Il sequestro Moro va sottratto ai tribunali e consegnato alla storia, dopo cinquant’anni di processi, teoremi, inchieste e archiviazioni si è esaurita la funzione giudiziaria

Terminata alla fine degli anni 90 la stagione dei processi, dal 2013 la magistratura è tornata a interessarsi del sequestro Moro sotto la spinta di inchieste mediatiche, inviti a riaprire indagini, ripercorrere vecchie piste, cicli di esposti. Sollecitata da imput provenienti da commissioni parlamentari d’inchiesta che inseguivano congetture, le attività istruttorie si sono chiuse – una dietro l’altra – con richieste di archiviazione accolte dai Gip, oppure parcheggiate in assenza di sviluppi investigativi. Le archiviazioni, a differenza dell’apertura di nuove indagini, non ricevono mai risonanza mediatica sedimentando nell’opinione pubblica la convinzione che vi siano ancora aspetti giudiziari da completare, misteri da chiarire. Un meccanismo perverso che alimenta l’atteggiamento strumentale del sistema politico-mediatico e non favorisce la ricerca storica

Paolo Persichetti

«La ricerca della verità, alimentata dal dubbio è ragione di vita» è stato scritto recentemente su un quotidiano dopo la notizia che il gip romano Patrone ha concesso sei mesi di proroga per una inchiesta sul sequestro Moro, scaturita da una serie di esposti presentati dai legali dei familiari di Domenico Ricci, l’autista della vettura del politico democristano rimasto ucciso in via Fani il 16 marzo del 1978, insieme agli altri quattro membri della scorta armata.

Verità storica o giudiziaria?
Difficile negare un assunto del genere, a patto che si convenga sul suo significato: verità storica o giudiziaria? Non sono la stessa cosa. Entrambe, in via teorica, mirano all’accertamento dei fatti, ma la giustizia è interessata solo ai fatti-reato mentre la ricerca storica ha una visione globale degli eventi e una nozione molto più ampia dei fatti: la storia delle mentalità ha interrogato l’immateriale, il mutare delle idee, dei sentimenti, delle paure, delle ansie nelle epoche. La verità giudiziaria si sofferma sulla ricerca della responsabilità personale nei fatti-reato, quella storica allarga il campo: si interessa ai fatti sociali complessivi, all’interazioni tra umani e con l’ambiente e ne ricerca cause, contesto, esiti, elaborando problematizzazioni senza confini. Gli approcci sono molto diversi: la verità giudiziaria, per esempio, una volta passata in giudicato è difficilmente sindacabile e ha il paradossale potere di creare i fatti. Per intenderci: le sentenze giudiziarie hanno l’effetto di postulare che un determinato fatto sia avvenuto anche se storicamente non è mai accaduto. Il sistema giudiziario contiene una pretesa creativa della realtà. Il lavoro storico invece sa che la verità prodotta ha un valore determinato: nuove acquisizioni possono rimetterne in discussione non solo l’interpretazione, ma anche la genesi, il significato, fino all’esistenza del fatto stesso. La storia è una metodologia aperta poiché accetta la confutazione, al contrario la giustizia si percepisce come un sistema chiuso, dove la correzione si esercita in casi delimitati ed estremamente rari.
Ultima, grande differenza: la ricerca storica non ha limiti di tempo, nata con la scrittura esisterà finché l’uomo non perderà la capacità di trasmettere ai posteri il suo passato. Al contrario, il sistema giudiziario agisce con giustizia se interviene in uno spazio-tempo delimitato, non può essere permanente ed eterno pena trasformarsi nel suo opposto: un incubo totalitario dove trovano spazio ministeri della verità e neolingue.

Cinquant’anni di inchieste, processi, condanne e commissioni parlamentari
E’ un po’ quel che sta accadendo, a quasi cinquant’anni dai fatti, con il cosiddetto «caso Moro», nonostante la vicenda sia stata ripetutamente scandagliata in lungo e largo da magistratura e commissioni parlamentari e nel frattempo sia stato reso accessibile agli studiosi, con le direttive Prodi (2008), Renzi (2014) e Draghi (2021), uno dei più ampi bacini documentali esistenti in Italia. Cinque iter processuali, con Metropoli e Pecorelli fanno sette (ovvero 21 sentenze dalla prima del gennaio 1983 all’ultima cassazione del 2003). Nel complesso sono state inquisite non meno di 50 persone, in primo grado furono comminati 32 ergastoli e 316 anni di carcere complessivi, corretti in parte solo successivamente con l’emanazione della legislazione premiale per i dissociati. L’attività inquisitoria della magistratura e delle forze di polizia fu imponente, seppur inizialmente imprecisa. Molte le incongruenze nella erogazione delle condanne, numerose attribuite unicamente per «responsabilità di posizione» in assenza di un qualunque contributo alla consumazione del reato. Tra i primi processi e gli ultimi ci furono anche divergenze sulla valutazione della responsabilità personale a parità di comportamenti. Clamorosa la condanna di 25 imputati per il tentato omicidio dell’ingegner Alessandro Marini, episodio mai avvenuto come accertato dalla stessa CM2 e riconosciuto, seppur tardivamente, dello stesso testimone.
Oltre ai processi si sono tenute quattro commissioni d’inchiesta parlamentare (senza contare P2 e Mitrokin, che se ne occuparono lateralmente), di cui una, la Stragi, protrattasi per più legislature: CM1 1979-83; Stragi 1988-2001; P2 1981-1984; Mitrokin 2002-2006; CM2 2014-2018; Antimafia-Salvini 2021-2022. Quest’ultima, in assoluto la più grottesca – seguita alla fallimentare esperienza della Moro 2 – si è sviluppata nell’ambito della vecchia commissione antimafia, trasformata in un irriconoscibile contenitore omnibus suddiviso in ben 24 sottosezioni dedicate ciascuna agli argomenti più disparati, tra cui l’uccisione di Pasolini, il delitto Cesaroni è, dulcis in fundo, la eventuale «presenza di terze forze, riferibili ad organizzazioni criminali, nel compimento dell’eccidio di via Fani». Indagine affidata all’allora magistrato Guido Salvini che avvalendosi del contributo di alcuni siti complottisti e pubblicistica dietrologica ha redatto la sua personale visione dei fatti in una relazione depositata nel gennaio 2023.

Una nuova fallimentare stagione di indagini e commissioni
Una ulteriore stagione di nuove inchieste si aprì nel 2013 con le dichiarazioni di Vito Antonio Raso, uno degli artificieri intervenuti in via Caetani, sulla Renault 4 dove venne rinvenuto il corpo di Moro. A seguire l’indagine sulle dichiarazioni di Steve Pieczenik, l’esperto inviato dal Dipartimento di Stato Usa nei giorni del sequestro. Un’altra ancora riguardava le affermazioni di un presunto finanziere sulla mancata liberazione del presidente Dc, infine l’indagine scaturita da una lettera anonima ricevuta da un ex agente della digos nella quale si faceva il nome del presunto motociclista di via Fani. Le indagini chiarirono che Raso aveva mentito, mentre Pieczenik smentiva di aver avuto un ruolo nella morte di Moro. Imposimato invece era stato raggirato da un falso finanziere e l’estensore della lettera anonima, tale Antonio Fissore che si era indicato come il motociclista di via Fani, deceduto nel frattempo per un male incurabile, aveva preso in giro tutti ricalcando la sceneggiatura di un film complottista di Renzo Martinelli, Piazza delle cinque lune, apparso nel 2003.
Nonostante l’esito inconcludente di queste inchieste, il loro clamore mediatico aveva sortito comunque un importante effetto politico: la nascita della nuova commissione di inchiesta Moro 2, presieduta da Giuseppe Fioroni. Conclusasi senza aver prodotto una relazione conclusiva, peggio ancora ignorando i risultati delle nuove perizie scientifiche che confermavano le dichiarazioni fatte nel corso del tempo da tutti i brigatisti presenti in via Fani e in via Montalcini. Risultati che smentivano le ipotesi complottiste postulate, senza dimenticare lo strascico di querele per aver tirato in ballo persone estranee: come la giornalista della Tv tedesca Birgit Kraatz. La CM2 lasciò in eredita alla procura un nuovo filone di indagini che i media etichettarono come Moro sexies.
Dal 2018 al 2023 il pm Eugenio Albamonte istruì cinque nuove inchieste: sulle tracce genetiche presenti in via Gradoli e nella 128 con targa diplomatica utilizzata dai brigatisti in via Fani, sulla veridicità del cartellino fotosegnaletico che indicava un presunto arresto di Casimirri nel maggio 1982, sulle modalità di parcheggio delle Fiat 128 del commando Br in via Licinio Calvo e la presenza di garage o ripari brigatisti nella zona, su via dei Massimi e l’ipotesi che vi fosse l’iniziale prigione di Moro, sul traffico mail di Casimirri intercettato dalla Fbi e sull’archivio personale di chi scrive questo articolo.
Indagini ampie che hanno condotto a cinque richieste di archiviazione, di cui ad oggi quattro accolte dagli uffici del Gip: in via Gradoli c’erano degli stivali appartenenti ad Adriana Faranda ma nessuna traccia genetica di Moro; i dna presenti nella 128 giardinetta appartenevano al proprietario e suoi conoscenti. Le Fiat 128 furono parcheggiate poco dopo l’agguato in via Fani, come raccontato dai brigatisti. In via dei Massimi non c’era nessun riparo, tanto meno la prima prigione di Moro. In quei giorni tutte le palazzine della via furono rastrellate dalle forze di polizia che non trovarono nulla di sospetto (cf. N.224/Sca Div. 1A/Sez. 3/12798/15 a firma Lamberto Giannini del 29 settembre 2015). Quella presenza quotidiana e massiccia di poliziotti avrebbe reso impossibile a chiunque di utilizzare quei luoghi come nascondiglio. Gallinari stesso aveva raccontato a pagina 201 della sua autobiografia, uscita nel 2006, di essere stato ospite per alcune settimane – sei mesi dopo la conclusione del rapimento – nell’abitazione di un ufficiale, poi identificato come Fabio Milioni, all’epoca giovane militante di estrema sinistra. Il cartellino segnaletico di Casimirri era un falso architettato da un appartenente agli apparati non identificato. L’identità di chi voleva costruire l’ennesimo mistero è rimasta sconosciuta. Infine il sequestro del mio archivio è risultato un grave abuso, una palese vendetta contro la ricerca storica indipendente.

Ancora un esposto
Nel 2023 l’avvocato Brigida ha presentato un nuovo esposto al pm Albamonte che lo lasciò in eredità alla dottoressa D’Amore. Brigida e successivamente l’ex magistrato Salvini, divenuto avvocato, presentarono una lunga serie di nuove memorie, alcune ispirate anche da atti d’indagine raccolti nel processo per i fatti della cascina Spiotta, conclusosi lo scorso giugno 2026 con la debacle dell’accusa.
Nel maggio del 2025 la pm D’Amore ha chiesto l’archiviazione, riscontrando nelle denunce solo congetture frutto di una mera rielaborazione dei risultati prodotti da precedenti indagini, in assenza di elementi nuovi. Lo scorso giugno, dopo l’opposizione avanzata dalle parti civili, il Gip Patrone ha concesso una proroga di sei mesi per ripetere una serie di accertamenti già realizzati in passato e svolgerne dei nuovi. La decisione è stata salutata dai commentatori vicini alle tesi dietrologiche come una «riapertura del caso Moro», anche se la sequela infinita di inchieste, processi e commissioni che l’hanno preceduta lascia piuttosto pensare al suo canto del cigno.

Il solito ignoto
La criticità di queste nuove indagini, tutte condotte formalmente «contro ignoti», anche se poi mirate contro nomi ben precisi (in questo caso l’ostinata pretesa di Brigida e Salvini di dimostrare che il brigatista Azzolini, già condannato all’ergastolo per il ruolo avuto nell’esecutivo brigatista durante il sequestro Moro, fosse il fantomatico quinto uomo di via Fani), trova ragione nella impossibilità di agire delle difese, che avrebbero certamente attirato l’attenzione del Gip sulla inutile ripetizione di perizie più volte realizzate in passato, come quella su proiettili, bossoli e numero di armi impiegate, già tutti identificati e assegnate. Oltretutto in via Fani c’erano già due membri dell’esecutivo nazionale la mattina del 16 marzo (Moretti e Bonisoli), le Br non potevano permettersi il lusso di metterne a rischio un terzo, ovvero trequarti del vertice brigatista. La colonna milanese aveva già inviato come rinforzo Bonisoli (che in precedenza era stato tra i fondatori della colonna romana), non vi era ragione di inviare anche Azzolini che per giunta non conosceva Roma, visto che come secondo rinforzo era sceso Raffaele Fiore da Torino. Durante una delle pause del processo di Alessandria, Azzolini ha cortesemente spiegato queste cose all’avvocato – ex magistrato – Salvini che lo pressava. Ma a quanto pare non c’è peggior sordo chi non vuol sentire.

Atti già valutati
Anche la richiesta di acquisire le informative dei Ros e le dichiarazioni del confidente del Sid di Padova, Leonio Bozzato, cozza con le valutazioni già effettuate durante il processo di Alessandria, dove nulla è emerso in merito a notizie sul sequestro Moro. Bozzato, che operava all’interno dell’assemblea autonoma di Porto Marghera, riuscì a infiltrarsi nella colonna veneta solo nel biennio 75-76. Dopo il marzo 1976 dovette ritrarsi per i sospetti che gravavano contro la sua persona. In aula ha confermato di non aver mai saputo nulla sul futuro sequestro Moro. La stessa intercettazione ambientale nella quale Azzolini racconta al suo ex compagno di colonna Savino, quanto Bonisoli gli riferì sulla dinamica dell’azione di via Fani, non aggiunge nulla di nuovo. Semmai conferma i tormenti successivi di Bonisoli per aver perso il controllo emotivo in quel frangente, esplodendo un numero eccessivo di colpi contro Iozzino. Tutte circostanze che smentiscono le tesi delle parti civili riprese dalla relazione per l’antimafia, stilata da Salvini.

Il sequestro Moro è da tempo un tema storiografico maturo che trova purtroppo ancora ostacoli nelle pretese strumentali della politica e nella permanenza delle ipoteche penali della magistratura.

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Mara Cagol e i fiori della discordia

Il processo davanti alla corte di assise di Alessandria per la sparatoria alla cascina Spiotta di Arzello tra i due brigatisti che custodivano l’industriale vinicolo Vallarino Gancia, sequestrato il giorno precedente, e una pattuglia dei carabinieri sopraggiunta sul luogo, conflitto a fuoco avvenuto 51 anni fa, sta volgendo al termine. Il prossimo venerdì 19 giugno prenderanno la parola i due titolari della pubblica accusa, Emilio Gatti e Ciro Santoriello, subito dopo toccherà alle parti civili, sempre che il dottor Gatti, che ha già annunciato una lunga requisitoria, non faccia slittare il calendario previsto. Il successivo martedì 23 dovrebbe essere il turno delle difese, subito dopo si potrebbe già andare in camera di consiglio per la decisione finale ma non è detto che ciò accada. Incombe infatti la possibilità di una replica da parte di Gatti, eventualità che trascinerebbe il processo fino al 7 luglio.
Venerdì capiremo finalmente se procura e parti civili resteranno coerenti con i propositi più volte espressi durante il processo: la sola ricerca della verità e non la volontà di reincarcerare (Moretti non è mai uscito) dei vegliardi ottantenni.

La sparatoria di 51 anni fa
Margherita Cagol fu uccisa nella tarda mattinata del 5 giugno 1975, ferita da due colpi di pistola si era arresa ma fu freddata da un carabiniere, Pietro Barberis, quando aveva le mani alzate. Sul prato accanto al cortile del rustico denominato Spiotta, quel giorno giaceva un solo cadavere, il suo.
L’appuntato Giovanni D’Alfonso rimase mortalmente ferito nello scontro ha fuoco che lo contrappose a Margherita Cagol. Fece in tempo a scaricare la sua arma contro la donna che rispose al fuoco colpendolo due volte, secondo quanto riportato nella perizia balistica dell’epoca. Trasportato in gravissime condizioni morì l’11 giugno successivo nell’ospedale di Alessandria.
Durante il processo le difese hanno chiesto la realizzazione di una nuova perizia sulle traiettorie di tiro per accertare con maggiore nitidezza la dinamica della sparatoria, colmando i numerosi vuoti dell’inchiesta condotta nell’immediatezza dei fatti, quando le indagini furono sbrigative, poco approfondite, la scena ripulita e manomessa: la pistola di D’Alfonso rimossa e riposta nel baule di una vettura dei carabinieri, il corpo di Cagol spostato come mostrano le foto presenti in atti (vedi qui sotto: nella prima foto il braccio destro è sotto il corpo, nella seconda è parallelo al sinistro). Ma la pubblica accusa e ancor più sorprendentemente i legali delle parti civili si sono opposti.


Fiori per Margherita Cagol
Il 5 giugno scorso, come è accaduto frequentemente in questi decenni, per ricordare la donna qualcuno ha lasciato dei fiori davanti l’ex rustico, oggi completamente rimesso a nuovo e divenuto un lussuoso b&b. L’episodio ha scatenato le ire di Bruno D’Alfonso, il figlio dell’appuntato, anch’egli un passato da carabiniere, che quel giorno non era in aula dove si teneva la quattordicesima udienza del processo perché occupato nelle cerimonie istituzionali organizzate in ricordo del padre. Non è la prima volta che D’Alfonso mostra insofferenza per questi innocui fiori lasciati ai piedi di un albero, all’inizio del boschetto che circonda la Spiotta. Già durante l’inchiesta, l’ex carabiniere si era lamentato per questi episodi ripetuti negli anni, tanto che i pm disposero – sfidando ogni senso del ridicolo – la sorveglianza della Cascina in occasione dell’anniversario del 5 giugno 2022, piazzando delle telecamere per identificare gli sconosciuti portatori di fiori. Ma quella volta non si fece vivo nessuno (leggi qui).

L’esposto
D’Alfonso, che è stato pubblico ufficiale, sa che non è un reato e tanto meno un illecito depositare dei fiori in ricordo di una persona deceduta, per giunta in aperta campagna. Per ovviare a questa difficoltà se l’è presa con le immagini e i commenti postati sui social. Ha così ha annunciato di aver presentato un esposto alla digos di Pescara, al comando generale dell’Arma dei carabinieri, ai comandi territoriali di Alessandria e Acqui Terme e alla digos di Genova. Mancano solo la penitenziaria, la finanza e i guardia parco. Al quotidiano la Stampa di Torino ha dichiarato di non averlo fatto soltanto per una questione personale o familiare. «Ritengo – ha precisato – che ci possano essere aspetti che meritano accertamenti. Saranno gli organi competenti a valutare». Per poi aggiungere che quei fiori vanno ben oltre una semplice commemorazione: «Non è solo un’offesa alla memoria di mio padre, ma un gesto che rischia di trasformarsi in altro». Cosa fosse questo «altro» non ha avuto il coraggio di dirlo.

Panopticon vittimario
Tre anni d’inchiesta, un processo di un anno e mezzo, quattordici udienze non sembrano aver colmato le aspettative di Bruno D’Alfonso. Non sta a noi commentare questa esondazione della dimensione privata, questa pretesa che la sensibilità pubblica, plurale per definizione, debba combaciare con la sola sfera dei sentimenti di una persona. Dietro l’esposto alle autorità di polizia, guarda caso non davanti a degli uffici giudiziari, c’è una pulsione totalizzante che pone il proprio io come metro di giudizio morale, politico e penale dei comportamenti altrui, negando che la memoria, addirittura il cordoglio, possano avere dimensioni plurali. Una pretesa che annulla l’esistenza altrui e fa del proprio mondo interiore l’intero universo. Persone più qualificate di noi hanno descritto quanto vi sia di patologico in questo tipo di posture vittimarie. D’altronde la nuova inchiesta sulla Spiotta – è sempre bene ricordarlo – è nata con l’idea, sostenuta da Bruno D’Alfonso, di disvelare un complotto: squarciare il velo di complicità che avrebbe impedito di individuare l’identità dell’invisibile brigatista fuggito dalla Spiotta nel “cattivissimo” Mario Moretti, che aiutato da forze oscure avrebbe lasciato morire Mara Cagol per prendere il comando della Brigate rosse e con il sostegno di malefiche forze esterne portare a termine il sequestro Moro. Per fortuna l’inchiesta prima e il processo poi hanno fatto giustizia di queste insulse fantasticherie vittimarie, pagate con i soldi pubblici.

«La musica giusta la decido io», la querela contro la band P-38
Bruno D’Alfonso non è nuovo a sortite del genere, nella primavera del 2022 aveva denunciato una band musicale, i P-38, per istigazione a delinquere e apologia di reato. Il gruppo proponeva brani Trap che contenevano riferimenti, a dire il vero poco rigorosi, ai gruppi armati degli anni 70. Licenze musicali che richiamavano figure note, come Aldo Moro e Renato Curcio, citate più come icone pop che personaggi storici. Durante i concerti venivano spesso esibite bandiere a cinque punte con un intento dissacratorio e di rottura verso l’industria musicale. Gesti e testi che disturbavano e disorientavano in primis soprattutto gli ex brigatisti. Ma il tema non è la critica musicale e artistica delle loro performances, quanto la pretesa di sindacare ciò che è artisticamente lecito. La denuncia di D’Alfonso, che pure si esibisce in un gruppo musicale, era stata accolta dalla procura di Torino, la stessa che ha condotto le nuove indagini sulla Spiotta. Oltre alle perquisizioni questa aveva addirittura disposto gli arresti domiciliari per i ragazzi. Nel 2025 il procedimento penale è stato archiviato dal gip che non vi ha ravveduto traccia alcuna di reati respingendo la richiesta di detenzione domiciliare. Anche il tribunale della libertà aveva confermato l’inesistenza di reati e respinto l’appello del pm, come aveva fatto la cassazione dichiarando inammissibile il ricorso della procura. Insomma una lunga serie di bocciature che evidentemente non hanno insegnato nulla.

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Rapimento Moro e archivi britannici, le distorsioni di Fasanella che alla fine deve ammettere: «non abbiamo mai trovato la diversa azione sovversiva»

Era la primavera del 2020, il periodo più buio della crisi pandemica scatenata dalla diffusione del Covid-19, quando una indagine del Copasir (il comitato parlamentare per controllo della sicurezza della Repubblica) elaborava un rapporto sulla “Infodemia”, ovvero su una presunta campagna di disinformazione diffusa da potenze straniere e sulla presenza di una forte ondata di fake news sul tema del coronavirus. Notizie allarmanti che spinsero la commissione esteri ad avviare una «indagine conoscitiva sulle eventuali interferenze straniere nel sistema delle relazioni internazionali dell’Italia», che prenderà avvio nel giugno successivo. Ad occuparsene fu la terza commissione presieduta da Piero Fassino. Il primo audito, nella seduta del 18 giugno, fu l’editorialista del Corriere della sera, Maurizio Caprara. A ruota seguirono Anna Zefesova, giornalista e saggista russa naturalizzata italiana, e il primo luglio Giovanni Fasanella, indicato come «autore di numerosi libri sulla storia «invisibile» italiana, dal 1975 al 1987».
Nella sua intensa produzione pubblicistica a cui dedichiamo una nota [1], Fasanella aveva sostenuto l’esistenza di pesanti influenze straniere, inizialmente soprattutto francesi (Che cosa sono le Br, intervista ad Alberto Franceschini e poi con l’allora magistrato Rosario Priore, Intrigo internazionale. Perché la guerra in Italia. Le verità che non si sono mai potute dire) per poi operare una brusca virata e puntare il dito contro l’influenza inglese in un percorso a ritroso che dal sequestro Moro, passando per la morte di Enrico Mattei, l’osteggiata nascita della Repubblica, i rapporti con Mussolini, il Risorgimento, ha tralasciato soltanto lo scisma religioso di Enrico VIII e il Vallo di Adriano: Il golpe inglese. Da Matteotti a Moro: le prove della guerra segreta per il controllo del petrolio e dell’Italia; Il puzzle Moro: Da testimonianze e documenti inglesi e americani desecretati, la verità sull’assassinio del leader Dc; Igor Markevic. Il direttore d’orchestra del caso Moro; Colonia Italia. Giornali, radio e tv: così gli Inglesi ci controllano. Le prove nei documenti top secret di Londra; Le menti del doppio Stato. Dagli archivi angloamericani e del Servizio segreto del Pci il perché degli anni di piombo; Il libro nero della Repubblica italiana. La guerra clandestina e la strategia della tensione dalla fine del fascismo all’omicidio di Aldo Moro; Nero di Londra. Da Caporetto alla marcia su Roma: come l’intelligence militare britannica creò il fascista Mussolini; La maledizione italiana. La guerra di Churchill contro De Gasperi, le trame per il controllo del Medio Oriente e del Canale di Suez, la lunga storia di una ribellione stroncata e ultima la nuova postfazione che sostituisce quella di Priore in Che cosa sono le Brigate rosse.

L’ammissione di Giovanni Fasanella: «Il piano B, la diversa azione sovversiva, non l’abbiamo mai trovato»
Quando venne ascoltato dalla Commissione Esteri, dopo aver ripercorso l’azione di influenza britannica sulla nascente repubblica italiana, Fasanella utilizzando alcuni documenti britannici desecretati si sofferma sulle interferenze pianificate alla vigilia delle elezioni politiche del 20 giugno 1976 e dopo aver introdotto, come vedremo meglio più avanti, un arbitrario piano A e piano B, e aver spiegato che il primo, «cioè il colpo di Stato militare da attuare in Italia per bloccare la politica di Aldo Moro, venne accantonato», fece un’ammissione importante, a nostro avviso un decisivo momento di sincerità. Riconobbe che il fantomatico piano B, cioè l’appoggio a una diversa azione sovversiva, non fu mai trovato: «Cereghino non trovò questo documento».
In effetti dalla lettura dei suoi volumi e dai documenti in essi riportati, di questa fantasiosa «diversa azione sovversiva» non esiste traccia. Mai i documenti tratti dall’archivio di Stato britannico o da altri archivi enunciano l’esistenza di due piani alternativi denominandoli A e B. Si tratta di una interpretazione distorsiva che Fasanella introduce nella sua narrazione, separando indebitamente una frase contenuta in un documento che letta per intero recita: «Action in support of a coup d’Etat or other subversive action». Locuzione che in un precedente elaborato nel quale si esponevano analiticamente le diverse opzioni di scuola possibili (elencandone vantaggi e svantaggi), davanti alla possibile vittoria elettorale del Pci, veniva indicata come «intervento sovversivo o militare contro il Pci». Fasanella opera una manipolazione linguistica e interpretativa dei documenti inglesi per puntellare una tesi priva di riscontri. Senza dimenticare che la lingua inglese non conosce la distinzione presente in quella italiana tra sovversivo ed eversivo. Il primo inteso come radicale cambiamento, sovvertimento, politico e sociale promosso dal basso, subvertere, riferito dunque all’azione cospirativa (nel significato blanquista ottocentesco) e rivoluzionaria dei ceti sociali oppressi; il secondo indirizzato ad un distacco violento dall’alto, una separazione dalle istituzioni o da una loro parte, ex-vertere, per opera o con l’appoggio di apparati interni alle istituzioni stesse (colpi di stato, trame eversive). [2]

Gli archivi del Kew Gardens e l’anticipazione di Cossiga
Nel 1976 davanti al rischio che il partito comunista italiano divenisse la prima forza politica del Paese, accedendo così al governo dopo la storica avanzata alle amministrative dell’anno precedente che gli avevano permesso di conquistare cinque regioni e guidare le più importanti città italiane, le cancellerie occidentali iniziarono a temere per la salvaguardia dei segreti militari dell’alleanza atlantica, in particolare sulla dislocazione e la custodia degli ordigni nucleari. Il Pci, nonostante la scelta riformista ed europeista intrapresa e le tesi sulla «terza via», veniva visto ancora come una forza sotto influenza sovietica, fortemente infiltrata da Kgb e Gru, per questa ragione un suo eventuale ingresso al governo restava fonte di notevoli preoccupazioni. Mentre l’amministrazione Nixon e il suo segretario di Stato Kissinger inviavano segnali di pericolo imminente, paventando scenari catastrofici, in Europa l’ufficio di programmazione del ministero degli Esteri britannico, il «Planning Staff», era stato incaricato di pianificare una serie di possibili scenari di azione a tutela degli interessi dell’Occidente di fronte alla eventuale vittoria dei comunisti italiani: «Italy and the communists: options for the West».
Trentadue anni più tardi i documenti del «Planning Staff» furono desecretati, era il gennaio del 2008. Il primo a darne notizia fu l’ex presidente della repubblica Francesco Cossiga in una lettera inviata al Corriere della sera e pubblicata il 16 gennaio che iniziava così: «E’ stato scritto che dalle carte dell’archivio del Foreign Office, oggi desecretate, risulterebbe che gli alleati della Nato avrebbero anche pensato di promuovere in Italia un colpo di Stato per impedire l’ingresso del partito comunista nel Governo del nostro Paese». L’ambasciatore Sergio Romano, che curava la rubrica, fornì una prima interpretazione di quella documentazione spiegando che alla vigilia delle elezioni politiche italiane del 1976 l’ufficio programmazione del Foreign Office aveva fatto il suo mestiere, delineando la situazione italiana e proponendo degli scenari possibili, cercando in questo modo di rispondere ai dubbi e agli interrogativi mossi dal governo britannico. Tra le varie opzioni prese in esame ci si chiedeva anche se «Sarebbe stato utile e opportuno prevedere un colpo di Stato che avrebbe impedito ai comunisti, in caso di vittoria, l’arrivo al potere?». Eravamo nell’epoca della «dottrina Sonnenfeldt» (Helmut Sonnenfeldt era consigliere di Kissinger al dipartimento di Stato) e del cosiddetto «fattore K», che prevedevano l’emarginazione della forze comuniste occidentali, il loro confinamento parlamentare. L’Italia restava un paese sotto osservazione e tutela per la presenza del maggiore partito comunista d’Occidente e la situazione interna di forte agitazione sociale. Ma anche il progetto Mitterrandiano di alleanza delle sinistre, incluso il Pcf, non era visto con favore. L’ipotesi del golpe – sottolineava Romano – venne presa in considerazione ma risolutamente scartata con argomenti tanto più convincenti quanto più realistici: «Ben difficilmente un regime autoritario (…) sarebbe meglio accetto all’opinione democratica occidentale di un governo formato con la partecipazione del Pci».

2008, il lungo reportage di Repubblica sui documenti dell’archivio di Stato inglese
Grazie al lavoro dell’archivista Mario José Cereghino che aveva raccolto questa nuova documentazione messa a disposizione dei ricercatori, nel luglio del 2008 Repubblica dedicava tre lunghe puntate (1,2,3) ai contenuti delle carte anticipati da Cossiga. Gli specialisti del Western European Department del Foreign Office – riassumeva Filippo Ceccarelli, autore dei tre articoli – elaborarono un dossier nel quale si metteva in campo la strategia operativa anticomunista graduandone le mosse a seconda dei vari scenari.

Primo scenario, l’azione preventiva
La prima preoccupazione era ovviamente quella di impedire, nei limiti del possibile, la vittoria elettorale del Pci e il suo accesso al governo. Le mosse indicate dagli analisti non apparivano una grossa novità. Erano le stesse messe in campo fin dal secondo dopoguerra per osteggiare la presenza politica e l’avanzata elettorale delle forze socialcomuniste prima e dei comunisti più avanti, attraverso: il finanziamento delle altre forze politiche, l’orchestrazione di campagne stampa sul pericolo comunista, l’attacco alla credibilità delle Botteghe Oscure e moniti ai sovietici. Nell’analizzare l’eventuale vittoria del Pci, i diplomatici inglesi valutarono tuttavia, con molta perspicacia, anche gli aspetti positivi che un simile scenario avrebbe prodotto per l’Occidente liberale, sottolineando come ciò avrebbe accresciuto la diffusione delle idee «riformiste dei comunisti italiani in Russia e nell’Europa dell’Est», incrinando l’ortodossia di quei sistemi politici.
Gli Inglesi avevano ben chiaro cosa fosse il Pci di Berlinguer e più in generale quello che allora andava sotto il nome di «eurocomunismo», che definivano una vera e propria «eresia revisionista». E’ opportuno ricordare che il 15 giugno del 1976 a pochi giorni dal voto, il segretario del Pci Enrico Berlinguer consapevole dei timori che circolavano nelle cancellerie occidentali rispose riconoscendo, in una intervista apparsa sul Corriere della sera, il valore protettivo dell’ombrello Nato: «Io voglio che l’Italia non esca dal Patto Atlantico “anche” per questo, e non solo perché la nostra uscita sconvolgerebbe l’equilibrio internazionale. Mi sento più sicuro stando di qua, ma vedo che anche di qua ci sono seri tentativi per limitare la nostra autonomia […] il sistema occidentale offre meno vincoli. Però stia attento. Di là, all’Est, forse, vorrebbero che noi costruissimo il socialismo come piace a loro. Ma di qua, all’Ovest, alcuni non vorrebbero neppure lasciarci cominciare a farlo, anche nella libertà».
Gli analisti del Foreing Office si mostravano consapevoli che un eventuale sbocco governativo del Pci avrebbe influenzato in modo decisivo il dibattito teorico marxista, per questo ritenevano che anche i sovietici avessero buone ragioni per temere il «contagio» di un «comunismo alternativo» al potere in occidente. Analisi che anticipava di qualche anno la successiva politica dell’amministrazione Carter e in particolare modo la strategia utilizzata del nuovo segretario di Stato che prenderà il posto di Kissinger: Zbigniew Brzezinski. Dopo la vittoria alla presidenziali Usa di Carter, avvenuta il 2 novembre 1976, il vecchio «contenimento» kissingeriano dell’influenza sovietica che prevedeva il congelamento delle forze comuniste occidentali venne sostituito con un più offensivo utilizzo delle correnti riformiste occidentali, allacciando rapporti (contatti con esponenti comunisti occidentali tramite Cia e diplomatici, inviti negli Usa, si veda in proposito il viaggio progettato di Berlinguer negli Usa e quello realizzato da Napolitano nelle settimane del sequestro Moro) [3] e non interferendo più sulla crescita dell’eurocomunismo occidentale, con l’idea che questo avrebbe minato l’influenza di Mosca sui paesi satelliti del campo sovietico, accrescendo dissidenza e spinte riformiste disgregatrici.
Nonostante questa intuizione, spiega Ceccarelli, gli analisti britannici ritennero che in quella fase per l’Urss, su un piano più immediatamente geopolitico e militare, i vantaggi dell’arrivo al potere del Pci «supererebbero di gran lunga gli svantaggi, specie in relazione all’indebolimento della Nato». I timori insomma non erano rivolti alle conseguenze di eventuali misure economiche di stampo inevitabilmente riformista e di politica interna che un un governo a guida Pci avrebbe attuato, ma riguardavano la politica estera, l’ingresso di ministri comunisti nella Nato, temuto per le ragioni di infiltrazione prima accennate.

Secondo scenario, cinque possibili risposte all’arrivo al governo del Pci
Esaurite tutte le possibili soluzioni preventive, gli analisti passarono al vaglio degli scenari di contenimento, isolamento o repressione nei confronti di una vittoria elettorale del Pci. Ciascuno esaminato sulla base dei vantaggi o degli svantaggi che portavano. Siamo di fronte a modelli, ipotesi di scuola, che poi i membri del governo avrebbero dovuto calare nella «realtà effettuale della cosa», come avrebbe detto Machiavelli. 
L’opzione uno, la linea più morbida – sintetizzava sempre Ceccarelli – era il «Business as Usual», ovvero «continuare le relazioni come se nulla fosse cambiato».
Seguivano l’opzione due e tre in ordine di gravità: «misure di ordine pratico-amministrativo» per «salvaguardare i segreti e i processi decisionali dell’Alleanza atlantica», come esclusione dal Nuclear Planning Group. Anche in presenza di un eventuale governo di coalizione, senza ministri comunisti alla Difesa e agli Esteri, si riteneva che un’Italia governata dal Pci andava comunque esclusa dai tavoli decisionali della Nato, per impedire che informazioni decisive sulla collocazione dei siti militari nucleari e dei target venissero a conoscenza del campo sovietico.
C’erano poi le classiche ritorsioni economiche: come il varo di sanzioni a fine persuasivo e ricattatorio da applicare attraverso la Comunità europea e il Fondo monetario internazionale (con l’esclusione da incarichi internazionali, da benefici e prestiti). Sanzioni attive fino a quando il Pci non avesse abbandonato il governo.
Saltiamo per un momento l’opzione numero quattro che ha fatto la fortuna pubblicistica di Fasanella, per analizzare l’opzione ritenuta più estrema, la numero cinque, ovvero «l’espulsione dell’Italia dalla Nato». Questa scelta, osservavano gli analisti inglesi, avrebbe certo tutelato i segreti militari, eliminando «la possibilità che l’Italia comprometta l’alleanza dall’interno», ma al tempo stesso avrebbe portato alla «chiusura di tutte le basi nel paese, destinato a diventare neutrale con un orientamento verso l’occidente» col rischio che «l’Italia potrebbe anche evolversi in una sorta di Yugoslavia. Al limite, potrebbe anche offrire agevolazioni di tipo militare all’Urss in cambio di denaro». Una scelta troppo drastica che avrebbe eliminato una postazione decisiva della Nato nel Mediterraneo e avrebbe reso «necessaria una revisione della strategia difensiva della Nato sul fianco Sud. La Sesta Flotta ne sarebbe danneggiata. Grecia e Turchia potrebbero chiedersi se valga la pena continuare a far parte dell’alleanza». Insomma una soluzione facile a dirsi ma non a farsi.

L’opzione numero quattro, «intervento sovversivo o militare contro il Pci»
Veniamo all’opzione sulla quale Fasanella ha costruito la sua narrazione distorsiva: bisogna fare innanzitutto attenzione alle date e alle parole impiegate nei documenti. L’ipotesi di intervento repressivo, militare o eversivo che fosse, non sono intese in modo alternativo, espressione di due piani o strategie distinte, come suggerisce Fasanella, ma soltanto come una sfumatura della medesima opzione diretta contro il Pci e non contro altre forze politiche o esponenti di altri partiti. Il contenuto della opzione numero quattro era stato elaborato da un gruppo di specialisti del Western European Department del Foreign Office in un dossier del 13 aprile 1976. Ecco l’incipit: «Questa opzione copre una serie di possibilità: dalle operazioni di basso profilo al supporto attivo delle forze democratiche (finanziario o di altro tipo) con l’obiettivo di dirigere un intervento a sostegno di un colpo di Stato incoraggiato dall’esterno». A leggerla sembra quasi ripercorrere il famoso «golpe Bianco» progettato dall’ex partigiano monarchico e liberale Edgardo Sogno, antifascista e anticomunista. Progetto che intendeva modificare la costituzione italiana con l’obiettivo di sostituire il regime parlamentare con quello presidenziale e che secondo la magistratura venne ideato nel 1970 e tentato nell’agosto del 1974. Gli analisti, ovviamente non si limitavano alla sola proposta ma ne valutano effetti positivi e le conseguenze negative: «Tali misure – scrivevano – possono aiutare a rimuovere il Pci dal governo» ma «vi sono immense difficoltà pratiche per portare a compimento questo tipo di operazione. Vista la situazione italiana, è estremamente improbabile che un’operazione coperta rimanga segreta a lungo. La sua rivelazione può danneggiare gli interessi dell’occidente e aiutare il Pci a giustificare in maniera più decisa il suo controllo sulla macchina del governo. Inoltre, la pubblica opinione dei paesi occidentali potrebbe prenderla male col risultato di creare tensioni all’interno della Nato, soprattutto fra Usa e alleati europei, nel caso gli americani assumano il comando dell’iniziativa». Conclusione: «Anche se l’intervento esterno servisse a rimuovere il Pci dal potere, la situazione politica italiana rimarrebbe instabile, rafforzando così l’influenza comunista e quella dell’Urss sul lungo periodo». Ipotesi sconsigliata dunque, come a dire “non fatevi venire strane idee del genere perché finirebbe male per noi occidentali”.
Lo stesso tema del colpo di Stato e di altro intervento sovversivo era stato preso in considerazione in un ulteriore elaborato datato 6 maggio successivo: «All’inizio di pagina 14» – scrive sempre Ceccarelli – dopo aver ripercorso una serie di opzioni preventive già indicate in precedenza, si leggeva in maiuscolo: «Action in support of a coup d’Etat or other subversive action». Attenzione a questa frase che va messa in relazione con la precedente del 13 aprile, «intervento sovversivo o militare contro il Pci».
Si tratta di un passaggio importante e dirimente per comprendere l’uso distorto e falsificatorio che ne ha fatto Fasanella nei suoi volumi, lasciando intendere che «l’azione di supporto a un colpo di Stato» o «altra azione sovversiva», fossero due progetti distinti e alternativi, contenuti ed elaborati in documenti (piano A e piano B) diversi tra loro anziché parte di una medesima opzione racchiusa in una unica frase ed esclusa insieme. La manipolazione linguistica e successivamente interpretativa ha permesso a Fasanella di inventare la presenza di una interferenza inglese nel rapimento del presidente del consiglio nazionale della Democrazia cristiana, Aldo Moro, da parte delle Brigate rosse. Rapimento che a suo dire sarebbe la prova della «altra azione sovversiva» indicata nelle carte del governo britannico.
Come abbiamo visto in precedenza l’assenza documentale del piano B è stata ammessa dallo stesso Fasanella quando venne ascoltato dalla Commissione Esteri nel luglio del 2020, tanto che per puntellare la sua tesi è dovuto ricorrere a documenti che riferiscono in prevalenza le attività coperte britanniche nell’ultima fase del secondo conflitto mondiale e nel primo periodo post bellico, quando la Gran Bretagna viveva gli ultimi splendori della sua potenza mondiale e coloniale: «Cereghino non trovò questo documento [il piano B, la other subversive action], ma dopo ulteriori ricerche abbiamo trovato una serie di documenti sulla riorganizzazione dei servizi segreti clandestini della Gran Bretagna nell’immediato dopoguerra e abbiamo ricostruito tutto il dibattito che comincia nel 1944 e si conclude nel 1948 con delle decisioni».

La storia non è un ordito del complotto
Uno dei documenti scovati sarebbe un rapporto del settembre 1969 stilato da Colin McLaren, un alto funzionario dell’Ird (Information research departement), una struttura operativa della propaganda occulta del ministero degli Esteri di cui vedremo meglio tra poco. Nel documento si accennava al ricorso ad «altri metodi», oscurati nel resto del testo, visto che la propaganda occulta non era riuscita a contrastare la crescita del ruolo dell’Italia nel Mediterraneo. Procedendo a ritroso Fasanella cita anche l’irritazione della British Petroleum verso Mattei e l’espansione dell’Eni verso i paesi arabi, presente in un documento del 1962. L’Ird, creato nel 1948 in avvio di guerra fredda, era un dipartimento segreto di propaganda anticomunista del ministero degli Esteri britannico che doveva fornire supporto e informazioni a politici, accademici e scrittori anticomunisti strumentalizzando informazioni, diffondendo disinformazione e fake news. Nata inizialmente come apparato ideologico antisovietico, riorientò la sua attività nella propaganda filo-coloniale contro le rivoluzioni pro-indipendenza in Asia, Africa, Irlanda e Medio Oriente. Non era dunque una struttura operativa di tipo militare ma uno strumento per finanziamenti e corruzione occulta, comprava opinion makers o leaders, sosteneva mezzi di informazione, orientava il consenso verso gli interessi britannici. Tra i suoi collaboratori troviamo scrittori del calibro di George Orwell e Arthur Koestler. Ma ciò che qui importa è il fatto che Fasanella dimentica di avvisare i suoi lettori che l’Ird venne fortemente ridimensionata nel corso degli anni 70 (bilancio e personale dimezzato nel 1973) e chiusa nel 1977 [4]. Non esisteva più quando le Brigate rosse rapirono Aldo Moro.

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Note
1 L’odiata Parigi cede il passo alla perfida Albione. Nel 2004 e poi nel 2010, in compagnia dell’allora giudice Rosario Priore, Fasanella aveva pubblicato due volumi, Che cosa sono le Br? (ripubblicato recentemente in una nuova edizione, ne abbiamo scritto qui) e Intrigo internazionale. Perché la guerra in Italia. Le verità che non si sono mai potute dire, nei quali sostanzialmente puntava il dito accusatorio contro la Francia per aver promosso, diretto e poi protetto, fornendo riparo ai latitanti, il fenomeno della lotta armata in Italia durante gli anni 70 e 80. L’accusa, sostenuta in particolare da Priore, era rivolta alla presenza di «un terzo protagonista – come riassume lo stesso Fasanella nel corso dell’audizione – esterno delle vicende italiane rispetto ai due grandi giocatori, il blocco americano e il blocco sovietico. Un terzo giocatore plurale, perché era costituito da una serie di medie potenze, anche amiche e alleate dell’Italia, che avevano un interesse specifico a indebolire il nostro Paese per le ragioni che ho detto prima, cioè la guerra petrolifera». Tra questi Paesi, Priore indicava «in modo particolare la Francia e la Gran Bretagna», ritenendo tuttavia la Francia centrale poiché a Parigi si sarebbe tenuto il tavolo dove si incontravano e cospiravano i servizi occidentali. L’anno successivo, 2011, Priore aveva precisato ulteriormente le proprie idee in un volume scritto con Silvano De Prospo, Chi manovrava le Brigate rosse? Storia e misteri dell’Hyperion di Parigi, scuola di lingue e centrale del terrorismo internazionale. Tesi del libro: le Br non avrebbero agito in autonomia perché dietro il gruppo agiva un reticolo di interessi legato al terrorismo internazionale, agli apparati dello Stato italiano e al lavorio incessante dei principali servizi stranieri. Il centro di coordinamento occulto delle Brigate rosse, si sarebbe trovato a Parigi, nella sede della scuola di lingue Hyperion, coacervo di intrighi, manipolazioni e influenze dei servizi occidentali e non solo. Nel frattempo Fasanella aveva iniziato a maturare una idea diversa che non vedeva più nella Francia l’inviolabile santuario della lotta armata, centro propulsore del complotto. La nuova visione era scaturita dalla lettura degli articoli di Filippo Ceccarelli, da noi ampiamente citati. E così, sempre nel 2011, dava alle stampe proprio con l’archivista Mario José Cereghino, Il golpe inglese. Da Matteotti a Moro: le prove della guerra segreta per il controllo del petrolio e dell’Italia. Poi a ruota, nel 2018 usciva sempre in compagnia di Cereghino, Il puzzle Moro: Da testimonianze e documenti inglesi e americani desecretati, la verità sull’assassinio del leader Dc, intervallato da un volume uscito sempre nello stesso anno con Giuseppe Roca sulla storia di Igor Markevic. Il direttore d’orchestra del caso Moro, anch’esso orientato contro la perfida Albione di cui il musicista sarebbe stato, secondo Fasanella, un agente segreto. Nel 2019, accanto ormai all’inseparabile Cereghino, pubblica Colonia Italia. Giornali, radio e tv: così gli Inglesi ci controllano. Le prove nei documenti top secret di Londra; l’anno successivo, Le menti del doppio Stato. Dagli archivi angloamericani e del Servizio segreto del Pci il perché degli anni di piombo; nel 2021, Il libro nero della Repubblica italiana. La guerra clandestina e la strategia della tensione dalla fine del fascismo all’omicidio di Aldo Moro.
L’affiatatissima coppia (Cereghino sforna documenti dai fondi archivistici del Kew Gardens e Fasanella si occupa della «costruzione delle ipotesi investigative» che disegnano teoremi complottisti) nel 2024 pubblica l’ennesimo, Nero di Londra. Da Caporetto alla marcia su Roma: come l’intelligence militare britannica creò il fascista Mussolini e nel 2025, La maledizione italiana. La guerra di Churchill contro De Gasperi, le trame per il controllo del Medio Oriente e del Canale di Suez, la lunga storia di una ribellione stroncata, fino alla riedizione odierna di Che cosa sono le Brigate rosse, dove l’ormai sorpassata postfazione di Priore, è sostituita da un intervento della coppia anglofoba che accusa apertamente il governo britannico di complottato «per bloccare la politica di Aldo Moro» portando a termine una «diversa azione sovversiva».

2. I due termini hanno una base comune derivata dal latino «vertere», rivoltare, rovesciare. «Eversivo» da ex-vertere, distacco violento da una parte, separazione sediziosa di componenti istituzionali o apparati dallo Stato preesistente. «Sovversivo» da sub-vertere, sotto-vertere, rovesciare, abbattere, sovvertire, che rinvia all’azione tradizionale dal basso dei ceti oppressi o estranei al potere statuale. La voce Treccani, ricorda anche «la cronologia “rivoluzionaria”, essendo attestato per la prima volta nella nostra lingua nel 1793 – proviene dall’adattamento dell’aggettivo francese subversif (dal 1780 in francese), a sua volta derivato dal latino. Come sostantivo, sovversivo ‘chi tenta di rovesciare le istituzioni statali’ è attestato nell’italiano scritto dal 1922. Eversivo “che intende rovesciare o abolire qualcosa’, è invece attestato in italiano dal 1748». Eversivo – prosegue la voce Treccani – «si è caricato con più forza di sfumature negative di significato, collegandosi all’idea di oscure trame organizzate contro lo Stato anche da settori facenti parte delle istituzioni stesse».

3. Cf. https://insorgenze.net/2020/04/22/maggio-1978-il-viaggio-mancato-di-berlinguer-negli-usa-1/; https://insorgenze.net/2020/04/25/il-viaggio-negli-usa-di-napolitano-in-pieno-sequestro-moro-3/. Per una più generale comprensione dei rapporti del Pci con gli Usa negli anni 70, si veda https://insorgenze.net/2020/04/23/il-pci-e-gli-amici-americani-2/.

4. Lashmar, Paul e Oliver, James, Britain’s Secret Propaganda War 1948-1977, Phoenix Mill Sutton, 1999 e David Leigh, The Guardian, «Death of the department that never was», 27 gennaio 1978.

Dalla dottrina Mitterrand alla perfida Albione, le mirabili acrobazie complottiste di Fasanella

di Paolo Persichetti

E’ uscita nelle librerie una nuova edizione di Che cosa sono le Br, Rcs, la lunga intervista che ventidue anni fa Giovanni Fasanella realizzò con Alberto Franceschini. Il volume viene riproposto al pubblico senza alcun aggiornamento critico del testo redatto nel 2004 e ormai ampiamente datato, nel quale l’ex brigatista dava ampio sfoggio della sua presa di distanze dal passato esercitandosi nel rito dell’autocritica (e della calunnia) degli altri.
La narrazione che allora propose Franceschini – scomparso nell’aprile del 2025 – è stata nel frattempo smentita da nuove testimonianze e acquisizioni storiografiche: dai dubbi espressi sulla morte di Feltrinelli e il ruolo di «Gunter», la cui identità, a differenza di Franceschini, era nota a diversi esponenti di Potere operaio, tra cui Oreste Scalzone che decenni dopo, a Parigi, lo mise in contatto con Carlo Feltrinelli quando questi stava lavorando al libro sul padre, Senior service; alla storia dei timer, secondo Franceschini «manipolati», recentemente smentita da Vittorio Battistoni, l’ingegnere meccanico dei Gap che fornì l’esplosivo all’editore oltre ad avergli dato indicazioni sulla costruzione del timer sul quale Feltrinelli, per la sua ossessione di «voler fare tutto da solo», commise degli errori che gli costarono la morte (Cf. Gappisti, di Davide Serafino, Deriveapprodi 2004), e altro ancora di cui scriveremo meglio più avanti.

Per ovviare a questo inconveniente e rendere appetibile la nuova edizione, l’autore ha aggiunto una prefazione che ripercorre con toni alquanto vittimistici la sua storia di giornalista, iniziata nel 1975 come cronista giudiziario all’interno della redazione torinese dell’Unità. Argomento che lo condusse a occuparsi delle indagini e dei processi che colpirono l’opposizione operaia armata che in quegli anni non faceva dormire i dirigenti della federazione torinese del Pci. Partito che condusse, insieme alla procura della repubblica sabauda, in una confusione di ruoli, funzioni e persino luoghi (basti pensare alle già narrate riunioni che il pm Caselli teneva nella federazione locale di quel partito o al ruolo politico svolto da Violante), una guerra senza frontiere ai gruppi della sinistra armata. L’Unità, organo ufficiale del Pci, divenne una delle tante trincee da dove quotidianamente veniva condotta questa battaglia. Più tardi, trasferitosi nella redazione romana, Fasanella passò alla cronaca politica fino al 1987, quando approdò alla redazione di Panorama dove resto comodamente anche dopo l’arrivo di Berlusconi. Un racconto autobiografico che solleva qualche dubbio sulla conferma del vecchio titolo per la nuova edizione: perché alla fine al lettore più che offrire l’ingiallita storia delle Br «secondo il verbo franceschiniano», si propone il poco avvincente percorso lavorativo di Fasanella.

Contrordine: non fu colpa di Mitterrand ma della regina Elisabetta
L’unico aspetto degno di segnalazione di questa nuova edizione è rappresentato dalla nuova postfazione, realizzata insieme a Mario José Cereghino, che con Fasanella ha già condiviso altri volumi. Postfazione che sostituisce quella firmata nel 2004 dal magistrato Rosario Priore. Una differenza non da poco perché Priore, in linea con le affermazioni dello stesso Franceschini, riteneva la Francia il «santuario del terrorismo», il luogo dove la lotta armata sarebbe stata ispirata, diretta e sostenuta. Secondo Priore, «il cervello parigino è esistito, agendo in perfetta intesa con le autorità di quel paese», la «centrale», situata Oltralpe, avrebbe sistematicamente promosso la destabilizzazione della democrazia italiana. Parigi – affermava sempre il magistrato – sarebbe stata al centro di intrighi internazionali, sostituendosi a Washington e Mosca nel ruolo di piattaforma destabilizzante dell’Italia. Priore (magistrato di simpatie conservatrici) metteva all’indice l’asse socialdemocratico guidato da Mitterrand che avrebbe tentato di giocare la terza forza tra le due maggiori potenze, destabilizzando volutamente la penisola italiana grazie alla protezione offerta ai militanti della lotta armata. Una tesi che avvalendosi di facili licenze narrative, trascurava il rigore cronologico degli eventi fino a dimenticare che negli anni Settanta la Francia era sotto la presidenza del centrista Giscard D’Estaing. Pur di delegittimare la cosiddetta dottrina Mitterrand, per Priore come per l’intera magistratura italiana, non si buttava nulla: ogni argomento era sempre buono.

Il ruolo del contesto internazionale è stato da sempre uno dei cavalli di battaglia su cui Fasanella ha fondato le sue congetture sulla storia del sequestro Moro e non solo, si veda il volume scritto stavolta con un suo collega di Panorama, arruolato per la bisogna, Corrado Incerti, sul presunto tentativo di uccisione di Berlinguer in Bulgaria, Berlinguer deve morire. Il piano dei servizi segreti dell’Est per uccidere il leader del Partito comunista. Siamo davanti ad uno dei tanti filoni prolifici della dietrologia sul sequestro Moro, rilanciato recentemente anche da Guido Salvini nella prefazione al libro di Stefano Romei, Storia segreta del caso Moro. Dall’operazione Fritz all’enigma Pacepa, in cui l’ex magistrato abbandona la pista delle ‘ndrine calabresi per allargare l’orizzonte del complotto sulla scena internazionale e le dinamiche geopolitiche dell’epoca.

Nella nuova postfazione Fasanella ribalta completamente la vecchia tesi di Priore spostando dalla Senna oltre Manica la regia occulta del sequestro. In un documento «oscurato», dunque non intelleggibile, trovato da Cereghino, saggista ed esperto di archivi anglosassoni – così recitano le cronache – si accennerebbe al «sostegno a una diversa azione sovversiva», dopo che la Nato avrebbe bocciato la proposta britannica di un colpo di Stato (che gli americani non avrebbero condiviso) per stoppare, in pieno 1976, il progetto di compromesso storico annunciato da Berlinguer, ma che in quel momento si sostanziava in una astensione parlamentare di Pci, Psi, Psdi, Pli, che consentiva alla Dc di governare con un monocolore guidato da Andreotti.
Non più Parigi ma la «perfida Albione», come spregiativamente Mussolini definiva l’Inghilterra, sarebbe stata all’origine – secondo il duo Fasanella-Cereghino – del sequestro Moro e del suo esito finale.

Attaccare Mario Moretti
Franceschini è stato nelle Br solo quattro anni per poi vivere dal carcere il resto della storia dell’organizzazione che aveva contribuito a fondare e da dove condusse una sorda battaglia contro il vertice esterno, fino a provocare le fatali scissioni del 1980 che condussero alla crisi irreversibile del gruppo e guidare la stagione allucinata delle esecuzioni sommarie per poi dissociarsi. Per questa ragione il suo racconto è inevitabilmente fondato su de relato, impressioni e supposizioni personali, idiosincrasie e antipatie croniche, valutazioni ex post condizionate dalla sua successiva scelta dissociativa che lo mise all’angolo, distaccato dal resto del gruppo e dai suoi passaggi finali. Un isolamento da lui mal sopportato, soprattutto quando Renato Curcio, il suo ex compagno di tante battaglie carcerarie, insieme a Moretti e altri brigatisti incarcerati, aprì nel 1987 la battaglia per una soluzione politica, da Franceschini – non a caso – fortemente osteggiata. Fu in quel momento che nella linea di mira di Franceschini entrò Mario Moretti attraverso una strategia diffamatoria condotta in collaborazione con Sergio Flamigni e ripresa da Fasanella. Il primo obiettivo dell’intervista del 2004 era infatti contuinuare a screditarne l’immagine, presentandolo come un “infiltrato”, una figura ambigua, estranea al gruppo fondatore, che avrebbe giocato sporco stravolgendo natura, storia e significato delle Brigate rosse, nonostante Moretti, unico tra gli esponenti del cosidetto “necleo storico” continui ancora ed essere in esecuzione pena, ormai da 45 anni.

Parigi «santuario della lotta armata»
L’intervista uscì un anno dopo gli arresti che avevano messo fine al piccolo gruppo che 12 anni dopo la chiusura della lotta armata aveva rivendicato gli attentati mortali contro Massimo D’Antona (1999) e Marco Biagi (2001), entrambi giuslavoristi e consulenti di governo che avevano lavorato ai progetti di precarizzazione del mercato del lavoro. Circostanza che forniva il secondo obiettivo del libro: sostenere che la lotta armata fosse figlia di trame e potenze estere, giochi internazionali condotti da Paesi che avrebbero avuto un interesse specifico a destabilizzare la società italiana, i suoi equilibri politici, il suo «sviluppo democratico». Al centro di questa accusa era in quel momento la Francia, che con la sua “doctrine Mitterrand” aveva tollerato la presenza sul suo territorio di centinaia di fuoriusciti italiani condannati e ricercati per l’insorgenza degli anni 70 e 80. Questa politica d’accoglienza – spiegava Franceschini – avrebbe avuto un retropensiero: fare della Francia un «santuario della lotta armata». Disegno nato a metà degli anni 70 con l’ospitalità fornita agli ex del “Superclan”, poi allargata agli altri esuli della lotta armata. Simioni e gli altri del suo gruppo sarebbero stati: «il cervello parigino», fino ai nuovi attentati del 1999 e del 2001.

La procura bolognese
Le indagini e i processi hanno poi drasticamente smentito questa lettura fraudolenta: il piccolo gruppo di militanti che rivendicarono quelle azioni provenivano in parte dalla periferia romana, il resto dalla Toscana. Eppure all’inizio la procura bolognese sposò interamente la tesi del «santuario parigino». Le indagini furono indirizzate in Francia (precedute da diverse note depistatorie del Sisde che accusavano proprio il gruppo di Scalzone come cervello dei nuovi attentati, citate da Roberto Colozza in, L’affaire 7 aprile, Einaudi 2023), con indagini, rogatorie e la consegna straordinaria alle autorità italiane dell’autore di questo testo che lavorava in una università parigina, scriveva libri e collaborava alla luce del sole con quotidiani francesi. Militante del cosiddetto «partito dell’amnistia», molto vicino a Oreste Scalzone ma soprattutto che nulla c’entrava con la sigla Br-pcc, dissotterrata per rivendicare gli attentati. Ma le sigle, le singole storie e appartenenze organizzative, interessavano poco il pm e il nucleo investigativo, «gruppo Biagi» diretto da Vittorio Rizzi, che seguiva le indagini. Paolo Giovagnoli, che conduceva l’inchiesta, mirava solo agli esuli, i condannati per lotta armata riparati a Parigi che ai suoi occhi erano colpevoli di tutti i mali, perfetti capri espiatori delle sconfitte della sinistra, accusati di aver tramato con la potenza francese per destabilizzare la democrazia italiana impedendo l’ascesa al governo del Pci.

L’autore di una storia rovesciata
Nell’intervista con Fasanella, Franceschini da vita ad una narrazione edulcorata del proprio percorso politico che lo colloca sempre nel ruolo di puro e ragionevole, il migliore o meglio «il Mega», come amava farsi chiamare con deferenza nei cortili delle carceri speciali, a fronte della inconsistenza o peggio della ambiguità altrui. Eppure buona parte del suo racconto non trova riscontri: il primo ad andarsene dal Collettivo politico metropolitano nell’estate 1970 fu Moretti, in netto dissenso con Simioni. Franceschini, che si distaccò da Simioni con Curcio e Cagol solo più tardi, ammette la circostanza ma inventa l’esistenza di un legame sotterraneo di Moretti col Superclan, forse per far dimenticare il rapporto molto stretto che lui stesso ebbe con Simioni e il fatto che visse nella sua “Comune” e fece parte, con Cagol, della sua struttura riservata: «le zie rosse».
Fu sempre Franceschini a gestire in prima persona il sequestro Sossi, che segnava il cambio di strategia dalle prime Br avviando «l’attacco al cuore dello Stato» e che vide Moretti e parte della colonna milanese preoccupati che il lavoro nelle fabbriche passasse in secondo piano. A questo punto il racconto di Franceschini diverge completamente dalla testimonianza di Alfredo Buonavita, secondo il quale Moretti in dissenso si dimise dalla struttura di coordinamento nazionale per poi essere richiamato d’urgenza da Cagol dopo la cattura a Pinerolo di Curcio e Franceschini, dell’8 settembre 1974, mentre Corrado Alunni e altri uscirono nei primi mesi del 1976, dopo un definitivo chiarimento con Curcio.
Franceschini, ammette le dimissioni di Moretti nella riunione di Parma del 7 settembre, due giorni prima della sua cattura a Pinerolo, ma lo accusa meschinamente di aver finto le dimissioni rimanendo al suo posto nella successiva riunione, già stabilita per il 22 settembre successivo.
Sempre Franceschini scese a Roma per compiere quel sequestro di un esponente Dc che poi, dopo il suo arresto, verrà portato a termine nel marzo 1978, suscitando le sue critiche ex-post. Alcuni collaboratori di giustizia racconteranno dei rimproveri da lui lanciati contro i compagni esterni perché la morte di Margherita Cagol tardava ad essere vendicata a distanza di un anno, nonostante l’esecuzione di Coco, che avvenne tre giorni dopo l’anniversario della uccisione della fondatrice delle Br, fosse stata decisa in precedenza da Franceschini stesso: «Quel bersaglio lo avevamo indicato noi dopo il sequestro Sossi. Avevamo promesso di “giustiziare Coco”».
Il racconto che fa della sparatoria alla Spiotta e infarcito di grossolani errori, smentite dallo stesso memoriale del brigatista fuggito: cita due auto dei carabinieri giunte sol posto, mentre era una sola; descrive Cagol ferita ad una gamba anziché al braccio destro; afferma che il Br che era con Cagol usò il mitra che invece era in spalla alla Cagol e venne ritrovato nella sua macchina con tutti i colpi nel caricatore; cita la presenza di uomini in borghese che in realtà sopraggiunsero solo dopo. Palesemente racconta cose orecchiate male su cui poi costruisce sopra, come suo solito, congetture.
Sulle circostanze dell’arresto suo e di Curcio a Pinerolo è stato ampiamente smentito dallo stesso Curcio e recentemente anche da Pierluigi Zuffada (leggi qui). Accusa Moretti dell’arresto di Semeria alla stazione centrale di Milano, quando oggi è noto che fu una spia del Sid, l’operaio di Porto Marghera Leonio Bozzato, a consegnarlo ai carabinieri dopo averlo accompagnato alla stazione di Venezia. Fu proprio per coprire questo infiltrato che i carabinieri tentarono di uccidere Semeria sulla pensilina della stazione di Milano. Episodio che spinse Franceschini a chiedere all’Esecutivo di verificare se Moretti fosse una spia. Un abbaglio disastroso.
Sempre Franceschini sostiene che gli arresti del 1975-76 azzerarono le Br delle origini, legate al gruppo reggiano dell’Appartamento (da intendersi come quelle pure e genuine), per essere sostituite da una «nuova generazione», ovviamente equivoca e opaca, perché a lui sconosciuta. Affermazione ancora una volta scorretta, perché le prime Brigate rosse non sono riducibili al solo gruppo reggiano ma avevano ampie radici nelle fabbriche e quartieri milanesi, nonché rapporti con Torino, e poi perché Moretti era nel Cpm e Gallinari apparteneva all’Appartamento mentre nel 1975 arrivarono altri due reggiani, Bonisoli e Azzolini.
Sollecitato da Fasanella, si azzarda sul tema dei rapporti internazionali, a lui sconosciuti perché successivi al 1978. Cita verbali rilasciati da alcuni pentiti (Galati e Savasta) per sostenere che Moretti li avrebbe intessuti attraverso membri dell’ex Superclan riparati a Parigi e compromessi con potenze straniere. Citando Savasta fa il nome di un certo «Louis», che secondo il pentito sarebbe stato Vanni Mulinaris dell’Hyperion. Affermazioni irrilevanti sul piano storico poiché non pervenute da una conoscenza diretta dei fatti ma da letture di atti giudiziari e articoli di giornali degli anni successivi e da conversazioni con lo stesso Fasanella.
Le indagini di polizia hanno poi accertato che dietro quel nome c’era Jean Louis Baudet, che sotto l’appellativo di «Paul» faceva da tramite per le Br con i referenti palestinesi. Un contatto con molta probabilità trovato da Antonio Bellavita, l’ex direttore di Controinformazione riparato a Parigi a metà degli anni 70, di cui Moretti si fidava ciecamente.

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«Ma quale Loyola, quella è la piantina del carcere di Marino del Tronto», parla l’ex Br che partecipò ai sopralluoghi

Come può la piantina di un carcere in costruzione trasformarsi nell’edificio di una università dove le Brigate rosse avrebbero custodito Aldo Moro nelle prime fasi del sequestro? A realizzare questo gioco di prestigio è un giornalista di Rainews, Federico Zatti, autore del libro, Il disegno. La mappa che riscrive il caso Moro, Piemme.

Il supercarcere ascolano confuso con l’università dei gesuiti
Su Insorgenze ci eravamo già occupati di questa fandonia in due precedenti articoli, qui e qui, tanto che lo stesso Zatti ne fa cenno nel suo libro ricordando lo sconforto in cui cadde dopo aver letto le nostre stroncature. Per chi non avesse seguito le sue precedenti sortite ricordiamo che nella sua fantasiosa ricostruzione, lo schizzo non avrebbe rappresentato il super carcere di Marino del Tronto, ad Ascoli Piceno, come riconosciuto dalla stesso ministero della Giustizia, ma la casa generalizia delle suore domenicane di santa Caterina da Siena, sita in via dei Massimi 114/b, nel quartiere della Balduina a Roma, divenuta nell’autunno 1978 sede della Loyola University. E tutto questo nonostante le palazzine e i garage della via, uno dei topos della dietrologia sul sequestro Moro, furono oggetto di ripetuti ispezioni, controlli e perquisizioni nei 55 giorni del sequestro, come ricorda – senza imbarazzo – lo stesso autore.

Lo schizzo del carcere in costruzione di Marino del Tronto e una foto aerea del penitenziario

Alla Loyola non c’era nessun cantiere
All’inizio Zatti, per far coincidere la piantina del cantiere con l’edificio della Loyola, aveva sostenuto che nel marzo 1978 l’università era ancora un cantiere, ma quando gli dimostrammo che l’edificio preesisteva dai primi anni 60, invece di rinunciare ha rilanciato. Anche davanti alle evidenti incongruenze tra la piantina del carcere, ispirata ai lavori di Fratadocchi, l’architetto della curia romana che aveva disegnato il convento e la casa generalizia poi divenuta Loyola, ha escogitato «l’ars combinatoria», ovvero un camoufflage dei brigatisti per disorientare eventuali forze di polizia che avessero scoperto lo schizzo.

I sopralluoghi del Comitato marchigiano


Davanti a tanta ostinazione abbiamo chiesto ad un ex componente del Comitato regionale marchigiano delle Brigate rosse, che chiameremo con le iniziali “CP”, come andarono le cose: «Nel 1977 – ci ha raccontato – leggemmo su un giornale di un carcere in costruzione a Marino del Tronto. Una sera decidemmo di andare a vedere. Il cantiere non era sorvegliato e fu facile superare le recinzioni senza difficoltà. Lo scheletro in cemento armato era completato, il perimetro esterno di alcuni edifici era chiuso da mura, in un altro edificio si potevano già scorgere le celle, molto piccole. Si poteva scendere nei sotterranei. Facemmo un primo schizzo con l’idea che potesse servire all’organizzazione».
Il comitato marchigiano delle Brigate rosse aveva mosso i suoi primi passi all’inizio del 1975. All’epoca i contatti avvenivano con membri della colonna milanese. Il primo nucleo era sorto a san Benedetto del Tronto e intorno all’Istituto tecnico Montani di Fermo (lo stesso dove si era diplomato qualche anno prima Mario Moretti). A San Bendetto, dopo una rivolta innescata dal naufragio di un peschereccio, un gruppo di giovani legati inizialmente al servizio d’ordine di Lotta continua aveva dato vita nel 1974 ad una formazione armata, i Proletari armati in lotta per il comunismo, che fece alcune piccole azioni. Nel 1977 i rapporti vennero presi dalla colonna romana, sorta da poco.
Il primo disegno – spiega il nostro testimone – fu bocciato perché troppo generico. In alcuni edifici non erano indicate nemmeno le colonne, il loro numero esatto, la posizione, la distanza tra loro e le dimensioni. Dovettero tornare una seconda volta sul posto, armati di metro. Fu più difficile scavalcare le protezioni ma anche stavolta non c’era sorveglianza. Ne venne fuori un secondo schizzo che colmava i vuoti del precedente e descriveva con maggiori dettagli la struttura dell’edificio. Una volta consegnati i disegni a un militante della colonna romana, il nostro testimone non seppe più nulla.

Il litigio con Cucchiarelli

Se Zatti non avesse costruito la sua narrazione sulla sola base di due fotocopie degli schizzi del carcere riprodotte dalla Commissione Moro 1 che un altro campione della dietrologia, Paolo Cucchiarelli, gli aveva ceduto «su sua pressante richiesta», forse non sarebbe incappato in un così increscioso incidente. Anche dopo la pubblicazione su Insorgenze, da parte di Gianremo Armeni, del reperto integrale ritrovato in via Gradoli (vedi qui), che contiene un altro disegno e appunti sul modo corretto di piazzare cariche esplosive per far implodere su se stessa la struttura carceraria, non ha sentito l’esigenza di documentarsi più approfonditamente.
L’uscita del suo libro ha poi scatenato su fb le ire dello stesso Cucchiarelli, convinto che «quel disegno rappresentasse i sotterranei del teatro Marcello dove le Br avevano ipotizzato di realizzare un prigione di emergenza» e che ha definito la fatica di Zatti: «un palese caso di onanismo investigativo». Tutto il resto, concludeva il defraudato complottista: «è un perfetto esempio di fiction e la fiction è il cancro della realtà». E se a dirlo è uno dei maestri del romanzo dietrologico, siamo al de profundis.

I disegni e gli appunti sul futuro carcere speciale di Marino del Tronto vennero scoperti in via Gradoli, il 18 aprile 1978. Rimasti nell’ombra per 49 anni sono riapparsi quando la storia si è fatta fantasy.

La foto aerea della casa gentiliza delle suore domenicane poi divenuto Loyola University, la planimetria del teatro Marcello, una relazione della seconda commissione Moro che riporta le ispezioni e le perquisizioni realizzate in via dei Massimi nei giorni successivi al sequestro Moro

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«Infondata la notizia di reato», dopo quattro anni il gip archivia l’inchiesta sul sequestro dell’archivio storico di Persichetti sul caso Moro

Il provvedimento è stato emesso lo scorso giugno 2025, ma se n’è avuta notizia solo recentemente

«Gli elementi acquisiti nelle indagini preliminari non sono in alcun modo idonei a fondare nei confronti della persona indagata una “ragionevole previsione di condanna”, e ciò per le ragioni analiticamente espresse dal pm nella sua richiesta di archiviazione (leggi qui) che evidenziano anzi positivamente l’infondatezza della notizia di reato, ragioni che questo Ufficio integralmente condivide».

Sono definitive le parole utilizzate lo scorso 19 giugno 2025 dal gip Valerio Savio per liquidare, seppur tardivamente, l’inchiesta che il 9 giugno 2021 portò al sequestro del mio archivio e dei miei strumenti di lavoro, nonché di foto, documentazione strettamente familiare, amministrativa e clinica della mia famiglia.

Dodici magistrati per una girandola d’imputazioni
Uno degli aspetti più significativi dell’inchiesta è stata la girandola di imputazioni che si sono rincorse e accavallate tra l’ufficio del pm Eugenio Albamonte, la procura generale nella persona dell’allora procuratore generale Michele Prestipino (dimessosi dalla magistratura dopo essere stato indagato dalla procura di Caltanissetta – non è uno scherzo – per rivelazione di segreto d’ufficio), che volle includere persino il reato di associazione sovversiva, il tribunale della libertà, il gip, la cassazione e di nuovo il pm. Ben dodici magistrati, tra giudici e pm, tutti impegnati nella caccia al reato introvabile, a una colpa che doveva esserci ma non veniva fuori, al sospetto eletto come prova, all’incriminazione del lavoro storico, del rapporto con le fonti documentali e orali. Una riedizione di quel diritto penale d’autore (o del nemico), dove ciò che è punibile non è più il reato ma il reo, per «quello che è» o «è stato», non per «quello che ha fatto», anche se in questo caso i due aspetti si sovrappongono inevitabilmente. Perché l’indagato, ovvero l’autore di queste articolo, dopo essere stato condannato molti decenni prima per fatti di lotta armata, è diventato un ricercatore che studia il decennio nel quale quel fenomeno politico si è manifestato: una sovrapposizione inammissibile per taluni, una chimica pericolosa per altri.

Gli ignavi
Il pavido mondo dell’accademia, timorosa di confondersi con la mia biografia, ritenuta indigesta, non ha riflettuto abbastanza sugli aspetti inquietanti che hanno segnato questa vicenda: la pretesa degli apparati di polizia, del ministero dell’Interno e della Direzione centrale della polizia di prevenzione di sindacare sulle modalità dell’inchiesta storiografica e sulla legittimità delle fonti interrogate dallo studioso. E ora, anche se la polizia ha fatto cilecca sulle sue pretese di controllo del lavoro storico, il precedente è sancito e incombe su tutti in un’epoca dove la libertà di ricerca e pensiero non ha più lidi sicuri.

Cosa era successo?
La perquisizione e il sequestro dell’archivio sembravano inizialmente legati al possesso di una copia della prima bozza di relazione, e all’invio di alcune sue pagine, che la seconda commissione parlamentare sul sequestro e l’uccisione del leader democristiano Aldo Moro aveva approvato nel dicembre 2015. Col passare dei mesi e dei ricorsi, si era capito, in realtà, che fulcro della indagine erano i miei scambi con un anziano rifugiato delle Brigate rosse e che, a sua volta, era in contatto con un altro rifugiato riparato in Nicaragua, coinvolti entrambi nel sequestro Moro: ormai cittadino svizzero l’uno e nicaraguense l’altro. Li avevo interpellati nel corso dei lavori preparatori di un libro sulla storia delle Br che sarebbe apparso nel 2017, Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera. Inizialmente, quando l’inchiesta era ancora contro ignoti, il primo reato ipotizzato fu la «violazione di segreto d’ufficio», la successiva perquisizione e il sequestro vennero giustificati ipotizzando il «favoreggiamento» e l’«associazione sovversiva». Ma poiché mancavano le «condotte di reato», anziché cassare il sequestro il tribunale di sorveglianza ebbe la bella idea si suggerire una nuova imputazione: la «rivelazione di notizie riservate stabilite dall’autorità». Successivamente il pubblico ministero rinunciava al reato di associazione sovversiva per confermare il favoreggiamento, anche se il gip osservava come nel fascicolo mancasse una chiara individuazione del reato, «una formulata incolpazione anche provvisoria».

L’archiviazione

Nel suo provvedimento il dottor Savio liquida uno alla volta i vari capi di imputazione partoriti durante l’indagine:

– la ricettazione (648 cp), ritenuta «non ipotizzabile, in ogni caso», anche perché non era stata accolta dalla stessa accusa, «non per nulla non ipotizzato e neanche iscritto ex art. 335 cpp dal pm»;

– il favoreggiamento personale (378 cp), giudicato «non perseguibile sia in dipendenza dell’inconsistenza dell’offensività della condotta di rivelazione di segreto ufficio (caduta su atti poi pubblicati, e dopo pochi giorni dal fatto) sia per la natura delle informazioni acquisite da Casimirri Alessio e Loiacono Alvaro con i documenti loro trasmessi dall’indagato, dati che – al di là della loro successiva pubblica diffusione – non erano e non sono idonei a consentire ulteriori incriminazioni o anche solo ulteriori investigazioni in ordine al ruolo da loro avuto nel sequestro di Aldo Moro, vicenda per la quale sono stati già giudicati; Reato comunque estinto poiché le condotte risalgono al dicembre 2015»;

– la rivelazione e utilizzazione di segreto d’ufficio (326 cp) – poiché «non si è potuto ricostruire se la violazione del segreto d’ufficio sia avvenuta per condotte dolose o colpose, ed in quale esatto contesto; Reato comunque estinto poiché le condotte risalgono al dicembre 2015».
Imputazione – va sottolineato – che semmai era ascrivibile alla persona che in totale trasparenza, senza alcun dolo ma con obiettivi legati all’ufficio che svolgeva, aveva consegnato a me, e ad altri ricercatori e studiosi, copie della bozza di relazione annuale poche ore prima della sua approvazione finale, con l’unico – per altro legittimo obiettivo – di elaborare degli emendamenti al testo.

Le indagini sul Moro sexies all’origine dell’inchiesta
Esaminando il fascicolo finalmente depositato integralmente, oggi scopriamo che tutto ha avuto inizio nel marzo 2020, quando la polizia di prevenzione stilava un primo rapporto sulla base di comunicazioni pervenute dalla Fbi relative all’intercettazione di alcune e-mail di Alessio Casimirri, ex brigatista condannato per il sequestro Moro, rifugiato e naturalizzato da decenni in Nicaragua.
Questo episodio avveniva mentre la procura di Roma, ordinaria e generale, da diverso tempo stavano nuovamente indagando sul sequestro Moro. Su input della commissione Moro 2 avevano riaperto alcuni filoni d’inchiesta su aspetti del sequestro, seguiti ad accertamenti svolti nell’ambito dei lavori della commissione parlamentare, che per semplicità sono stati riassunti sotto la definizione di Moro sexies. Alle prime tre inchieste già avviate in quel momento (2016-17-18): presunti rapporti con la ‘ndrangheta, indagati senza esito da quasi un decennio dalla procura generale e ancora in corso; indagini sulle tracce biologiche ritrovate su alcuni mezzi utilizzati in via Fani, sulla Renault 4 e in via Gradoli e su un falso cartellino fotosegnaletico attribuito a Alessio Casimirri (queste ultime condotte dal pm Albamonte e formalmente archiviate dal gip), e di cui parleremo meglio in un prossimo articolo, si sono aggiunte altre due inchieste aperte nel 2020, sempre da Albamonte, e poi sdoppiate successivamente.

La nuova inchiesta del marzo 2020
«Dal complesso della già menzionata documentazione, acquisita mediante rogatoria internazionale a cura della procura generale di Roma e riversata in atti, emergevano – scriveva il pm Albamonte nella sua richiesta di archiviazione del settembre 2024 – numerosi scambi di messaggi tra il Casimirri e Alvaro Loiacono Baragiola. Anche questi ex Br e latitante in Svizzera».
In alcune mail che i due si scambiavano appariva in carbon copy anche un mio account. Come sopra accennato, nel marzo e nel giugno 2020 pervenivano una serie di rapporti di polizia sulla base di informazioni inviate dal magistrato di collegamento presso l’ambasciata degli Stati uniti a Roma, Josh Cavinato, che aveva raccolto «delle registrazioni per le autorità italiane relative ad un account e-mail riconducibile ad Alessio Casimirri».

Le intercettazioni della Fbi

Una comunicazione proveniente da Michael Duclos, procuratore presso il Cyber team, Office of international affairs criminal division, del dipartimento di Giustizia degli Stati uniti, ci permette di comprendere meglio l’origine di queste attività di intercettazione preventiva: si afferma, infatti, che le registrazioni erano state svolte dalle forze di polizia statunitensi e poi fatte pervenire all’Italia. Per poter dare seguito all’attività di assistenza giudiziaria internazionale, Duclos chiedeva, inoltre, se «le autorità italiane avevano ancora necessità che il nostro ufficio ottenga registrazioni direttamente da Google?» e poi «quali fossero gli elementi di prova in possesso delle autorità italiane in grado di dimostrare che le comunicazioni e informazioni presenti negli account indicati fossero pertinenti con reati oggetto di indagine? Si prega di descrivere fatti e prove».

La risposta del procuratore generale
Dopo aver indicato i vecchi profili penali dei titolari degli account messi sotto sorveglianza, il procuratore generale Francesco Piantoni rispondeva – siamo sempre nel marzo del 2020, anche se l’assistenza giudiziaria internazionale è ancora attiva nel maggio del 2022 (nota della Dcpp, n.224/B1/Sez. 2/9699/2022) – che «le comunicazioni intercorse tra i due ex brigatisti latitanti (Casimirri e Loiacono) e tra questi e i due ex terroristi Persichetti e Piccioni (redattore del giornale online “Contropiano”, ndr) sono di rilevante interesse investigativo nell’ambito del presente procedimento, finalizzato all’individuazione di eventuali corresponsabili dell’eccidio di via Fani».
Ad avviso della procura, appariva sospetta la cronologia dei contatti, perché tre delle cinque comunicazioni tra Casimirri e Loiacono, intercettate nel 2018, erano avvenute a ridosso del quarantennale del rapimento Moro, che aveva avuto una importante risonanza mediatica. Non solo, i motivi di sospetto – proseguiva il magistrato – erano dovuti al fatto che nel 2018 si erano chiusi i «lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro», nonché «per l’attivo interesse che Persichetti Paolo e Piccioni Francesco dimostrato, in questi ultimi anni, con interventi pubblici e pubblicazioni che hanno accompagnato i lavori della Commissione parlamentare […] In più circostanze, infatti, sia Persichetti che Piccioni hanno preso posizione sostenendo sempre, anche a fronte delle nuove acquisizioni della Commissione, quanto affermato dai brigatisti rossi nel corso dei processi è delle audizioni in Commissione e dell’impegno profuso nel seguire i lavori della Commissione parlamentare e nell’intervenire pubblicamente per smentire la necessità di qualsiasi ulteriore approfondimento investigativo».

Lo stralcio dei fascicoli
Questo nuovo filone d’indagine aperto nel 2020 contro ignoti, si scindeva nel 2021 con la mia iscrizione nel registro degli indagati e l’avvio di una ulteriore inchiesta incentrata sul ruolo di Casimirri, volta ad approfondire vecchi aspetti, degli ever green del sequestro Moro: l’abbandono delle macchine del commando brigatista in via Licinio Calvo, l’ampia letteratura dietrologica su via dei Massimi e altri aspetti affrontati dalla Cm2. Indagine, anche questa, che ha condotto alla clamorosa smentita delle ipotesi investigative.

Le frustrazioni dell’antiterrorismo
Ci siano consentite, infine, alcune considerazioni sulle parole del procuratore generale Francesco Piantoni, condivise dal pubblico ministero Albamonte (oggi passato alla Dnaa): a suo avviso svolgere lavoro storico e giornalistico a distanza di quarant’anni dai fatti esaminati (nel frattempo siamo arrivati a 48), decostruire le fake news e le narrazioni complottiste sul rapimento Moro, per altro con riscontri storici di rilievo, mettere in discussione i limiti e le imprecisioni della verità giudiziaria e le narrazioni mainstream, sono un atteggiamento sospetto da indagare, perché – ritiene sempre il procuratore – volti a nascondere la verità, inquinare le prove, coprire dei complici. Tutte ragioni che ai suoi occhi giustificavano addirittura lo svolgimento di rogatorie internazionali con gli Stati uniti e l’intercettazione del traffico mail degli interessati, fino al sequestro di un archivio e degli strumenti di lavoro di un ricercatore e allo sconvolgimento della vita di una famiglia.
Nel fascicolo dell’inchiesta emergono continue ed evidenti dimostrazioni della spasmodica ricerca, all’interno della mole enorme di materiale digitale e carte sequestrate, di rivelazioni inedite su persone e circostanze. Emerge una costante frustrazione che segna tutta l’inchiesta e la fallimentare caccia ai fantasmi, dovuta ad un appiattimento sulle tesi della dietrologia, messa in piedi dal baraccone dell’antiterrorismo, sempre più bisognoso di spettri da creare per giustificare la propria esistenza.

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Il metodo Flamigni e la disinformazione di Stato

E’ scomparso oggi, all’età di 100 anni, Sergio Flamigni, monumento della dietrologia italiana, inventore di un metodo di falsificazione della storia degli anni 70, e in modo particolare del sequestro Moro, che purtroppo ha fatto scuola e inquinato profondamente le fonti documentali presenti sulla materia. Oggi i ricercatori che in modo più rigoroso si attengono alla metodologia storica devono inevitabilmente confrontarsi con la stratificazione delle menzogne e false notizie che Flamigni ha sparso nei decenni precedenti. Un lavoro che assomiglia molto a quello dell’archeologo, quando deve rimuovere i vari strati che seppelliscono l’epoca che sta riportando alla luce.

Disinformazione di Stato
Flamigni è stato un grigio funzionario della sezione Affari dello Stato del Pci, il ministero dell’Interno di Botteghe oscure. Privo di qualunque latitudine politica è rimasto ottusamente legato alla vecchia propaganda complottista elaborata dal suo partito a metà degli anni 80 per trovare un alibi al fallimento completo della strategia politica messa in piedi nella seconda metà degli anni 70 con il compromesso storico. Quando Ugo Pecchioli, responsabile di quella struttura, in una delle sue ultime prese di posizione, prima di morire, a metà degli anni 90, affermò che ormai era necessaria un’amnistia che chiudesse la pagina della lotta armata perché quel fenomeno aveva concluso il suo ciclo e non aveva più senso tenere in piedi l’apparato di contrasto ideologico-complottista, Flamigni non è stato in grado di riformattare il proprio pensiero e dare un senso più proficuo alla propria esistenza. Il vecchio apparatčik della disinformazione ha continuato il proprio lavoro di intossicazione elaborando, grazie al monopolio delle fonti all’epoca nelle mani solo degli apparati, della magistratura e delle commissioni d’inchiesta parlamentare con il loro corredo di consulenti, un metodo narrativo che avrebbe fatto rabbrividire persino l’Ovra fascista: ignorare i documenti scomodi, manipolarne altri, inventare menzogne, diffondere calunnie.

Quando il Pci imitò Orwell

Una data fondativa dell’azione del Pci sulla vicenda Moro è sicuramente quella del maggio 1984. Anno che è anche il titolo di un famoso libro di George Orwell in cui si prefigura l’avvento di una società totalitaria dominata dalla sorveglianza universale del «Grande Fratello». Dove la verità viene istituita per decreto da un ministero e si comunica attraverso una «neolingua». Un lessico artificiale imposto dal potere che modifica e riduce il significato delle parole, un tempo appartenenti alla lingua corrente («l’archeolingua»). Elaborata facendo uso della “scienza del paradosso” («la libertà è schiavitù»), che per Flamigni equivaleva a dire «Le Brigate rosse sono nere». Privato della propria autonomia, nella società immaginata da Orwell il linguaggio perdeva gradualmente capacità di produrre pensiero libero neutralizzando in questo modo ogni possibilità di eresia. Forse è solo una inquietante «coincidenza», categoria che nella letteratura flamignana è sempre stata prova di valore assoluto, tanto da farne una tecnica narrativa (la ricerca sistematica delle coincidenze più impensabili e l’omissione di quelle fastidiose), ma certo mette i brividi.

In crisi di strategia dopo il naufragio del compromesso storico e la morte di li’ a poco del segretario, il Pci impresse una svolta anche sul sequestro dello statista democristiano con la mozione presentata il 9 maggio 1984 alla Camera e al Senato dai capigruppo Chiaromonte e Napolitano, a firma rispettivamente dei senatori Pecchioli, Tedesco, Tatò e Flamigni e dei deputati Zangheri, Spagnoli, Violante, Serri, Macis e Gualandi.
Con questo documento il partito comunista prese le distanze dalla relazione di maggioranza che aveva appoggiato l’anno precedente (assieme alla Dc, gli Indipendenti di sinistra, Repubblicani e Socialdemocratici, escluso il Psi), in chiusura dei lavori della prima commissione d’inchiesta parlamentare sul rapimento Moro, e dal primo processo in corte d’assise che si era concluso nel 1983. Il nodo storico-politico che tormentava questo partito era dimostrare che la vita di Moro non era stata sacrificata in nome della ragion di Stato, cioè di una fermezza che avrebbe precluso ogni possibilità di trattativa con le Br. Una singolare inversione della realtà e della logica che segnalava quanto il Pci stesse tentando di tirarsi fuori dalla responsabilità di aver contribuito, sacrificando Moro, alla disfatta della propria strategia. Una consapevolezza che spinse i dirigenti di Botteghe oscure ad avviare la lunga stagione vittimista e recriminatoria della dietrologia: la neolingua del complotto.

L’invenzione dei misteri

I parlamentari comunisti chiusero la mozione elencando undici quesiti che ai loro occhi apparivano «fondamentali aspetti della tragica vicenda», rimasti «tuttora sconosciuti o inspiegabili»: 1) chi decise il sequestro di Aldo Moro? 2) chi decise il suo assassinio? 3) i nomi di tutti coloro che parteciparono alla strage di via Fani? 4) i nomi di tutti coloro che gestirono il sequestro e il ruolo che ebbe ciascuno di essi? 5) il luogo ove fu tenuto prigioniero e il luogo ove fu ucciso Moro? 6) i nomi di coloro che uccisero Moro? 7) chi trasportò il corpo della vittima in via Caetani? 8) chi decise che il corpo dovesse essere fatto rinvenire in quella strada? 9) quali furono le modalità degli interrogatori cui fu sottoposto il prigioniero, le modalità di redazione dei suoi scritti, le modalità attraverso le quali le lettere giungevano ai destinatari? 10) se intervennero nei confronti delle Br, oltre a forze straniere favorevoli alla liberazione di Moro, come l’Olp, anche altre forze straniere portatrici di un contrapposto interesse? 11) se tutti i documenti rinvenuti in via Montenevoso a Milano furono trasmessi alla magistratura o se alcuni di essi vennero trasmessi solo ad altre autorità dello Stato?

A rileggerli oggi, sembra che il tempo non sia mai passato, perché nonostante le risposte ormai acquisite, grazie agli avanzamenti della ricerca storica, solo in parte recepiti in sede giudiziaria, la letteratura dietrologica li ripropone come nulla fosse accaduto nel frattempo. Un ossessivo disco rigato che non ammette confutazione.

La tela del ragno

Dopo le due mozioni, stampa di partito, avvocati, funzionari d’apparato e intellettuali organici si misero al lavoro per confezionare la letteratura che fonderà la stagione complottista. Nella seconda metà degli anni 80 apparvero una serie di volumi, Operazione Moro. I fili ancora coperti di una trama politica criminale (1984), scritto da Giuseppe Zupo (responsabile giustizia del Pci e legale di parte civile nel primo processo Moro) insieme a Vincenzo Marini Recchia. Testo apparso a puntate nei mesi precedenti su Paese sera, giornale romano del Pci. L’anno successivo seguirà, Il mandarino e marcio. Terrorismo e cospirazione nel caso Moro, dei giornalisti Mimmo Scarano e Maurizio De Luca. Nel 1986 apparve un saggio del professor Giorgio Galli, Il partito Armato. Gli «Anni di piombo» in Italia (1968-1986), che diede alcuni quarti di nobiltà alla dietrologia, come aveva fatto in precedenza Norberto Bobbio in una serie di interventi su La democrazia e il potere invisibile e, nel 1989, Franco De Felice con il suo, Doppia lealtà e doppio Stato.
Ma è il 1988 l’anno decisivo: appare finalmente il primo lavoro di Sergio Flamigni con un testo che resterà epico,La tela del ragno. Il delitto Moro, Edizioni Associate, con la prefazione di Luciano Violante. Un imprimatur di quella che sarà la linea del Pci, poi Pds e Pd nei decenni a seguire. La prima edizione contava appena 302 pagine, una delle ultime, quella del 2013, è lievitata a 409, tra rifacimenti, correzioni, arrangiamenti. In fondo la dietrologia è la scienza delle ombre, racconta ciò che non ha contorni.
Seguiranno altri volumi dedicati al sequestro Moro: «Il mio sangue ricadrà su di loro». Gli scritti di Aldo Moro prigioniero delle Br, 1997; Convergenze parallele. Le Brigate rosse, i servizi segreti e il delitto Moro, 1998; Il covo di Stato. Via Gradoli 96 e il delitto Moro, 1999; La prigione fantasma. Il covo di via Montalcini e il delitto Moro, 2009. Monografie dedicate a temi che nel tempo sono divenuti topos della dietrologia sulla vicenda Moro. Nel 2005 darà vita all’Archivio Flamigni, che oltre a raccogliere la documentazione collezionata in materia di terrorismo, stragi, mafia, P2 è uno dei centri propulsori del complottismo.

L’ostilità contro Mario Moretti

Nutriva una personale ostilità nei confronti di Mario Moretti al quale dedicò un intero volume, La sfinge delle Brigate Rosse. Delitti, segreti e bugie del capo terrorista Mario Moretti, 2004. Flamigni diffidava di chi aveva realizzato la propria formazione politica al di fuori degli ambienti del Pci. A differenza dei reggiani dell’Appartamento, Moretti (al pari di Curcio, che però era stato arrestato molto presto) gli appariva un oggetto non identificato. Come molti giovani operai del tempo, provenienti dal Meridione o da altre parti d’Italia, Moretti si era formato nelle lotte di fabbrica, nelle prime vertenze che introdussero le assemblee come strumento di democrazia operaia, scalzando le vecchie commissioni interne. Un mondo incomprensibile a Flamigni che nei primi anni della sua attività parlamentare si era occupato delle forze di polizia. Nei primi anni 80, recatosi nel carcere speciale di Nuoro, che aveva sostituito l’Asinara dopo la sua chiusura incrociò Moretti. Avrebbe potuto chiedergli tante cose invece l’unica domanda che fu in grado di rivolgergli riguardava la marca del water chimico utilizzato da Moro a via Montalcini. Pensava di coglierlo in fallo. Aveva davanti a sé l’uomo che aveva visto Moro vivo per l’ultima volta, ma non ebbe alcuna curiosità. Ai suoi occhi Moro non era più una persona con un pensiero, che condusse una propria battaglia terribile contro il suo partito, il Pci, lo Stato, ma solo un orifizio.

Il metodo Flamigni

I suoi libri sono una compilazione delle tecniche disinformative. Mai una riflessione autocritica o una presa d’atto di clamorosi fake diffusi in precedenza. Cito alcuni esempi: Flamigni ignora il verbale del 1994 nel quale il teste Alessandro Marini, quello che racconta della moto Honda, spiegava che il parabrezza del suo motorino si era rotto cadendo a terra nei giorni precedenti il sedici marzo e quindi non era vero che fosse stato distrutto dagli spari dei due fantasmi in motocicletta. Mentre si ostina a cercare lo sparatore da destra, non vede le numerose foto del motorino di Marini, parcheggiato sul marciapiede sinistro di via Fani, col parabrezza tenuto da una vistosa striscia di nastro adesivo. Cita ripetutamente una frase di D’Ambrosio, generale amico del colonnello Guglielmi, per insinuare che questi avesse coordinato l’attacco in via Fani, omettendo l’integrità del verbale d’interrogatorio, acquisito finalmente dalla commissione Moro 2, che smentisce completamente le sue affermazioni. Flamigni acquisì dalle mani dei fascisti della rivista “Area” il materiale utilizzato per costruire le fake news su via Gradoli. Per anni confuse il ruolo di un notaio, Bonori, che aveva svolto solo la funzione di sindaco supplente nella società immobiliare Gradoli, proprietaria di alcuni appartamenti, ma non di quello abitato dai brigatisti, con quello di amministratore della stessa società. Quando glielo hanno spiegato ha ripiegato su Domenico Catracchia, che fu amministratore del civico 96, piccolo imprenditore immobiliare privo di scrupoli che affittava seminterrati a stranieri clandestini.

Ossessionato dalla presenza di un quarto uomo in via Montalcini, informazione ricevuta durante i colloqui con due brigatisti dissociati, quando emergerà che la sua identità era quella del brigatista Germano Maccari, e non di un «misterioso» agente segreto, sosterrà che ve n’era per forza un quinto, non delle Br ovviamente. Passa sistematicamente al setaccio tutti i proprietari degli appartamenti situati nelle strade che hanno interessato il sequestro, per denunciare i loro nomi quando si tratta di persone ai suoi occhi sospette, ma dimentica di rivelare che accanto al civico 8 di via Montalcini abitava il senatore Giuseppe D’Alema, padre di Massimo. Calunnia Balzerani e Moretti, sostenendo che sono loro ad aver fatto il nome di Maccari, evitando di citare la confessione della Faranda.

Flamigni se n’è andato ma le sue bugie restano, hanno messo radici nella società dei social, allignano in un mondo dove i meccanismi del potere sono sempre più opachi e le fake news e il complottismo sono divenuti un nuovo instrumentum regni.

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Il ruolo avuto dagli apparati statali nella stagione iniziale dello stragismo degli anni 70

Intervento – A proposito della recente polemica tra Paolo Morando e Vladimiro Satta sul ruolo avuto da parte di apparati e settori dello Stato nella stagione iniziale dello stragismo degli anni 70

di Paolo Persichetti

Il 6 settembre scorso in un post sulla sua pagina faceboock Paolo Morando ha segnalato una serie di errori fattuali commessi da Vladimiro Satta nella appendice della edizione aggiornata del suo I nemici della repubblica, Rizzoli, 2024 (prima edizione Rizzoli 2016). Inesattezze contenute in alcuni passaggi che criticavano il suo libro del 2019, Prima di Piazza Fontana. La prova generale. Ad avviso sempre di Morando, quegli errori non erano veniali poiché, oltre a chiamarlo in causa, avrebbero ingannato il lettore.

Nella sua replica Satta ha riconosciuto che vi erano delle imprecisioni per poi aggiungere che il vero oggetto della divergenza portava nella diversa «valutazione storica degli attentati minori che nel 1969 precedettero la strage di Piazza Fontana a Milano».

Se per Morando si trattava, con la scrupolosa citazione degli episodi, della prova che le indagini furono orientate volutamente nella direzione degli anarchici, valutazione fatta soprattutto alla luce di quanto poi avvenne il 12 dicembre in piazza Fontana, a Milano, all’interno della Banca nazionale dell’agricoltura dove morirono 17 persone dopo l’esplosione di una bomba e altre 88 rimasero ferite. Per Satta invece l’Ufficio politico della questura avrebbe agito senza secondi fini, indotto nell’errore dall’abitudine di alcuni ambienti anarchici a commettere piccoli attentati dinamitardi e soprattutto l’esito finale dei processi, che condusse all’assoluzione di gran parte degli inquisiti, avrebbe smentito la teoria della macchinazione o per meglio dire del pregiudizio politico da parte della questura. Insomma si sarebbe trattato di una legittima indagine che grazie alle garanzie processuali e ai contrappesi costituzionali, commisurò le reali responsabilità sui fatti accaduti.

Il secco botta e risposta (lo potete leggere in fondo) che i due studiosi si sono scambiati, riveste una certa importanza poiché solleva una rilevante questione storica sul ruolo avuto da parte di apparati e settori dello Stato nella stagione iniziale dello stragismo degli anni 70.

L’esplosione di due bombe il 25 aprile 1969, alla fiera campionaria (20 feriti) e alla stazione centrale di Milano, provocò l’arresto di sei persone di area anarchica su impulso di una indagine condotta dal commissario Calabresi. Ai sei vennero contestati complessivamente 18 attentati esplosivi, 12 dei quali considerati «stragi» (ricordo che il reato di strage, trattandosi di reato di pericolo, è punibile sulla sola base delle intenzioni anche se la strage non viene poi commessa e vi sono solo danni materiali, addirittura senza feriti), Vennero anche incriminati per falsa testimonianza e rinviati a giudizio l’editore Feltrinelli e la moglie.

La prima circostanza singolare di questa inchiesta sta nel fatto che nonostante gli arresti siano scaturiti dopo la bomba alla fiera campionaria, i sei non vennero accusati di strage per questo attentato, l’unico che ebbe feriti. Alla fine solo tre dei sei arrestati vennero condannati, tutti a pene molto lievi, per sei episodi minori avvenuti in ore notturne unicamente con danni materiali. Delle altre 12 esplosioni: le due più importanti, quelle del 25 aprile alla fiera campionaria con 20 feriti, e alla stazione centrale, furono – solo anni dopo – attribuite in via definitiva alla cellula ordinovista di Padova guidata da Freda e Ventura; delle altre 10 (minori avvenute in ore notturne, senza feriti), nulla si è mai più saputo.

Ora secondo Satta, l’iter giudiziario con l’assoluzione finale dei più proverebbe che non vi fu alcun intento persecutorio ma solo un fisiologico funzionamento dell’azione di controllo repressivo delle forze di polizia e di verifica della giustizia. «Non si può dire – scrive – che il procedimento giudiziario sia stato persecutorio, e ancor meno che fossero stati dolosamente colpevolizzati gli anarchici per arrivare a Feltrinelli e alla sinistra tutta». Ed è qui che le sue argomentazioni suscitano le prime perplessità: perché se è vero che in sede di dibattimento tutto si sgonfiò, non fu la stessa cosa durante l’inchiesta di polizia e l’istruttoria, che all’epoca era nelle mani del giudice istruttore, il quale – cito le parole di Morando: «si limitò a vidimare l’esito l’esito delle indagini dell’Ufficio politico della Questura di Milano, condotte dal commissario Calabresi, e a rinviare a giudizio tutti gli arrestati, tranne due due, una coppia di amici di Feltrinelli, ritenuti i vertici della cellula terroristica, prosciolti dopo oltre sei mesi di carcere». Ci sono poi altri dettagli che per brevità tralascio rinviando alla lettura completa dei due post chi fosse interessato. Poiché Morando conclude il suo post con un esercizio retorico che lascia al lettore valutare se i fatti accaduti siano stati «una macchinazione o che gli inquirenti fossero tutti dei gran cialtroni, giudichi il lettore», nella replica Satta fa notare che dolo, «la macchinazione», e cialtronaggine non sono la stessa cosa, invitando Morando a decidere su quale delle due optare.

Ha ragione Satta a sottolineare che il dolo presuppone intenzionalità mentre la cialtronaggine solo colpa, anche se ciò non esclude che le due cose possano marciare insieme. La vita reale è piena di “dolosi cialtroni” e viceversa. Vengono alla mente alcuni esempi clamorosi di altre famose inchieste, come la telefonata di Mario Moretti del 30 aprile 1978 attribuita alla voce di Toni Negri o quella del 9 maggio successivo di Valerio Morucci imputata a Pino Nicotri… Il risultato finale cambia poco.

In realtà quello che più sorprende negli argomenti proposti da Satta è la convinzione che l’assoluzione finale dissolva ogni cosa impedendo di evocare il dolo.

Questa convinzione mostra una certa confusione tra attività di polizia, funzione inquirente (all’epoca vigeva il rito istruttorio) e attività giudicante. Ora, se la funzione giudicante corregge in sede di dibattimento i comportamenti scorretti, inesatti o altro che possano accadere nelle prime due istanze, il dolo permane sempre seppur ridimensionato. Un arresto, una perquisizione, un sequestro, una indagine e figuriamoci un periodo di carcere, anche in presenza di un’assoluzione finale non sono elementi neutri sia sul piano del danno personale che dell’effetto politico e sociale, nella fattispecie lo stigma gettato sulla sinistra e gli anarchici.

Lo Stato non è un corpo unico, ma un apparato complesso attraversato da forze, campi, culture e tensioni. All’epoca poi stava emergendo un rinnovamento sociologico all’interno della magistratura, grazie ai nuovi concorsi che avevano permesso l’ingresso di nuovi ceti sociali che avevano interrotto la continuità di ceto e cultura con l’epoca fascista, cosa che non era avvenuta ancora nella polizia e nei servizi. Questo spiega le ragioni della rottura di quella omogeneità d’ambiente che in precedenza compattava la sfera statale e la presenza di possibili divergenze finali sugli esiti processuali.

Per un democratico-liberale di scuola rosselliana come Satta, l’indagine, l’arresto e l’incarcerazione di una persona, peggio più persone, anche se alla fine si conclude con un’assoluzione dovrebbe apparire come un fattore patologico, non fisiologico del sistema giustizia e del funzionamento dello Stato.

Nella vicenda di cui trattiamo, oltre all’ufficio politico della questura di Milano a un certo punto interviene in massa l’Uaarr che nei giorni di piazza Fontana si sposta da Roma e occupa gli uffici della questura meneghina. Una circostanza tenuta riservata per quasi 30 anni e venuta alla luce solo dopo il ritrovamento dell’archivio Russomanno in Circonvallazione Appia. Cosa ci sarebbe di nornale – come sostiene Satta – in una presenza mantenuta segreta anche dopo le idangini sulle circostanze della morte del ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli? Neppure Calabresi ne fece mai cenno, eppure rivelarla l’avrebbe sollevato dal sospetto di un ruolo diretto nella morte dell’anarchico. Il ferroviere fermato, anzi che aveva seguito col suo motorino il commissario Calabresi che conosceva e gli aveva chiesto di venirgli dietro in ufficio, dove rimase trattenuto illegalmente, cioè oltre i termini legali previsti dalla legge – per il codice penale si dice sequestrato – per poi volare da una finestra del quarto piano. Sappiamo che un confidente del Sid (i Servizi segreti dell’epoca) era infiltrato in una cellula ordinovista (gruppo neofascista). Elementi, circostanze, che mostrano in tutta questa vicenda una ingombrante e anomala presenza di corpi dello Stato: tutto regolare, tutto fisiologico?

Satta – semplifico per i lettori – suggerisce la tesi di un ufficio politico che ignaro delle malefatte e dei progetti delle cellule neofasciste, sia stato indotto nell’errore dal fatto che alcuni anarchici facevano esplodere piccoli ordigni e quindi trova normale che il sospetto degli inquirenti si rivolgesse all’inizio nella loro direzione. Sembra dire che il pregiudizio accusatorio fosse in qualche modo fondato: alcuni anarchici mettono le bombe, allora tutti gli anarchici e i loro amici – nella fattispecie Feltrinelli, stiamo parlando del 1969 non del 1972 – le mettono o comunque sono sospetti. Un dispositivo che abbiamo visto in azione con le numerose retate giudiziarie negli anni successivi.

Sappiamo che è questione storiografica aperta il problema del massacro di piazza Fontana: voluto solo dalla cellula padovana di Ordine nuovo, che frustrata dall’indecisione mostrata dalle autorità di governo democristiane nel varare un giro di vite autoritario, avrebbe innalzato il livello della violenza passando alla strage diretta, abbandonando la lunga e documentata serie di attentati con bombe a basso potenziale funzionale alla creazione di un clima di tensione e paura nel Paese? Oppure scelta anche degli apparati, i nostri o di alcuni settori operanti nelle basi Nato? Le domande restano, ci sono risposte diverse ma un fatto certo è il fetente puzzo di omertà, il silenzio, le omissioni, le compromissioni e i non detti che chiamano in causa pesantemente i contesti statali dell’epoca.

Questa è la posta in gioco storiografica che Satta contesta, commettendo anche errori in punto di fatto, poiché egli parte da un presupposto, un assioma da cui discendono le sue conclusioni: lo Stato, o meglio stando al titolo del suo libro «I nemici della Repubblica» (vista l’assenza di aggettivazione anche qui ci sarebbe da ridire, perché i «nemici» da sinistra non erano certo monarchici e dunque la loro ostilità si rivolgeva alla forma statale in sé e al sistema economico-sociale non certo al dispositivo politico repubblicano…), è sempre illibata, pulita, candida e proba. Le istituzioni sono sacre e i suoi uomini santi, guai a lanciare contro di loro qualsiasi accusa, questo a prescindere da qualunque prova. Non a caso Satta gira la testa dall’altra parte davanti alle torture praticate dalle forze di polizia durante le indagini, documentate e oggi anche confessate da uomini dello Stato, per stare ad un solo esempio.

Da qui nasce anche la sua critica alla «dietrologia» mossa unicamente dalla esigenza di tutelare solo la probità delle istituzioni e solo in un secondo momento la verità dei fatti, dei processi sociali, delle dinamiche storiche, sempre se queste non contrastano e mettono in discussione la limpidezza dello Stato. Altrimenti silenzio.

Lo dico con cognizione di causa e un certo dispiacere, essendo stato uno dei pochi, forse addirittura il primo ad aver recensito e valorizzato Satta – (dal carcere) sul quotidiano Liberazione, suscitando polemiche dentro Rifondazione comunista (dove allignavano vecchie posizioni del Pci) nel lontano settembre 2003, (Caso Moro, l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico) e averlo continuato a fare negli anni a venire, apprezzando moltissimo i suoi due volumi sulla questione, scritti quando ancora – fresco del suo lavori di documentarista della commissione Stragi – si cimentava con la ricerca documentale. Ma criticare la dietrologia, sacrosanta attività, fondamentale impegno in questo Paese intossicato, non vuol dire rinunciare alla critica sempre e comunque.

Ps: qui sotto potete trovare in ordine cronologico gli interventi dei due studiosi.

Paolo Morando
*Post lungo, per fatto personale*

Nell’edizione aggiornata di “I nemici della Repubblica” (BUR La Storia Le Storie giugno 2024, prima edizione Rizzoli 2016), lo studioso Vladimiro Satta commette una notevole serie di errori fattuali. Sono errori che ingannano il lettore e che per me risultano ancora più gravi, poiché su di essi l’autore basa una serie di critiche al mio libro del 2019 Prima di Piazza Fontana. La prova generale.
A pagina 871, la prima della “Appendice 1 – Dal 2016 a oggi” in cui Satta si occupa delle novità storiografiche e giudiziarie intervenute dopo la prima edizione del proprio libro, l’autore cita l’inchiesta ripercorsa in “Prima di Piazza Fontana”, scrivendo così: «Essa verteva su una serie di attentati minori susseguitisi nel 1969 a Milano, prima del 12 dicembre. Furono arrestate persone quasi tutte appartenenti all’area anarchica, rinviate a giudizio il 24 luglio 1970 e il 28 maggio 1972 assolte in ordine a dodici dei diciotto episodi in questione e condannate per i restanti sei, mentre Feltrinelli, che nel corso dell’istruttoria era stato sospettato di falsa testimonianza in favore di una coppia di coniugi suoi amici, era stato prosciolto a conclusione dell’istruttoria stessa come pure i coniugi».
Al di là dell’errore sulla data dell’assoluzione in assise, che avvenne nel 1971 e non nel 1972, l’intera ricostruzione di Satta è gravemente imprecisa. Giangiacomo Feltrinelli non venne sospettato di falsa testimonianza “in favore di una coppia di coniugi suoi amici”, bensì a favore dei due giovani anarchici accusati degli attentati del 25 aprile 1969 alla Fiera campionaria e alla Stazione centrale (il primo provocò una ventina di feriti), e che quella sera erano invece a cena proprio a casa Feltrinelli. Ma soprattutto, l’editore non fu affatto prosciolto in istruttoria. Venne invece rinviato a giudizio e fu processato in contumacia assieme alla moglie Sibilla Melega, accusata dello stesso reato. Entrambi furono poi assolti con la formula più ampia, tanto che la Procura nemmeno ricorse in appello.
È quindi del tutto infondato, oltre che quanto meno pretestuoso, il ragionamento di Satta per cui «Non si può dire, quindi, che il procedimento giudiziario sia stato persecutorio, e ancor meno che fossero stati dolosamente colpevolizzati gli anarchici per arrivare a Feltrinelli e alla sinistra tutta». L’andamento dell’inchiesta e del processo dimostra invece quanto Satta nega. Il giudice istruttore Amati, infatti, si limitò a vidimare l’esito delle indagini dell’Ufficio politico della Questura di Milano, condotte dal commissario Calabresi, e a rinviare a giudizio tutti gli arrestati, con l’esclusione della coppia di amici di Feltrinelli (Giovanni Corradini ed Eliane Vincileoni), ma solo dopo sei mesi abbondanti di carcere e ripetuti no alle loro richieste di scarcerazione per totale assenza di indizi.
Sul tema peraltro Satta è pervicace nel commettere errori, visto che a pagina 872 scrive così: «Quanto al presunto tentativo di risalire dagli anarchici e da Feltrinelli fino al maggiore partito della sinistra, proprio dal libro di Morando si apprende che due di coloro che furono coinvolti nell’inchiesta ma prosciolti a fine istruttoria, Clara Mazzanti e Giuseppe Norscia, non erano anarchici bensì erano iscritti al Pci». Falso pure questo. Mazzanti e Norscia furono arrestati nell’autunno del 1969 e non vennero mai prosciolti, bensì rinviati a giudizio e processati: rimasero continuativamente in carcere fino all’assoluzione del maggio ’71, con formula dubitativa che pure per loro in appello diverrà ampia.
Circa l’iscrizione della coppia Norscia-Mazzanti al Pci, Satta ne trae lo spunto per sostenere che «Questo dato di fatto è incompatibile con l’idea che l’intenzione degli inquirenti o addirittura di manovratori politici alle spalle degli inquirenti fosse danneggiare il Pci; in quel caso, approfittando di Mazzanti e Norscia si sarebbe scatenata subito una pretestuosa campagna anticomunista, che invece non ci fu per niente». Ed è vero, non ci fu, ma proprio perché l’appartenenza della coppia al Pci fu del tutto marginale nelle loro vite, come scrivo ampiamente nel libro. Che Satta ha dunque letto quanto meno distrattamente.
L’esito complessivo di quella disastrosa inchiesta di Calabresi e dell’ancora più disastrosa istruttoria di Amati è attestato dalla sentenza finale: due prosciolti in istruttoria, cinque assolti con formula piena e tre condannati a pene fra i 3 anni e 4 mesi e 1 anno e 4 mesi, ma a fronte di accuse che, per i sei imputati dei diciotto attentati, prevedevano una dozzina di ergastoli. Che sia stata una macchinazione o che gli inquirenti fossero tutti dei gran cialtroni, giudichi il lettore.

Vladimiro Satta
REPLICA A PAOLO MORANDO

Paolo Morando, un anno e mezzo dopo l’uscita dell’edizione aggiornata del mio libro “I Nemici della Repubblica”, mi ha attaccato pesantemente con un post nella sua bacheca FB. Il tema è la valutazione storica degli attentati minori che nel 1969 precedettero la strage di Piazza Fontana a Milano, vicenda cui lui ha dedicato una monografia qualche anno fa. Qui di seguito, la mia risposta a Morando. Chi fosse interessato, potrà leggere cosa ha scritto Morando e commenti vari presso la bacheca sua. << L’indicazione del 1971 come data dell’assoluzione in Assise è stata un refuso, mentre è stato un errore scrivere che Feltrinelli, Mazzanti e Norscia furono prosciolti in istruttoria, poiché in realtà furono assolti in primo grado e, per Feltrinelli, la Procura non ricorse in appello. Prendo atto delle puntualizzazioni di Morando al riguardo e provvederò alle opportune correzioni nelle prossime edizioni de “I nemici della Repubblica”, se ce ne saranno. Detto ciò, la questione fondamentale è – come riconosce Morando stesso nel suo post su FB di sabato 6 settembre- stabilire se il procedimento giudiziario fu persecutorio e colpevolizzò dolosamente gli anarchici per arrivare a Feltrinelli e alla sinistra tutta, oppure no. Nel post, Morando dapprima afferma che <<l’andamento dell’inchiesta e del processo>> dimostrano il dolo a fini politici che io invece nego, ma poi conclude senza prendere posizione tra <<macchinazione>>, che è sinonimo di dolo, e cialtroneria, che è altra cosa dal dolo. Come si vede, l’unica certezza ravvisabile nella visione di Morando è l’avversione nei miei confronti. In attesa che in merito all’interpretazione della vicenda storica e processuale Morando si metta d’accordo con sé stesso, faccio notare innanzi tutto che la presunta dimostrazione del dolo addotta da lui non sta in piedi. Un esito assolutorio non dimostra affatto che ci sia stato dolo da parte degli inquirenti; diversamente, dovremmo immaginare che i complotti orditi quotidianamente in Italia con la complicità della magistratura siano innumerevoli. Neanche Berlusconi arrivava a tanto. Davvero Morando pensa invece che, pur in mancanza elementi quali intercettazioni, testimonianze inoppugnabili, confessioni da parte dei responsabili, documenti probanti eccetera, le assoluzioni siano segno di dolo e ragiona così anche per altri casi? Davvero, ad esempio, di fronte alla pioggia di assoluzioni del secondo processo contro Ordine Nuovo basato su indagini di Vittorio Occorsio (c.d. processo dei 119) Morando parlerebbe di persecuzione dolosa ai danni dei neofascisti? Ha mai sostenuto che i molteplici processi nei quali Paolo Signorelli venne assolto servivano a tentare di screditare il MSI? Se Morando facesse questo, io dissentirei ancora una volta ma, almeno, potrei riconoscergli un po’ di coerenza.
Sull’ipotesi della cialtroneria, piuttosto, in qualche misura potrei essere d’accordo con Morando, come lui ben sa, poiché ne abbiamo parlato più volte, anche pubblicamente. Ma nel post, egli se ne dimentica.
Purtroppo, i buchi nel post di Morando non si limitano a questo. Egli, citando la pag. 872 del mio libro “I nemici della Repubblica”, ha omesso una serie di brani significativi, che qui riporto:
<<la sentenza (…) recepì quasi interamente le richieste del pubblico ministero, Antonino Scopelliti, il quale tempo dopo, ospite di un programma televisivo, dichiarò che il dibattimento aveva “chiarito centomila cose che l’istruttoria non aveva chiarito né forse poteva chiarire. Ecco perché il dibattimento è la fase illuminante del processo” (…) Oltre tutto, all’epoca Feltrinelli aveva già dato prova di non essere un personaggio legalitario e innocuo e perciò, se si fosse voluto colpire lui, lo si sarebbe potuto fare senza bisogno di montature contro gli anarchici. Persino Feltrinelli stesso trovava logico che le inchieste per attentati andassero in direzione degli anarchici; in un’intervista rilasciata alla rivista “Compagni”, datata aprile 1970, egli pur dichiarandosi convinto che tra i “giovani più o meno anarchici” si fossero infiltrati “agenti provocatori e fascisti”, riconosceva che coloro i quali “amano con facilità parlare di bombe, che di tanto in tanto possono anche far esplodere (…) facendo più rumore che danni (…) prestano facilmente il fianco per essere indiziati di atti criminosi come gli attentati di Milano e di Roma” (…) >>.
E sì che Morando conosce l’autorevole parere di Feltrinelli stesso, in quanto -se stranamente gli era sfuggito il noto libro di Panvini “Ordine nero e guerriglia rossa” dove le parole di Feltrinelli sono citate- non può però avere dimenticato il prolungato scambio di commenti su FB tra noi due, con la partecipazione di altri, avvenuto ai primi di marzo del 2022.
A cosa alludeva nel 1970 Feltrinelli, che conosceva personalmente parecchi anarchici e tra questi i giovani Braschi e Della Savia accusati -e infine condannati- per attentati minori effettuati prima della strage di Piazza Fontana? Rispondo con estratti dal volume di Morando “Prima di Piazza Fontana”: l’anarchico Paolo Braschi rivelò all’A. che <<noi non lo abbiamo mai ammesso, ma in effetti c’era questo quantitativo di esplosivo, 40-50 chili, tanta roba (…) una piccola parte la presi io e l’altra la si andò a sotterrare (…) Di attentati ne ho fatti due, più uno che si fece insieme>> ad un <<anarchico di Canosa>> non nominato, poi ancora <<lui ha fatto quelli di Roma>>. Un altro anarchico, Angelo Della Savia, <<ammette gli attentati romani e quelli di Genova con Braschi, racconta anche la sua prima “bombarella” a Milano>>, peraltro stralciata dal processo. Sempre Della Savia a Morando: <<le bombe le abbiamo messe, per cui innocenti innocenti non è che eravamo>>.
Quanto all’appartenenza della coppia Mazzanti-Norscia al PCI, un briciolo di esperienza di vita e/o di conoscenza del passato permette a tutti (o quasi) di comprendere che, ai fini della montatura di una campagna pretestuosa, importa poco o nulla se la suddetta appartenenza utilizzabile come pretesto fosse marginale o centrale.
Per inciso, Feltrinelli non era anarchico, ed era uscito dal PCI circa dieci anni prima dei fatti in oggetto. I suoi rapporti con il partito erano tali da far pensare a molti che lo scopo dell’attentato ad un traliccio a Segrate che lui stava preparando, nel quale perse la vita, fosse provocare un blackout per disturbare il congresso nazionale comunista che si teneva nella vicina Milano. Pertanto, fare leva su Feltrinelli per colpire gli anarchici, o il PCI, o tutti e due, sarebbe stato vano. Infatti non accadde, cosa che Morando non contesta ma dalla quale è incapace di trarre le conseguenze.
In conclusione, ricordiamoci sempre che indagare non è sinonimo di “incastrare” né di dichiarare colpevolezze prima delle sentenze, evitiamo di anteporre sospetti meramente congetturali di macchinazioni alle evidenze e, per quanto possibile, sforziamoci di ricondurre i fatti storici e gli errori iniziali delle inchieste alle loro reali dimensioni e cause.

Paolo Morando
Tocca aggiungere che Satta anche nella risposta al mio post cita erroneamente il mio libro. Parla infatti di un “anarchico di Canosa” con cui Braschi avrebbe compiuto un attentato. Ma Braschi, intervistato (cfr. pagina 317), nel libro non dice affatto quanto Satta gli attribuisce, per giunta tra virgolette

Via Fani, indagini inadeguate e dietrologia, come è nata la leggenda del quinto sparatore

«La figura del “quinto” uomo, ovvero dell’attentatore 
che avrebbe dovuto sparare dal lato destro del convoglio 
all’inizio dell’azione, sconfessata dalle dichiarazioni dei terroristi stessi,
 ma decisamente supportata non solo dagli atti processuali 
ma da una gran parte della letteratura politica degli anni di piombo,
è una figura diventata emblema per l’idea stessa di generiche ombre sinistre 
su fatti accaduti. Quando oggi si sente parlare del “quinto” uomo, 
immediatamente si capisce che ci si riferisce a qualcosa di losco, nascosto, a qualcosa che mina la credibilità delle Istituzioni stesse. 
Una sorta di antesignano del complottismo».

Federico Boffi-Lucarelli, Grazia La Cava, Scienza e giustizia, Armando editore 2024

Un recente abbaglio dello storico Davide Conti ha aggiunto una nuova puntata alla interminabile saga dei misteri sul rapimento dello statista democristiano Aldo Moro. Su Domani del 23 e 24 agosto scorso, il ricercatore della Fondazione Basso, autore di diversi lavori sulla Resistenza, soprattutto romana, e di varie pubblicazioni sul fascismo e neo fascismo, nonché consulente delle procure di Brescia e Bologna nelle indagini sulle stragi e dell’archivio storico del Senato, ha rilanciato la tesi del quinto uomo che avrebbe preso parte alla sparatoria di via Fani (l’undicesimo brigatista del commando), la mattina del 16 marzo 1978.

Gli errori di Davide Conti

Come ormai accade da decenni a questa parte in tutti gli scoop sul rapimento Moro, le clamorose scoperte annunciate a titoli cubitali incappano sempre in clamorosi errori. Anche Conti non è scampato a questa regola: non è vero, infatti – come ha sostenuto – che le tracce di sangue ritrovate all’interno delle auto usate dai brigatisti per la fuga non vennero mai identificate. Il 14 novembre 1978 i professori Franco Marraccino e Giorgio Gualdi, incaricati dal pm Infelisi nel marzo precedente, consegnarono la loro perizia al consigliere istruttore Achille Gallucci. Le conclusioni apparvero subito inequivocabili: le tracce di sangue trovate nelle auto erano compatibili con quattro dei cinque uomini della scorta dello statista democristiano (Cm2 0470_001). Errata è dunque l’ipotesi avanzata da Conti, ovvero che alcune di quelle tracce appartenessero ad un quinto brigatista non identificato che avrebbe partecipato al rapimento. Un altro degli errori, che qui ci limitiamo a citare (per una disamina più ampia leggi: Il sangue degli uomini della scorta di Moro scambiato con quello di un brigatista immaginario), riguarda l’arbitrario spostamento di uno dei membri del commando (Prospero Gallinari) dai sedili anteriori a quelli posteriori di una delle due Fiat 128 utilizzate durante l’agguato. Un’artificiosa operazione che ha permesso a Conti, nonostante le evidenze storiche dicano il contrario, di aggiungere un passeggero e far quadrare la propria ricostruzione.

Indagini inadeguate e dietrologia


Gran parte delle teorie dietrologiche costruite sul rapimento Moro traggono origine, dal punto di vista tecnico, dall’iniziale ricostruzione errata della dinamica dei fatti dovuta alle gravi carenze ed errori presenti nelle prime indagini condotte nel 1978. E’ quanto spiegano, in un volume pubblicato nel 2024, Scienza e Giustizia, la dinamica della scena del crimine, Armando editore, Federico Boffi Lucarelli, che ha diretto le sezioni di balistica e l’Unità di analisi dei crimini violenti della polizia scientifica, e Grazia La Cava. Il testo riprende la perizia sulla dinamica della sparatoria e del rapimento Moro consegnata il 12 giugno 2015 alla seconda commissione Moro, presieduta da Giuseppe Fioroni (Cm2 0197_003). Documento che non venne accolto con favore dalla maggioranza dei membri della commissione, spiazzati dai risultati che confermavano le testimonianze inascoltate dei brigatisti.

«I dubbi emersi negli atti giudiziari dell’epoca – scrivono gli autori – e costantemente riportati negli anni successivi, sono invece un buon esempio di come è possibile trasformare una incertezza tecnica in un caso sociale e politico (ed anche giudiziario, in effetti)». Il combinato disposto tra questi errori e precisi interessi politici, hanno sedimentato il pregiudizio dietrologico, ovvero l’idea fattasi senso comune che mai un gruppo di operai del Nord e giovani delle borgate romane avrebbero potuto, contando sui propri mezzi, portare a termine un’azione del genere. L’alibi del complotto venne subito messo in campo dalle forze politiche che con maggiore forza e peso sostennero la «linea della fermezza» (Pci e Dc) per celare le responsabilità avute sulla mancata volontà di trattare la liberazione dell’ostaggio, sacrificando la vita di Moro sull’altare della ragion di Stato e del compromesso storico, inesorabilmente fallito nei mesi successivi. La costruzione della narrazione dietrologica è stata lo strumento di questo processo di esportazione della colpa: una rivisitazione storica dei fatti che mise d’accordo anche destra, la quale elaborò una propria narrazione che addossava alle forze del patto di Varsavia la regia del rapimento.

Gli errori iniziali sullo sparatore da destra


La ricostruzione iniziale dell’agguato proposta dal settimanale Panorama del 28 Marzo 1978. Con il numero 2 è indicato il brigatista che si ipotizzava avesse agito sulla destra

Nel corso delle indagini svolte nel 1978, perizia Ugolini-Jadevito-Lopez, e nella successiva Salza-Benedetti del 1994, non vennero svolti sopralluoghi all’interno delle autovetture coinvolte nella sparatoria per individuare gli impatti dei colpi esplosi. Non vennero nemmeno effettuati studi sui tracciati balistici. Questa circostanza – scrive Boffi – ha portato a individuare come «punti fissi» unicamente le traiettorie di ingresso rilevate sui corpi posti sul tavolo autoptico e per altro verso a rincorrere la posizione di singoli bossoli e ogive su una scena profondamente inquinata, sia dai movimenti effettuati dai brigatisti durante l’azione e dai mezzi impiegati, che dalle vetture delle forze di polizia che intervennero, i primi soccorritori, i numerosi inquirenti, giornalisti e curiosi che occuparono la scena calpestando reperti, spostandoli inavvertitamente, come le molte foto e immagini d’epoca dimostrano. 

Un approccio che ha impedito di contestualizzare le traiettorie balistiche sulla scena dell’agguato. Escusso nel marzo del 2015 dalla Polizia di prevenzione per conto della commissione Moro 2, l’autore della seconda perizia balistica, il perito Pietro Benedetti, ha confermato «di non aver mai effettuato attività di ricostruzione delle traiettorie balistiche né di aver mai esaminato le autovetture» (Cm2 0066_011). Ciò spiega perché dopo aver rilevato in autopsia che i colpi che uccisero il maresciallo Leonardi avevano attinto la parte destra del corpo, in sede processuale si elaborò una prima ricostruzione che individuava la presenza di uno sparatore da destra. Inizialmente si ipotizzò il ruolo di un brigatista uscito dallo sportello destro della Fiat 128 bianca con targa diplomatica che – si ricostruì erroneamente – anziché precedere aveva bloccato con una improvvisa marcia indietro il convoglio presidenziale allo stop con via Stresa. La mancata identificazione nel corso delle indagini successive di questo soggetto inesistente ha alimentato nel tempo le più diverse dietrologie sulla sua presunta identità e anche sulla sua esatta posizione. Come vedremo più avanti c’è chi lo voleva appostato dietro la Mini clubman parcheggiata sulla destra dell’incrocio, incurante dei tiri provenienti dal lato sinistro.

I nuovi accertamenti su Leonardi e Zizzi

Ricostruzione delle traiettorie dei colpi che hanno raggiunto il maresciallo Leonardi. Diapositive allegate alla nuova perizia balistica presentata nel 2015 alla nuova commissione Moro

I sopralluoghi effettuati nel 2015, su incarico della commissione parlamentare Fioroni, individuando numerosi impatti di arma da fuoco sul lato interno destro del veicolo che trasportava Moro e la contemporanea assenza di impatti sul lato opposto (verifica che non è stato possibile effettuare all’interno dell’Alfetta di scorta, conservata in pessime condizioni, perché gli interni furono divelti nel 1978 alla ricerca di bossoli e proiettili), hanno fornito prove in favore dell’attacco portato dal lato sinistro della via.

Ricollocando i corpi all’interno delle autovetture, grazie all’analisi tridimensionale fornita dalla moderna strumentazione forense, e studiando le traiettorie accertate dei colpi che hanno penetrato la carrozzeria del convoglio di Moro (trascurando le traiettorie disperse), i funzionari della scientifica hanno potuto ricostruire la dinamica effettiva dell’azione. Si è così potuto dimostrare come i tiri da sinistra, anche quelli con direzione più obliqua, erano compatibili con gli impatti sulle parti interne del mezzo e i fori di entrata sul corpo del maresciallo Leonardi, centrato mentre girandosi in protezione di Moro offriva il fianco destro allo sparatore.
Analogo discorso andava fatto – sempre secondo Boffi – per i tre colpi che attinsero il vicebrigadiere Zizzi alle spalle, con traiettoria basso-alto. Per alcune ricostruzioni dietrologiche questa circostanza avrebbe provato l’esistenza di un «super killer», situato a destra, nascosto dietro la Mini clubman. Il misterioso personaggio avrebbe neutralizzato il poliziotto che, una volta uscito dal’Alfetta per rispondere al fuoco dei brigatisti, avrebbe offerto le spalle al tiratore mai individuato. Allo stesso modo, il misterioso individuo avrebbe centrato anche l’agente Iozzino, che effettivamente riuscì a portarsi fuori dal mezzo e sparare due colpi in direzione di uno dei quattro brigatisti in abiti dell’aviazione civile.

I nuovi accertamenti hanno smentito queste ipotesi prive di conferme scientifiche: le traiettorie di tiro contro l’Alfetta mostrano come il grosso dei colpi siano stati portati da sinistra e da dietro in linea leggermente obliqua, in particolare dal quarto componente del comando (lo sparatore meno efficace e più disordinato) che si trovava più in alto. Considerando l’andamento in discesa della via, l’altezza dell’autovettura e la posizione del brigatista che ha sparato, i funzionari della scientifica hanno calcolato un dislivello di almeno 50 cm che spiegherebbe la particolare traiettoria dei colpi che hanno investito Zizzi dalla parte posteriore del mezzo. Il basso-alto identificato sul tavolo autoptico si trasforma così in alto-basso una volta ricollocato il corpo di Zizzi nella macchina mentre, sentiti gli spari, per proteggersi questi si abbassa in avanti accucciandosi sulle gambe.

Ricostruzione della dinamica dell’azione riportata nella nuova perizia del 2015

A confermare l’andamento dei colpi da sinistra-destra sopraggiungono anche i numerosi impatti presenti sui finestrini del lato sinistro della Mini clubman, parcheggiata sulla destra della Fiat 130, circostanza che dimostra come un eventuale tiratore collocato in quella posizione sarebbe stato crivellato dai colpi provenienti dal versante opposto. La controprova di questa ricostruzione sta nel fatto che eventuali colpi tirati dal lato destro avrebbero attinto, stando alle possibili traiettorie, i brigatisti posizionati a sinistra. Ad essi si aggiungono le tracce di impatto sul muretto destro e sulle pareti e all’interno degli immobili collocati sulla destra di via Fani. Mentre sono assenti impatti sul versante sinistro e sulla parte bassa della via, dove sarebbe stato presente l’ingegnere Alessandro Marini, testimone iniziale e ritenuto più importante nel corso dei processi, dimostratosi poi mendace (leggi qui), e da cui originarono le prime ricostruzioni dietrologiche.

Attacco dinamico e seconda fase?

Altra novità, proposta nel libro di Boffi, e ripresa dalla nuova perizia del 2015, è la tesi dell’attacco portato quando le vetture erano ancora in movimento, in fase di rallentamento sarebbe più corretto dire. Secondo l’autore questa ricostruzione si attaglia meglio con alcune traiettorie di tiro iniziale, in particolare il colpo singolo sul parabrezza della Fiat 130. Se l’ipotesi della vettura in rallentamento non trova smentite per l’Alfetta, lo spostamento sarebbe stato di pochi metri, non 10-15 come esageratamente scrive Guido Salvini – ostile alla nuova perizia (leggi qui) – nella relazione stilata per la commissione antimafia (XIII, n. 37, sez VII, settembre 2022), al contrario alcune testimonianze dei brigatisti che presero parte all’azione non confermano questa dinamica per la Fiat 130. Da questa, infatti, sarebbero partiti ripetuti colpi di clacson nei confronti dell’autista della Fiat 128 giardinetta che aveva bloccato il convoglio all’incrocio, traendo in inganno l’autista di Moro.

Nella nuova perizia è presente anche un errore di posizione della Fiat 128 bianca che ostruiva la parte superiore di via Fani. Nelle immagini viene rappresentata con l’avantreno rivolto verso la parte alta della strada, mentre nella realtà era posizionata con l’avantreno in discesa. Parcheggiata la sera prima sul lato destro, da quella posizione si erano mossi i due irregolari della colonna romana che vi prendevano posto, spostandosi di traverso sulla via. Circostanza che spiega come l’autista del mezzo, Alessio Casimirri, spesso chiamato in causa come possibile quinto sparatore, avrebbe poco agevolmente dovuto abbandonare il suo posto di guida e aggirare la Fiat 128 per mettersi in posizione di tiro e non restare scoperto alle spalle. In realtà lo sportello dell’autista era sul lato superiore della via, mentre l’altro irregolare, proteggendosi dietro la vettura sul lato basso della strada, voltava le spalle alla scena dell’azione intento a controllare possibili insidie provenienti dalla parte alta di via Fani. 


Punto fermo della nuova ricostruzione è anche l’esistenza di una «seconda fase» dell’attacco brigatista, intervenuta dopo aver bloccato la scorta e neutralizzato i suoi componenti. Le traiettorie di ingresso di alcuni colpi portati contro l’agente Iozzino e l’autista dell’Alfetta Rivera, colpito anche alla spalla destra dopo essere stato centrato sulla sua sinistra, e la presenza di alcuni bossoli su quel lato, dimostrano che il quarto brigatista in alto a sinistra si era portato verso destra aggirando l’Alfetta e sparando anche con la sua arma personale, una Beretta 51. Per i brigatisti la seconda fase dell’azione riguardava soltanto il prelievo dell’ostaggio e l’abbandono del luogo della sparatoria, tuttavia vi è sicuramente stato un momento di transizione in cui, mentre due bierre in basso facevano salire Moro sulla Fiat 132 e un altro prelevava le borse dalla sua macchina, gli altri due in alto si portavano sulla destra per accertare che dalla vettura di scorta non potessero arrivare sorprese

L’inesistente quinto uomo

«Accertare che non potessero reagire e passare alla seconda fase è tutt’uno», scrive Prospero Gallinari nel suo libro autobiografico (Un contadino nella metropoli, edizione Bompiani, p. 184). Ciò potrebbe spiegare anche la presenza su quel versante di tre degli otto bossoli Smith & Wesson esplosi dalla sua pistola personale e che tanto hanno fatto discutere, per questo segnalati anche nella già citata relazione (improbabile) di Salvini. L’arma, sequestrata a Gallinari al momento della sua cattura (24 settembre 1979), risultò impiegata non solo in via Fani (8 colpi) ma anche il 21 dicembre successivo (4 colpi), durante l’attacco portato dalle Brigate rosse a una volante sotto l’abitazione del presidente dei deputati Dc, Giovanni Galloni, e nell’assalto alla sede regionale della Dc del Lazio, in piazza Nicosia, il 3 maggio 1979 (6 colpi).