Una nuova perizia per sapere chi ha ucciso Mara Cagol

Svolta al processo di Alessandria, mentre le difese chiedono una nuova perizia, la corte da la parola ai consulenti storici. Nel frattempo un testimone evoca le «orge» alla Spiotta

La richiesta di una nuova perizia balistica e la decisione di ascoltare il consulente storico chiesto dalle difese, sono le due rilevanti novità emerse nel corso dell’undicesima udienza del processo che da oltre un anno si tiene davanti la corte d’assise di Alessandria, per la sparatoria avvenuta il 5 giugno 1975 ad Arzello, vicino Acqui Terme, dove la colonna torinese della Brigate rosse custodiva all’interno della cascina Spiotta l’imprenditore vinicolo Vallarino Gancia, rapito 24 ore prima.

Un processo che parla di storia
Lo storico Marco Clementi, autore di diversi libri e articoli sulla storia delle Brigate rosse, nome indicato dall’avvocato Francesco Romeo, legale di Mario Moretti, e l’ex pubblico ministero milanese Armando Spataro, che le parti civili, dopo una iniziale e dura opposizione (leggi qui), hanno indicato in subordine, come «controprova» (nonostante i pessimi rapporti tra quest’ultimo con l’ex magistrato Guido Salvini, oggi avvocato, che insieme all collega Brigida ha proposto il suo nome), forniranno la loro expertise sul contesto storico, il significato di alcuni concetti ed espressioni presenti nella letteratura brigatista, l’evoluzione della struttura organizzativa, regole e direttive interne, modalità operative. Tutti aspetti continuamente richiamati nelle indagini e durante le testimonianze dei carabinieri del Ros che la procura ha ripetutamente utilizzato nella veste di storici del brigatismo. Significativi gli argomenti con cui la corte ha accolto la richiesta: poiché numerosi testimoni chiamati dalla pubblica accusa hanno fornito ampie interpretazioni storiche, appare giusto che anche alle difese difese sia concessa la stessa possibilità.

Indagini carenti
La nuova perizia potrà invece ricostruire con maggiore precisione cosa accadde nella sparatoria che provocò la morte della brigatista Margherita Cagol, il ferimento mortale dell’appuntato D’Alfonso e quello meno grave di un altro carabiniere. Uscire dalle incertezze e approssimazioni delle indagini dell’epoca e che la nuova inchiesta, avviata alla fine del 2021, non ha colmato incentrando l’attività investigativa unicamente sull’accertamento della identità del brigatista fuggito, servirà alla corte non solo a ricostruire per intero cosa accadde quel tragico giorno ma anche a determinare in modo più certo i comportamenti avuti dai diversi soggetti presenti quella mattina.
Le perizie dell’epoca accertarono unicamente quella che nel linguaggio tecnico viene definita la «balistica identificativa», ovvero lo studio che collega un proiettile a un’arma. Si è stabilito, per esempio, che l’ogiva calibro 7,65, ritenuta nel torace dell’appuntato D’Alfonso, proveniva dalla Browning di Cagol e che il secondo colpo (trapassante), esploso nell’immediata sequenza, proveniva con forte probabilità dalla stessa arma. Mentre i bossoli esplosi, ritrovati accanto allo stesso D’Alfonso, appartenevano alla sua Beretta d’ordinanza. Si è scoperto che la Cagol fu attinta da tre proiettili, due trapassanti, uno dei quali ritrovato nell’abitacolo della sua Fiat 128. Le informazioni desunte dalla perizia autoptica ci dicono che il colpo mortale inferto alla Cagol sotto l’ascella sinistra, e fuoriuscito da quella opposta (prova che avesse le mani alzate in segno di resa), è stato esploso in linea orizzontale. Informazione che non è mai stata correlata con lo spazio circostante e la conformazione del terreno. Il corpo delle donna venne rinvenuto, come mostrano le foto, su una sommità pianeggiante della collinetta alla destra della cascina. Chi l’ha uccisa era lì, molto vicino.

I bossoli possono parlare
Furono repertati ed esaminati solo le armi e i proiettili dei brigatisti, ignorate invece quelle dei carabinieri che pure, stando alle diverse testimonianze, esplosero molti colpi. Un bossolo, attribuito a una Beretta calibro 9 dei carabinieri, fu repertato nei giorni successivi ma poi mai consegnato al perito. L’arma di D’Alfonso, ha ripetuto durante il suo esame odierno l’appuntato Palumbo, venne sottratta dalla scena della sparatoria per essere riposta dal brigadiere Prati nel baule di una vettura di servizio. Stranezze, irregolarità, omissioni, inquinamento della scena della sparatoria e di possibili fonti di prova molto gravi, che non hanno mai attirato l’attenzione degli inquirenti.
La nuova perizia, grazie alle innovazioni della tecnologia forense attuale potrebbe fornire risposte sulla cosiddetta «balistica esterna», le traiettorie seguite dai colpi nello spazio, e nella «balistica terminale», ovvero il comportamento avuto sui corpi. Dalle indagini dell’epoca e da quelle odierne, non emerge infatti, nonostante il ritrovamento di alcuni bossoli e tracce d’arma da fuoco di vario tipo, un diagramma preciso delle traiettorie incrociate che spieghi dove si trovassero esattamente i tiratori.

La paura della verità
La richiesta di una nuova perizia avanzata dall’avvocato Francesco Romeo e appoggiata dagli altri due difensori degli imputati, Davide Steccanella e Wainer Burani, ha colto impreparate l’accusa e le parti civili. Se la ricerca completa della verità, da puntellare con dati obiettivi, ha spiegato sempre Romeo, è compito del processo, per il pubblico ministero e le parti civili esistono invece dei limiti tecnici insormontabili che impediscono oggi lo svolgimento della nuova perizia. «Seppur necessaria – ha spiegato il pubblico ministero Emilio Gatti senza percepire la macroscopica contraddizione – dopo cinquant’anni una perizia sarebbe tecnicamente impraticabile». Obiezione che invece non vale per il processo.
Sulla stessa posizione si sono schierate le parti civili: gli avvocati Sergio Favretto, Nicola Brigida e l’ex giudice Guido Salvini, tutti fermamente contrari perché armi, proiettili, bossoli sono andati distrutti. Romeo ha così avuto facile gioco a ricordare i nuovi accertamenti forensi svolti dalla polizia scientifica nel 2016 in via Fani, per conto della Commissione Moro 2, per fatti avvenuti nel 1978.
Eppure a inizio processo, solo un anno fa, sia la procura che le parti civili si erano pronunciati, anche con enfasi, in favore dell’accertamento di una verità fino ad allora negata e che la sparatoria alla Spiotta trascinava dietro di sé da decenni. Un grumo di omertà riemerso nel passate udienze, quando abbiamo visto i carabinieri dell’ex nucleo speciale contraddirsi, rinfacciandosi versioni contrastanti tra loro. I fatti della Spiotta non sono stati un trauma solo per le Brigate rosse, un momento periodizzante che ha segnato un prima e un dopo. Nel luglio 1975 fu chiuso il Nucleo speciale diretto dal generale Dalla Chiesa. Attorno alla vicenda della Spiotta si è generata nel tempo un’atmosfera di evasività e silenzio istituzionale, dovuta alla mancata volontà di chiarire perché i carabinieri della territoriale anticiparono il loro intervento, per giunta senza mezzi adeguati, bruciando sul tempo il Nucleo speciale, e al disinteresse mostrato verso le circostanze esatte della morte di Mara Cagol.

La cascina delle orge
La testimonianza di Luigi Lasala, ex responsabile del gabinetto scientifico del Piemonte e Valle D’Aosta, non ha aggiunto novità rispetto alle dichiarazioni rese davanti ai pm. Più colorata e con alcuni dettagli significativi la testimonianza dell’ex appuntato della tenenza di Acqui, Domenico Palumbo, giunto sul posto diversi minuti dopo i suoi colleghi Regina e Prati, arrivati a sparatoria terminata, tanto da incontrare sui tornanti della Spiotta l’ambulanza che portava via D’Alfonso, mentre Rocca e Cattafi, rotolati dopo l’esplosione della Srcm sull’altro versante della collina, erano stati soccorsi e portati in ospedale dal postino che passava in quel momento. Palumbo ha descritto nuovamente la liberazione di Gancia, il «dottor Vittorio», lo ha chiamato mostrando ancora deferenza. Ha poi riferito nuovamente i racconti fattigli sul posto e nei giorni successivi sempre da Prati e Regina, come la convinzione, non supportata dai riscontri autoptici e balistici, che a uccidere Margherita Cagol fossero stati i colpi esplosi da D’Alfonso, la cui arma Prati aveva poi sottratto dalla scena riponendola nel baule della macchina di servizio.
Durante la testimonianza è emerso un risentimento quasi incontrollato verso Barberis, l’altro appuntato che ha sempre dichiarato di aver ucciso Cagol. Circostanza inverosimile secondo Palumbo, opinione pare condivisa anche dai suoi colleghi Prati e Regina. «Lei gli ha mai parlato, gli ha chiesto qualcosa in quel momento?», ha domandato l’avvocato Romeo. «Non c’era più», ha risposto stizzito Palumbo: «Era salito sull’ambulanza con D’Alfonso». Il fatto che Barberis non fosse rimasto sul posto, ha fatto capire Palumbo, equivaleva a una fuga. Significativo il racconto dell’arrivo in elicottero del generale Dalla Chiesa, assieme al procuratore di Torino Caselli. I due fecero base, ha raccontato l’amputato, in un albergo anziché andare in procura per seguire le indagini. Ma il momento clou della giornata c’è stato quando alla domanda se avessero mai avuto sospetti della presenza di brigatisti alla Spiotta, Palumbo ha risposto che nei dintorni, come in caserma, tutti erano convinti che la Spiotta fosse un luogo di perdizione, «dove si facevano orge». «Il sabato e la domenica arrivavano giovani e tante donne, c’era un via vai, c’era la musica alta». La Spiotta era dunque un luogo attenzionato, ma per ragioni diverse dal terrorismo. «Un giorno io e il tenente Rocca siamo andati a vedere» – ha raccontato Palumbo: «Rocca ha tirato fuori il binocolo e in un punto alto si è messo a guardare. Gli ho fatto presente che da lì ci avrebbero potuto vedere».
«Non importa – avrebbe risposto Rocca – devono sapere che noi sappiamo».

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