Cascina Spiotta, cinquantuno anni dopo le arringhe delle difese smontano il teorema dell’accusa e denunciano la mancata verità sulla morte di Margherita Cagol

Improcedibilità per Lauro Azzolini, è stata la richiesta fatta dall’avvocato Steccanella. Riprendendo una delle eccezioni presentate ad avvio di processo, nel febbraio 2025, e rimasta in sospeso, il legale ha contestato l’annullamento richiesto dalla Dda della sentenza di proscioglimento pronunciata, senza averne mai avuto cognizione, dal gip di Torino nel maggio del 2023. Una decisione cieca perché la sentenza-ordinanza del 3 novembre 1987, che scagionava Azzolini per i medesimi fatti che ora l’hanno visto giudicato davanti la corte d’assise di Alessandria, non è mai stata letta dal Gip a seguito della sua scomparsa: andata distrutta a causa di un alluvione che investì nel 1994 la città di Alessandria e gli archivi del tribunale.
Replicando a uno dei pm che durante la requisitoria del 19 giugno scorso aveva definito il procedimento «un normale processo per omicidio», si è impegnato in una lunga disamina storica che ha restituito il contesto complesso e tumultuoso dei primi anni 70, sottolineando la politicità dell’intera vicenda come il fatto che nulla di normale ci può essere in un processo aperto a 50 anni di distanza dai fatti, con un imputato sottoposto a intercettazioni, tramite trojan e ambientali, per ben 17 mesi, di cui tre dichiarati illegali dalla stessa corte, gli altri realizzati col beneficio di artifici procedurali (indagine contro ignoti) e altri tentativi di forzare la procedura, fino a mettere in discussione l’attività dello stesso avvocato difensore. Il carattere indiziario dell’indagine, l’assoluta carenza di prove ha generato accerchiamento tecnologico dell’indagato-non indagato e del suo giro di conoscenze e amicizie, fino a teorizzazioni grottesche sulla esistenza di una rete residuale di rapporti ancora in attività, una sorta di “banda armata pensionistica”.
L’avvocato ha ricordato come soltanto la decisione di Azzolini, di venire in aula e raccontare di essere la persona che riuscì a fuggire quel 5 giugno del 1975, ha messo un punto fermo sulla vicenda. In subordine Steccanella ha chiesto la prescrizione del reato, infine come ultima ipotesi l’applicazione della continuazione con le pene edittali precedentemente comminate e già scontate dall’imputato.

Gli interventi dell’avvocato Steccanella e Burani

L’intervento dell’avvocato Francesco Romeo

Assoluzione per non aver commesso il fatto è stata invece la richiesta avanzata in favore di Renato Curcio e Mario Moretti dai rispettivi avvocati, Vainer Burani e Francesco Romeo.
L’avvocato Romeo ha sottolineato come il pm sia venuto meno, nel corso del processo, alla sua funzione di ricerca della verità in tutte le direzioni. La sparatoria della Spiotta – ha proseguito – «ha provocato due morti in una medesima unità di tempo e spazio: una evidenza che avrebbe dovuto impedire di trattare i due episodi in modo separato». La procura ha invece indagato in modo selettivo, trascurando l’uccisione della Cagol e replicando – a chi contestava questo fatto – che avrebbe dovuto presentare una formale richiesta all’ufficio perché questo potesse aprire una nuova indagine. «Il reato di omicidio prevede la procedibilità d’ufficio, non vi è alcun bisogno di una richiesta di parte – ha rimarcato Romeo: «Se bisogna cercare la verità, bisogna cercarla tutta». 
Il legale di Moretti è tornato – come aveva già fatto Steccanella – anche sul mancato accertamento dell’identità del brigatista fuggito, episodio che ha innescato su iniziativa della famiglia D’Alfonso – questo tardivo processo. Circostanza – ha spiegato – dovuta alla necessità di sottacere, non approfondire oltre le circostanze della morte di Margherita Cagol, l’indicibile dell’intera vicenda, il grande rimosso che spiega le reticenze dell’arma dei carabinieri passate e presenti, viste in aula dove ufficiali e sottufficiali si sono contraddetti a vicenda.
«In questo processo manca qualcuno» – ha ricordato ancora Romeo: «l’arma dei carabinieri non si costituita parte civile, non l’ha fatto il ministero della difesa e nemmeno la presidenza del consiglio». E’ il primo processo per questo tipo di reati in cui non c’è costituzione di parte civile da parte dello Stato e delle sue istituzioni. La ragione è solo una: si è voluto evitare di riaprire la pagina della morte di Mara Cagol.
L’avvocato è poi tornato sul funzionamento del processo, perché procura e parti civili possono dire quello che vogliono, sollevare ricostruzioni suggestive su cupole varie, ruoli apicali di comando, ma poi la procedura penale ha le sue regole e «un capo d’imputazione è costituito da condotte personali da provare, tutte da dimostrare con certezza processuale». Questo non è avvenuto.
Secondo la pubblica accusa Moretti e Curcio avrebbero deciso e ordinato un sequestro di persona a scopo di estorsione per finanziare le Brigate rosse.
Alcune testimonianze ci dicono – ha sostenuto Romeo – che ciò è avvenuto insieme ad altri. Decisioni del genere, che investivano un mutamento significativo della strategia del gruppo, non potevano che essere prese da una istanza collettiva, in quella fase di ristrutturazione era una struttura collegiale che riuniva le forze regolari disponibili, quel «consiglio rivoluzionario» indicato nel documento dell’estate 1974, Alcune questioni per una discussione sulla organizzazione, da cui sarebbe sorta poi, nel novembre 1975 la prima Direzione strategica. Ma questa contributo alla decisione comporta solo una responsabilità nel sequestro di persona, non in altro. Reato per altro ormai prescritto.
La procura – ha ribadito con forza l’avvocato – ha giocato continuamente sullo scivolamento della responsabilità giuridica tra decisione del sequestro e sparatoria, sovrapponendo i due piani per colmare l’assenza di prove sul secondo reato.
Sempre secondo i pm, Moretti (e Curcio) avrebbero individuato nel facoltoso industriale vinicolo Vallarino Gancia la persona da sequestrare, definito le modalità di gestione e individuato i partecipanti dell’azione, chi doveva recapitare la richiesta di riscatto, il luogo dove custodire l’ostaggio, chi doveva provvedere alla sua sorveglianza.
Nessuno di questi comportamenti è mai stato provato, nel processo non è mai emersa prova a sostegno di queste accuse, nessuna traccia o documento. Le responsabilità per i pubblici ministeri deriverebbero dalla semplice teoria della cupola che tutto vede e provvede, del ruolo apicale attribuito ai due imputati, senza che si sia mai circostanziato un ordine, un atto di comando, un documento o una dichiarazione da parte dei tanti pentiti.
Due libri autobiografici, scritti da giornalisti, nei quali Curcio e Moretti raccontano queste vicende, prendendo sulle loro spalle la storia collettiva delle Br, e dove vi è – in particolare nel libro di Moretti scritto da Rossanda e Mosca – una profusione del pronome «Noi», sarebbero per i pm la prova.
Ecco – segnala sempre Romeo – che visto da vicino, analizzato e studiato, il capo d’imputazione diventa una conchiglia vuota per la semplice ragione che l’accusa non tiene volontariamente conto di quel che era il funzionamento interno delle Brigate rosse: l’autonomia politico-organizzativa delle singole colonne, il fatto che una volta decisa, in via di principio, la possibilità di finanziarsi attraverso un sequestro, dopo una difficile discussione che mise numerosi paletti e il cui esito favorevole restava precario, racconta una fonte (Giorgio Semeria), l’organizzazione concreta, le condotte sopra menzionate, rivenivano unicamente alla responsabilità della colonna che aveva proposto l’azione, quella di Torino guidata da Margherita Cagol. La quale, per altro, dirà di aver sbagliato a coinvolgere Maraschi nella operazione perché ancora immaturo (fonte memoriale Azzolini). Prova che fu lei a reclutare e decidere chi vi dovesse partecipare.

Resta, ultima, la presunta direttiva sulla «rottura dell’accerchiamento», ripresa da un giornale delle Brigate rosse, Lotta armata per il comunismo, appena due numeri stampati, il terzo sequestrato in fase di assemblaggio, non più di 50 copie tutte andate sequestrate, tanto che non si trova brigatista dell’epoca che l’avesse letto o ne serbi memoria. Un passaggio tratto da un articolo successivo di mesi alla sparatoria, nel quale l’estensore si dilunga in una disamina critica, molto aspra, verso il comportamento avuto da Cagol e Azzolini una volta sorpresi dai carabinieri, accusati di non aver «annientato il nemico» invece di pensare solo a fuggire.
Dunque i due brigatisti della Spiotta non avrebbero rispettato le presunte consegne, il che già solleva seri dubbi sul valore normativo della presunta direttiva, di cui non si è trovata traccia in nessun documento redatto in precedenza e successivamente. Semmai le indicazioni sulle norme di comportamento da tenere erano di segno opposto e le strategie operative finalizzate a evitare inutili scontri a fuoco non preventivati, che avrebbero messo a rischio la vita del singolo militante, considerata una riserva strategica dell’organizzazione.
Infine l’avvocato Romeo, con una sorprendente disamina di tipo storiografico, ha ricostruito le ultime ore di vita di Mara Cagol, ricavandole dal memoriale redatto poche settimane dopo il fatto dallo stesso Azzolini. Dopo una notte insonne, passata a riflettere sulle conseguenze dovute al mancato rientro di Maraschi, il terzo Br che doveva custodire il sequestrato, avuta conferma dal giornale radio del mattino successivo del suo arresto, Cagol – riporta il memoriale – dichiarò che il sequestro ormai si poteva gestire politicamente e che la base restava comunque sicura, anzi il precedente dell’operazione Girasole (sequestro Sossi) avrebbe spinto gli inquirenti a cercare lontano. Forte di questa decisione, maturata progressivamente nel corso della notte, Cagol si recò all’appuntamento telefonico per comunicare all’interlocutore il proseguimento dell’azione, rifiutando a quel punto l’offerta di un compagno in più: «Per ora non serve facciamo da soli».
Atteggiamento che – ha concluso il legale di Mario Moretti – avrebbe precluso qualsiasi input decisionale esterno.
In subordine, sulla scorta della sentenza già emessa dal gip nei confronti di Pierluigi Zuffada in sede di rinvio giudizio, Romeo ha chiesto il riconoscimento del concorso anomalo per l’impossibilità di prevedere il conflitto a fuoco, con relativa dichiarazione di prescrizione, come da sentenza della corte di cassazione sulla base delle sentenze della corte costituzionale in materia di responsabilità penale. Richiesta analoga anche per Renato Curcio da parte del suo legale. Infine, in polemica con l’accusa che aveva rinunciato a chiedere le generiche per l’assenza dal processo di Moretti, ha invitato la corte a concedere le attenuanti generiche in ragione dei 51 anni trascorsi dai fatti, i 45 anni di detenzione in corso, il percorso di vita e l’assunzione in ogni sede possibile delle sue responsabilità politiche.
Repliche delle parti e sentenza il prossimo 7 luglio.

L’ipoteca penale infinita, alle battute finali il processo contro tre anziani ex brigatisti per i fatti della Spiotta di cinquantuno anni fa

Martedì 23 giugno prenderanno la parola le difese di Lauro Azzolini, Renato Curcio e Mario Moretti. Giunge a conclusione il processo iniziato davanti la corte d’assise di Alessandria il 25 febbraio del 2025, cinquant’anni dopo la sparatoria del 5 giugno 1975

Dopo gli ergastoli chiesti dalla pubblica accusa e i milioni di euro di risarcimento reclamati dalle parti civili, la parola passa alle difese degli imputati. L’avvocato Davide Steccanella si occuperà della posizione di Lauro Azzolini, l’ex brigatista che era accanto a Margherita Cagol il 5 giugno 1975. Dopo la sparatoria con la pattuglia della tenenza di Aqui Terme, avventuratasi fino al cortile della cascina Spiotta, all’insaputa del nucleo speciale antiterrorismo che già il giorno precedente aveva preso il controllo delle indagini, Azzolini riuscì a fuggire lanciandosi tra i rovi del bosco che circondava il rustico dove la colonna torinese delle Brigate rosse aveva nascosto l’industriale dello spumante Vallarino Gancia, rapito 24 ore prima. Lo scontro a fuoco aveva lasciato a terra il tenente Umberto Rocca e l’appuntato Giovanni D’Alfonso, quest’ultimo deceduto successivamente. A causa delle ferite riportate Mara Cagol non riuscì a seguire Azzolini che potè scorgerla un’ultima volta seduta a terra e con le mani alzate. Alcuni istanti dopo, mentre l’uomo correva verso la collina prospiciente, la fondatrice delle Brigate rosse venne uccisa a freddo dall’appuntato Pietro Barberis.

Nessuna verità su Mara Cagol
Nonostante nel corso delle udienze siano emerse nuove circostanze sulla morte di Mara Cagol, un bossolo dei carabinieri ritrovato accanto al suo corpo, le foto che mostrano come il suo cadavere sia stato spostato, la scena della sparatoria manomessa e ripulita, la corte ha rifiutato, col sostegno dell’accusa e delle parti civili, una nuova perizia che potesse gettare nuova luce sulla dinamica del conflitto a fuoco.

Attenuanti generiche per Azzolini
Con le attenuanti generiche e i 21 anni di pena chiesti dalla procura, condanna che per il principio della continuazione verrebbe assorbita dai 30 anni di reclusione già scontati, senza conseguenze sulla libertà personale, la posizione di Azzolini si è alleggerita. Dopo essere stato perseguito in modo ossessivo durante l’indagine, indagato e intercettato anche illegalmente, la situazione processuale di Azzolini è mutata quando alla seconda udienza ha rivelato di essere il «misterioso» fuggitivo della Spiotta. Successivamente, altri elementi emersi dall’analisi delle carte processuali hanno dimostrato la sua estraneità nel ferimento mortale di D’Alfonso. La sua Beretta 7,65 fu ritrovata con tre proiettili nel serbatoio. Le tracce degli altri quattro colpi furono rinvenuti all’interno della sua Fiat 127 e di quella dei carabinieri che bloccava la via di fuga. Azzolini quindi non aveva partecipato allo scontro a fuoco con D’Alfonso, tuttavia la sua pistola venne consegnata scarica al perito e i tre proiettili superstiti fatti sparire.

L’ipoteca penale infinita
Dopo Steccanella sarà la volta degli altri due avvocati, Francesco Romeo legale di Mario Moretti e Vainer Burani difensore di Renato Curcio. A differenza di Azzolini, Curcio e Moretti non hanno preso parte al processo, comportamento che pur essendo un diritto degli imputati è stato stigmatizzato dalla pubblica accusa, tacciato di «arroganza» e «disprezzo» dal pm Gatti che ha addirittura ritenuto il silenzio di Moretti, al suo quarantacinquesimo anno di esecuzione pena, un’ammissione di colpa dovuta all’impossibilità di opporre argomenti difensivi.
Eppure da lungo tempo i due ex esponenti delle Brigate rosse hanno spiegato – i pm certo non lo ignorano – che non è nelle aule processuali, protraendo all’infinito l’ipoteca penale, che è possibile ricostruire quella pagina della storia sociale d’Italia che è stata la lotta armata, tanto più se si continuano ad aprire processi fuori tempo massimo, a distanza di mezzo secolo dai fatti. Per Curcio, poi, si tratta di una provocazione ulteriore, perché è chiamato a rispondere del ruolo di mandante della morte di Mara Cagol, sua moglie all’epoca, quasi fosse un uxoricida.
E proprio Curcio, che durante le indagini si era fatto interrogare, aveva sollecitato i pubblici ministeri affinché approfittassero della nuova inchiesta per fare chiarezza sulle circostanze dell’uccisione di sua moglie. Come si è visto, inutilmente.

Come aggirare dopo cinquant’anni la prescrizione
Per spiegare la posizione processuale di Curcio e Moretti occorre fare un passo indietro: i due non erano presenti durante la sparatoria alla Spiotta, circostanza che impedisce di coinvolgerli in un concorso diretto. Tuttavia avevano partecipato insieme ad altri alla decisione di ricorrere anche ai sequestri di persona per autofinanziamento, dopo un complicato dibattito nel quale erano state sollevate molte riserve, racconta Giorgio Semeria. Nell’aprile del 1975 le Brigate rosse erano governate da un organismo collegiale, un «consiglio rivoluzionario» che riuniva di fatto i militanti regolari disponibili. Una scelta di principio, politica, non operativa poiché la fase organizzativa e realizzativa spettava alla singola colonna, in questo caso quella di Torino che con Mara Cagol aveva proposto il nome di Gancia, industriale vinicolo di fede missina.
Ma anche il reato di concorso in sequestro di persona non era più perseguibile perché prescritto. Restava allora la possibilità del concorso anomalo, che si da quando più persone si accordano per commettere un reato, ma nel corso della sua realizzazione uno dei complici ne commette inaspettatamente uno diverso e più grave. Massimo Maraschi, che prese parte al sequestro ma fu subito arrestato il 4 giugno e dunque era in carcere al momento della sparatoria, fu condannato comunque con questa qualificazione per l’uccisione di D’Alfonso. Anche Pierluigi Zuffada, accusato di aver partecipato al sequestro, ma non presente alla sparatoria, coimputato dei tre, non è andato a giudizio perché il gip ha ritenuto il suo un concorso anomalo, reato prescritto a distanza di cinquant’anni.
Esaurito per manifesta prescrizione anche l’ipotesi del concorso anomalo non restava che tentare la via del concorso morale che però aveva bisogno di un movente per essere formulato.

Democrazia sovversiva o apparato verticistico-piramidale?
Ecco che avviene il miracolo di questo processo: il capo di imputazione anziché fotografare giuridicamente il comportamento illecito precedentemente avvenuto, lo ha preceduto. Per aggirare la barriera della prescrizione e portare i due indagati a processo è stata individuata l’unica imputazione possibile, il concorso morale nella sparatoria, modellando il comportamento di Curcio e Moretti al tipo di imputazione e di aggravanti che lo rendevano ancora punibile. Mandanti non solo del sequestro, di cui avrebbero deciso ogni dettaglio: nascondiglio, modalità e partecipanti, tutto prescritto ovviamente.
Ma anche – e qui sta la perversione dell’accusa – gli imprevisti, con l’obbligo tassativo, in caso di arrivo delle forze di polizia, di affrontare lo scontro a fuoco e annientarle. Una volontà omicidiaria, secondo l’accusa codificata in precedenza. Circostanza che trasforma la sparatoria e la morte di D’Alfonso in un assassinio premeditato. Non più un sequestro di persona, ma una trappola per attirare e uccidere i carabinieri, è l’assurdo paradosso dell’impianto accusatorio portato alle sue estreme conseguenze.
Non solo, ma la scelta di perseguire l’autofinanziamento attraverso un singolo sequestro di persona era nata dall’esigenza di ottimizzare le energie e i continui rischi che la pratica degli «espropri» comportava per l’organizzazione. Moltiplicare le rapine per raccogliere piccole somme incrementava il rischio di esporre i militanti a continui scontri a fuoco. Il sequestro di persona andava dunque nella direzione di una riduzione di questa possibilità. D’altronde questo comportamento rispettava le regole della guerriglia in ambiente metropolitano. L’esatto opposto della tesi sostenuta dall’accusa, secondo cui le Br ricercavano sistematicamente occasioni di scontro.
Per modellare questa accusa gli inquirenti hanno profuso enormi energie nella ricerca della «prova storica», ovvero una ricostruzione artificiosa del funzionamento organizzativo delle Brigate rosse. E’ scomparsa cosi’ l’autonomia politico-militare delle singole colonne e la complessa architettura organizzativa che le Br avevano iniziato a discutere fin dall’estate del 1974, fondata – per citare le parole di Moretti – «sull’autonomia di decisione, di compartimentazione organizzativa, di trasmissione orizzontale dei flussi informativi che determinano le scelte politiche» dei singoli organismi interni: colonne, fronti e brigate, direzione strategica e comitato esecutivo che avrebbero fondato progressivamente l’architettura del gruppo, sancita nella risoluzione strategica del novembre 1975. Una corpo vivo che discuteva, deliberava, proponeva, agiva su piani diversi, una democrazia sovversiva ridotta – nella brutale semplificazione della pubblica accusa – a un apparato verticistico-piramidale con a capo una cupola guidata dai soli Curcio e Moretti.

La sentenza per i fatti di Padova del 1974
Una rappresentazione confortata dalle sentenze – richiamate in continuazione dall’accusa – per i fatti accaduti all’interno della federazione del Msi di Padova, in via Zabarella, il 17 giugno 1974, dove morirono due militanti della formazione neofascista nel corso di una colluttazione seguita al tentativo di perquisizione dei locali da parte di alcuni membri della colonna veneta delle Br.
Nonostante gli imputati avessero ricostruito un funzionamento organizzativo diverso, spiegando che la perquisizione era parte di una campagna decisa orizzontalmente dal «Fronte della controrivoluzione», i giudici anticiparono l’esistenza del comitato esecutivo, a cui attribuirono la responsabilità, prima anomala poi morale (corte di appello di Venezia) del fatto, condannando Curcio, Franceschini e Moretti.
Eppure, come ripetutamente sostenuto anche dai pm in questo processo, il comitato esecutivo è apparso per la prima volta nel lessico brigatista soltanto nella successiva estate, in un documento, Alcune questioni per la discussione sull’organizzazione, che «proponeva» un riassetto organizzativo del gruppo.
Ogni processo ha un suo contesto e quello di Padova del maggio 1990, ma soprattutto l’appello davanti la corte d’assise di Venezia del novembre 1991, furono segnati dalla volontà di bloccare la concessione della grazia presidenziale a Curcio da parte dell’allora presidente della repubblica Francesco Cossiga e più in generale evitare la chiusura dell’emergenza giudiziaria e impedire l’avvio di una soluzione politica con provvedimenti di amnistia-indulto.

Divergenze tra i pm
Durante la requisitoria è emersa una divergenza d’opinione sulla posizione di Moretti, il cui concorso morale nella sparatoria – secondo il pm Ciro Santoriello – sarebbe stato meno netto del coimputato Curcio che nel 1993 raccontò in un libro di aver avuto un’ultima telefonata con Cagol, la mattina del 5 giugno. Una fessura che incrina il teorema del vertice apicale che avrebbe prodotto la direttiva vincolante dello scontro a fuoco. Ne approfitterà la corte per ristabilire una rappresentazione dei fatti e individuazione delle responsabilità penali più aderente alla vicenda storica?

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Dalla dottrina Mitterrand alla perfida Albione, le mirabili acrobazie complottiste di Fasanella

di Paolo Persichetti

E’ uscita nelle librerie una nuova edizione di Che cosa sono le Br, Rcs, la lunga intervista che ventidue anni fa Giovanni Fasanella realizzò con Alberto Franceschini. Il volume viene riproposto al pubblico senza alcun aggiornamento critico del testo redatto nel 2004 e ormai ampiamente datato, nel quale l’ex brigatista dava ampio sfoggio della sua presa di distanze dal passato esercitandosi nel rito dell’autocritica (e della calunnia) degli altri.
La narrazione che allora propose Franceschini – scomparso nell’aprile del 2025 – è stata nel frattempo smentita da nuove testimonianze e acquisizioni storiografiche: dai dubbi espressi sulla morte di Feltrinelli e il ruolo di «Gunter», la cui identità, a differenza di Franceschini, era nota a diversi esponenti di Potere operaio, tra cui Oreste Scalzone che decenni dopo, a Parigi, lo mise in contatto con Carlo Feltrinelli quando questi stava lavorando al libro sul padre, Senior service; alla storia dei timer, secondo Franceschini «manipolati», recentemente smentita da Vittorio Battistoni, l’ingegnere meccanico dei Gap che fornì l’esplosivo all’editore oltre ad avergli dato indicazioni sulla costruzione del timer sul quale Feltrinelli, per la sua ossessione di «voler fare tutto da solo», commise degli errori che gli costarono la morte (Cf. Gappisti, di Davide Serafino, Deriveapprodi 2004), e altro ancora di cui scriveremo meglio più avanti.

Per ovviare a questo inconveniente e rendere appetibile la nuova edizione, l’autore ha aggiunto una prefazione che ripercorre con toni alquanto vittimistici la sua storia di giornalista, iniziata nel 1975 come cronista giudiziario all’interno della redazione torinese dell’Unità. Argomento che lo condusse a occuparsi delle indagini e dei processi che colpirono l’opposizione operaia armata che in quegli anni non faceva dormire i dirigenti della federazione torinese del Pci. Partito che condusse, insieme alla procura della repubblica sabauda, in una confusione di ruoli, funzioni e persino luoghi (basti pensare alle già narrate riunioni che il pm Caselli teneva nella federazione locale di quel partito o al ruolo politico svolto da Violante), una guerra senza frontiere ai gruppi della sinistra armata. L’Unità, organo ufficiale del Pci, divenne una delle tante trincee da dove quotidianamente veniva condotta questa battaglia. Più tardi, trasferitosi nella redazione romana, Fasanella passò alla cronaca politica fino al 1987, quando approdò alla redazione di Panorama dove resto comodamente anche dopo l’arrivo di Berlusconi. Un racconto autobiografico che solleva qualche dubbio sulla conferma del vecchio titolo per la nuova edizione: perché alla fine al lettore più che offrire l’ingiallita storia delle Br «secondo il verbo franceschiniano», si propone il poco avvincente percorso lavorativo di Fasanella.

Contrordine: non fu colpa di Mitterrand ma della regina Elisabetta
L’unico aspetto degno di segnalazione di questa nuova edizione è rappresentato dalla nuova postfazione, realizzata insieme a Mario José Cereghino, che con Fasanella ha già condiviso altri volumi. Postfazione che sostituisce quella firmata nel 2004 dal magistrato Rosario Priore. Una differenza non da poco perché Priore, in linea con le affermazioni dello stesso Franceschini, riteneva la Francia il «santuario del terrorismo», il luogo dove la lotta armata sarebbe stata ispirata, diretta e sostenuta. Secondo Priore, «il cervello parigino è esistito, agendo in perfetta intesa con le autorità di quel paese», la «centrale», situata Oltralpe, avrebbe sistematicamente promosso la destabilizzazione della democrazia italiana. Parigi – affermava sempre il magistrato – sarebbe stata al centro di intrighi internazionali, sostituendosi a Washington e Mosca nel ruolo di piattaforma destabilizzante dell’Italia. Priore (magistrato di simpatie conservatrici) metteva all’indice l’asse socialdemocratico guidato da Mitterrand che avrebbe tentato di giocare la terza forza tra le due maggiori potenze, destabilizzando volutamente la penisola italiana grazie alla protezione offerta ai militanti della lotta armata. Una tesi che avvalendosi di facili licenze narrative, trascurava il rigore cronologico degli eventi fino a dimenticare che negli anni Settanta la Francia era sotto la presidenza del centrista Giscard D’Estaing. Pur di delegittimare la cosiddetta dottrina Mitterrand, per Priore come per l’intera magistratura italiana, non si buttava nulla: ogni argomento era sempre buono.

Il ruolo del contesto internazionale è stato da sempre uno dei cavalli di battaglia su cui Fasanella ha fondato le sue congetture sulla storia del sequestro Moro e non solo, si veda il volume scritto stavolta con un suo collega di Panorama, arruolato per la bisogna, Corrado Incerti, sul presunto tentativo di uccisione di Berlinguer in Bulgaria, Berlinguer deve morire. Il piano dei servizi segreti dell’Est per uccidere il leader del Partito comunista. Siamo davanti ad uno dei tanti filoni prolifici della dietrologia sul sequestro Moro, rilanciato recentemente anche da Guido Salvini nella prefazione al libro di Stefano Romei, Storia segreta del caso Moro. Dall’operazione Fritz all’enigma Pacepa, in cui l’ex magistrato abbandona la pista delle ‘ndrine calabresi per allargare l’orizzonte del complotto sulla scena internazionale e le dinamiche geopolitiche dell’epoca.

Nella nuova postfazione Fasanella ribalta completamente la vecchia tesi di Priore spostando dalla Senna oltre Manica la regia occulta del sequestro. In un documento «oscurato», dunque non intelleggibile, trovato da Cereghino, saggista ed esperto di archivi anglosassoni – così recitano le cronache – si accennerebbe al «sostegno a una diversa azione sovversiva», dopo che la Nato avrebbe bocciato la proposta britannica di un colpo di Stato (che gli americani non avrebbero condiviso) per stoppare, in pieno 1976, il progetto di compromesso storico annunciato da Berlinguer, ma che in quel momento si sostanziava in una astensione parlamentare di Pci, Psi, Psdi, Pli, che consentiva alla Dc di governare con un monocolore guidato da Andreotti.
Non più Parigi ma la «perfida Albione», come spregiativamente Mussolini definiva l’Inghilterra, sarebbe stata all’origine – secondo il duo Fasanella-Cereghino – del sequestro Moro e del suo esito finale.

Attaccare Mario Moretti
Franceschini è stato nelle Br solo quattro anni per poi vivere dal carcere il resto della storia dell’organizzazione che aveva contribuito a fondare e da dove condusse una sorda battaglia contro il vertice esterno, fino a provocare le fatali scissioni del 1980 che condussero alla crisi irreversibile del gruppo e guidare la stagione allucinata delle esecuzioni sommarie per poi dissociarsi. Per questa ragione il suo racconto è inevitabilmente fondato su de relato, impressioni e supposizioni personali, idiosincrasie e antipatie croniche, valutazioni ex post condizionate dalla sua successiva scelta dissociativa che lo mise all’angolo, distaccato dal resto del gruppo e dai suoi passaggi finali. Un isolamento da lui mal sopportato, soprattutto quando Renato Curcio, il suo ex compagno di tante battaglie carcerarie, insieme a Moretti e altri brigatisti incarcerati, aprì nel 1987 la battaglia per una soluzione politica, da Franceschini – non a caso – fortemente osteggiata. Fu in quel momento che nella linea di mira di Franceschini entrò Mario Moretti attraverso una strategia diffamatoria condotta in collaborazione con Sergio Flamigni e ripresa da Fasanella. Il primo obiettivo dell’intervista del 2004 era infatti contuinuare a screditarne l’immagine, presentandolo come un “infiltrato”, una figura ambigua, estranea al gruppo fondatore, che avrebbe giocato sporco stravolgendo natura, storia e significato delle Brigate rosse, nonostante Moretti, unico tra gli esponenti del cosidetto “necleo storico” continui ancora ed essere in esecuzione pena, ormai da 45 anni.

Parigi «santuario della lotta armata»
L’intervista uscì un anno dopo gli arresti che avevano messo fine al piccolo gruppo che 12 anni dopo la chiusura della lotta armata aveva rivendicato gli attentati mortali contro Massimo D’Antona (1999) e Marco Biagi (2001), entrambi giuslavoristi e consulenti di governo che avevano lavorato ai progetti di precarizzazione del mercato del lavoro. Circostanza che forniva il secondo obiettivo del libro: sostenere che la lotta armata fosse figlia di trame e potenze estere, giochi internazionali condotti da Paesi che avrebbero avuto un interesse specifico a destabilizzare la società italiana, i suoi equilibri politici, il suo «sviluppo democratico». Al centro di questa accusa era in quel momento la Francia, che con la sua “doctrine Mitterrand” aveva tollerato la presenza sul suo territorio di centinaia di fuoriusciti italiani condannati e ricercati per l’insorgenza degli anni 70 e 80. Questa politica d’accoglienza – spiegava Franceschini – avrebbe avuto un retropensiero: fare della Francia un «santuario della lotta armata». Disegno nato a metà degli anni 70 con l’ospitalità fornita agli ex del “Superclan”, poi allargata agli altri esuli della lotta armata. Simioni e gli altri del suo gruppo sarebbero stati: «il cervello parigino», fino ai nuovi attentati del 1999 e del 2001.

La procura bolognese
Le indagini e i processi hanno poi drasticamente smentito questa lettura fraudolenta: il piccolo gruppo di militanti che rivendicarono quelle azioni provenivano in parte dalla periferia romana, il resto dalla Toscana. Eppure all’inizio la procura bolognese sposò interamente la tesi del «santuario parigino». Le indagini furono indirizzate in Francia (precedute da diverse note depistatorie del Sisde che accusavano proprio il gruppo di Scalzone come cervello dei nuovi attentati, citate da Roberto Colozza in, L’affaire 7 aprile, Einaudi 2023), con indagini, rogatorie e la consegna straordinaria alle autorità italiane dell’autore di questo testo che lavorava in una università parigina, scriveva libri e collaborava alla luce del sole con quotidiani francesi. Militante del cosiddetto «partito dell’amnistia», molto vicino a Oreste Scalzone ma soprattutto che nulla c’entrava con la sigla Br-pcc, dissotterrata per rivendicare gli attentati. Ma le sigle, le singole storie e appartenenze organizzative, interessavano poco il pm e il nucleo investigativo, «gruppo Biagi» diretto da Vittorio Rizzi, che seguiva le indagini. Paolo Giovagnoli, che conduceva l’inchiesta, mirava solo agli esuli, i condannati per lotta armata riparati a Parigi che ai suoi occhi erano colpevoli di tutti i mali, perfetti capri espiatori delle sconfitte della sinistra, accusati di aver tramato con la potenza francese per destabilizzare la democrazia italiana impedendo l’ascesa al governo del Pci.

L’autore di una storia rovesciata
Nell’intervista con Fasanella, Franceschini da vita ad una narrazione edulcorata del proprio percorso politico che lo colloca sempre nel ruolo di puro e ragionevole, il migliore o meglio «il Mega», come amava farsi chiamare con deferenza nei cortili delle carceri speciali, a fronte della inconsistenza o peggio della ambiguità altrui. Eppure buona parte del suo racconto non trova riscontri: il primo ad andarsene dal Collettivo politico metropolitano nell’estate 1970 fu Moretti, in netto dissenso con Simioni. Franceschini, che si distaccò da Simioni con Curcio e Cagol solo più tardi, ammette la circostanza ma inventa l’esistenza di un legame sotterraneo di Moretti col Superclan, forse per far dimenticare il rapporto molto stretto che lui stesso ebbe con Simioni e il fatto che visse nella sua “Comune” e fece parte, con Cagol, della sua struttura riservata: «le zie rosse».
Fu sempre Franceschini a gestire in prima persona il sequestro Sossi, che segnava il cambio di strategia dalle prime Br avviando «l’attacco al cuore dello Stato» e che vide Moretti e parte della colonna milanese preoccupati che il lavoro nelle fabbriche passasse in secondo piano. A questo punto il racconto di Franceschini diverge completamente dalla testimonianza di Alfredo Buonavita, secondo il quale Moretti in dissenso si dimise dalla struttura di coordinamento nazionale per poi essere richiamato d’urgenza da Cagol dopo la cattura a Pinerolo di Curcio e Franceschini, dell’8 settembre 1974, mentre Corrado Alunni e altri uscirono nei primi mesi del 1976, dopo un definitivo chiarimento con Curcio.
Franceschini, ammette le dimissioni di Moretti nella riunione di Parma del 7 settembre, due giorni prima della sua cattura a Pinerolo, ma lo accusa meschinamente di aver finto le dimissioni rimanendo al suo posto nella successiva riunione, già stabilita per il 22 settembre successivo.
Sempre Franceschini scese a Roma per compiere quel sequestro di un esponente Dc che poi, dopo il suo arresto, verrà portato a termine nel marzo 1978, suscitando le sue critiche ex-post. Alcuni collaboratori di giustizia racconteranno dei rimproveri da lui lanciati contro i compagni esterni perché la morte di Margherita Cagol tardava ad essere vendicata a distanza di un anno, nonostante l’esecuzione di Coco, che avvenne tre giorni dopo l’anniversario della uccisione della fondatrice delle Br, fosse stata decisa in precedenza da Franceschini stesso: «Quel bersaglio lo avevamo indicato noi dopo il sequestro Sossi. Avevamo promesso di “giustiziare Coco”».
Il racconto che fa della sparatoria alla Spiotta e infarcito di grossolani errori, smentite dallo stesso memoriale del brigatista fuggito: cita due auto dei carabinieri giunte sol posto, mentre era una sola; descrive Cagol ferita ad una gamba anziché al braccio destro; afferma che il Br che era con Cagol usò il mitra che invece era in spalla alla Cagol e venne ritrovato nella sua macchina con tutti i colpi nel caricatore; cita la presenza di uomini in borghese che in realtà sopraggiunsero solo dopo. Palesemente racconta cose orecchiate male su cui poi costruisce sopra, come suo solito, congetture.
Sulle circostanze dell’arresto suo e di Curcio a Pinerolo è stato ampiamente smentito dallo stesso Curcio e recentemente anche da Pierluigi Zuffada (leggi qui). Accusa Moretti dell’arresto di Semeria alla stazione centrale di Milano, quando oggi è noto che fu una spia del Sid, l’operaio di Porto Marghera Leonio Bozzato, a consegnarlo ai carabinieri dopo averlo accompagnato alla stazione di Venezia. Fu proprio per coprire questo infiltrato che i carabinieri tentarono di uccidere Semeria sulla pensilina della stazione di Milano. Episodio che spinse Franceschini a chiedere all’Esecutivo di verificare se Moretti fosse una spia. Un abbaglio disastroso.
Sempre Franceschini sostiene che gli arresti del 1975-76 azzerarono le Br delle origini, legate al gruppo reggiano dell’Appartamento (da intendersi come quelle pure e genuine), per essere sostituite da una «nuova generazione», ovviamente equivoca e opaca, perché a lui sconosciuta. Affermazione ancora una volta scorretta, perché le prime Brigate rosse non sono riducibili al solo gruppo reggiano ma avevano ampie radici nelle fabbriche e quartieri milanesi, nonché rapporti con Torino, e poi perché Moretti era nel Cpm e Gallinari apparteneva all’Appartamento mentre nel 1975 arrivarono altri due reggiani, Bonisoli e Azzolini.
Sollecitato da Fasanella, si azzarda sul tema dei rapporti internazionali, a lui sconosciuti perché successivi al 1978. Cita verbali rilasciati da alcuni pentiti (Galati e Savasta) per sostenere che Moretti li avrebbe intessuti attraverso membri dell’ex Superclan riparati a Parigi e compromessi con potenze straniere. Citando Savasta fa il nome di un certo «Louis», che secondo il pentito sarebbe stato Vanni Mulinaris dell’Hyperion. Affermazioni irrilevanti sul piano storico poiché non pervenute da una conoscenza diretta dei fatti ma da letture di atti giudiziari e articoli di giornali degli anni successivi e da conversazioni con lo stesso Fasanella.
Le indagini di polizia hanno poi accertato che dietro quel nome c’era Jean Louis Baudet, che sotto l’appellativo di «Paul» faceva da tramite per le Br con i referenti palestinesi. Un contatto con molta probabilità trovato da Antonio Bellavita, l’ex direttore di Controinformazione riparato a Parigi a metà degli anni 70, di cui Moretti si fidava ciecamente.

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I fiori per Mara Cagol sotto sorveglianza e l’incontro mai avvenuto tra Curcio e Moretti, appunti sulle indagini paranoiche per i fatti della cascina Spiotta

Rose per Mara Cagol

Era il giugno del 2022, da almeno sei mesi la procura di Torino aveva riaperto le indagini per la sparatoria avvenuta 46 anni prima davanti la cascina Spiotta, in località Arzello, nel Monferrato. Nel conflitto a fuoco erano rimasti uccisi l’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso e la fondatrice delle Brigate rosse, Mara Cagol. La colonna torinese aveva portato a termine il giorno precedente il primo sequestro per autofinanziamento della organizzazione. L’imprenditore vinicolo Vallarino Gancia era stato prelevato nei pressi della sua tenuta di Canelli e condotto all’interno della cascina.
Bruno D’Alfonso, ex carabiniere figlio dell’appuntato rimasto ucciso, aveva depositato nel novembre del 2021, sulla base di una ricostruzione complottista della vicenda, un esposto per la riapertura delle indagini. La procura torinese, competente territorialmente dopo la creazione dei distretti antimafia e antiterrorismo, aveva aperto un fascicolo contro ignoti anche se già dall’aprile successivo l’attività investigativa si era concentrata prevalentemente contro l’ex brigatista Lauro Azzolini. Nel frattempo i carabinieri avevano scoperto che questi era stato già indagato e prosciolto dal giudice istruttore di Alessandria 35 anni prima, nel 1987. Le ricerche della vecchia sentenza-ordinanza erano andate a vuoto perché le carte erano andate distrutte nell’alluvione del 1994, che aveva devastato gli archivi del tribunale. Come abbiamo già raccontato in passato (qui), la procura decise comunque di portare avanti l’indagine senza avvertire il gip del grave problema giuridico sopraggiunto nel frattempo (il vulnus verrà sanatosolo nel maggio del 2023), continuando ad indagare, pedinare e intercettare, nonostante la legge lo vietasse, una persona prosciolta.

Mara e i fiori sospetti

Sospinti da questa escalation senza limiti, gli inquirenti arrivarono persino a mettere sotto controllo la cascina dove era avvenuta la sparatoria più di quattro decenni prima. Tre microcamere furono piazzate per sorvegliare chi accedeva sul posto. Nel corso dei sopralluoghi, svolti nei mesi precedenti, gli inquirenti avevano saputo dalla proprietaria che in passato, in prossimità della ricorrenza del conflitto a fuoco, avvenuto il 5 giugno del 1975, «una persona aveva deposto un mazzo di fiori in memoria di “Mara”, Cagol Margherita».
E’ in questo clima di sospetto parossistico e ossessione investigativa senza freni che la procura disponeva la video-sorveglianza del cancello e della stradina che porta alla cascina per identificare la, o le persone, che avrebbero potuto nuovamente deporre dei fiori in occasione dell’anniversario della uccisione di Mara Cagol. Il monitoraggio video veniva attivato dalle ore 20.00 del 4 giugno 2022, fino alle 11.20 del 6 giugno successivo, senza alcun esito. Il misterioso fioraio, più avveduto dei carabinieri, non sin era fatto vivo.
Qualche settimana dopo, il 27 giugno, gli inquirenti attivavano anche un dispositivo di geolocalizzazione all’interno della vettura di Renato Curcio, all’epoca marito di Mara Cagol e cofondatore delle Br, nonché di Mario Moretti e di altri ex brigatisti, formalmente ancora non indagati. L’escalation investigativa decollava con centinaia di ore di intercettazioni telefoniche e ambientali, nonché servizi di osservazione, controllo e pedinamento che la corte di assise di Alessandria ha poi parzialmente censurato, perché illegali

La rete fantasma dei pensionati
Nella prima informativa sull’indagine denominata «Erebo» (nella mitologia greca indica la dimora dei defunti,) consegnata nel febbraio 2023 alla procura di Torino, i Ros dei carabinieri espongono una delle tecniche investigative utilizzate per condurre l’inchiesta: «questo Reparto ha beneficiato degli effetti di alcune stimolazioni ai soggetti monitorati: le notizie stampa legate alla riapertura delle indagini (Ansa del 27 ottobre 2022 che innesca una serie di articoli sulla stampa e siti online), la proiezione dei docufilm “Esterno Notte” sul sequestro Moro e “Il nostro Generale” su Carlo Alberto Dalla Chiesa sui canali Rai, le prime convocazioni dei brigatisti per essere interrogati e la convocazione in contemporanea dei personaggi principali per le escussioni conclusive. Tali eventi hanno fatto sorgere negli ex appartenenti all’organizzazione terroristica la necessità di sentirsi, incontrarsi, confrontarsi e stabilire una linea comune».
Questa «attivazione», innescata dall’esterno, dei contati tra ex appartenenti alle Brigate rosse negli anni 70, ormai persone anziane, diversi dei quali deceduti nel corso dello stesso processo (Attilio Casaletti, Angela Vai, Pierluigi Zuffada, Raffaele Fiore, Alberto Franceschini), ha permesso – scrivono sempre i Ros – di «ricostruire la fitta rete di contatti, tra gli ex brigatisti interrogati nel corso dell’indagine, per condividere le informazioni, stabilire una linea comune», per poi concludere con un singolare gusto del paradosso: «si è ben compreso che, ancora oggi, gli ex brigatisti sono legati tra loro in una rete ramificata».
«Gruppi di affinità», sarebbe stato più corretto dire, piuttosto che «rete,» tra persone che vivendo in una stessa città, Milano nel caso specifico, hanno mantenuto rapporti o occasionali motivi di incontro durante presentazioni di libri e conferenze. Oppure sparuti contatti telefonici tra ex che hanno condiviso scelte processuali o medesimi spazi carcerari. L’indagine insiste a lungo per dimostrare come questa fantomatica «rete» si sia attivata per assumere informazioni e stabilire una linea di condotta comune davanti ai pm, come se una tale condotta fosse sospetta e illecita, un’anticipazione della colpa con ribaltamento dell’onere della prova e non già semplice volontà di comprendere cosa stia accadendo e semmai legittimo esercizio dell’attività difensiva.

La falsa notizia dell’incontro tra Curcio e Moretti
Oltre ad Azzolini e alla moglie Bianca Amelia Sivieri, tra i più gettonati nelle intercettazioni e servizi di ocp disposti dal’Arma, c’è Renato Curcio e il suo entourage familiare (nel fascicolo si trova addirittura una conversazione con moglie e figlia, priva di qualunque legame con l’inchiesta in corso, sulla guerra Russo-Ucraina da pochi giorni iniziata), a causa dei suoi frequenti viaggi di lavoro. Ad ottobre e novembre 2022 e poi nel successivo febbraio 2023, Curcio si reca a Milano dove presenta il suo libro sul Capitalismo cibernetico, e tiene dei cicli di conferenze. Ogni volta ad attenderlo al suo arrivo in stazione centrale, oltre ai carabinieri c’è sempre la stessa persona, Antonio C. che fa il tassista e lo ospita nella sua casa. Si tratta di un amico della Sivieri a cui si aggrega anche una terza persona, Mario D., amico di entrambi. Quest’ultimo aveva ospitato la moglie di Curcio, Marita Prette, nel novembre precedente. Ne scrivono i carabinieri a causa di una telefonata intercettata in cui «Prette dice a Curcio che da casa di Mario (ndr. Mario D.) si vede una giornata limpida».

Il gruppo viene identificato non solo attraverso le intercettazioni e gli ambientali nelle macchine, ma anche grazie ai servizi ocp dove, in occasione della presenza di Curcio il 29 ottobre 2022 presso la libreria Anarres, vengono fotografati.
Nell’informativa che relaziona le attività svolte, i carabinieri non riportano alcun incontro di Curcio con Moretti, che per altro è in regime di semilibertà a Brescia, da dove non può spostarsi senza autorizzazione.
Nonostante ciò Repubblica cronaca di Torino, lo scorso 27 febbraio ha diffuso la notizia di un presunto incontro segreto tra i due, «Il piano e un caffè segreto: così gli ex brigatisti si sono incontrati 50 anni dopo la Spiotta». La fake news nasce da un banale equivoco dovuto alla frettolosa lettura della trascrizione della intercettazione ambientale del 28 febbraio 2023, quando al rientro dalla conferenza tenuta la sera precedente a Milano, Curcio raccontava alla moglie, venuta a prenderlo alla stazione Termini di Roma, come era andato il soggiorno milanese. Nella conversazione captata, iniziata alle 12,34, Curcio riferisce il comportamento tenuto da Mario Moretti il 14 febbraio precedente davanti ai pm, riportatogli dalla Sivieri nell’incontro avuto il giorno prima nel bar Alemagna, di fronte al stazione centrale. Spiega che Sivieri (Bianca) è venuta con Antonio (il tassista), «così poi siamo andati a prendere Mario.. (Mario è Mario D. L’amico che aveva ospitato Prette ndr) e siamo stati fuori, in un bar». Prette chiede come Sivieri potesse essere venuta a conoscenza di quelle informazioni (prova che Moretti non era presente), Curcio risponde che probabilmente erano pervenute dall’avvocato Burani, legale anche della Sivieri. Dopo aver accennato più volte a Moretti, diciannove minuti più tardi, alle 12,53, Curcio inizia a parlare di un altro Mario, (si tratta di Mario D. che era presente all’incontro. Gli stessi carabinieri non accennano mai al fatto che possa trattarsi di Moretti), dicendo di averlo trovato molto bene e di avergli consegnato i libri. La confusione tra il nome di Mario Moretti, di cui si racconta per sentito dire, e la presenza dei Mario D. ha generato l’errore.
L’inchiesta con la sua mole di intercettazioni d’ogni tipo e d’interpretazioni creative non ha certo bisogno di ulteriori suggestioni fondate su false notizie.

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Fenzi, «su Moretti ho sbagliato, non era alla Spiotta»

Riparte il processo di Alessandria per la sparatoria del 5 giugno 1975 davanti la cascina Spiotta, nella quale trovarono la morte la fondatrice della Brigate rosse Mara Cagol e il cararbiniere Giovanni D’Alfonso. Si è svolta martedì 27 gennaio 2026 l’ottava udienza

«Tra i rapitori di Gancia c’era forse qualcuno di origine calabrese?», la domanda sollevata dal legale di parte civile, Nicola Brigida, è risuonata più volte volte nella nuova aula che ha accolto la riapertura del processo per la sparatoria del 5 giugno 1975 alla Cascina Spiotta, in località Arzello di Acqui Terme, dove trovarono la morte l’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso e la fondatrice delle Brigate rosse Mara Cagol. I singolari quesiti, rivolti ai soli due testi che hanno accettato il contraddittorio processuale, hanno accentuato l’effetto surreale e straniante che si è respirato per l’intera mattinata. Dopo che Lauro Azzolini, lo scorso marzo 2025, con una deposizione spontanea ha rivelato di essere lui il brigatista sopravvissuto al conflitto a fuoco e poi fuggito nel bosco, il processo sembra trascinarsi. Pubblica accusa e parti civili, spiazzate dall’inaspettata rivelazione, hanno visto la loro strategia processuale incepparsi. Le parole di Azzolini hanno spazzato via le congetture complottiste delle parti civili e tolto argomenti ai pm, chiarendo come quella mattina, lui e Mara Cagol, fossero stati colti di sorpresa reagendo in modo improvvisato, senza seguire alcuna direttiva impartita da presunti vertici. Come invece sostenuto nel teorema della pubblica accusa per tirare in ballo anche la responsabilità penale di Renato Curcio e Mario Moretti, non tanto nel sequestro dell’imprenditore vinicolo Vallarino Gancia, che Cagol e Azzolini custodivano all’interno della Spiotta, reato ormai largamente prescritto, ma in qualità di mandanti apicali del conflitto a fuoco (anche se non presenti) e dunque nella morte dell’appuntato Giovanni D’Alfonso. Accertata l’identità del fuggitivo, per ritrovare un senso il processo dovrebbe allargare il suo raggio d’azione anche sulle circostanze della morte di Mara Cagol, chiarendo una volta per tutte come la donna venne uccisa, alla luce anche di quanto recentemente emerso sul bossolo proveniente da un arma dei carabinieri, ritrovato accanto al luogo dove giaceva il suo corpo.

La ripresa delle udienze
Dopo una sospensione di sei mesi dovuta alla sostituzione della giudice a latere, martedì 27 gennaio il processo è ripartito con l’ottava udienza. Tra i testimoni convocati: Biancamelia Sivieri, moglie di Lauro Azzolini, non si è presentata avvalendosi della facoltà di non rispondere, poiché testimone imputata di reati connessi. Scelta condivisa anche dall’altro teste, Antonio Savino. I due hanno inviato delle lettere alla corte tramite il loro legale. Analogo atteggiamento c’è stato da parte della ex brigatista Nadia Mantovani, catturata nel gennaio del 1976 nella base di via Maderno a Milano insieme a Renato Curcio, che però è venuta in aula a comunicare davanti alla corte la sua indisponibilità. Al contrario Enrico Fenzi, già collaboratore di giustizia, ha preferito rispondere alle domande anche per correggere le affermazioni fatte durante un’audizione della commissione Moro 2, presieduta da Giuseppe Fioroni, e ribadite agli autori di due recenti volumi complottisti, Simona Folegnani e Berardo Lupacchini, che su quelle affermazioni avevano costruito una sprovveduta narrazione del rapimento Gancia e della sparatoria davanti la Spiotta, ormai utile solo alla critica dei roditori.

«Mi sono sbagliato su Moretti, non era lui il fuggitivo»
Fenzi, ormai ultraottantenne, come alcuni degli imputati alla sbarra, ha ammesso di essersi sbagliato. Le sue – ha affermato – «erano solo impressioni», ricavate nel carcere speciale di Palmi dove si registrava «un clima di ostilità e avversione nei confronti di Mario Moretti che andava al di là delle ragioni politiche». Soprattutto Franceschini – ha sottolineato Fenzi – si mostrava «severo e rancoroso, invelenito personalmente contro Moretti, a cui veniva attribuito il disastro della Spiotta». Allora – ha proseguito l’ex professore della università di via Balbi, studioso di Petrarca: «ho associato questo odio al fatto che fosse Moretti il fuggitivo. Evidentemente mi sbagliavo». Fenzi, a conclusione della sua testimonianza, ha voluto precisare che «Moretti non era una spia», raccontando di come una volta lo avessero messo in cella con Giorgio Semeria, un brigatista milanese che lo riteneva responsabile della sua cattura e del tentato omicidio nei suoi confronti da parte del brigadiere Atzori, su una pensilina della stazione centrale di Milano, il 22 marzo del 1976 (oggi sappiamo che a consegnarlo fu il confidente del Sid Leonio Bozzato, suo contatto diretto nella colonna veneta). «Il carcere era un laboratorio», ha spiegato Fenzi, e qualcuno ai vertici dell’amministrazione penitenziaria voleva vedere cosa potesse accadere.
Nella sua lunga deposizione, dovuta alle numerose domande del pubblico ministero Emilio Gatti, uno che ricorda quei giocatori di golf che non riescono mai ad andare in buca, Fenzi ha ridimensionato anche il suo ruolo nelle Brigate rosse. Ha raccontato di essere stato arruolato nella colonna genovese da Gianfranco Faina, era il 1976, ma che dopo una fase iniziale fu congelato, prima di essere arrestato nel maggio 1979, smentendo così la tesi di una colonna genovese fondata dagli intellettuali di Balbi che si trascinarono dietro pochi marginali, sostenuta dallo storico Sergio Luzzato nel suo recente volume, Dolore e furore, per altro citato in aula dallo stesso pm Gatti, che tiene a mostrare di aver studiato.
«Solo dopo la scarcerazione», nell’estate 1980, Fenzi ha raccontato di aver preso parte alla burrascosa direzione strategica di Tor san Lorenzo. Era lì per esporre le critiche mosse dal collettivo dei prigionieri di Palmi, anche se cambiò presto opinione e si avvicinò a Moretti, soprattutto al momento della separazione della colonna milanese Walter Alasia dalle altre colonne Br. A quel punto fu incaricato di salire a Milano per tentare di ricucire i rapporti col gruppo dissidente. Attività che si interruppe con l’arresto, accanto a Moretti, del 4 aprile 1981.

Le carte segrete dell’avvocato Brigida
E’ a questo punto che la Calabria ha fatto improvvisamente irruzione nel processo per fatti accaduti nelle lontane Langhe dell’alessandrino. Il legale di parte civile Brigida ha chiesto a Fenzi se era mai stato in terra calabrese e avesse soggiornato a Soverato: «Ha mai saputo se nelle Br c’era un militante calabrese? Perché secondo Gancia, uno dei suoi rapitori aveva un accento del genere». Fenzi ha risposto che nel 1980 era stato ad Africo, ospite di Rocco Palamara, un noto anarchico impegnato nelle lotte delle braccianti raccoglitrici di bergamotto, nemico giurato della ‘ndrangheta locale, e che per questo era stato gambizzato. Una storia narrata anche da Corrado Staiano in Africo. Gli avvocati della difesa hanno contestato la pertinenza dei quesiti con le vicende della Spiotta, dove per altro nessuno degli inquisiti o sospettati nelle indagini è mai risultato avere origini calabresi. E’ apparso chiaro che tra le parti civili ci sono avvocati che stanno utilizzando il processo di Alessandria come trampolino di lancio per ennesime piste di indagine, magari sul sequestro Moro o in vista di una nuova “strabiliante” puntata di Report.

Se la storia la fanno i Ros
L’udienza è proseguita con l’esame di un maresciallo dei Ros di Torino, tra gli autori della informativa riassuntiva delle indagini. Come già accaduto in una precedente udienza del giugno scorso, nella quale aveva deposto un suo collega del Ros di Roma, ci si è trovati di fronte ad una situazione imbarazzante. I detective dei carabinieri sono stati chiamati a svolgere un lavoro di archivio e storico-interpretativo che esula la semplice catalogazione di fatti giuridici, come sentenze o vecchie indagini. Questi analisti si sono dovuti misurare con un ostacolo a volte molto più grande delle loro forze e conoscenze, anche in ragione della loro età anagrafica. Così durante il controesame le difese hanno avuto agile gioco nell’evidenziare le numerose contraddizioni o inesattezze: Maraschi forzosamente collocato nella colonna milanese anziché in quella torinese, dove era riparato dopo le indagini sulla comune lodigiana di provenienza, per dimostrare che il sequestro fu opera non solo della colonna di Torino ma anche di Milano e così poter meglio accusare Curcio e Moretti. Oppure i ripetuti errori sul ruolo dello stesso Moretti (che entrò nelle Br nei primi mesi del 71 e non nel 70; non fu lui a interrogare Sossi ma Franceschini); l’anticipazione del valore operativo attribuito alle bozze di una discussione prolungatasi un intero anno sulla futura struttura interna delle Br, varata solo dopo i fatti della Spiotta e non prima; la tendenza a percepire alcuni concetti, divenuti anche codici linguistici, come «rompere l’accerchiamento», in termini unicamente forensi e non politici. Limiti di una indagine per fatti lontani cinquant’anni che inevitabilmente non riesce a misurarsi con la storia. Perché la storia non si fa con in processi penali.

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Rapimento Moro, il vicolo cieco del complottismo 2 parte/fine

Pubblichiamo la seconda parte della intervista concessa alla rivista Utopia21 (l’integrale potete leggerla qui) che dopo aver intervistato, lo scorso febbraio 2025, Dino Greco (qui), in passato segretario generale della Camera del lavoro di Brescia e direttore del quotidiano Liberazione, autore del libro Il bivio, dal golpismo di Stato alle Brigate rosse, come il caso Moro ha cambiato la storia d’Italia, Bordeaux edizioni, Roma 2024, ha deciso di proseguire la sua disamina del «caso Moro» su un altro versante storiografico che mette radicalmente in discussione l’ipostazione complottista proposta da Greco. Gian Marco Martignoni ha sentito Paolo Persichetti, autore del volume La polizia della storia, la fabbrica delle fake news nell’affaire Moro, apparso per DeriveApprodi nel 2022 e precedentemente con Marco Clementi ed Elisa Santalena di, Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera, Deriveapprodi 2017. Chi volesse legegre la prima parte può trovarla qui.

Utopia21, marzo 2025
Intervista di Gian Marco Martignoni a Paolo Persichetti

Un capitolo a sé lo merita il lavoro dell’ex senatore Sergio Flamigni, membro delle commissioni parlamentari d’inchiesta sul caso Moro, che tra i suoi libri ne ha dedicato uno in particolare a Mario Moretti dal titolo più che eloquente «La sfinge delle Brigate rosse». Nel libro sei molti critico, per usare un eufemismo, verso il suo lavoro: perché?
Flamigni era un grigio funzionario della sezione Affari dello Stato del Pci, il ministero dell’Interno di Botteghe oscure. Privo di qualunque latitudine politica è rimasto ottusamente legato alla vecchia propaganda complottista elaborata dal suo partito a metà degli anni 80 per trovare un alibi al fallimento completo della strategia politica messa in piedi nella seconda metà degli anni 70. Quando Ugo Pecchioli, responsabile di quella struttura, in una delle sue ultime prese di posizione, prima di morire, a metà degli anni 90, affermò che ormai era necessaria un’amnistia che chiudesse la pagina della lotta armata perché quel fenomeno aveva concluso il suo ciclo e non aveva più senso tenere in piedi l’apparato di contrasto ideologico-complottista, Flamigni – come accade spesso alle terze linee – non è stato in grado di riformattare il proprio pensiero e dare un senso più proficuo alla propria vita. Il vecchio apparatčik della disinformazione ha continuato il proprio lavoro di intossicazione elaborando, grazie al monopolio delle fonti all’epoca nelle mani solo degli apparati, della magistratura e delle commissioni d’inchiesta parlamentare con il loro circo Barnum di consulenti, un metodo narrativo che avrebbe fatto rabbrividire persino l’Ovra fascista: ignorare i documenti scomodi, manipolarne altri, inventare menzogne, diffondere calunnie. I suoi libri sono una compilazione di questa tecnica disinformativa che nel tempo rivela anche aspetti divertenti: come la riduzione a poche righe o la scomparsa delle pagine dedicate a ricostruzioni che successivamente si sono dimostrate false. Mai una riflessione autocritica o una presa d’atto delle clamorose bufale diffuse in precedenza. Cito alcuni esempi: Flamigni ignora il verbale del 1994 nel quale il teste Alessandro Marini, quello che racconta della moto Honda, spiegava che il parabrezza del suo motorino si era rotto cadendo a terra nei giorni precedenti il sedici marzo e quindi non era vero che fosse stato distrutto dagli spari dei due fantasmi in motocicletta. Mentre si ostina a cercare lo sparatore da destra, non vede le numerose foto del motorino di Marini, parcheggiato sul marciapiede sinistro di via Fani, col parabrezza tenuto da una vistosa striscia di nastro adesivo. Cita ripetutamente una frase di D’Ambrosio, generale amico del colonnello Guglielmi, per insinuare che questi avesse coordinato l’attacco in via Fani, omettendo l’integrità del verbale d’interrogatorio, acquisito finalmente dalla Commissione Moro 2, che smentisce completamente le sue affermazioni. Per anni confonde il ruolo di un notaio che aveva svolto solo la funzione di sindaco supplente, dunque nemmeno effettivo, nella società immobiliare Gradoli proprietaria di alcuni appartamenti, ma non di quello abitato dai brigatisti, con quello di amministratore della stessa società. Quando glielo hanno spiegato ha cambiato obiettivo prendendo di mira Domenico Catracchia, l’amministratore del civico 96, piccolo imprenditore immobiliare privo di scrupoli che affittava seminterrati a stranieri clandestini. Ossessionato dalla presenza di un quarto uomo in via Montalcini, informazione ricevuta durante i colloqui con due brigatisti dissociati, quando emergerà che la sua identità era quella del brigatista Germano Maccari, e non di un «misterioso» agente segreto, sosterrà che ve n’era per forza un quinto, non delle Br ovviamente. Passa al setaccio tutti i proprietari degli appartamenti situati nelle strade che hanno interessato il sequestro, per denunciare i loro nomi quando si tratta di persone ai suoi occhi sospette, ma dimentica di rivelare che accanto al civico 8 di via Montalcini abitava il senatore Giuseppe D’Alema, padre di Massimo. Calunnia Balzerani e Moretti, sostenendo che sono loro ad aver fatto il nome di Maccari, evitando di citare la confessione della Faranda. E mi fermo qui!

Qual è il Il tuo giudizio sul Memoriale Morucci-Faranda, detto che seppur la loro collaborazione mirava ad ottenere degli sconti di pena e una più agevole collocazione penitenziaria, al contempo «ripudiavano le letture dietrologiche degli eventi».
Parliamo di un Memoriale che raccoglie le deposizioni di Valerio Morucci e Adriana Faranda davanti alla magistratura e a cui i due dissociati, poi divenuti collaboratori, per ottenere l’accesso ai benefici penitenziari aggiunsero i nomi dei partecipanti all’azione di via Fani, prima indicati solo con dei numeri. Secondo Flamigni, poi ripreso dalla Commissione Moro 2, si tratterebbe di un testo che avrebbe suggellato un patto di omertà tra brigatisti e Democrazia cristiana per nascondere, «tombare» secondo l’espressione di Giuseppe Fioroni, la verità indicibile sul sequestro. Si tratta nella realtà di un resoconto che nella parte politica valorizza la loro dissidenza contro la dirigenza brigatista. Non si capisce quale interesse avrebbero avuto gli esponenti delle Br a fare proprio un testo a loro ostile. Non solo, oggi sappiamo che del Memoriale Morucci-Faranda vennero messi al corrente Pecchioli e Cossiga che sulla questione si consultarono. Se anche il Pci era della partita, perché il patto occulto riguarderebbe solo la Dc? Inoltre i fautori di questa tesi non sono in grado di fornire informazioni essenziali sui tempi e i luoghi dell’accordo, oltre che sull’oggetto dello scambio: Morucci e Faranda erano nel carcere per pentiti di Paliano, mentre Moretti e compagni si trovavano sparpagliati nelle prigioni speciali. Inesistenti i rapporti tra loro, segnati dalle precedenti rotture traumatiche (Morucci e Faranda rubarono armi e soldi della Colonna romana) e ostilità per le scelte dissociative e collaborative. Flamigni, consapevole di questo vulnus, si inventa che l’accordo si sarebbe materializzato nei giorni finali del sequestro, così la toppa è peggiore del buco. Il rifiuto della trattativa per liberare Moro si sarebbe materializzato nell’accordo per farlo sopprimere: come, dove, quando? E il vantaggio ricavato? I secoli di carcere ricevuti nelle sentenze? Un abisso logico senza risposta. In un altro volume ho ricostruito la dinamica del sequestro e della via di fuga avvalendomi delle testimonianze degli altri partecipanti che in alcuni punti hanno persino corretto dei dettagli, dovuti ad errori di memoria, presenti nella ricostruzione di Morucci.

Alberto Franceschini dopo la sua cattura, avvenuta a Pinerolo nel 1974, ha detto che successivamente le Br si sono macchiate di numerosi delitti, oltre ad aver giudicato Mario Moretti di essere inadeguato a far parte dell’esecutivo nazionale delle Br. Da dove nasce il dissidio tra Franceschini e Moretti?
La figura del rinnegato è un classico antropologico nella storia dell’umanità. La differenza che lo distingue da colui che ripensa in modo critico il proprio passato, fino anche a ripudiarlo, sta nella attribuzione delle responsabilità, nella collocazione del proprio io all’interno del bilancio esistenziale. Il rinnegato fa l’autocritica degli altri, esime se stesso da ogni colpa e trova nell’altrui comportamento tutte le responsabilità. Punti chiave nella vita di Franceschini sono il momento della sua cattura e le ripetute fallite evasioni. Viene arrestato per caso, non doveva stare con Curcio a Pinerolo dove il generale Dalla Chiesa aveva teso una trappola con l’esca Girotto, eppure attribuisce la responsabilità dell’accaduto a Moretti. Va detto che un ruolo centrale nella costruzione delle leggenda nera su Moretti la gioca Giorgio Semeria. Arrestato una prima volta nel maggio del 72, seguendo lui i carabinieri realizzano la retata contro l’intera colonna milanese. Riarrestato e quasi ucciso da un carabiniere nel marzo del 1976 alla stazione centrale di Milano, grazie all’attività di un confidente, Leonio Bozzato, operaio dell’Assemblea autonoma di Porto Marghera arruolato nella colonna veneta, Semeria una volta in carcere sostiene che dietro il suo arresto e quelli precedenti di Franceschini e Curcio ci fosse sempre Moretti. Quella di Semeria, chiamato «Fiaschetta» dai suoi compagni, è una ossessione costante con cui martella gli altri prigionieri fino a convincerli, tanto da spingerli a chiedere all’esecutivo esterno di verificare la posizione di Moretti. C’è poco di politico e tanto male di vivere nella costruzione di questa diffidenza che si sfalderà poi nel tempo. Franceschini e Semeria si dissoceranno uscendo dal carcere, mentre Moretti è ancora in esecuzione pena dopo 44 anni di detenzione. Ma veniamo agli argomenti sollevati ex-post da Franceschini dopo essersi dissociato ed essere stato riaccolto a braccia aperte dal vecchio Pci emiliano, Rino Serri in testa, ex segretario della Fgci dalla quale egli stesso proveniva. E’ con questa nuova funzione che inizia la sua collaborazione con Flamigni. Nel corso del sequestro Sossi, dopo aver forzato un posto di blocco, spara colpi di mitra contro una macchina che seguiva, senza accorgersi che al suo interno c’era Mara Cagol. L’episodio dimostra come personalmente fosse già pronto al conflitto a fuoco e ipoteticamente a uccidere nonostante le Br all’epoca fossero ancora lontane da una scelta del genere. E’ tra i militanti che scelgono il passaggio alla clandestinità ed è presente quando nell’estate del 1974 si avvia la discussione interna per creare quella nuova struttura organizzativa che poi caratterizzerà il funzionamento delle Br negli anni successivi. Dal carcere si distinguerà per i continui inviti a elevare il livello di scontro all’esterno e chiedere di organizzare evasioni. Richieste che distoglieranno le colonne esterne dal lavoro politico nei posti di lavoro e nei territori. E quanto i tentativi di evasione falliranno, come quello messo in piedi dalla colonna romana dall’isola dell’Asinara, dopo averci lavorato una intera estate, imputerà il fallimento a una mancata volontà politica radicalizzando sempre più le sue posizioni fino a formulare, dopo un durissimo pestaggio subito a Nuoro, richieste di rappresaglia che mettevano in luce un suo squilibrio mentale, come affondare uno dei traghetti che collegavano la Sardegna al continente. Figura instabile e sempre più carica di risentimento, alla ricerca continua di capri espiatori fece del sospetto un rovello ossessivo fino a sfociare in un delirio paranoico durante la stagione delle torture e dei pestaggi praticati dalle forze di polizia sui militanti appena catturati. Con Semeria decretò la caccia ai «traditori», ovvero a quei militanti ai quali erano state estorte dichiarazioni con l’uso della forza. In un clima di caccia alle streghe, dove le divergenze d’opinione, una diversa linea politica, il mancato allineamento alle tesi del «Mega», soprannome con cui amava farsi chiamare con deferenza nelle carceri speciali, veniva immediatamente tacciata di «resa» al nemico, «tradimento» e «infamità», un piano inclinato che portò lo stesso Semeria a macchiarsi dell’omicidio di Giorgio Soldati. Flamigni non avrebbe potuto scegliersi miglior collaboratore.
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Infine, ha destato una certa sorpresa il giudizio assai tranciante di Dino Greco su Rossana Rossanda, accusata rispetto alla sua intervista a Mario Moretti con Carla Mosca di aver costruito un artefatto, rimanendo affascinata dalla figura tutt’altro che cristallina di Mario Moretti. Cosa pensi di questo perentorio giudizio?
Dino Greco contro Rossana Rossanda? Con tutto il rispetto per il mio ex direttore, abbandonerei qualunque idea di confronto tra i due. Capisco che a un «berlingueriano immaginario», come Greco, bruci il giudizio storico di una intellettuale comunista dello spessore di Rossanda. Dico berlingueriano immaginario perché quando lavoravo a Liberazione ne ho visti circolare diversi tipi: quelli che all’epoca erano ancora in fasce e Berlinguer lo hanno conosciuto attraverso l’iconografia postuma, e quelli che negli anni 70-80 erano su altre posizioni politiche ben più estreme, per non dire extraparlamentari. Si trattava dunque di una singolare fascinazione postuma, una reinvenzione del personaggio che si suddivideva in due categorie: i nostalgici del compromesso storico, raffigurati nel recente film di Segre, e quelli che assolutizzavano la svolta dell’alternativa democratica: il Berlinguer dei cancelli alla Fiat e della questione morale, per intenderci. Greco all’epoca era tra i secondi, ma oggi mi pare sia ritornato sui suoi passi. A differenza di lui, Rossanda non ha realizzato una compilazione selezionata di pubblicazioni dietrologiche ma, come si diceva una volta, ha fatto l’inchiesta. E’ andata ai processi, ha letto le carte, ha fatto verifiche, ha incontrato i mostruosi brigatisti, ci ha discusso, si è confrontata. Ha sentito tante voci, persone e studiosi che la realtà delle fabbriche del Nord o della periferia romana conoscevano davvero. Un percorso lungo, maturato nel tempo modificando i pregiudizi ideologici iniziali che ha poi messo da parte. Una conoscenza che le ha permesso di superare anche il giudizio che espresse nel famoso articolo sull’album di famiglia, dove pur riconoscendo la filiazione delle Brigate rosse con la storia del movimento comunista, le rappresentava erroneamente come epigoni dello zdanovismo cominformista e non parte della nuova sinistra post-68. Trascinata dalla polemica con le posizioni di Botteghe oscure rinfacciava al Pci una paternità che invece, sul piano sociologico, politico e culturale, era tutta dentro la storia di quel che era accaduto a cavallo dei decenni 60-70. Dubito che Greco abbia mai letto un documento primario, una carta processuale. Cita la terza relazione della Moro 2 che riassume i lavori del 2017 (la Moro 2 non ha mai prodotto una relazione conclusiva) ma non credo abbia mai letto le relazioni del Ris sul garage di via Montalcini, le analisi splatter sulle macchie di sangue o la perizia acustica. Avrebbe scoperto che i carabinieri riconoscono la compatibilità del luogo e della dinamica, fino ad aver ricostruito la fattezza originaria del box, oggi modificato e ristretto a seguito di alcuni lavori. Per non parlare della nuova perizia tridimensionale della polizia scientifica che tanto ha mandato fuori di testa Flamigni e i membri più dietrologi della commissione parlamentare. La ricerca e la riflessione storica sono altra cosa dalla difesa di una posizione politica, per giunta smentita dalla storia.

2/fine

Processo Spiotta, la storia fa paura alla pubblica accusa e alle parti civili

Il colpo di scena provocato dalle dichiarazioni fatte da Lauro Azzolini lo scorso martedì 11 marzo nell’aula di corte d’assise di Alessandria, quel «C’ero io quel giorno di cinquant’anni fa alla Spiotta! […] io sono l’unico che ha visto quello che quel giorno è davvero successo», rappresenta un gesto di trasparenza che inevitabilmente capovolge il senso del processo. Liberatosi delle schermaglie procedurali, Azzolini si è riappropriato della verità. Spetta ora alla corte d’assise apprezzarla e soprattutto fare luce su tutti i momenti di quel tragico 5 giugno 1975 che si è chiuso con l’uccisione di Margherita Cagol e il ferimento di tre carabinieri, uno dei quali, l’appuntato Giovanni D’Alfonso, morirà nei giorni successivi.

Processo ribaltato
Il teorema accusatorio iniziale, messo in campo con dispendio enorme di energie e risorse pubbliche dalla procura, ha così iniziato a traballare. Anche la strategia delle parti civili adagiate comodamente sul presunto silenzio e sulla inazione degli imputati è stata scossa, suscitando iniziale sorpresa. La testimonianza di Azzolini, «l’ultima immagine che ho di Mara, che non dimenticherò mai, è di lei ancora viva che si era arresa con entrambe le braccia alzate, disarmata, e urlava di non sparare…», ha rimesso al centro del processo le circostanze mai chiarite della sua morte. Per uscire dal disorientamento c’è stato chi ha provato a sostenere che l’imputato, ormai alle strette, avesse parlato solo perché non aveva altra scelta: «accerchiato da prove inesorabili». In realtà le parti civili quando nel novembre del 2021 chiesero la riapertura delle indagini avevano ben altri obiettivi: nell’esposto depositato in procura indicavano in Mario Moretti il sospetto fuggitivo. Lo stesso figlio dell’appuntato Giovanni D’Alfonso scrisse una prefazione a un libro di due giornalisti, uscito appena due giorni dopo la presentazione del suo esposto, nel quale si sosteneva la responsabilità di Moretti nella sparatoria e lo si accusava di aver abbandonato Margherita Cagol al suo destino, con l’obiettivo di sostituirla al vertice delle Brigate rosse. «Piano diabolico» che i due giornalisti romanzarono ulteriormente in un secondo volume, dove il Centro Sid di Padova veniva indicato come il vero regista dell’intera operazione per il tramite di un confidente, arruolato all’interno della Assemblea autonoma di Porto Marghera e da qui confluito successivamente nella nascente colonna veneta delle Brigate rosse, che nulla c’entrava con la colonna torinese organizzatrice del sequestro. Confidente che ascolato dai pm torinesi ha sostenuto per ben due volte che il brigatista fuggito fosse Alberto Franceschini, già in carcere al momento dei fatti. Almeno pubblicamente, non risulta che le parti private abbiano mai preso le distanze da questa rappresentazione spionistica della vicenda. Al contrario un suo attuale rappresentante, l’ex magistrato Guido Salvini, nel corso di un dibattito sul web del 22 settembre 2022 ha ribadito il suo convincimento sulle responsabilità di Moretti, dipinto come figura «ambigua» e «oscura».

La storia non deve entrare in aula
Forse è anche per questo che nella parte finale dell’udienza, quando si è discusso sull’ammissibilità delle prove e dei testi, dalla pubblica accusa e dalle parti civili è venuta una levata di scudi contro la presenza nel processo dello storico e docente universitario Marco Clementi, chiamato a deporre, in qualità di consulente storico, dall’avvocato Francesco Romeo che difende Mario Moretti: sulle modalità operative e sulla struttura organizzativa delle Brigate rosse nel 1975 e successivamente. La discussione che ne è seguita ha avuto aspetti surreali, a cominciare dall’avvocato della parte civile Sergio Favretto che si è opposto, giudicando Clementi, già audito nel giugno 2016 dalla Commissione Moro, presieduta da Giuseppe Fioroni, seduta nella quale depositò importanti documenti: «inadeguato a fornire una consulenza all’interno di un processo penale». Sventolando un volume apparso nel 2017, il rappresentante della famiglia D’Alfonso ha accusato il professore di aver dedicato «appena mezza pagina alla Spiotta», senza citare nemmeno «Giovanni D’Alfonso che fu una vittima della Spiotta». L’avvocato Favretto avrebbe fatto migliore figura se avesse consultato con più modestia e maggiore accuratezza gli altri lavori pubblicati. Il suo collega, l’ex magistrato Guido Salvini, non potendo opporsi perché durante la sua passata attività di giudice istruttore e gip si è avvalso per decenni dell’ausilio di un consulente come Aldo Giannuli, esperto di Servizi segreti ma non di Brigate rosse, ha chiesto come «controprova» l’audizione dell’ex pm Armando Spataro. Richiesta singolare perché in primis la controprova sarebbe semmai quella presentata dalla difesa, la richiesta di Salvini è solo una prova ausiliare della pubblica accusa, poi perché un ex pm, che ha arrestato e fatto condannare tutti e tre gli imputati chiamati a giudizio, non sembra stare proprio nei panni della figura terza che fornisce consulenza alla corte. Deve essere davvero disperata la situazione tra i fautori della dietrologia, di cui l’ex giudice Salvini è uno dei più accesi sostenitori, se da quelle parti scarseggiano storici in grado di descrivere il funzionamento organizzativo delle Brigate rosse nel corso della loro storia. D’altronde se per decenni si è sostenuto che dietro le Br c’erano gli organigrammi di Langley, poi diventa difficile trovare esperti che sappiano dire qualcosa di diverso.

Un pm senza storia
Ma forse l’argomentazione più stupefacente è venuta dal pubblico ministero Emilio Gatti, il quale opponendosi fermamente all’audizione di Clementi, ha sostenuto di non amare il lavoro degli storici: «perché c’è sempre un qualcosa di soggettivo in questo rimettere insieme le fonti […] io – ha proseguito – non vi produco l’interpretazione, non è una prova l’interpretazione». Una rivendicazione sprezzante della superiorità dell’ontologia giudiziaria rispetto a quella storica che, senza scomodare Marc Bloch, il padre della storia moderna, inevitabilmente riporta alla mente il libro di Carlo Ginzburg sul giudice e lo storico, sui loro mestieri differenti nonostante entrambi cerchino di ricostruire dei fatti con strumentazioni spesso simili, anche se poi i primi si limitano a ricercare la responsabilità penale mentre i secondi, per loro fortuna, possono andare molto oltre, scavando e ricostruendo in ogni dove. Non sarà forse un caso se i migliori giudici sono quelli che sanno fare anche gli storici mentre i peggiori sono quelli che restano solo dei Torquemada.
Ora in un processo che si svolge cinquant’anni dopo i fatti e dove la pubblica accusa ha portato come fonti di prova sette libri e imputa a Curcio e Moretti quanto affermato nei loro libri-intervista, fondando l’accusa su una interpretazione discutibile delle loro parole, proprio perché non corredata dalla conoscenza storica sul funzionamento delle strutture organizzative delle Brigate rosse, questa ostilità verso il lavoro storico appare quantomeno sospetta. In questo caso, infatti, l’expertise storica aiuterebbe chi deve giudicare ad ancorare il processo alla realtà dei fatti. L’atteggiamento della pubblica accusa poco si concilia con l’affermazione di Luigi Ferrajoli, secondo cui «Il processo è per così dire il solo caso di “esperimento storiografico”». Sembra di rivedere l’ostinato atteggiamento del procuratore generale di Roma Antonio Marini quando rivendicava l’intangibilità del giudicato processuale davanti all’emergere di nuove conoscenze che la ricerca storica veniva producendo e che intaccavano le responsabilità penali sancite nelle sentenze del processo Moro. Venticinque imputati sono stati condannati per il tentato omicidio dell’ingegner Alessandro Marini, la mattina del 16 marzo in via Fani. Un fatto, oggi sappiamo, mai accaduto. Durante i lavori della seconda commissione Moro, lo stesso ingegner Marini ha ammesso che il parabrezza del suo motorino si era infranto nei giorni precedenti l’assalto brigatista, a causa di una caduta accidentale del mezzo dal cavalletto, e non in seguito a colpi di arma da fuoco esplosi contro di lui, circostanza per altro mai confermata dalle perizie balistiche. Sono trascorsi quasi dieci anni da quelle ammissioni, ancora di più dalla scoperta di un verbale del 1994, in cui lo stesso ingegnere rivelava per la prima volta come si era rotto il parabrezza, e del ritrovamento delle foto del motorino col parabrezza tenuto da nastro adesivo sul marciapiedi di via Fani, ma la «scienza giuridica» non è ancora corsa ai ripari per ristabilire la sua ontologica superiorità correggendo un clamoroso errore giudiziario.

Il consulente non verrà ascoltato
Alla fine la corte ha deciso di non dare la parola al professor Clementi. Se ne riparlerà più avanti, forse. Una decisione grave che ha privato la difesa dell’unico teste richiesto e che imbavaglia i suoi argomenti. Il messaggio è chiaro: questo processo deve tramandare la storia di un’organizzazione costruita in modo gerarchico, verticistico, piramidale, con a capo una cupola che dava ordini insindacabili al resto del gruppo. L’accusa ha bisogno di questa narrazione processuale perché si arrivi alle condanne. Si deve impedire che qualcuno venga a smentire tutto ciò, sollevi dubbi nei giudici ricordando che nelle Brigate rosse vigeva un principio d’autonomia delle decisioni, la circolazione orizzontale dei flussi informativi che determinavano le scelte politiche finali e che la decisione di ricorrere ai sequestri di autofinanziamento, ripresi dall’esperienza delle guerriglie sudamericane, fu collegiale, controversa e dibattuta e che le modalità operative furono demandate, come sempre, alla colonna che operava sul territorio. Tutta un’altra storia ma soprattutto una altro processo.

Sequestro Moro, il vicolo cieco del complottismo /prima parte

Dopo aver intervistato, lo scorso febbraio 2025, Dino Greco (leggi qui), in passato segretario generale della Camera del lavoro di Brescia e successivamente direttore del quotidiano Liberazione e ora membro della redazione della rivista «Su La Testa», autore del libro Il bivio, dal golpismo di Stato alle Brigate rosse, come il caso Moro ha cambiato la storia d’Italia, Bordeaux edizioni, Roma 2024, la rivista Utopia21 ha deciso di proseguire la sua disamina del «caso Moro» su un altro versante storiografico che mette radicalmente in discussione l’ipostazione complottista proposta da Greco. Gian Marco Martignoni ha sentito Paolo Persichetti, autore del volume La polizia della storia, la fabbrica delle fake news nell’affaire Moro, apparso per DeriveApprodi nel 2022 e precedentemente con Marco Clementi ed Elisa Santalena di, Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera, Deriveapprodi 2017. A causa della lunghezza del testo, pubblichiamo oggi solo la prima parte della intervista, il seguito nei prossimi giorni. Chi volesse già da ora leggerla integralmente può trovarla qui

Utopia21, marzo 2025
Intervista di Gian Marco Martignoni a Paolo Persichetti

Sul rapimento e poi l’uccisione di Aldo Moro esiste una letteratura assai ampia, anche recentemente sono usciti nuovi libri, si pensi a quelli di Stefania Limiti e Dino Greco. Il filone delle pubblicazioni sembra inesauribile.
Lo storico Francesco Maria Biscione, recentemente scomparso, ha curato una bibliografia sulla figura e la vicenda di Aldo Moro. Nell’ultima stesura del marzo 2023 aveva catalogato circa 1100 volumi, una cifra in difetto perché scorrendola mi sono accorto che mancava ancora qualcosa. Se poi a essi aggiungiamo le pellicole cinematografiche realizzate prima della morte dello statista democristiano, come Forza Italia di Roberto Faenza e Todo Modo di Elio Petri, entrambe cadute in disgrazia perché incompatibili con la narrazione costruita dopo il rapimento e la sua scomparsa, o le successive – con l’aggiunta delle serie televisive – come i film di Giuseppe Ferrara e Marco Bellocchio, per citarne solo alcuni, o ancora le rappresentazioni teatrali di Pesce, Timpano, Gifuni, senza soffermarsi sulla sterminata produzione giornalistica, oppure le canzoni autoriali che hanno fatto riferimento alla sua vicenda politica, da Rino Gaetano a Giorgio Gaber, quest’ultima subito censurata, ci rendiamo conto di quanto il rapimento Moro si sia costruito nel tempo come un «caso» a sé stante separato dalla vicenda storica della lotta armata e delle Brigate rosse. Un affaire che deve molto all’industria editoriale arrivata a farne un nuovo genere letterario di tipo spionistico con i suoi lettori appassionati e che produce fenomeni di costume tra i più diversi. Si va dai gruppi social dedicati che affrontano la vicenda come un gioco di società, ispezionando i luoghi e cercando le ex basi brigatiste per poi affannarsi in lambiccate ipotesi complottiste, fino a società di turismo che propongono a sprovveduti clienti tour-fiction con interpretazioni attoriali su luoghi che storicamente nulla c’entrano col sequestro. Qualcosa che ricorda lo sketch di Totò quando cercava di vendere a un ignaro turista la Fontana di Trevi. Il sequestro Moro è divenuto per certi versi un mercato per allocchi dove imperversano personaggi senza scrupoli, millantatori, mitomani e furbastri di ogni genere. Personaggi di una farsa surreale che hanno rimpiazzato i protagonisti tragici di quella storia.

Nel sottotitolo del tuo ultimo libro fai un esplicito riferimento all’affaire Moro.


Certo, la costruzione dell’«affaire», come lo definì Sciascia, è ormai un tema storico che vanta una lunga lista di specialisti e addetti. Un oggetto storiografico separato e rilevante soprattutto per la potenza distorsiva che contiene. Si tratta di un livello parallelo che poco c’entra con quanto è realmente accaduto. Se si omette l’insorgenza sociale degli anni 70, diventa difficile comprendere come sia stato possibile che la mattina del 16 marzo 1978 un gruppo di operai scesi dalle fabbriche del Nord si sia dato appuntamento in via Fani con dei giovani delle periferie romane per tentare di cambiare il corso della storia. La stratificazione delle narrazioni che si è succeduta nei quasi cinquant’anni che ci separano dal sequestro, l’attività delle commissioni parlamentari, soprattutto delle ultime due, la Stragi presieduta da Pellegrino e la Moro presieduta da Fioroni, hanno disseminato fake news opacizzando la comprensione dei fatti. Dal punto di vista delle pubblicazioni, i libri veramente incisivi arrivano a fatica a poche decine. Il filone predominante resta quello dietrologico-complottistico, tra cui si annoverano i due volumi che hai appena citato. Ruminamenti delle vecchie tesi complottiste, quel regno dei misteri che i gruppi parlamentari del Pci misero in forma nel lontano 1984, alla conclusione del primo processo Moro e della prima commissione d’inchiesta parlamentare, e che da allora si trascinano come un disco rigato, nonostante nel frattempo abbiano perso pezzi grazie alla desecretazione dei documenti e al difficile, ma ostinato, lavoro storiografico indipendente. Ignorare le smentite sopravvenute ripetendo goebbelsianamente le stesse menzogne è il segreto di questa tecnica di falsificazione del passato.

Perché nel 2022 hai dato alle stampe il libro «La Polizia della Storia. La fabbrica delle fake news nell’affaire Moro», che fin dal titolo si contraddistingue per essere decisamente controcorrente rispetto alla piega che il dibattito ha assunto ormai da molto tempo?
Perché nel giugno 2021 ho subìto una pesante incursione della polizia di prevenzione, su mandato della procura di Roma, che si è impossessata del mio archivio digitale, del mio materiale di ricerca storica raccolto in anni di lavoro negli archivi pubblici e nelle interviste ai testimoni. E’ stata la mia risposta a quell’attacco senza precedenti alla libertà di ricerca. Una inaccettabile rappresaglia contro la storiografia indipendente, estranea alle narrazioni di regime. Quando ho avuto in mano le prime carte dell’inchiesta e sono riuscito a decifrarne la logica ho deciso di raccontare tutto, di denunciare quanto accaduto, riprendendo anche il filo del lavoro di ricerca con gli ultimi aggiornamenti sulle nuove conoscenze intervenute sul sequestro Moro e fornendo un resoconto radicalmente critico dell’attività mistificatrice condotta dall’ultima commissione Moro, i cui lavori avevo seguito da vicino.

Prima di proseguire nell’intervista mi sembra opportuno chiederti a che punto è la tua vicenda processuale?
Dopo oltre tre anni di indagine la procura ha chiesto l’archiviazione del fascicolo perché non è riuscita ad individuare alcun reato e perché in ogni caso quelli ipotizzati, parliamo del 2015, erano ormai prescritti. In via teorica l’azione giudiziaria si attiva per individuare i responsabili di reati commessi, dopo una notizia criminis, ovvero quando un fatto-reato esiste, è accertato. A quel punto si va alla ricerca dei responsabili che lo avrebbero commesso. In questo caso c’è stata invece un’azione «preventiva», ci si è mossi per individuare reati non ancora accertati ma solo ipotizzati. Più che un’inchiesta si è trattato di un rastrellamento giudiziario: «vengo a casa tua, sequestro tutto, qualcosa di illecito sicuramente trovo perché tu con il lavoro storico che fai sei ai miei occhi un sospettato permanente». Il risultato è che non hanno trovato nulla che potessero usare penalmente! Hanno certamente aggiornato le loro informazioni, raccolto una quantità di notizie, appunti, arricchito un background di conoscenze. Che poi è il vero lavoro che sta dietro l’attività di qualunque polizia. Una specie di «vita degli altri». Significativo è il fatto che nei rapporti dell’inchiesta il lavoro di ricerca, l’attività storica da me realizzata veniva apparentata ad una sorta di nuova militanza, una specie di «banda armata storiografica…..».
La colpa che mi veniva imputata era quella di fare storia fuori dai canoni ritenuti legittimi. La domanda è: una società dove il ministero dell’Interno si erge ad arbitro del lavoro storico e pretende di decidere cosa si deve scrivere in un libro e chi ha il diritto di scriverlo, che società è? Da qui la polizia della storia.

A fronte di questa incredibile storia come hai fatto a comporre questo libro, stante che materialmente ti è stato impedito di proseguire «nei cantieri di ricerca aperti»?
Mi sono aiutato con il mio blog, Insorgenze.net, dove sono presenti oltre 1200 articoli frutto del mio lavoro di giornalista e di ricercatore. Un vero archivio che ho ripreso in mano aggiornando e incrementando gli interventi presenti anche grazie all’aiuto di amici e altri ricercatori che avevano copia di alcune parti della documentazione che mi era stata sottratta. Insomma ho chiesto aiuto e ho nuovamente recuperato quanto era possibile rintracciare dalle fonti aperte.

Quando analizzi l’arrivo delle Brigate rosse in via Fani il 16 marzo del 1978 ad un certo punto descrivi il posizionamento della 128 bianca, con due «irregolari» della Colonna romana a bordo. Quale era il confine tra militanti «regolari» e militanti «irregolari», e quando la clandestinità ha preso il sopravvento rispetto alle scelte organizzative delle Brigate rosse?
Contrariamente a quel che si crede, le Brigate rosse non nascono come una formazione clandestina. All’inizio operano con modalità semilegali: tutti i loro componenti vivono nelle loro case, hanno famiglia, figli, mogli o mariti, genitori. Vanno a lavorare regolarmente. Solo la loro azione politica di propaganda armata è «clandestina». Una clandestinità molto aleatoria che non garantisce a lungo la sicurezza del gruppo. Presto verranno individuati e pedinati e nel maggio del 1972 l’organizzazione, che all’epoca era prevalentemente incentrata su Milano, viene sgominata. Una retata fa cadere quasi tutte le basi e un bel pezzo della loro rete militante e di sostegno. I pochi scampati si ritrovano in un casolare del Lodigiano, gestito da Piero Bertolazzi, uno dei fondatori del gruppo, dove riflettendo sullo smacco subìto elaborano una innovativa teoria dell’organizzazione che prevedeva la «clandestinità strategica», così la chiamarono. Clandestini allo Stato e ai suoi apparati ma non alle masse, agli operai che erano il loro punto di riferimento, la loro base sociale, l’acqua dove nuotavano e da dove provenivano: le fabbriche. Ovviamente il nuovo modello organizzativo che prevedeva il passaggio alla vita clandestina dei quadri militanti presupponeva anche il rafforzamento della capacità logistiche: l’approvvigionamento di risorse economiche con le rapine di autofinanziamento, la creazione di una rete di basi sicure dove alloggiare i militanti clandestini e creare archivi, depositi e laboratori. La capacità di fornire loro copertura con la realizzazione di documenti contraffatti. Tutto in completa autonomia, senza ricorrere al mondo della malavita che era monitorato dalle forze di polizia e pieno di confidenti. Senza una forte logistica la lotta armata non sarebbe durata una settimana e la logistica è l’indicatore che da prova del radicamento sociale delle Brigate rosse. La logistica si avvale del grado di sviluppo delle forze produttive dell’epoca, del sapere operaio, delle sue elevate capacità tecnologiche e dell’esistenza di un radicato sostegno, appoggio, simpatia che si manifesta con modalità e intensità diverse. Quando si porrà il problema di produrre patenti di guida, per esempio, saranno degli operai delle aziende tessili del Biellese che forniranno la famosa tela rosa sulle quali erano stampate le patenti dell’epoca. Quindi vennero messe in piedi delle tipografie grazie alla presenza di militanti tipografi, così stamparono di tutto: riprodussero ogni tipo di timbro, carta di circolazione, bolli auto e contrassegni delle assicurazioni. Altri operai fornirono la plastica per fabbricare targhe, venne inventato un termoaspiratore che grazie ad un calco riproduceva le targhe. Tornitori e fabbri si occupavano di riparare armi e costruire silenziatori artigianali, altoparlanti…. Poi c’erano anche medici e infermieri degli ospedali che fornivano la necessaria assistenza. Dopo gli arresti del 1972 viene gradualmente elaborata una teoria dell’organizzazione assolutamente innovativa e senza precedenti rispetto alle altre esperienze guerrigliere passate e contemporanee. Un modello che si costruisce sperimentalmente sulla base dell’esperienza diretta e che troverà definitiva formalizzazione nel novembre 1975. Le forze «regolari» sono quadri dell’organizzazione che entrano in clandestinità, supportati dall’apparato logistico che ho descritto. Attenzione a non confondere i latitanti, ricercati dalle forze di polizia, con i regolari. Entrambi sono clandestini ma i primi per necessità, i secondi per scelta. In origine gran parte dei regolari non sono conosciuti dalle forze di polizia, quindi non sono latitanti. Lo diverranno col tempo, una volta identificati. Tra i latitanti vi possono essere anche degli «irregolari», ovvero militanti dell’organizzazione che conducevano vita legale, spesso nelle brigate territoriali o nei posti di lavoro. I due irregolari cui fai riferimento sono Alvaro Loiacono, che infatti indossa un «mephisto» con cui travisa il volto perché già fotosegnalato dalle forze di polizia, e Alessio Casimirri. Nella squadra che opera la mattina del 16 marzo c’è un regolare che all’epoca non era ancora completamente clandestino, Bruno Seghetti. Viveva in un monolocale dell’organizzazione situato in Borgo Vittorio. Per questa ragione dopo la retata di inizio aprile che le forze di polizia condurranno a Roma negli ambienti dell’autonomia, Seghetti che ufficialmente era domiciliato a casa dei genitori a Centocelle, dove la polizia andò a cercarlo, si presentò in commissariato per non destare sospetti. In questo modo dovendo dare spiegazioni sulla sua assenza bruciò la base di Borgo Vittorio che venne subito smantellata.

Nel tuo libro c’è un capitolo che riprende una intervista a Giuliano Ferrara, a quel tempo membro della segreteria torinese del Pci e responsabile delle fabbriche. Perché le parole di Ferrara sono così importanti?
Perché per la prima volta un importante dirigente del Pci racconta le tecniche che quel partito impiegò per contrastare le Brigate rosse, il loro «principale antagonista a sinistra», come disse Berlinguer in una intervista apparsa su Repubblica nell’aprile del 1978. Emerge così la catena di trasmissione che lega la procura sabauda e la federazione comunista torinese, con Caselli (il magistrato che ha arrestato più operai nella storia d’Italia), e con lo stesso Violante che nel 1978 era nell’ufficio legislativo del ministero della Giustizia per creare le basi della svolta emergenzialista con l’introduzione dei principi di trattamento differenziato: carceri e legislazione speciale. I due magistrati tenevano riunioni in federazione, concertando le strategie di contrasto alla lotta armata con i dirigenti del partito comunista locale mentre il partito, quando emersero difficoltà nella composizione della giuria popolare, filtrò diversi giurati. Una interferenza politica nel processo non certo in linea con i dettami costituzionali, l’autonomia della magistratura e il codice di procedura penale. Una testimonianza, quella di Ferrara, assolutamente rilevante sul piano storico che non trovò spazio nel giornale dove lavoravo all’epoca. L’allora direttore Dino Greco si rifiutò di pubblicarla perché «non in linea con la verità politica» che a suo avviso Liberazione, il quotidiano di Rifondazione comunista, doveva preservare. Una verità politica, ovvero una menzogna storica, costruita negando quanto era avvenuto nella realtà. La stessa «verità politica» che senza battere ciglio Greco ripropone nel libro che ha dedicato alla ricostruzione della storia della Brigate rosse e del sequestro Moro.

Cosa vuoi dire quando evidenzi che «attorno alle parole di Moro si è combattuta e tuttora si combatte una battaglia importante, una battaglia politica»?
Nel corso della prigionia Moro fu descritto dall’ampio schieramento politico e giornalistico che sosteneva la linea della fermezza (Dc, Pci, Repubblica di Scalfari) come una vittima della sindrome di Stoccolma, un politico privo di senso dello Stato, autore di lettere che non erano moralmente e materialmente ascrivibili alla sua persona. In un precedente volume ho pubblicato ampi stralci dei verbali delle riunioni della Direzione del Pci, nei quali oltre a denunciare l’uso di violenza psichica e preparati chimici per far collaborare l’ostaggio, si esprimevano giudizi pesantissimi nei confronti del prigioniero. Oggi sappiamo che si trattava di una versione di comodo, elaborata in quei giorni nelle stanze del Viminale grazie all’opera del professor Franco Ferracuti e del suo assistente Francesco Bruno, che suggerì di ritenere pubblicamente Moro un ostaggio sotto influenza dei suoi rapitori per delegittimare le proposte di trattativa e scambio di prigionieri elaborate in via Montalcini. Si trattò di una cinica operazione di disinformazione, un’azione di controguerriglia psicologica che governo, forze politiche e grande stampa accolsero e utilizzarono. Fu un assassinio anticipato, prim’ancora del suo corpo vennero fucilati dalle forze dell’emergenza la sua coscienza e il suo pensiero politico. Non a caso Moro, perfettamente consapevole della scelta fatta dal suo partito e dal Pci, scrisse: «il mio sangue ricadrà su di voi». Soltanto nel 2017, trentanove anni dopo la morte, il memoriale difensivo e le lettere scritte in via Montalcini sono state inserite nell’opera omnia edita dalla Presidenza della Repubblica, riconoscendone appieno, seppur con un grave ritardo, l’autenticità e l’importanza storica, politica ed etica. Ormai nessuno ha il più il coraggio di mettere in discussione l’integrità morotea di quegli scritti. Un recente lavoro di analisi filologica condotto da Michele Di Sivo ha definitivamente sepolto ogni disputa, relegando nella pattumiera della storia tutti quelli che hanno provato ad argomentare sulla inautenticità. Ma per le forze politiche, gli intellettuali e i giornali che sostennero l’inautenticità delle parole di Moro restava il problema di trovare una via di uscita per giustificare la scelta fatta e liberarsi della responsabilità di aver trovato politicamente più conveniente la sua morte. E’ nata così la dietrologia, l’affannosa ricerca di responsabili di sostituzione, di una narrazione che capovolgesse la condotta tenuta nei 55 giorni del sequestro attribuendo ad altri la mancata liberazione dell’ostaggio e l’esito nefasto del sequestro.

1/continua

Errori, abusi e irregolarità della procura di Torino nell’inchiesta contro i quattro Br accusati per la sparatoria di cinquant’anni fa alla Cascina Spiotta

Alla fine del 2021 la procura di Torino, mentre si accingeva a riaprire le indagini sulla sparatoria avvenuta nel lontano giugno 1975 davanti alla cascina Spiotta, in località Arzello nei pressi di Acqui terme, dove morirono l’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso e la fondatrice della Brigate rosse Margherita Cagol, non sapeva che nel 1983 l’autorità giudiziaria di Alessandria aveva già condotto una propria inchiesta sugli stessi fatti contro Angelo Basone e Lauro Azzolini, due brigatisti poi prosciolti nel novembre 1987. La circostanza è stata candidamente ammessa dal pubblico ministero Emilio Gatti nella discussione che si è tenuta lo scorso 26 settembre durante l’udienza preliminare che dovrà decidere le sorti dell’indagine e stabilire se rinviare a giudizio gli ex militanti della Brigate rosse Lauro Azzolini, Renato Curcio, Mario Moretti e Pierluigi Zuffada. Cosa ha portato una procura tanto esperta e agguerrita nelle vicende della lotta armata, come quella torinese, coadiuvata dalla procura nazionale antiterrorismo, a commettere un così clamoroso errore? In realtà solo il primo di una lunga serie di irregolarità ed escamotage vari, finalizzati a forzare le regole della procedura, a quanto pare percepite unicamente come ostacoli frapposti all’azione penale.

Il tranello complottista
Fin dal venerdì 19 novembre 2021, quando l’avvocato Sergio Favretto deposita, per conto di Bruno D’Alfonso, uno dei figli del carabiniere deceduto, l’esposto che chiedeva la riapertura delle indagini, la procura torinese si era vista proporre una narrazione, rafforzata anche da un libro scritto da due giornalisti (Folegnani-Lupacchini), con la prefazione dello stesso D’Alfonso, depositato agli atti, che aveva come premessa un falso storico: il mancato svolgimento nei decenni precedenti di una inchiesta giudiziaria sulla sparatoria, fatta eccezione per il processo che vide come unico condannato Massimo Maraschi, brigatista catturato nell’immediatezza del rapimento Gancia, il giorno prima dello scontro a fuoco, per cui fu comunque condannato. L’esposto fondava le sue ragioni proprio su questo presunto vuoto e dunque su una conseguente necessità di sanare una palese ingiustizia. Riprendendo le conclusioni del volume, uscito solo tre giorni dopo la consegna dell’esposto in procura, si indicava una lista di nomi tra i quali si sarebbe dovuto individuare il brigatista fuggito. Sempre nel libro, invece, si postulava ancor più esplicitamente l’esistenza di un complotto, di ambigue zone di silenzio e complicità tra apparati dello Stato e brigatisti che avrebbero giustificato la mancata volontà di condurre le indagini su quanto era avvenuto il 5 giugno del 1975. In un secondo volume scritto dagli stessi autori, pubblicato sul finire della inchiesta, nel dicembre 2023, si è andati ancora oltre, sostenendo che la sparatoria della Spiotta, la morte di Mara Cagol e la fuga del brigatista mai individuato era avvenuta sotto la stretta regia dei Servizi segreti. Tralasciamo ora questo delirio complottista che i carabinieri e la procura non hanno seguito, ma che certamente alcune parti civili proveranno a reintrodurre nel processo, se questo dovesse andare in porto. Non è un caso se l’ex magistrato, ora avvocato Guido Salvini, ha dichiarato di avere assunto la difesa di una parte civile per dimostrare la colpevolezza di Curcio e Moretti, quest’ultimo ritenuto attore del complotto nei due volumi depositati agli atti, nei confronti dei quali aveva già anticipato in passato giudizi di colpevolezza e arroganti valutazioni personali. Non è la prima volta che delle fake news vengono impiegate come leve per avviare nuove inchieste. Resta l’incredibile circostanza che ha visto una procura riaprire incautamente delle indagini senza le necessarie verifiche, dando per scontato che nell’arco dei quarantasei anni precedenti non vi fossero stati altri procedimenti giudiziari.

L’inchiesta coperta
Ricevuto l’esposto, gli inquirenti hanno prima aperto, ad inizio 2022, una procedimento contro ignoti, ascoltato diversi testimoni, interrogato molti ex brigatisti senza cavare un ragno dal buco. A quel punto hanno cambiato strategia investigativa, convinti che l’unico modo per andare avanti fosse «intercettare» le chiacchiere degli ex Br, dopo aver reso pubblica la notizia dell’apertura della nuova inchiesta. Secondo i carabinieri che hanno condotto le indagini «L’attività di intercettazione consente l’opportunità di captare, dietro opportuni stimoli, i giusti commenti in ordine all’identità del fuggito». Tuttavia già nell’aprile del 2022 i carabinieri avevano focalizzato la posizione di Lauro Azzolini: «quale corresponsabile con Cagol Margherita dell’uccisione dell’appuntato Giovanni D’Alfonso». Ma nonostante questo dato acquisito, il fascicolo non muterà l’intestazione «contro ignoti», abile escamotage per non allertare la persona intercettata. Solo che negli stessi giorni la procura si avvede della esistenza della vecchia indagine del 1983 e del successivo proscioglimento, nel 1987, dello stesso Azzolini per i medesimi fatti. A questo punto la procura aveva una sola possibilità indicata dal codice: chiedere la riapertura delle indagini al gip per iscrivere il sospetto nel registro degli indagati. Tuttavia questa strada avrebbe reso vana la ricerca di nuove prove attraverso l’intercettazione telefonica, poiché per essere efficace questa doveva avvenire all’insaputa dell’indagato e senza prove nuove non era possibile riaprire nessuna indagine. Tanto più se il fascicolo con la sentenza-ordinanza di proscioglimento non si trovava più, perché andato disperso in una alluvione che aveva devastato l’archivio del tribunale di Alessandria.
Così la procura sceglie la via del silenzio: non avverte il gip della esistenza della vecchia indagine e soprattutto del proscioglimento di Azzolini, nei confronti del quale lo stesso gip, ignaro di tutto, aveva concesso l’intercettazione telefonica divenuta nel frattempo illecita. Questa situazione di totale illegittimità dell’indagine si protrarrà per dieci mesi. Nel dicembre 2022 la procura raddoppia addirittura l’abuso e con una procedura d’urgenza, del tutto infondata, inocula un captatore ambientale nel telefono di Azzolini, ancora una volta senza aver informato il gip della situazione e aver chiesto prima la revoca del vecchio proscioglimento.

Indagato senza essere prosciolto

Nel 2023 la situazione non cambia, anzi la procura cerca di far revocare il proscioglimento senza avvisarne il sospettato. Siamo al 10 febbraio 2023, dopo cinque giorni i pm rinunciano alla richiesta di revoca. Lo iscrivono finalmente nel registro degli indagati il 15 febbraio, dopo aver disposto a sua insaputa un accertamento tecnico irripetibile, ovvero l’estrazione delle impronte digitali dal documento acquisito da qualche tempo sulla «battaglia della Spiotta», che riportava la versione del Br scampato alla sparatoria, impedendogli così la nomina di un proprio consulente. Il 10 marzo 2023 la procura chiede addirittura la custodia cautelare di Azzolini sulla base di due intercettazioni ritenute delle «sostanziali confessioni». Il gip risponde che per «giurisprudenza costante» occorre prima revocare la precedente pronuncia di proscioglimento per i medesimi fatti. Finalmente dalla procura arriva la nuova richiesta di revoca del proscioglimento del 1987, senza però rivelare – tra gli elementi di prova – quanto era stato scritto nella richiesta di febbraio, ovvero che Azzolini era sotto intercettazione. In questa nuova domanda si cita solo l’esito delle perizie dattiloscopiche. In questo modo l’indagato non viene a sapere che tra i mezzi di prova ci sono anche delle intercettazioni. Il gip concede una riapertura limitata di sei mesi ma nonostante l’avvio formale di nuove indagini non viene sanata la situazione delle intercettazioni, telefoniche e ambientali, che permangono intatte nella veste giuridica di semplici proroghe della iniziale autorizzazione da tempo illecita.

Le intercettazioni non bastano
A maggio 2023 nuovo cambio di strategia, i pm cercando di puntellare le intercettazioni illegali convocando come semplici testimoni due soggetti “captati” che ad avviso degli inquirenti avevano avuto conversazioni indizianti con Azzolini. Ma si tratta dell’ennesima forzatura procedurale poiché uno di loro, Antonio Savino, è un ex Br imputato di reato connesso e quindi ha diritto alla presenza di un legale di fiducia e non ha l’obbligo di rispondere per legge. La difesa fa notare la circostanza e si vede rispondere che spetta ai pm stabilire la qualifica giuridica del convocato, fosse anche illegittima.
L’altro testimone, PB, è una persona totalmente estranea alle vicende degli anni 70, divenuto amico nei decenni successivi della moglie di Azzolini, anch’essa ex Br. Una volta sentito, disattende le attese dei pm che però rinunciano a contestargli l’intercettazione da loro ritenuta indiziante per non metterlo sull’avviso. A giugno la procura ripropone la richiesta di arresto per Azzolini, accusato di avere condizionato la testimonianza di PB inquinando così le prove. Tuttavia il 17 luglio il gip respinge nuovamente le pretese delle procura dopo avere dichiarato inutilizzabili le intercettazioni ambientali effettuate prima della revoca del proscioglimento e della riapertura delle indagini (in realtà mai interrotte). Si tratta di una battuta d’arresto per i pubblici ministeri che vedono traballare l’intero castello di carta dell’inchiesta. Davanti al gup, lo scorso 26 settembre, replicheranno che questi rilievi del gip, sottolineati dalla difesa, in realtà sono infondati poiché trattandosi di due inchieste distinte, la prima contro ignoti e la seconda contro Azzolini e suoi coimputati, le intercettazioni autorizzate nel corso della prima inchiesta restavano comunque valide anche nella seconda, sulla base di una semplice proroga.

Il teste braccato
A Settembre 2023 la procura riparte alla carica e interroga nuovamente il testimone PB, accusato di falsa testimonianza durante l’esame. Ancora una volta i pm violano il codice poiché a quel punto PB andava interrogato con l’ausilio di un difensore, essendo mutata la sua posizione giuridica da testimone a persona sospettata di reato. Invece le domande nei suoi confronti si fanno più pressanti e riguardano sorprendentemente anche il ruolo svolto dall’avvocato di Azzolini, che avrebbe avuto un incontro richiesto dal teste. 
L’inchiesta termina qui, con la messa sotto accusa di Azzolini, nel frattempo rinviato a giudizio insieme ai suoi tre coimputati, e il tentativo di fare la stesa cosa con il suo avvocato. Circostanza che ricorda l’inchiesta perfetta sognata da ogni pm: condannare l’imputato e liquidare il suo difensore.

Nuova inchiesta sulla cascina Spiotta, Renato Curcio prende la parola

Renato Curcio torna a prendere la parola a pochi giorni dalla udienza del gip di Torino (26 settembre prossimo) che lo vede imputato insieme a Mario Moretti, Lauro Azzolini e Pierluigi Zuffada, dopo la nuova inchiesta (a 49 anni dai fatti) sul sequestro dell’industriale dello spumante Vallarino Gancia, realizzato dalla colonna torinese delle Brigate rosse, e la sparatoria del 5 giugno 1975 davanti alla cascina dove l’ostaggio era custodito. Curcio smonta il teorema accusatorio messo in piedi dai pm, smentisce alcune convinzioni storiche errate sul funzionamento interno delle Brigate rosse («non esistevano figure apicali, l’organizzazione era trasversale, le colonne agivano in autonomia»), tanto meno direttive centrali che imponevano conflitti a fuoco frontali con le forze di polizia, per chiedere come mai la procura titolare delle nuove indagini non abbia voluto fare luce sulla morte di Mara Cagol nonostante la perizia ne avesse accertato l’uccisione a freddo, le innumerevoli versioni sui fatti fornite dai carabinieri intervenuti all’epoca, i moltepolici dubbi e incertezze ammessi dagli stessi inquirenti

– foto luca zennaro –

Caro Paolo,
ho letto sul tuo blog l’articolo Il passato che non passa, il prossimo 26 settembre davanti al gip di Torino le richieste di rinvio a giudizio contro Azzolini, Curcio, Moretti e Zuffada per la sparatoria alla Spiotta di 49 anni fa che hai postato il 20 settembre. Anzitutto voglio ringraziarti per l’attenzione a questa tardiva coda giudiziaria di una vicenda già considerata chiusa da altri magistrati e che comunque si perde nella notte di “altri tempi”. Più ancora però ho apprezzato il tuo tentativo di analizzare la pretesa giudiziaria in una prospettiva storica. In questa stessa prospettiva mi permetto di sottoporti alcune considerazioni in stretta relazione alle questioni che più direttamente mi riguardano.
In apertura della tua analisi scrivi che mi viene mossa l’accusa di «concorso morale sulla base di una frase presente in un articolo scritto (non da me) quattro mesi dopo la sparatoria su un giornale clandestino di propaganda, Lotta armata per il comunismo, che per i pm avrebbe avuto valore predittivo, prova di una fiscale direttiva interna emessa dalle istanze dirigenziali delle Brigate rosse».

Nessuna fugura apicale, le Brigate rosse erano un’organizzazione orizontale
Ho letto attentamente il documento Avviso all’indagato di conclusione delle indagini preliminari a cui ti riferisci ma la dizione «concorso morale» mi sembra che non venga mai utilizzata. Al mio riguardo viene spesa invece una espressione anche più ambigua: «figura apicale».
Espressione interessante perché nella sua indeterminazione rimanda insieme a una insinuante apparenza e ad una sostanziale inconsistenza. L’apparenza insinuante è che, essendo stato un fondatore dell’organizzazione di propaganda armata Brigate Rosse, non potevo che essere anche, in quel particolare momento, al «vertice» di quell’organizzazione. L’inconsistenza sta invece nel fatto che le Brigate Rosse non erano affatto un’organizzazione verticale ma erano costituite da alcune Colonne strategicamente unite sul piano politico ma operativamente indipendenti e rigorosamente compartimentate sul terreno operativo. Nessun «apice» dunque poteva decidere cosa dovessero o non dovessero fare le singole colonne.
Ho visto anche che l’assunzione di responsabilità politica che sia io che Mario Moretti facciamo – nelle due interviste pubblicate nei primi anni novanta del Novecento – viene utilizzata oggi per incriminarci. Ciò che gli intervistatori – Scialoja per me e la Rossanda per Mario – assemblano delle nostre dichiarazioni personalizzandole è la decisione che i militanti delle Brigate Rosse nel loro confronto e dibattito politico interno avevano preso, di autorizzare le varie colonne a compiere sequestri di persone facoltose a fini di finanziamento qualora ne avessero, in piena indipendenza, le capacità e la volontà. Far derivare da un dibattito politico una responsabilità penale… vedi un po’ tu, se non in malafede, come ci può stare.
In quanto storico nei tuoi saggi ti sei interessato di quel periodo e sai pertanto che, assai prima delle mie attuali parole, i documenti dell’epoca spiegano con chiarezza quella struttura orizzontale; struttura che peraltro distingueva nettamente le Brigate Rosse da altre organizzazioni scese in campo in quei tempi sul terreno armato. Una paradossale conferma di ciò, d’altra parte, viene proprio dall’esito delle ricerche condotte dai Pm steso l’Avviso. Essi infatti nonostante un abnorme ricorso a intercettazioni fatte a tutto campo, ad interrogatori di pentiti, dissociati e a fonti varie, non hanno potuto trovare neppure una sola testimonianza a conforto delle loro attese. Neanche una!

Il teorema accusatorio dei pm è infondato, nelle Br la linea di condotta era quella di «evitare nei limiti del possibile gli scontri a fuoco e cercare, in caso di difficoltà imprevista, di sottrarsi preservando anzitutto l’incolumità di eventuali ostaggi»
In un altro punto del tuo articolo fai riferimento al cosiddetto “Giornale delle Brigate Rosse” – Ho avuto modo di leggere, negli atti depositati, il testo del volantino in cui sarebbe stata data la direttiva «se avvistate il nemico vi sganciate prima del suo arrivo, se venite colti di sorpresa ingaggiate un conflitto a fuoco per rompere l’isolamento». Due cose mi sono apparse davvero bizzarre. La prima è che quel documento è stato redatto alcuni mesi dopo gli avvenimenti della Spiotta tant’è che chi lo ha scritto compie una disamina esplicita e assai critica di ciò che il 5 giugno 1975 alla Spiotta era successo. Personalmente non avevo avuto contezza fino ad oggi della sua esistenza e, francamente, non saprei proprio a quale Colonna sia possibile attribuirlo. Ma, se pure non fosse un falso, colpisce nel suo linguaggio la mordacità critica che esso manifesta contro la «tattica di combattimento» di Margherita e del compagno che era con lei. In quel ciclostilato infatti si legge che «purtroppo» la «tattica di combattimento» di Margherita, fu «difensiva» e viziata dalla «illusione di potersi defilare senza annientare il nemico». Mentre, invece, a giudizio degli estensori di quel documento, «l’unica tattica di combattimento realistica sarebbe stata quella di affrontare lo scontro con l’obiettivo esplicito di annientare i Cc».
Essendo stato scritto a commento dei fatti avvenuti alla Spiotta, e rivolto a un lettore esterno alla Colonna che lo ha redatto, quel documento dunque non solo non impartisce ordini ad alcuno, ma addirittura entra in pubblica e aperta polemica con la Colonna torinese contestandone la linea operativa. Il suo estensore infatti critica in modo peraltro astioso l’orientamento tattico e il comportamento sul campo di Margherita e dell’altro compagno, definendoli «illusi di potersi defilare senza annientare il nemico». Tuttavia, e proprio questo è il punto che intendo segnalarti, con la sua critica ferocemente esplicita esso conferma la piena autonomia degli orientamenti tattici e dei comportamenti pratici della Colonna torinese a cui Margherita e il compagno fuggito si sono attenuti. Insomma, per non farla inutilmente lunga, se quel documento qualcosa ci dice è che: a) si tratta di un documento posteriore ai fatti e rivolto a lettori esterni alla Colonna che lo ha prodotto; b) non conforta in alcun modo la tesi degli estensori dell’Avviso, anzi, la smentisce; c) critica esplicitamente la regola operativa a cui da anni e in quel tempo la Colonna torinese si atteneva. Regola di lunga data e fino a quel giorno sempre osservata nelle innumerevoli operazioni di autofinanziamento che invitava ad evitare nei limiti del possibile gli scontri a fuoco e a cercare, in caso di difficoltà imprevista, di sottrarsi preservando anzitutto l’incolumità di eventuali ostaggi.

Perché la nuova inchiesta ha evitato di fare luce sulla uccisione di Mara Cagol, già a terra ferita e in stato di arresto?
Su un terzo punto concordo infine con quanto affermi nel tuo articolo quando rilevi: «l’assenza nella nuova inchiesta di approfondimenti sulle circostanze che portarono alla morte di Mara Cagol, nonostante la richiesta fatta durante l’interrogatorio da Renato Curcio, suo marito all’epoca».
In effetti in occasione dell’incontro con i magistrati inquirenti ho fatto presente, sia con una memoria scritta che verbalmente, che l’intera dinamica degli avvenimenti che hanno portato lutti alla cascina Spiotta non è mai stata chiarita. Sono gli stessi magistrati che hanno effettuato l’inchiesta, del resto, a manifestare “dubbi” su cosa e come sia realmente accaduto. Dubbi che essi esternano nella motivazione della richiesta di una perizia su due strani bossoli spuntati fuori negli ultimi tempi da «un sacchetto di plastica» consegnato loro dalla famiglia del carabiniere Giovanni D’Alfonso. «Ora – scrivono in questa richiesta – … si nutrono dubbi sulla ricostruzione della dinamica del conflitto a fuoco avvenuto il 5 giugno del 1975 …». Dubbi!
Molteplici e diverse sono state infatti le versioni su chi e quanti fossero i Cc realmente coinvolti; su come e quando sono arrivati alla cascina; sui comportamenti tenuti da ciascuno; sulle loro rispettive dislocazioni nello spazio e nel tempo; sulle armi di cui disponevano. Diverse sono anche le testimonianze che i Cc ufficialmente presenti hanno dato del modo in cui si sono svolti gli avvenimenti e delle pratiche circostanziali; diverso, infine, è il resoconto scritto dal militante che si sottrasse all’arresto. Imbarazzata, al riguardo, è l’indagine che su tutto ciò preferisce fare – nonostante la mia esplicita richiesta di ricostruire con precisione tutte le dinamiche – un salto a piè pari. Come se l’intrico di contraddizioni al riguardo non fosse un problema di rilevanza istituzionale ben maggiore del nome del militante che si è dileguato. La domanda allora è questa: cosa non ci stanno dicendo le istituzioni su questo intrico di contraddizioni che le riguarda? Una domanda importante perché ovviamente per capire come sono andate veramente le cose alla cascina Spiotta non possiamo basarci esclusivamente sulla relazione del compagno che si allontanò dalla cascina; relazione che riporta il “suo” raggio di osservazione peraltro molto limitato sia nello spazio che nel tempo. Chi ci fosse davvero alla Spiotta dal lato delle istituzioni, lui non poteva saperlo. Ma più rilevante ancora è infine un’altra domanda che agli storici dovrebbe interessare: perché “qualcuno” – chi francamente non m’interessa! – quando già Margherita Cagol Curcio era in stato di arresto, dunque nelle mani dello Stato, con le braccia alzate – come dimostra inequivocabilmente l’esame autoptico redatto dal Prof. Dott. Athos La Cavera – ha sparato un colpo sotto ascellare orizzontale per ucciderla?
So per lunga esperienza personale che non è mai semplice mettere d’accordo la verità giudiziaria e la verità storica. Della prima comunque sono altri a doverne rendere conto e mi auguro che lo facciano tutti onestamente, ma per quanto attiene alla verità storica che, anch’essa in tempi ravvicinati non è mai facile da documentare, spero che queste mie parole possano esserti utili quantomeno per il tuo lavoro.

Renato Curcio, 22/09/2024