Il processo della vergogna

Negata la perizia balistica per accertare le circostanze esatte che portarono alla uccisone di Margherita Cagol. Nel corso delle dodicesima udienza Lauro Azzolini, il Br che era con Cagol all’interno della cascina Spiotta e riuscì a fuggire dopo lo scontro a fuoco con una pattuglia di carabinieri, racconta la sua storia

Non ci sarà una nuova perizia balistica sulla sparatoria del 5 giugno 1975 davanti la cascina Spiotta, dove venne uccisa la brigatista Margherita Cagol e rimase mortalmente ferito l’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso. La corte d’assise del tribunale di Alessandria ha respinto la richiesta depositata dagli avvocati Francesco Romeo e Vainer Burani, difensori di Mario Moretti e Renato Curcio, quest’ultimo all’epoca marito di Cagol. Secondo la corte, l’impossibilità di avere a disposizione le armi, i proiettili e in generale oggetti o corpi attinti dai colpi sparati o esplosi nell’occasione, ormai dispersi o distrutti, impedirebbe «una ricostruzione in termini di certezza, quali quelli necessari in questa sede».

Quando la parte civile lamentava le lacune delle precedenti perizie
Il presidente Paolo Bargero ha di fatto accolto gli argomenti contrari portati dalla pubblica accusa e dalle parti civili. Per il pm Emilio Gatti, la nuova perizia «anche se possibile sarebbe stata comunque irragionevole», per l’avvocato Sergio Favretto, legale di Bruno D’Alfonso, figlio dell’appuntato rimasto ucciso, come per gli altri due avvocati delle parti civili, Nicola Brigida e Guido Salvini, la perizia sarebbe stata «tecnicamente impraticabile».
Eppure l’avvocato Favretto nella richiesta di riapertura indagini presentata nel 2019 evidenziava come a distanza di decenni «non è mai stata ricostruita la dinamica del conflitto a fuoco avvenuto alla cascina Spiotta». Oggi ha cambiato idea senza fornire una giustificazione convincente.

L’ex magistrato che detesta le perizie
Ancora più ambigua la posizione espressa dall’ex magistrato Salvini che per dare autorevolezza alla sua opposizione ha richiamato il ruolo svolto come consulente della commissione Moro 2, presieduta da Giuseppe Fioroni (attiva dal 2014 al marzo 2018). Salvini ha ricordato che la Moro 2 dispose la perizia sulla sparatoria di via Fani poiché esistevano ancora le macchine, le armi e i bossoli sui quali effettuare le nuove valutazioni tecnico-scientifiche. In realtà Salvini non la racconta giusta, perché quando venne decisa la nuova perizia lui non era ancora consulente, assunse l’incarico solo l’11 novembre 2015, 5 mesi dopo la consegna delle nuove conclusioni scientifiche (12 giugno 2015) da parte di Federico Boffi, direttore dell’Uacv (Unità analisi del crimine violento) della polizia scientifica. Poi perché i nuovi accertamenti, come lo stesso Boffi ha spiegato in un volume pubblicato recentemente, Scienza e giustizia. La dinamica della scena del crimine, Armando editore 2024, si svolsero per quanto riguardava le armi, proiettili e bossoli, sulla documentazione preesistente, ovvero i precedenti lavori di Ugolini, Jadevito, Lopez e Salsa-Benedetti e sulle perizie autoptiche. Questi vecchi dati vennero immessi in un nuovo programma forense che grazie alla ricostruzione tridimensionale della cosiddetta «scena del crimine» ha permesso la ricostituzione completa delle traiettorie di tiro. Gli esperti della scientifica hanno colmato i vuoti delle precedenti perizie analizzando anche gli impatti di ingresso sulle macchine della scorta di Moro, smentendo definitivamente le teorie dietrologiche. Una volta arrivato in commissione Salvini ha sistematicamente boicottato le conclusioni della nuova perizia anteponendo i propri pregiudizi complottisti alle evidenze scientifiche, dando vita ad una spasmodica ricerca di piste alternative tutte miserabilmente fallite. Non sorprende dunque la sua ostilità anche in questo caso perché le evidenze scientifiche sono il primo grande nemico delle stramberie dietrologiche.

La paura di fare luce sulla uccisione di Mara Cagol
Diversamente da quanto avvenne in via Fani, la sparatoria della Spiotta si è svolta in buona parte a scena aperta, soprattutto per quanto attiene i colpi mortali inferti contro Cagol e D’Alfonso. La distruzione delle autovetture, delle armi e dei bossoli, non inficiava dunque la possibilità di una ricostruzione tridimensionale delle traiettorie di tiro che avrebbero chiarito, o quanto meno ridotto i margini di dubbio, su quanto avvenne nel piazzale davanti la cascina e sulla collinetta dove venne uccisa Mara Cagol. Avrebbero trovato risposta le tante domande aperte da 51 anni e i vuoti della nuova inchiesta: dalla sequenza dei colpi che ferirono mortalmente D’Alfonso alle modalità della esecuzione di Marga Cagol, al perché a poca distanza dal suo corpo si trovasse un bossolo di Beretta calibro nove corto, proiettile che all’epoca armava le pistole in dotazione all’arma dei carabinieri. Un dovere di verità che è stato brutalmente ricacciato indietro. Eppure le circostanze della morte di Mara Cagol sono l’arcano che circonda questa vicenda, il grande rimosso che spiega il poco interesse mostrato in passato dalla magistratura e dagli stessi carabinieri del nucleo speciale comandato dal generale Dalla Chiesa. Bruno D’Alfonso, sposando le tesi di due cospirazionisti della domenica, si era voluto convincere che dietro la mancata identificazione del fuggitivo della Spiotta ci fossero scabrosi misteri, l’intervento di poteri che avevano manovrato la storia delle Br, invece di guardare in faccia la verità e rivolgersi verso i silenzi imbarazzati dell’arma dei carabinieri, quello stesso corpo militare dove aveva voluto lavorare per onorare il ricordo del padre. Nemmeno oggi lo ha fatto sposando la linea della procura. Vittimismo e verità non vanno d’accordo.

Radici partigiane e Reggio Emila «comunarda», Azzolini racconta la sua storia
L’udienza di martedì 14 aprile era cominciata con l’esame di Lauro Azzolini, che già lo scorso marzo 2025 aveva preso la parola dichiarando di essere la persona riuscita a fuggire dalla Spiotta. Oltre sei ore di interrogatorio interamente monopolizzate dall’onnivoro e inconcludente presenzialismo del pm Emilio Gatti. Una ossessiva ripetizione di domande su dettagli che non riuscivano mai a individuare i punti significativi della vicenda e che hanno rubato spazio alle altre parti processuali, stremando alla fine l’ottantatreenne imputato che ha messo fine all’interrogatorio.
All’inizio Azzolini ha ricostruito l’ambiente storico e sociale nel quale è cresciuto. La famiglia contadina, la dimensione culturale di Reggio Emilia nel dopoguerra, la fortissima tradizione antifascista, il peso della Resistenza, la lotta partigiana, il sacrificio delle morti pagate nella lotta al nazifascismo e poi le tensioni dell’immediato dopoguerra. La tradizione ribelle e comunarda della città, la ricerca di una rivoluzione interrotta da portare a termine. I fermenti giovanili, le armi nascoste dei partigiani, le lotte operaie, il lavoro nero nella tessitura, soprattutto femminile. Ha ricordato come a sedici anni ha iniziato a lavorare da apprendista, poi l’arrivo del luglio 60, la strage con i 5 morti di Reggio Emilia immortalata nella canzone di Fausto Amodei, con Lauro Farioli cadutogli accanto. Momenti decisivi che hanno scolpito la sua esistenza e ispirato la successiva militanza politica. Nel 1968 la rottura con la Federazione del Pci e la sua politica di compromesso.

Dalla Comune di Dario Fo alle Br
Contrariamente a quel che si crede, Azzolini non partecipa al “gruppo dell’appartamento”, ma conosce alcuni di loro molto bene, Tonino Paroli e Prospero Gallinari, sempre in prima fila nelle lotte. Molto meno Franceschini, intravisto appena qualche volta. Ma non segue le loro tracce, non aderisce al Cpm. Resta a Reggio dove partecipa a un gruppo operaio denominato “Nuova Resistenza”, quindi prende parte alla esperienza del collettivo teatrale “la Comune” con Dario Fo e Franca Rame, dove svolge politica culturale. Intanto le Brigate rosse sono nate e attive da tempo, nel 1974 durante il sequestro Sossi, nel bel mezzo di uno spettacolo di Fo e Rame tenuto a Reggio si spengono improvvisamente le luci e quando si riaccendono centinaia di volantini delle Br piovono dall’alto. «Cosa è questa cosa?» – chiede Fo allibito. «Questa è una terra comunista e partigiana», risponde Franca Rame.
Per Azzolini è una illuminazione, decide così di trasferissi a Torino per fare lavoro politico nelle grandi fabbriche. Cerca le Brigate rosse, dove con sua grande sorpresa ritrova tanti compagni reggiani. Siamo alla fine del 1974 e finalmente incontra Mara Cagol a cui spiega il suo progetto di lavoro politico nella classe operaia. Cagol non lo ritiene ancora maturo per l’ingresso nelle Br e poi in quel momento stavano organizzando l’evasione di Curcio dal carcere di Casale Monferrato, così viene rimandato a Reggio Emilia, dove resta poco. Nei primi mesi del 1975 è di nuovo a Torino, dopo che la colonna aveva subito l’arresto di Paroli e Arialdo Lintrami. C’è bisogno di lui, è in preparazione un sequestro di autofinanziamento, Cagol lo arruola. Per Azzolini è la prima azione, preleva Vallarino Gancia e con altri lo porta alla cascina Spiotta, luogo scelto per custodirlo. Nei programmi della colonna il sequestro doveva essere molto breve, con la raccolta del riscatto e la liberazione dell’ostaggio. Oltre a Maraschi, poi arrestato, posizionato nel ruolo di primo cancelletto che doveva fermare il traffico, c’era con lui Attilio Casaletti, nel frattempo deceduto, e un altro Br nel secondo cancelletto, di cui non ha rivelato il nome. A presidiare la Spiotta era rimasta Mara Cagol, che dirigeva l’operazione.

La Spiotta, «cercavamo solo di fuggire»
Il racconto è proseguito con fatica, inframezzato da continue interruzioni del pm e surreali momenti di contrasto. Giunto alla Spiotta, il racconto di Azzolini conferma parola per parola quanto da lui scritto nella relazione inviata all’organizzazione dopo l’esito disastroso del sequestro. Un testo realizzato non più tardi di una settimana dai fatti. L’udienza, che si protraeva ormai da ore, si accende quando il procuratore Gatti gli contesta la ricostruzione della sparatoria: in particolare la posizione dell’appuntato D’Alfonso, collocato diversamente da un altro teste, Rosario Cattafi, carabiniere che aveva partecipato al conflitto a fuoco. Azzolini ribadisce più volte che il loro obiettivo era solo quello di fuggire e non cercare lo scontro a fuoco. Non erano preparati militarmente tanto che Mara Cagol aveva un mitra che non usa. Cercavano semplicemente di sganciarsi. Le sue parole indispongono l’accusa che vuole invece dimostrare l’esatto contrario: «rompere l’accerchiamento e cercare lo scontro a fuoco». Un teorema che vuole dimostrare la presenza di un intento omicidiario premeditato, impartito dal gruppo dirigente, in modo da poter così chiedere le condanne anche di Renato Curcio e Mario Moretti, la cui posizione sarebbe altrimenti prescritta. Si comprende allora il retropensiero che ha portato i pm ad opporsi alla nuova perizia balistica: conservare mano libera nella narrazione accusatoria senza doversi confrontare con evidenze scientifiche difficilmente aggirabili.

«Cagol ancora viva, poi gli spari»
Azzolini ha ricordato di aver visto per l’ultima volta Cagol ancora viva, con le mani alzate e poi di aver sentito dei colpi, singoli e a raffica, quando si dileguava sulla collina di fronte. Infine le modalità della sua rocambolesca fuga per boschi e torrenti, traversati per non lasciare tracce, il furto di un motorino e di una macchina, la notte passata coperto di vegetazione in una buca, il viaggio su un pullman che portava in una città del litorale ligure, dove scopre davanti a una edicola la notizia della morte di Cagol. L’ultimo tratto in treno fino ad Albenga, l’approdo preordinato della via di fuga, dove ad attenderlo c’erano due compagni delle Br.

Una nuova perizia per sapere chi ha ucciso Mara Cagol

Svolta al processo di Alessandria, mentre le difese chiedono una nuova perizia, la corte da la parola ai consulenti storici. Nel frattempo un testimone evoca le «orge» alla Spiotta

La richiesta di una nuova perizia balistica e la decisione di ascoltare il consulente storico chiesto dalle difese, sono le due rilevanti novità emerse nel corso dell’undicesima udienza del processo che da oltre un anno si tiene davanti la corte d’assise di Alessandria, per la sparatoria avvenuta il 5 giugno 1975 ad Arzello, vicino Acqui Terme, dove la colonna torinese della Brigate rosse custodiva all’interno della cascina Spiotta l’imprenditore vinicolo Vallarino Gancia, rapito 24 ore prima.

Un processo che parla di storia
Lo storico Marco Clementi, autore di diversi libri e articoli sulla storia delle Brigate rosse, nome indicato dall’avvocato Francesco Romeo, legale di Mario Moretti, e l’ex pubblico ministero milanese Armando Spataro, che le parti civili, dopo una iniziale e dura opposizione (leggi qui), hanno indicato in subordine, come «controprova» (nonostante i pessimi rapporti tra quest’ultimo con l’ex magistrato Guido Salvini, oggi avvocato, che insieme al collega Brigida ha proposto il suo nome), forniranno la loro expertise sul contesto storico, il significato di alcuni concetti ed espressioni presenti nella letteratura brigatista, l’evoluzione della struttura organizzativa, regole e direttive interne, modalità operative. Tutti aspetti continuamente richiamati nelle indagini e durante le testimonianze dei carabinieri del Ros che la procura ha ripetutamente utilizzato nella veste di storici del brigatismo. Significativi gli argomenti con cui la corte ha accolto la richiesta: poiché numerosi testimoni chiamati dalla pubblica accusa hanno fornito ampie interpretazioni storiche, appare giusto che anche alle difese sia concessa la stessa possibilità.

Indagini carenti
La nuova perizia potrà invece ricostruire con maggiore precisione cosa accadde nella sparatoria che provocò la morte della brigatista Margherita Cagol, il ferimento mortale dell’appuntato D’Alfonso e quello meno grave di un altro carabiniere. Uscire dalle incertezze e approssimazioni delle indagini dell’epoca e che la nuova inchiesta, avviata alla fine del 2021, non ha colmato incentrando l’attività investigativa unicamente sull’accertamento della identità del brigatista fuggito, servirà alla corte non solo a ricostruire per intero cosa accadde quel tragico giorno ma anche a determinare in modo più certo i comportamenti avuti dai diversi soggetti presenti quella mattina.
Le perizie dell’epoca accertarono unicamente quella che nel linguaggio tecnico viene definita la «balistica identificativa», ovvero lo studio che collega un proiettile a un’arma. Si è stabilito, per esempio, che l’ogiva calibro 7,65, ritenuta nel torace dell’appuntato D’Alfonso, proveniva dalla Browning di Cagol e che il secondo colpo (trapassante), esploso nell’immediata sequenza, proveniva con forte probabilità dalla stessa arma. Mentre i bossoli esplosi, ritrovati accanto allo stesso D’Alfonso, appartenevano alla sua Beretta d’ordinanza. Si è scoperto che la Cagol fu attinta da tre proiettili, due trapassanti, uno dei quali ritrovato nell’abitacolo della sua Fiat 128 ma non si è appurato da quale arma dei carabinieri siano stati esplosi. Le informazioni desunte dalla perizia autoptica ci dicono che il colpo mortale inferto alla Cagol sotto l’ascella sinistra, e fuoriuscito da quella opposta (prova che avesse le mani alzate in segno di resa), è stato esploso in linea orizzontale. Informazione che non è mai stata correlata con lo spazio circostante e la conformazione del terreno. Il corpo delle donna venne rinvenuto, come mostrano le foto, su una sommità pianeggiante della collinetta alla destra della cascina. Chi l’ha uccisa era lì, molto vicino.

I bossoli possono parlare
Furono repertate ed esaminate solo le armi e i proiettili dei brigatisti, ignorate invece quelle dei carabinieri che pure, stando alle diverse testimonianze, esplosero molti colpi. Un bossolo, attribuito a una Beretta calibro 9 dei carabinieri, fu repertato nei giorni successivi ma poi mai consegnato al perito. L’arma di D’Alfonso, ha ripetuto durante il suo esame odierno l’appuntato Palumbo, venne sottratta dalla scena della sparatoria per essere riposta dal brigadiere Prati nel baule di una vettura di servizio. Stranezze, irregolarità, omissioni, inquinamento della scena della sparatoria e di possibili fonti di prova molto gravi, che non hanno mai attirato l’attenzione degli inquirenti.
La nuova perizia, grazie alle innovazioni della tecnologia forense attuale potrebbe fornire risposte sulla cosiddetta «balistica esterna», le traiettorie seguite dai colpi nello spazio, e nella «balistica terminale», ovvero il comportamento avuto sui corpi. Dalle indagini dell’epoca e da quelle odierne, non emerge infatti, nonostante il ritrovamento di alcuni bossoli e tracce d’arma da fuoco di vario tipo, un diagramma preciso delle traiettorie incrociate che spieghi dove si trovassero esattamente i tiratori.

La paura della verità
La richiesta di una nuova perizia avanzata dall’avvocato Francesco Romeo e appoggiata dagli altri due difensori degli imputati, Davide Steccanella e Wainer Burani, ha colto impreparate l’accusa e le parti civili. Se la ricerca completa della verità, da puntellare con dati obiettivi, ha spiegato sempre Romeo, è compito del processo, per il pubblico ministero e le parti civili esistono invece dei limiti tecnici insormontabili che impediscono oggi lo svolgimento della nuova perizia. «Seppur necessaria – ha spiegato il pubblico ministero Emilio Gatti senza percepire la macroscopica contraddizione – dopo cinquant’anni una perizia sarebbe tecnicamente impraticabile». Obiezione che invece non vale per il processo.
Sulla stessa posizione si sono schierate le parti civili: gli avvocati Sergio Favretto, Nicola Brigida e l’ex giudice Guido Salvini, tutti fermamente contrari perché armi, proiettili, bossoli sono andati distrutti. Romeo ha così avuto facile gioco a ricordare i nuovi accertamenti forensi svolti dalla polizia scientifica nel 2015 in via Fani, per conto della Commissione Moro 2, per fatti avvenuti nel 1978 (leggi qui).
Eppure a inizio processo, solo un anno fa, sia la procura che le parti civili si erano pronunciate, anche con enfasi, in favore dell’accertamento di una verità fino ad allora negata e che la sparatoria alla Spiotta trascinava dietro di sé da decenni. Un grumo di omertà riemerso nel passate udienze, quando abbiamo visto i carabinieri dell’ex nucleo speciale contraddirsi, rinfacciandosi versioni contrastanti tra loro. I fatti della Spiotta non sono stati un trauma solo per le Brigate rosse, un momento periodizzante che ha segnato un prima e un dopo. Nel luglio 1975 fu chiuso anche il Nucleo speciale diretto dal generale Dalla Chiesa. Attorno alla vicenda della Spiotta si è generata nel tempo un’atmosfera di evasività e silenzio istituzionale, dovuta alla mancata volontà di chiarire perché i carabinieri della territoriale anticiparono il loro intervento, per giunta senza mezzi adeguati, bruciando sul tempo il Nucleo speciale, e al disinteresse mostrato verso le circostanze esatte della morte di Mara Cagol.

La cascina delle orge
La testimonianza di Luigi Lasala, ex responsabile del gabinetto scientifico del Piemonte e Valle D’Aosta, non ha aggiunto novità rispetto alle dichiarazioni rese davanti ai pm. Più colorata e con alcuni dettagli significativi la testimonianza dell’ex appuntato della tenenza di Acqui, Domenico Palumbo, giunto sul posto diversi minuti dopo i suoi colleghi Regina e Prati, arrivati a sparatoria terminata, tanto da incontrare sui tornanti della Spiotta l’ambulanza che portava via D’Alfonso, mentre Rocca e Cattafi, rotolati dopo l’esplosione della Srcm sull’altro versante della collina, erano stati soccorsi e portati in ospedale dal postino che passava in quel momento. Palumbo ha descritto nuovamente la liberazione di Gancia, il «dottor Vittorio», lo ha chiamato mostrando ancora deferenza. Ha poi riferito nuovamente i racconti fattigli sul posto e nei giorni successivi sempre da Prati e Regina, come la convinzione, non supportata dai riscontri autoptici e balistici, che a uccidere Margherita Cagol fossero stati i colpi esplosi da D’Alfonso, la cui arma Prati aveva poi sottratto dalla scena riponendola nel baule della macchina di servizio.
Durante la testimonianza è emerso un risentimento quasi incontrollato verso Barberis, l’altro appuntato che insieme a Rocca, Cattafi e D’Alfonso stava perlustrando le cascine della zona. Barberis ha sempre dichiarato di aver ucciso Cagol, circostanza inverosimile secondo Palumbo. Opinione pare condivisa anche dai suoi colleghi Prati e Regina. «Lei gli ha mai parlato, gli ha chiesto qualcosa in quel momento?», ha domandato l’avvocato Romeo. «Non c’era più», ha risposto stizzito Palumbo: «Era salito sull’ambulanza con D’Alfonso». Il fatto che Barberis non fosse rimasto sul posto, ha fatto capire Palumbo, equivaleva a una fuga. Significativo il racconto dell’arrivo in elicottero del generale Dalla Chiesa, assieme al procuratore di Torino Caselli. I due fecero base, ha raccontato l’appuntato, in un albergo anziché andare in procura per seguire le indagini. Ma il momento clou della giornata c’è stato quando alla domanda se avessero mai avuto sospetti sulla presenza di brigatisti alla Spiotta, Palumbo ha risposto che nei dintorni, come in caserma, tutti erano convinti che la cascina fosse un luogo di perdizione, «dove si facevano orge». «Il sabato e la domenica arrivavano giovani e tante donne, c’era un via vai, c’era la musica alta». La Spiotta era dunque un luogo attenzionato, ma per ragioni diverse dal terrorismo. Un giorno io e il tenente Rocca siamo andati a vedere, ha raccontato Palumbo: «Rocca ha tirato fuori il binocolo e in un punto alto si è messo a guardare. Gli ho fatto presente che da lì ci avrebbero potuto vedere. “Non importa – avrebbe risposto Rocca – devono sapere che noi sappiamo”».

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Il caso Moro e Report, quante bugie. Signorile e l’artificiere di via Caetani si smentiscono a vicenda

di Paolo Morando, Domani 11 gennaio 2024

Davvero l’ex esponente socialista e l’allora ministro degli interni Francesco Cossiga seppero della morte di Moro diverse ore prima del rinvenimento del suo cadavere in via Caetani?

Davvero Claudio Signorile e l’allora ministro dell’Interno Francesco Cossiga, il 9 maggio 1978, seppero della morte di Aldo Moro diverse ore prima del rinvenimento del suo cadavere in via Caetani?
È solo uno dei tanti elementi del servizio di Report di domenica scorsa sul rapimento e l’uccisione dello statista democristiano da parte delle Brigate rosse, ma è forse quello più suggestivo, tra le miriadi di dubbi, zone d’ombra e presunti misteri su cui dopo decenni si discute ancora oggi, a oltre 45 anni dai fatti.
Tutto ruota attorno a una questione sostanziale: quell’agguato, quel rapimento e quell’uccisione furono tutta farina del sacco brigatista? Oppure vi fu chi “diresse” (o “facilitò”) quell’operazione? E, seguendo questa ipotesi, chi? Servizi segreti, P2, Cia, Kgb, Mossad: da questa maionese impazzita nessuno è stato lasciato fuori. Ma la giustizia ha da anni chiuso la partita, attraverso più processi. E neppure le due inchieste ancora aperte a Roma, condotte dalla procura ordinaria e da quella generale, sembrano fare passi in avanti.
Nel frattempo si è fatto strada un inesauribile filone di pubblicazioni in controtendenza con quanto è stato appurato nelle Corti d’assise. E oltre ai processi ci sono le commissioni parlamentari d’inchiesta. A una prima, specifica, istituita nel 1979 e che chiuse i propri lavori nel 1983 (gli atti sono contenuti in centotrenta volumi, ognuno dei quali composto mediamente da svariate centinaia di pagine), in anni recenti se n’è aggiunta una seconda, la cui documentazione pure consta di migliaia di carte.
Anche commissioni d’inchiesta istituite su altri temi (stragi, P2, Mitrokhin, Antimafia) di Moro si sono lungamente occupate. Aggiungete a tutto questo più opere cinematografiche, una moltitudine di inchieste giornalistiche sulla stampa o in tv, romanzi di para-fiction, opere teatrali… E poi i dibattiti in rete, in cui si discute senza sosta su particolari più o meno rilevanti della vicenda.

La perizia balistica del 2016 che Report non cita
Lo spazio non consente di riprendere qui punto per punto le mille suggestioni di Report, basate principalmente sui lavori della commissione Moro 2, quella presieduta da Giuseppe Fioroni.
Nella trasmissione, a un certo punto, è però stato detto che mai sono state eseguite perizie balistiche aggiornate rispetto a quelle di oltre quarant’anni fa. Lo si diceva a supporto dell’ipotesi secondo cui a sparare il 16 marzo 1978 in via Fani non sarebbero stati solo quattro brigatisti (Fiore, Morucci, Gallinari e Bonisoli), ma anche un altro paio, finora sconosciuti.
E che lo avrebbero fatto non da sinistra, come nella ricostruzione fin qui accreditata, bensì da destra. Ebbene, proprio la Moro 2 si è invece giovata nel 2015 di una perizia balistica compiuta dalla polizia scientifica. E i risultati, che avvalorano la versione brigatista, sono stati recepiti nella stessa relazione del presidente Fioroni conclusiva dell’attività di quell’anno.

Dubbi sull’uso di una moto nell’azione. Le bugie del testimone Marini e il parabrezza mai attinto da colpi di mitraglietta
Non solo. Sempre nella relazione, si sottolineano «due acquisizioni» raggiunte dalla polizia scientifica: «La prima riguarda la scoperta che il parabrezza di Marini non è stato attinto da colpi d’arma da fuoco come finora si è creduto».
E si tratta di quell’ingegnere a bordo di uno scooter che sarebbe stato preso di mira da due motociclisti in fuga da via Fani: vicenda del tutto destituita di fondamento, come lo stesso Marini dovette ammettere in un verbale ancora nel 1994. Il che, per inciso, pone in discussione l’esistenza stessa di quella motocicletta, della cui presenza in via Fani parlarono solo tre degli oltre trenta testimoni a suo tempo messi a verbale.

Nessun superkiller
Ancora, sempre citando Fioroni: «Il secondo punto acquisito dalla polizia riguarda la messa in crisi dell’idea che a via Fani abbia operato un super killer. È vero infatti che vi fu una bocca di fuoco che sparò da sola quarantanove colpi, ma è stato dimostrato che ciò avvenne con una precisione non particolarmente elevata (da quell’arma soltanto sei colpi andarono a bersaglio, attingendo l’agente Iozzino)».
Altro che super killer. Il fatto che poi quella perizia sia stata «oggetto di un’attenta analisi critica da parte di alcuni componenti della Commissione», come scrive Fioroni, conferma una volta di più che anche elementi scientifici possono servire per tirare l’acqua al proprio mulino.

La prigione di Moro fu una sola
Altra questione ampiamente analizzata da Report: davvero Moro è stato tenuto prigioniero nell’appartamento di via Montalcini 8? È stata citata una mezza dozzina di possibili covi alternativi, dei quali pure si parla da anni. Si può però davvero pensare che le Brigate rosse abbiano spostato l’ostaggio più volte nella Roma militarizzata di quelle settimane? Ma soprattutto: perché farlo se davvero le Br erano protette da entità indicibili?

Signorile da Cossiga e la questione dell’ora
Si diceva però di Signorile. La sua presenza nell’ufficio di Cossiga la mattina del 9 maggio è circostanza da tempo nota. Ma davvero al ministro la notizia della morte di Moro arrivò molto prima della telefonata con cui Morucci, alle 12.13, diede notizia al professor Tritto, assistente di Moro, che lo statista era stato ucciso e di dove si sarebbe potuto ritrovare il corpo? Rivedendo Report, ci si accorge che a dire «le 9.30-10» non è Signorile, bensì l’intervistatore.
Signorile peraltro lo lascia parlare senza interrompere, quindi di fatto conferma. Se così fosse, lo capite, si aprirebbero scenari vertiginosi – pure sviluppati da Report – su cui da anni la cosiddetta dietrologia non si è risparmiata. Qui il punto riguarda la validità delle testimonianze orali, soprattutto quelle di coloro avanti con l’età e rese a tanti anni dai fatti su cui la memoria viene sollecitata.
Inoltre, l’impossibilità di riscontrare tali testimonianze con tutti i protagonisti (in questo caso Cossiga). Anche perché l’orario dell’alert al ministro – si scopre rileggendo le tante dichiarazioni di Signorile – è ballerino. Come pure la rilevanza che diede alla questione l’esponente socialista.
Già nel 1980 (commissione Moro 1) Signorile raccontò quella mattina, collocando l’avviso a Cossiga della morte di Moro alle 11: orario inconciliabile con i fatti accertati. Nessuno dei parlamentari però pensò di chiedergli maggiori dettagli sul punto (e della commissione faceva parte pure il comunista Sergio Flamigni, da sempre capofila di chi non crede alle versioni “ufficiali”), probabilmente pensando che Signorile con quell’orario intendesse quello dell’appuntamento con Cossiga al Viminale.
Davanti alla Corte d’assise di Roma invece, nel 1982 in un lungo interrogatorio come testimone, Signorile non sfiorò minimamente la questione di quello strano orario. E anche nel 1999, davanti alla commissione Stragi (quella presieduta da Pellegrino), nuovamente nessun accenno: eppure non si trattava di una questione banale.
Poi, nel gennaio 2010 ne riparlò in una intervista all’Ansa: «Dopo pochi minuti che ero nella sua stanza, erano le 10 e mezzo-11, sentiamo l’altoparlante della centrale operativa, annunciare che la nota personalità era stata ritrovata al centro di Roma», disse a Paolo Cucchiarelli (autore di più libri a cui si è ispirato il servizio di Report). Non risulta che Cossiga abbia smentito.
Ma neppure che qualcuno ne abbia mai chiesto conferma all’allora senatore a vita. Tre anni più tardi (ma attenzione: Cossiga nel frattempo era morto, nell’agosto 2010), parlando con l’Huffington Post, Signorile tornò sulla questione: e collocò invece a mezzogiorno l’allarme a Cossiga. Mentre nel 2020, in una lunga intervista al Corriere della Sera (e l’intervistatore era Walter Veltroni), ecco ancora una volta il racconto di quella mattinata al Viminale. Ma senza alcun riferimento (e relativo sospetto) all’orario in cui Cossiga fu avvisato.
Nel frattempo Signorile era stato sentito anche dalla commissione Moro 2, il 12 luglio 2016: «Io vi sto testimoniando la telefonata vera, quella cioè della questura che chiama il ministro dell’Interno», disse. E all’allora senatore Miguel Gotor, che indicava come orario le 11, rispose: «Più o meno a quell’ora, sì».

L’artificiere Raso e Signorile si smentiscono a vicenda
Va detto che nel 2012 era stato pubblicato un libro di memorie dell’artificiere che intervenne quella mattina in via Caetani, Vitantonio Raso, il quale ha sostenuto di essere arrivato lì tra le 10.30 e le 10.45. E di aver parlato con Cossiga, che era già presente in strada. Peraltro non c’è traccia di sue relazioni di servizio.
Le affermazioni di Raso, per inciso, contrastano con quelle di Signorile: se Cossiga stava già in via Caetani, come poteva essere alla stessa ora con Signorile al Viminale? La procura di Roma, comunque, a suo tempo incriminò Raso per calunnia. E della cosa non si è più sentito parlare.
Che cosa ci dice tutto questo? Quanto meno che quell’orario non è riscontrato (né è più riscontrabile).

Gli orari della centrale operativa dei carabinieri
D’altra parte, il registro delle comunicazioni telefoniche della legione Roma dei Carabinieri di quel giorno attesta alle 13.50 il rinvenimento del cadavere nella R4 rossa, alle 13.59 la sua identificazione e dalle 14.01 in poi l’informazione a tutte le autorità, a partire dalla Presidenza della Repubblica. Ce n’è insomma abbastanza per prendere la cosa (assieme a molte altre) con tutte le molle possibili.