanno bisogno di noi come il vampiro ha bisogno della sua vittima, come il drogato del buco. Ma dalla loro parte c’è solo la forza triste della dipendenza priva d’ogni autonomia e potenza. Senza il collo della sua vittima il vampiro muore. C’è uno scarto che ci rende superiori. Noi non abbiamo bisogno di loro, dobbiamo solo scrollarceli di dosso. Ho letto su un giornale che il capo delle guardie pretoriane avrebbe telefonato per annunciare la mia cattura addirittura nel pieno d’una festa. Pare che abbiano immediatamente brindato e cantato. Sembrava una scena da basso impero, di quelle descritte nel Satyricon. Prima di congedarmi e tornare all’allegro brusio della mia cella affollata, vorrei dire ai potenti e potentati di turno[1]: stiamo tornando uno a uno[2] ma non è il caso di rallegrarvene troppo. Non scenderemo muti nel gorgo, siatene inquieti. La storia sta di nuovo accelerando.»

E qui accade qualcosa di molto particolare che mostra come i piccoli Fouché[3] del Viminale, che stavano spulciando quel testo con la lente d’ingrandimento, concepiscono il loro ruolo all’interno di quello che dovrebbe essere uno Stato di diritto. Stizziti dall’impietoso ritratto che usciva da quella prosa sferzante, vi ravvisano un imperdonabile peccato di superbia, un crimine di lesa maestà, un vero e proprio delitto linguistico. Per questo l’allora dirigente della digos romana, Franco Gabrielli, viene incaricato di segnalare alla procura il passaggio finale della lettera che, nessuno si avvede, è palesemente ispirato a una poesia di Cesare Pavese e non a un comunicato delle br. Parafrasi invertita di «scenderemo nel gorgo muti»[4], verso che il poeta aveva scritto in uno dei suoi momenti di disperazione.

In quel delirante frangente l’assenza di rassegnazione viene letta come una minaccia, un messaggio obliquo, un avvertimento mafioso, un invito alla vendetta lanciato a supposti complici, insomma un’ammissione indiretta della propria colpevolezza. Qualcosa di simile alla “prova diabolica” tanto cara al mondo superstizioso dell’inquisizione. Un classico sospetto proiettivo rivelatore non della natura dell’inquisito ma dell’animo torbido di colui che lo lancia, svelando in questo modo ciò che sarebbe stato capace di pensare e dunque di poter fare. Decisamente le frequentazioni letterarie possono rivelarsi pericolose. Il successivo 14 settembre, Persichetti viene impacchettato («preso per il collo» dicono i carcerati) e spedito in isolamento nel carcere di massima sicurezza di Ascoli Piceno, dove resterà per cinque mesi. Qui il 14 novembre riceve una strana lettera anonima, o meglio siglata in modo tale da consentire al misterioso mittente di essere identificato, «qualora decidessi di scriverle ancora». L’anonimo si presentava sotto le vesti di una «studentessa romana di medicina», informatissima sul suo passato giudiziario benché dichiarasse d’aver avuto solo «14 anni» all’epoca in cui egli incappava nel suo primo arresto (1987). L’autore o l’autrice del testo mostrava di avere buone conoscenze anche su vicende più recenti: «la dottrina Mitterand – affermava – era stata confermata da Jospin all’indomani degli accordi di Shenghen e quindi doveva continuare ad essere rispettata per tutti». Nelle quattro pagine stampate con inchiostro verde s’alternavano toni diversi che miravano a convincere il recluso, sprofondato da alcuni mesi nella solitudine dell’isolamento, a «chiedere la grazia e collaborare con la giustizia». Il testo anonimo interloquiva con una sua intervista rilasciata al quotidiano la Stampa del 25 settembre:

«Lei, in quell’intervista, criticava anche le leggi del pentitismo e della dissociazione. Però sedire qualcosa che non disse all’epoca del suo arresto può aiutarla ad uscire dal carcere quanto prima, perché non farlo? La libertà dovrebbe essere una priorità assoluta per un detenuto. Tradire qualche compagno, o, meglio ancora i mandanti di quell’omicidio (facendo così cosa gradita alla vedova Giorgieri), non sarebbe un vero tradimento ma un passo verso il reingresso nella società civile. Per lei gli anni da brigatista sono un periodo finito, nel senso che poi non si è più dedicato ad azioni terroristiche, ma questo non basta. Non basta cambiare rotta, bisogna chiudere i conti col passato, rivelandolo integralmente e soprattutto bisogna condannarlo, ammettere d’aver sbagliato. Mi rendo conto che cambiare strada sia una condanna implicita di quella che si percorreva precedentemente, ma queste cose si devono fare in modo esplicito per essere creduti fino in fondo. Non bastano le interviste a testimoniare di avere una nuova vita, di essere persone nuove, ci vogliono fatti concreti. Sempre in quell’intervista, lei auspicava un’amnistia per tutti voi ex-brigatisti. Io non so se questo è giusto, ma comunque lei sa perfettamente che il suo è un auspicio utopistico. Non ci sarà mai l’amnistia. L’Italia è un paese in cui i terroristi rossi finiscono in galera e ci rimangono e quelli neri o vengono processati dopo vent’anni oppure si godono la vita in Giappone[5]. Le questure, infatti, hanno sempre protetto quelli che seminano il terrore in nome di ideali non comunisti. La cosa è indicativa dello strapotere che le varie armi hanno ed hanno sempre avuto nel nostro Paese. In nome di tutto ciò, pertanto, io la invito, Persichetti, a sfruttare tutte le possibilità che la nostra legislazione le concede per uscire dal carcere al più presto.»

Strano paese l’Italia dove le studentesse di medicina portano lunghi baffi e parlano la lingua dei commissari di polizia. Eccentriche anche quelle domande tanto insistenti su un processo che, essendosi concluso con delle condanne, a rigor di logica avrebbe dovuto definire in modo soddisfacente la verità giudiziaria. Non era certo responsabilità degli imputati, se le motivazioni della sentenza d’appello, che aveva capovolto il giudizio ben più mite emesso dalla corte d’assise di primo grado, erano risultate talmente fragili e poco approfondite, come non mancarono di osservare gli stessi magistrati di Cassazione. Nove persone furono condannate per complicità nell’attentato Giorgieri. Tre di loro si trovavano già in carcere al momento dell’accaduto, detenute da circa due mesi. Altre due, Daniele Mennella e Claudio Nasti, collaboratori di giustizia, vennero lautamente ricompensate per le accuse infarcite di de relato, supposizioni personali, imprecisioni e falsi riconoscimenti, rivolte ai coimputati[6]. I pentiti, tra arresti domiciliari, accesso ai benefici e alle misure alternative, scontarono pochi mesi di carcere. Curioso appariva allora quell’invito a confessare retroscena e circostanze che, a norma di legge, avrebbero dovuto costituire il presupposto della condanna. «Se vuoi uscire devi confessare, fornendo in questo modo quelle prove in grado di legittimare la sentenza per cui sei stato condannato». Più o meno era questo il succo del ragionamento, o forse sarebbe meglio dire il patto infimo, che l’anonimo proponeva nella sua lettera. L’abominio totalitario invadeva quella cella sporca e spartana, una sentina della terra piena di graffiti lasciati da chi in quel luogo era stato sottoposto a lunghe quarantene per spurgare ataviche dipendenze con le droghe, oppure aveva scontato ruvide punizioni. Allungato sulla branda ripiegò i fogli anonimi e riprese in mano il libro che aveva ricevuto proprio in quei giorni. S’immerse di nuovo nella lettura di quelle pagine che descrivevano l‘angosciosa fuga di un uomo braccato dalla feroce soldatesca dei principi luterani che avevano represso nel sangue la rivolta dei contadini anabattisti di Münzer, alla quale anch’egli aveva partecipato. Allora s’accorse di una frase che prima aveva trascurato: «Cercano i reduci. Annientarli, spingerli a confessare ciò che non hanno neanche avuto il tempo di pensare».[7]


[1]D’improvviso il testo si riempie di sottolineature orizzontali e verticali.

[2] I giornali avevano pubblicato una lista di 12 estradandi dalla Francia pronti per la consegna.

[3] «De la merde dans un bas de soie», diceva di lui Napoleone che non per questo disdegnava d’impiegarlo per ogni vil bisogna.

[4] Cesare Pavese, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, Einaudi, Torino, 1961.

[5] Il riferimento è a Delfo Zorzi, processato e assolto dall’accusa di aver deposto la bomba che esplose il 12 dicembre 1969 in piazza Fontana, a Milano. Zorzi da decenni vive in Giappone, dove ha acquisito la nazionalità e avviato una fiorente attività economica.

[6] Come avvenne anche nei confronti dello stesso Persichetti: «L’elemento accusatorio potrebbe essere costituito dalle dichiarazioni di Mennella – scrivevano i giudici della corte d’assise nella loro sentenza – ma a ben vedere, le affermazioni del predetto “collaboratore” non sono costanti[…] Nell’interrogatorio del 31 maggio 1987 (due giorni dopo l’arresto), il Mennella non ha fatto riferimento al Persichetti. Nello stesso giorno, sottoposto ad ulteriore interrogatorio non ha riconosciuto il Persichetti in una foto mostratagli che effigiava, invece, proprio il Persichetti. Ha dichiarato, inoltre, di avere incontrato Locusta a Corso Vittorio insieme ad un altro giovane che non conosceva. Nell’interrogatorio del 2 giugno 1987 ha ribadito di avere incontrato Locusta a Corso Vittorio, non parlando di Persichetti come accompagnatore del Locusta. Ha poi rettificato per quanto riguarda la foto n° 4, dicendo anche di conoscere Persichetti perché partecipante all’inchiesta Giorgieri. Nell’interrogatorio del 5 giugno 1987 ha raccontato degli incontri con la Gioia dopo l’omicidio Giorgieri, non facendo riferimento al Persichetti. Al dibattimento ha dichiarato di aver conosciuto solo di vista il Persichetti nel marzo 1987 e di non averlo più visto. Quest’ultima affermazione è in contrasto con l’altra secondo la quale l’avrebbe incontrato a Corso Vittorio con Locusta. È probabile che per le contraddizioni sopra evidenziate, il Mennella non ricordi esattamente sulla posizione di Persichetti anche per aver detto che lo stesso Persichetti si faceva chiamare col nome di battaglia “Eugenio” e per averlo subito negato su precisa contestazione del Persichetti». (pp. 361-362 della sentenza della 3a corte d’assise di Roma, 14 dicembre 1989).

[7] Luther Blisset, Q, Einaudi 2000.


Per approfondire
Il Patto dei bravi
24 agosto 2002
Erri De Luca, la fiamma fredda del rancore
La polizia del pensiero
Storia della dottrina Mitterrand
Dalla dottrina Mitterrand alla dottrina Pisanu
La fine dell’asilo politico
Vendetta giudiziaria o soluzione politica?
Il caso italiano: lo stato di eccezione giudiziario
Giorgio Agamben, Europe des libertes ou Europe des polices?
Francesco Cossiga, “Eravate dei nemici politici, non dei criminali”
Francesco Cossiga, “Vous étiez des ennemis politiques pas des criminels”
Tolleranza zero, il nuovo spazio giudiziario europeo
Il Nemico inconfessabile, sovversione e lotta armata nell’Italia degli anni 70
Il nemico inconfessabile, anni 70
Un kidnapping sarkozien
Bologna, l’indagine occulta su Persichetti e il caso Biagi
Paolo Giovagnoli, quando il pm faceva le autoriduzioni
Paolo Giovagnoli, lo smemorato di Bologna
Negato il permesso all’ex Br Paolo Persichetti per il libro che ha scritto

 

 

 

 

 

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La fuga

Dedicato ad Oreste ed ai suoi settant’anni

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Oreste parlava mentre guardavo scorrere veloce una pianura senza fine. Il nero delle ardesie sui tetti spioventi aggiungeva qualcosa di malinconico al cielo già grigio. Era la fine di febbraio. Un tempo alluvionale aveva gonfiato i fiumi, la piena s’era riversata nelle campagne circostanti e le pianure s’erano fatte acquitrinose. Una sinfonia d’inverno accompagnava la fuga. Da molte ore oramai eravamo insieme, dopo esserci incontrati fuori Parigi. La sua presenza complice e allegra era decisiva per tenere a bada la tristezza. Mi sentivo rassicurato. Oreste era particolarmente contento, poteva finalmente evadere dalla costellazione parigina e dal suo ritmo incalzante. L’entusiasmava quella fuga, la sensazione d’immergersi nuovamente nella latitanza.
[…]
I pensieri correvano veloci, il treno anche. L’ascoltavo, mentre osservavo sempre più assorto il filo lontano dell’orizzonte. Eravamo stanchi dopo diverse giornate febbrili perse a collezionare buchi nell’acqua, dinieghi gentili e imbarazzati, e treni, navette e treni, fino a perderne il conto. Come in un film d’azione avevamo dovuto ripiegare saltando in modo rocambolesco da una vettura già in movimento per riparare in modo imprevisto, nel pieno d’una notte tragicomica, sotto un tetto amico. Al mattino fortunatamente le cose si erano messe per il meglio, ridemmo così di quanto era accaduto, miglior modo per non conservare risentimenti e andare avanti.
[…]
Fuori oramai calava la sera, un lungo fiume di parole era trascorso, e una luce dal giallo intenso s’era accesa nello scompartimento. Quell’atmosfera mi ricordava sensazioni familiari: i treni serali che dalla periferia nord di Parigi mi riportavano a casa dopo la lunga giornata passata tra aule di corsi e scaffali di biblioteca dell’università. Quei luoghi, animati da una popolazione studentesca colorata e vivace, erano divenuti per me una seconda casa. Il grigiore cupo del cielo parigino si stemperava nella confusione della grande Hall e dei caffè interni, ritrovi conviviali, luoghi d’incontro tra un corso e l’altro dove discussioni serie e meno serie, politica, deliri e corteggiamenti si mescolavano alla densa coltre di fumo. Il look delle studentesse del dipartimento di cinema e d’arte si confondeva col hijab che alcune ragazze franco-magrebine ostentavano sul capo. Una bellezza dai tratti e dai colori mediterranei disegnava quei visi e quei corpi. Al loro passaggio le discussioni s’interrompevano bruscamente, i tavolini restavano vuoti.
I treni avevano pochi passseggeri a quell’ora, solo qualche pendolare attardato, giovani delle cités mescolati agli studenti che rientravano, poche ragazze dall’aria rapida e diffidente, visi stanchi, sovrapensiero, sovente rinchiusi in quella forma attuale d’autismo sociale che è l’ascolto dei walkman, “baladeurs” come vengono definiti nei dizionari francesi.
Sconsolato vedevo il mio viso riflesso sul finestrino, la fronte inclinata sul vetro. Stavo partendo senza una destinazione chiara. L’importante era stato innanzitutto mettermi fuori portata. «Adesso, spariamo insieme — aveva detto Oreste, e poi con una pausa maliziosa aveva aggiunto — voce del verbo sparire». Ovunque, altrove, sarebbe stato migliore. Mi chiedevo, senza trovare risposte confortanti, se in questa fine di secolo, d’un secolo illusionista, potesse esistere ancora una terra di libertà disposta ad accogliere un uomo, un sovversivo condannato come “terrorista”, scacciato da alcuni e rincorso da altri. La domanda m’assillava. Un senso d’ignoto mi risucchiava. Sentivo la vertigine. La sola certezza veniva dalla caparbia volontà di non arrendermi, di fuggire comunque, dovunque. Quella stessa ragione che m’aveva mosso al momento dello sciopero della fame, intrapreso durante la detenzione, quando oramai tutto sembrava perduto, poco meno di due mesi prima. Una decisione ultima, estrema, e che avevo sentito senza ritorno. Diciotto giorni passati nel piccolo settore “d’haute securité” del reparto d’isolamento punitivo della Santé. Un’esperienza d’ascèsi, dolorosa e fortificante, viaggio solitario, confronto estenuante col corpo che se ne andava lentamente. Nel catabolismo, alla ricerca dei limiti, la misura del dolore fisico e della forza morale. Molta incomprensione ci fu per quel gesto. Alcuni me ne vollero, scorgendovi una sorta di volontà di ricatto verso il loro affetto. Ma il malinteso aveva accresciuto il mio arroccamento, rafforzato il patto con me stesso, l’accettazione della solitudine trasformata in volontà d’andare avanti comunque, anche da solo.
[…]
Tutto ciò era accaduto poco più d’un mese prima, dopo una liberazione strappata in extremis, ma già sembrava un tempo lontano. Non restava ormai che farne un saggio uso. Altre questioni occupavano i miei pensieri. Il rischio che comportava il dover varcare numerose frontiere e poi le domande piene d’inquietudine sul tragitto da fare per arrivare lontano, in un nuovo paese dove ricominciare ancora una volta da zero.
Ma c’era dell’altro: volevo fuggire, questo era certo, ma, oltre le conseguenze penali d’una parte della mia militanza politica, sfuggivo anche qualcosa ch’era dentro me stesso. C’è sempre una ragione esistenziale profonda che muove la vita d’un uomo. Pensavo che i chilometri potessero aiutarmi. Fuggivo un congedo disastroso, pieno d’incomprensione e risentimento. Le parole d’una lettera inavvertitamente crudele d’una donna oramai muta di sentimenti. Fuggivo pensando che la felicità, come la libertà, fosse altrove. Le attribuivo un luogo fisico, uno spazio geografico, dimenticavo ch’essa, come la tristezza, è uno stato psicologico, un moto dei sentimenti, una condizione dell’animo. Correvo su quel treno pensando che la soluzione fosse lontano. In realtà, non facevo che trascinare dietro di me, per intero e nell’affanno, le questioni irrisolte della mia esistenza.
Quella fuga era cominciata con una voce che mi aveva avvertito al telefono, quando la breve vacanza, in attesa del verdetto del Consiglio di Stato, volgeva a termine. Così, rigettato l’ultimo ricorso, dopo una solenne udienza pubblica, non mi restava che sparire. Quel raggio di sole era durato molto poco, neanche un mese, passato «a cento all’ora, senza fissa dimora». Dall’uscita di prigione, in una tarda serata, ancora smagrito e pallido per i postumi dello sciopero della fame, ai festeggiamenti e poi al turbinio d’appuntamenti ed incontri per continuare la battaglia contro l’estradizione e riorganizzare la vita fuori. Il ritorno all’università per ringraziare i compagni e le compagne, gli studenti, i professori e il rettore del sostegno fornitomi, per le centinaia di firme raccolte nelle petizioni e per l’elezione negli organi di rappresentanza studentesca. Una confusione ed un affollamento cosi lontani dalla quiete del carcere. Non avevo più casa e dormivo dove capitava. Camminavo sui marciapiedi di Parigi col sacco dei vestiti in spalla. Non avevo avuto modo di fermarmi, né di pensare. Ero senza fiato che già dovevo ripartire.
Fuori oramai brillavano le luci e la stazione più prossima era vicina. Dovevo separarmi da Oreste che mancava da Parigi oramai da molti giorni. La cosa poteva cominciare a divenire sospetta. Baci e abbracci raccolti in una stretta fortissima con gli occhi umidi d’emozione. La borsa in spalla, un maschera di De Filippo come viso, me lo ricordo sul marciapiede della stazione che mi lanciava l’ultimo saluto. Per un po’ non l’ho più visto, ma avevo portato con me la sua voce calda e roca. Lo sentivo e lo vedevo che mi parlava ancora. Alla prossima volta, compagno e amico.
Estratto da Senza tetto ne legge,1996, inedito

Un’estradizione alla chetichella

Recensioni – Esilio e castigo, Paolo Persichetti, La cità del sole 2005

di Davide Steccanella
25 ottobre 2011

Questo libro è uscito qualche annetto fa, “alla chetichella” si dice in gergo, ma fu una “chetichella” in certo senso obbligata perchè la divulgazione massiccia dei retroscena di “questa” estradizione (vd. sottotitolo del libro di Paolo Persichetti) avrebbero inferto un duro colpo alle tante anime belle non tanto di destra ma soprattutto di sinistra, che sono solite raccontarci di quanto la nostra Giustizia costituisca l’ultimo baluardo in difesa della legalità e via discorrendo. La storia, tutta vera, narrata secondo cronologia e rigorosamente documentata, anche con gli stralci degli atti processuali, non a caso è una “storia” che in Italia conoscono in pochi, e racconta di come 9 anni fa il governo italiano si accordò con il governo francese per ottenere, saltando ogni regola procedurale, la unica estradizione a tuttoggi di uno dei tanti condannati per i cosiddetti anni di piombo, e che come altri da anni viveva a Parigi, solo che lui lo faceva senza nascondersi, con il proprio nome sulla targhetta del citofono, insegnando in una scuola e persino pubblicando molti anni prima un libro a due mani con Oreste Scalzone un pò scomodo (Il Nemico inconfessabile) uscito pure in Italia per la Odradek. Ma come fece il nostro paese ad ottenere siffatto brillante risultato da consentire al MInistro pro tempore di puntualmente festeggiarlo trionfalmente in Tivvù, verrebbe da chiedersi, visto che, giusta o sbagliata che fosse, vigeva la cd. dottrina Mitterand a suo tempo si dice concordata con Craxi per mantenere lontani i tanti esuli di quella guerra perduta e che, come noto, non venne mai scalfita, nè prima nè dopo, neppure in casi ben più eclatanti di quello dello sconosciuto Persichetti ?
Semplice, si prende una vecchia richiesta estradizionale rimasta,  a differenza di tante altre, in sospeso da anni causa varie alternanze ministeriali francesi, e la si attualizza di botto dicendo ai cugini di oltralpe che si tratta nientepopodimeno che dell’assassino di Biagi appena avvenuto in Italia, e così, di fronte alla evidente eclatanza di questa accorata richiesta italica che stavolta non chiede a distanza di anni di regolare vecchi conti ma di fermare la pistola fumante di un omicida in azione, dei gendarmi francesi vanno una mattina presto a prelevare sotto casa l’ignaro Persichetti, lo portano nel tunnel di confine ed ivi lo consegnano alla polizia nostrana che tosto lo ingabbia per la esecuzione della vecchia condanna, gabbia dove tuttora ogni sera da allora egli fa rientro, ma transeat. Ovviamente la pista Biagi si dissolve, anche se neppure tanto in breve, come neve al sole, essendo stata il frutto di una mirabile indagine condotta da un solerte sostituto procuratore di Bologna sulla scorta della testimonianza di una signora di Bologna che disse di avere notato la sera del delitto Biagi un tizio vagamente somigliante al Persichetti e soprattutto indossante uno zaino color camoscio uguale uguale, si disse, a quello trovato in possesso del Persichetti a Parigi. Lo zaino era in realtà blu elettrico ma si disse che il blu era anch’esso un colore chiaro come il camoscio e così per un pò di tempo la “fola” resse, anche se il delito Biagi era maturato in ambito politico tutto diverso da quello cui era appartenuto 20 anni prima il Persichetti ma pretendere anche che si conosca la storia di chi si arresta, seppure si tratti di delitto in ambito politico, è forse troppo, quando si affronta una emergenza e così andò. Certo, molti potranno dire che in fondo il Persichetti ha poco da lamentarsi visto che era stato condannato e che quindi oggi trattasi nè più nè meno che di esecuzione di pena regolarmente inflitta etc. etc.
Come sempre, e vale anche per i casi di acclarata tortura ai militanti arrestati nel 1982 così ben descritti dal recente libro di Rao per Sperling&Kupfer, occorre però mettersi d’accordo su un punto. Se deve valere il criterio meramente sostanzialista per cui quando si è in guerra il fine giustifica ogni mezzo va benissimo, è una opinione più che legittima, ma allora lo si dica a chiare lettere anche agli ignari cittadini cui certe cose, chissà perchè, non vengono invece mai dette. Il codice penale, disse qualcuno, è stato scritto per i colpevoli mentre quello di procedura per gli innocenti, è questo il motivo per cui, nel caso raccontato in questo libro (e in quello di Rao), quest’ultimo fu bellamente calpestato? E quante altre volte però mi verrebbe da chiedere a questo punto ? Almeno questo non sarebbe ora di dirlo dopo più di 30 anni invece che fare calare la solita cortina di silenzio intorno al Persichetti di turno e di indignarsi, la stampa tutta, quando magari l’odioso Battisti afferma che non proprio tutto in Italia andò secondo codice ? Chi ha voglia lo legga questo libro, sempre se…lo trova ovviamente (da Feltrinelli et similia è dura però).

Link
Exil et chatiment
Esilio e castigo

Dall’esilio con furore. Cronache dalla latitanza e altre storie di esuli e ribelli

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Foto Baruda

Link
Radio radicale: intervista a Paolo Persichetti sul caso Cesare Battisti e sulla politica italiana rispetto agli anni di piombo
Intervista a : http://www.radiondadurto.org
Il Brasile non si fa intimidire: “Da Lula decisione sovrana”
Franco Corleone: “Per essere credibile sul caso Battisti l’Italia deve abolire l’ergastolo”
Mozione bipartizan in parlamento: “Ridateci Battisti”. La lega: “Rapitelo”
Perché il Brasile non ha estradato Battisti. Intervista a Radio radicale
Scalzone da un consiglio ai parlamentari che si indignano per il no alla estradizione di Battisti: “Cospargetevi l’anima di vasellina”
Battisti: la decisione finale nelle mani di Lula. Fallisce il golpe giudiziario tentato dal capo del tribunale supremo Gilmar Mendes
Battisti, “Il no di Lula è una decisione giusta”
Battisti: condiserazioni di carattere umanitario dietro il rifiuto della estradizione
“Ridacci Battisti e riprenditi i trans”, finisce così il sit-in contro Lula

Lula orientato a non estradare Battisti, il Supremo tribunale fa ostruzionismo e Berlusconi rimanda la visita ufficiale in Brasile
E’ tempo di prendere congedo dall’emergenza antiterrrorista contro i rivoluzionari del Novecento
Il faut prendre congé de l’urgence antiterroriste contre le siècle des révolutions
Trentanni dopo ancora due estradizioni. La vicenda di Sonja Suder e Christian Gauger
Battisti è il mostro, impiccatelo
Battisti, la decisione finale resta nelle mani di Lula. Fallisce il golpe giudiziario tentato dal capo del tribunale supremo, Gilmar Mendes
Tarso Genro, “inaccettabili ingerenze da parte dell’Italia”
Caso Battisti, voto fermo al 4 a 4. Prossima udienza il 18 novembre
Caso Battisti, Toffoli non vota
Caso Battisti: parla Tarso Genro, “Anni 70 in Italia, giustizia d’eccezione non fascismo”

Caro Lula, in Italia di ergastolo si muore

Le consegne straordinarie degli esuli della lotta armata
Caso Battisti fabula do ergastolo

Governo italiano so obtem-extradicoes

Ora l’Italia s’inventa l’ergastolo virtuale pur di riavere Battisti
Cesare Battisti, un capro espiatorio

Brasile, rinviata la decisione sull’estradizione di Battisti
Il Brasile respinge la richiesta d’estradizione di Battisti, l’anomalia è tutta italiana
Scontro tra Italia e Brasile per l’asilo politico concesso a Battisti

Tarso Gendro: “L’Italia è chiusa ancora negli anni di piombo”
Crisi diplomatica tra Italia e Brasile per il caso Battisti richiamato l’ambasciatore Valensise
Stralci della decisione del ministro brasiliano della giustizia Tarso Genro
Testo integrale della lettera di Lula a Napolitano
Caso Battisti: una guerra di pollaio
Dove vuole arrivare la coppia Battisti-Vargas?
Risposta a Fred Vargas
Corriere della Sera: la coppia Battisti Vargas e la guerra di pollaio

Storia della dottrina Mitterrand
Dalla dottrina Mitterrand alla dottrina Pisanu
La fine dell’asilo politico
Vendetta giudiziaria o soluzione politica?
Il caso italiano: lo stato di eccezione giudiziario
Giorgio Agamben, Europe des libertes ou Europe des polices?
Francesco Cossiga, “Eravate dei nemici politici, non dei criminali”
Francesco Cossiga, “Vous étiez des ennemis politiques pas des criminels”
Tolleranza zero, il nuovo spazio giudiziario europeo
Il Nemico inconfessabile, sovversione e lotta armata nell’Italia degli anni 70
Il nemico inconfessabile, anni 70
Un kidnapping sarkozien


La Francia rinuncia all’estradizione di Marina Petrella

La Francia ha deciso di scarcerare Marina Petrella
Scalzone, “Quando si parla di confini dell’umanita vuol dire che se ne sta escludendo una parte”
Marina Petrella ricoverata in ospedale ma sempre agli arresti
La vera impunità è la remunerazione dei pentiti
Peggiorano le condizioni di salute di Marina Petrella
Lettera da Parigi della figlia di Marina Petrella
Marina Petrella sarà estradata, addio alla dottrina MitterrandD

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«Gli anni 70? E’ ora di affidarli agli storici»

L’Intervista – Parla Marc Lazar che insieme a Marie-Anne Matard-Bonucci ha diretto, Il libro degli anni di piombo. Storia e memoria del terrorismo in italia, Rizzoli 2010


Paolo Persichetti
Liberazione 30 marzo 2011


La scuola di giornalismo della fondazione internazionale Lelio Basso ha promosso di recente un corso di approfondimento dal titolo, «Lo stragismo in Italia da piazza Fontana a via d’Amelio». Il ciclo di conferenze – hanno spiegato gli organizzatori – ha per obiettivo quello di analizzare «La violenza politica come nodo interpretativo della vicenda repubblicana». Tuttavia volgendo un rapido sguardo al programma si resta colpiti dalla singolare riduzione di significato attribuita alla nozione di “violenza politica”. Non vi è più traccia di legami con le dinamiche dell’azione collettiva e dei conflitti sociali, scompare l’analisi del contesto socio-economico, non si tengono nella dovuta considerazione le influenze di natura culturale e ideologica. Eppure, sarebbe bastato guardare alle ore di sciopero, al numero di manifestazioni e picchetti realizzati in alcuni passaggi salienti del dopoguerra italiano, rileggere giornali e riviste dell’epoca per capire il nesso profondo che lega l’emergere della violenza politica ai conflitti sociali.
Per la fondazione Basso, invece, tutto si riconduce al «fenomeno stragista sviluppatosi come “strategia della tensione” alla fine degli anni 60 e riemerso (caso unico in Europa) in tutta la sua drammaticità dopo la fine della guerra fredda ad inizio anni 90». Si ripropone, in sostanza, l’ennesima vulgata complottista e autoconsolatoria aggiornata agli attentati di mafia dei primi anni 90, al papello di Riina, alla trattativa tra Stato, nella veste del “signor Franco”, e Vito Giancimino per conto di Bernardo Provenzano, almeno stando alle ultime ricostruzioni fornite dal figlio di Giancimino, Massimo, prese sul serio dalla procura di Palermo ma non da quella di Caltanissetta. Una rappresentazione che pretende di racchiudere in un’unica trama criminale fatti lontani, diversi, opposti e conflittuali, per natura, cause, moventi e fenomenologia.
Di questa difficoltà a fare la storia degli anni 70 abbiamo parlato con Marc Lazar, professore di storia e sociologia a Sciences Po-Parigi e alla Luiss, che insieme a Marie-Anne Matard-Bonucci ha curato un interessante lavoro multidisciplinare sugli anni 70 pubblicato nel settembre scorso da Rizzoli: Il libro degli anni di piombo. Storia e memoria del terrorismo italiano (tradotto dall’edizione francese uscita presso l’editore parigino Autrement).

Nella introduzione affermate che «Gli storici studiano il terrorismo italiano da poco». Perché questo ritardo?
All’inizio ci sono state le investigazioni giornalistiche, con inchieste soprattutto interessate a cercare i legami con Kgb, Cia, insomma la cosiddetta “dietrologia”. Poi sono venute le commissioni parlamentari che hanno fatto un lavoro a volte abbastanza interessante. Ma è stato come se gli storici avessero delegato ai politici il proprio mestiere. Una supplenza pericolosa. Successivamente è arrivato il momento delle testimonianze con le autobiografie di alcuni militanti della lotta armata e di chi era sul fronte opposto. Da un po’ di tempo hanno preso la parola i figli delle vittime o degli attori: Calabresi, Tobagi, Rossa, e dall’altra parte Anna Negri. Credo che ora sia giunto il momento degli storici. Anche se non va dimenticato che già in passato ci sono stati lavori importanti che purtroppo sono rimasti confinati nel limbo dei pionieri. Oggi ho l’impressione che si stia aprendo una nuova fase. Sono colpito dalla presenza di giovani ricercatori italiani e francesi che si rivolgono a questo periodo con uno sguardo molto diverso dal nostro. Sicuramente chi ha partecipato a quegli anni proverà un grosso malessere di fronte all’impatto delle nuove ricostruzioni che forniranno questi giovani.


Perché ci sono voluti 40 anni?
Questo ritardo ha diverse spiegazioni: molte ferite sono ancora aperte, sia da parte dello Stato che di quelli che hanno fatto la scelta della lotta armata. Non dimentichiamo poi le vicende dell’estrema destra, lo stragismo. Il comportamento della giustizia ha mostrato l’esistenza di due pesi e due misure: molto più duro con la sinistra armata, meno con la destra stragista. C’è poi una grossa difficoltà ad accettare l’idea che negli anni 70 la violenza non sia rimasta limitata solo a piccoli gruppi. Al di là dei giudizi negativi che si possono dare, questa violenza politica esprimeva comunque qualcosa che era presente nella società. E’ stata uno specchio dell’Italia, una sorta di autobiografia del Paese. Questa constatazione ha suscitato reazioni molto dure, soprattutto a sinistra. Eppure La storia degli anni 70 non si può ridurre al peso, seppur importante, delle ideologie, o alla scelta strategica dell’uso della violenza da parte di alcuni gruppi. Si tratta di capire le ragioni profonde che hanno favorito quella parte di consenso raccolto dentro la società dalla minoranza armata. In fondo l’Italia è l’unico Paese europeo in cui si è verificato un periodo così lungo di conflitto violento e con dimensioni sociali tanto ampie. Per questa ragione diversi contributi presenti nel libro, come quello di Isabelle Sommier, cercano di ripensare il rapporto tra violenza sociale e politica non solo negli anni 60-70 ma anche in una prospettiva più lunga. La nostra ambizione era di fare una storia politica, sociale e culturale, mettendo assieme i vari aspetti.

Come spieghi questo perdurare delle teorie dietrologiche?
C’è una grande difficoltà a capire che una protesta sociale può avere un rapporto con la violenza e avere sbocchi politici. E’ un po’ la stessa incapacità a comprendere la natura del berlusconismo, il suo essere ormai un fenomeno sociale profondo e non il semplice risultato di una manipolazione dei media. Con questo lavoro abbiamo posto la prima pietra sulla necessità di fare storia dopo tanta dietrologia e letteratura scandalistica. Anche perché sono passati 30-40 anni e cominciano ad esserci un po’ di archivi disponibili. Non tutti sfortunatamente.

Questa presenza francese, prima con la dottrina Mitterrand ora con la scrittura della storia, non potrebbe suscitare qualche malumore?
Anche in Francia è accaduto qualcosa del genere con la storia di Vichy. Solo grazie al contributo dello storico americano Robert Paxton è stato possibile il rinnovamento completo dell’interpretazione storiografica di quel periodo. Forse un contributo straniero può essere utile quando c’è una situazione così intrecciata. La verità è che noi francesi ci siamo ritrovati dentro questa storia, siamo stati attraversati da queste vicende. Era quindi necessario tentare di andare oltre i malintesi franco-italiani. Nel volume diversi contributi spiegano come i francesi abbiano interpretato a caldo gli anni 70, sia sul piano politico che intellettuale. C’è un saggio di François Dosse su Gilles Deleuze e Felix Guattari che appoggiarono il movimento del ’77 e il convegno di Bologna contro la repressione. Abbiamo poi cercato di conoscere la visione dei giuristi francesi sullo stato di diritto in Italia e tentato di ricostruire la cosiddetta dottrina Mitterrand.

Cosa è emerso?
Mancano ancora gli archivi italiani e buona parte di quelli francesi, tuttavia possiamo dire che non si è trattato di una dottrina giuridica ma di una politica. A seconda delle fasi e dell’interlocutore che aveva davanti, Mitterrand ha assunto posizioni contraddittorie. Disse che la Francia avrebbe fornito protezione senza introdurre esclusioni tra i militanti italiani degli anni 70, se questi nel frattempo avessero abbandonato la violenza politica; in altre occasioni aggiunse che questa protezione non riguardava chi era accusato di crimini di sangue. All’inizio si sono manifestati contrasti nel governo. Alcuni avevano posizioni “più comprensive”, altri “più dure” perché temevano il possibile legame tra militanti italiani e componenti del terrorismo corso o basco. Circostanza che dimostra come la “dottrina Mitterrand” abbia preso le mosse da problemi di gestione dell’ordine pubblico interno prim’ancora che da questioni diplomatiche. La vera novità arriva tuttavia dalla scoperta del ruolo decisivo giocato dal presidente del consiglio Bettino Craxi che, come ha documentato Jean Musitelli che ha avuto a disposizione l’archivio Mitterrand, per ragioni di politica interna invitò in più occasioni Mitterand a tenersi i latitanti italiani.

Link
Steve Wright: per una storia dell’operaismo
La vera storia del processo di Torino al “nucleo-storico” delle Brigate rosse: il Pci intervenne sui giurati popolari
Doppio Stato, teorie del complotto e dietrologia
Mario Moretti, Brigate rosse une histoire italienne
Doppio Stato e dietrologia nella narrazione storiografica della sinistra italiana – Paolo Persichetti
Doppio Stato? Una teoria in cattivo stato – Vladimiro Satta
La teoria del doppio Stato e i suoi sostenitori – Pierluigi Battista
La leggenda del doppio Stato – Marco Clementi
Italie, le theme du complot dans l’historiographie contemporaine – Paolo Persichetti
I marziani a Reggio Emilia – Paolo Nori
Ci chiameremo la Brigata rossa – Vincenzo Tessandori
Spazzatura, Sol dell’avvenir, il film sulle Brigate rosse e i complotti di Giovanni Fasanella
Lotta armata e teorie del complotto
Caso Moro, l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico
Storia della dottrina Mitterrand

Sono nata in un carcere speciale agli inizi degli anni 80, adesso voglio capire/Esilio come colpa

Libri – Treni sorvegliati. Rifugiati italiani, vite sospese, Archivio Primo Moroni – Collettivo La Comune 2008

di Elisa Novelli

Caro Paolo,

da piccola volevo crescere in fretta per essere in grado di fare qualcosa nel momento del bisogno. Ho persino creduto, per un attimo, che un mio compito di francese, che metteva la data su una tua fotografia mi concedesse di intervenire per farti uscire di prigione, ma non ha funzionato… Forse ero ancora troppo piccola. Oggi non funziona per mia madre; perché avevo pensato che diventando grande avrei potuto esservi d’aiuto? Quando abbiamo abbassato la guardia? Come, nonostante i segnali che ci  coparrivavano da ogni parte, abbiamo potuto credere di poter fare figli, mettere su casa, insomma di poter vivere in fiduciosa tranquillità? Come è possibile che tu sia rinchiuso da oltre cinque anni, dopo averne trascorsi quasi quattro in precedenza, per degli avvenimenti che rimontano alla tua altra vita, quella di prima dell’esilio, e perché ci si accanisce a bollare quelli che sono degli esuli di fatto come terroristi, spiegami come si sia arrivati a vivere in un mondo che ha dimenticato il carattere inviolabile dell’asilo, che rimette in discussione la legittimità delle lotte sociali. E perché non sento dire dai nostri compagni che sono stati in carcere, che l’esilio è sempre stato considerato una punizione? Quando noi siamo partiti, dico noi perché io mi includo nella vostra storia, mi sono presa il mio posto fra i migranti, era per consegnarci alle autorità di un paese considerato quello dei diritti dell’uomo, con il desiderio, e voi tutti l’avete ben realizzato, di vivere in uno spazio libero, aldilà delle sbarre, di vederci crescere, noi, i piccoli, con i quali le barriere di ferro avevano impedito di tessere legami famigliari. Quindici, venti anni, se si aggiungono gli anni di detenzione in Italia, un lasso di tempo durante il quale l’individuo cambia, è il sacrosanto principio della seconda occasione, principio per il quale, a mio sentire, non si può stigmatizzare una persona per un atto commesso in un particolare momento della sua vita. L’essere umano non è solo questo. L’essere umano è la complessità del cambiamento. Quale legge, Paolo, autorizza il giudizio retroattivo riconosciuto dalla santa istituzione giuridica? Perché, e scusa le mie analisi da novizia, è ben di questo che si tratta: come dei dell’Olimpo, i nostri illustri politici e magistrati, spiano il lavoro di reinserimento dei brigatisti, sapendo che questo processo sarà bloccato senza appello nel momento in cui le autorità avranno bisogno di carne fresca da mandare al macello. Ma lasciamo fare… e poi negano e non assumono le responsabilità che hanno della disperazione di questi figli di Francia. Come non tenere conto, quando si giudica un uomo, dei suoi cambiamenti? Definire mia madre di 54 anni una terrorista in fuga, mentre tutti sanno che lavorava per la Francia, non è di un perfido cinismo? Un’ultima domanda, quando una guerra finisce, per quanto bassa sia stata la sua intensità, e i perdenti riconoscono la propria sconfitta, non è forse utile per sanare la frattura sociale ricorrere ad una amnistia? Che vuol dire una pena senza fine? È una cosa priva di senso, una pena è fatta per essere scontata, non per tormentare all’infinito uomini ed epoche. Sono nata in un carcere speciale agli inizi degli anni 80, non l’ho deciso io; sono nata in mezzo alle vostre idee, adesso voglio capire.

Paris, le 26 novembre 2007

L’esilio come colpa

di Paolo Persichetti

Cara Elisa,

Non è facile dare risposta alle tue domande. Quando sei nata le cronache parlarono di te. T’affacciavi al mondo da un carcere speciale e questo faceva notizia. Tempo dopo seppi che eri uscita. Poi, per fortuna, fu scarcerata anche tua madre. Quando alla fine degli anni 80 anch’io ero imprigionato, ho incrociato nei corridoi delle sale colloqui di Rebibbia un ragazzino che tutto solo si recava in visita dal padre. Mi colpì quel suo fare sicuro, da piccolo grande uomo, quel non avere alcun timore del luogo mentre i suoi coetanei s’aggrappavano alle gonne delle madri. Era Antonio Salerno, come te nato in prigione e scomparso tragicamente un paio di anni fa. Morto di un maledetto lavoro precario. Cinico sgarbo della vita dopo che i suoi genitori erano rimasti reclusi per decenni, colpevoli d’aver tentato di liberare la società dal lavoro salariato. Morto fantasma di genitori invisibili. cop2Più che in mezzo alle nostre idee sei nata sul registro di cassa che ne segnava il prezzo. Ne hai conosciuto il risvolto negativo: la repressione, la criminalizzazione, l’universo plumbeo del cemento e delle sbarre e poi la via dell’esilio. Il tuo giardino dei giochi è stato un cortile presidiato da sentinelle. Hai fatto i primi passi in un asilo di piombo. Il tintinnio delle chiavi, il risuonare continuo dei chiavistelli che aprono e chiudono cancelli, il rimbombo dei blindati e gli echi delle urla che arrivano dall’isolamento sono stati i primi rumori che ti hanno fatto scoprire il mondo. Sei cresciuta in mezzo a questo frastuono, in un posto che non lascia spazio a sogni, dove a fatica risuonano filastrocche e dove l’orco delle fiabe porta una divisa. Ma non sei fuggita, non hai rimosso, hai accettato questa esperienza con coraggio e una maturità che sorprende in una bambina. Tua madre ha cercato in tutti i modi di offrirti un futuro. Ti ha dato anche una sorella. Così ti sei aggregata alla compagnia di giro dei fuoriusciti. Piena di generosità sei voluta crescere in fretta «per essere utile nel momento del bisogno», come dici. Fin da piccola ti sei gravata dei problemi dei grandi che vedevi braccati, ed ora che anche tu sei adulta misuri tutta l’impotenza e scopri l’illusione verso una vita che credevi dovesse risparmiarti la prigione conosciuta nell’infanzia. Ora che si stanno riprendendo tua madre per gettarla ancora una volta, dopo 30 anni, nel pozzo senza fondo del fine pena mai, dove già tuo padre e tuo zio sono passati, ci chiedi conto, ci tiri per le vesti in attesa di un perché. Hai ragione a voler capire. Questo ti fa onore. Non hai paura di guardare in faccia la realtà, ma le parole che chiedi non sono leggere. Ne sento per intero il peso e la responsabilità. Perdonaci Elisa, se a te e ad altri non siamo riusciti a garantire un futuro diverso. Senza possibilità di scelta la tua vita è rimasta incagliata all’unico passato giudiziario e penale che non passa, momento imprescrittibile di una storia d’Italia che ha volentieri sotterrato e tuttora ingoia nell’oblio eccidi, massacri, ruberie. L’Italia ha dato forma ad un singolare paradosso: non ha conservato la memoria di quegli anni ma è stata incapace d’oblio. Alla memoria storica svuotata dei fatti sociali ha sostituito la memoria giudiziaria; all’oblio penale ha sovrapposto l’oblio dei fatti sociali. Per questo quel decennio di speranze e di lotte è divenuto l’icona del male contemporaneo, un simbolo negativo che cristallizza odii e risentimenti, sofferenze e malintesi.
La dottrina Mitterand era figlia di uno sguardo diverso portato sulle vicende italiane degli anni 70. Sospinti dalla logica dell’alternanza i moderatissimi socialisti d’Oltralpe coglievano quel che nella penisola non si voleva vedere: un lacerante conflitto sociale, una latente condizione di guerra civile. Nel tentativo di trovare forme d’uscita dalla spirale del confronto violento, le autorità francesi decisero di accogliere i militanti italiani riparati a Parigi. Allora gli strumenti giuridici consentivano all’autorità politica margini di decisione ancora ampi. Questa scelta d’asilo territoriale ha resistito incredibilmente per almeno due decenni, nonostante l’aggressione dei tempi, lo slittamento dei rapporti di forza, l’inarrestabile processo d’integrazione comunitaria (di cui paradossalmente i fuoriusciti sono stati un avamposto) e la creazione dello spazio giudiziario europeo. Ma alla fine la zattera dei rifugiati, riparo precario d’esistenze sospese, è rimasta senza approdo davanti al porto della sua Itaca immaginaria.
Nel dopoguerra bastarono appena cinque anni per vedere liberi gli autori di efferati crimini d’dio, quelli sì responsabili di massacri di massa, come il maresciallo Graziani. Oggi, invece, dopo oltre venti anni di rivoluzione conservatrice e di neoliberismo dilagante, arretramenti, sconfitte e il radicale sconvolgimento del sistema produttivo, si è dissolto il peso politico del movimento operaio di cui siamo figli, indebolendo il suo patrimonio storico d’idee, valori e culture della solidarietà e della fratellanza. L’idea d’asilo, come gli strumenti di correzione delle vendette giudiziarie contro gli oppressi che hanno osato ribellarsi, hanno perso sempre più legittimità di fronte all’etica del risentimento fomentata dal vittimismo del potere. L’ideologia penale ha sostituito i percorsi di liberazione umana e sociale. Poi c’è stato il 2001, le torri gemelle e lo stato di eccezione planetario. Un vento revanchista e reazionario ha reso senso comune persino ciò che un tempo sarebbe passato come un residuo dell’immondezzaio ideologico dei fascismi. Di fronte a ciò, le parole degli Stati sono divenute come le foglie morte che si lasciano trascinare dalla direzione del vento. Non più parole date ma parole vuote.
Un florilegio di dichiarazioni ha accompagnato l’arresto di tua madre, niente affatto fortuito come si è maldestramente tentato di far credere. Si è parlato della cattura di una pericolosa latitante… che lavorava da anni per i servizi sociali del comune di Argenteuil. Questo bisogno di camuffare ogni volta gli arresti dei rifugiati, questa paura della trasparenza è rivelatrice dei sepolcri imbiancati che attorniano gli interessi inconfessabili di queste operazioni. Che motivo c’era d’inventare tutte queste fandonie se, come hanno sostenuto alcuni senza temer vergogna, si è trattato soltanto di far valere il principio della certezza della pena, di quelle che almeno non sono andate prescritte nel frattempo? Evidentemente si percepisce un deficit di legittimità a distanza di tanti decenni. Per questo si aggiornano le richieste d’estradizione ricorrendo ad ogni tipo d’espediente: congelando la personalità dei militanti di un tempo, avvalorando l’idea che l’essere non sia più un divenire ma un semplice essere stato, cristallizzato e fossilizzato.
Che senso ha tutto questo? Infatti non ha senso, è solo basso commercio tra intellingences, scambio di favori tra tecnostrutture securitarie, accordo di famiglia tra magistrati dei pool antiterrorismo che devono perpetuarsi ed a cui la politica ha ormai delegato sovranità e strategie. In questo caso più che punire un passato di cui si ha ormai una vaga e confusa memoria, si vuole sanzionare l’esperienza dei fuoriusciti, il loro presente: l’anticipazione del possibile che hanno rappresentato, ciò che avrebbe potuto essere il futuro italiano se fosse stata varata un’amnistia per gli anni 70. Una smentita cocente per gli imprenditori dell’Emergenza, un esempio da cancellare ricorrendo ad una sorta d’aggiornamento della sanzione. Ciò che discende da scelte sovrane dello Stato francese è di fatto equiparato a una condotta criminale del singolo rifugiato, che una volta estradato si vede rimproverare la dimensione intellettuale e culturale, le relazioni sociali, familiari e lavorative costruite nel frattempo. L’esilio come colpa, dunque. Si tratta della palese ammissione che ad essere perseguita è sempre meno la condotta politica attribuita in passato ma l’identità stessa delle persone oggetto di queste sanzioni. Altrove, nel ceto politico di Destra come di Sinistra, c’è invece chi trova conveniente fare dei rifugiati l’ultimo resto del secolo breve su cui gettare l’anatema per meglio sbiancare le proprie carriere istituzionali da un passato imbarazzante.
È questo il sigillo che le democrazie attuali pongono sulla reiventata figura del nemico politico interno eletto a pericolo permanente e immutabile.
Cara Elisa, ora tua madre ha un grande bisogno di te. Stalle vicino.

Roma, 26 gennaio 2008

Caso Battisti: risposta a Fred Vargas

Il Corriere della sera di oggi 31 dicembre 2010 in un articolo di Giovani Bianconi, che prende avvio in prima pagina e poi gira in terza, cita alcuni passaggi di questo testo scritto nell’ottobre 2004, ripreso e sviluppato in uno dei capitoli (le pagine finali del capitolo otto) del libro Esilio e Castigo. Retroscena di una estradizione, La città del sole edizioni. Per completezza d’informazione lo riproponiamo
integralmente in apertura del blog

A scanso d’equivoci
Paolo Persichetti
Carcere di Mammagialla, Viterbo ottobre 2004

Alcune precisazioni sui presupposti politici che hanno contraddistinto le linee difensive condotte dai fuoriusciti italiani davanti alle Chambres d’accusations nel corso degli ultimi vent’anni

Con un lungo articolo apparso su Le Monde del 15 novembre 2004, l’archeologa e scrittrice di romanzi gialli di successo, Fred Vergas, ha esposto tutti i dubbi e le inconsistenze probatorie che hanno caratterizzato le sentenze di condanna da parte della giustizia d’emergenza italiana nei confronti di Cesare Battisti. Verdetti largamente fondati sulle tardive dichiarazioni del superpentito Pietro Mutti (realizzate quando Battisti era già evaso e in fuga in Messico). È a tutti apparso evidente che un così dettagliato ed efficace intervento sarebbe stato molto opportuno nella scorsa primavera, quando di fronte alla Chambre veniva giocata la partita decisiva. Allora nessuno impedì a Battisti di scendere nel merito dei fatti che gli venivano imputati per difendersi anche tecnicamente dalle accuse più gravi. La scelta di non comunicare con la stampa italiana e di farlo in modo alquanto inappropriato con quella francese, è unicamente farina del suo sacco. Al «diritto di… spiegarsi», come affermato nella sua ultima intervista rilasciata alle Iene su Italia uno, ha abbondantemente rinunciato lui stesso in un momento in cui era rincorso da tutti i media, contribuendo non poco alla propria demonizzazione. Una discutibile ma in ogni caso legittima e libera scelta. Proprio per questo sorprende l’attuale atteggiamento del suo entourage ed in modo particolare la parte finale dell’arringa di madame Vergas del 15 novembre, nella quale si lascia intendere che la difesa di merito non sarebbe stata intrapresa prima perché avrebbe potuto «nuocere alla protezione collettiva accordata senza distinzione degli atti commessi», alla «piccola comunità dei rifugiati italiani, protetta da oltre vent’anni dalla parola della Francia», oltre alle ulteriori dichiarazioni riportate su Le Monde del 23 novembre 2004. Piuttosto che adoperarsi per riparare la situazione, sembra che alcuni dei maggiori sostenitori di Battisti cerchino un capro espiatorio su cui scaricare l’errore di linea difensiva. Viene così attribuita alla comunità dei fuoriusciti una oggettiva funzione di condizionamento, un ruolo quasi censorio, che avrebbe vincolato la strategia difensiva al rispetto di una fantomatica «responsabilità collettiva», all’obbligo della difesa politica di principio previa scomunica. persichetti017a0dinu

Quanto è stato più volte riportato da autorevoli quotidiani, che hanno fatto anche menzione di supposti «malumori» di fronte al «nuovo corso» della difesa Battisti, notizie successivamente riprese dalla stessa stampa italiana, impone un necessario chiarimento pubblico riguardo alla politica difensiva adottata nel corso di oltre venti anni dai fuoriusciti di fronte alle chambres d’accusations, al fine di sgombrare il campo da malintesi, equivoci, inesattezze e caricature grottesche.

1. Già nella scorsa primavera, alcuni scrittori sia pur nelle loro generose intenzioni hanno dato vita ad una disastrosa campagna stampa infarcita d’errori, pressapochismi storico-politici e argomenti dilettanteschi sugli anni Settanta e sull’Italia recente, compromettendo notevolmente gli esiti della vicenda Battisti e più in generale fragilizzando lo stesso sostegno di cui hanno sempre usufruito i fuoriusciti italiani. Molti di questi interventi hanno infatti offerto pretesti insperati ai sostenitori delle ragioni dello Stato e della magistratura italiana che, per la prima volta da venti anni a questa parte, sono riusciti a guadagnare terreno benché avessero dalla loro solo argomenti mistificatori della realtà storica e delle vicissitudini giudiziarie di quegli anni. Un contesto sfuggito di mano alla tradizionale linea politica tenuta dai fuoriusciti e improntata ad una rigorosa critica della giustizia d’emergenza ed ai suoi metodi che hanno stravolto il processo penale, capovolto l’onere della prova, eretto la parola remunerata dei pentiti a fondamento delle accuse.

2. Per oltre venti anni, i fuoriusciti hanno sempre rivendicato il principio del rispetto della dottrina Mitterand «per tutti e per ciascuno», senza esclusioni o differenziazioni legate al tipo di reato o d’appartenenza organizzativa contestata. In questo modo si è inteso difendere l’unico criterio oggettivo eguale per tutti. Un minimo comun denominatore politico capace di tradurre su un terreno giuridico la comune appartenenza ad una medesima vicenda storica, al di là delle singole passate differenze di militanza, di cultura politica e d’ideologia. Una posizione che nulla ha a che vedere con formule confuse sul piano politico e assolutamente inconsistenti su quello giuridico, come la cosiddetta «responsabilità collettiva». Principio che per altro Battisti stesso è sempre stato il primo a non rispettare. Innumerevoli sono state, infatti, le occasioni nelle quali egli ha espresso giudizi denigratori – come ribadito anche nella sua ultima intervista dell’estate scorsa – nei confronti di formazioni politiche armate degli anni Settanta diverse dal suo vecchio gruppo d’appartenenza.

3. La nozione di «responsabilità collettiva» può avere pertinenza all’interno di una riflessione etico-politica che investa la ricostruzione storica generale dei movimenti sociali e dei gruppi rivoluzionari che hanno agito negli anni Settanta e Ottanta, oppure per definire la natura etica del legame associativo che ha operato all’interno di ogni singola formazione. Difficilmente una tale nozione può avere valore operativo sul terreno dello scontro giudiziario. La posta in gioco del processo penale è dimostrare la responsabilità personale. Responsabilità di cui la giustizia d’emergenza italiana è addirittura arrivata a fornire interpretazioni largamente estensive, attraverso forme ellittiche di complicità come il concorso morale o psicologico. Appare chiaro, allora, come di fronte ad un’esigenza d’efficacia sia vitale saper tradurre sul piano strettamente giuridico, lì dove se ne presenti la necessità o la possibilità, anche una difesa del corpo singolo, in carne ed ossa, della persona indicata con nome e cognome nella domanda d’estradizione, altrimenti la confusione tra campi che seppur legati restano distinti da codici propri, come la battaglia storico-politica e quella tecnico-giuridica, conduce ad inevitabili catastrofi difensive.

4. Nelle oltre ottanta procedure di estradizione affrontate di fronte alla Chambres, i fuoriusciti ed i loro legali non hanno mai rinunciato, quando se ne presentavano le condizioni, ad introdurre anche la difesa di merito, ritenuta un valore aggiunto nelle argomentazioni difensive. Numerosi – ed anche clamorosi in taluni casi – sono stati gli episodi in tal senso. A nessuno sfugge, infatti, l’enorme valenza politica generale e le numerose ricadute positive sul piano collettivo che possono suscitare la possibilità di smascherare i pentiti, svelare i metodi della giustizia d’emergenza, smontare i teoremi dell’accusa, fornendo l’immagine cruda e reale della giustizia italiana. Indurre a credere, come purtroppo è stato scritto recentemente, che tutto ciò sarebbe stato interpretato dalla comunità dei fuoriusciti come una maniera di «liquidare a poco prezzo il proprio passato» è un atteggiamento irresponsabile, che ha come unico effetto quello di minare l’unità di un gruppo sottoposto ad un durissimo attacco, creando artificiali malintesi e ingiustificate tensioni, oltre a designare i fuoriusciti di fronte all’opinione pubblica come una combriccola di cinici inquisitori.

5. Inoltre, va ricordato che la procedura d’estradizione non è un’anticipazione o un ulteriore grado del processo, legittimato a valutare il merito delle prove a carico o a discarico della persona richiesta dall’autorità statale straniera. Le Chambres d’accusations sono abilitate unicamente a pronunciarsi sulla ricevibilità giuridica delle richieste, analizzandole sotto il profilo della conformità con le norme internazionali e nazionali: convenzione sui diritti umani, convenzione sulle estradizioni, diritto penale e di procedura interno. Per questa ragione le difese hanno sempre dovuto agire dispiegando una strategia fatta di stadi successivi: in primis rispetto dei diritti umani; ostatività dell’estradizione di fronte ad infrazioni di natura politica; assenza di contrasto con i principi di specialità e doppia incriminazione; assenza di contumacia; prescrizione dell’infrazione ecc. In secondo luogo, e sempre se la corte lo consente, la difesa solleva in aula, altrimenti fuori dall’aula, le questioni di merito, come la non colpevolezza. In ultima istanza subentrava la tutela politica prevista dalla dottrina Mitterand.

6. È fuori discussione che la soluzione generale e definitiva al problema dei prigionieri e dei rifugiati possa venire solo dal varo di un’amnistia. Misura che lo Stato italiano ha sempre rifiutato poiché ha trovato nei fuoriusciti un serbatoio di comodi capri espiatori e responsabili di sostituzione. È altrettanto evidente che sollevare di fronte alle Chambres questo argomento ha ben poca efficacia e pertinenza.

7. Benché l’uso del termine «innocenza» risulti improprio per definire la tradizionale difesa tecnica volta a contestare gli addebiti specifici, è evidente che il ricorso ad una tale terminologia da parte dell’attuale difesa di Battisti è più che altro dovuto ad una concessione all’enfasi retorica ed alla semplificazione mediatica. Espedienti che sicuramente non riescono a compensare le innumerevoli falsità e mistificazioni diffuse nei mesi scorsi dai media fautori della sua estradizione. Ciò che invece desta seri dubbi è il tono scelto per giustificare pubblicamente la decisione di passare alla difesa di merito. Quasi che con questa scelta si volesse marcare una differenza individuale con le tradizionali condotte difensive dei fuoriusciti. Un atteggiamento, tanto più sorprendente quanto, in realtà, questa discontinuità non è con la comunità ma con le precedenti convinzioni di Battisti stesso. Stupisce dunque il bisogno di sottolineare una distanza col resto della comunità, come se la diversità fosse d’improvviso divenuta un valore aggiunto. Le cronache degli ultimi anni ci hanno lungamente documentato sulla sorte avuta da strategie difensive costruite sulla enucleazione esasperata del caso individuale rispetto a quello che è stato il sistema dell’emergenza, la catena di montaggio dell’eccezione che ha investito tutti i rifugiati e i prigionieri.

In conclusione, è auspicabile che tutti coloro che hanno una parte in questa vicenda mantengano un atteggiamento più attento e responsabile, improntato all’onesta intellettuale ed al rispetto di chi da decenni si batte contro le estradizioni. Occorre prestare maggiore cura alle affermazioni che vengono immesse nello spazio pubblico, con particolare riguardo all’interesse generale, al destino comune che lega tutti i fuoriusciti.