Il “caso” Moro

Ipocrisia: prima che si diffondesse la notizia del rapimento del presidente Dc in via Fani, il quotidiano “la Repubblica” era uscito nelle edicole con un titolo che acusava Aldo Moro di essere l’antilope Kobler, nome in codice del misterioso personaggio politico che aveva intascato tangenti dalla Lockheed corporation. Le copie vennero tutte ritirate e sostituite dall’edizione straordinaria con l’ipocrita coccodrillo che vedete qui sotto


Libri – Agostino Giovagnoli, Il caso Moro. Una tragedia repubblicana, Il Mulino, 2005 pp. 350, € 22

Paolo Persichetti
30 aprile 2005

L’ossessiva insistenza sui misteri, gli «eccessi dietrologici», l’uso improprio della teoria del «doppio Stato» hanno trasformato il cinquantennio repubblicano in un susseguirsi d’episodi delittuosi, una «sorta di storia criminale da cui è mancata proprio la storia». Dietro l’ostinata ricerca di protagonisti invisibili si sono persi di vista quelli realmente copj13aspesistiti. È questo l’incipit con il quale lo storico Agostino Giovagnoli introduce il più recente lavoro sul sequestro del presidente della Dc, Il caso Moro. Una tragedia repubblicana. Un volume che dimostra come gli studi sugli anni 70 improntati ad una seria metodologia storica, seppur con fatica, stianno finalmente cominciando a farsi strada, dopo il pionieristico saggio sulla presunta “Pazzia” del presidente Dc, dato alle stampe da Marco Clementi nel 2001. Allora venne posta per la prima volta la necessità di tornare a «fare storia», affrontando la vicenda del rapimento secondo una rigorosa metodologia che abbandonasse l’approccio deduttivo e indiziario, dietrologico, a vantaggio di un’analisi critica, di un confronto sincronico delle fonti originali (documentazione prodotta dalle Br e dal prigioniero). Un contributo innovativo seguito più tardi dal lavoro di critica delle tesi del complotto realizzato da Vladimiro Satta, nel quale veniva definitivamente liquidata l’imponente pubblicistica sulla cospirazione.
Avviato il percorso metodologico sui binari di una seria critica storica è finalmente possibile raffrontare anche le diverse letture sin qui esposte. Al pari di Clementi anche il lavoro di Giovagnoli segue la prospettiva di una «storia politica» del rapimento, ma se ne distacca subito perché incentrata essenzialmente su quanto accadde nel mondo delle istituzioni e dei partiti, grazie ad una indagine condotta negli archivi di diverse fondazioni e istituti. La sua è una storia vista dal Palazzo e l’obiettivo è dimostrare che, dopo un iniziale irrigidimento attorno alla linea della fermezza, il clima cominciò a cambiare aprendo margini di manovra «tattici» che consentissero una soluzione negoziata. In sostanza, spiega l’autore, tentativi vennero fatti, aperture non mancarono, offerte furono avanzate, ma alle Brigate rosse tutto questo non bastò. È a loro, e solo ai loro limiti politici ed alla loro intransigenza, che si deve la morte di Moro. In fondo la tesi del libro è tutta raccolta in questo enunciato: ancora poche ore e quel 9 maggio 1978 il gruppo dirigente Dc avrebbe pronunciato la parola «forte», chiesta per liberare l’ostaggio nel famoso comunicato del gerundio (che serviva a dilazionare ulteriormente l’esecuzione) e nell’ultima telefonata di Moretti. Ora se è evidente che a rapire ed uccidere Moro furono le Br, le quali hanno sempre assunto l’intera responsabilità politica e materiale della scelta fatta, è altrettanto vero che a quell’esito contribuirono in molti, come emerge anche dal racconto di Giovagnoli, nonostante l’evidente tentativo di attenuare, se non addirittura assolvere, le responsabilità del «fronte della fermezza». Lo sforzo diretto a lenire le responsabilità etiche che in quella vicenda ebbe il ceto politico-istituzionale non trova prove né argomenti persuasivi ed a volte scade persino nel grottesco, come quando viene messo l’accento su un Andreotti apostolo della nonviolenza (p. 50). Basterebbe rileggere quel che Moro scrisse di lui nel Memoriale per smentire un quadro così idilliaco.
Non si tratta di convocare gli anni 70 «sotto un’unica chiamata di correità», per cercare «balsami» ad una memoria funzionale ad un «discorso retrospettivo insieme cinico e zuccheroso, che nel nome di una sospirata riconciliazione nazionale tende a confondere carnefici, vittime, spettatori», come ha scritto Sergio Luzzato nella recensione apparsa sul Corriere della Sera. La rimozione e l’autoindulgenza è abitudine rassicurante ma poco lungimirante. Troppo facile ridurre ogni cosa alla «lotta senza quartiere di un gruppo criminale numericamente striminzito, ideologicamente povero e moralmente abietto»: il bene da una parte e il male dall’altra. La mattina del 16 marzo 1978, diverse agenzie avevano associato il nome di Moro a quello dell’«antilope Kobbler», il mai identificato collettore delle tangenti Lockeed. Il riferimento scomparve dalle edizioni speciali dei quotidiani non appena si diffuse la notizia del rapimento, sostituita da ipocriti ritratti che suonavano già come coccodrilli a futura memoria. L’illibatezza etica è l’ultima delle virtù che può essere rintracciata in quello che fu il fronte del rigor mortis, paralizzato non meno dei militanti Br da limiti politici e culturali, pregiudizi e fantasmi, ricatti e ipnosi reciproche. Si tratta invece di capire come sono andate le cose rifuggendo la facile tentazione di attribuire ogni colpa agli sconfitti.
Per esempio, perché ci si ostina ancora a non voler vedere – come ha osservato Clementi – le impressionanti analogie col sequestro Sossi, eccezion fatta per le modalità incruente che certo contribuirono a non pregiudicarne il seguito? In passato si era trattato e si continuò a farlo dopo Moro. Il mancato negoziato è dunque una delle poche responsabilità attribuibili ai brigatisti, che pure commisero notevoli ingenuità – come rendere pubblica la lettera riservata che Moro aveva scritto a Cossiga – a causa dell’inadeguatezza teorica e dell’abissale distanza dai bizantinismi di un Palazzo che combattevano ma ben poco comprendevano.
Negli oltre 50 giorni di sequestro non ci fu uno straccio d’iniziativa politica seria: il vertice democristiano restò immobile e incapace di sviluppare una minima analisi della situazione, come testimoniano i diari di Fanfani. Le lettere di Moro furono rinviate al mittente, decretato «pazzo». Il Pci ne dichiarò la morte anzi tempo, come Pecchioli disse a Cossiga. Le ipotesi più astruse e improbabili vennero privilegiate a discapito delle evidenze. Solo Moro capì cosa erano e volevano le Br, ma dalle Br stesse fu soppresso, decretando insieme alla morte dell’ostaggio anche la loro fine strategica. Uccidendo il presidente Dc liquidarono l’unica risorsa rimasta nelle loro mani dopo un sequestro concepito male e finito peggio. Non c’era stata l’auspicata rottura tra base e vertice Pci, non c’era stato nessuno spostamento a sinistra, al contrario un’integrazione ancora più forte del Pci nello Stato. L’obiettivo principale era fallito e nessuna ipotesi alternativa era stata predisposta. A quel punto una via d’uscita avrebbe potuto essere la liberazione del prigioniero, prevalse invece un super io morale: impossibile salvare la vita del Principe senza contropartite, dopo aver distrutto quella dei suoi scudieri. Si sarebbero esposti alla facile retorica di chi nella sinistra poteva accusarli di magnanimità verso il potere mentre facevano strage dei «proletari in divisa». Così uccidendo l’ostaggio entrarono in una contraddizione etico-politica insanabile: come giustificare l’esecuzione del proprio prigioniero quando al tempo stesso si chiedeva la liberazione di quelli in mano all’avversario?
La «geometrica potenza» del successo militare servì solo a dopare il fallimento dell’iniziativa. Il rafforzamento organizzativo che ne seguì fece da schermo ad una realtà senza più prospettive politiche se non l’estensione e l’intensificazione aritmetica del volume di fuoco.
Il rifiuto della trattativa è questione storiografica complessa e forse costituisce l’aspetto più importante dell’intera vicenda. Essa rinvia ad un enorme rimosso che non trova soluzione nel libro di Giovagnoli. La natura inconfessabile del conflitto che traversò gli anni 70 rimane ancora un tabù insuperato. L’indisponibilità a riconoscere non tanto la valenza politica delle Br quanto ad intravedere quel che si profilava alle loro spalle, ovvero radici e dimensioni di una sovversione politica scaturita dalla crisi di modello e delle forme di rappresentanza che stavano minando la vecchia società fordista, spiega l’arroccamento nella cittadella della fermezza. La società del rigor mortis, sconcertata dalle nuove forme di protagonismo, di partecipazione e da richieste percepite come incompatibili ed esorbitanti, vedeva in quell’insorgenza sovversiva – che aveva radici nell’irruenza dei movimenti sociali di quegli anni – una minaccia intollerabile. Altrove si era riusciti ad assorbire l’onda d’urto, gli Stati avevano sempre trattato con le guerriglie, come ricordava Moro nelle sue lettere. Nell’Italia imbalsamata dai vincoli geopolitici e dai patti consociativi prevalse invece l’intransigenza cimiteriale dell’unità nazionale.
Liberato Moro «le Br avrebbero cessato di sparare. Un’altra storia sarebbe cominciata» ha dichiarato Moretti in un libro. Cosa mai avrebbe avuto di trascendentale un simile scenario?
Su sponde opposte, uno studioso come Federico Mancini arrivò ad ipotizzare un processo di costituzionalizzazione dell’area sociale sovversiva, convinto che la fissità del sistema italiano, impedendo innovazione politica e rinnovamento sociale, col tempo non avrebbe potuto evitare insorgenze e spinte sovversive. Allora trent’anni più tardi piuttosto che cercare il male nella storia sarebbe più utile interrogare limiti e contraddizioni della società che prese forma nel dopo guerra, e che negli anni 70 raggiunse il suo punto di rottura.

Per saperne di più
La dietrologia nel caso Moro
Caso Moro, l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico
Mario Moretti, Brigate rosse une histoire italienne
Doppio Stato e dietrologia nella narrazione storiografica della sinistra italiana
Doppio Stato? Una teoria in cattivo stato – Vladimiro Satta
La teoria del doppio Stato e i suoi sostenitori – Pierluigi Battista
La leggenda del doppio Stato – Marco Clementi
Italie, le theme du complot dans l’historiographie contemporaine
I marziani a Reggio Emilia – Paolo Nori
Ci chiameremo la Brigata rossa – Vincenzo Tessandori
Spazzatura, Sol dell’avvenir, il film sulle Brigate rosse e i complotti di Giovanni Fasanella

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9 thoughts on “Il “caso” Moro

  1. Non ho letto quel libro, ma ho colto una grande profondità nelle tue osservazioni chiare, incisive e coerenti, e che non si lasciano ingannare e portano alla luce aspetti poco considerati, taciuti o minimizzati del caso Moro.

    Mi intriga però e mi porta un filo di tristezza vedere una componente fondamentale della storia dell’Europa moderna, quasi cancellata dalla memoria collettiva, ridotta a “bizantinismo”, ad un ragionare eccessivo e futile della mente, ad un modo di agire con sottilità inutili o frivoli… 🙂 Alla base della parola “bizantinismo” sta la paura degli occidentali di “inorientamento”, perché l’Occidente fu nemico di Bisanzio. Infatti l’Occidente europeo nacque
    contro Bisanzio…

    Un saluto,
    Maria

  2. Avrebbero potuto sverale l’esistenza di Gladio (e forse anche della P2) qualche anno in anticipo, perché non é stato fatto? Come mai nulla é uscito su cio’ che Moro ha detto ed eventualmente (SICURAMENTE) svelato durante gli interrogatori? In un comunicato annunciano rivelazioni clamorose, nel seguente: “tutto é già a conoscenza del proletariato”. Ma chi si vuole prendere per il culo? Bisogna essere veramente ottusi per non vedere che troppe cose in tutto cio’ non quadrano.

    • Se a lei piace – come scrive – “prendersi per il culo” da solo, continui pure.
      Chi avrebbe dovuto svelare e cosa? Nell’appartamento di via Montenevoso a Milano, dove vivevano due membri dell’esecutivo delle Br, scoperto pochi mesi dopo il sequestro, alla fine dell’estate 1978, venne rinvenuto il memoriale e l’intero carteggio di Moro. I membri dell’esecutivo stavano predisponendo un opuscolo da pubblicare.

      Tutto cadde in mano dello Stato, in particolare in quelle del generale Dalla Chiesa che, come oggi è noto, prese visione prima della magistratura del memoriale forse espungendone alcune parti, cioè quelle in cui Moro si riferiva in modo assai bizantino ad una struttura poi conosciuta, oltre dieci anni più tardi (rivelazione alle camere di Andreotti), sotto il nome di Gladio. Struttura riservata – va detto per chiarezza – presente in tutti i paesi Nato e concepita per fare fronte ad una eventuale offensiva del patto di Varsavia.

      Le Br non hanno nascosto nulla, semplicemente da Moro attendevano “altre” rivelazioni che secondo il loro modo di ragionare erano più importanti. Rivelazioni sul fantomatico “Sim“ che Moro non poteva dare perché il Sim non esisteva. Le relazioni internazionali tra paesi capitalisti erano più complesse e lo Stato democristiano un intreccio di contraddizioni, compromessi e collusioni.

      Che il sistema di difesa Nato prevedesse strutture di controguerriglia interna non ci voleva mica Moro per scoprirlo. Lo sapevano e immaginavano tutti, basta rileggersi le riviste e la stampa dell’estrema sinistra dell’epoca.

      Quanto alla P2, che c’entra Moro (che non vi apparteneva) e cosa c’entrano le Br?
      La domanda la rivolga agli ex del Pci. Loro, i vari Pecchioli e compagnia, che oltre ad aver espresso parere favorevole alla nomina di generali piduisti ai vertici dei servizi, li incontravano quotidianamente per fornire le informazioni che raccoglievano dalla rete nazionale di spie che il Pci aveva creato nelle fabbriche e nei quartieri, dentro i gruppi dell’estrema sinistra, per controllare e contrastare il crescente consenso sociale che raccoglievano i gruppi rivoluzionari di sinistra.

      È accertato che avessero rapporti quotidiani con Servizi e questure. A questo punto le cose sono due: o erano fessi o erano collusi. Per quanto mi riguarda, credo più alla prima ipotesi.

      Chieda a quei signori lì perché in privato, cioè durante le riunioni di direzione a Botteghe oscure, evocavano chiaramente il timore, se non la convinzione (errata), che la lotta armata fosse in qualche modo finanziata o manovrata da Mosca (vedi gli interventi di Amendola e Cacciapuoti sui Cecoslovacchi) ma al “popolo bue”, cioè ai propri militanti, raccontavano che tutto veniva dagli Usa, che c’era il doppio Stato americano e lo zampino della Cia.

      La doppia verità e la menzogna è stata sempre la loro cultura.

      Quando Luciano Violante mise in carcere Edgardo Sogno per i suoi progetti di colpo di mano gollista, lo fece su indicazione del ministro degli Interni Taviani, l’uomo che creò Gladio. Dobbiamo pensare che Violante sia stato una pedina di Gladio, eterodiretto dagli americani? O forse è più opportuno ritenere che le vicende storiche sono più complesse.

      Franceschi se ne faccia una ragione, dietro le Br c’erano solo una truppa di operai, molti venivano dal sud ed erano molto arrabbiati, c’erano giovani studenti, disoccupati, donne, ragazzi delle periferie. Gente comune, semplice ma decisa a cambiare il destino degli oppressi. Hanno perso la loro battaglia. Ma almeno ci hanno provato ed hanno pagato con interessi da strozzini quel loro tentativo.

      Lei può pensare tutto il male che vuole del loro operato, che erano degli assassini o degli incapaci, ma si rassegni all’idea che la storia, per fortuna, possono farla anche gli umili.

      Che le piacccia o no. Se ne faccia una ragione.

      • L’idea che la storia possono farla anche gli umili mette molti in seria apprensione.
        Per quanto riguarda una eventuale offensiva del patto di Varsavia, l’Europa Occidentale doveva davvero preoccuparsene?.. I piani d’invasione europea del patto di Varsavia non erano invece un pretesto per facilitare l’occupazione ed il controllo americano dell’Europa e per giustificare un clima di emergenza?… Imho nei paesi del patto di Varsavia non venivano elaborati tali piani e l’Europa Occidentale aveva più da temere dalla Nato che dal patto di Varsavia durante la Guerra Fredda. Gli USA temevano per esempio che in Italia emergesse un potere capace di contrapporsi ai disegni imperialisti americani, poco benigni, e l’operazione Gladio agiva per fermare ed invertire il solido trend di spostarsi verso sinistra in atto in quegli anni. Un’invasione dei paesi del patto di Varsavia non credo fosse una minaccia reale. L’URSS, stremata, poteva essere dell’idea che una continuazione della guerra fosse opportuna?… Il suo esercito aveva subito perdite enormi e le sue difficoltà economiche si erano drammaticamente acutizzate… È una percezione errata la mia, Paolo?…

  3. Cara Maria,
    ti ringrazio per la tua attenta lettura del blog ed anche per le tue considerazioni.
    Per quanto riguarda le strategie del patto di Varsavia ritengo che sicuramente vi erano dei piani offensivi e difensivi. Ogni Quartier Generale deve elaborare piani del genere fossero anche piani di scuola, come si dice. Che poi sul piano politico le strategie reali fossero altre, è un altro discorso. La deterrenza atomica è stata la vera arma usata dalle due potenze. Comunque storici seri che hanno consultato i documenti affermano che che c’erano piani di offensiva. Ogni Paese delll’Est aveva un suo territorio preciso e viceversa esisteva una speculare strategia Nato. Insomma a me la cosa non scandalizza affatto. Era la logica militare della guerra fredda.
    Anche su Gladio si è scritto molto e male in Italia. Una struttura analoga, Stay behind, era presente in tutti i paesi Nato. Fino ad ora non sono emerse compromissioni evidenti di questa struttura con lo stragismo. Probabilmente erano altri i settori Nato, e specificatamente Cia, quelli che hanno interagito con le cellune neofasciste del Triveneto per realizzare le stragi.
    Forse, invece, un impiego della rete Gladio era previsto nel caso dei tentativi di Golpe che vi furono, in particolare quello di Junior Valerio Borghese.

    Ciao

  4. La mia affermazione fu troppo categorica. Hai ragione, ogni Quartier Generale deve elaborare piani offensivi e difensivi. Io mi riferivo piuttosto ad una minaccia concreta ed a un’offensiva, un contrattacco che non credevo il patto di Varsavia intendesse svolgere… Fare il primo passo verso una guerra in cui mettessero mano a territori stranieri non credevo fosse il loro orientamento politico… John Foster Dulles, un sostenitore della linea dura, affermava già nel ‘49 di non conoscere nessun alto responsabile, militare o civile, nel governo statunitense o in qualunque altro governo che credesse che l’Urss stesse pianificando una strategia di conquista sotto forma di “un’aperta aggressione militare”. La minaccia si sarebbe manifestata come un’appoggio della dirigenza sovietica ai partiti e gruppi di sinistra dell’Europa Occidentale. Il senatore Arthur Vandenberg, uno dei pionieri della Nato, affermò inoltre che un rafforzamento dei dispositivi militari della NATO era una risposta alla prioritaria esigenza di assicurare una difesa adeguata contro una sovversione interna. Il sostegno alle forze di destra da parte statunitense non rappresentava un aiuto alla sovversione interna, ma un potenziale aiuto sovietico alla sinistra era grave. La minaccia militare sovietica ritenevo fosse deliberatamente esagerata ed utile per discreditare la sinistra associandola d’ufficio a Stalin, al bolscevismo e ad una pretesa invasione sovietica o ad un progetto di conquista mondiale. Il patto di Varsavia mi pareva fosse un’alleanza soprattutto difensiva e che non intendeva far prevalere il confronto antagonistico (quando ha preso provvedimenti e reagì per impedire che fiorissero gli orientamenti riformisti nella ČSSR, per esempio, è un discorso diverso, e solo un esempio)… C’è stato tra l’altro un episodio in cui i dirigenti sovietici ebbero il tentativo di cedere la Germania dell’Est in cambio di pace con l’Occidente… Gli Usa consultarono gli alleati e finirono per non prendere in considerazione la proposta.
    E per quanto riguarda l’Italia, posso riconoscere la validità dello scontro Est-Ovest come sfondo per comprendere l’istituzione di una struttura stay-behind, ma credo che l’Urss l’avrebbe lasciata giacere nella sfera di influenza occidentale come previsto dagli accordi di Yalta, abbandonando coloro che ancora lottavano per l’affermazione del socialismo in Italia. Il Pci aveva una configurazione democratica e occidentale, mi pare i suoi dirigenti fossero dubbiosi su tutta la politica dei paesi entrati sotto l’ala d’influenza dell’Urss. Ed in una forma democratica di socialismo, i dirigenti sovietici non avrebbero ritrovato alcun profondo senso di socialismo… Ed i governi dell’Europa orientale desideravano che il comunismo arrivasse anche nell’Occidente, ma non impiegando le loro forze armate… Un successivo definitivo allontanamento dall’Unione sovietica mi pare lo sancì Berlinguer. Tra l’altro in un’intervista a Giampaolo Pansa sul settimanale Epoca dichiarò di sentirsi “più sicuro stando di qua”: “se i comunisti avessero vinto le elezioni non avrebbero spinto l’Italia fuori della Nato”, anzi “la nostra uscita sconvolgerebbe l’equilibrio internazionale”.
    Quindi direi che sarebbe stato insostenibile, in chiave politico-militare, pretendere di dimostrare che il Pci fosse il terminale di una potenza nemica…
    Washington non aveva da temere neanche che Mosca esortasse il Pcf ad afferrare il potere in Francia con un golpe. Stalin non incoraggiò il Pcf a seguire tale strategia e sebbene i comunisti francesi entusiasti anticipassero qualcosa di più avventuroso, nella cabina di comando del Pcf non venne progettata una conquista del potere con la forza (tra l’altro sarebbero stati schiacciati dall’esercito americano che era collocato in Francia).

  5. E riguardo alla Gladio, io sapevo che misero in opera una rete di installazioni e depositi di armi utilizzati in vari occasioni per attuare attentati terroristici come quelli in Belgio e in Germania. Edward S. Herman asserì che la Gladio fosse coinvolta anche nell’attentato alla stazione di Bologna dell’80, che ne pensi? Se ritieni che sia necessario un chiarimento, avvertalo per favore.

    Ho visto che si affaccia nella letteratura una tendenza a sottovalutare il ruolo delle élite politiche italiane e ad ingigantire la responsabilità degli attori internazionali… All’estremo opposto dello spettro sei tu, ed altri. Neanche Vinciguerra (ideatore, organizzatore ed esecutore materiale dell’attentato di Peteano di Sagrado del ’72) presta fede all’esistenza di forze misteriose agenti nel buio, che secondo lui sarebbero uno “scudo” presto a coprire il “reale” segreto di stato, e rimprovera all’establishment italiano (e quello americano) di aver sviluppato la “strategia della tensione”… “La struttura Gladio è stata una struttura inizialmente difensiva, che aveva una sua logica. La logica era quella di una possibile invasione sovietica che comunque non ci sarebbe mai stata perché l’Unione Sovietica non era nelle condizioni economiche, finanziarie e neanche militari per poter ipotizzare un’invasione dell’Europa occidentale. Ma aveva una sua logica nell’esperienza della seconda guerra mondiale, dove soltanto gli slavi avevano, al momento dello scoppio della guerra, una struttura di guerriglia, cioè una struttura di guerriglia con funzione anti-germanica. Quando i tedeschi entrarono tutti gli altri paesi occidentali dovettero creare una rete di resistenza, con le perdite di materiali, di tempo, di uomini che questo comportò. Questa, diciamo, era la logica iniziale. Esclusa la possibilità di un’invasione militare dall’esterno… si riteneva che il nemico non potesse essere la divisione corazzata dell’armata rossa o il battaglione di paracadutisti lanciati sulla valle Padana. C’era un nemico: era il partito comunista”.

    http://www.ecn.org/antifa/article/446/LeveritadiVincenzoVinciguerrasullestragi

    Forse avevi già letto quell’intervista. Che ne pensi?… Sei d’accordo con le affermazioni di Vinciguerra?…

    (adesso che ci penso di nuovo, forse l’argomento che l’Unione Sovietica, prosciugata da una guerra, fosse troppo debole per continuarla non è così interessante: se sono stati capaci di vincere nel ‘45, magari avrebbero potuto pure continuare…)

  6. Ho letto ieri l’articolo dello storico Marco Clementi. Molto interessante. A proposito di Gladio, scrisse che “a capo Marrargiu non ci si addestrava per commettere attentati, ma per organizzare la resistenza armata contro l’invasione dell’esercito ungherese, quello destinato all’Italia in caso di guerra con il Patto di Varsavia.” Non sapevo di questo piano. E forse si riferisce ad una guerra che, immagino, non sarebbe stata scatenata dal patto di Varsavia, gli stati dell’Est non essendo promotori di politiche di conquista e di aggressione… Non era previsto che l’Ungheria attacasse l’Italia, ma nel caso di guerra ci si preparava per ogni situazione e ad ogni stato veniva riservata una direzione d’azione (forse una guerra avrebbe visto il mio paese, la Romania, contro la Grecia o la Turchia, essendo situate tutte e tre nell’area balcanica?…) E poi l’obiettivo sarebbe stato di attaccare, non più di ritirarsi…

    Poi anche Marco Clementi scrive dell’impossibilità di illustrare “la logica per cui la nostra fedeltà alla Nato si è manifestata anche attraverso le bombe e gli attentati”…
    Mi dispiace che in Italia si sia creata una situazione in cui ci si concentra – selettivamente – sulle azioni sporadiche di guerriglia dei movimenti di contestazione armati che operavano “dal basso” mentre il terrorismo di stato viene trascurato, e conseguentemente le persone che sono state coinvolte in quei movimenti diventarono capri espiatori e mostri.

    Amo il tuo blog ed apprezzo il tuo lavoro, qui leggo sempre cose molto interessanti, stimolanti ed impegnativi. È un’esperienza eccezionale per chi, come me, si interessa alla storia contemporanea italiana. E dimmi per favore in che punto scrivo delle inesatezze, affinché possa conoscere e capire di più… Grazie. 🙂

    Ciao

    • le parole perdono il grande sentimento che bolle in anime mentre vivi le cose.
      non dimenticherò mai la grande euforia che c era nella gente quel giorno a metà Marzo.
      ogni matttina si correva in edicola per comprare i giornali, per leggere un comunicato, una lettera…
      che gioia!
      e due mesi dopo…grande delusione.
      credo che Moro vivi sarebbe stato una bomba mobile nelle fondamenta dello Stato e della società italiana di allora e di sempre.
      con molto affetto, e felice per la tua libertà Paolo

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