Perché la commissione Moro non si occupa delle torture impiegate durante le indagini sul sequestro e l’uccisione del presidente Dc ?

Anche le democrazie torturano. Nel maggio 1978 la nazionale di calcio italiana era in Argentina dove stava completando la preparazione in vista del campionato del mondo che sarebbe cominciato il mese successivo, vinto alla fine dai padroni di casa. Due anni prima, nel marzo 1976, un golpe fascista aveva portato al potere una giunta militare ma nonostante ciò i mondiali di calcio si tennero lo stesso. Furono una bella vetrina per i golpisti mentre i militanti di sinistra sparivano, desaparecidos; prima torturati nelle caserme o nelle scuole militari, poi gettati dagli aerei nell’Oceano durante i viaggi della morte, attaccati a delle travi di ferro che li trascinavano giù negli abissi. Intanto i neonati delle militanti uccise erano rapiti e adottati dalle famiglie degli ufficiali del regime dittatoriale.
Nel resto dell’America Latina imperversava il piano Condor orchestrato dalla Cia per dare sostegno alle dittature militari che spuntavano un po’ ovunque nel cortile di casa di Washington. Cinque anni prima, l’11 settembre del 1973, era stata la volta del golpe fascio-liberale in Cile, dove gli stadi si erano trasformati in lager.
In Italia l’opposizione sfilava solo nelle strade. In parlamento da un paio di anni si era ridotta a frazioni centesimali di punto a causa di un fenomeno politico che gli studiosi hanno ribattezzato col termine di “consociativismo”’: ovvero la propensione a costruire larghe alleanze consensualistiche, trasversali e trasformiste, che annullano gli opposti e mettono in soffitta alternanze e alternative. Il 90% delle leggi erano approvate con voto unanime nelle commissioni senza passare per le aule parlamentari. Il consociativismo di quel periodo aveva un nome ben preciso: “compromesso storico”. Necessità ineludibile, secondo il segretario del Pci dell’epoca Enrico Berlinguer, per scongiurare il rischio di derive golpiste anche in Italia.
Dopo un primo “governo della non sfiducia”, in carica tra il 1976-77, mentre la Cgil imprimeva con il congresso dell’Eur una svolta fortemente moderata favorevole politica dei sacrifici e il Pci, sempre con Berlinguer, assumeva l’austerità come nuovo orizzonte politico, improntata ad una visione monacale e moralista dell’impegno politico e del ruolo che le classi lavoratrici dovevano svolgere nella società per dare prova della loro vocazione alla guida del Paese, nel marzo 1978, il giorno stesso del rapimento Moro, nasceva il “governo di solidarietà nazionale”, col voto favorevole di maggioranza e opposizione.
Oltre al calcio e alla folta schiera di oriundi cosa poteva mai avvicinare una strana democrazia senza alternanza, come quella italiana, ad una dittatura latinoamericana come quella argentina?
La risposta sta in una parola sola: le torture. La repubblica italiana torturava gli oppositori, definiti e trattati come terroristi

 

Paolo Persichetti
Il Garantista 10 dicembre 2014

Nicola Ciocia, alias professor De Tormentis, di spalle dietro Francesco Cossiga

Nicola Ciocia, alias professor De Tormentis, di spalle dietro Francesco Cossiga

Con un’accelerazione sui tempi, prima che la nuova maggioranza repubblicana in senato potesse bloccare tutto, l’amministrazione Obama ha deciso di rendere noto un rapporto, preparato dalla Commissione di controllo dei servizi segreti del senato Usa che descrive l’uso delle torture impiegate durante gli interrogatori dei prigionieri catturati dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 e sospettati di appartenere ad al Quaeda. Pratica a cui mise fine Obama nel 2009. A distanza di nemmeno cinque anni dalla conclusione di quei fatti si possono conoscere le varie tecniche di tortura utilizzate (in buona parte già note), in particolare l’uso del waterboarding (l’annegamento simulato), i luoghi impiegati, le prigioni segrete fuori dal territorio nazionale, gli agenti che le praticarono, l’intero apparato messo in piedi, la filiera di comando.
In Italia, al contrario, dopo oltre 30 anni dalle torture inferte contro persone accusate d’appartenere a gruppi della sinistra armata, domina il buio pesto appena squarciato da una sentenza della corte d’appello di Perugia che un anno fa ha riconosciuto l’esistenza di un apparato parallelo del ministero dell’Interno, attivo tra la fine degli anni 70 e i primi anni 80, guidato da un funzionario di nome Nicola Ciocia, alias professor De Tormentis, specializzato nell’estorcere informazioni con la tortura durante gli interrogatori.
Il 2 ottobre scorso hanno preso avvio i lavori della nuova commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento e l’uccisione del presidente della Dc Aldo Moro. Da allora sono stati ascoltati una serie di responsabili istituzionali e magistrati (Copasir, Interni, Difesa), l’ex presidente della precedente commissione Giovanni Pellegrino, uno dei suoi membri passati più influenti, Sergio Flamigni. I lavori della commissione sin qui svolti non sembrano di grande interesse storico. Vengono seguite piste già battute in passato, circostanze ultranote, sulla falsa riga di un vetusto teorema dietrologico. I commissari mostrano di essere privi di qualsiasi volontà di rinnovamento, di curiosità, totalmente disattenti alle acquisizioni storiche più recenti.
Non stupisce dunque che non vi sia alcuna volontà di fare chiarezza sulla vicenda delle torture che pure si intreccia strettamente con le indagini condotte durante il caso Moro.
C’è un’immagine che lega la vicenda delle torture, in particolare quelle esercitate contro Enrico Triaca, noto alle cronache come il “tipografo delle Br”, arrestato il 17 magio 1978, con il ritrovamento di Moro e le dimissioni di Cossiga. Nella foto che ritrae Cossiga davanti alla Renault 4 rossa, dove giace il corpo senza vita di Moro, c’è anche Nicola Ciocia (alle spalle del ministro dell’Interno), il funzionario che torturò Triaca pochi giorni dopo, come racconta lui stesso in un libro scritto da Nicola Rao, Colpo al cuore. Dai pentiti ai “metodi speciali”, Sperling & Kupfer 2011. Ed è ancora Ciocia a rivelare di aver scortato Cossiga, subito dopo il ritrovamento del corpo del presidente della Democrazia cristiana, nella chiesa del Gesù.
Enrico Triaca denunciò di essere stato torturato mentre era nelle mani della polizia perché rendesse dichiarazioni accusatorie. Il ministro dell’Interno Cossiga si era dimesso da cinque giorni, l’interim del Viminale rimase nelle mani del presidente del consiglio Andreotti fino al 13 giugno successivo, quando si insediò Virginio Rognoni, che lasciò il posto solo nel 1983 gestendo l’intera stagione delle torture.
Dagli uffici della Digos, dove era stato condotto dopo l’arresto, Triaca fu portato nella caserma di Castro Pretorio. Qui venne a parlargli un funzionario che si presentò come un suo compaesano (Triaca è di origini pugliesi e Ciocia anche), quindi fu prelevato da una squadra di uomini travisati che lo incappucciarono e lo trasportarono in una sede ignota. Nel corso del tragitto iniziarono le minacce mentre i suoi sequestratori scarrellavano le armi. Arrivato a destinazione fu violentemente pestato ed alla fine sottoposto alla tortura dell’acqua e sale che produce una sensazione di annegamento.
Ricondotto in questura, di fronte al magistrato denunciò le torture subite ma per rappresaglia venne a sua volta incriminato per calunnia dall’allora procuratore capo di Roma Achille Gallucci.
Nel corso del processo tenutosi nel novembre successivo Triaca fu condannato ad un anno e quattro mesi di carcere per calunnia. Pena che si aggiunse a quella per appartenenza alle Brigate rosse e in un primo momento anche per il sequestro Moro. Verdetto ribadito in appello e poi in cassazione. Nel corso del processo, oltre all’allora capo della Digos romana, Domenico Spinella, sfilarono poliziotti che successivamente hanno fatto molta carriera, da Carlo De Stefano che condusse l’iniziale perquisizione nella tipografia di via Pio Foà, arrivato a dirigere la Polizia di prevenzione (denominazione assunta dall’Ucigos), poi nominato prefetto e sottosegretario agli Interni durante il governo Monti, a Michele Finocchi, promosso capo di gabinetto del Sisde, praticamente il numero due sotto la gestione di Malpica e coinvolto nello scandalo dei fondi neri per questo latitante in Svizzera dove venne successivamente arrestato dal Ros dei carabinieri. Il ruolo di Finocchi è centrale nella gestione dell’interrogatorio violento di Triaca poiché è lui che raccoglie i due fogli della “deposizione” estorta, di cui uno mai controfirmato.
Non ci sono solo poliziotti ad interrogare Triaca, arrivò anche l’allora giudice istruttore Ferdinando Imposimato, che delle torture non si curò minimamente omettendo di fare luce su tutte le circostanze che seguirono l’arresto.
Chi ordinò a Ciocia di intervenire? E chi disse ancora a Ciocia che era meglio fermarsi, perché un solo caso di tortura poteva restare coperto ma di fronte a più casi non sarebbe stato possibile?
E chi, 4 anni dopo, all’inizio del 1982, durante il governo Spadolini, nel pieno del sequestro del generale americano Dozier, decise invece che torturare in massa era possibile garantendo il massimo di copertura all’apparato speciale che fece il lavoro sporco?
Domande alle quali una commissione di indagine parlamentare – che sostiene di voler cercare la verità – dovrebbe avere il coraggio di fornire delle risposte, ma che a quanto pare non è in grado nemmeno di formulare.
La commissione presieduta da Giuseppe Fioroni, e animata da Gero Grassi, più che porre nuove domande, domande scomode, sembra privilegiare risposte già confezionate, prigioniere dello schema complottista.
E’ proprio questo il punto, lì dove non c’è trasparenza alligna la dietrologia, inevitabilmente si rincorrere il gioco delle ombre, si coltiva il mito dell’occulto fino a scambiare lo scandaglio dei fatti, l’affondo verso la radice delle cose, con la ricerca di un supposto lato nascosto, invisibile.
La coltre fumogena della dietrologia è un ottimo espediente per evitare imbarazzanti domande su quello che è stato l’unico vero grande mistero mai affrontato sugli anni della lotta armata: l’impiego delle torture di Stato.

Per saperne di più
Le torture degli altri di Francesco Romeo
Le torture della repubblica
Gli anni spezzati dalla tortura di Stato

Miseria della storia: quel cialtrone di Aldo Giannuli 1/continua

di Paolo Persichetti

Prima di ottenere una cattedra di storia del mondo contemporaneo presso la facoltà di scienze politiche dell’università statale di Milano, Aldo Giannuli è stato per lunghi anni consulente, anzi il consulente, di numerose procure. Come questo ricercatore dell’università di Bari, ancora senza grandi titoli, sia arrivato a lavorare almeno per due decenni, inizialmente per la procura di Bari, poi per quella di Milano nell’ambito delle indagini sulla strage di piazza Fontana, quindi a Pavia e Brescia (strage di piazza della Loggia), per approdare al famoso “porto delle nebbie”, come era chiamata la procura di Roma, infine a Palermo dove si è occupato addirittura di mafia senza ovviamente lasciarsi sfuggire le consulenze per diverse legislature (dal 1994 al 2001) nelle commissioni parlamentari sul terrorismo e le stragi, nonché alla Mitrokhin, è una domanda che incuriosisce molto.

Nato nel 1952, la sua biografia accenna a giovanili collaborazioni con il Quotidiano dei lavoratori, organo di Avanguardia operaia, ad un libro sulle origini del movimento trotzkijsta, pubblicato nel 1983, quando aveva 31 anni, da Adriatica editrice; doppiato cinque anni più tardi con un volume sul Sessantotto e la stagione dei movimenti (1960-1979), uscito per le Edizioni associate. Opere del tutto anonime che non hanno impresso alcun segno, suscitato polemica, aperto nuovi orizzonti interpretativi. Nonostante ciò Giannuli diventa il cocco delle procure, riceve incarichi importanti come quello di fare ricerche negli archivi di Stato, della Presidenza del consiglio, del ministero dell’Interno, della Guardia di finanza, del Sismi, del Sisde, dell’ufficio storico dello Stato maggiore dell’esercito, dei tribunali e delle questure di Roma e Milano. In totale arriverà a redigere una cinquantina di relazioni. Quali meriti scientifici o titoli di altra natura gli abbiano garantito una così ampia fiducia e una così lunga cooptazione negli ambienti giudiziari e nelle commissioni parlamentari non è di dominio pubblico. Tuttavia queste attività gli hanno consentito di accreditarsi come un profondissimo conoscitore della storia delle trame eversive e dei Servizi e di produrre una discreta mole di pubblicazioni e libri di stampo dietrologico-complottistico sulla materia, il più famoso dei quali resta Lo Stato parallelo. L’Italia «oscura» nei documenti e nelle relazioni della Commissione stragi, del 1997 uscito da Gamberetti editore, scritto insieme a Paolo Cucchiarelli.

Erano gli anni in cui andava molto di moda la teoria del «doppio Stato», coniata in un saggio del 1989 da Franco De Felice (“Doppia lealtà e doppio Stato”, Studi storici 3/1989). Una formula molto azzardata ripresa fuor di contesto dai lavori del costituzionalista Ernst Fraenkel che in un libro del 1942 aveva definito «Stato duale» la particolare situazione in cui vennero a trovarsi la costituzione di Weimar e lo statuto albertino. Ordinamenti mai aboliti dal nazismo e dal fascismo, una volta saliti al potere, ma disattivati grazie al potere di sospensione proprio dello stato d’eccezione e affiancati da una seconda struttura statuale, parallela alla prima. Da bravo parassita concettuale, Giannuli si accodò a questa moda intellettuale senza grande successo perché l’aporia di quella formula non resse al tempo, svanendo come tutte le altre fantasmagorie dietrologiche.

Nel corso delle sue ricerche d’archivio Giannuli incappò in una scoperta dovuta, come lui stesso racconta, ad un suo collaboratore: un poliziotto abituato ad orientarsi senza difficoltà tra le scartoffie impolverite del ministero dell’Interno. Questo investigatore-archivista nel novembre 1996 trovò, abbandonati all’interno di alcuni scatoloni lasciati in un archivio distaccato del ministero dell’Interno situato sulla circonvallazione Appia, una gran quantità di documenti non catalogati dell’Ufficio Affari riservati. Dall’analisi di quelle carte venne fuori un nota riservata redatta da un certo Alberto Grisolia, un confidente del nucleo milanese dell’Ufficio affari riservati, che faceva riferimento all’esistenza di un «noto servizio». Da questa scoperta scaturirà un nuovo tormentone destinato a mettere in soffitta la narrazione complottistica costruita attorno alla vicenda Gladio per sostituirla con l’esistenza di un super Sid, una struttura informale, senza nome, definita appunto «noto servizio» oppure denominata «anello».

Struttura parallela o semplice corrente tra le tante presenti nei Servizi? Conventicola traghettata in origine da alcune sezioni del Sim di epoca fascista di Mario Roatta, che passando per l’intelligence confindustriale approda alla neonata Repubblica per poi legarsi ad una delle tanti correnti democristiane di quegli anni? O «“funzione esterna” del servizio militare» come ipotizza lo stesso Giannuli?

Col passar dei decenni questa struttura sarebbe diventata, a detta di Giannuli, uno strumento della politica occulta di Giulio Andreotti ed avrebbe agito, nell’unico caso veramente accertato, per far fuggire dall’ospedale militare del Celio ed esfiltrare dall’Italia il criminale nazista Kappler, in cambio del sostegno tedesco alla disastrata situazione di crisi economica dell’Italia in pieno 1977, si badi bene – afferma Giannuli – operazione realizzata grazie al clima di solidarietà nazionale del periodo.

Il suo apparato, stando ancora alla descrizione che ne offre Giannuli, vantava figure sempre in bilico tra mitomania, millanteria, raggiri, truffaldineria altamente professionale e servigi sporchi, dove non c’è mai un confine chiaro tra tornaconto personale, affarismo privato e fedeltà alla ragion di Stato… Insomma un universo infido, scivoloso, che impone infinite precauzioni d’uso, dove la scoperta di un documento di per sè non prova nulla o forse il suo esatto contrario, in un mondo che per definizione si regge sulla falsificazione e la contraffazione-intossicazione.

Da questa scoperta Giannuli trae il suo ultimo libro, Il noto servizio, Giulio Andreotti e il caso Moro, Tropea editore 2011, che secondo la tesi dell’autore riscrive la recente storia d’Italia; l’ennesima riscrittura dietrologica, aggiungiamo noi. Nel volume Giannuli annuncia anche di prendere definitivamente congedo dalla storia delle trame eversive degli anni 70. Notizia che non renderà certo orfani gli studiosi di quel decennio.

Il libro non è all’altezza delle promesse per ragioni di metodo, presenta infatti un apparato concettuale avvizzito dal paradigma complottista che restringe sistematicamente ogni possibile sviluppo interpretativo dei fatti. Inevitabilmente alla fine il volume non approda, come spesso accade nella letturatura dietrologica, ad una definizione assertiva del fatto storico. L’autore non ne è in grado e supplisce questa sua debolezza dilungandosi in un mare di illazioni che moltiplicano confusamente e contraddittoriamente scenari, suggestioni, ipotesi, allusioni, sospetti, veleni…

Forse in un modo eccessivamente sarcastico, ma non lontano dal vero, in passato avevo così descritto (qui) questo proliferare concorrenziale di narrazioni dietrologiche sulla presenza in Italia di molteplici “doppi Stati”:

«Come spiegare allora il fatto che un giovane sostituto procuratore di nome Luciano Violante, destinato ad una carriera d’esponente storico del primo Stato (quello che la vulgata dietrologica ritiene buono), interviene su informativa del ministro degli interni democristiano Paolo Emilio Taviani, medaglia d’oro della Resistenza bianca, fondatore di Gladio insieme ad Aldo Moro, dunque entrambi esponenti del secondo Stato (quello deviato), per indagare contro Edgardo Sogno, membro a questo punto di un terzo Stato (deviato e traviato), che tramava un golpe gollista di ristrutturazione autoritaria della Repubblica, nel mentre operava attraverso i carabinieri della divisione Pastrengo un quarto Stato (deviatissimo) in combutta col Mar del neofascista Carlo Fumagalli, le bombe stragiste, le cellule nere del Triveneto, il tutto in presenza del «noto servizo» o «super Sid», scoperto da Aldo Giannuli per conto del giudice Guido Salvini, che forse era dunque un quinto Stato (ancora più che deviato, invertito)?
Poi c’erano gli Stati negli Stati come la mafia, cioè lo Stato doppione e, infine, gli antistati, come le Br, che però certuni vorrebbero una diramazione di uno dei precedenti cinque Stati. Che vuol dire tutto questo? Che forse l’Italia era un paese eccessivamente statalista?».

Il lavoro di Giannuli è un raffazzonato assemblaggio delle relazioni che l’autore ha nel tempo consegnato ai suoi mandatari. E questo è uno degli altri aspetti decisivi che ci hanno fatto sempre diffidare da opere del genere, che sono il risultato di ricerche commissionate dalla politica, oppure dalla magistratura, con un preciso mandato, dei quesiti formulati dalle commissioni d’inchiesta che incardinano prim’ancora di cominciare il risultato della ricerca. Parliamo di lavori che nascono dunque dalla fucina dello Stato, del suo apparato ideologico che produce consenso. Si tratta di una storiografia di regime che rifiutiamo alla radice e non consideriamo nemmeno storia ma miseria della storia.

Allora perché occuparsene?

Unicamente per il fatto che, come annunciato nel titolo, il libro affronta anche il rapimento Moro. Ovviamente senza essere in grado di provare alcunché degli sproloqui che sostiene. Soprattutto il volume si conclude, alle pagine 403-404, con 18 domande a Mario Moretti e agli altri ex dirigenti delle Brigate rosse (Giannuli ancora una volta è poco originale ma siccome non ha il dono della sintesi le domande da 10, come ci aveva abituato Repubblica, diventano 18).

Ovviamente si tratta di un artificio retorico. Giannuli non ha mai avuto l’intenzione di porre seriamente questi quesiti ai brigatisti, altrimenti l’avrebbe fatto di persona, li sarebbe andati a cercare o gli avrebbe scritto in carcere. Non lo ha fatto perché non è questo il suo interesse e forse perché voleva evitare imbarazzanti smentite.

Lo storico Marco Clementi, autore tra l’altro di tre importanti volumi sulla storia delle Brigate rosse: La pazzia di Aldo Moro, Rizzoli, Storia delle Brigate rosse, Odradek, Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera, Deriveapprodi (con Santalena e Persichetti), si è preso la briga di stare al gioco ed ha risposto a Giannuli (qui).

Qui potete leggere il post con le domande di Giannuli e le risposte di Clementi.

Qui sotto le immagini delle due pagine che raffigurano le 18 domande di Aldo Giannuli

 

Sullo stesso argomento
Le 18 risposte ad Aldo Giannuli 2/continua
Lotta armata e teorie del complotto: l’antistoria

Luigi Bisignani & co, il potere opaco che divora l’Italia

Antropologia della Seconda repubblica: notizie riservate, affari, ricatti, politica e favori

Paolo Persichetti
Liberazione 17 giugno 2011

Il sistema oligarchico raffigurato in una disegno d’epoca

«Bisignani è più potente di me». Pare l’abbia detto Silvio Berlusconi riferendosi a l’uomo che l’avrebbe introdotto nella Roma che conta e che ora è finito agli arresti domiciliari in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare emessa su richiesta della procura di Napoli nell’ambito dell’inchiesta denominata P4. Ma chi è questo Luigi Bisignani descritto come un potente lobbista, super ammanicato, personaggio che gode di forti appoggi e protezioni, talvolta illeciti, un tipo senza scrupoli capace di arrivare ovunque, raccogliere ogni tipo di informazione da far poi fruttare per sé e la sua combriccola? «Sì, vedo gente, faccio cose, risolvo problemi», rispose una volta a chi gli chiedeva quale fosse il suo lavoro. Tuttavia lontano mille anni luce dal Nanni Moretti di Ecce bombo. I profili apparsi sui quotidiani di questi giorni lo descrivono come ex giornalista dell’Ansa, anche se in un comunicato l’ordine dei giornalisti fa sapere di averlo definitivamente radiato nel 2002. Nato a Milano nel 1953, figlio di un manager della Pirelli, nel 1981 – quando aveva solo 28 anni – il suo nome è comparso negli elenchi della P2, tessera numero 1689, data di iscrizione 1 gennaio 1977. Gira voce, ma forse è solo una legenda, che fu lui stesso a dettare la notizia all’Ansa. A dire il vero, Bisignani ha sempre negato l’iscrizione alla loggia di cui il venerabile Gelli sarebbe stato solo il numero 3. «Ero troppo giovane», la sua obiezione. Eppure ciò non gli impedì di essere già piazzato in posti chiave, tra il 1976 e il 1979, quando svolse il ruolo di capo ufficio stampa del ministro del Tesoro Gaetano Stammati nei governi presieduti da Andreotti. L’uomo politico che più di ogni altro l’ha aiutato e sostenuto negli anni, insegnandogli a tessere relazioni, costruire potere d’influenza sulla base di rapporti, contatti, informazioni, segreti. Sempre vicino allo Ior, negli anni 80 finisce alla Ferruzzi, di cui diventa direttore delle relazioni esterne. Raul Gardini aveva bisogno di uno come lui, con un’agenda stracolma di nomi pesanti capaci di aprirgli le porte che servono per le sue scalate. Bisignani è un trade-union fondamentale per entrare in contatto con i circoli che contano, i luoghi dove si costruiscono le decisioni importanti. In questo modo rimane coinvolto nella vicenda della maxi-tangente Enimont. Uno degli episodi chiave di Tangentopoli. La madre di tutte le tangenti (92 miliardi di lire) finita in tasca a tutti i partiti, compresi Lega nord e Pci. Dopo una prima latitanza si costituisce e subisce una condanna a 2 anni e 8 mesi per violazione della legge sul finanziamento pubblico dei partiti. Robetta che non intacca il suo cursus honorum. Traghetta senza problemi la Prima repubblica e si inabissa nei meandri della nascente Seconda. E’ l’espressione più compiuta dell’inconsistenza di Mani pulite, che incattivì soltanto il Paese spianando la strada ai populismi e favorendo palesemente un processo di oligarchizzazione della società italiana, liberata ormai da forme di politica che organizzavano le masse alle quali ormai era destinata soltanto la tv. Il Termidoro berlusconiano che concludeva l’offensiva delle procure è per Bisignani, e per tanti come lui, una sorta di paradiso insperato. Le pratiche lobbistiche si moltiplicano, le relazioni politiche e i meccanismi della finanza e dell’economia si opacizzano ulteriormente. Dominano comitati d’affari, cricche, furbetti del quartierino, club di iniziati. Bisignani è a suo agio. Dicono che sia il migliore. Compare nell’inchiesta sull’Alta velocità e viene perquisito durante l’inchiesta «Why not» condotta da Luigi De Magistris. L’ipotesi di reato era la violazione della legge Anselmi contro i gruppi di potere occulto. Ma a saltare è il pm poi diventato sindaco di Napoli. Oggi il retroscena, stando a quanto ricostruito dalla procura, appare più chiaro. Bisignani, infatti, agiva in coppia con Alfonso Papa, un rampante quarantenne, pubblico ministero a Napoli, oggi parlamentare del Pdl, ex vice-capo di gabinetto al ministero della Giustizia quando Guardasigilli era il leghista Roberto Castelli. Tanto per intenderci capo di cabinetto era un altro magistrato, il procuratore generale Settembrino Nebbioso, finito nelle liste di favori di Anemone, il costruttore romano legato alla banda Bertolaso-Balducci. Con l’avvento del governo Prodi, Papa non solo restò a via Arenula ma venne promosso direttore generale degli affari civili. Fu proprio Mastella, dopo la perquisizione a Bisignani, ad avviare la procedura disciplinare che portò al trasferimento di De Magistris. Ma ora secondo quanto ricostruito dai pm Francesco Greco, Henry Woodcock e Franco Curcio, c’è molto di più. Descritto come «soggetto più che inserito in tutti gli ambienti istituzionali e con forti collegamenti con i servizi di sicurezza», a Bisignani si rimprovera l’acquisizione, grazie a Papa che si avvaleva della collaborazione di ufficiali della Ps e dei Ros, di notizie riservate e sotto segreto istruttorio che avrebbero compromesso l’esito di alcune inchieste giudiziarie. In particolare su Finmeccanica, l’ex dg della Rai Masi, il coordinatore del Pdl Denis Verdini e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, l’onnipresente Gianni Letta. Oltre ad aver pesato nella scelta di alcune nomine per gli enti pubblici.

Link
Il magistrato e la lobby dei generali
Nella lista di Anemone l’intero establishment: lavori o favori?
La ragnatela di Anemone e la lista che fa paura

Il “caso” Moro

Ipocrisia: prima che si diffondesse la notizia del rapimento del presidente Dc in via Fani, il quotidiano “la Repubblica” era uscito nelle edicole con un titolo che acusava Aldo Moro di essere l’antilope Kobler, nome in codice del misterioso personaggio politico che aveva intascato tangenti dalla Lockheed corporation. Le copie vennero tutte ritirate e sostituite dall’edizione straordinaria con l’ipocrita coccodrillo che vedete qui sotto


Libri – Agostino Giovagnoli, Il caso Moro. Una tragedia repubblicana, Il Mulino, 2005 pp. 350, € 22

Paolo Persichetti
30 aprile 2005

L’ossessiva insistenza sui misteri, gli «eccessi dietrologici», l’uso improprio della teoria del «doppio Stato» hanno trasformato il cinquantennio repubblicano in un susseguirsi d’episodi delittuosi, una «sorta di storia criminale da cui è mancata proprio la storia». Dietro l’ostinata ricerca di protagonisti invisibili si sono persi di vista quelli realmente copj13aspesistiti. È questo l’incipit con il quale lo storico Agostino Giovagnoli introduce il più recente lavoro sul sequestro del presidente della Dc, Il caso Moro. Una tragedia repubblicana. Un volume che dimostra come gli studi sugli anni 70 improntati ad una seria metodologia storica, seppur con fatica, stianno finalmente cominciando a farsi strada, dopo il pionieristico saggio sulla presunta “Pazzia” del presidente Dc, dato alle stampe da Marco Clementi nel 2001. Allora venne posta per la prima volta la necessità di tornare a «fare storia», affrontando la vicenda del rapimento secondo una rigorosa metodologia che abbandonasse l’approccio deduttivo e indiziario, dietrologico, a vantaggio di un’analisi critica, di un confronto sincronico delle fonti originali (documentazione prodotta dalle Br e dal prigioniero). Un contributo innovativo seguito più tardi dal lavoro di critica delle tesi del complotto realizzato da Vladimiro Satta, nel quale veniva definitivamente liquidata l’imponente pubblicistica sulla cospirazione.
Avviato il percorso metodologico sui binari di una seria critica storica è finalmente possibile raffrontare anche le diverse letture sin qui esposte. Al pari di Clementi anche il lavoro di Giovagnoli segue la prospettiva di una «storia politica» del rapimento, ma se ne distacca subito perché incentrata essenzialmente su quanto accadde nel mondo delle istituzioni e dei partiti, grazie ad una indagine condotta negli archivi di diverse fondazioni e istituti. La sua è una storia vista dal Palazzo e l’obiettivo è dimostrare che, dopo un iniziale irrigidimento attorno alla linea della fermezza, il clima cominciò a cambiare aprendo margini di manovra «tattici» che consentissero una soluzione negoziata. In sostanza, spiega l’autore, tentativi vennero fatti, aperture non mancarono, offerte furono avanzate, ma alle Brigate rosse tutto questo non bastò. È a loro, e solo ai loro limiti politici ed alla loro intransigenza, che si deve la morte di Moro. In fondo la tesi del libro è tutta raccolta in questo enunciato: ancora poche ore e quel 9 maggio 1978 il gruppo dirigente Dc avrebbe pronunciato la parola «forte», chiesta per liberare l’ostaggio nel famoso comunicato del gerundio (che serviva a dilazionare ulteriormente l’esecuzione) e nell’ultima telefonata di Moretti. Ora se è evidente che a rapire ed uccidere Moro furono le Br, le quali hanno sempre assunto l’intera responsabilità politica e materiale della scelta fatta, è altrettanto vero che a quell’esito contribuirono in molti, come emerge anche dal racconto di Giovagnoli, nonostante l’evidente tentativo di attenuare, se non addirittura assolvere, le responsabilità del «fronte della fermezza». Lo sforzo diretto a lenire le responsabilità etiche che in quella vicenda ebbe il ceto politico-istituzionale non trova prove né argomenti persuasivi ed a volte scade persino nel grottesco, come quando viene messo l’accento su un Andreotti apostolo della nonviolenza (p. 50). Basterebbe rileggere quel che Moro scrisse di lui nel Memoriale per smentire un quadro così idilliaco.
Non si tratta di convocare gli anni 70 «sotto un’unica chiamata di correità», per cercare «balsami» ad una memoria funzionale ad un «discorso retrospettivo insieme cinico e zuccheroso, che nel nome di una sospirata riconciliazione nazionale tende a confondere carnefici, vittime, spettatori», come ha scritto Sergio Luzzato nella recensione apparsa sul Corriere della Sera. La rimozione e l’autoindulgenza è abitudine rassicurante ma poco lungimirante. Troppo facile ridurre ogni cosa alla «lotta senza quartiere di un gruppo criminale numericamente striminzito, ideologicamente povero e moralmente abietto»: il bene da una parte e il male dall’altra. La mattina del 16 marzo 1978, diverse agenzie avevano associato il nome di Moro a quello dell’«antilope Kobbler», il mai identificato collettore delle tangenti Lockeed. Il riferimento scomparve dalle edizioni speciali dei quotidiani non appena si diffuse la notizia del rapimento, sostituita da ipocriti ritratti che suonavano già come coccodrilli a futura memoria. L’illibatezza etica è l’ultima delle virtù che può essere rintracciata in quello che fu il fronte del rigor mortis, paralizzato non meno dei militanti Br da limiti politici e culturali, pregiudizi e fantasmi, ricatti e ipnosi reciproche. Si tratta invece di capire come sono andate le cose rifuggendo la facile tentazione di attribuire ogni colpa agli sconfitti.
Per esempio, perché ci si ostina ancora a non voler vedere – come ha osservato Clementi – le impressionanti analogie col sequestro Sossi, eccezion fatta per le modalità incruente che certo contribuirono a non pregiudicarne il seguito? In passato si era trattato e si continuò a farlo dopo Moro. Il mancato negoziato è dunque una delle poche responsabilità attribuibili ai brigatisti, che pure commisero notevoli ingenuità – come rendere pubblica la lettera riservata che Moro aveva scritto a Cossiga – a causa dell’inadeguatezza teorica e dell’abissale distanza dai bizantinismi di un Palazzo che combattevano ma ben poco comprendevano.
Negli oltre 50 giorni di sequestro non ci fu uno straccio d’iniziativa politica seria: il vertice democristiano restò immobile e incapace di sviluppare una minima analisi della situazione, come testimoniano i diari di Fanfani. Le lettere di Moro furono rinviate al mittente, decretato «pazzo». Il Pci ne dichiarò la morte anzi tempo, come Pecchioli disse a Cossiga. Le ipotesi più astruse e improbabili vennero privilegiate a discapito delle evidenze. Solo Moro capì cosa erano e volevano le Br, ma dalle Br stesse fu soppresso, decretando insieme alla morte dell’ostaggio anche la loro fine strategica. Uccidendo il presidente Dc liquidarono l’unica risorsa rimasta nelle loro mani dopo un sequestro concepito male e finito peggio. Non c’era stata l’auspicata rottura tra base e vertice Pci, non c’era stato nessuno spostamento a sinistra, al contrario un’integrazione ancora più forte del Pci nello Stato. L’obiettivo principale era fallito e nessuna ipotesi alternativa era stata predisposta. A quel punto una via d’uscita avrebbe potuto essere la liberazione del prigioniero, prevalse invece un super io morale: impossibile salvare la vita del Principe senza contropartite, dopo aver distrutto quella dei suoi scudieri. Si sarebbero esposti alla facile retorica di chi nella sinistra poteva accusarli di magnanimità verso il potere mentre facevano strage dei «proletari in divisa». Così uccidendo l’ostaggio entrarono in una contraddizione etico-politica insanabile: come giustificare l’esecuzione del proprio prigioniero quando al tempo stesso si chiedeva la liberazione di quelli in mano all’avversario?
La «geometrica potenza» del successo militare servì solo a dopare il fallimento dell’iniziativa. Il rafforzamento organizzativo che ne seguì fece da schermo ad una realtà senza più prospettive politiche se non l’estensione e l’intensificazione aritmetica del volume di fuoco.
Il rifiuto della trattativa è questione storiografica complessa e forse costituisce l’aspetto più importante dell’intera vicenda. Essa rinvia ad un enorme rimosso che non trova soluzione nel libro di Giovagnoli. La natura inconfessabile del conflitto che traversò gli anni 70 rimane ancora un tabù insuperato. L’indisponibilità a riconoscere non tanto la valenza politica delle Br quanto ad intravedere quel che si profilava alle loro spalle, ovvero radici e dimensioni di una sovversione politica scaturita dalla crisi di modello e delle forme di rappresentanza che stavano minando la vecchia società fordista, spiega l’arroccamento nella cittadella della fermezza. La società del rigor mortis, sconcertata dalle nuove forme di protagonismo, di partecipazione e da richieste percepite come incompatibili ed esorbitanti, vedeva in quell’insorgenza sovversiva – che aveva radici nell’irruenza dei movimenti sociali di quegli anni – una minaccia intollerabile. Altrove si era riusciti ad assorbire l’onda d’urto, gli Stati avevano sempre trattato con le guerriglie, come ricordava Moro nelle sue lettere. Nell’Italia imbalsamata dai vincoli geopolitici e dai patti consociativi prevalse invece l’intransigenza cimiteriale dell’unità nazionale.
Liberato Moro «le Br avrebbero cessato di sparare. Un’altra storia sarebbe cominciata» ha dichiarato Moretti in un libro. Cosa mai avrebbe avuto di trascendentale un simile scenario?
Su sponde opposte, uno studioso come Federico Mancini arrivò ad ipotizzare un processo di costituzionalizzazione dell’area sociale sovversiva, convinto che la fissità del sistema italiano, impedendo innovazione politica e rinnovamento sociale, col tempo non avrebbe potuto evitare insorgenze e spinte sovversive. Allora trent’anni più tardi piuttosto che cercare il male nella storia sarebbe più utile interrogare limiti e contraddizioni della società che prese forma nel dopo guerra, e che negli anni 70 raggiunse il suo punto di rottura.

Per saperne di più
La dietrologia nel caso Moro
Caso Moro, l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico
Mario Moretti, Brigate rosse une histoire italienne
Doppio Stato e dietrologia nella narrazione storiografica della sinistra italiana
Doppio Stato? Una teoria in cattivo stato – Vladimiro Satta
La teoria del doppio Stato e i suoi sostenitori – Pierluigi Battista
La leggenda del doppio Stato – Marco Clementi
Italie, le theme du complot dans l’historiographie contemporaine
I marziani a Reggio Emilia – Paolo Nori
Ci chiameremo la Brigata rossa – Vincenzo Tessandori
Spazzatura, Sol dell’avvenir, il film sulle Brigate rosse e i complotti di Giovanni Fasanella

Valerio Verbano, due libri riaprono la vicenda

Ucciso 31 anni fa da un commando dei Nar e poi dalle omissioni e le inadempienze della magistratura. Agli antipodi di Roberto Saviano. Valerio Verbano diceva ad una sua amica: «No, io non ci terrei proprio ad essere un eroe. Mi sembra proprio di buttar via la vita. Le cose le devi fare, ma devi riuscire ad ottenere qualcosa in cambio senza doverci mettere la tua vita»

Paolo Persichetti
Liberazione 20 febbraio 2011


Il 22 febbraio 1980 moriva a Roma Valerio Verbano, giovanissimo militante dell’autonomia operaia ucciso da un commando neofascista che l’attendeva all’interno della sua abitazione, nel quartiere di Montesacro, dopo aver immobilizzato i genitori. I Nar, Nuclei amati rivoluzionari, sigla “aperta” dello spontaneismo armato della destra estrema, rivendicarono l’azione fornendo alcuni riscontri inequivocabili. A 31 anni di distanza due corposi volumi tornano a scandagliare con cura quella vicenda rimasta senza una verità giudiziaria definita: Valerio Verbano, ucciso da chi, come e perché, di Valerio Lazzaretti, Odradek, 461 pagine, 25 euro; Valerio Verbano, una ferita ancora aperta. Passione e morte di un militante comunista, di Marco Capoccetti Boccia, Castelvecchi, 380 pagine, 19,50.
All’interno dell’area antagonista romana la memoria di Valerio Verbano, e della sua breve e intensa storia politica, si è tramandata con forza. Ogni anno l’anniversario della sua morte è scandito da un corteo che traversa le strade del suo quartiere e da numerose iniziative in suo ricordo. I due volumi appena usciti sono una testimonianza di questa memoria ancora incandescente. E’ questa una prima difficoltà per lo storico: districarsi da ciò che i portatori di memoria vogliono affermare nel presente. Due sono i temi caldi che appassionano l’evento memoriale rinnovato attorno alla figura di questo giovane militante comunista: l’identità sconosciuta degli autori dell’assassinio e la volontà di riaffermare la pratica dell’antifascismo militante in un periodo storico che vede diversi esponenti della destra armata degli anni 70, alcuni dei quali persino coinvolti nelle indagini per la sua morte, far parte a pieno titolo del ceto politico-istituzionale. Sia Lazzaretti che Capoccetti attraverso un certosino lavoro di controinchiesta e un’analisi impietosa delle indagini giudiziarie mostrano come gli autori dell’omicidio non siano da ricercare tanto lontano, contrariamente a quanto affermato da Sandro Provvisionato e Adalberto Baldoni in un’intervista apparsa sull’Espresso di qualche tempo fa. Secondo Provvisionato e Baldoni le morti di Verbano e poi quella del picchiatore missino Angelo Mancia, avvenuta poche settimane dopo ed anch’essa rimasta senza responsabili, sarebbero da addebitare ad una «entità» che avrebbe agito per elevare il livello di scontro politico tra aree estreme. Come se a Roma tra il 1979 e il 1980 ci fosse stato bisogno di imput del genere. Con la loro inchiesta Lazzaretti e Capoccetti ribadiscono la matrice neofascista dell’assassinio, come testimonia quella prima rivendicazione che per autocertificarsi riportò alcuni dettagli riservati conosciuti solo dagli autori del delitto. Il nucleo dei Nar che rivendicò l’episodio citava i comandi «Thor, Balder e Tir», mai comparsi successivamente. Verbano ingaggiò una lotta furibonda contro i suoi aggressori. La ricostruzione di quanto avvenne sulla scena del delitto fa pensare che egli riuscì a disarmare uno dei tre attentatori e stese a terra gli altri due. Il colpo mortale venne sparato alle sue spalle dal basso verso l’altro mentre stava cercando di raggiungere il balcone. L’omicidio fu probabilmente una forzatura che suscitò discussioni nell’area dello spontaneismo armato neofascista. Un successivo comunicato siglato Nar, poi si seppe scritto da Valerio Fioravanti, criticò l’azione. Arrestato il 20 aprile 79, Verbano venne scarcerato il 22 novembre dello stesso anno. Tre mesi dopo fu ucciso. L’arresto c’entra in qualche modo con la sua morte perché durante la perquisizione della sua stanza che ne seguì, oltre ad una pistola, la digos scoprì un corposo dossier composto da foto, nomi, indirizzi e schede sull’estrema destra romana. Si trattava di un lavoro di controinformazione che Valerio conduceva insieme ad altri compagni del collettivo che aveva messo in piedi. Uno schedario forse in parte ereditato da precedenti strutture politiche. Fatto sta che quel dossier una volta finito nell’ufficio corpi di reato del tribunale scomparve. In tribunale all’epoca lavorava un magistrato istruttore con molte relazioni, Antonio Alibrandi, padre di Alessandro, esponente di primo piano dei Nar morto tempo dopo in un conflitto a fuoco. Alibrandi padre, spiegavano le cronache dell’epoca, era una pedina di Giulio Andreotti per conto del quale aveva incriminato Paolo Baffi, allora direttore generale della Banca d’Italia, e arrestato nel marzo 1979, Mario Sarcinelli, suo vice. La vicenda del dossier e lo scontro di piazza Annibaliano con un gruppo di fascisti, nel quale Verbano aveva perso i documenti, avevano attirato su di lui l’attenzione trasformandolo in un obiettivo.
Convince meno, in questa battaglia per la memoria, l’idea che dai percorsi giudiziari possa scaturire dopo tanti decenni la verità. I due libri documentano la scandalosa condotta della magistratura, addirittura la distruzione dei corpi di reato lasciati dagli assassini, sottratti così alle nuove tecniche d’indagine. Un paradosso visto che l’omicidio è ormai un crimine imprescrittibile, ragion per cui reperti e corpi di reato dovrebbero essere conservati per sempre. Questo bisogno di un colpevole, richiesta umanamente comprensibile, rischia però di trasformarsi in un boomerang politico. Lo si è già visto con la richiesta della riapertura delle indagini, lo scorso anno. Alemanno aveva incontrato i dirigenti della procura. Si era parlato di 19 casi irrisolti, per poi alla fine assistere soltanto alla riapertura dell’inchiesta sul rogo di Primavalle, unico episodio ad avere una verità processuale accertata ma utile alla retorica vittimista della destra. L’unica strada è l’uscita dalle ipoteche penali accompagnata da una richiesta di trasparenza totale.
Il volume di Lazzaretti, grazie ad un’imponente documentazione archivistica, sgretola la narrazione vittimistica diffusa dalla destra negli ultimi anni. E’ impressionante la mole di aggressioni fasciste che avvenivano nella città di Roma. Quello di Capoccetti, ricavato da un ulteriore sviluppo della sua tesi universitaria, ricostruisce attraverso molte interviste il vissuto politico di Verbano, compresa la graduale maturazione di un suo dissenso con la strategia politica dei collettivi autonomi. I due libri tuttavia evitano di approfondire alcuni non detti confinati nelle pieghe della sua storia. Tra questi, per esempio, il nodo dell’antifascismo militante. Il dissenso contro lo «sparare nel mucchio» che aveva portato Verbano ad intervenire pubblicamente sulle frequenze di radio Onda rossa per criticare l’uccisione di Stefano Cecchetti, che non era fascista, colpito a caso davanti ad un bar frequentato da militanti di destra. Omicidio che per crassa ignoranza gli venne imputato dai suoi assassini nel volantino di rivendicazione. Esistevano all’epoca diverse interpretazioni dell’antifascismo militante, alcuni lo ritenevano tema centrale, altri una questione di retroguardia. Alcuni l’utilizzavano per frenare la spinta verso i gruppi armati (l’esatto contrario di quel che sostiene Guido Panvini in, Ordine Nero, guerriglia rossa, Einaudi 2009). C’erano poi idee diverse sul modo di condurlo. Insomma, da questo punto di vista certamente un’occasione persa.

Link
Omicidio Verbano, un nuovo dossier sui fascisti recapitato davanti alla porta di casa
Riappare il dossier Verbano con l’agenda rossa del 1977
Omicidio Verbano: per la procura ci  sono due nuovi sospetti
Verbano e gli spacciatori di passioni tristi
Valerio Verbano a trentanni dalla sua morte amnistia in cambio di verità
Fascisti su Marte