Processo Spiotta, per la prima volta una sentenza rompe con la logica dell’emergenza

L’intervista – Francesco Romeo, avvocato di Mario Moretti, analizza il verdetto della corte di assise di Alessandria sulla sparatoria del 5 giugno 1975. La sentenza prende le distanze dalla stagione dei maxi processi antiterrorismo nei quali lo strumento del concorso veniva utilizzato come una clava per condannare tutti per tutto. Stavolta la sentenza ha tenuto conto delle conoscenze storiche intervenute nel frattempo, avvicinandosi ad una rappresentazione più realistica delle responsabilità personali e della struttura organizzativa delle Brigate rosse

Paolo Morando, Il T quotidiano autonomo del Trentino Alto Adige, 9 luglio 2026

A leggere gli articoli della grande stampa, come al solito sembra che abbiano vinto tutti. Eppure l’altro ieri, dopo quasi un anno e mezzo di dibattimento, la Corte d’assise di Alessandria ha del tutto respinto le richieste dell’accusa: niente ergastolo per Renato Curcio e Mario Moretti, come chiedeva l’accusa, e reato prescritto. E sei anni per Lauro Azzolini a fronte dei ventuno invocati dalla Procura, per giunta “assorbiti” dal meccanismo della continuazione. Richieste a cui si erano allineate anche le parti civili. A 51 anni dai fatti della Cascina Spiotta, insomma, e in attesa delle motivazioni (tra novanta giorni), il passato si conferma duro a passare. Francesco Romeo è l’avvocato difensore di Moretti. E nel corso del processo aveva chiesto alla Corte, invano, di fare luce sulla morte (anzi: l’uccisione) di Margherita Cagol.

Avvocato Romeo, la prima domanda: perché secondo lei c’erano gli elementi per una assoluzione piena del suo assistito?
«Sulla base di alcuni dati oggettivi emersi nel processo, benché pare non accolti dalla Corte: da un lato, l’autonomia politica, operativa e logistica delle colonne brigatiste. Nonostante le sentenze, figlie di una precedente stagione, dicano che l’organizzazione era verticistica, ci sono plurime dichiarazioni di dissociati ed ex dirigenti come Franceschini, Curcio e Moretti, e anche di pentiti come Peci, dal 1978 fino ai loro libri degli anni Novanta, che continuano a ripetere come in quella fase storica del 1975 le colonne avevano questa autonomia. È un dato che però all’epoca non passava nei tribunali, perché c’era evidentemente l’esigenza di usare il concorso di più persone in maniera spropositata, per condannare tutti per tutto».

Si può dire che questo processo della Spiotta, almeno nell’impostazione della Procura, sia figlio di quel tipo di ragionamento?
«Certo. E nonostante le declamazioni della pubblica accusa, secondo cui la stagione del teorema Calogero è tramontata. A parte questa dichiarazione di principio, nei fatti è stata posta la stessa logica di quegli anni: tutti sono colpevoli di tutto».

Nell’impostazione accusatoria, si è insistito molto sul documento relativo alla fuga sparando in caso di accerchiamento. Che però non è stato riconosciuto dai giudici come direttiva, visto che è stato applicato il concorso anomalo.
«Sono convinto che sia andata così, ma lo vedremo nelle motivazioni. Sta di fatto che sia l’accusa pubblica sia l’accusa privata hanno deliberatamente voluto presentare un articolo contenuto in un giornale di propaganda, successivo ai fatti, come un documento politico. Era un articolo di commento sulla battaglia di Arzello, ma secondo la loro impostazione era invece un ordine di organizzazione. E tuttavia, in tutti i precedenti documenti politici interni delle Brigate Rosse, non c’è traccia di tale direttiva. E questo è un dato insuperabile».

L’inchiesta nasceva per individuare il brigatista che fuggì dalla Spiotta. Poi si è allargata a una dimensione più ampia, coinvolgendo Curcio e Moretti che alla Spiotta quel giorno non c’erano.
«Assolutamente sì, seguendo la linea di sempre: tutti sono responsabili di tutto. E quindi tutti devono essere condannati per tutto».

Perché ancora oggi la si ripropone? C’è chi ha parlato di volontà di vendetta da parte dello Stato nei confronti di ex rivoluzionari ormai ottuagenari.
«In realtà questo è il primo processo in assoluto, per questo tipo di reati, in cui lo Stato non si è costituito parte civile. Non lo ha fatto nessuna sua articolazione. E questo è un dato inedito».

È avvenuto più che per cattiva coscienza dello Stato, ergo dell’Arma dei carabinieri, oppure per un cambio più generale di impostazione?
«Se c’è un cambio di impostazione, non è mai emerso. Il dato di fatto che noi abbiamo, oggettivo, e che si è manifestato anche in sede processuale con il tentativo di nasconderlo, è proprio la cattiva coscienza. E a mio modo di vedere riguarda appunto l’omicidio di Margherita Cagol, che non può essere definito in alcun altro modo.»

Le motivazioni potrebbero contenere un rimando atti alla Procura sul punto?
«Il processo per l’omicidio di Margherita Cagol non si potrà mai celebrare perché il suo assassino, l’appuntato Pietro Barberis, è morto da tempo. Nell’immediatezza dei fatti, nei suoi confronti un procedimento fu aperto, ma venne chiuso con una archiviazione per uso legittimo delle armi. Il problema è che l’uso legittimo poteva rimandare alla reazione al conflitto a fuoco, ma le evidenze dell’autopsia dicono che Cagol stava con le braccia alzate e ha subìto un colpo sotto l’ascella, che è fuoriuscito dall’altra ascella, portandola alla morte. Diversamente, avrebbe avuto ferite sulle braccia all’altezza dell’ascella, su un braccio o sull’altro. Ferite che però mancano. Quindi non c’è altro modo per interpretare quel colpo. Per eliminare ogni dubbio, e individuare anche l’esatta dinamica del conflitto a fuoco che ha portato al ferimento mortale di D’Alfonso, avevo chiesto alla Corte una perizia volta a ricostruire la dinamica di tutto quel conflitto a fuoco».

Ma c’è stata l’opposizione sia dell’accusa pubblica sia di quella privata.

«Sì. E la Corte ha deciso di non procedere a questo accertamento, sostenendo che non c’erano più i reperti: armi, proiettili, bossoli. Ma io non avevo chiesto di esaminarli, bensì di ricostruire la dinamica della sparatoria. Io non penso che in sentenza si possa bypassare questo tema, perché qui abbiamo due vittime: una ferita mortalmente, l’altra uccisa, nella stesso identico contesto spazio-temporale, a pochi minuti di distanza l’una dall’altra. È del tutto anomalo che si dica di voler cercare la verità e la si ricerchi soltanto in parte, soprattutto quando poi nelle conclusioni rassegnate dalla pubblica accusa si dice che non sappiamo che cosa è successo, non sappiamo chi ha sparato il colpo che ha ucciso D’Alfonso, eccetera. Allora, dico io, forse quell’accertamento che chiedevo era necessario».

Perché la Corte non lo ha disposto? Per non allungare ancora i tempi del processo, che già arrivava con mezzo secolo di ritardo?
«Non ci sono più né armi né proiettili, è stato detto: e io a quella decisione testuale mi devo attenere. Comunque, qualcosa in sentenza dovranno pur dire. E forse allora capiremo meglio».

Crede che la Procura ricorrerà in appello?
«Può farlo. E possono farlo pure le parti civili. Ma anche noi. Valuteremo in base alle motivazioni della sentenza».

Come valuta il comportamento in questi mesi della stampa “mainstream”, che ha seguito il dibattimento sposando la linea di accusa e parti civili?
«Il processo non è stato al centro dell’attenzione mediatica come forse avrebbe meritato. Dopo di che, per alcune testate penso che ci sia stato un problema di complottismo. E di inadeguatezza per alcuni singoli cronisti».

Il processo Spiotta ha riaperto il tema dell’ipoteca giudiziaria sulla storia: l’impossibilità cioè di ragionare su quella stagione fino a quando vi saranno possibili conseguenze penali.
«Questa decisione, che ha rifiutato il paradigma del “tutti colpevoli per tutto”, potrebbe essere uno spunto per rimettere mano alla discussione pubblica su quella stagione. Potrebbe essere un’occasione, un innesco. Vedremo se accadrà. Tra l’altro, la sentenza ha una sua ulteriore particolarità: è stata respinta l’impostazione proposta nelle controrepliche dai difensori delle parti civili di una equiparazione tra Mafia e Brigate Rosse in termini di organizzazione associativa: come la “cupola” risponde degli omicidi dei mandamenti, lo stesso per le Br. Io ho contrastato questa loro valutazione, che già era stata accennata in sede di arringa. Nelle repliche hanno calcato ancor più la mano».

La pubblica accusa ha seguito la propria linea unidirezionale, senza valorizzare gli elementi a discarico delle parti. I giudici, popolari e togati, non le hanno però dato ragione.
«Diciamo così: la Corte ha interpretato impeccabilmente il ruolo di giudice terzo tra le parti».

Cascina Spiotta, cinquantuno anni dopo le arringhe delle difese smontano il teorema dell’accusa e denunciano la mancata verità sulla morte di Margherita Cagol

Improcedibilità per Lauro Azzolini, è stata la richiesta fatta dall’avvocato Steccanella. Riprendendo una delle eccezioni presentate ad avvio di processo, nel febbraio 2025, e rimasta in sospeso, il legale ha contestato l’annullamento richiesto dalla Dda della sentenza di proscioglimento pronunciata, senza averne mai avuto cognizione, dal gip di Torino nel maggio del 2023. Una decisione cieca perché la sentenza-ordinanza del 3 novembre 1987, che scagionava Azzolini per i medesimi fatti che ora l’hanno visto giudicato davanti la corte d’assise di Alessandria, non è mai stata letta dal Gip a seguito della sua scomparsa: andata distrutta a causa di un alluvione che investì nel 1994 la città di Alessandria e gli archivi del tribunale.
Replicando a uno dei pm che durante la requisitoria del 19 giugno scorso aveva definito il procedimento «un normale processo per omicidio», si è impegnato in una lunga disamina storica che ha restituito il contesto complesso e tumultuoso dei primi anni 70, sottolineando la politicità dell’intera vicenda come il fatto che nulla di normale ci può essere in un processo aperto a 50 anni di distanza dai fatti, con un imputato sottoposto a intercettazioni, tramite trojan e ambientali, per ben 17 mesi, di cui tre dichiarati illegali dalla stessa corte, gli altri realizzati col beneficio di artifici procedurali (indagine contro ignoti) e altri tentativi di forzare la procedura, fino a mettere in discussione l’attività dello stesso avvocato difensore. Il carattere indiziario dell’indagine, l’assoluta carenza di prove ha generato accerchiamento tecnologico dell’indagato-non indagato e del suo giro di conoscenze e amicizie, fino a teorizzazioni grottesche sulla esistenza di una rete residuale di rapporti ancora in attività, una sorta di “banda armata pensionistica”.
L’avvocato ha ricordato come soltanto la decisione di Azzolini, di venire in aula e raccontare di essere la persona che riuscì a fuggire quel 5 giugno del 1975, ha messo un punto fermo sulla vicenda. In subordine Steccanella ha chiesto la prescrizione del reato, infine come ultima ipotesi l’applicazione della continuazione con le pene edittali precedentemente comminate e già scontate dall’imputato.

Gli interventi dell’avvocato Steccanella e Burani

L’intervento dell’avvocato Francesco Romeo

Assoluzione per non aver commesso il fatto è stata invece la richiesta avanzata in favore di Renato Curcio e Mario Moretti dai rispettivi avvocati, Vainer Burani e Francesco Romeo.
L’avvocato Romeo ha sottolineato come il pm sia venuto meno, nel corso del processo, alla sua funzione di ricerca della verità in tutte le direzioni. La sparatoria della Spiotta – ha proseguito – «ha provocato due morti in una medesima unità di tempo e spazio: una evidenza che avrebbe dovuto impedire di trattare i due episodi in modo separato». La procura ha invece indagato in modo selettivo, trascurando l’uccisione della Cagol e replicando – a chi contestava questo fatto – che avrebbe dovuto presentare una formale richiesta all’ufficio perché questo potesse aprire una nuova indagine. «Il reato di omicidio prevede la procedibilità d’ufficio, non vi è alcun bisogno di una richiesta di parte – ha rimarcato Romeo: «Se bisogna cercare la verità, bisogna cercarla tutta». 
Il legale di Moretti è tornato – come aveva già fatto Steccanella – anche sul mancato accertamento dell’identità del brigatista fuggito, episodio che ha innescato su iniziativa della famiglia D’Alfonso – questo tardivo processo. Circostanza – ha spiegato – dovuta alla necessità di sottacere, non approfondire oltre le circostanze della morte di Margherita Cagol, l’indicibile dell’intera vicenda, il grande rimosso che spiega le reticenze dell’arma dei carabinieri passate e presenti, viste in aula dove ufficiali e sottufficiali si sono contraddetti a vicenda.
«In questo processo manca qualcuno» – ha ricordato ancora Romeo: «l’arma dei carabinieri non si costituita parte civile, non l’ha fatto il ministero della difesa e nemmeno la presidenza del consiglio». E’ il primo processo per questo tipo di reati in cui non c’è costituzione di parte civile da parte dello Stato e delle sue istituzioni. La ragione è solo una: si è voluto evitare di riaprire la pagina della morte di Mara Cagol.
L’avvocato è poi tornato sul funzionamento del processo, perché procura e parti civili possono dire quello che vogliono, sollevare ricostruzioni suggestive su cupole varie, ruoli apicali di comando, ma poi la procedura penale ha le sue regole e «un capo d’imputazione è costituito da condotte personali da provare, tutte da dimostrare con certezza processuale». Questo non è avvenuto.
Secondo la pubblica accusa Moretti e Curcio avrebbero deciso e ordinato un sequestro di persona a scopo di estorsione per finanziare le Brigate rosse.
Alcune testimonianze ci dicono – ha sostenuto Romeo – che ciò è avvenuto insieme ad altri. Decisioni del genere, che investivano un mutamento significativo della strategia del gruppo, non potevano che essere prese da una istanza collettiva, in quella fase di ristrutturazione era una struttura collegiale che riuniva le forze regolari disponibili, quel «consiglio rivoluzionario» indicato nel documento dell’estate 1974, Alcune questioni per una discussione sulla organizzazione, da cui sarebbe sorta poi, nel novembre 1975 la prima Direzione strategica. Ma questa contributo alla decisione comporta solo una responsabilità nel sequestro di persona, non in altro. Reato per altro ormai prescritto.
La procura – ha ribadito con forza l’avvocato – ha giocato continuamente sullo scivolamento della responsabilità giuridica tra decisione del sequestro e sparatoria, sovrapponendo i due piani per colmare l’assenza di prove sul secondo reato.
Sempre secondo i pm, Moretti (e Curcio) avrebbero individuato nel facoltoso industriale vinicolo Vallarino Gancia la persona da sequestrare, definito le modalità di gestione e individuato i partecipanti dell’azione, chi doveva recapitare la richiesta di riscatto, il luogo dove custodire l’ostaggio, chi doveva provvedere alla sua sorveglianza.
Nessuno di questi comportamenti è mai stato provato, nel processo non è mai emersa prova a sostegno di queste accuse, nessuna traccia o documento. Le responsabilità per i pubblici ministeri deriverebbero dalla semplice teoria della cupola che tutto vede e provvede, del ruolo apicale attribuito ai due imputati, senza che si sia mai circostanziato un ordine, un atto di comando, un documento o una dichiarazione da parte dei tanti pentiti.
Due libri autobiografici, scritti da giornalisti, nei quali Curcio e Moretti raccontano queste vicende, prendendo sulle loro spalle la storia collettiva delle Br, e dove vi è – in particolare nel libro di Moretti scritto da Rossanda e Mosca – una profusione del pronome «Noi», sarebbero per i pm la prova.
Ecco – segnala sempre Romeo – che visto da vicino, analizzato e studiato, il capo d’imputazione diventa una conchiglia vuota per la semplice ragione che l’accusa non tiene volontariamente conto di quel che era il funzionamento interno delle Brigate rosse: l’autonomia politico-organizzativa delle singole colonne, il fatto che una volta decisa, in via di principio, la possibilità di finanziarsi attraverso un sequestro, dopo una difficile discussione che mise numerosi paletti e il cui esito favorevole restava precario, racconta una fonte (Giorgio Semeria), l’organizzazione concreta, le condotte sopra menzionate, rivenivano unicamente alla responsabilità della colonna che aveva proposto l’azione, quella di Torino guidata da Margherita Cagol. La quale, per altro, dirà di aver sbagliato a coinvolgere Maraschi nella operazione perché ancora immaturo (fonte memoriale Azzolini). Prova che fu lei a reclutare e decidere chi vi dovesse partecipare.

Resta, ultima, la presunta direttiva sulla «rottura dell’accerchiamento», ripresa da un giornale delle Brigate rosse, Lotta armata per il comunismo, appena due numeri stampati, il terzo sequestrato in fase di assemblaggio, non più di 50 copie tutte andate sequestrate, tanto che non si trova brigatista dell’epoca che l’avesse letto o ne serbi memoria. Un passaggio tratto da un articolo successivo di mesi alla sparatoria, nel quale l’estensore si dilunga in una disamina critica, molto aspra, verso il comportamento avuto da Cagol e Azzolini una volta sorpresi dai carabinieri, accusati di non aver «annientato il nemico» invece di pensare solo a fuggire.
Dunque i due brigatisti della Spiotta non avrebbero rispettato le presunte consegne, il che già solleva seri dubbi sul valore normativo della presunta direttiva, di cui non si è trovata traccia in nessun documento redatto in precedenza e successivamente. Semmai le indicazioni sulle norme di comportamento da tenere erano di segno opposto e le strategie operative finalizzate a evitare inutili scontri a fuoco non preventivati, che avrebbero messo a rischio la vita del singolo militante, considerata una riserva strategica dell’organizzazione.
Infine l’avvocato Romeo, con una sorprendente disamina di tipo storiografico, ha ricostruito le ultime ore di vita di Mara Cagol, ricavandole dal memoriale redatto poche settimane dopo il fatto dallo stesso Azzolini. Dopo una notte insonne, passata a riflettere sulle conseguenze dovute al mancato rientro di Maraschi, il terzo Br che doveva custodire il sequestrato, avuta conferma dal giornale radio del mattino successivo del suo arresto, Cagol – riporta il memoriale – dichiarò che il sequestro ormai si poteva gestire politicamente e che la base restava comunque sicura, anzi il precedente dell’operazione Girasole (sequestro Sossi) avrebbe spinto gli inquirenti a cercare lontano. Forte di questa decisione, maturata progressivamente nel corso della notte, Cagol si recò all’appuntamento telefonico per comunicare all’interlocutore il proseguimento dell’azione, rifiutando a quel punto l’offerta di un compagno in più: «Per ora non serve facciamo da soli».
Atteggiamento che – ha concluso il legale di Mario Moretti – avrebbe precluso qualsiasi input decisionale esterno.
In subordine, sulla scorta della sentenza già emessa dal gip nei confronti di Pierluigi Zuffada in sede di rinvio giudizio, Romeo ha chiesto il riconoscimento del concorso anomalo per l’impossibilità di prevedere il conflitto a fuoco, con relativa dichiarazione di prescrizione, come da sentenza della corte di cassazione sulla base delle sentenze della corte costituzionale in materia di responsabilità penale. Richiesta analoga anche per Renato Curcio da parte del suo legale. Infine, in polemica con l’accusa che aveva rinunciato a chiedere le generiche per l’assenza dal processo di Moretti, ha invitato la corte a concedere le attenuanti generiche in ragione dei 51 anni trascorsi dai fatti, i 45 anni di detenzione in corso, il percorso di vita e l’assunzione in ogni sede possibile delle sue responsabilità politiche.
Repliche delle parti e sentenza il prossimo 7 luglio.

L’ipoteca penale infinita, alle battute finali il processo contro tre anziani ex brigatisti per i fatti della Spiotta di cinquantuno anni fa

Martedì 23 giugno prenderanno la parola le difese di Lauro Azzolini, Renato Curcio e Mario Moretti. Giunge a conclusione il processo iniziato davanti la corte d’assise di Alessandria il 25 febbraio del 2025, cinquant’anni dopo la sparatoria del 5 giugno 1975

Dopo gli ergastoli chiesti dalla pubblica accusa e i milioni di euro di risarcimento reclamati dalle parti civili, la parola passa alle difese degli imputati. L’avvocato Davide Steccanella si occuperà della posizione di Lauro Azzolini, l’ex brigatista che era accanto a Margherita Cagol il 5 giugno 1975. Dopo la sparatoria con la pattuglia della tenenza di Aqui Terme, avventuratasi fino al cortile della cascina Spiotta, all’insaputa del nucleo speciale antiterrorismo che già il giorno precedente aveva preso il controllo delle indagini, Azzolini riuscì a fuggire lanciandosi tra i rovi del bosco che circondava il rustico dove la colonna torinese delle Brigate rosse aveva nascosto l’industriale dello spumante Vallarino Gancia, rapito 24 ore prima. Lo scontro a fuoco aveva lasciato a terra il tenente Umberto Rocca e l’appuntato Giovanni D’Alfonso, quest’ultimo deceduto successivamente. A causa delle ferite riportate Mara Cagol non riuscì a seguire Azzolini che potè scorgerla un’ultima volta seduta a terra e con le mani alzate. Alcuni istanti dopo, mentre l’uomo correva verso la collina prospiciente, la fondatrice delle Brigate rosse venne uccisa a freddo dall’appuntato Pietro Barberis.

Nessuna verità su Mara Cagol
Nonostante nel corso delle udienze siano emerse nuove circostanze sulla morte di Mara Cagol, un bossolo dei carabinieri ritrovato accanto al suo corpo, le foto che mostrano come il suo cadavere sia stato spostato, la scena della sparatoria manomessa e ripulita, la corte ha rifiutato, col sostegno dell’accusa e delle parti civili, una nuova perizia che potesse gettare nuova luce sulla dinamica del conflitto a fuoco.

Attenuanti generiche per Azzolini
Con le attenuanti generiche e i 21 anni di pena chiesti dalla procura, condanna che per il principio della continuazione verrebbe assorbita dai 30 anni di reclusione già scontati, senza conseguenze sulla libertà personale, la posizione di Azzolini si è alleggerita. Dopo essere stato perseguito in modo ossessivo durante l’indagine, indagato e intercettato anche illegalmente, la situazione processuale di Azzolini è mutata quando alla seconda udienza ha rivelato di essere il «misterioso» fuggitivo della Spiotta. Successivamente, altri elementi emersi dall’analisi delle carte processuali hanno dimostrato la sua estraneità nel ferimento mortale di D’Alfonso. La sua Beretta 7,65 fu ritrovata con tre proiettili nel serbatoio. Le tracce degli altri quattro colpi furono rinvenuti all’interno della sua Fiat 127 e di quella dei carabinieri che bloccava la via di fuga. Azzolini quindi non aveva partecipato allo scontro a fuoco con D’Alfonso, tuttavia la sua pistola venne consegnata scarica al perito e i tre proiettili superstiti fatti sparire.

L’ipoteca penale infinita
Dopo Steccanella sarà la volta degli altri due avvocati, Francesco Romeo legale di Mario Moretti e Vainer Burani difensore di Renato Curcio. A differenza di Azzolini, Curcio e Moretti non hanno preso parte al processo, comportamento che pur essendo un diritto degli imputati è stato stigmatizzato dalla pubblica accusa, tacciato di «arroganza» e «disprezzo» dal pm Gatti che ha addirittura ritenuto il silenzio di Moretti, al suo quarantacinquesimo anno di esecuzione pena, un’ammissione di colpa dovuta all’impossibilità di opporre argomenti difensivi.
Eppure da lungo tempo i due ex esponenti delle Brigate rosse hanno spiegato – i pm certo non lo ignorano – che non è nelle aule processuali, protraendo all’infinito l’ipoteca penale, che è possibile ricostruire quella pagina della storia sociale d’Italia che è stata la lotta armata, tanto più se si continuano ad aprire processi fuori tempo massimo, a distanza di mezzo secolo dai fatti. Per Curcio, poi, si tratta di una provocazione ulteriore, perché è chiamato a rispondere del ruolo di mandante della morte di Mara Cagol, sua moglie all’epoca, quasi fosse un uxoricida.
E proprio Curcio, che durante le indagini si era fatto interrogare, aveva sollecitato i pubblici ministeri affinché approfittassero della nuova inchiesta per fare chiarezza sulle circostanze dell’uccisione di sua moglie. Come si è visto, inutilmente.

Come aggirare dopo cinquant’anni la prescrizione
Per spiegare la posizione processuale di Curcio e Moretti occorre fare un passo indietro: i due non erano presenti durante la sparatoria alla Spiotta, circostanza che impedisce di coinvolgerli in un concorso diretto. Tuttavia avevano partecipato insieme ad altri alla decisione di ricorrere anche ai sequestri di persona per autofinanziamento, dopo un complicato dibattito nel quale erano state sollevate molte riserve, racconta Giorgio Semeria. Nell’aprile del 1975 le Brigate rosse erano governate da un organismo collegiale, un «consiglio rivoluzionario» che riuniva di fatto i militanti regolari disponibili. Una scelta di principio, politica, non operativa poiché la fase organizzativa e realizzativa spettava alla singola colonna, in questo caso quella di Torino che con Mara Cagol aveva proposto il nome di Gancia, industriale vinicolo di fede missina.
Ma anche il reato di concorso in sequestro di persona non era più perseguibile perché prescritto. Restava allora la possibilità del concorso anomalo, che si da quando più persone si accordano per commettere un reato, ma nel corso della sua realizzazione uno dei complici ne commette inaspettatamente uno diverso e più grave. Massimo Maraschi, che prese parte al sequestro ma fu subito arrestato il 4 giugno e dunque era in carcere al momento della sparatoria, fu condannato comunque con questa qualificazione per l’uccisione di D’Alfonso. Anche Pierluigi Zuffada, accusato di aver partecipato al sequestro, ma non presente alla sparatoria, coimputato dei tre, non è andato a giudizio perché il gip ha ritenuto il suo un concorso anomalo, reato prescritto a distanza di cinquant’anni.
Esaurito per manifesta prescrizione anche l’ipotesi del concorso anomalo non restava che tentare la via del concorso morale che però aveva bisogno di un movente per essere formulato.

Democrazia sovversiva o apparato verticistico-piramidale?
Ecco che avviene il miracolo di questo processo: il capo di imputazione anziché fotografare giuridicamente il comportamento illecito precedentemente avvenuto, lo ha preceduto. Per aggirare la barriera della prescrizione e portare i due indagati a processo è stata individuata l’unica imputazione possibile, il concorso morale nella sparatoria, modellando il comportamento di Curcio e Moretti al tipo di imputazione e di aggravanti che lo rendevano ancora punibile. Mandanti non solo del sequestro, di cui avrebbero deciso ogni dettaglio: nascondiglio, modalità e partecipanti, tutto prescritto ovviamente.
Ma anche – e qui sta la perversione dell’accusa – gli imprevisti, con l’obbligo tassativo, in caso di arrivo delle forze di polizia, di affrontare lo scontro a fuoco e annientarle. Una volontà omicidiaria, secondo l’accusa codificata in precedenza. Circostanza che trasforma la sparatoria e la morte di D’Alfonso in un assassinio premeditato. Non più un sequestro di persona, ma una trappola per attirare e uccidere i carabinieri, è l’assurdo paradosso dell’impianto accusatorio portato alle sue estreme conseguenze.
Non solo, ma la scelta di perseguire l’autofinanziamento attraverso un singolo sequestro di persona era nata dall’esigenza di ottimizzare le energie e i continui rischi che la pratica degli «espropri» comportava per l’organizzazione. Moltiplicare le rapine per raccogliere piccole somme incrementava il rischio di esporre i militanti a continui scontri a fuoco. Il sequestro di persona andava dunque nella direzione di una riduzione di questa possibilità. D’altronde questo comportamento rispettava le regole della guerriglia in ambiente metropolitano. L’esatto opposto della tesi sostenuta dall’accusa, secondo cui le Br ricercavano sistematicamente occasioni di scontro.
Per modellare questa accusa gli inquirenti hanno profuso enormi energie nella ricerca della «prova storica», ovvero una ricostruzione artificiosa del funzionamento organizzativo delle Brigate rosse. E’ scomparsa cosi’ l’autonomia politico-militare delle singole colonne e la complessa architettura organizzativa che le Br avevano iniziato a discutere fin dall’estate del 1974, fondata – per citare le parole di Moretti – «sull’autonomia di decisione, di compartimentazione organizzativa, di trasmissione orizzontale dei flussi informativi che determinano le scelte politiche» dei singoli organismi interni: colonne, fronti e brigate, direzione strategica e comitato esecutivo che avrebbero fondato progressivamente l’architettura del gruppo, sancita nella risoluzione strategica del novembre 1975. Una corpo vivo che discuteva, deliberava, proponeva, agiva su piani diversi, una democrazia sovversiva ridotta – nella brutale semplificazione della pubblica accusa – a un apparato verticistico-piramidale con a capo una cupola guidata dai soli Curcio e Moretti.

La sentenza per i fatti di Padova del 1974
Una rappresentazione confortata dalle sentenze – richiamate in continuazione dall’accusa – per i fatti accaduti all’interno della federazione del Msi di Padova, in via Zabarella, il 17 giugno 1974, dove morirono due militanti della formazione neofascista nel corso di una colluttazione seguita al tentativo di perquisizione dei locali da parte di alcuni membri della colonna veneta delle Br.
Nonostante gli imputati avessero ricostruito un funzionamento organizzativo diverso, spiegando che la perquisizione era parte di una campagna decisa orizzontalmente dal «Fronte della controrivoluzione», i giudici anticiparono l’esistenza del comitato esecutivo, a cui attribuirono la responsabilità, prima anomala poi morale (corte di appello di Venezia) del fatto, condannando Curcio, Franceschini e Moretti.
Eppure, come ripetutamente sostenuto anche dai pm in questo processo, il comitato esecutivo è apparso per la prima volta nel lessico brigatista soltanto nella successiva estate, in un documento, Alcune questioni per la discussione sull’organizzazione, che «proponeva» un riassetto organizzativo del gruppo.
Ogni processo ha un suo contesto e quello di Padova del maggio 1990, ma soprattutto l’appello davanti la corte d’assise di Venezia del novembre 1991, furono segnati dalla volontà di bloccare la concessione della grazia presidenziale a Curcio da parte dell’allora presidente della repubblica Francesco Cossiga e più in generale evitare la chiusura dell’emergenza giudiziaria e impedire l’avvio di una soluzione politica con provvedimenti di amnistia-indulto.

Divergenze tra i pm
Durante la requisitoria è emersa una divergenza d’opinione sulla posizione di Moretti, il cui concorso morale nella sparatoria – secondo il pm Ciro Santoriello – sarebbe stato meno netto del coimputato Curcio che nel 1993 raccontò in un libro di aver avuto un’ultima telefonata con Cagol, la mattina del 5 giugno. Una fessura che incrina il teorema del vertice apicale che avrebbe prodotto la direttiva vincolante dello scontro a fuoco. Ne approfitterà la corte per ristabilire una rappresentazione dei fatti e individuazione delle responsabilità penali più aderente alla vicenda storica?

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Cascina Spiotta, il processo e la storia 1/continua

Le Brigate rosse avevano una struttura organizzativa piramidale dominata al vertice da una cupola onnisciente e che tutto decideva?

E’ questa la domanda a cui si è cercato di dare una risposta nel corso della quattordicesima udienza del processo di Alessandria che si è tenuta lo scorso 5 giugno, nel cinquantunesimo anniversario della sparatoria davanti la cascina Spiotta di Arzello, all’interno della quale la colonna torinese delle Brigate rosse custodiva il magnate dello spumante Vallarino Gancia, rapito il giorno precedente. Quella mattina morì Margherita Cagol, fondatrice delle Brigate rosse, uccisa a freddo da un carabiniere al termine di un conflitto a fuoco innescato dall’improvviso arrivo sul posto di una pattuglia dei carabinieri che perlustravano la zona. Nella sparatoria rimasero gravemente feriti il tenente Umberto Rocca e l’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso, deceduto in ospedale l’11 giugno successivo. L’altro brigatista, Lauro Azzolini, che per sua stessa ammissione, fatta in aula l’11 marzo 2025, era insieme a “Mara” Cagol quella mattina, riuscì a fuggire nella boscaglia.

Non deve sorprendere se un simile interrogativo, che al massimo oggi potrebbe interessare degli storici e ricercatori riuniti nella sala di un convegno o animare la discussione attorno alla presentazione di un libro specialistico sul tema, sia stata discussa lungamente nel corso dell’udienza, dove è stato ascoltato, come esperto chiamato dall’avvocato Francesco Romeo, difensore di Mario Moretti, lo storico e docente universitario Marco Clementi, autore dei numerosi libri e studi sulla materia.

Giudiziarizzazione della storia
La partecipazione di uno storico all’interno di un processo non è una presenza scontata. E non lo è stata nemmeno questa volta. Per chi si occupa di storia risuona ancora la dura polemica che lo storico Henri Russo mosse contro la scelta di un suo collega, Robert Paxton, di essere ascoltato in qualità di esperto nel processo per crimini contro l’umanità mosso contro l’ex prefetto di Parigi Maurice Papon (1997-98), che durante l’occupazione nazista collaborò alla deportazione degli ebrei francesi. All’epoca vivevo a Parigi, appartenevo alla comunità dei rifugiati italiani degli anni ’70 e stavo completando i miei studi universitari. Ricordo i termini molto accesi di una discussione istruttiva (articoli di giornale, libri e dibattiti televisivi) contro la giudiziarizzazione della storia, segmento settoriale di un fenomeno ben più vasto che stava investendo l’intera sfera sociale e che trattai nella mia tesi di master. Russo stigmatizzava la strumentalizzazione giudiziaria del metodo storico, la sovrapposizione della logica binaria che presuppone il modello della imputazione. Approccio che contrasta apertamente con il metodo storico fondato sull’autonomia degli interrogativi scientifici e sulla complessa ricerca delle cause molteplici. Per non dire dello statuto di insindacabilità e performatività della verità giudiziaria, che oltre a non rispondere ai criteri scientifici di emendabililtà ritiene di poter creare il fatto storico: basti l’esempio dei colpi mai esplosi contro l’ingegner Alessandro Marini in via Fani, la mattina del 16 marzo 1978, per cui furono condannate 27 persone. Grazie al lavoro di alcuni storici è ormai storicamente assodato che l’episodio non è mai avvenuto, circostanza riconosciuta dallo stesso testimone e dalla commissione Moro 2 che ha dovuto arrendersi davanti alle evidenze fattuali. Eppure la verità giudiziaria è rimasta invariata.
Verità storica e verità giudiziaria oltre ad avere obiettivi diversi, come già notava Marc Bloch (ricerca del colpevole contro ricerca complessiva di cause, contesto e autori), hanno anche un diverso «percorso ermeneutico»: la verità giudiziaria può emergere solo all’interno del processo sulla base di quanto prevede il codice di procedura. Metodo che introduce una rigorosa selezione di elementi, assunti a discrezione dai giudici, scelta che ne preclude altri. La possibilità di negare una perizia, per esempio nel caso di questo processo di Alessandria il mancato accoglimento di una nuova perizia balistica sulle traiettorie di tiro, non inficia la produzione finale di una verità giudiziaria anche se dal punto di vista storico apparirà gravemente monca.

Tribunali e storia
La critica spietata mossa da Russo alla fine degli anni 90 aveva come tela di fondo il processo di tribunalizzazione della storia innescato alla fine della Seconda guerra mondiale dal processo di Norimberga contro i crimini nazisti. Da allora, il discorso storico è stato progressivamente inglobato e strumentalizzato dalla retorica giudiziaria dando vita ad un ibrido nel quale si confondono e sovrappongono ordini diversi: verità giudiziaria e storica, giudizio di ordine politico e morale. Una tendenza, come si è più volte osservato (Enzo Traverso), che ha visto emergere la figura di un nuovo testimone, la vittima assoluta (e i loro familiari con corollario di associazioni vittimarie) che nelle condanne giudiziarie dovrebbero trovare – secondo una scuola oggi dominante – cura e guariggione. Testimone che ha collocato nello sfondo altri testimoni e soggetti che pure hanno segnato in modo attivo il processo storico. L’adozione di questo modello vittimario – ha scritto recentemente Miguel Gotor nel suo volume sulla morte di Piersanti Mattarella – «ha prodotto un’abnorme centralità della memoria e del testimone, una nuova diarchia che ha innescato un processo di memorializzazione della verità storica, in cui il concetto di conflitto è stato sostituito da quello di trauma e la dialettica hegeliana servo/padrone da quella vittima/carnefice».
Russo, ormai trent’anni fa, vide arrivare tutto questo. Con la sua denuncia provò a lanciare un campanello allarme rivendicando l’autonomia del lavoro storico, senza grandi esiti purtroppo. Così di fronte al passato che non passa, alla presentificazione continua di eventi distanti anche cinquant’anni, come nel caso del rapimento Gancia e della sparatoria alla Spiotta, l’orizzonte penale ha di fatto assorbito lo spazio del lavoro storico limitandone l’agibilità e in taluni casi minacciandone l’autonomia e l’azione (chi scrive ne sa qualcosa. Per aver condotto un minuzioso lavoro di ricerca e verifica sul sequestro Moro, impiegando le fonti documentali e orali disponibili, si è visto sequestrare l’intero archivio e gli strumenti di lavoro oltre a subire una lunga indagine risoltasi dopo tre anni con l’archiviazione).

L’abuso della prova storica
Non stupisce dunque se a una distanza così lunga la nuova inchiesta di Alessandria, e il processo che ne è seguito, hanno dovuto rinunciare ai tradizionali elementi della prova forense (per altro all’epoca nemmeno correttamente raccolti),1 per far ricorso a intercettazioni ambientali (per giunta in buona parte illecite), ovvero tracce memoriali e prova storica. Quest’ultima assurta a regina del processo. Ai Ros dei carabinieri è stato chiesto di scandagliare fondi archivistici di tribunale e archivi di Stato, per poi dedicarsi a un lungo e faticoso lavoro interpretativo sulle testimonianze, i verbali di perquisizione e la letteratura brigatista d’epoca e successiva (opere autobiografiche).
Per poter aggirare la prescrizione, condurre la nuova indagine e arrivare a processo, la procura doveva giustificare la sussistenza delle aggravanti della premeditazione nella sparatoria e l’esistenza di una rigida struttura piramidale con un esecutivo brigatista che non aveva solo deciso e organizzato il sequestro, ma ordinato tassativamente alla colonna torinese l’obbligo dello scontro a fuoco per annientare il nemico. Una volontà omidiciaria premeditata fin dall’inizio e non il risultato di circostanze caotiche frutto di una sequela ripetuta di condotte e errori logistici da parte brigatista e della stessa pattuglia della territoriale, che agì all’insaputa del nucleo speciale diretto dal generale Dalla Chiesa, già intervenuto nelle indagini il giorno precedente.
Una necessità che ha modellato i fatti a immagine e somiglianza delle aggravanti richieste per condurre l’azione penale. Da qui l’uso strumentale della prova storica, piegata alle bisogna del teorema accusatorio.

1/continua

Note

1. La scena del crimine fu ripulita dai bossoli della sparatoria. Al perito balistico vennero inviati i reperti in modo selettivo: furono sottratti i colpi rimasti nell’arma di Azzolini in modo lasciar credere che questi avese scaricato la sua pistola contro l’appuntato D’Alfonso. Scomparvero bossoli e ogive esplose dai carabinieri (salvo i cinque bossoli esplosi da D’Alfonso mentre la sua arma venne inizialmente sottratta dalla scena e riposta nel baule di una vettura dei CC) e non fu periziata l’arma dell’appuntato Barberis, che dichiarò di aver ucciso Margherita Cagol sia pur involontariamente. Circostanza che impedì di accertare le modalità esatte della uccisione della fondatrice delle Brigate rosse.

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Il processo della vergogna

Negata la perizia balistica per accertare le circostanze esatte che portarono alla uccisone di Margherita Cagol. Nel corso delle dodicesima udienza Lauro Azzolini, il Br che era con Cagol all’interno della cascina Spiotta e riuscì a fuggire dopo lo scontro a fuoco con una pattuglia di carabinieri, racconta la sua storia

Non ci sarà una nuova perizia balistica sulla sparatoria del 5 giugno 1975 davanti la cascina Spiotta, dove venne uccisa la brigatista Margherita Cagol e rimase mortalmente ferito l’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso. La corte d’assise del tribunale di Alessandria ha respinto la richiesta depositata dagli avvocati Francesco Romeo e Vainer Burani, difensori di Mario Moretti e Renato Curcio, quest’ultimo all’epoca marito di Cagol. Secondo la corte, l’impossibilità di avere a disposizione le armi, i proiettili e in generale oggetti o corpi attinti dai colpi sparati o esplosi nell’occasione, ormai dispersi o distrutti, impedirebbe «una ricostruzione in termini di certezza, quali quelli necessari in questa sede».

Quando la parte civile lamentava le lacune delle precedenti perizie
Il presidente Paolo Bargero ha di fatto accolto gli argomenti contrari portati dalla pubblica accusa e dalle parti civili. Per il pm Emilio Gatti, la nuova perizia «anche se possibile sarebbe stata comunque irragionevole», per l’avvocato Sergio Favretto, legale di Bruno D’Alfonso, figlio dell’appuntato rimasto ucciso, come per gli altri due avvocati delle parti civili, Nicola Brigida e Guido Salvini, la perizia sarebbe stata «tecnicamente impraticabile».
Eppure l’avvocato Favretto nella richiesta di riapertura indagini presentata nel 2019 evidenziava come a distanza di decenni «non è mai stata ricostruita la dinamica del conflitto a fuoco avvenuto alla cascina Spiotta». Oggi ha cambiato idea senza fornire una giustificazione convincente.

L’ex magistrato che detesta le perizie
Ancora più ambigua la posizione espressa dall’ex magistrato Salvini che per dare autorevolezza alla sua opposizione ha richiamato il ruolo svolto come consulente della commissione Moro 2, presieduta da Giuseppe Fioroni (attiva dal 2014 al marzo 2018). Salvini ha ricordato che la Moro 2 dispose la perizia sulla sparatoria di via Fani poiché esistevano ancora le macchine, le armi e i bossoli sui quali effettuare le nuove valutazioni tecnico-scientifiche. In realtà Salvini non la racconta giusta, perché quando venne decisa la nuova perizia lui non era ancora consulente, assunse l’incarico solo l’11 novembre 2015, 5 mesi dopo la consegna delle nuove conclusioni scientifiche (12 giugno 2015) da parte di Federico Boffi, direttore dell’Uacv (Unità analisi del crimine violento) della polizia scientifica. Poi perché i nuovi accertamenti, come lo stesso Boffi ha spiegato in un volume pubblicato recentemente, Scienza e giustizia. La dinamica della scena del crimine, Armando editore 2024, si svolsero per quanto riguardava le armi, proiettili e bossoli, sulla documentazione preesistente, ovvero i precedenti lavori di Ugolini, Jadevito, Lopez e Salsa-Benedetti e sulle perizie autoptiche. Questi vecchi dati vennero immessi in un nuovo programma forense che grazie alla ricostruzione tridimensionale della cosiddetta «scena del crimine» ha permesso la ricostituzione completa delle traiettorie di tiro. Gli esperti della scientifica hanno colmato i vuoti delle precedenti perizie analizzando anche gli impatti di ingresso sulle macchine della scorta di Moro, smentendo definitivamente le teorie dietrologiche. Una volta arrivato in commissione Salvini ha sistematicamente boicottato le conclusioni della nuova perizia anteponendo i propri pregiudizi complottisti alle evidenze scientifiche, dando vita ad una spasmodica ricerca di piste alternative tutte miserabilmente fallite. Non sorprende dunque la sua ostilità anche in questo caso perché le evidenze scientifiche sono il primo grande nemico delle stramberie dietrologiche.

La paura di fare luce sulla uccisione di Mara Cagol
Diversamente da quanto avvenne in via Fani, la sparatoria della Spiotta si è svolta in buona parte a scena aperta, soprattutto per quanto attiene i colpi mortali inferti contro Cagol e D’Alfonso. La distruzione delle autovetture, delle armi e dei bossoli, non inficiava dunque la possibilità di una ricostruzione tridimensionale delle traiettorie di tiro che avrebbero chiarito, o quanto meno ridotto i margini di dubbio, su quanto avvenne nel piazzale davanti la cascina e sulla collinetta dove venne uccisa Mara Cagol. Avrebbero trovato risposta le tante domande aperte da 51 anni e i vuoti della nuova inchiesta: dalla sequenza dei colpi che ferirono mortalmente D’Alfonso alle modalità della esecuzione di Marga Cagol, al perché a poca distanza dal suo corpo si trovasse un bossolo di Beretta calibro nove corto, proiettile che all’epoca armava le pistole in dotazione all’arma dei carabinieri. Un dovere di verità che è stato brutalmente ricacciato indietro. Eppure le circostanze della morte di Mara Cagol sono l’arcano che circonda questa vicenda, il grande rimosso che spiega il poco interesse mostrato in passato dalla magistratura e dagli stessi carabinieri del nucleo speciale comandato dal generale Dalla Chiesa. Bruno D’Alfonso, sposando le tesi di due cospirazionisti della domenica, si era voluto convincere che dietro la mancata identificazione del fuggitivo della Spiotta ci fossero scabrosi misteri, l’intervento di poteri che avevano manovrato la storia delle Br, invece di guardare in faccia la verità e rivolgersi verso i silenzi imbarazzati dell’arma dei carabinieri, quello stesso corpo militare dove aveva voluto lavorare per onorare il ricordo del padre. Nemmeno oggi lo ha fatto sposando la linea della procura. Vittimismo e verità non vanno d’accordo.

Radici partigiane e Reggio Emila «comunarda», Azzolini racconta la sua storia
L’udienza di martedì 14 aprile era cominciata con l’esame di Lauro Azzolini, che già lo scorso marzo 2025 aveva preso la parola dichiarando di essere la persona riuscita a fuggire dalla Spiotta. Oltre sei ore di interrogatorio interamente monopolizzate dall’onnivoro e inconcludente presenzialismo del pm Emilio Gatti. Una ossessiva ripetizione di domande su dettagli che non riuscivano mai a individuare i punti significativi della vicenda e che hanno rubato spazio alle altre parti processuali, stremando alla fine l’ottantatreenne imputato che ha messo fine all’interrogatorio.
All’inizio Azzolini ha ricostruito l’ambiente storico e sociale nel quale è cresciuto. La famiglia contadina, la dimensione culturale di Reggio Emilia nel dopoguerra, la fortissima tradizione antifascista, il peso della Resistenza, la lotta partigiana, il sacrificio delle morti pagate nella lotta al nazifascismo e poi le tensioni dell’immediato dopoguerra. La tradizione ribelle e comunarda della città, la ricerca di una rivoluzione interrotta da portare a termine. I fermenti giovanili, le armi nascoste dei partigiani, le lotte operaie, il lavoro nero nella tessitura, soprattutto femminile. Ha ricordato come a sedici anni ha iniziato a lavorare da apprendista, poi l’arrivo del luglio 60, la strage con i 5 morti di Reggio Emilia immortalata nella canzone di Fausto Amodei, con Lauro Farioli cadutogli accanto. Momenti decisivi che hanno scolpito la sua esistenza e ispirato la successiva militanza politica. Nel 1968 la rottura con la Federazione del Pci e la sua politica di compromesso.

Dalla Comune di Dario Fo alle Br
Contrariamente a quel che si crede, Azzolini non partecipa al “gruppo dell’appartamento”, ma conosce alcuni di loro molto bene, Tonino Paroli e Prospero Gallinari, sempre in prima fila nelle lotte. Molto meno Franceschini, intravisto appena qualche volta. Ma non segue le loro tracce, non aderisce al Cpm. Resta a Reggio dove partecipa a un gruppo operaio denominato “Nuova Resistenza”, quindi prende parte alla esperienza del collettivo teatrale “la Comune” con Dario Fo e Franca Rame, dove svolge politica culturale. Intanto le Brigate rosse sono nate e attive da tempo, nel 1974 durante il sequestro Sossi, nel bel mezzo di uno spettacolo di Fo e Rame tenuto a Reggio si spengono improvvisamente le luci e quando si riaccendono centinaia di volantini delle Br piovono dall’alto. «Cosa è questa cosa?» – chiede Fo allibito. «Questa è una terra comunista e partigiana», risponde Franca Rame.
Per Azzolini è una illuminazione, decide così di trasferissi a Torino per fare lavoro politico nelle grandi fabbriche. Cerca le Brigate rosse, dove con sua grande sorpresa ritrova tanti compagni reggiani. Siamo alla fine del 1974 e finalmente incontra Mara Cagol a cui spiega il suo progetto di lavoro politico nella classe operaia. Cagol non lo ritiene ancora maturo per l’ingresso nelle Br e poi in quel momento stavano organizzando l’evasione di Curcio dal carcere di Casale Monferrato, così viene rimandato a Reggio Emilia, dove resta poco. Nei primi mesi del 1975 è di nuovo a Torino, dopo che la colonna aveva subito l’arresto di Paroli e Arialdo Lintrami. C’è bisogno di lui, è in preparazione un sequestro di autofinanziamento, Cagol lo arruola. Per Azzolini è la prima azione, preleva Vallarino Gancia e con altri lo porta alla cascina Spiotta, luogo scelto per custodirlo. Nei programmi della colonna il sequestro doveva essere molto breve, con la raccolta del riscatto e la liberazione dell’ostaggio. Oltre a Maraschi, poi arrestato, posizionato nel ruolo di primo cancelletto che doveva fermare il traffico, c’era con lui Attilio Casaletti, nel frattempo deceduto, e un altro Br nel secondo cancelletto, di cui non ha rivelato il nome. A presidiare la Spiotta era rimasta Mara Cagol, che dirigeva l’operazione.

La Spiotta, «cercavamo solo di fuggire»
Il racconto è proseguito con fatica, inframezzato da continue interruzioni del pm e surreali momenti di contrasto. Giunto alla Spiotta, il racconto di Azzolini conferma parola per parola quanto da lui scritto nella relazione inviata all’organizzazione dopo l’esito disastroso del sequestro. Un testo realizzato non più tardi di una settimana dai fatti. L’udienza, che si protraeva ormai da ore, si accende quando il procuratore Gatti gli contesta la ricostruzione della sparatoria: in particolare la posizione dell’appuntato D’Alfonso, collocato diversamente da un altro teste, Rosario Cattafi, carabiniere che aveva partecipato al conflitto a fuoco. Azzolini ribadisce più volte che il loro obiettivo era solo quello di fuggire e non cercare lo scontro a fuoco. Non erano preparati militarmente tanto che Mara Cagol aveva un mitra che non usa. Cercavano semplicemente di sganciarsi. Le sue parole indispongono l’accusa che vuole invece dimostrare l’esatto contrario: «rompere l’accerchiamento e cercare lo scontro a fuoco». Un teorema che vuole dimostrare la presenza di un intento omicidiario premeditato, impartito dal gruppo dirigente, in modo da poter così chiedere le condanne anche di Renato Curcio e Mario Moretti, la cui posizione sarebbe altrimenti prescritta. Si comprende allora il retropensiero che ha portato i pm ad opporsi alla nuova perizia balistica: conservare mano libera nella narrazione accusatoria senza doversi confrontare con evidenze scientifiche difficilmente aggirabili.

«Cagol ancora viva, poi gli spari»
Azzolini ha ricordato di aver visto per l’ultima volta Cagol ancora viva, con le mani alzate e poi di aver sentito dei colpi, singoli e a raffica, quando si dileguava sulla collina di fronte. Infine le modalità della sua rocambolesca fuga per boschi e torrenti, traversati per non lasciare tracce, il furto di un motorino e di una macchina, la notte passata coperto di vegetazione in una buca, il viaggio su un pullman che portava in una città del litorale ligure, dove scopre davanti a una edicola la notizia della morte di Cagol. L’ultimo tratto in treno fino ad Albenga, l’approdo preordinato della via di fuga, dove ad attenderlo c’erano due compagni delle Br.

Una nuova perizia per sapere chi ha ucciso Mara Cagol

Svolta al processo di Alessandria, mentre le difese chiedono una nuova perizia, la corte da la parola ai consulenti storici. Nel frattempo un testimone evoca le «orge» alla Spiotta

La richiesta di una nuova perizia balistica e la decisione di ascoltare il consulente storico chiesto dalle difese, sono le due rilevanti novità emerse nel corso dell’undicesima udienza del processo che da oltre un anno si tiene davanti la corte d’assise di Alessandria, per la sparatoria avvenuta il 5 giugno 1975 ad Arzello, vicino Acqui Terme, dove la colonna torinese della Brigate rosse custodiva all’interno della cascina Spiotta l’imprenditore vinicolo Vallarino Gancia, rapito 24 ore prima.

Un processo che parla di storia
Lo storico Marco Clementi, autore di diversi libri e articoli sulla storia delle Brigate rosse, nome indicato dall’avvocato Francesco Romeo, legale di Mario Moretti, e l’ex pubblico ministero milanese Armando Spataro, che le parti civili, dopo una iniziale e dura opposizione (leggi qui), hanno indicato in subordine, come «controprova» (nonostante i pessimi rapporti tra quest’ultimo con l’ex magistrato Guido Salvini, oggi avvocato, che insieme al collega Brigida ha proposto il suo nome), forniranno la loro expertise sul contesto storico, il significato di alcuni concetti ed espressioni presenti nella letteratura brigatista, l’evoluzione della struttura organizzativa, regole e direttive interne, modalità operative. Tutti aspetti continuamente richiamati nelle indagini e durante le testimonianze dei carabinieri del Ros che la procura ha ripetutamente utilizzato nella veste di storici del brigatismo. Significativi gli argomenti con cui la corte ha accolto la richiesta: poiché numerosi testimoni chiamati dalla pubblica accusa hanno fornito ampie interpretazioni storiche, appare giusto che anche alle difese sia concessa la stessa possibilità.

Indagini carenti
La nuova perizia potrà invece ricostruire con maggiore precisione cosa accadde nella sparatoria che provocò la morte della brigatista Margherita Cagol, il ferimento mortale dell’appuntato D’Alfonso e quello meno grave di un altro carabiniere. Uscire dalle incertezze e approssimazioni delle indagini dell’epoca e che la nuova inchiesta, avviata alla fine del 2021, non ha colmato incentrando l’attività investigativa unicamente sull’accertamento della identità del brigatista fuggito, servirà alla corte non solo a ricostruire per intero cosa accadde quel tragico giorno ma anche a determinare in modo più certo i comportamenti avuti dai diversi soggetti presenti quella mattina.
Le perizie dell’epoca accertarono unicamente quella che nel linguaggio tecnico viene definita la «balistica identificativa», ovvero lo studio che collega un proiettile a un’arma. Si è stabilito, per esempio, che l’ogiva calibro 7,65, ritenuta nel torace dell’appuntato D’Alfonso, proveniva dalla Browning di Cagol e che il secondo colpo (trapassante), esploso nell’immediata sequenza, proveniva con forte probabilità dalla stessa arma. Mentre i bossoli esplosi, ritrovati accanto allo stesso D’Alfonso, appartenevano alla sua Beretta d’ordinanza. Si è scoperto che la Cagol fu attinta da tre proiettili, due trapassanti, uno dei quali ritrovato nell’abitacolo della sua Fiat 128 ma non si è appurato da quale arma dei carabinieri siano stati esplosi. Le informazioni desunte dalla perizia autoptica ci dicono che il colpo mortale inferto alla Cagol sotto l’ascella sinistra, e fuoriuscito da quella opposta (prova che avesse le mani alzate in segno di resa), è stato esploso in linea orizzontale. Informazione che non è mai stata correlata con lo spazio circostante e la conformazione del terreno. Il corpo delle donna venne rinvenuto, come mostrano le foto, su una sommità pianeggiante della collinetta alla destra della cascina. Chi l’ha uccisa era lì, molto vicino.

I bossoli possono parlare
Furono repertate ed esaminate solo le armi e i proiettili dei brigatisti, ignorate invece quelle dei carabinieri che pure, stando alle diverse testimonianze, esplosero molti colpi. Un bossolo, attribuito a una Beretta calibro 9 dei carabinieri, fu repertato nei giorni successivi ma poi mai consegnato al perito. L’arma di D’Alfonso, ha ripetuto durante il suo esame odierno l’appuntato Palumbo, venne sottratta dalla scena della sparatoria per essere riposta dal brigadiere Prati nel baule di una vettura di servizio. Stranezze, irregolarità, omissioni, inquinamento della scena della sparatoria e di possibili fonti di prova molto gravi, che non hanno mai attirato l’attenzione degli inquirenti.
La nuova perizia, grazie alle innovazioni della tecnologia forense attuale potrebbe fornire risposte sulla cosiddetta «balistica esterna», le traiettorie seguite dai colpi nello spazio, e nella «balistica terminale», ovvero il comportamento avuto sui corpi. Dalle indagini dell’epoca e da quelle odierne, non emerge infatti, nonostante il ritrovamento di alcuni bossoli e tracce d’arma da fuoco di vario tipo, un diagramma preciso delle traiettorie incrociate che spieghi dove si trovassero esattamente i tiratori.

La paura della verità
La richiesta di una nuova perizia avanzata dall’avvocato Francesco Romeo e appoggiata dagli altri due difensori degli imputati, Davide Steccanella e Wainer Burani, ha colto impreparate l’accusa e le parti civili. Se la ricerca completa della verità, da puntellare con dati obiettivi, ha spiegato sempre Romeo, è compito del processo, per il pubblico ministero e le parti civili esistono invece dei limiti tecnici insormontabili che impediscono oggi lo svolgimento della nuova perizia. «Seppur necessaria – ha spiegato il pubblico ministero Emilio Gatti senza percepire la macroscopica contraddizione – dopo cinquant’anni una perizia sarebbe tecnicamente impraticabile». Obiezione che invece non vale per il processo.
Sulla stessa posizione si sono schierate le parti civili: gli avvocati Sergio Favretto, Nicola Brigida e l’ex giudice Guido Salvini, tutti fermamente contrari perché armi, proiettili, bossoli sono andati distrutti. Romeo ha così avuto facile gioco a ricordare i nuovi accertamenti forensi svolti dalla polizia scientifica nel 2015 in via Fani, per conto della Commissione Moro 2, per fatti avvenuti nel 1978 (leggi qui).
Eppure a inizio processo, solo un anno fa, sia la procura che le parti civili si erano pronunciate, anche con enfasi, in favore dell’accertamento di una verità fino ad allora negata e che la sparatoria alla Spiotta trascinava dietro di sé da decenni. Un grumo di omertà riemerso nel passate udienze, quando abbiamo visto i carabinieri dell’ex nucleo speciale contraddirsi, rinfacciandosi versioni contrastanti tra loro. I fatti della Spiotta non sono stati un trauma solo per le Brigate rosse, un momento periodizzante che ha segnato un prima e un dopo. Nel luglio 1975 fu chiuso anche il Nucleo speciale diretto dal generale Dalla Chiesa. Attorno alla vicenda della Spiotta si è generata nel tempo un’atmosfera di evasività e silenzio istituzionale, dovuta alla mancata volontà di chiarire perché i carabinieri della territoriale anticiparono il loro intervento, per giunta senza mezzi adeguati, bruciando sul tempo il Nucleo speciale, e al disinteresse mostrato verso le circostanze esatte della morte di Mara Cagol.

La cascina delle orge
La testimonianza di Luigi Lasala, ex responsabile del gabinetto scientifico del Piemonte e Valle D’Aosta, non ha aggiunto novità rispetto alle dichiarazioni rese davanti ai pm. Più colorata e con alcuni dettagli significativi la testimonianza dell’ex appuntato della tenenza di Acqui, Domenico Palumbo, giunto sul posto diversi minuti dopo i suoi colleghi Regina e Prati, arrivati a sparatoria terminata, tanto da incontrare sui tornanti della Spiotta l’ambulanza che portava via D’Alfonso, mentre Rocca e Cattafi, rotolati dopo l’esplosione della Srcm sull’altro versante della collina, erano stati soccorsi e portati in ospedale dal postino che passava in quel momento. Palumbo ha descritto nuovamente la liberazione di Gancia, il «dottor Vittorio», lo ha chiamato mostrando ancora deferenza. Ha poi riferito nuovamente i racconti fattigli sul posto e nei giorni successivi sempre da Prati e Regina, come la convinzione, non supportata dai riscontri autoptici e balistici, che a uccidere Margherita Cagol fossero stati i colpi esplosi da D’Alfonso, la cui arma Prati aveva poi sottratto dalla scena riponendola nel baule della macchina di servizio.
Durante la testimonianza è emerso un risentimento quasi incontrollato verso Barberis, l’altro appuntato che insieme a Rocca, Cattafi e D’Alfonso stava perlustrando le cascine della zona. Barberis ha sempre dichiarato di aver ucciso Cagol, circostanza inverosimile secondo Palumbo. Opinione pare condivisa anche dai suoi colleghi Prati e Regina. «Lei gli ha mai parlato, gli ha chiesto qualcosa in quel momento?», ha domandato l’avvocato Romeo. «Non c’era più», ha risposto stizzito Palumbo: «Era salito sull’ambulanza con D’Alfonso». Il fatto che Barberis non fosse rimasto sul posto, ha fatto capire Palumbo, equivaleva a una fuga. Significativo il racconto dell’arrivo in elicottero del generale Dalla Chiesa, assieme al procuratore di Torino Caselli. I due fecero base, ha raccontato l’appuntato, in un albergo anziché andare in procura per seguire le indagini. Ma il momento clou della giornata c’è stato quando alla domanda se avessero mai avuto sospetti sulla presenza di brigatisti alla Spiotta, Palumbo ha risposto che nei dintorni, come in caserma, tutti erano convinti che la cascina fosse un luogo di perdizione, «dove si facevano orge». «Il sabato e la domenica arrivavano giovani e tante donne, c’era un via vai, c’era la musica alta». La Spiotta era dunque un luogo attenzionato, ma per ragioni diverse dal terrorismo. Un giorno io e il tenente Rocca siamo andati a vedere, ha raccontato Palumbo: «Rocca ha tirato fuori il binocolo e in un punto alto si è messo a guardare. Gli ho fatto presente che da lì ci avrebbero potuto vedere. “Non importa – avrebbe risposto Rocca – devono sapere che noi sappiamo”».

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Processo Spiotta, in aula il capo dei Ros ammette, «sulla morte di Cagol non abbiamo indagato»

Corre veloce il processo di Alessandria per la sparatoria del 5 giugno 1975 davanti la cascina Spiotta, dove era stato nascosto l’imprenditore vinicolo Vallarino Gancia, rapito dalla colonna torinese della Brigate rosse per autofinanziare l’organizzazione e nella quale morirono la fondatrice della Brigate rosse Margherita Cagol e alcuni giorni dopo, a seguito delle ferite riportate, l’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso.
Nell’ultima udienza di martedì 10 febbraio, con l’esame del colonnello Bogliacino, capo del Ros di Torino e responsabile dell’indagine che ha portato all’incriminazione di tre ex appartenenti alle Brigate rosse, Lauro Azzolini, Renato Curcio e Mario Moretti, è terminato l’esame dei testi indicati dalla pubblica accusa. I pm hanno rinunciato agli altri quattro testimoni (tutti carabinieri) indicati all’inizio. Anche le parti civili, diversamente da quanto annunciato in avvio di processo, dove avevano promesso un’agguerrita battaglia, hanno assunto lo stesso sbrigativo atteggiamento. Il prossimo dieci marzo verranno esaminati i testi proposti delle difese e i cui nomi si conosceranno nei prossimi giorni.

Il nodo dei consulenti storici
Nella stessa udienza la corte dovrà sciogliere il nodo rilevante dei consulenti. L’avvocato Francesco Romeo, difensore di Mario Moretti, ha chiesto la testimonianza dello storico Marco Clementi, autore di diversi volumi e studi sulla storia politica del brigatismo rosso, per approfondire un aspetto centrale lungamente esaminato nel processo, ovvero le modalità operative e la storia della struttura organizzativa delle Brigate rosse. Un anno fa, quando venne proposto il nome di Clementi ci fu una levata di scudi dei pubblici ministeri Gatti e Santoriello, nonché delle parti civili, che alla fine proposero come «controprova» l’ex pubblico ministero Armando Spataro (ne abbiamo scritto qui). Un richiesta sorprendente perché avanzata dall’avvocato Guido Salvini, ex giudice istruttore e poi gip, ex collega e acerrimo avversario di Spataro che in un recente libro, Tiro al piccione, una storia del Palazzo di Giustizia, definisce più volte suo «persecutore» (insieme a «Borrelli, D’Ambrosio, Casson e ultima arrivata Grazia Pradella, oltre ai consiglieri del CSM che aprirono la procedura di incompatibilità ambientale»). Il presidente Paolo Bargero, che sta conducendo in maniera impeccabile il processo, dovrà dirimere la questione insieme alla corte.
Si tratta di un tema per nulla secondario e che è ritornato anche nel corso del lungo esame del colonnello Bogliacino, che proprio in avvio di udienza ha sottolineato l’approccio multidisciplinare dell’indagine. I cinque decenni di distanza dai fatti hanno inevitabilmente richiesto – ha spiegato il dirigente del Ros del capoluogo sabaudo – un notevole lavoro archivistico, con raccolta dei fascicoli processuali nelle sedi giudiziarie, negli archivi interni dei Ros e nelle sedi archivistiche istituzionali, come gli archivi di Stato, che hanno impegnato l’intera metà, forse più, della inchiesta. Al punto che è stato necessario l’aiuto di elementi del Ros di Roma non per le tipiche attività di intercettazione e pedinamento, o per l’acquisizione di prove scientifiche, ma per il reperimento e l’elaborazione dell’enorme quantità di documentazione scritta.

Indagini di polizia, ricerca storica o polizia della storia?
Caratteristiche tipiche di una indagine storica più che ti una inchiesta giudiziaria. Il colonnello ha ammesso che è stato condotto un enorme lavoro interpretativo della letteratura coeva prodotta dalle Brigate rosse. Chiara ammissione del fatto che ai carabinieri si è chiesto anche di fare gli storici. Questo intreccio sbilanciato tra ricerca storica, su una quantità importante di materiali documentali, ed elementi forensi tradizionali, più scarsi, come l’individuazione di tracce dattiloscopie, biologiche e grafologiche o lo studio della ex scena del crimine, molto meno l’analisi balistica perché i reperti sono stati distrutti nel frattempo, l’abnorme attività di intercettazione telefonica e ambientale in buona parte illegittima (come stabilito dalla stessa corte), hanno contraddistinto l’indagine e le udienze. 
Altri aspetti richiamati dal colonnello del Ros e dai pm, come le similitudini operative e logistiche col precedente sequestro Sossi, oppure la presunta natura verticistica della struttura organizzativa brigatista, dipinta come un monolite, un mitologico cubo d’acciaio, hanno mostrato i limiti di rappresentazioni prive di temporizzazione storica. Un processo inevitabilmente sbilenco perché la storia fa fatica a restare costretta all’interno di una trama processuale e perché il teorema accusatorio, con il quale si chiede la condanna di Curcio e Moretti, è fondato unicamente sull’interpretazione di documenti dell’organizzazione e su libri da loro scritti.

Non esisteva ancora un esecutivo

Più interessante è stata la fase del controesame: dopo aver per tutto il tempo indicato la presenza continuativa di un «esecutivo» e di una «direzione strategica» già nel 1974-75 (rappresentazione funzionale al teorema che designa Curcio e Moretti come i registi a distanza del sequestro e quindi anche della sparatoria, tutto ciò ai fini della dimostrazione del loro concorso morale), retrodatando fino alle origini aspetti organizzativi successivi, davanti alle contestazioni dell’avvocato Romeo, il colonnello ha dovuto convenire che nel giugno 75 non c’era un «esecutivo» ma un «nazionale». Quando gli è stato chiesto dove avesse ricavato la presenza in quella fase di un esecutivo, ha risposto: «dall’esame dei documenti prodotti e dai libri stessi dei Br». Dunque da valutazioni soggettive e interpretazioni personali. Quando gli è stato chiesto quale termine viene impiegato nei libri degli imputati, ha riconosciuto che utilizzano la parola «nazionale». Davanti alle contestazioni mosse dall’avvocato Steccanella ha ammesso anche la differenza tra sequestro Sossi e Gancia per poi rispondere a una precisa domanda dell’avvocato Romeo che, nonostante il ritrovamento del bossolo vicino il corpo di Mara Cagol (leggi qui), non è stato sviluppato alcun ulteriore approfondimento investigativo perché le circostanze della morte della Cagol non hanno interessato l’inchiesta.

Ma dovrebbero interessare il processo rimettendo al centro tutto quello che accadde sulla collina della Spiotta quel 5 giugno di cinquantuno anni fa.

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I fiori per Mara Cagol sotto sorveglianza e l’incontro mai avvenuto tra Curcio e Moretti, appunti sulle indagini paranoiche per i fatti della cascina Spiotta

Rose per Mara Cagol

Era il giugno del 2022, da almeno sei mesi la procura di Torino aveva riaperto le indagini per la sparatoria avvenuta 46 anni prima davanti la cascina Spiotta, in località Arzello, nel Monferrato. Nel conflitto a fuoco erano rimasti uccisi l’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso e la fondatrice delle Brigate rosse, Mara Cagol. La colonna torinese aveva portato a termine il giorno precedente il primo sequestro per autofinanziamento della organizzazione. L’imprenditore vinicolo Vallarino Gancia era stato prelevato nei pressi della sua tenuta di Canelli e condotto all’interno della cascina.
Bruno D’Alfonso, ex carabiniere figlio dell’appuntato rimasto ucciso, aveva depositato nel novembre del 2021, sulla base di una ricostruzione complottista della vicenda, un esposto per la riapertura delle indagini. La procura torinese, competente territorialmente dopo la creazione dei distretti antimafia e antiterrorismo, aveva aperto un fascicolo contro ignoti anche se già dall’aprile successivo l’attività investigativa si era concentrata prevalentemente contro l’ex brigatista Lauro Azzolini. Nel frattempo i carabinieri avevano scoperto che questi era stato già indagato e prosciolto dal giudice istruttore di Alessandria 35 anni prima, nel 1987. Le ricerche della vecchia sentenza-ordinanza erano andate a vuoto perché le carte erano andate distrutte nell’alluvione del 1994, che aveva devastato gli archivi del tribunale. Come abbiamo già raccontato in passato (qui), la procura decise comunque di portare avanti l’indagine senza avvertire il gip del grave problema giuridico sopraggiunto nel frattempo (il vulnus verrà sanatosolo nel maggio del 2023), continuando ad indagare, pedinare e intercettare, nonostante la legge lo vietasse, una persona prosciolta.

Mara e i fiori sospetti

Sospinti da questa escalation senza limiti, gli inquirenti arrivarono persino a mettere sotto controllo la cascina dove era avvenuta la sparatoria più di quattro decenni prima. Tre microcamere furono piazzate per sorvegliare chi accedeva sul posto. Nel corso dei sopralluoghi, svolti nei mesi precedenti, gli inquirenti avevano saputo dalla proprietaria che in passato, in prossimità della ricorrenza del conflitto a fuoco, avvenuto il 5 giugno del 1975, «una persona aveva deposto un mazzo di fiori in memoria di “Mara”, Cagol Margherita».
E’ in questo clima di sospetto parossistico e ossessione investigativa senza freni che la procura disponeva la video-sorveglianza del cancello e della stradina che porta alla cascina per identificare la, o le persone, che avrebbero potuto nuovamente deporre dei fiori in occasione dell’anniversario della uccisione di Mara Cagol. Il monitoraggio video veniva attivato dalle ore 20.00 del 4 giugno 2022, fino alle 11.20 del 6 giugno successivo, senza alcun esito. Il misterioso fioraio, più avveduto dei carabinieri, non sin era fatto vivo.
Qualche settimana dopo, il 27 giugno, gli inquirenti attivavano anche un dispositivo di geolocalizzazione all’interno della vettura di Renato Curcio, all’epoca marito di Mara Cagol e cofondatore delle Br, nonché di Mario Moretti e di altri ex brigatisti, formalmente ancora non indagati. L’escalation investigativa decollava con centinaia di ore di intercettazioni telefoniche e ambientali, nonché servizi di osservazione, controllo e pedinamento che la corte di assise di Alessandria ha poi parzialmente censurato, perché illegali

La rete fantasma dei pensionati
Nella prima informativa sull’indagine denominata «Erebo» (nella mitologia greca indica la dimora dei defunti,) consegnata nel febbraio 2023 alla procura di Torino, i Ros dei carabinieri espongono una delle tecniche investigative utilizzate per condurre l’inchiesta: «questo Reparto ha beneficiato degli effetti di alcune stimolazioni ai soggetti monitorati: le notizie stampa legate alla riapertura delle indagini (Ansa del 27 ottobre 2022 che innesca una serie di articoli sulla stampa e siti online), la proiezione dei docufilm “Esterno Notte” sul sequestro Moro e “Il nostro Generale” su Carlo Alberto Dalla Chiesa sui canali Rai, le prime convocazioni dei brigatisti per essere interrogati e la convocazione in contemporanea dei personaggi principali per le escussioni conclusive. Tali eventi hanno fatto sorgere negli ex appartenenti all’organizzazione terroristica la necessità di sentirsi, incontrarsi, confrontarsi e stabilire una linea comune».
Questa «attivazione», innescata dall’esterno, dei contati tra ex appartenenti alle Brigate rosse negli anni 70, ormai persone anziane, diversi dei quali deceduti nel corso dello stesso processo (Attilio Casaletti, Angela Vai, Pierluigi Zuffada, Raffaele Fiore, Alberto Franceschini), ha permesso – scrivono sempre i Ros – di «ricostruire la fitta rete di contatti, tra gli ex brigatisti interrogati nel corso dell’indagine, per condividere le informazioni, stabilire una linea comune», per poi concludere con un singolare gusto del paradosso: «si è ben compreso che, ancora oggi, gli ex brigatisti sono legati tra loro in una rete ramificata».
«Gruppi di affinità», sarebbe stato più corretto dire, piuttosto che «rete,» tra persone che vivendo in una stessa città, Milano nel caso specifico, hanno mantenuto rapporti o occasionali motivi di incontro durante presentazioni di libri e conferenze. Oppure sparuti contatti telefonici tra ex che hanno condiviso scelte processuali o medesimi spazi carcerari. L’indagine insiste a lungo per dimostrare come questa fantomatica «rete» si sia attivata per assumere informazioni e stabilire una linea di condotta comune davanti ai pm, come se una tale condotta fosse sospetta e illecita, un’anticipazione della colpa con ribaltamento dell’onere della prova e non già semplice volontà di comprendere cosa stia accadendo e semmai legittimo esercizio dell’attività difensiva.

La falsa notizia dell’incontro tra Curcio e Moretti
Oltre ad Azzolini e alla moglie Bianca Amelia Sivieri, tra i più gettonati nelle intercettazioni e servizi di ocp disposti dal’Arma, c’è Renato Curcio e il suo entourage familiare (nel fascicolo si trova addirittura una conversazione con moglie e figlia, priva di qualunque legame con l’inchiesta in corso, sulla guerra Russo-Ucraina da pochi giorni iniziata), a causa dei suoi frequenti viaggi di lavoro. Ad ottobre e novembre 2022 e poi nel successivo febbraio 2023, Curcio si reca a Milano dove presenta il suo libro sul Capitalismo cibernetico, e tiene dei cicli di conferenze. Ogni volta ad attenderlo al suo arrivo in stazione centrale, oltre ai carabinieri c’è sempre la stessa persona, Antonio C. che fa il tassista e lo ospita nella sua casa. Si tratta di un amico della Sivieri a cui si aggrega anche una terza persona, Mario D., amico di entrambi. Quest’ultimo aveva ospitato la moglie di Curcio, Marita Prette, nel novembre precedente. Ne scrivono i carabinieri a causa di una telefonata intercettata in cui «Prette dice a Curcio che da casa di Mario (ndr. Mario D.) si vede una giornata limpida».

Il gruppo viene identificato non solo attraverso le intercettazioni e gli ambientali nelle macchine, ma anche grazie ai servizi ocp dove, in occasione della presenza di Curcio il 29 ottobre 2022 presso la libreria Anarres, vengono fotografati.
Nell’informativa che relaziona le attività svolte, i carabinieri non riportano alcun incontro di Curcio con Moretti, che per altro è in regime di semilibertà a Brescia, da dove non può spostarsi senza autorizzazione.
Nonostante ciò Repubblica cronaca di Torino, lo scorso 27 febbraio ha diffuso la notizia di un presunto incontro segreto tra i due, «Il piano e un caffè segreto: così gli ex brigatisti si sono incontrati 50 anni dopo la Spiotta». La fake news nasce da un banale equivoco dovuto alla frettolosa lettura della trascrizione della intercettazione ambientale del 28 febbraio 2023, quando al rientro dalla conferenza tenuta la sera precedente a Milano, Curcio raccontava alla moglie, venuta a prenderlo alla stazione Termini di Roma, come era andato il soggiorno milanese. Nella conversazione captata, iniziata alle 12,34, Curcio riferisce il comportamento tenuto da Mario Moretti il 14 febbraio precedente davanti ai pm, riportatogli dalla Sivieri nell’incontro avuto il giorno prima nel bar Alemagna, di fronte al stazione centrale. Spiega che Sivieri (Bianca) è venuta con Antonio (il tassista), «così poi siamo andati a prendere Mario.. (Mario è Mario D. L’amico che aveva ospitato Prette ndr) e siamo stati fuori, in un bar». Prette chiede come Sivieri potesse essere venuta a conoscenza di quelle informazioni (prova che Moretti non era presente), Curcio risponde che probabilmente erano pervenute dall’avvocato Burani, legale anche della Sivieri. Dopo aver accennato più volte a Moretti, diciannove minuti più tardi, alle 12,53, Curcio inizia a parlare di un altro Mario, (si tratta di Mario D. che era presente all’incontro. Gli stessi carabinieri non accennano mai al fatto che possa trattarsi di Moretti), dicendo di averlo trovato molto bene e di avergli consegnato i libri. La confusione tra il nome di Mario Moretti, di cui si racconta per sentito dire, e la presenza dei Mario D. ha generato l’errore.
L’inchiesta con la sua mole di intercettazioni d’ogni tipo e d’interpretazioni creative non ha certo bisogno di ulteriori suggestioni fondate su false notizie.

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Fenzi, «su Moretti ho sbagliato, non era alla Spiotta»

Riparte il processo di Alessandria per la sparatoria del 5 giugno 1975 davanti la cascina Spiotta, nella quale trovarono la morte la fondatrice della Brigate rosse Mara Cagol e il cararbiniere Giovanni D’Alfonso. Si è svolta martedì 27 gennaio 2026 l’ottava udienza

«Tra i rapitori di Gancia c’era forse qualcuno di origine calabrese?», la domanda sollevata dal legale di parte civile, Nicola Brigida, è risuonata più volte volte nella nuova aula che ha accolto la riapertura del processo per la sparatoria del 5 giugno 1975 alla Cascina Spiotta, in località Arzello di Acqui Terme, dove trovarono la morte l’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso e la fondatrice delle Brigate rosse Mara Cagol. I singolari quesiti, rivolti ai soli due testi che hanno accettato il contraddittorio processuale, hanno accentuato l’effetto surreale e straniante che si è respirato per l’intera mattinata. Dopo che Lauro Azzolini, lo scorso marzo 2025, con una deposizione spontanea ha rivelato di essere lui il brigatista sopravvissuto al conflitto a fuoco e poi fuggito nel bosco, il processo sembra trascinarsi. Pubblica accusa e parti civili, spiazzate dall’inaspettata rivelazione, hanno visto la loro strategia processuale incepparsi. Le parole di Azzolini hanno spazzato via le congetture complottiste delle parti civili e tolto argomenti ai pm, chiarendo come quella mattina, lui e Mara Cagol, fossero stati colti di sorpresa reagendo in modo improvvisato, senza seguire alcuna direttiva impartita da presunti vertici. Come invece sostenuto nel teorema della pubblica accusa per tirare in ballo anche la responsabilità penale di Renato Curcio e Mario Moretti, non tanto nel sequestro dell’imprenditore vinicolo Vallarino Gancia, che Cagol e Azzolini custodivano all’interno della Spiotta, reato ormai largamente prescritto, ma in qualità di mandanti apicali del conflitto a fuoco (anche se non presenti) e dunque nella morte dell’appuntato Giovanni D’Alfonso. Accertata l’identità del fuggitivo, per ritrovare un senso il processo dovrebbe allargare il suo raggio d’azione anche sulle circostanze della morte di Mara Cagol, chiarendo una volta per tutte come la donna venne uccisa, alla luce anche di quanto recentemente emerso sul bossolo proveniente da un arma dei carabinieri, ritrovato accanto al luogo dove giaceva il suo corpo.

La ripresa delle udienze
Dopo una sospensione di sei mesi dovuta alla sostituzione della giudice a latere, martedì 27 gennaio il processo è ripartito con l’ottava udienza. Tra i testimoni convocati: Biancamelia Sivieri, moglie di Lauro Azzolini, non si è presentata avvalendosi della facoltà di non rispondere, poiché testimone imputata di reati connessi. Scelta condivisa anche dall’altro teste, Antonio Savino. I due hanno inviato delle lettere alla corte tramite il loro legale. Analogo atteggiamento c’è stato da parte della ex brigatista Nadia Mantovani, catturata nel gennaio del 1976 nella base di via Maderno a Milano insieme a Renato Curcio, che però è venuta in aula a comunicare davanti alla corte la sua indisponibilità. Al contrario Enrico Fenzi, già collaboratore di giustizia, ha preferito rispondere alle domande anche per correggere le affermazioni fatte durante un’audizione della commissione Moro 2, presieduta da Giuseppe Fioroni, e ribadite agli autori di due recenti volumi complottisti, Simona Folegnani e Berardo Lupacchini, che su quelle affermazioni avevano costruito una sprovveduta narrazione del rapimento Gancia e della sparatoria davanti la Spiotta, ormai utile solo alla critica dei roditori.

«Mi sono sbagliato su Moretti, non era lui il fuggitivo»
Fenzi, ormai ultraottantenne, come alcuni degli imputati alla sbarra, ha ammesso di essersi sbagliato. Le sue – ha affermato – «erano solo impressioni», ricavate nel carcere speciale di Palmi dove si registrava «un clima di ostilità e avversione nei confronti di Mario Moretti che andava al di là delle ragioni politiche». Soprattutto Franceschini – ha sottolineato Fenzi – si mostrava «severo e rancoroso, invelenito personalmente contro Moretti, a cui veniva attribuito il disastro della Spiotta». Allora – ha proseguito l’ex professore della università di via Balbi, studioso di Petrarca: «ho associato questo odio al fatto che fosse Moretti il fuggitivo. Evidentemente mi sbagliavo». Fenzi, a conclusione della sua testimonianza, ha voluto precisare che «Moretti non era una spia», raccontando di come una volta lo avessero messo in cella con Giorgio Semeria, un brigatista milanese che lo riteneva responsabile della sua cattura e del tentato omicidio nei suoi confronti da parte del brigadiere Atzori, su una pensilina della stazione centrale di Milano, il 22 marzo del 1976 (oggi sappiamo che a consegnarlo fu il confidente del Sid Leonio Bozzato, suo contatto diretto nella colonna veneta). «Il carcere era un laboratorio», ha spiegato Fenzi, e qualcuno ai vertici dell’amministrazione penitenziaria voleva vedere cosa potesse accadere.
Nella sua lunga deposizione, dovuta alle numerose domande del pubblico ministero Emilio Gatti, uno che ricorda quei giocatori di golf che non riescono mai ad andare in buca, Fenzi ha ridimensionato anche il suo ruolo nelle Brigate rosse. Ha raccontato di essere stato arruolato nella colonna genovese da Gianfranco Faina, era il 1976, ma che dopo una fase iniziale fu congelato, prima di essere arrestato nel maggio 1979, smentendo così la tesi di una colonna genovese fondata dagli intellettuali di Balbi che si trascinarono dietro pochi marginali, sostenuta dallo storico Sergio Luzzato nel suo recente volume, Dolore e furore, per altro citato in aula dallo stesso pm Gatti, che tiene a mostrare di aver studiato.
«Solo dopo la scarcerazione», nell’estate 1980, Fenzi ha raccontato di aver preso parte alla burrascosa direzione strategica di Tor san Lorenzo. Era lì per esporre le critiche mosse dal collettivo dei prigionieri di Palmi, anche se cambiò presto opinione e si avvicinò a Moretti, soprattutto al momento della separazione della colonna milanese Walter Alasia dalle altre colonne Br. A quel punto fu incaricato di salire a Milano per tentare di ricucire i rapporti col gruppo dissidente. Attività che si interruppe con l’arresto, accanto a Moretti, del 4 aprile 1981.

Le carte segrete dell’avvocato Brigida
E’ a questo punto che la Calabria ha fatto improvvisamente irruzione nel processo per fatti accaduti nelle lontane Langhe dell’alessandrino. Il legale di parte civile Brigida ha chiesto a Fenzi se era mai stato in terra calabrese e avesse soggiornato a Soverato: «Ha mai saputo se nelle Br c’era un militante calabrese? Perché secondo Gancia, uno dei suoi rapitori aveva un accento del genere». Fenzi ha risposto che nel 1980 era stato ad Africo, ospite di Rocco Palamara, un noto anarchico impegnato nelle lotte delle braccianti raccoglitrici di bergamotto, nemico giurato della ‘ndrangheta locale, e che per questo era stato gambizzato. Una storia narrata anche da Corrado Staiano in Africo. Gli avvocati della difesa hanno contestato la pertinenza dei quesiti con le vicende della Spiotta, dove per altro nessuno degli inquisiti o sospettati nelle indagini è mai risultato avere origini calabresi. E’ apparso chiaro che tra le parti civili ci sono avvocati che stanno utilizzando il processo di Alessandria come trampolino di lancio per ennesime piste di indagine, magari sul sequestro Moro o in vista di una nuova “strabiliante” puntata di Report.

Se la storia la fanno i Ros
L’udienza è proseguita con l’esame di un maresciallo dei Ros di Torino, tra gli autori della informativa riassuntiva delle indagini. Come già accaduto in una precedente udienza del giugno scorso, nella quale aveva deposto un suo collega del Ros di Roma, ci si è trovati di fronte ad una situazione imbarazzante. I detective dei carabinieri sono stati chiamati a svolgere un lavoro di archivio e storico-interpretativo che esula la semplice catalogazione di fatti giuridici, come sentenze o vecchie indagini. Questi analisti si sono dovuti misurare con un ostacolo a volte molto più grande delle loro forze e conoscenze, anche in ragione della loro età anagrafica. Così durante il controesame le difese hanno avuto agile gioco nell’evidenziare le numerose contraddizioni o inesattezze: Maraschi forzosamente collocato nella colonna milanese anziché in quella torinese, dove era riparato dopo le indagini sulla comune lodigiana di provenienza, per dimostrare che il sequestro fu opera non solo della colonna di Torino ma anche di Milano e così poter meglio accusare Curcio e Moretti. Oppure i ripetuti errori sul ruolo dello stesso Moretti (che entrò nelle Br nei primi mesi del 71 e non nel 70; non fu lui a interrogare Sossi ma Franceschini); l’anticipazione del valore operativo attribuito alle bozze di una discussione prolungatasi un intero anno sulla futura struttura interna delle Br, varata solo dopo i fatti della Spiotta e non prima; la tendenza a percepire alcuni concetti, divenuti anche codici linguistici, come «rompere l’accerchiamento», in termini unicamente forensi e non politici. Limiti di una indagine per fatti lontani cinquant’anni che inevitabilmente non riesce a misurarsi con la storia. Perché la storia non si fa con in processi penali.

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Processo Spiotta, in aula Leonio Bozzato, l’operaio che spiava le Br per conto del Sid

Dopo sette udienze, martedì scorso primo luglio è stato sospeso il processo davanti la corte d’Assise di Alessandria sulla sparatoria seguita al sequestro da parte delle Brigate rosse dell’imprenditore dello spumante Vallarino Gancia, avvenuta il 5 giugno del 1975. Quel giorno trovarono la morte in circostanze mai chiarite la brigatista Margherita Cagol e, a seguito delle ferite riportate, l’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso. La pausa estiva e il cambio di sede della giudice a latere imporranno una pausa di sei mesi. Le udienze riprenderanno il 27 gennaio del 2026.

Lo schermo dietro il quale si è nascosto lungo tutta l’udienza il confidente del Sid-Sisde Leonio Bozzato/Frillo
Leonio Bozzato indicato con il numero 2

Tre passaggi importanti del processo
Questa prima fase processuale è stata caratterizzata da tre momenti importanti: il primo è stato il riconoscimento della corte che una parte dell’inchiesta è stata condotta forzando la legge. Sono state dichiarate illegittime tre mesi di indagini realizzate contro Lauro Azzolini, intercettato in maniera fraudolenta con captatori telefonici e ambientali per alcuni mesi. La corte ha riconosciuto anche la correttezza del lavoro difensivo effettuato da uno degli avvocati, messo in discussione dalle indagini che più volte hanno preso di mira l’attività difensiva degli imputati e di un altro legale della difesa. Il secondo punto decisivo riguarda l’ammissione fatta in apertura di processo da Lauro Azzolini che ha riconosciuto di essere il brigatista fuggito dopo la sparatoria: «C’ero io quel giorni di 50 anni fa alla Spiotta!», quando «in un minuto breve tutto precipitò, un inferno che ancora oggi mi costa un tremendo sforzo emotivo rivivere, al termine del quale sono morte due persone che non avrebbero dovuto morire, il padre di Bruno D’Alfonso e Mara». Ammissione che di fatto ha esaurito la sostanza dell’inchiesta e del processo, messo in piedi per dare un nome al fuggitivo. Dopo la confessione di Azzolini, che ha anche scagionato i suoi coimputati dall’accusa-teorema di aver dato l’ordine preventivo di fare fuoco contro le forze di polizia, il processo dovrà appurare le circostanze esatte della uccisione di Margherita Cagol. Il terzo aspetto riguarda il muro dei «non ricordo» eretto dai carabinieri dell’ex nucleo speciale diretto dal generale Alberto Dalla Chiesa, anch’essi ormai anziani e in pensione come gli imputati, uno dei quali, Mario Moretti, ancora in carcere ormai da quasi 45 anni.

A viso aperto
Una delle immagini più forti emerse da questo primo ciclo di udienze è stato il contrasto tra i vecchi brigatisti, Lauro Azzolini e Massimo Maraschi, 82 anni il primo, 73 il secondo, entrambi con lunghi anni di carcere speciale alle spalle, che hanno parlato a viso aperto davanti alla corte, mentre sul versante opposto gli uomini dello Stato si sono fatti schermo della memoria ormai andata, di mille contraddizioni e versioni contrastanti. Nell’ultima udienza addirittura un testimone, strumento di quel versante oscuro dello Stato, pedina degli apparati che agiscono nell’ombra, il confidente del Sid e poi del Sisde Leonio Bozzato, si è presentato col volto travisato da una mascherina e un cappello, nascondendosi durante tutto l’interrogatorio dietro un paravento.
I processi non ci parlano solo di leggi, norme e codicilli, a saperli osservare possono dirci tante altre cose come il fatto che dopo cinquant’anni chi non ha paura di mostrare la propria faccia, non dovendosi vergognare della propria storia, sono quei vecchi signori delle Brigate rosse. Gli altri, a quanto pare, hanno dei problemi, preferiscono non ricordare o nascondersi ancora perché raccontare quasi venti anni passati a fare la spia, suscita solo vergogna.

Il confidente
Quella del delatore è una figura ancestrale dell’animo umano, rappresenta una dimensione arcaica dell’antropologia descritta persino nelle sacre scritture. Giuda Iscariota tradì sull’onda del momento, cedette ai trenta denari ma poi afflitto dal rimorso si appese ai rami di un Siliquastro, almeno così racconta il mito cristiano, forse per il colore dei fiori, rosa e rossi, che cinge la chioma di questo albero bellissimo. Colore che rimanda al sangue versato per il tradimento. Leonio Bozzato ha tradito per venti anni amici e compagni di lavoro, di idee e di lotte. Operaio al Petrolchimico di Porto Marghera, iniziò la sua professione di spia, come ha raccontato in aula, su suggerimento di un carabiniere amico di famiglia. Gli venne chiesto di osservare quello che vedeva e sentiva attorno a sé. Erano i primi anni Settanta e mentre tutt’intorno la società ribolliva e le fabbriche erano in rivolta con scioperi, occupazioni, picchetti, vertenze per aumentare i salari, battaglie contro lo sfruttamento oppressivo e la nocività, e si chiedeva democrazia nei luoghi di lavoro, si parlava di rivoluzione in ogni dove, Bozzato tradiva. Dopo una breve sperimentazione negli ultimi mesi del 1971, viene assunto dal Centro Sid di Padova nel gennaio del 1972 con il nome di copertura «Frillo» e «retribuito a rendimento». Nelle ricevute di pagamento impiegava il nome di copertura «Vello». Frillo è bravo, è sveglio, formato politicamente, si introduce subito negli ambienti giusti, il suo contributo è molto apprezzato dal Servizio. Inizialmente il Sid lo piazza tra i maoisti dell’Unione marxista-leninista, quelli del giornale Servire il popolo. Gli apparati temevano la Cina, vedevano cinesi ovunque, avevano paura che le guardie rosse arrivassero a Trieste o sbarcassero in Puglia, magari dall’Albania. Non capivano bene quel che ribolliva nella società italiana, i tanti filoni degli «ismi» marxisti che fiorivano nel cuore delle nuove catene di montaggio riempite di giovani migranti del Sud. Guardavano ancora alla guerra fredda, al Patto di Varsavia o alla rivoluzione culturale di Mao e non si accorgevano di quel che accadeva in casa propria, di quel neomarxismo italiano che cambierà le carte in tavola: l’operaismo.

Spiare Porto Marghera
Declinata l’esperienza dei cosiddetti «gruppi», le diverse formazioni della sinistra extraparlamentare, Lotta continua, Potere operaio, e della la galassia maoista, nascono le prime Assemblee autonome all’interno dei poli industriali. Il centro Sid di Padova riorienta subito Frillo che ha l’ordine di infiltrarsi in questa nuova realtà politica.
Nel frattempo i brigatisti che hanno già due colonne in piedi, quella storica di Milano, dove sono nate, e la seconda a Torino, progettano di metterne in piedi una terza nel Veneto, tra Padova e il Petrolchimico di Porto Marghera. I primi rapporti li tiene Giorgio Semeria che aveva fatto il militare a Padova e aveva agganciato il gruppo della brigata Ferretto: una prima struttura di militanti autonomi che si erano posti il problema concreto della lotta armata. Scenderanno per insediare la nuova colonna militanti sperimentati come Corrado Alunni, Rocco Micaletto, Alfredo Buonavita, gli ultimi due incontrati da Frillo. Sul posto ci sono Robertino Ognibene e Fabrizio Pelli. Nonostante gli sforzi la colonna non riuscirà mai a consolidarsi in questa prima fase: il fallimento della perquisizione del giugno 1974 nella federazione del Msi di Padova, in via Zabarella, che porterà alla morte di due militanti missini e a una crisi dei rapporti con l’area autonoma, poi la cattura di Ognibene nella base di Robbiano di Mediglia e quella di Carlo Picchiura dopo un controllo stradale, infine il lavoro ai fianchi del confidente Frillo che come Penelope disfaceva la notte quello che i suoi compagni tessevano di giorno, impedirà alla colonna di decollare. La spia Bozzato farà arrestare due suoi compagni in procinto di realizzare un’azione, incredibilmente riuscendo a sviare i sospetti nei suoi confronti e nel marzo del 1976 consegnerà ai carabinieri il responsabile della colonna Giorgio Semeria. Episodio che porterà al congelamento della colonna veneta e alla legenda di Moretti infiltrato sospettato di aver causato l’arresto di Semeria. Dopo quell’episodio la colonna verrà di fatto congelata, inizierà una seconda vita, stavolta molto più efficace, dopo il 1978 con l’arrivo di Nadia Ponti e Vincenzo Guagliardo. Frillo in questa seconda fase non ci sarà più, allontanatosi dopo che Michele Galati aveva denunciato ai suoi compagni il suo doppiogioco. Nonostante ciò continuerà a svolgere il suo lavoro di spia all’interno dell’assemblea autonoma, tanto da divenire uno dei testi d’accusa, sotto le mentite spoglie di «pentito» nell’inchiesta Sette aprile. Il suo rapporto con i Servizi si conclude nel 1989, cosa e chi abbia spiato negli anni 80 ha evitato di dirlo in aula e, nonostante la mole di rapporti prodotti dalla sua attività informativa, l’Aisi non ha consegnato la documentazione necessaria per trovare adeguata risposta. Sarebbe una cosa molto utile se il presidente Paolo Bargero, approfittando di questa fase istruttoria, rinnovasse all’Aisi richiesta completa dei rapporti sulla fonte Frillo.

Non c’era ancora un «Esecutivo»
Bozzato, col nome di battaglia Andrea venne arruolato da Nadia Mantovani, studentessa in medicina, molto vicina a Gianfranco Pancino e Giorgio Semeria. Mantovani, che allora era una irregolare, gli chiederà di avvicinare gli operai del Petrolcihimico e monitorare il dibattito politico. All’interno della colonna Bozzato non andò mai oltre questo ruolo, di contatto prima e irregolare dopo. Nei suoi frequenti incontri col suo referente del Sid, non fornisce notizie sul sequestro Gancia, sul nome del fuggitivo. Ricorda solo il pianto di Micaletto alla notizia della morte della Cagol. Durante l’inchiesta, il suo servilismo verso le autorità lo porta a strafare, fa capire ai pm che qualcuno, oltre a descrivergli il fuggitivo, gli aveva anche fatto il nome, «era di Reggio Emilia» – ma non ricordava bene – così tirò fuori quello di Alberto Franceschini che era in carcere in quel momento. In aula non ha confermato, ha sostenuto che il fuggitivo gli era stato solamente descritto. Se nulla sapeva della Spiotta comunque conosceva bene la discusione che seguì quell’episodio traumatico. Riferisce al Sid l’autocritica profonda che attraversa le Brigate rosse e i progetti di ristrutturazione organizzativa e logistica che verranno poi certificati nella Direzione strategica del novembre 1975. Fornisce al Servizio i documenti del dibattito. In aula è stato interrogato a lungo su questo punto cruciale: per sapere se esistesse un «Esecutivo» oltre a una Direzione prima della Spiotta perché nei rapporti del Sid si usano i due termini, accostandoli o intercambiandoli. La risposta ha portato un altro colpo al teorema dell’accusa: «per quanto mi riguarda sono cose analoghe perché il numero dei militanti era talmente limitato, sarebbe risultato dispersivo».

La seconda cattura di Curcio
Seguendo gli incontri di Frillo con la Mantovani a Milano, nei pressi della stazione centrale, il Sid è arrivato a via Maderno dove venne catturato per la seconda volta Renato Curcio. Per coprire la spiata di Frillo venne inventata la storia di una multa per divieto di sosta che avrebbe portato alla cattura di Angelo Basone e da lui alla individuazione successiva della Mantovani e della sua rete di contatti, immortalata dal Sid in una foto presa dopo una riunione milanese nella quale compare anche Bozzato.