Quando la storia finisce all’asta. Non è il comunicato originale del sequestro Moro quello messo in vendita in questi giorni

Paolo Persichetti

Il volantino di rivendicazione del sequestro Moro messo all’incanto con base d’asta 600 euro e offerte che al momento sono già arrivate a quota 5 mila (11 mila ultimo aggiornamento), non è uno dei nove comunicati originali stampati con la famosa Ibm a testina rotante in light italic fatti ritrovare a Roma il 18 marzo 1978 dalle Brigate rosse.
Come è noto, Bruno Seghetti, Adriana Faranda e Valerio Morucci, che si occuparono della diffusione dei primi comunicati e delle lettere scritte dal prigioniero, il giorno dopo il rapimento lasciarono in un plico nascosto dietro una macchinetta per le fototessere collocata nel sottopassaggio di piazza Argentina (oggi non più esistente) le prime 5 copie originali della rivendicazione del sequestro e la foto polaroid di Moro. Tuttavia il giornalista del Messaggero che era stato contattato per il recupero non riuscì a trovalro. Per questa ragione il primo comunicato brigatista arrivò con 48 ore di ritardo. Ricontattato nuovamente con istruzioni più dettagliate lo stesso cronista prese finalmente il plico il sabato successivo, 18 marzo. A quel punto i brigatisti diffusero altri 4 originali in piazzale Tiburtino non lontano dalla redazione di radio Onda Rossa situata in via dei Volsci e che venne allertata con una telefonata, in via Parigi sotto la sede del quotidiano Vita sera che aveva l’abitudine di pubblicare il testo integrale dei comunicati, in via Teulada dove si trovava la sede della Rai e in via Ripetta, nei pressi della sede dell’agenzia d’informanzione Adnkronos. A partire dal lunedì 20 marzo la colonna romana si mobilitò per una diffusione più larga del comunicato nel frattempo ritrascritto con un’altra macchina e ciclostilato: 96 copie vennero rinvenute in via Casilina. Il 21 marzo fu la volta delle periferie e delle scuole: 66 copie furono ritrovate nella zona di villa Gordiani (via Albona, via Pisino, via Rovigno d’Istria), 15 in via s. Igino Papa a Primavalle, 7 davanti al liceo Lucrezio Caro, 1 all’Armellini (dove evidentemente erano andate a ruba), 9 ancora a Primavalle, in via Boromeo davanti l’istituto professionale commerciale, e poi ancora centinaia di copie furono diffuse nei giorni e settimane a venire per tutta la città come si può leggere nel rapporto redatto dalla questura il 29 aprile 1978, quando la diffusione del primo comunicato lasciò il posto agli altri.

Netta è la differenza tra il testo originale scritto da Mario Moretti nella cucina di via Moltalcini, poco dopo l’arrivo con l’ostaggio nascosto in una cassa e il suo trasferimento nello stanzino prigione ricavato da una intercapedine costruita su una parete dell’appartamento. Intanto il carattere del testo in light italic, il passo differente, il numero delle righe, 81 nell’originale, anziché le 80 del testo ciclostilato diffuso nei giorni successivi dalla colonna romana e di cui una copia è ora all’asta. Altri dettagli mostrano la notevole differenza presente tra le due versioni, la presenza di una “I” maiuscola al posto del numero 1 per indicare la data del 16 marzo, mentre nell’originale in light italic, il numero è scritto correttamente.

Di seguito una copia della rivendicazione originale diffusa il 18 marzo 1978, Acs, Migs busta 2

La copia messa all’asta

Copia identica a quella messa in vendita presente in Acs, Migs busta 1

Quanto basta anche per trarre alcune considerazioni:

Non è la prima volta che della case d’asta mettono all’incanto dei volantini o materiale scritto dalle Brigate rosse. Già nel 2012 la Bolaffi ricavò 17 mila euro per 17 volantini acquistati da Marcello Dell’Utri per la sua biblioteca privata di via Senato a Milano. Si trattava di volantini noti, presenti in molteplici copie nella certe processuali e negli archivi di Stato. In Acs presso il fondo Russomanno si trova una intera collezione della pubblicistica brigatista che arriva fino al 1981. Molto più interessante era l’origine di quel piccolo archivio, i volantini infatti presentavano dei fori da catalogatore che lasciavano pensare ad una raccolta messa su da qualche apparato di monitoraggio dell’attività brigatista, forse di origine sindacale e di qualche forza politica che una volta dismessa la propria attività se ne era liberata.

La copia messa in vendita dalla Bertolani Fine Art non ha grande rilevanza storica, esistono negli archivi centinaia di copie del medesimo volantino. Si tratta di una classica operazione commerciale di materiali e oggetti divenuti cimeli del passato. Fortemente segnata da ipocrisia appare invece la polemica sollevata da questa vendita, non risulta che suscitino analogo scandalo i cimeli fascisti, i busti di Mussolini, la pubblicistica del ventennio in vendita nei mercati dell’antiquariato. Siamo nella società della merce, perché dovrebbe stupire se oggetti che datano quasi cinquant’anni si trasformano in materiale d’antiquariato per cultori e feticisti? Sorprende invece l’insipienza storica di quegli specialisti che hanno chiesto l’intervento del ministero della Cultura per l’acquisizione di copie di volantini che esistono già in grande quantità negli archivi statali.

L’unico aspetto interessante che – a nostro avviso – mette in luce questa vicenda è l’attualità che ancora riveste la storia degli anni 70, quella delle Brigate rosse e del sequestro Moro in particolare. Un’attenzione ancora tormentata: sembra che il mezzo secolo che ci separa da quelle vicende non sia mai trascorso. Siamo in presenza di una presentificazione permanente che annulla ogni tentativo di prospettiva storica. Emerge sistematicamente da parte delle istituzioni una postura di disapprovazione etica, la tabuizzazione di un’epoca condannata all’anatema perenne. Un tentativo di esorcismo che non riesce a cancellare l’interesse, la curiosità, la voglia di conoscere che non trovando però una corretta sintassi storiografica, sfocia nel feticismo.

9 pensieri su “Quando la storia finisce all’asta. Non è il comunicato originale del sequestro Moro quello messo in vendita in questi giorni

  1. Gentilissimo Persichetti, le ho già ribadito la mia solidarietà sulla vicenda che da ultimo la affligge, solidarietà che qui confermo.
    Detto questo, mi duole evidenziare che nella fattispecie – messa all’asta del documento in questione, “originale” o copia che sia- mi pare lei finisca per utilizzare questa tutto sommato irrilevante querelle per ribadire assertivamente alcuni punti fermi (si fa per dire) del sequestro, come quello secondo cui Moretti “nella cucina di via Montalcini” (non so perchè richiama odore di broccolli lessi) , “poco dopo l’arrivo dell’ostaggio” avrebbe battuto “l’originale” dattiloscritto del comunicato n. 1 (finito dove?).
    Tralascio le modalità di consegna, sulle quali ho personalmente scritto un breve articolo sul blog http://www.sedicidimarzo.org, ma le chiedo : in base a quali corroboranti argomenti oggi si può ancora dire che il comunicato fu battuto “poco dopo l’arrivo dell’ostaggio” da Moretti, niente meno che nella cucina di Via Montalcini? Inoltre, “poco dopo il sequestro”, perchè, visto che la prima parte riferiva ancora de “l’accordo a sei”, saltato alcuni giorni prima del 16 marzo per la fuoriuscita dei liberali, cosa ben nota al 16 marzo?
    Concordo infine con lei sul fatto che la semplice messa all’asta di una copia/originale che sia (non mi sconvolge affatto la cosa) del comunicato n. 1 Br abbia manifestato, date le adesioni e i rilanci in poco tempo, la costante passione di parte dell’opinione pubblica per la vicenda.
    Cosa che personalmente mi incoraggia e mi incoraggerà a continuare le mie personali (e collettive) analisi sul sequestro e l’omicidio di Aldo Moro.
    Augurandole sinceramente la miglior sorte delle sue recenti vicissitudini,
    le invio distinti saluti.
    Andrea Guidi

  2. Gentile Andrea Guidi,
    La ringrazio per la solidarietà che mi ha espresso non solo in questa occasione ma già in passato e le sono grato anche per l’interesse che dimostra per quel che scrivo.
    Per quanto attiene le modalità di redazione del primo comunicato brigatista ribadisco la ricostruzione da me fatta, per altro non solo in questa circostanza.
    Lei mi chiede quali siano gli argomenti a sostegno:

    1) innanzitutto la invito a studiare meglio il modus operandi delle Brigate rosse. Le tecniche cospirative messe in atto e affinate col tempo e l’esperienza anche a causa dei colpi subiti dall’azione di contrasto delle forze di polizia. Dopo l’irruzione il 2 maggio 1972 nelle basi di via Boiardo e via Delfico a Milano la polizia ritrovò la bozza preparatoria di rivendicazione del sequestro dell’esponente della destra Dc Massimo De Carolis. Oltre allo smantellamento delle basi, la presenza di quella bozza di comunicato vanificò l’azione già progettata in ogni dettaglio e arrivata in fase operativa. Da quella esperienza le Br appresero che non era prudente lasciare nelle basi traccia di progetti operativi giunti in fase esecutiva e decisero che da quel momento in poi i comunicati sarebbero stati scritti ad azione conclusa. Un precauzione fondamentale. Questo per dirle perché il testo del primo comunicato non poteva essere stato preparato prima.

    2) Oltre ad averlo riferito nel libro con Rossanda, Moretti mi ha confermato personalmente di aver scritto il comunicato nella cucina di via Montalcini, dove si era chiuso per trovare la concentrazione necessaria. Mi ha raccontato lo stato d’animo, la difficoltà di trovare la lucidità con l’adrenalina ancora addosso, lo stress per tutto quanto avvenuto in precedenza. Le Br non avevano un ufficio stampa o degli addetti alla comunicazione, situazione che porta Moretti a riconoscere anche che non si trattò di uno testo di grande portata letteraria, ma semplice, diretto, il più chiaro e comprensibile possibile, nonostante quanto venne poi scritto nelle perizie svolte dalle autorità nei giorni successivi e che ipotizzavano la mano di un autore di altissimo spessore culturale, un grande intellettuale.

    3) Per quanto riguarda l’imprecisione “sull’accordo a sei”, saltato in realtà l’8 marzo e di cui i giornali avranno parlato già il 9, si tratta di un dettaglio che non modifica la sostanza del testo, né la sua databilità (considerata la sostanziale irrilevanza politica del Pli che si sfilò all’ultimo momento senza scalfire l’intesa messa a rischio da altri fattori, come la scomparsa dei ministri tecnici di area Pci), e che si può spiegare con la poca attenzione che Moretti e gli altri riversarono nella lettura attenta dei quotidiani in quelle ultime giornate intense in cui si mettevano a punto gli ultimi preparativi dell’azione.

    4) L’originale del testo è stato con molta probabilità distrutto per ragioni di sicurezza, visto che sarebbe stato inevitabilmente sottoposto a perizia lasciando emergere la presenza di possibili impronte. Oltretutto il possesso dell’originale avrebbe comprovato un legame diretto col sequestro. Ciò spiega il perché della riproduzione in fotocopia dell’originale e della distribuzione di queste. Sul punto esiste la testimonianza di Morucci che dopo aver ricevuto nel pomeriggio del 17 dalle mani di Moretti il testo battuto fece diverse fotocopie di questo.

    5) Sulle modalità del ritrovamento la mia fonte, già indicata nel volume sulla storia delle Br dalle fabbriche alla campagna di primavera, presente sul posto sia il 17 che il 18, mi ha riferito che la busta con le copie del comunicato e la foto polaroid era nell’intercapedine. Sulle incongruenze rispetto agli altri testi che parlano del tettino (posto che alla fine non si comprende con esattezza quale sia la loro versione finale un po’ balbuziente per la brutta figura fatta il giorno precedente), non so che dirle. E’ plausibile pensare che ci possano essere anche degli errori di memoria a distanza di 40 ani dai fatti. E’ vero che i brigatisti furono i primi a pensare che la polizia avesse bruciato sul tempo i giornalisti del messaggero, ma il fatto che il giorno successivo i cronisti trovarono finalmente il plico dove era stato lasciato il 17 dimostra che non era stato prelevato da nessuno.

    6) Sulle ragioni che non portarono le forze di polizia a prelevare il plico nonostante il centralino del messaggero fosse intercettato, in attesa di trovare in futuro nuova documentazione, se mai esiste, per ora si possono fare due ipotesi, senza dimenticare il caos organizzativo dell’epoca: che l’intercettazione non fosse in presa diretta ma su nastro ascoltato solo successivamente: che si sia trattato di una scelta di politica investigativa dovuta al timore di non recare danno all’ostaggio.

    Con la speranza di esserle stato utile, buona giornata.

    • Ps: I fatti sono andati come le ho scritto ma anche volendo amettere, per ipotesi di scuola, che Moretti avesse con sé una bozza concordata nelle settimane precedenti con l’Esecutivo da cui ha poi tratto il comunicato numero 1, cosa cambierebbe dal punto di vista storico e politico? Assolutamente nulla. Ovviamente non mi sfugge il fatto che l’origine di questa querelle è un’altra ed è relativa al tentativo continuo di alcuni settori di voler dimostrare che i brigatisti mentono per mestiere, che sono prefessionalmente reticenti e che il volantino non sarebbe farina del loro sacco…. Ipotesi di scuola ovviamente!

      • la ringrazio per l’attenzione, Mi riservo ovviamente ogni ulteriore possibile sviluppo di ricerca in merito.
        Gradisca ancora una volta il mio sincero auspicio di una risoluzione giusta, l’unica possibile, della sua vicenda in corso, che umanamente trovo particolarmente odiosa per quanto riguarda la documentazione inerente suo figlio.

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