Mara Cagol e i fiori della discordia

Il processo davanti alla corte di assise di Alessandria per la sparatoria alla cascina Spiotta di Arzello tra i due brigatisti che custodivano l’industriale vinicolo Vallarino Gancia, sequestrato il giorno precedente, e una pattuglia dei carabinieri sopraggiunta sul luogo, conflitto a fuoco avvenuto 51 anni fa, sta volgendo al termine. Il prossimo venerdì 19 giugno prenderanno la parola i due titolari della pubblica accusa, Emilio Gatti e Ciro Santoriello, subito dopo toccherà alle parti civili, sempre che il dottor Gatti, che ha già annunciato una lunga requisitoria, non faccia slittare il calendario previsto. Il successivo martedì 23 dovrebbe essere il turno delle difese, subito dopo si potrebbe già andare in camera di consiglio per la decisione finale ma non è detto che ciò accada. Incombe infatti la possibilità di una replica da parte di Gatti, eventualità che trascinerebbe il processo fino al 7 luglio.
Venerdì capiremo finalmente se procura e parti civili resteranno coerenti con i propositi più volte espressi durante il processo: la sola ricerca della verità e non la volontà di reincarcerare (Moretti non è mai uscito) dei vegliardi ottantenni.

La sparatoria di 51 anni fa
Margherita Cagol fu uccisa nella tarda mattinata del 5 giugno 1975, ferita da due colpi di pistola si era arresa ma fu freddata da un carabiniere, Pietro Barberis, quando aveva le mani alzate. Sul prato accanto al cortile del rustico denominato Spiotta, quel giorno giaceva un solo cadavere, il suo.
L’appuntato Giovanni D’Alfonso rimase mortalmente ferito nello scontro ha fuoco che lo contrappose a Margherita Cagol. Fece in tempo a scaricare la sua arma contro la donna che rispose al fuoco colpendolo due volte, secondo quanto riportato nella perizia balistica dell’epoca. Trasportato in gravissime condizioni morì l’11 giugno successivo nell’ospedale di Alessandria.
Durante il processo le difese hanno chiesto la realizzazione di una nuova perizia sulle traiettorie di tiro per accertare con maggiore nitidezza la dinamica della sparatoria, colmando i numerosi vuoti dell’inchiesta condotta nell’immediatezza dei fatti, quando le indagini furono sbrigative, poco approfondite, la scena ripulita e manomessa: la pistola di D’Alfonso rimossa e riposta nel baule di una vettura dei carabinieri, il corpo di Cagol spostato come mostrano le foto presenti in atti (vedi qui sotto: nella prima foto il braccio destro è sotto il corpo, nella seconda è parallelo al sinistro). Ma la pubblica accusa e ancor più sorprendentemente i legali delle parti civili si sono opposti.


Fiori per Margherita Cagol
Il 5 giugno scorso, come è accaduto frequentemente in questi decenni, per ricordare la donna qualcuno ha lasciato dei fiori davanti l’ex rustico, oggi completamente rimesso a nuovo e divenuto un lussuoso b&b. L’episodio ha scatenato le ire di Bruno D’Alfonso, il figlio dell’appuntato, anch’egli un passato da carabiniere, che quel giorno non era in aula dove si teneva la quattordicesima udienza del processo perché occupato nelle cerimonie istituzionali organizzate in ricordo del padre. Non è la prima volta che D’Alfonso mostra insofferenza per questi innocui fiori lasciati ai piedi di un albero, all’inizio del boschetto che circonda la Spiotta. Già durante l’inchiesta, l’ex carabiniere si era lamentato per questi episodi ripetuti negli anni, tanto che i pm disposero – sfidando ogni senso del ridicolo – la sorveglianza della Cascina in occasione dell’anniversario del 5 giugno 2022, piazzando delle telecamere per identificare gli sconosciuti portatori di fiori. Ma quella volta non si fece vivo nessuno (leggi qui).

L’esposto
D’Alfonso, che è stato pubblico ufficiale, sa che non è un reato e tanto meno un illecito depositare dei fiori in ricordo di una persona deceduta, per giunta in aperta campagna. Per ovviare a questa difficoltà se l’è presa con le immagini e i commenti postati sui social. Ha così ha annunciato di aver presentato un esposto alla digos di Pescara, al comando generale dell’Arma dei carabinieri, ai comandi territoriali di Alessandria e Acqui Terme e alla digos di Genova. Mancano solo la penitenziaria, la finanza e i guardia parco. Al quotidiano la Stampa di Torino ha dichiarato di non averlo fatto soltanto per una questione personale o familiare. «Ritengo – ha precisato – che ci possano essere aspetti che meritano accertamenti. Saranno gli organi competenti a valutare». Per poi aggiungere che quei fiori vanno ben oltre una semplice commemorazione: «Non è solo un’offesa alla memoria di mio padre, ma un gesto che rischia di trasformarsi in altro». Cosa fosse questo «altro» non ha avuto il coraggio di dirlo.

Panopticon vittimario
Tre anni d’inchiesta, un processo di un anno e mezzo, quattordici udienze non sembrano aver colmato le aspettative di Bruno D’Alfonso. Non sta a noi commentare questa esondazione della dimensione privata, questa pretesa che la sensibilità pubblica, plurale per definizione, debba combaciare con la sola sfera dei sentimenti di una persona. Dietro l’esposto alle autorità di polizia, guarda caso non davanti a degli uffici giudiziari, c’è una pulsione totalizzante che pone il proprio io come metro di giudizio morale, politico e penale dei comportamenti altrui, negando che la memoria, addirittura il cordoglio, possano avere dimensioni plurali. Una pretesa che annulla l’esistenza altrui e fa del proprio mondo interiore l’intero universo. Persone più qualificate di noi hanno descritto quanto vi sia di patologico in questo tipo di posture vittimarie. D’altronde la nuova inchiesta sulla Spiotta – è sempre bene ricordarlo – è nata con l’idea, sostenuta da Bruno D’Alfonso, di disvelare un complotto: squarciare il velo di complicità che avrebbe impedito di individuare l’identità dell’invisibile brigatista fuggito dalla Spiotta nel “cattivissimo” Mario Moretti, che aiutato da forze oscure avrebbe lasciato morire Mara Cagol per prendere il comando della Brigate rosse e con il sostegno di malefiche forze esterne portare a termine il sequestro Moro. Per fortuna l’inchiesta prima e il processo poi hanno fatto giustizia di queste insulse fantasticherie vittimarie, pagate con i soldi pubblici.

«La musica giusta la decido io», la querela contro la band P-38
Bruno D’Alfonso non è nuovo a sortite del genere, nella primavera del 2022 aveva denunciato una band musicale, i P-38, per istigazione a delinquere e apologia di reato. Il gruppo proponeva brani Trap che contenevano riferimenti, a dire il vero poco rigorosi, ai gruppi armati degli anni 70. Licenze musicali che richiamavano figure note, come Aldo Moro e Renato Curcio, citate più come icone pop che personaggi storici. Durante i concerti venivano spesso esibite bandiere a cinque punte con un intento dissacratorio e di rottura verso l’industria musicale. Gesti e testi che disturbavano e disorientavano in primis soprattutto gli ex brigatisti. Ma il tema non è la critica musicale e artistica delle loro performances, quanto la pretesa di sindacare ciò che è artisticamente lecito. La denuncia di D’Alfonso, che pure si esibisce in un gruppo musicale, era stata accolta dalla procura di Torino, la stessa che ha condotto le nuove indagini sulla Spiotta. Oltre alle perquisizioni questa aveva addirittura disposto gli arresti domiciliari per i ragazzi. Nel 2025 il procedimento penale è stato archiviato dal gip che non vi ha ravveduto traccia alcuna di reati respingendo la richiesta di detenzione domiciliare. Anche il tribunale della libertà aveva confermato l’inesistenza di reati e respinto l’appello del pm, come aveva fatto la cassazione dichiarando inammissibile il ricorso della procura. Insomma una lunga serie di bocciature che evidentemente non hanno insegnato nulla.

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Cascina Spiotta, il processo e la storia 1/continua

Le Brigate rosse avevano una struttura organizzativa piramidale dominata al vertice da una cupola onnisciente e che tutto decideva?

E’ questa la domanda a cui si è cercato di dare una risposta nel corso della quattordicesima udienza del processo di Alessandria che si è tenuta lo scorso 5 giugno, nel cinquantunesimo anniversario della sparatoria davanti la cascina Spiotta di Arzello, all’interno della quale la colonna torinese delle Brigate rosse custodiva il magnate dello spumante Vallarino Gancia, rapito il giorno precedente. Quella mattina morì Margherita Cagol, fondatrice delle Brigate rosse, uccisa a freddo da un carabiniere al termine di un conflitto a fuoco innescato dall’improvviso arrivo sul posto di una pattuglia dei carabinieri che perlustravano la zona. Nella sparatoria rimasero gravemente feriti il tenente Umberto Rocca e l’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso, deceduto in ospedale l’11 giugno successivo. L’altro brigatista, Lauro Azzolini, che per sua stessa ammissione, fatta in aula l’11 marzo 2025, era insieme a “Mara” Cagol quella mattina, riuscì a fuggire nella boscaglia.

Non deve sorprendere se un simile interrogativo, che al massimo oggi potrebbe interessare degli storici e ricercatori riuniti nella sala di un convegno o animare la discussione attorno alla presentazione di un libro specialistico sul tema, sia stata discussa lungamente nel corso dell’udienza, dove è stato ascoltato, come esperto chiamato dall’avvocato Francesco Romeo, difensore di Mario Moretti, lo storico e docente universitario Marco Clementi, autore dei numerosi libri e studi sulla materia.

Giudiziarizzazione della storia
La partecipazione di uno storico all’interno di un processo non è una presenza scontata. E non lo è stata nemmeno questa volta. Per chi si occupa di storia risuona ancora la dura polemica che lo storico Henri Russo mosse contro la scelta di un suo collega, Robert Paxton, di essere ascoltato in qualità di esperto nel processo per crimini contro l’umanità mosso contro l’ex prefetto di Parigi Maurice Papon (1997-98), che durante l’occupazione nazista collaborò alla deportazione degli ebrei francesi. All’epoca vivevo a Parigi, appartenevo alla comunità dei rifugiati italiani degli anni ’70 e stavo completando i miei studi universitari. Ricordo i termini molto accesi di una discussione istruttiva (articoli di giornale, libri e dibattiti televisivi) contro la giudiziarizzazione della storia, segmento settoriale di un fenomeno ben più vasto che stava investendo l’intera sfera sociale e che trattai nella mia tesi di master. Russo stigmatizzava la strumentalizzazione giudiziaria del metodo storico, la sovrapposizione della logica binaria che presuppone il modello della imputazione. Approccio che contrasta apertamente con il metodo storico fondato sull’autonomia degli interrogativi scientifici e sulla complessa ricerca delle cause molteplici. Per non dire dello statuto di insindacabilità e performatività della verità giudiziaria, che oltre a non rispondere ai criteri scientifici di emendabililtà ritiene di poter creare il fatto storico: basti l’esempio dei colpi mai esplosi contro l’ingegner Alessandro Marini in via Fani, la mattina del 16 marzo 1978, per cui furono condannate 27 persone. Grazie al lavoro di alcuni storici è ormai storicamente assodato che l’episodio non è mai avvenuto, circostanza riconosciuta dallo stesso testimone e dalla commissione Moro 2 che ha dovuto arrendersi davanti alle evidenze fattuali. Eppure la verità giudiziaria è rimasta invariata.
Verità storica e verità giudiziaria oltre ad avere obiettivi diversi, come già notava Marc Bloch (ricerca del colpevole contro ricerca complessiva di cause, contesto e autori), hanno anche un diverso «percorso ermeneutico»: la verità giudiziaria può emergere solo all’interno del processo sulla base di quanto prevede il codice di procedura. Metodo che introduce una rigorosa selezione di elementi, assunti a discrezione dai giudici, scelta che ne preclude altri. La possibilità di negare una perizia, per esempio nel caso di questo processo di Alessandria il mancato accoglimento di una nuova perizia balistica sulle traiettorie di tiro, non inficia la produzione finale di una verità giudiziaria anche se dal punto di vista storico apparirà gravemente monca.

Tribunali e storia
La critica spietata mossa da Russo alla fine degli anni 90 aveva come tela di fondo il processo di tribunalizzazione della storia innescato alla fine della Seconda guerra mondiale dal processo di Norimberga contro i crimini nazisti. Da allora, il discorso storico è stato progressivamente inglobato e strumentalizzato dalla retorica giudiziaria dando vita ad un ibrido nel quale si confondono e sovrappongono ordini diversi: verità giudiziaria e storica, giudizio di ordine politico e morale. Una tendenza, come si è più volte osservato (Enzo Traverso), che ha visto emergere la figura di un nuovo testimone, la vittima assoluta (e i loro familiari con corollario di associazioni vittimarie) che nelle condanne giudiziarie dovrebbero trovare – secondo una scuola oggi dominante – cura e guariggione. Testimone che ha collocato nello sfondo altri testimoni e soggetti che pure hanno segnato in modo attivo il processo storico. L’adozione di questo modello vittimario – ha scritto recentemente Miguel Gotor nel suo volume sulla morte di Piersanti Mattarella – «ha prodotto un’abnorme centralità della memoria e del testimone, una nuova diarchia che ha innescato un processo di memorializzazione della verità storica, in cui il concetto di conflitto è stato sostituito da quello di trauma e la dialettica hegeliana servo/padrone da quella vittima/carnefice».
Russo, ormai trent’anni fa, vide arrivare tutto questo. Con la sua denuncia provò a lanciare un campanello allarme rivendicando l’autonomia del lavoro storico, senza grandi esiti purtroppo. Così di fronte al passato che non passa, alla presentificazione continua di eventi distanti anche cinquant’anni, come nel caso del rapimento Gancia e della sparatoria alla Spiotta, l’orizzonte penale ha di fatto assorbito lo spazio del lavoro storico limitandone l’agibilità e in taluni casi minacciandone l’autonomia e l’azione (chi scrive ne sa qualcosa. Per aver condotto un minuzioso lavoro di ricerca e verifica sul sequestro Moro, impiegando le fonti documentali e orali disponibili, si è visto sequestrare l’intero archivio e gli strumenti di lavoro oltre a subire una lunga indagine risoltasi dopo tre anni con l’archiviazione).

L’abuso della prova storica
Non stupisce dunque se a una distanza così lunga la nuova inchiesta di Alessandria, e il processo che ne è seguito, hanno dovuto rinunciare ai tradizionali elementi della prova forense (per altro all’epoca nemmeno correttamente raccolti),1 per far ricorso a intercettazioni ambientali (per giunta in buona parte illecite), ovvero tracce memoriali e prova storica. Quest’ultima assurta a regina del processo. Ai Ros dei carabinieri è stato chiesto di scandagliare fondi archivistici di tribunale e archivi di Stato, per poi dedicarsi a un lungo e faticoso lavoro interpretativo sulle testimonianze, i verbali di perquisizione e la letteratura brigatista d’epoca e successiva (opere autobiografiche).
Per poter aggirare la prescrizione, condurre la nuova indagine e arrivare a processo, la procura doveva giustificare la sussistenza delle aggravanti della premeditazione nella sparatoria e l’esistenza di una rigida struttura piramidale con un esecutivo brigatista che non aveva solo deciso e organizzato il sequestro, ma ordinato tassativamente alla colonna torinese l’obbligo dello scontro a fuoco per annientare il nemico. Una volontà omidiciaria premeditata fin dall’inizio e non il risultato di circostanze caotiche frutto di una sequela ripetuta di condotte e errori logistici da parte brigatista e della stessa pattuglia della territoriale, che agì all’insaputa del nucleo speciale diretto dal generale Dalla Chiesa, già intervenuto nelle indagini il giorno precedente.
Una necessità che ha modellato i fatti a immagine e somiglianza delle aggravanti richieste per condurre l’azione penale. Da qui l’uso strumentale della prova storica, piegata alle bisogna del teorema accusatorio.

1/continua

Note

1. La scena del crimine fu ripulita dai bossoli della sparatoria. Al perito balistico vennero inviati i reperti in modo selettivo: furono sottratti i colpi rimasti nell’arma di Azzolini in modo lasciar credere che questi avese scaricato la sua pistola contro l’appuntato D’Alfonso. Scomparvero bossoli e ogive esplose dai carabinieri (salvo i cinque bossoli esplosi da D’Alfonso mentre la sua arma venne inizialmente sottratta dalla scena e riposta nel baule di una vettura dei CC) e non fu periziata l’arma dell’appuntato Barberis, che dichiarò di aver ucciso Margherita Cagol sia pur involontariamente. Circostanza che impedì di accertare le modalità esatte della uccisione della fondatrice delle Brigate rosse.

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Il processo della vergogna

Negata la perizia balistica per accertare le circostanze esatte che portarono alla uccisone di Margherita Cagol. Nel corso delle dodicesima udienza Lauro Azzolini, il Br che era con Cagol all’interno della cascina Spiotta e riuscì a fuggire dopo lo scontro a fuoco con una pattuglia di carabinieri, racconta la sua storia

Non ci sarà una nuova perizia balistica sulla sparatoria del 5 giugno 1975 davanti la cascina Spiotta, dove venne uccisa la brigatista Margherita Cagol e rimase mortalmente ferito l’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso. La corte d’assise del tribunale di Alessandria ha respinto la richiesta depositata dagli avvocati Francesco Romeo e Vainer Burani, difensori di Mario Moretti e Renato Curcio, quest’ultimo all’epoca marito di Cagol. Secondo la corte, l’impossibilità di avere a disposizione le armi, i proiettili e in generale oggetti o corpi attinti dai colpi sparati o esplosi nell’occasione, ormai dispersi o distrutti, impedirebbe «una ricostruzione in termini di certezza, quali quelli necessari in questa sede».

Quando la parte civile lamentava le lacune delle precedenti perizie
Il presidente Paolo Bargero ha di fatto accolto gli argomenti contrari portati dalla pubblica accusa e dalle parti civili. Per il pm Emilio Gatti, la nuova perizia «anche se possibile sarebbe stata comunque irragionevole», per l’avvocato Sergio Favretto, legale di Bruno D’Alfonso, figlio dell’appuntato rimasto ucciso, come per gli altri due avvocati delle parti civili, Nicola Brigida e Guido Salvini, la perizia sarebbe stata «tecnicamente impraticabile».
Eppure l’avvocato Favretto nella richiesta di riapertura indagini presentata nel 2019 evidenziava come a distanza di decenni «non è mai stata ricostruita la dinamica del conflitto a fuoco avvenuto alla cascina Spiotta». Oggi ha cambiato idea senza fornire una giustificazione convincente.

L’ex magistrato che detesta le perizie
Ancora più ambigua la posizione espressa dall’ex magistrato Salvini che per dare autorevolezza alla sua opposizione ha richiamato il ruolo svolto come consulente della commissione Moro 2, presieduta da Giuseppe Fioroni (attiva dal 2014 al marzo 2018). Salvini ha ricordato che la Moro 2 dispose la perizia sulla sparatoria di via Fani poiché esistevano ancora le macchine, le armi e i bossoli sui quali effettuare le nuove valutazioni tecnico-scientifiche. In realtà Salvini non la racconta giusta, perché quando venne decisa la nuova perizia lui non era ancora consulente, assunse l’incarico solo l’11 novembre 2015, 5 mesi dopo la consegna delle nuove conclusioni scientifiche (12 giugno 2015) da parte di Federico Boffi, direttore dell’Uacv (Unità analisi del crimine violento) della polizia scientifica. Poi perché i nuovi accertamenti, come lo stesso Boffi ha spiegato in un volume pubblicato recentemente, Scienza e giustizia. La dinamica della scena del crimine, Armando editore 2024, si svolsero per quanto riguardava le armi, proiettili e bossoli, sulla documentazione preesistente, ovvero i precedenti lavori di Ugolini, Jadevito, Lopez e Salsa-Benedetti e sulle perizie autoptiche. Questi vecchi dati vennero immessi in un nuovo programma forense che grazie alla ricostruzione tridimensionale della cosiddetta «scena del crimine» ha permesso la ricostituzione completa delle traiettorie di tiro. Gli esperti della scientifica hanno colmato i vuoti delle precedenti perizie analizzando anche gli impatti di ingresso sulle macchine della scorta di Moro, smentendo definitivamente le teorie dietrologiche. Una volta arrivato in commissione Salvini ha sistematicamente boicottato le conclusioni della nuova perizia anteponendo i propri pregiudizi complottisti alle evidenze scientifiche, dando vita ad una spasmodica ricerca di piste alternative tutte miserabilmente fallite. Non sorprende dunque la sua ostilità anche in questo caso perché le evidenze scientifiche sono il primo grande nemico delle stramberie dietrologiche.

La paura di fare luce sulla uccisione di Mara Cagol
Diversamente da quanto avvenne in via Fani, la sparatoria della Spiotta si è svolta in buona parte a scena aperta, soprattutto per quanto attiene i colpi mortali inferti contro Cagol e D’Alfonso. La distruzione delle autovetture, delle armi e dei bossoli, non inficiava dunque la possibilità di una ricostruzione tridimensionale delle traiettorie di tiro che avrebbero chiarito, o quanto meno ridotto i margini di dubbio, su quanto avvenne nel piazzale davanti la cascina e sulla collinetta dove venne uccisa Mara Cagol. Avrebbero trovato risposta le tante domande aperte da 51 anni e i vuoti della nuova inchiesta: dalla sequenza dei colpi che ferirono mortalmente D’Alfonso alle modalità della esecuzione di Marga Cagol, al perché a poca distanza dal suo corpo si trovasse un bossolo di Beretta calibro nove corto, proiettile che all’epoca armava le pistole in dotazione all’arma dei carabinieri. Un dovere di verità che è stato brutalmente ricacciato indietro. Eppure le circostanze della morte di Mara Cagol sono l’arcano che circonda questa vicenda, il grande rimosso che spiega il poco interesse mostrato in passato dalla magistratura e dagli stessi carabinieri del nucleo speciale comandato dal generale Dalla Chiesa. Bruno D’Alfonso, sposando le tesi di due cospirazionisti della domenica, si era voluto convincere che dietro la mancata identificazione del fuggitivo della Spiotta ci fossero scabrosi misteri, l’intervento di poteri che avevano manovrato la storia delle Br, invece di guardare in faccia la verità e rivolgersi verso i silenzi imbarazzati dell’arma dei carabinieri, quello stesso corpo militare dove aveva voluto lavorare per onorare il ricordo del padre. Nemmeno oggi lo ha fatto sposando la linea della procura. Vittimismo e verità non vanno d’accordo.

Radici partigiane e Reggio Emila «comunarda», Azzolini racconta la sua storia
L’udienza di martedì 14 aprile era cominciata con l’esame di Lauro Azzolini, che già lo scorso marzo 2025 aveva preso la parola dichiarando di essere la persona riuscita a fuggire dalla Spiotta. Oltre sei ore di interrogatorio interamente monopolizzate dall’onnivoro e inconcludente presenzialismo del pm Emilio Gatti. Una ossessiva ripetizione di domande su dettagli che non riuscivano mai a individuare i punti significativi della vicenda e che hanno rubato spazio alle altre parti processuali, stremando alla fine l’ottantatreenne imputato che ha messo fine all’interrogatorio.
All’inizio Azzolini ha ricostruito l’ambiente storico e sociale nel quale è cresciuto. La famiglia contadina, la dimensione culturale di Reggio Emilia nel dopoguerra, la fortissima tradizione antifascista, il peso della Resistenza, la lotta partigiana, il sacrificio delle morti pagate nella lotta al nazifascismo e poi le tensioni dell’immediato dopoguerra. La tradizione ribelle e comunarda della città, la ricerca di una rivoluzione interrotta da portare a termine. I fermenti giovanili, le armi nascoste dei partigiani, le lotte operaie, il lavoro nero nella tessitura, soprattutto femminile. Ha ricordato come a sedici anni ha iniziato a lavorare da apprendista, poi l’arrivo del luglio 60, la strage con i 5 morti di Reggio Emilia immortalata nella canzone di Fausto Amodei, con Lauro Farioli cadutogli accanto. Momenti decisivi che hanno scolpito la sua esistenza e ispirato la successiva militanza politica. Nel 1968 la rottura con la Federazione del Pci e la sua politica di compromesso.

Dalla Comune di Dario Fo alle Br
Contrariamente a quel che si crede, Azzolini non partecipa al “gruppo dell’appartamento”, ma conosce alcuni di loro molto bene, Tonino Paroli e Prospero Gallinari, sempre in prima fila nelle lotte. Molto meno Franceschini, intravisto appena qualche volta. Ma non segue le loro tracce, non aderisce al Cpm. Resta a Reggio dove partecipa a un gruppo operaio denominato “Nuova Resistenza”, quindi prende parte alla esperienza del collettivo teatrale “la Comune” con Dario Fo e Franca Rame, dove svolge politica culturale. Intanto le Brigate rosse sono nate e attive da tempo, nel 1974 durante il sequestro Sossi, nel bel mezzo di uno spettacolo di Fo e Rame tenuto a Reggio si spengono improvvisamente le luci e quando si riaccendono centinaia di volantini delle Br piovono dall’alto. «Cosa è questa cosa?» – chiede Fo allibito. «Questa è una terra comunista e partigiana», risponde Franca Rame.
Per Azzolini è una illuminazione, decide così di trasferissi a Torino per fare lavoro politico nelle grandi fabbriche. Cerca le Brigate rosse, dove con sua grande sorpresa ritrova tanti compagni reggiani. Siamo alla fine del 1974 e finalmente incontra Mara Cagol a cui spiega il suo progetto di lavoro politico nella classe operaia. Cagol non lo ritiene ancora maturo per l’ingresso nelle Br e poi in quel momento stavano organizzando l’evasione di Curcio dal carcere di Casale Monferrato, così viene rimandato a Reggio Emilia, dove resta poco. Nei primi mesi del 1975 è di nuovo a Torino, dopo che la colonna aveva subito l’arresto di Paroli e Arialdo Lintrami. C’è bisogno di lui, è in preparazione un sequestro di autofinanziamento, Cagol lo arruola. Per Azzolini è la prima azione, preleva Vallarino Gancia e con altri lo porta alla cascina Spiotta, luogo scelto per custodirlo. Nei programmi della colonna il sequestro doveva essere molto breve, con la raccolta del riscatto e la liberazione dell’ostaggio. Oltre a Maraschi, poi arrestato, posizionato nel ruolo di primo cancelletto che doveva fermare il traffico, c’era con lui Attilio Casaletti, nel frattempo deceduto, e un altro Br nel secondo cancelletto, di cui non ha rivelato il nome. A presidiare la Spiotta era rimasta Mara Cagol, che dirigeva l’operazione.

La Spiotta, «cercavamo solo di fuggire»
Il racconto è proseguito con fatica, inframezzato da continue interruzioni del pm e surreali momenti di contrasto. Giunto alla Spiotta, il racconto di Azzolini conferma parola per parola quanto da lui scritto nella relazione inviata all’organizzazione dopo l’esito disastroso del sequestro. Un testo realizzato non più tardi di una settimana dai fatti. L’udienza, che si protraeva ormai da ore, si accende quando il procuratore Gatti gli contesta la ricostruzione della sparatoria: in particolare la posizione dell’appuntato D’Alfonso, collocato diversamente da un altro teste, Rosario Cattafi, carabiniere che aveva partecipato al conflitto a fuoco. Azzolini ribadisce più volte che il loro obiettivo era solo quello di fuggire e non cercare lo scontro a fuoco. Non erano preparati militarmente tanto che Mara Cagol aveva un mitra che non usa. Cercavano semplicemente di sganciarsi. Le sue parole indispongono l’accusa che vuole invece dimostrare l’esatto contrario: «rompere l’accerchiamento e cercare lo scontro a fuoco». Un teorema che vuole dimostrare la presenza di un intento omicidiario premeditato, impartito dal gruppo dirigente, in modo da poter così chiedere le condanne anche di Renato Curcio e Mario Moretti, la cui posizione sarebbe altrimenti prescritta. Si comprende allora il retropensiero che ha portato i pm ad opporsi alla nuova perizia balistica: conservare mano libera nella narrazione accusatoria senza doversi confrontare con evidenze scientifiche difficilmente aggirabili.

«Cagol ancora viva, poi gli spari»
Azzolini ha ricordato di aver visto per l’ultima volta Cagol ancora viva, con le mani alzate e poi di aver sentito dei colpi, singoli e a raffica, quando si dileguava sulla collina di fronte. Infine le modalità della sua rocambolesca fuga per boschi e torrenti, traversati per non lasciare tracce, il furto di un motorino e di una macchina, la notte passata coperto di vegetazione in una buca, il viaggio su un pullman che portava in una città del litorale ligure, dove scopre davanti a una edicola la notizia della morte di Cagol. L’ultimo tratto in treno fino ad Albenga, l’approdo preordinato della via di fuga, dove ad attenderlo c’erano due compagni delle Br.

Una nuova perizia per sapere chi ha ucciso Mara Cagol

Svolta al processo di Alessandria, mentre le difese chiedono una nuova perizia, la corte da la parola ai consulenti storici. Nel frattempo un testimone evoca le «orge» alla Spiotta

La richiesta di una nuova perizia balistica e la decisione di ascoltare il consulente storico chiesto dalle difese, sono le due rilevanti novità emerse nel corso dell’undicesima udienza del processo che da oltre un anno si tiene davanti la corte d’assise di Alessandria, per la sparatoria avvenuta il 5 giugno 1975 ad Arzello, vicino Acqui Terme, dove la colonna torinese della Brigate rosse custodiva all’interno della cascina Spiotta l’imprenditore vinicolo Vallarino Gancia, rapito 24 ore prima.

Un processo che parla di storia
Lo storico Marco Clementi, autore di diversi libri e articoli sulla storia delle Brigate rosse, nome indicato dall’avvocato Francesco Romeo, legale di Mario Moretti, e l’ex pubblico ministero milanese Armando Spataro, che le parti civili, dopo una iniziale e dura opposizione (leggi qui), hanno indicato in subordine, come «controprova» (nonostante i pessimi rapporti tra quest’ultimo con l’ex magistrato Guido Salvini, oggi avvocato, che insieme al collega Brigida ha proposto il suo nome), forniranno la loro expertise sul contesto storico, il significato di alcuni concetti ed espressioni presenti nella letteratura brigatista, l’evoluzione della struttura organizzativa, regole e direttive interne, modalità operative. Tutti aspetti continuamente richiamati nelle indagini e durante le testimonianze dei carabinieri del Ros che la procura ha ripetutamente utilizzato nella veste di storici del brigatismo. Significativi gli argomenti con cui la corte ha accolto la richiesta: poiché numerosi testimoni chiamati dalla pubblica accusa hanno fornito ampie interpretazioni storiche, appare giusto che anche alle difese sia concessa la stessa possibilità.

Indagini carenti
La nuova perizia potrà invece ricostruire con maggiore precisione cosa accadde nella sparatoria che provocò la morte della brigatista Margherita Cagol, il ferimento mortale dell’appuntato D’Alfonso e quello meno grave di un altro carabiniere. Uscire dalle incertezze e approssimazioni delle indagini dell’epoca e che la nuova inchiesta, avviata alla fine del 2021, non ha colmato incentrando l’attività investigativa unicamente sull’accertamento della identità del brigatista fuggito, servirà alla corte non solo a ricostruire per intero cosa accadde quel tragico giorno ma anche a determinare in modo più certo i comportamenti avuti dai diversi soggetti presenti quella mattina.
Le perizie dell’epoca accertarono unicamente quella che nel linguaggio tecnico viene definita la «balistica identificativa», ovvero lo studio che collega un proiettile a un’arma. Si è stabilito, per esempio, che l’ogiva calibro 7,65, ritenuta nel torace dell’appuntato D’Alfonso, proveniva dalla Browning di Cagol e che il secondo colpo (trapassante), esploso nell’immediata sequenza, proveniva con forte probabilità dalla stessa arma. Mentre i bossoli esplosi, ritrovati accanto allo stesso D’Alfonso, appartenevano alla sua Beretta d’ordinanza. Si è scoperto che la Cagol fu attinta da tre proiettili, due trapassanti, uno dei quali ritrovato nell’abitacolo della sua Fiat 128 ma non si è appurato da quale arma dei carabinieri siano stati esplosi. Le informazioni desunte dalla perizia autoptica ci dicono che il colpo mortale inferto alla Cagol sotto l’ascella sinistra, e fuoriuscito da quella opposta (prova che avesse le mani alzate in segno di resa), è stato esploso in linea orizzontale. Informazione che non è mai stata correlata con lo spazio circostante e la conformazione del terreno. Il corpo delle donna venne rinvenuto, come mostrano le foto, su una sommità pianeggiante della collinetta alla destra della cascina. Chi l’ha uccisa era lì, molto vicino.

I bossoli possono parlare
Furono repertate ed esaminate solo le armi e i proiettili dei brigatisti, ignorate invece quelle dei carabinieri che pure, stando alle diverse testimonianze, esplosero molti colpi. Un bossolo, attribuito a una Beretta calibro 9 dei carabinieri, fu repertato nei giorni successivi ma poi mai consegnato al perito. L’arma di D’Alfonso, ha ripetuto durante il suo esame odierno l’appuntato Palumbo, venne sottratta dalla scena della sparatoria per essere riposta dal brigadiere Prati nel baule di una vettura di servizio. Stranezze, irregolarità, omissioni, inquinamento della scena della sparatoria e di possibili fonti di prova molto gravi, che non hanno mai attirato l’attenzione degli inquirenti.
La nuova perizia, grazie alle innovazioni della tecnologia forense attuale potrebbe fornire risposte sulla cosiddetta «balistica esterna», le traiettorie seguite dai colpi nello spazio, e nella «balistica terminale», ovvero il comportamento avuto sui corpi. Dalle indagini dell’epoca e da quelle odierne, non emerge infatti, nonostante il ritrovamento di alcuni bossoli e tracce d’arma da fuoco di vario tipo, un diagramma preciso delle traiettorie incrociate che spieghi dove si trovassero esattamente i tiratori.

La paura della verità
La richiesta di una nuova perizia avanzata dall’avvocato Francesco Romeo e appoggiata dagli altri due difensori degli imputati, Davide Steccanella e Wainer Burani, ha colto impreparate l’accusa e le parti civili. Se la ricerca completa della verità, da puntellare con dati obiettivi, ha spiegato sempre Romeo, è compito del processo, per il pubblico ministero e le parti civili esistono invece dei limiti tecnici insormontabili che impediscono oggi lo svolgimento della nuova perizia. «Seppur necessaria – ha spiegato il pubblico ministero Emilio Gatti senza percepire la macroscopica contraddizione – dopo cinquant’anni una perizia sarebbe tecnicamente impraticabile». Obiezione che invece non vale per il processo.
Sulla stessa posizione si sono schierate le parti civili: gli avvocati Sergio Favretto, Nicola Brigida e l’ex giudice Guido Salvini, tutti fermamente contrari perché armi, proiettili, bossoli sono andati distrutti. Romeo ha così avuto facile gioco a ricordare i nuovi accertamenti forensi svolti dalla polizia scientifica nel 2015 in via Fani, per conto della Commissione Moro 2, per fatti avvenuti nel 1978 (leggi qui).
Eppure a inizio processo, solo un anno fa, sia la procura che le parti civili si erano pronunciate, anche con enfasi, in favore dell’accertamento di una verità fino ad allora negata e che la sparatoria alla Spiotta trascinava dietro di sé da decenni. Un grumo di omertà riemerso nel passate udienze, quando abbiamo visto i carabinieri dell’ex nucleo speciale contraddirsi, rinfacciandosi versioni contrastanti tra loro. I fatti della Spiotta non sono stati un trauma solo per le Brigate rosse, un momento periodizzante che ha segnato un prima e un dopo. Nel luglio 1975 fu chiuso anche il Nucleo speciale diretto dal generale Dalla Chiesa. Attorno alla vicenda della Spiotta si è generata nel tempo un’atmosfera di evasività e silenzio istituzionale, dovuta alla mancata volontà di chiarire perché i carabinieri della territoriale anticiparono il loro intervento, per giunta senza mezzi adeguati, bruciando sul tempo il Nucleo speciale, e al disinteresse mostrato verso le circostanze esatte della morte di Mara Cagol.

La cascina delle orge
La testimonianza di Luigi Lasala, ex responsabile del gabinetto scientifico del Piemonte e Valle D’Aosta, non ha aggiunto novità rispetto alle dichiarazioni rese davanti ai pm. Più colorata e con alcuni dettagli significativi la testimonianza dell’ex appuntato della tenenza di Acqui, Domenico Palumbo, giunto sul posto diversi minuti dopo i suoi colleghi Regina e Prati, arrivati a sparatoria terminata, tanto da incontrare sui tornanti della Spiotta l’ambulanza che portava via D’Alfonso, mentre Rocca e Cattafi, rotolati dopo l’esplosione della Srcm sull’altro versante della collina, erano stati soccorsi e portati in ospedale dal postino che passava in quel momento. Palumbo ha descritto nuovamente la liberazione di Gancia, il «dottor Vittorio», lo ha chiamato mostrando ancora deferenza. Ha poi riferito nuovamente i racconti fattigli sul posto e nei giorni successivi sempre da Prati e Regina, come la convinzione, non supportata dai riscontri autoptici e balistici, che a uccidere Margherita Cagol fossero stati i colpi esplosi da D’Alfonso, la cui arma Prati aveva poi sottratto dalla scena riponendola nel baule della macchina di servizio.
Durante la testimonianza è emerso un risentimento quasi incontrollato verso Barberis, l’altro appuntato che insieme a Rocca, Cattafi e D’Alfonso stava perlustrando le cascine della zona. Barberis ha sempre dichiarato di aver ucciso Cagol, circostanza inverosimile secondo Palumbo. Opinione pare condivisa anche dai suoi colleghi Prati e Regina. «Lei gli ha mai parlato, gli ha chiesto qualcosa in quel momento?», ha domandato l’avvocato Romeo. «Non c’era più», ha risposto stizzito Palumbo: «Era salito sull’ambulanza con D’Alfonso». Il fatto che Barberis non fosse rimasto sul posto, ha fatto capire Palumbo, equivaleva a una fuga. Significativo il racconto dell’arrivo in elicottero del generale Dalla Chiesa, assieme al procuratore di Torino Caselli. I due fecero base, ha raccontato l’appuntato, in un albergo anziché andare in procura per seguire le indagini. Ma il momento clou della giornata c’è stato quando alla domanda se avessero mai avuto sospetti sulla presenza di brigatisti alla Spiotta, Palumbo ha risposto che nei dintorni, come in caserma, tutti erano convinti che la cascina fosse un luogo di perdizione, «dove si facevano orge». «Il sabato e la domenica arrivavano giovani e tante donne, c’era un via vai, c’era la musica alta». La Spiotta era dunque un luogo attenzionato, ma per ragioni diverse dal terrorismo. Un giorno io e il tenente Rocca siamo andati a vedere, ha raccontato Palumbo: «Rocca ha tirato fuori il binocolo e in un punto alto si è messo a guardare. Gli ho fatto presente che da lì ci avrebbero potuto vedere. “Non importa – avrebbe risposto Rocca – devono sapere che noi sappiamo”».

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Processo Spiotta, in aula il capo dei Ros ammette, «sulla morte di Cagol non abbiamo indagato»

Corre veloce il processo di Alessandria per la sparatoria del 5 giugno 1975 davanti la cascina Spiotta, dove era stato nascosto l’imprenditore vinicolo Vallarino Gancia, rapito dalla colonna torinese della Brigate rosse per autofinanziare l’organizzazione e nella quale morirono la fondatrice della Brigate rosse Margherita Cagol e alcuni giorni dopo, a seguito delle ferite riportate, l’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso.
Nell’ultima udienza di martedì 10 febbraio, con l’esame del colonnello Bogliacino, capo del Ros di Torino e responsabile dell’indagine che ha portato all’incriminazione di tre ex appartenenti alle Brigate rosse, Lauro Azzolini, Renato Curcio e Mario Moretti, è terminato l’esame dei testi indicati dalla pubblica accusa. I pm hanno rinunciato agli altri quattro testimoni (tutti carabinieri) indicati all’inizio. Anche le parti civili, diversamente da quanto annunciato in avvio di processo, dove avevano promesso un’agguerrita battaglia, hanno assunto lo stesso sbrigativo atteggiamento. Il prossimo dieci marzo verranno esaminati i testi proposti delle difese e i cui nomi si conosceranno nei prossimi giorni.

Il nodo dei consulenti storici
Nella stessa udienza la corte dovrà sciogliere il nodo rilevante dei consulenti. L’avvocato Francesco Romeo, difensore di Mario Moretti, ha chiesto la testimonianza dello storico Marco Clementi, autore di diversi volumi e studi sulla storia politica del brigatismo rosso, per approfondire un aspetto centrale lungamente esaminato nel processo, ovvero le modalità operative e la storia della struttura organizzativa delle Brigate rosse. Un anno fa, quando venne proposto il nome di Clementi ci fu una levata di scudi dei pubblici ministeri Gatti e Santoriello, nonché delle parti civili, che alla fine proposero come «controprova» l’ex pubblico ministero Armando Spataro (ne abbiamo scritto qui). Un richiesta sorprendente perché avanzata dall’avvocato Guido Salvini, ex giudice istruttore e poi gip, ex collega e acerrimo avversario di Spataro che in un recente libro, Tiro al piccione, una storia del Palazzo di Giustizia, definisce più volte suo «persecutore» (insieme a «Borrelli, D’Ambrosio, Casson e ultima arrivata Grazia Pradella, oltre ai consiglieri del CSM che aprirono la procedura di incompatibilità ambientale»). Il presidente Paolo Bargero, che sta conducendo in maniera impeccabile il processo, dovrà dirimere la questione insieme alla corte.
Si tratta di un tema per nulla secondario e che è ritornato anche nel corso del lungo esame del colonnello Bogliacino, che proprio in avvio di udienza ha sottolineato l’approccio multidisciplinare dell’indagine. I cinque decenni di distanza dai fatti hanno inevitabilmente richiesto – ha spiegato il dirigente del Ros del capoluogo sabaudo – un notevole lavoro archivistico, con raccolta dei fascicoli processuali nelle sedi giudiziarie, negli archivi interni dei Ros e nelle sedi archivistiche istituzionali, come gli archivi di Stato, che hanno impegnato l’intera metà, forse più, della inchiesta. Al punto che è stato necessario l’aiuto di elementi del Ros di Roma non per le tipiche attività di intercettazione e pedinamento, o per l’acquisizione di prove scientifiche, ma per il reperimento e l’elaborazione dell’enorme quantità di documentazione scritta.

Indagini di polizia, ricerca storica o polizia della storia?
Caratteristiche tipiche di una indagine storica più che ti una inchiesta giudiziaria. Il colonnello ha ammesso che è stato condotto un enorme lavoro interpretativo della letteratura coeva prodotta dalle Brigate rosse. Chiara ammissione del fatto che ai carabinieri si è chiesto anche di fare gli storici. Questo intreccio sbilanciato tra ricerca storica, su una quantità importante di materiali documentali, ed elementi forensi tradizionali, più scarsi, come l’individuazione di tracce dattiloscopie, biologiche e grafologiche o lo studio della ex scena del crimine, molto meno l’analisi balistica perché i reperti sono stati distrutti nel frattempo, l’abnorme attività di intercettazione telefonica e ambientale in buona parte illegittima (come stabilito dalla stessa corte), hanno contraddistinto l’indagine e le udienze. 
Altri aspetti richiamati dal colonnello del Ros e dai pm, come le similitudini operative e logistiche col precedente sequestro Sossi, oppure la presunta natura verticistica della struttura organizzativa brigatista, dipinta come un monolite, un mitologico cubo d’acciaio, hanno mostrato i limiti di rappresentazioni prive di temporizzazione storica. Un processo inevitabilmente sbilenco perché la storia fa fatica a restare costretta all’interno di una trama processuale e perché il teorema accusatorio, con il quale si chiede la condanna di Curcio e Moretti, è fondato unicamente sull’interpretazione di documenti dell’organizzazione e su libri da loro scritti.

Non esisteva ancora un esecutivo

Più interessante è stata la fase del controesame: dopo aver per tutto il tempo indicato la presenza continuativa di un «esecutivo» e di una «direzione strategica» già nel 1974-75 (rappresentazione funzionale al teorema che designa Curcio e Moretti come i registi a distanza del sequestro e quindi anche della sparatoria, tutto ciò ai fini della dimostrazione del loro concorso morale), retrodatando fino alle origini aspetti organizzativi successivi, davanti alle contestazioni dell’avvocato Romeo, il colonnello ha dovuto convenire che nel giugno 75 non c’era un «esecutivo» ma un «nazionale». Quando gli è stato chiesto dove avesse ricavato la presenza in quella fase di un esecutivo, ha risposto: «dall’esame dei documenti prodotti e dai libri stessi dei Br». Dunque da valutazioni soggettive e interpretazioni personali. Quando gli è stato chiesto quale termine viene impiegato nei libri degli imputati, ha riconosciuto che utilizzano la parola «nazionale». Davanti alle contestazioni mosse dall’avvocato Steccanella ha ammesso anche la differenza tra sequestro Sossi e Gancia per poi rispondere a una precisa domanda dell’avvocato Romeo che, nonostante il ritrovamento del bossolo vicino il corpo di Mara Cagol (leggi qui), non è stato sviluppato alcun ulteriore approfondimento investigativo perché le circostanze della morte della Cagol non hanno interessato l’inchiesta.

Ma dovrebbero interessare il processo rimettendo al centro tutto quello che accadde sulla collina della Spiotta quel 5 giugno di cinquantuno anni fa.

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I fiori per Mara Cagol sotto sorveglianza e l’incontro mai avvenuto tra Curcio e Moretti, appunti sulle indagini paranoiche per i fatti della cascina Spiotta

Rose per Mara Cagol

Era il giugno del 2022, da almeno sei mesi la procura di Torino aveva riaperto le indagini per la sparatoria avvenuta 46 anni prima davanti la cascina Spiotta, in località Arzello, nel Monferrato. Nel conflitto a fuoco erano rimasti uccisi l’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso e la fondatrice delle Brigate rosse, Mara Cagol. La colonna torinese aveva portato a termine il giorno precedente il primo sequestro per autofinanziamento della organizzazione. L’imprenditore vinicolo Vallarino Gancia era stato prelevato nei pressi della sua tenuta di Canelli e condotto all’interno della cascina.
Bruno D’Alfonso, ex carabiniere figlio dell’appuntato rimasto ucciso, aveva depositato nel novembre del 2021, sulla base di una ricostruzione complottista della vicenda, un esposto per la riapertura delle indagini. La procura torinese, competente territorialmente dopo la creazione dei distretti antimafia e antiterrorismo, aveva aperto un fascicolo contro ignoti anche se già dall’aprile successivo l’attività investigativa si era concentrata prevalentemente contro l’ex brigatista Lauro Azzolini. Nel frattempo i carabinieri avevano scoperto che questi era stato già indagato e prosciolto dal giudice istruttore di Alessandria 35 anni prima, nel 1987. Le ricerche della vecchia sentenza-ordinanza erano andate a vuoto perché le carte erano andate distrutte nell’alluvione del 1994, che aveva devastato gli archivi del tribunale. Come abbiamo già raccontato in passato (qui), la procura decise comunque di portare avanti l’indagine senza avvertire il gip del grave problema giuridico sopraggiunto nel frattempo (il vulnus verrà sanatosolo nel maggio del 2023), continuando ad indagare, pedinare e intercettare, nonostante la legge lo vietasse, una persona prosciolta.

Mara e i fiori sospetti

Sospinti da questa escalation senza limiti, gli inquirenti arrivarono persino a mettere sotto controllo la cascina dove era avvenuta la sparatoria più di quattro decenni prima. Tre microcamere furono piazzate per sorvegliare chi accedeva sul posto. Nel corso dei sopralluoghi, svolti nei mesi precedenti, gli inquirenti avevano saputo dalla proprietaria che in passato, in prossimità della ricorrenza del conflitto a fuoco, avvenuto il 5 giugno del 1975, «una persona aveva deposto un mazzo di fiori in memoria di “Mara”, Cagol Margherita».
E’ in questo clima di sospetto parossistico e ossessione investigativa senza freni che la procura disponeva la video-sorveglianza del cancello e della stradina che porta alla cascina per identificare la, o le persone, che avrebbero potuto nuovamente deporre dei fiori in occasione dell’anniversario della uccisione di Mara Cagol. Il monitoraggio video veniva attivato dalle ore 20.00 del 4 giugno 2022, fino alle 11.20 del 6 giugno successivo, senza alcun esito. Il misterioso fioraio, più avveduto dei carabinieri, non sin era fatto vivo.
Qualche settimana dopo, il 27 giugno, gli inquirenti attivavano anche un dispositivo di geolocalizzazione all’interno della vettura di Renato Curcio, all’epoca marito di Mara Cagol e cofondatore delle Br, nonché di Mario Moretti e di altri ex brigatisti, formalmente ancora non indagati. L’escalation investigativa decollava con centinaia di ore di intercettazioni telefoniche e ambientali, nonché servizi di osservazione, controllo e pedinamento che la corte di assise di Alessandria ha poi parzialmente censurato, perché illegali

La rete fantasma dei pensionati
Nella prima informativa sull’indagine denominata «Erebo» (nella mitologia greca indica la dimora dei defunti,) consegnata nel febbraio 2023 alla procura di Torino, i Ros dei carabinieri espongono una delle tecniche investigative utilizzate per condurre l’inchiesta: «questo Reparto ha beneficiato degli effetti di alcune stimolazioni ai soggetti monitorati: le notizie stampa legate alla riapertura delle indagini (Ansa del 27 ottobre 2022 che innesca una serie di articoli sulla stampa e siti online), la proiezione dei docufilm “Esterno Notte” sul sequestro Moro e “Il nostro Generale” su Carlo Alberto Dalla Chiesa sui canali Rai, le prime convocazioni dei brigatisti per essere interrogati e la convocazione in contemporanea dei personaggi principali per le escussioni conclusive. Tali eventi hanno fatto sorgere negli ex appartenenti all’organizzazione terroristica la necessità di sentirsi, incontrarsi, confrontarsi e stabilire una linea comune».
Questa «attivazione», innescata dall’esterno, dei contati tra ex appartenenti alle Brigate rosse negli anni 70, ormai persone anziane, diversi dei quali deceduti nel corso dello stesso processo (Attilio Casaletti, Angela Vai, Pierluigi Zuffada, Raffaele Fiore, Alberto Franceschini), ha permesso – scrivono sempre i Ros – di «ricostruire la fitta rete di contatti, tra gli ex brigatisti interrogati nel corso dell’indagine, per condividere le informazioni, stabilire una linea comune», per poi concludere con un singolare gusto del paradosso: «si è ben compreso che, ancora oggi, gli ex brigatisti sono legati tra loro in una rete ramificata».
«Gruppi di affinità», sarebbe stato più corretto dire, piuttosto che «rete,» tra persone che vivendo in una stessa città, Milano nel caso specifico, hanno mantenuto rapporti o occasionali motivi di incontro durante presentazioni di libri e conferenze. Oppure sparuti contatti telefonici tra ex che hanno condiviso scelte processuali o medesimi spazi carcerari. L’indagine insiste a lungo per dimostrare come questa fantomatica «rete» si sia attivata per assumere informazioni e stabilire una linea di condotta comune davanti ai pm, come se una tale condotta fosse sospetta e illecita, un’anticipazione della colpa con ribaltamento dell’onere della prova e non già semplice volontà di comprendere cosa stia accadendo e semmai legittimo esercizio dell’attività difensiva.

La falsa notizia dell’incontro tra Curcio e Moretti
Oltre ad Azzolini e alla moglie Bianca Amelia Sivieri, tra i più gettonati nelle intercettazioni e servizi di ocp disposti dal’Arma, c’è Renato Curcio e il suo entourage familiare (nel fascicolo si trova addirittura una conversazione con moglie e figlia, priva di qualunque legame con l’inchiesta in corso, sulla guerra Russo-Ucraina da pochi giorni iniziata), a causa dei suoi frequenti viaggi di lavoro. Ad ottobre e novembre 2022 e poi nel successivo febbraio 2023, Curcio si reca a Milano dove presenta il suo libro sul Capitalismo cibernetico, e tiene dei cicli di conferenze. Ogni volta ad attenderlo al suo arrivo in stazione centrale, oltre ai carabinieri c’è sempre la stessa persona, Antonio C. che fa il tassista e lo ospita nella sua casa. Si tratta di un amico della Sivieri a cui si aggrega anche una terza persona, Mario D., amico di entrambi. Quest’ultimo aveva ospitato la moglie di Curcio, Marita Prette, nel novembre precedente. Ne scrivono i carabinieri a causa di una telefonata intercettata in cui «Prette dice a Curcio che da casa di Mario (ndr. Mario D.) si vede una giornata limpida».

Il gruppo viene identificato non solo attraverso le intercettazioni e gli ambientali nelle macchine, ma anche grazie ai servizi ocp dove, in occasione della presenza di Curcio il 29 ottobre 2022 presso la libreria Anarres, vengono fotografati.
Nell’informativa che relaziona le attività svolte, i carabinieri non riportano alcun incontro di Curcio con Moretti, che per altro è in regime di semilibertà a Brescia, da dove non può spostarsi senza autorizzazione.
Nonostante ciò Repubblica cronaca di Torino, lo scorso 27 febbraio ha diffuso la notizia di un presunto incontro segreto tra i due, «Il piano e un caffè segreto: così gli ex brigatisti si sono incontrati 50 anni dopo la Spiotta». La fake news nasce da un banale equivoco dovuto alla frettolosa lettura della trascrizione della intercettazione ambientale del 28 febbraio 2023, quando al rientro dalla conferenza tenuta la sera precedente a Milano, Curcio raccontava alla moglie, venuta a prenderlo alla stazione Termini di Roma, come era andato il soggiorno milanese. Nella conversazione captata, iniziata alle 12,34, Curcio riferisce il comportamento tenuto da Mario Moretti il 14 febbraio precedente davanti ai pm, riportatogli dalla Sivieri nell’incontro avuto il giorno prima nel bar Alemagna, di fronte al stazione centrale. Spiega che Sivieri (Bianca) è venuta con Antonio (il tassista), «così poi siamo andati a prendere Mario.. (Mario è Mario D. L’amico che aveva ospitato Prette ndr) e siamo stati fuori, in un bar». Prette chiede come Sivieri potesse essere venuta a conoscenza di quelle informazioni (prova che Moretti non era presente), Curcio risponde che probabilmente erano pervenute dall’avvocato Burani, legale anche della Sivieri. Dopo aver accennato più volte a Moretti, diciannove minuti più tardi, alle 12,53, Curcio inizia a parlare di un altro Mario, (si tratta di Mario D. che era presente all’incontro. Gli stessi carabinieri non accennano mai al fatto che possa trattarsi di Moretti), dicendo di averlo trovato molto bene e di avergli consegnato i libri. La confusione tra il nome di Mario Moretti, di cui si racconta per sentito dire, e la presenza dei Mario D. ha generato l’errore.
L’inchiesta con la sua mole di intercettazioni d’ogni tipo e d’interpretazioni creative non ha certo bisogno di ulteriori suggestioni fondate su false notizie.

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Fenzi, «su Moretti ho sbagliato, non era alla Spiotta»

Riparte il processo di Alessandria per la sparatoria del 5 giugno 1975 davanti la cascina Spiotta, nella quale trovarono la morte la fondatrice della Brigate rosse Mara Cagol e il cararbiniere Giovanni D’Alfonso. Si è svolta martedì 27 gennaio 2026 l’ottava udienza

«Tra i rapitori di Gancia c’era forse qualcuno di origine calabrese?», la domanda sollevata dal legale di parte civile, Nicola Brigida, è risuonata più volte volte nella nuova aula che ha accolto la riapertura del processo per la sparatoria del 5 giugno 1975 alla Cascina Spiotta, in località Arzello di Acqui Terme, dove trovarono la morte l’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso e la fondatrice delle Brigate rosse Mara Cagol. I singolari quesiti, rivolti ai soli due testi che hanno accettato il contraddittorio processuale, hanno accentuato l’effetto surreale e straniante che si è respirato per l’intera mattinata. Dopo che Lauro Azzolini, lo scorso marzo 2025, con una deposizione spontanea ha rivelato di essere lui il brigatista sopravvissuto al conflitto a fuoco e poi fuggito nel bosco, il processo sembra trascinarsi. Pubblica accusa e parti civili, spiazzate dall’inaspettata rivelazione, hanno visto la loro strategia processuale incepparsi. Le parole di Azzolini hanno spazzato via le congetture complottiste delle parti civili e tolto argomenti ai pm, chiarendo come quella mattina, lui e Mara Cagol, fossero stati colti di sorpresa reagendo in modo improvvisato, senza seguire alcuna direttiva impartita da presunti vertici. Come invece sostenuto nel teorema della pubblica accusa per tirare in ballo anche la responsabilità penale di Renato Curcio e Mario Moretti, non tanto nel sequestro dell’imprenditore vinicolo Vallarino Gancia, che Cagol e Azzolini custodivano all’interno della Spiotta, reato ormai largamente prescritto, ma in qualità di mandanti apicali del conflitto a fuoco (anche se non presenti) e dunque nella morte dell’appuntato Giovanni D’Alfonso. Accertata l’identità del fuggitivo, per ritrovare un senso il processo dovrebbe allargare il suo raggio d’azione anche sulle circostanze della morte di Mara Cagol, chiarendo una volta per tutte come la donna venne uccisa, alla luce anche di quanto recentemente emerso sul bossolo proveniente da un arma dei carabinieri, ritrovato accanto al luogo dove giaceva il suo corpo.

La ripresa delle udienze
Dopo una sospensione di sei mesi dovuta alla sostituzione della giudice a latere, martedì 27 gennaio il processo è ripartito con l’ottava udienza. Tra i testimoni convocati: Biancamelia Sivieri, moglie di Lauro Azzolini, non si è presentata avvalendosi della facoltà di non rispondere, poiché testimone imputata di reati connessi. Scelta condivisa anche dall’altro teste, Antonio Savino. I due hanno inviato delle lettere alla corte tramite il loro legale. Analogo atteggiamento c’è stato da parte della ex brigatista Nadia Mantovani, catturata nel gennaio del 1976 nella base di via Maderno a Milano insieme a Renato Curcio, che però è venuta in aula a comunicare davanti alla corte la sua indisponibilità. Al contrario Enrico Fenzi, già collaboratore di giustizia, ha preferito rispondere alle domande anche per correggere le affermazioni fatte durante un’audizione della commissione Moro 2, presieduta da Giuseppe Fioroni, e ribadite agli autori di due recenti volumi complottisti, Simona Folegnani e Berardo Lupacchini, che su quelle affermazioni avevano costruito una sprovveduta narrazione del rapimento Gancia e della sparatoria davanti la Spiotta, ormai utile solo alla critica dei roditori.

«Mi sono sbagliato su Moretti, non era lui il fuggitivo»
Fenzi, ormai ultraottantenne, come alcuni degli imputati alla sbarra, ha ammesso di essersi sbagliato. Le sue – ha affermato – «erano solo impressioni», ricavate nel carcere speciale di Palmi dove si registrava «un clima di ostilità e avversione nei confronti di Mario Moretti che andava al di là delle ragioni politiche». Soprattutto Franceschini – ha sottolineato Fenzi – si mostrava «severo e rancoroso, invelenito personalmente contro Moretti, a cui veniva attribuito il disastro della Spiotta». Allora – ha proseguito l’ex professore della università di via Balbi, studioso di Petrarca: «ho associato questo odio al fatto che fosse Moretti il fuggitivo. Evidentemente mi sbagliavo». Fenzi, a conclusione della sua testimonianza, ha voluto precisare che «Moretti non era una spia», raccontando di come una volta lo avessero messo in cella con Giorgio Semeria, un brigatista milanese che lo riteneva responsabile della sua cattura e del tentato omicidio nei suoi confronti da parte del brigadiere Atzori, su una pensilina della stazione centrale di Milano, il 22 marzo del 1976 (oggi sappiamo che a consegnarlo fu il confidente del Sid Leonio Bozzato, suo contatto diretto nella colonna veneta). «Il carcere era un laboratorio», ha spiegato Fenzi, e qualcuno ai vertici dell’amministrazione penitenziaria voleva vedere cosa potesse accadere.
Nella sua lunga deposizione, dovuta alle numerose domande del pubblico ministero Emilio Gatti, uno che ricorda quei giocatori di golf che non riescono mai ad andare in buca, Fenzi ha ridimensionato anche il suo ruolo nelle Brigate rosse. Ha raccontato di essere stato arruolato nella colonna genovese da Gianfranco Faina, era il 1976, ma che dopo una fase iniziale fu congelato, prima di essere arrestato nel maggio 1979, smentendo così la tesi di una colonna genovese fondata dagli intellettuali di Balbi che si trascinarono dietro pochi marginali, sostenuta dallo storico Sergio Luzzato nel suo recente volume, Dolore e furore, per altro citato in aula dallo stesso pm Gatti, che tiene a mostrare di aver studiato.
«Solo dopo la scarcerazione», nell’estate 1980, Fenzi ha raccontato di aver preso parte alla burrascosa direzione strategica di Tor san Lorenzo. Era lì per esporre le critiche mosse dal collettivo dei prigionieri di Palmi, anche se cambiò presto opinione e si avvicinò a Moretti, soprattutto al momento della separazione della colonna milanese Walter Alasia dalle altre colonne Br. A quel punto fu incaricato di salire a Milano per tentare di ricucire i rapporti col gruppo dissidente. Attività che si interruppe con l’arresto, accanto a Moretti, del 4 aprile 1981.

Le carte segrete dell’avvocato Brigida
E’ a questo punto che la Calabria ha fatto improvvisamente irruzione nel processo per fatti accaduti nelle lontane Langhe dell’alessandrino. Il legale di parte civile Brigida ha chiesto a Fenzi se era mai stato in terra calabrese e avesse soggiornato a Soverato: «Ha mai saputo se nelle Br c’era un militante calabrese? Perché secondo Gancia, uno dei suoi rapitori aveva un accento del genere». Fenzi ha risposto che nel 1980 era stato ad Africo, ospite di Rocco Palamara, un noto anarchico impegnato nelle lotte delle braccianti raccoglitrici di bergamotto, nemico giurato della ‘ndrangheta locale, e che per questo era stato gambizzato. Una storia narrata anche da Corrado Staiano in Africo. Gli avvocati della difesa hanno contestato la pertinenza dei quesiti con le vicende della Spiotta, dove per altro nessuno degli inquisiti o sospettati nelle indagini è mai risultato avere origini calabresi. E’ apparso chiaro che tra le parti civili ci sono avvocati che stanno utilizzando il processo di Alessandria come trampolino di lancio per ennesime piste di indagine, magari sul sequestro Moro o in vista di una nuova “strabiliante” puntata di Report.

Se la storia la fanno i Ros
L’udienza è proseguita con l’esame di un maresciallo dei Ros di Torino, tra gli autori della informativa riassuntiva delle indagini. Come già accaduto in una precedente udienza del giugno scorso, nella quale aveva deposto un suo collega del Ros di Roma, ci si è trovati di fronte ad una situazione imbarazzante. I detective dei carabinieri sono stati chiamati a svolgere un lavoro di archivio e storico-interpretativo che esula la semplice catalogazione di fatti giuridici, come sentenze o vecchie indagini. Questi analisti si sono dovuti misurare con un ostacolo a volte molto più grande delle loro forze e conoscenze, anche in ragione della loro età anagrafica. Così durante il controesame le difese hanno avuto agile gioco nell’evidenziare le numerose contraddizioni o inesattezze: Maraschi forzosamente collocato nella colonna milanese anziché in quella torinese, dove era riparato dopo le indagini sulla comune lodigiana di provenienza, per dimostrare che il sequestro fu opera non solo della colonna di Torino ma anche di Milano e così poter meglio accusare Curcio e Moretti. Oppure i ripetuti errori sul ruolo dello stesso Moretti (che entrò nelle Br nei primi mesi del 71 e non nel 70; non fu lui a interrogare Sossi ma Franceschini); l’anticipazione del valore operativo attribuito alle bozze di una discussione prolungatasi un intero anno sulla futura struttura interna delle Br, varata solo dopo i fatti della Spiotta e non prima; la tendenza a percepire alcuni concetti, divenuti anche codici linguistici, come «rompere l’accerchiamento», in termini unicamente forensi e non politici. Limiti di una indagine per fatti lontani cinquant’anni che inevitabilmente non riesce a misurarsi con la storia. Perché la storia non si fa con in processi penali.

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Processo Spiotta, Maraschi al pm «Lei pensa ai carbonari, alle sette segrete, alla massoneria. All’epoca c’era un movimento di massa con migliaia di persone»

Dopo quarantanove anni il settantatreenne Massimo Maraschi ha fatto ingresso per la prima volta nel tribunale di Alessandria, un palazzo inaugurato nel 1936, esempio di architettura razionalista del ventennio, oggi mura scrostate, pareti ammuffite, scritte ingiallite, immagine perfetta di una giustizia fatiscente. In questo edificio il 10 gennaio 1976 fu pronunciata dalla corte d’assise la sua prima condanna per concorso nel sequestro del magnate dello spumante Vallarino Gancia e l’omicidio dell’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso, avvenuto il giorno successivo al suo arresto quando era già rinchiuso nel carcere della stessa città.

Diritto di non rispondere alle domande
Davanti al presidente, Paolo Bargero, Maraschi si è avvalso della prerogativa di non rispondere che il codice riconosce ai testimoni assistiti su fatti per i quali abbiano già subito condanna. In realtà l’udienza si era aperta con una eccezione sollevata dalla parte civile che chiedeva alla corte di non riconoscergli questo diritto in virtù di alcune sentenze di cassazione. Gli argomenti presentati dagli avvocati Brigida e Salvini non sono stati accolti dalla corte che ha ribadito il diritto del teste di non rispondere su episodi che lo hanno già visto processato, e condannato con pena espiata, e nei confronti dei quali non ha mai ammesso responsabilità. Diritto che cessava davanti a domande che avrebbero affrontato altri argomenti non direttamente legati al processo.
Chiarito ciò con disappunto delle parti civili che avevano richiamato il dovere morale e civile del teste di dire la verità, si è innescata la puntuale replica dell’avvocato Romeo, difensore di Mario Moretti, il quale ha ricordato che in Italia ci siamo liberati dallo Stato etico e la morale dovrebbe restare all’esterno del processo penale. Sottolineando come fosse sconveniente evocare doveri del genere verso un ex condannato senza averlo fatto in precedenza nei confronti dei tanti non ricordo e versioni contrastanti degli ex carabinieri del nucleo speciale Dalla Chiesa, ascoltati nell’udienza del 20 maggio.

«Movimento di massa non carbonari e sette segrete»
Terminata la discussione un distratto pubblico ministero ha subito chiesto al teste come era finito alla Spiotta, suscitando sorrisi, ilarità e imbarazzo in aula. Il pm Gatti si è subito scusato con il presidente lamentando quanto fosse difficile porre le domande giuste facendo lo slalom tra tanti paletti. «Ce lo impone col codice», ha ribadito il presidente. Ha preso il via così una udienza per certi aspetti surreale, con momenti comici e un po’ grotteschi, come quando – sempre il pm – ha citato il presunto nome di battaglia di una persona conosciuta da Maraschi che si sarebbe fatta chiamare «Cecco». «Ma veramente quello era il suo soprannome da quando era ragazzo, non era un nome politico – ha replicato sferzante Maraschi. Si chiamava Francesco, andavamo a scuola insieme». Capita un po’ in ritardo l’antifona, il pm ha cambiato registro chiedendo se si fosse mai recato a Milano per incontrare persone. «All’epoca c’erano collettivi dappertutto, in mezza Lombardia e mezzo Piemonte», ha ricordato Maraschi. A quel punto Gatti ha cominciando a chiedere se avesse mai conosciuto gli imputati. Maraschi ha risposto di aver conosciuto Azzolini solo in carcere, molti anni dopo la vicenda della Spiotta, «ad Opera nel 1990. Eravamo in cella insieme. Parlavamo di storia: lui era molto appassionato». Stessa cosa per Buonavita e Curcio: quest’ultimo «conosciuto nel 1980 nello speciale di Palmi». «E Moretti?» – ha provato a incalzarlo il pm, «Solo un paio di volte a Milano» ha precisato Maraschi. Convinto di averlo preso in castagna, il pubblico ministero ha domandato di cosa avessero parlato, come si erano incontrati, se c’erano altre persone. «Molta gente è convinta – ha spiegato Maraschi – che i brigatisti fossero dei fissati, delle strane persone. Uno si poteva incontrare perché era semplicemente amico o per scambiarsi delle idee, ma non di organizzazione». «E allora di cosa avete parlato, ce lo dica!», ha subito chiesto Gatti suscitando la reazione interdetta di Maraschi: «Ma scusi è…. Mi rifiuto di rispondere». «Sì, ma rimanga qua con noi» – ha soggiunto il presidente con il consueto tatto che lo contraddistingue nel condurre le udienze, «se quello che vi siete detti riguarda altro e non eventuali reati commessi, lo può anche dire». Maraschi a quel punto ha dato il meglio di sé: «Nelle due occasioni in cui ho incontrato Moretti abbiamo parlato di altro, sicuramente di altro, e incredibilmente non di Brigate rosse». Un siparietto che ha ravvivato i toni sommessi e grigi dell’aula. Per nulla scoraggiato il pm ci ha provato ancora chiedendo come aveva fatto ad incontrarlo. E Maraschi con paziente pedagogia, «guardi che all’epoca il mondo era un po’ diverso, gli incontri fra la gente avvenivano in un’altra maniera. Lei pensa ai carbonari, alle sette segrete, alla massoneria. All’epoca c’era un movimento di massa con migliaia di persone, faceva impressione, che pensavano e facevano più o meno le stesse cose, e tutti incontravano tutti di continuo anche soltanto perché erano amici. L’appuntamento in quel periodo lì avveniva nelle condizioni della società. Ci si appuntava perché c’erano migliaia di persone che facevano più o meno la stessa cosa e pensavano le stesse cose. Ci si trovava». E qui il pm Gatti non ha resistito e come monsieur de Lapalisse gli ha chiesto: «Lei faceva le stesse cose di Moretti, dunque?». «Bè, sono stato condannato per appartenenza alle Brigate rosse» – ha risposto uno sconfortato Maraschi.

«Non si cava un ragno dal buco»
A questo punto qualcuno dai banchi della parte civile si è lasciato scappare una battuta che metteva in luce tutta la frustrazione accumulata nella mattinata: «da questo qui non si cava un ragno dal buco». Il momento clou è però arrivato quando ha preso la parola l’avvocato Brigida che, dopo aver chiesto quale era la prassi che portava al riconoscimento della dissociazione dalla lotta armata, ottenuta da Maraschi nel 1989, si è sentito dire che la legge imponeva in cambio degli sconti di pena di riconoscere obbligatoriamente la propria colpa oltre a ripudiare la lotta armata e non riprendere forme di lotta violenta contro lo Stato. «Ecco!», ha esclamato battendo le mani col sorriso sul volto, «ha ammesso le sue responsabilità, chiedo alla corte la rivalutazione della sua posizione. Ora è obbligato a rispondere».
Il presidente ha subito sospeso l’esame e con una fulminea camera di consiglio ha ribadito che nulla era cambiato poiché si trattava di ammissioni extragiudiziali. La prova della colpa si ricava nel processo non con dichiarazioni di natura politica estorte dai dispositivi legislativi speciali premiali.

Pugni e schiaffi durante l’interrogatorio

Prima dell’udienza, fuori dall’aula di corte d’assise Maraschi ha scambiato con noi alcune parole e a una precisa domanda sulle condizioni in cui si era svolto il suo interrogatorio nella tenenza di Canelli dopo l’arresto del 4 giugno 1975, questione affrontata nelle udienze precedenti, dove lo stesso figlio di D’Alfonso aveva riportato voci sulle urla che arrivavano dalla caserma, ha spiegato che non erano le sue ma provenivano dai carabinieri che sostavano nei corridoi. Ci ha detto di aver ricevuto «solo un pugno e qualche schiaffo» ma che «le pressioni psicologiche sono state fortissime, più tardi sono stato interrogato da un carabiniere che aveva fatto l’indagine su Lodi. Poi mi hanno mollato e al mattino successivo, era molto presto, mi hanno portato in carcere».
Quanto sta avvedendo nelle prime udienze che si sono tenute davanti la corte d’assise di Alessandria è la dimostrazione che l’ipoteca penale esercitata ancora dopo cinquant’anni è il vero ostacolo alla ricostruzione storica.

Processo Spiotta, versioni contrastanti dei carabinieri sulla morte di Mara Cagol

Carabinieri in difficoltà di fronte alla versione ufficiale sulla morte della Cagol, tanti non ricordo, dinieghi e versioni contrastanti. Le difese ribaltano il processo per i fatti della Spiotta

La quarta udienza del nuovo processo davanti la corte d’assise di Alessandria per la sparatoria nella quale morì il 5 giugno del 1975 Margherita Cagol, fondatrice delle Brigate rosse, e rimase mortalmente ferito l’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso, ha messo in luce profonde contraddizioni e smentite reciproche tra i carabinieri coinvolti.
Quattro ex membri del nucleo speciale anti-Br, istituito dal generale Dalla Chiesa nel maggio del 1974, e due carabinieri in congedo delle sezioni territoriali di Canelli e Acqui Terme hanno deposto dando vita a un intreccio di versioni contrastanti, dinieghi imbarazzanti e giravolte. Si è assistito a un vero e proprio “carabinieri contro carabinieri”, senza distinzioni di grado, anzianità o competenze.

Il servizio del Tgr Rainews Piemonte https://www.rainews.it/tgr/piemonte/video/2025/05/le-drammatiche-testimonianze-di-chi-cera-sfilano-in-aula–135b6a06-3f9f-439a-a1a2-f66cc3e36b8.html

Le critiche del generale Sechi
L’allora braccio destro del generale Dalla Chiesa ha apertamente criticato l’operato della tenenza di Acqui Terme. Le sue censure si sono concentrate in particolare sull’operato del tenente Rocca, il quale, secondo la versione consolidatasi nelle carte giudiziarie, dopo aver racimolato tre uomini si sarebbe lanciato in una azzardata perlustrazione tra ruderi e cascine della zona. Sortita che culminò sul cortile della cascina Spiotta, quando la pattuglia insospettita dalla presenza di due auto e da rumori provenienti all’interno bussò alla porta, innescando (ancora oggi le versioni su su chi abbia esploso i primi colpi sono contrastanti) il sanguinoso conflitto a fuoco.
Sechi ha spiegato che il nucleo speciale avrebbe agito in tutt’altro modo: accerchiando la zona, controllandola a distanza con uomini camuffati e apparecchi fotografici per identificare gli occupanti, seguirli e catturarli quando sarebbero usciti singolarmente. Solo in seguito, e con tutte le precauzioni del caso, si sarebbe proceduto a un’eventuale irruzione: precauzioni che sarebbero mancate nella “sconsiderata sortita” di Rocca. Il generale Sechi ha negato di aver avuto informazioni, il giorno prima della sparatoria, riguardo a irregolarità nei documenti d’identità usati per l’acquisto della cascina Spiotta. Ha anche negato che qualcuno dei suoi uomini si fosse recato a Canelli, luogo del rapimento di Vallarino Gancia da parte delle Br. Incalzato dalle difese e messo di fronte all’ispezione giudiziale del 20 giugno (con la sua firma in calce insieme a quella del pm titolare dell’indagine) in cui fu trovato un bossolo dell’arma dei carabinieri accanto al corpo della Cagol, documento richiamato dal legale di Curcio, l’avvocato Vainer Burani, Sechi ha detto di non ricordare l’episodio e di non sapere il motivo di quelle ricerche a distanza di 15 giorni: «dovete chiederlo al pm, non a me» – ha replicato con fare indispettito.

Non ricordo, dinieghi imbarazzanti e versioni contrapposte
Un atteggiamento increscioso quella tenuto dal generale in congedo che tra non ricordo e dinieghi aggressivi ha opposto una difesa a riccio. A supportare questa posizione è intervenuta la deposizione del colonnello Seno, suo collega nel nucleo speciale. Sebbene abbia ammesso (smentendo quanto aveva appena detto Sechi) di essersi portato nella caserma di Canelli nel tardo pomeriggio del 4 giugno, dopo l’arresto di Massimo Maraschi sospettato di essere coinvolto nel rapimento, ha ostinatamente sconfessato le affermazioni del suo sottoposto dell’epoca, il vicebrigadiere Bosso. Quest’ultimo, invece, ha ricostruito in modo dettagliato la sequenza logica dei loro movimenti sul posto: l’arrivo nella caserma di Canelli per interrogare Maraschi già all’attenzione del nucleo speciale, il sopraggiungere della notizia che nella zona di Acqui Terme era stato rinvenuto il furgone abbandonato dai rapitori di Gancia nel primo tratto di fuga, lo spostamento nella caserma di Acqui dove apprese di una indagine catastale di circa 15 giorni prima che aveva rilevato la natura fittizia dei documenti d’identità usati per l’acquisto della Spiotta. Si trattava di una tecnica d’indagine adottata dagli uomini di Dalla Chiesa per smantellare la logistica brigatista.

La cerimonia che interruppe l’indagine
Bosso ha descritto con nitidezza la cartellina gialla dove erano riposti i fogli dell’indagine. Ha poi spiegato che, ricevuta l’informazione, con un carabiniere del posto (Lucio Prati) si recò subito a effettuare una perlustrazione a distanza della Spiotta, osservandola da un’altra cascina a circa 200 metri, per poi rientrare a Canelli in tarda serata, interrogare Maraschi “fino a estenuarlo” e tornare a Torino nella notte. Seno ha negato che tutto ciò sia avvenuto, sostenendo che Bosso si fosse confuso col giorno successivo. Tuttavia, di fronte alla contestazione dell’avvocato di Moretti, Francesco Romeo, riguardo l’inutilità di un sopralluogo la sera del 5 giugno, a sparatoria avvenuta e morti sul terreno, Seno è rimasto in silenzio.
A questo punto è emersa un ulteriore sconcertante circostanza: secondo Bosso, dal comando centrale di Torino sarebbe giunta l’indicazione di sospendere l’indagine e rientrare, perché il mattino successivo era prevista una cerimonia per la festa dell’Arma, durante la quale diversi membri del nucleo (che avevano partecipato all’arresto di Curcio e Franceschini l’8 settembre 1974) dovevano essere premiati. L’attività operativa sarebbe ripresa nel pomeriggio del 5. Questa circostanza, concordata tra il tenente Rocca e il colonnello Seno secondo Bosso, è stata negata da Seno.

Il confronto negato e i punti fermi emersi dall’udienza
I pubblici ministeri, che non hanno lesinato domande per appurare i fatti, hanno chiesto un confronto tra Seno e Bosso, ritenendo che uno dei due stesse mentendo o non ricordando correttamente. La corte, tuttavia, ha respinto la richiesta, ritenendola superflua. Una decisione che non aiuta la chiarezza ma sembra voler tutelare l’apparato.
La mattina successiva è avvenuto il fatto drammatico con l’improvvida decisione di Rocca che, all’insaputa del Nucleo, ha deciso di partire con una sua pattuglia alla volta della Spiotta per condurre un’ispezione culminata nello scontro a fuoco. I membri del nucleo speciale, secondo le testimonianze in aula di Bosso e Pedini Boni, altro ex carabiniere del nucleo speciale, sarebbero giunti sul posto solo nel primo pomeriggio, a disastro avvenuto.
Le testimonianze non hanno chiarito l’esistenza di una scala gerarchica tra nucleo speciale e sezioni territoriali in caso di indagini per terrorismo, lasciando irrisolto chi dovesse prendere in mano le operazioni e stabilire tempi e modi dell’inchiesta. Il capitano Aragno (caserma di Canelli) e il vicebrigadiere Villani (polizia giudiziaria della procura di Acqui) hanno risposto che le indagini erano state subito prese in carico dal nucleo speciale, alimentando un infinito “scaricabarile”.
Nonostante ciò, l’udienza ha fissato dei punti fermi importanti: si è compreso che il vero arcano della vicenda ruota attorno alle circostanze dell’uccisione di Margherita Cagol.
Le dichiarazioni del carabiniere Villani sulle perplessità del medico che condusse l’autopsia riguardo alla versione ufficiale della sua morte, i dubbi e le domande poste all’appuntato Barberis (che disse di averle sparato a distanza mentre evitava la Srcm lanciata da Azzolini) e l’incredulità degli altri colleghi rispetto a questo racconto, hanno ulteriormente incrinato la versione data per vera sulla sua morte.

Chi è dalla parte della verità?
I punti oscuri, le reticenze, i silenzi, le indagini carenti (i bossoli esplosi dai carabinieri scomparsi e le loro armi mai periziate), e il silenziamento della vicenda, inducono a pensare che l’atteggiamento tenuto dai diversi corpi dell’Arma sia stata la diretta conseguenza delle modalità con cui venne uccisa la Cagol. Con le sue dichiarazioni il brigatista Azzolini ha riempito uno dei tasselli mancanti di quella giornata, compiendo un passo chiarificatore verso la verità. A distanza di 50 anni i carabinieri sollevano ancora cortine fumogene, fuggendo le loro responsabilità. A cosa serve questo processo, a comminare i soliti ergastoli ai brigatisti, colpevoli a priori, o a cercare la verità fino in fondo sull’accaduto?

Prove fatte sparire per coprire la verità sulla morte di Cagol

Le anomalie delle indagini sulla sparatoria alla cascina Spiotta. Dalle carte del nuovo processo sui fatti di 50 anni fa nuove circostanze sconcertanti: la pistola dell’appuntato D’Alfonso ritrovata per caso, giorni dopo, nel baule di una delle auto dei carabinieri giunte sul posto. E poi i bossoli esplosi dai militari dell’Arma: tutti spariti, tranne i 5 attribuiti al carabiniere ucciso

Dalle carte del nuovo processo sulla sparatoria alla cascina Spiotta del 5 giugno 1975, che si è aperto davanti la corte d’assise di Alessandria, emergono sempre più circostanze sconcertanti. La volta scorsa abbiamo raccontato del bossolo calibro nove in dotazione all’arma dei carabinieri ritrovato quindici giorni dopo il conflitto a fuoco «nei pressi del luogo ove giaceva il cadavere» di Mara Cagol. Bossolo mai repertato, mai sottoposto a perizia e subito scomparso dall’indagine.

La pistola sottratta dalla luogo della sparatoria
Oggi ci occupiamo della Beretta 34 dell’appuntato Giovanni D’Alfonso, deceduto per le ferite riportate nello scontro fuoco avuto con Mara Cagol, dopo averla sorpresa alla spalle. L’arma non fu mai correttamente repertata, venne ritrovata casualmente alcuni giorni dopo la sparatoria nel baule di una delle vetture dei carabinieri giunte sul posto. Fu tolta dalle mani di D’Alfonso, quando era ancora a terra ferito, prima che arrivassero gli esperti della scientifica per i rilievi di rito. A riferirlo è il maresciallo Domenico Palumbo, ascoltato dai pubblici ministeri il 15 febbraio 2023: «lo dopo cinque o sei giorni, lavando la macchina di servizio, nel baule ho trovato la pistola di D’Alfonso (…) Prati mi spiegava che nella confusione aveva preso la pistola e l’aveva messa nel baule della macchina di servizio, dove l’ho trovata (…) Quando ho trovato la pistola di D’Alfonso sull’auto di servizio ho protestato vivacemente con Prati, quasi volevo picchiarlo, perché avrebbe dovuto lasciare la pistola dove l’avevano trovata, o almeno dirlo che era stata messa in macchina (…) Lui, che era giovane, si mise a piangere giustificandosi che era confuso ed aveva fatto un errore. lo ricordo di aver preso la pistola e di averla consegnata, credo, al Maresciallo Barreca, o forse al Capitano Sechi …». I carabinieri del Ros che hanno condotto la nuova indagine minimizzano l’episodio, cercando attenuanti per giustificare la condotta del brigadiere Prati, uno dei quattro carabinieri che erano presenti quando Bruno Pagliano, che abitava accanto alla Spiotta, vide Mara Cagol ancora viva ma agonizzante. Per il Ros il comportamento di Prati troverebbe giustificazione nel fatto che «le tecniche di repertamento che oggi sono alla base dell’addestramento di ogni Carabiniere negli anni ’70 erano molto meno conosciute ed applicate».

I bossoli scomparsi
Un tentativo maldestro di giustificazione perché all’anomalia della pistola di D’Alfonso, sottratta dalla scena della sparatoria, si aggiunge la scomparsa di tutti i bossoli esplosi dai carabinieri, salvo i cinque attribuiti a D’Alfonso. Sempre il maresciallo Palumbo fornisce ulteriori dettagli sulla dinamica dell’intervento dei carabinieri e spiega che tra il suo arrivo e la liberazione di Gancia all’interno della cascina erano trascorsi almeno venti minuti: «Sono arrivato sul posto della sparatoria pochi minuti dopo. C’era per terra la mano del tenente Rocca e una macchia di sangue dell’app. D’Alfonso che era stato portato via in ambulanza da poco.(…) C’erano due porte chiuse e ne abbiamo sfondato una perché pensavamo che all’interno vi fossero ancora delle persone. In quel momento eravamo in tre: io; il carabiniere Regina e il brig. Prati. (…) Devo dire che avevamo sentito qualcuno che invocava aiuto e diceva di essere Gancia, io ho seguito la direzione da cui provenivano le invocazioni d’aiuto, ho trovato una porticina che era chiusa dall’esterno, l’ho aperta ed è uscito il Dott. Gancia che mi ha abbracciato (…) Noi in un primo tempo non pensavamo che fosse Gancia, anche perché eravamo lì da circa venti minuti e questo non si era sentito».

Un vuoto di mezz’ora

Se Prati e Regina erano giunti a sparatoria appena terminata (i due raccontano di aver scorto Barberis all’inizio della boscaglia dove aveva rincorso Azzolini), e Palumbo poco dopo, quanto tempo era trascorso dalla fine del conflitto fuoco? Mezz’ora, poco più? Che cosa è accaduto in quel lasso di tempo? Quali sono stati i movimenti dei presenti? E’ in quel frangente che si situa l’uccisione della Cagol. Oltre a presidiare il suo corpo e portare soccorso ai feriti, cos’altro hanno fatto i carabinieri presenti? Le indagini svolte fino ad ora non hanno ricostruito questi momenti.
Barberis afferma di aver scaricato per intero il suo caricatore (almeno cinque dei suoi colpi sono finiti sulle macchine dei due brigatisti in fuga), tanto che dichiara di essersi spostato verso D’Alfonso per rifornirsi di proiettili. L’arma di D’Alfonso è ritrovata giorni dopo vuota ma a terra vengono recuperati cinque bossoli a lui attribuiti. Cattafi dice di aver esploso due colpi. Azzolini scrive nel memoriale di aver sentito esplodere, dopo circa cinque minuti dalla sua fuga, «uno forse due colpi secchi, poi due raffiche di mitra». Secondo il Ros «Gli spari erano ovviamente quelli dei carabinieri che, prima di fare irruzione nel cascinale, lanciavano lacrimogeni e sparavano raffiche di mitra e nulla avevano a che fare con l’esecuzione di Cagol Margherita». Secondo il maresciallo Palumbo però l’irruzione avviene molto dopo la fuga del secondo brigatista, venti minuti almeno. Al netto di queste contraddizioni, tutte da risolvere, resta che sono stati esplosi davanti e intorno alla cascina oltre venti colpi (14-16 solo dalle pistole dei carabinieri) e forse molti di più considerando il volume di fuoco delle raffiche di mitra. Non è credibile che siano stati repertati solo i cinque bossoli attribuiti a D’Alfonso. Una certa percentuale va sempre persa ma non coincide mai con la totalità dei colpi, per giunta in un’area ispezionabile.

Inchiesta silenziata per tutelare la versione ufficiale sulla morte della Cagol
Questo è un’altro dei quesiti fondamentali a cui il processo dovrà rispondere se vorrà essere credibile. Perché sono spariti i bossoli dei carabinieri (eccetto i cinque di D’Alfonso) e sono rimasti solo quelli dei brigatisti? Non certo per facilitare quel «patto di non belligeranza», come lo ha definito il figlio dell’appuntato deceduto, Bruno D’Alfonso, che oggi prenderà la parola al Quirinale nel corso della rituale giornata della memoria dedicata alle vittime del terrorismo e che quest’anno ha scatenato mugugni e polemiche, perché sono state messe in secondo piano le vittime della stragi fasciste e di Stato (forse l’errore è aver designato come data il 9 maggio anziché il 12 dicembre, ma sembra un po’ tardi per lamentarsene).
La tesi del «patto» va ormai di moda, Bruno D’Alfonso l’ha ripresa dalla vicenda Moro per dare una risposta al mancato esito delle indagini sulla sparatoria. Ma non regge: le Br hanno da subito denunciato le modalità di uccisione della loro militante. Fino alla sua morte non avevano ancora concepito azioni mortali. Un anno dopo, l’8 giugno 1976 (inizialmente l’azione doveva coincidere con l’anniversario della sua morte) colpirono il procuratore generale di Genova Francesco Coco, che aveva fatto saltare la scarcerazione dei prigionieri della XXII ottobre concessa in cambio della liberazione del giudice Sossi, catturato dalle Br il 18 aprile del 1975. Subirono anche molti arresti: quindici giorni dopo i fatti della Spiotta furono presi Casaletti e Zuffada nella base di Baranzate di Bollate, qualche mese dopo a Milano, il 16 gennaio 1976, in una retata vennero catturati Curcio (marito della Cagol), Mantovani e altri brigatisti. Nel marzo successivo alla stazione centrale di Milano fu preso e quasi ucciso con un colpo sotto l’ascella, Giorgio Semeria. Se si è fatto di tutto per ripulire la scena da prove compromettenti e smorzare le indagini sulla sparatoria, questo è avvenuto per tutelare la versione ufficiale sulla morte della Cagol e tenere lontani occhi indiscreti sulle circostanze poco chiare: il vero arcano del nuovo processo in corso.