Il complottismo, malattia perenne del discorso pubblico sul caso Moro

Si sa, l’utilizzo pubblico della storia è spesso cosa ben diversa dalla storia come disciplina scientifica. Ciò perché da sempre la politica (soprattutto quella al potere) tende a volersene appropriare, distorcendo, occultando, inventando eventi, situazioni, contesti, per fini di preservazione dello status quo. Il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, presidente della Democrazia cristiana, nella primavera del 1978 è forse l’evento del secondo dopoguerra italiano a essere oggetto di una continua campagna basata su ricostruzioni senza alcuna aderenza documentaria e su interpretazioni fantasiose e mistificatorie. La scorsa estate gruppo di storici e storiche, ricercatori e ricercatrici, studiosi e studiose della storia politica italiana del tempo recente hanno redatto un appello teso non solo a demistificare l’alone di complottismo che avvolge il discorso pubblico sul caso Moro, ma anche a ripristinare il dibattito e il confronto sul piano della rigorosità metodologica. Sul tema abbiamo deciso di intervistare uno degli estensori della lettera aperta, lo scrittore e giornalista Paolo Persichetti

Machina-Deriveapprodi.com, 25 novembre 2020
Intervista di Alberto Pantaloni a Paolo Persichetti

1. Com’è possibile che a distanza di oltre quarant’anni dai fatti di via Fani e via Caetani, in un contesto politico enormemente mutato, ci sia ancora chi è ossessionato dai complotti e dalle dietrologie?
Il passato, quando è ritenuto scomodo, subisce in genere un processo di rimozione: viene dimenticato, seppellito per poi riemergere qui e là se ne è rimasta traccia. Nel caso della lotta armata degli anni ’70 è avvenuto un processo radicalmente diverso: quella vicenda è stata sottoposta a una ipermemorizzazione fabbricata dai poteri pubblici. Sappiamo che la memoria è un impasto di ricordo e oblio che nel caso delle memorie private risponde a dei processi di selezione psichica legati alla singola storia del soggetto. Nella memoria pubblica, invece, i processi di selezione sono politici.

2. Spiegaci in che modo ha preso forma questo uso pubblico del passato.
Tra i momenti decisivi ci sono certamente i ripetuti interventi del presidente della repubblica Giorgio Napolitano, per altro uno dei protagonisti della linea della fermezza che volò negli Usa proprio nelle settimane del sequestro Moro. In più occasioni tra il 2007 e il 2008, fino all’editto pronunciato dal Quirinale il 9 maggio di quell’anno, decretò il divieto di parola pubblica degli ex appartenenti delle formazioni armate degli anni ’70, i quali – sosteneva – «non avrebbero dovuto avvalersi per cercare tribune da cui esibirsi, dare le loro versioni dei fatti, tentare ancora subdole giustificazioni». Al tempo stesso l’istituzione nel 2007 di una giornata nazionale della memoria delle vittime del terrorismo che si tenne la prima volta il 9 maggio dell’anno successivo, data significativa che relegava lo stragismo con le sue complicità statali negli sgabuzzini della memoria ponendo al centro dei rituali commemorativi il sequestro Moro, mischiando e confondendo l’iperviolenza statuale e atlantica delle stragi con le insorgenze armate provenienti da gruppi sociali oppressi. Un altro aspetto importante è stata l’attribuzione di un ruolo di amministrazione della memoria pubblica all’associazionismo che si era visto riconosciuto lo status di vittima legittima. Da qui l’elaborazione di discorsi fondati sulla stigmatizzazione etica, l’anatema morale a scapito di un approccio fondato sull’impiego delle discipline dell’analisi sociale, politica ed economica. La conseguenza è stata l’oblio dei fatti e delle condizioni sociali che determinarono quegli eventi, per altro figli di un modello di società e di produzione nel frattempo superati e dimenticati. Questa memoria svuotata dalle sue matrici causali ha assunto le sembianze di un spettro che si proietta ancora oggi, oltre il millennio, un po’ come lo spettro marxiano, rinviandoci sbiadite immagini in bianco e nero di una violenza politica irragionevole e manipolata che cancella i colori della storia. L’eredità, il condensato di questa chimica della memoria statuale sono stati il complottismo (la dietrologia) e il vittimismo.

3. Alla fine di agosto una serie di esponenti (sessanta) del mondo della ricerca storica e dell’inchiesta politica hanno firmato un documento di denuncia del crescente peso che la visione complottistica sul rapimento e l’uccisione del Presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro da parte delle Brigate rosse ha nel discorso pubblico, dalle dichiarazioni della politica agli editoriali degli organi d’informazione. Lo storico Marco Clementi, fra i firmatari, ha affermato che questa presa di posizione costringe tutti «a misurarsi con il principio di realtà». È il vecchio problema della contraddizione fra verità storica e uso pubblico (cioè politico) della storia. Un problema che non riguarda solo gli anni Settanta della nostra storia (si pensi alle polemiche sulla Resistenza o sulle Foibe nel nostro Paese, o a quelle sulla Guerra Civile americana negli Usa). Come mai siete usciti con questo documento ad agosto scorso? L’offensiva complottista è cosa che va avanti da diversi decenni…
L’innesco è stato l’ennesimo fake che accostava le vicende legate alla strage di Bologna dell’agosto 1980, che stando alle sentenze della magistratura hanno una matrice di destra, in ogni caso opposta per movente, obiettivi e pratiche operative al fare dei gruppi della sinistra rivoluzionaria armata e delle Brigate rosse, geneticamente antistragiste. Ma aldilà della ragione specifica, credo che sia stato un segnale importante di cambiamento, la prova di una maturazione del mondo della ricerca, di una nuova consapevolezza e anche della presenza di un maggiore coraggio degli studiosi dovuto forse all’arrivo di nuove generazioni non più embedded, slegate cioè da vincoli e condizionamenti che potevano esercitare fino a ieri le vecchie baronie legate culturalmente al catechismo dell’emergenza e della fermezza tramandato dalla Prima Repubblica. C’è un clima nuovo a cui ha certamente contribuito la maggiore socializzazione delle fonti di provenienza statale. Recenti aggiornamenti normativi hanno reso più democratico l’accesso agli archivi. Oggi è possibile consultare quei documenti che un tempo erano appannaggio solo della magistratura, delle commissioni parlamentari e dei loro consulenti. Una circostanza che in passato ha favorito una certa opacità e anche la manipolazione delle fonti stesse. È accaduto che carte scomode venissero ignorate o citate solo in parte. Quel tempo è finito! C’è una nuova generazione di studiosi che non è più disposta ad accettare narrazioni che ignorano i canoni storiografici: la confusione di tempi e luoghi, l’uso dei de relato spesso attribuiti a defunti, le correlazioni arbitrarie, le affermazioni ipotetiche, i sillogismi e le false equazioni, le suggestioni e molto altro ancora condito con un approccio paranoico che rifugge ogni confutazione. Per decenni l’accesso riservato alle carte è stato un formidabile strumento per mistificare la storia, costruire un discorso funzionale ai poteri, per tracciare una narrazione ostile alla storia dal basso, con l’obiettivo di negare la capacità dei soggetti di muoversi e pensare in piena autonomia secondo interessi legati alla propria condizione sociale, politica, culturale. Così si è finiti in una sorta di nuovo negazionismo storiografico.

4. Diversi studi sui documenti delle Commissioni Moro avevano già evidenziato in passato la natura assolutamente endogena del fenomeno brigatista e dell’operazione Moro, penso ai volumi di Clementi e Satta, che sono stati i pionieri del ristabilimento della verità storica… Insomma la situazione era già chiara decenni fa…
Senza dubbio «La pazzia di Aldo Moro» di Marco Clementi e «L’odissea nel caso Moro» di Vladimiro Satta, apparsi rispettivamente nel 2001 e nel 2003, hanno segnato una svolta metodologica decisiva. Finalmente due studiosi, per altro di matrice culturale diversa, riportavano sui dei corretti binari storiografici l’analisi del sequestro Moro. Quanto a dire che quei due lavori furono sufficienti per rendere la situazione chiara, ce ne corre. I loro studi hanno senza dubbio aperto una nuova strada, seguita poi da altre pubblicazioni e altri autori cresciuti negli ultimi anni ma in misura sempre inferiore rispetto alla mole della pubblicistica complottista, al peso delle narrazioni dietrologiche diffuse sulla stampa, nel cinema e nei grandi format televisivi. Non c’è competizione: l’industria editoriale è orientata sul tema del cold case,anche perché paga in termini di mercato. Cerca testi sensazionalistici spacciati per inchieste che promettono scoop, garantiscono rivelazioni, spacciano soluzioni agli eterni misteri che per definizione restano insolubili, inarrivabili altrimenti il gioco finisce e il circo chiude. I grandi format televisivi, se osserviamo quel che è accaduto in occasione del quarantennale del sequestro Moro, hanno riprodotto questo schema. La lettera firmata dai sessanta storici e ricercatori è stata un sasso lanciato in questo stagno putrido, un acquitrino insalubre dove hanno trovato la loro ragion d’essere una pletora di cialtroni, un circo Barnum di pagliacci e mitomani dietro cui si celano figure senza scrupoli.

5. Esponenti di area Pci (penso a Sergio Flamigni e a Miguel Gotor) continuano imperterriti nella loro crociata sulla presunta «verità»: Flamigni è arrivato addirittura ad accusare Giuseppe Fioroni, Presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul sequestro del Presidente Dc dal 2014 al 2017, di avere gestito i lavori della Commissione in modo «autocratico e disordinato» per nascondere la verità.
Anche la dietrologia non è più quella di una volta. I lavori dell’ultima commissione Moro presieduta dal democristiano Giuseppe Fioroni, oggetto ora di diverse querele rivolte contro uno dei suoi ex membri (l’ex commissario Gero Grassi), hanno scatenato la balcanizzazione della dietrologia, una sorta di tutti contro tutti. Rivalità, concorrenza nel mercato delle fake news, logica mercantile dello scoop, di chi la spara più grossa tanto poi nessuno verifica e nessuno risponde (ma anche qui le querele ci dicono che qualcosa sta cambiando e un principio di realtà e responsabilità sta per essere introdotto), fiorire di tesi complottiste che si annullano a vicenda divorandosi tra loro, hanno condotto al parossismo il discorso dietrologico. Una iperbole che lo mette al passo con gli altri cospirazionismi che traversano il pianeta in questo momento e mobilitano le interiora della destra più conservatrice e reazionaria. A Flamigni, che ha campato per decenni sul monopolio dell’accesso ai documenti e su risultanze peritali incerte, non va giù che questa commissione abbia disposto ingenuamente nuove perizie scientifiche su via Fani, via Gradoli e via Montalcini. Accertamenti che hanno definitivamente sepolto ogni possibilità di utilizzare imprecisioni, limiti ed errori che in passato consentivano di insinuare ricostruzioni complottiste. La commissione Fioroni, convinta che le acquisizioni storiografiche, le testimonianze dei protagonisti e le ricostruzioni cui erano giunte le cinque precedenti inchieste giudiziarie sulla vicenda Moro fossero inesatte, fuorvianti o patteggiate, con l’enfasi supponente di chi avrebbe finalmente disvelato la verità a tutti nascosta, ha disposto nuove perizie che si avvalevano delle moderne tecniche forensi inesistenti quando vennero condotte le prime indagini. Da un presupposto errato è scaturito così un risultato virtuoso che oggi è a disposizione di tutti i ricercatori ma che ha scandalizzato Fioroni e gli altri commissari (meno uno), i quali totalmente spiazzati hanno cercato in tutti i modi di ridimensionarle. In fondo la commissione ha lavorato tre anni per cercare di smontare quello che involontariamente le risultanze scientifiche andavano accertando. Uno spettacolo surreale che tuttavia non è riuscito a cancellare la conferma che in via Fani le cose sono andate come hanno sempre raccontato i brigatisti: nessun attacco è stato mosso da destra, non c’erano superkiller professionisti, agenti segreti, motociclette coinvolte nell’operazione, nessuno ha sparato contro il parabrezza del teste Marini. Abbiamo anche la certezza genetica che sfata la leggenda di Moro tenuto o passato in via Gradoli e sappiamo che l’esecuzione del presidente Dc all’interno del box di via Montalcini è compatibile con il luogo, le risultanze balistiche, l’analisi splatter (le gocce di sangue) e audiometrica degli spari. Insomma è calato il sipario sulla dietrologia in via Fani.

6. Miguel Gotor, lo storico delle eresie membro della commissione, ha parlato nel suo ultimo libro di «Verità “concordate” tra poteri dello Stato e i militanti armati». Polemica che forse verrà rinfocolata dopo la pubblicazione di stralci del carteggio fra l’ex Presidente della repubblica Cossiga e alcuni esponenti delle Brigate rosse…
ll «patto di omertà», come lo ha chiamato Flamigni, il «patto segreto» tra «complici» come hanno scritto altri competitor dell’arcigno custode della verità politica del Pci sul sequestro Moro è una costruzione finalizzata a esportare la parte di responsabilità politica che pesa sui partiti che sostennero la linea della fermezza. A quarant’anni di distanza invece di interrogare le ragioni che spinsero Dc e Pci a rifiutare la trattativa, sacrificando un uomo per non perdere lo Stato, come recitava il famoso editoriale di Scalfari apparso su «la Repubblica» del 21 ottobre 1978, si insinua l’esistenza di un accordo sotterraneo tra prigionieri delle Br e vertice democristiano suggellato dal cosiddetto memoriale Morucci-Faranda. Nulla ci dicono sulla dimensione psicologica e culturale che mosse i dirigenti dei due maggiori partiti, come riuscirono a dire che le lettere di Moro erano manipolate, circostanza smentita dall’ultimo lavoro scientifico curato da Michele Di Sivo. Resta ancora inspiegato il silenzio di Fanfani che venendo meno ad accordi presi non pronunciò il discorso di apertura promesso. Perché tacque? Fu bloccato? Questioni che si cerca di occultare inventando un patto attorno a un memoriale che raccoglie le deposizioni di Morucci e Faranda davanti alla magistratura e a cui i due dissociati, poi divenuti collaboratori, per ottenere l’accesso ai benefici penitenziari aggiunsero i nomi dei partecipanti all’azione di via Fani prima indicati solo con dei numeri. Un resoconto che nella parte politica valorizza la loro dissidenza contro la dirigenza brigatista. Non si capisce quale interesse avrebbero avuto gli esponenti delle Br a fare proprio un testo a loro ostile. Non solo, oggi sappiamo che del memoriale vennero messi al corrente Pecchioli e Cossiga che sulla questione si consultarono. Se anche il Pci era della partita, perché il patto occulto riguarderebbe solo la Dc? Inoltre i fautori di questa tesi non sono in grado di fornire informazioni essenziali sui tempi e i luoghi dell’accordo oltre che sull’oggetto dello scambio: Morucci e Faranda erano nel carcere per pentiti di Paliano mentre Moretti e compagni si trovavano sparpagliati nelle prigioni speciali. Inesistenti i rapporti tra loro, segnati da rotture traumatiche (Morucci e Faranda rubarono armi e soldi della colonna romana) e ostilità per la scelte dissociative e collaborative. Flamigni, consapevole di questo vulnus, si inventa che l’accordo si sarebbe materializzato nei giorni finali del sequestro, così la toppa è peggiore del buco. Il rifiuto della trattativa per liberare Moro si sarebbe materializzato nell’accordo per farlo sopprimere: come, dove, quando? E il vantaggio ricavato? I secoli di carcere ricevuti nelle sentenze? Un abisso logico senza risposta.

7. Richiami spesso la responsabilità del Pci nella costruzione delle tesi complottiste.
È senza dubbio la forza politica che grazie al suo importante bacino culturale ha più di ogni altra contribuito a costruire e consolidare questa narrazione. Il 1984 è stato un anno di svolta per il Pci. La prematura scomparsa di Enrico Berlinguer precipita il partito in uno stallo politico. In crisi di strategia dopo il naufragio del compromesso storico, il Pci imprime una svolta anche sulla vicenda Moro. Con una mozione presentata il 9 maggio 1984 alla Camera e al Senato prende le distanze dalla relazione di maggioranza che aveva appoggiato l’anno precedente in chiusura dei lavori della prima commissione d’inchiesta parlamentare sul rapimento Moro, e dal primo processo in corte d’assise che si era concluso nel 1983. La stampa del partito e i suoi intellettuali si mobilitano per produrre da quel momento una intensa letteratura che darà vita a categorie come quella di «doppio Stato», «Stato parallelo» anche sulla scia di un precedente lavoro sui «poteri invisibili» di Bobbio. Nasce la stagione del complottismo. Il nodo storico-politico che tormenta il Pci è dimostrare che la vita di Moro non venne sacrificata in nome della ragion di Stato, cioè di una linea di fermezza che avrebbe precluso ogni possibilità di trattativa con le Br. Il Pci tenta di tirarsi fuori dalla responsabilità di aver contribuito, sacrificando Moro, alla disfatta della propria strategia. Una consapevolezza che spinge i dirigenti di Botteghe oscure ad avviare la lunga stagione vittimista e recriminatoria della dietrologia: la neolingua del complotto. Un paradigma consolatorio che ha creato una vera malattia del pensiero.

8. Non ti sembra che in questa epoca di teoria debole c’è spesso confusione tra esercizio della critica e letture complottiste della realtà.
L’idea che la realtà sia qualcosa su cui si deve gettare luce perché dominata dall’ombra e dall’invisibile, è divenuto il nuovo modo di giustificare una sorta di contronarrazione che si pretende autonoma, libera e indipendente dai «poteri».È sconcertante questa idea di un passato fatto di misteri e segreti anziché di processi, rotture, trasformazioni: uno schema cognitivo che riporta all’epoca dell’inquisizione, ai paradigmi interpretativi che i frati domenicani impiegavano individuando il disegno del maligno nei fenomeni incompresi o inaspettati che la società presentava. L’idea che il mondo sia più comprensibile se visto dal buco della serratura di un ufficio dei servizi segreti piuttosto che dai tumulti che attraversano le strade, i luoghi di lavoro, lì dove scorre la vita e si tessono e scontrano le relazioni sociali, economiche e politiche, è il segno tragico di una malattia della conoscenza. Una sorta di incapacità ontologica che impedisce di accettare non solo la possibilità ma la pensabilità stessa che dei gruppi sociali, siano essi grandi o piccoli, possano aver concepito e tentato di mettere in pratica una via rivoluzionaria. La dietrologia, il cospirazionismo hanno come essenza filosofica il negazionismo della capacità del soggetto di agire, pensare in piena autonomia. Il complottismo è un nuovo instrumentum regni che favorisce una visione delle cose perfettamente congeniale alla perpetuazione degli assetti di potere del capitalismo attuale. Attraverso la dietrologia si vuole veicolare l’idea che dietro ogni ribellione non c’è l’agire sociale e politico di gruppi umani ma solo un inganno, una forma di captazione, uno stratagemma del potere.

* Su questi argomenti si vedano le pubblicazioni di DeriveApprodi:
Sergio Bianchi e Raffaella Perna (a cura di), Le polaroid di Moro, 2012
Andrea Casazza, Gli imprendibili. Storia della colonna simbolo delle Brigate rosse, 2013
Marco Clementi, Paolo Persichetti, Elisa Santalena, Brigate rosse. Dalle fabbriche alla «campagna di primavera», 2017
Barbara Balzerani, Perché io perché non tu, 2009
Barbara Balzerani, Compagna luna, 2013
Salvatore Ricciardi, Maelstrom, 2011

 

 

 

Il sequestro Moro, tra storia e fake news: intervista a Paolo Persichetti

INTERVISTA | di Cristiana Pugliese – RADIO – 20:05 Durata: 37 min 9 sec 12 novembre 2020

Conferenza stampa della Commissione Moro 2 – 14 dicembre 2017

Paolo Persichetti, giornalista , scrittore e coautore di “Brigate Rosse.
Dalle fabbriche alla ‘Campagna di primavera’”.
Vol I (DeriveApprodi)
“Il sequestro Moro, tra storia e fake news: intervista a Paolo Persichetti” realizzata da Cristiana Pugliese con Paolo Persichetti (giornalista e scrittore).
L’intervista è stata registrata giovedì 12 novembre 2020 alle ore 20:05.
Nel corso dell’intervista sono stati discussi i seguenti temi: Brigate Rosse, Cultura, Dc, Fioroni, Giustizia, Grassi, Informazione, Kraatz, Libro, Moro, Parlamento, Politica, Rapimenti, Storia, Terrorismo.
La registrazione audio ha una durata di 37 minuti.

Caro Grassi perché dici tante balle sul delitto Moro?

Paolo Persichetti
Il Riformista 13 novembre 2020

Gero Grassi, l’ex membro della seconda commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento e l’uccisione di Aldo Moro che ha chiuso i battenti nella passata legislatura, è incappato in una nuova querela dopo quella promossa da una coppia di coniugi indicati come i veri carcerieri di Moro nella loro abitazione di via dei Massimi 91, a Roma. A denunciarlo, stavolta è stata la giornalista Birgit Kraatz, corrispondente in Italia per oltre trent’anni delle più importanti testate giornalistiche tedesche.
Nella denuncia per «diffamazione aggravata a mezzo stampa e internet» e per altri reati che la procura potrebbe ulteriormente individuare, la giornalista contesta a l’ex parlamentare di aver sostenuto in più occasioni la sua appartenenza al «gruppo eversivo tedesco denominato 2 giugno, noto specialmente in Germania per avere compiuto negli anni 70 atti di terrorismo», insinuando che nel 1978, quando la giornalista abitava a Roma, sempre in via Massimi 91, avrebbe fiancheggiato «l’attività delle Brigate Rosse durante la prigionia dell’onorevole Aldo Moro», consentendo a Franco Piperno, suo amico, di controllare dalle finestre della sua abitazione l’arrivo nel garage della palazzina del commando brigatista con l’ostaggio.
Affermazioni ribadite con ampio risalto in alcune pagine del volume (pp. 143 e 159) Aldo Moro: la verità negata, terza edizione, che Gero Grassi ha pubblicato nel dicembre 2019 col patrocinio della Regione Puglia (scaricabile gratuitamente anche dal suo sito: http://www.gerograssi.it). Un racconto grossolanamente falso e inverosimile, protesta la Kraatz che riassume la sua esperienza lavorativa ricordando di essere arrivata in Italia nel 1968 come corrispondente del settimanale Die Weltwoche; di aver successivamente lavorato per la Zdf (il secondo canale della televisione tedesca), nel 1976 per Stern e dal 1980 fino al 1990 per Der Spiegel. In seguito ha collaborato con Rai 3 in occasione del processo politico di riunificazione tedesca. Iscritta alla Spd dal 1974, la Kraatz ha di fatto ha curato i rapporti della socialdemocrazia tedesca con la sinistra italiana, in modo particolare col Pci, intervistando nel 1976 Enrico Berlinguer (è citata nella biografia scritta da Chiara Valentini). Ha pubblicato per Editori riuniti un libro intervista col premier e capo della socialdemocrazia tedesca fautore della Ostpolitik, Willy Brandt, Non siamo nati eroi.
Nel corso della sua carriera ha intervistato Helmut Schmidt, Theo Waigel, Oskar Lafontaine e l’intero establishment della politica, della economia e della cultura italiana. Insomma una professionista affermata e molto conosciuta nei circoli della stampa e del mondo politico romano, compagna di Lucio Magri da cui ha avuto una figlia nel 1974. Nella denuncia, Birgit Kraatz precisa anche di «aver sempre abitato da sola in via dei Massimi 91, con la figlia Jessica, all’epoca di 4 anni, e la governante che accudiva la bambina quando era fuori per lavoro», sottolinea inoltre che all’epoca del sequestro Moro «non aveva alcun rapporto sentimentale con il prof. Franco Piperno che aveva conosciuto anni prima durante una intervista». In una intervista a Radio radicale del 22 ottobre scorso, Gero Grassi ha tentato una disperata difesa sostenendo di essersi limitato a riportare quanto sostenuto nella terza relazione della commissione, approvata dalla camera il 13 dicembre 2017 e dunque di non avere colpa se quanto vi era sostenuto non risponde al vero. Un tentativo di trincerarsi dietro l’immunità che protegge i lavori della commissione parlamentare. In realtà, le contestazioni mosse all’ex parlamentare dalla signora Kraatz fanno riferimento ad affermazioni e testi successivi alla decadenza del mandato parlamentare, ma soprattutto reiterate quando ormai era nota e comprovata la loro infondatezza.
Nella querela Birgit Kraatz elenca i ripetuti tentativi fatti per informare il presidente della commissione Fioroni dell’errore commesso e chiedere la dovuta rettifica. Avuta notizia di quanto veniva affermato nei suoi confronti in alcune pagine della terza ed ultima relazione della commissione, il 22 febbraio 2018 Birgit Kraatz inviava una prima raccomandata al presidente Fioroni nella quale ricordava tra l’altro che dalle finestre della sua abitazione «l’entrata del garage di via dei Massimi 91 non era né visibile né raggiungibile, come sarebbe stato facile verificare con un semplice sopralluogo». La raccomandata non riceveva risposta. Il 26 aprile 2018 sul quotidiano il Dubbio appariva una intervista a Franco Piperno nella quale erano presenti numerose informazioni che smentivano le affermazioni della Commissione. Il 4 ottobre successivo in una dichiarazione fatta al Senato durante la presentazione del suo libro, Moro, il caso non è chiuso. La verità non detta, Giuseppe Fioroni spiegava che ad agosto 2018 era pervenuta una nuova informativa che escludeva il coinvolgimento della Kraatz nell’organizzazione 2 giugno. L’Ansa del giorno successivo ne riprendeva le parole. Il 18 ottobre 2018 gli avvocati di Birgit Kraatz inviavano una seconda raccomandata al presidente Fioroni contenente un documento della Bundeskriminalamt (Ufficio federale della polizia criminale). La più alta autorità pubblica tedesca in materia di polizia affermava che la signora Kraatz: «non ha mai avuto contati o altro legame col gruppo “2 Giugno che vadano aldilà dell’attinenza del lavoro giornalistico allora svolto sull’argomento di sinistra in Germania e in Italia». I legali chiedevano anche di correggere i passi errati della relazione riferiti alla Kraatz e di far cancellare i medesimi passaggi dai motori di ricerca di Internet.
Nonostante queste importanti rettifiche Gero Grassi rilanciava le sue accuse contro Birgit Kraatz nella terza edizione del suo libro su Moro, accuse che ribadita anche in una intervista all’Agi del 5 marzo 2020. Nel frattempo nessuna richiesta di scuse o gesto di cortesia perveniva alla signora Kraatz da parte dell’ex presidente della Commissione Moro 2. Al contrario, lo scorso 16 ottobre presso la biblioteca e archivio storico del Senato, in occasione della presentazione del libro di Gero Grassi oggetto della querela, Giuseppe Fioroni invece di correggere l’errore sulla Kraatz ribadiva che in via dei Massimi 91 «c’era di tutto e di più… c’era qualche fiancheggiatrice della 2 giugno».

Ennesima querela contro Gero Grassi per le sue falsità sul sequestro Moro

Per l’ex parlamentare Gero Grassi il sequestro Moro sta diventando una vera iattura. L’ex membro della seconda commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, che ha chiuso i battenti nella passata legislatura, è incappato in una nuova querela (vedi qui la prima). A denunciarlo stavolta è stata la giornalista Birgit Kraatz, corrispondente in Italia per oltre trent’anni delle più importanti testate giornalistiche tedesche. Nella denuncia per «diffamazione aggravata a mezzo stampa e internet» e per altri reati che la procura potrebbe ulteriormente individuare, la giornalista contesta a Gero Grassi di aver sostenuto in più occasioni la sua appartenenza al «gruppo eversivo tedesco denominato 2 giugno, noto specialmente in Germania per avere compiuto negli anni 70 atti di terrorismo», insinuando che nel 1978, quando la giornalista abitava a Roma, in Via Massimi 91, avrebbe fiancheggiato «l’attività delle Brigate Rosse durante la prigionia dell’onorevole Aldo Moro». Tale affermazione, precisa ulteriormente la giornalista nella sua denuncia, viene poi ribadita da Grassi con ampio risalto in alcune pagine del volume (pp. 143 e 159) «Aldo Moro la verità negata, terza edizione, edito nel 2019 col patrocinio della Regione Puglia e dell’Anci, da Pegaus Edizioni (scaricabile gratuitamente anche dal suo sito: http://www.gerograssi.it), nelle quali si riferisce la vicinanza della Kraatz «ai terroristi tedeschi», la sua appartenenza al gruppo 2 giugno e si afferma che dalle finestre della sua casa «Franco Piperno avrebbe da lì osservato i movimenti di Moro e della sua scorta». Come se non bastasse, più avanti – scrive sempre la giornalista – «sono stata descritta come membro della Raf (organizzazione terroristica analoga alle Brigate rosse) avente ruolo di probabile appoggio logistico nelle vicende relative al tragico sequestro» (p.159 e 160).
Un racconto grossolanamente falso e inverosimile, protesta la Kraatz che nella querela riassume la sua esperienza lavorativa e di vita in Italia ricordando di essere arrivata nel 1968 come corrispondente del settimanale Die Weltwoche; di aver successivamente lavorato per la Zdf (il secondo canale della televisione tedesca) e poi, nel 1976, di essere divenuta capo della redazione romana di Stern e dal 1980 fino al 1990 di aver assunto la stessa posizione per Der Spiegel. In seguito, racconta ancora la donna, «ho collaborato come corrispondente diplomatico per Rai 3 in occasione del processo politico di riunificazione tedesca, effettuando varie interviste e reportage». Iscritta alla Spd dal 1974 – come si può facilmente leggere nella bio presente su Wikipedia – la Kraatz ha di fatto ha curato i rapporti della socialdemocrazia tedesca con la sinistra italiana, in modo particolare col Pci, intervistando nel 1976 lo stesso segretario nazionale Enrico Berlinguer (è citata persino nella biografia scritta da Chiara Valentini). Ha pubblicato per Editori riuniti un libro intervista col premier e capo della socialdemocrazia tedesca fautore della Ostpolitik, Willy Brandt, Non siamo nati eroi. Nel corso della sua carriera ha intervistato anche Helmut Schmidt, Theo Waigel, Oskar Lafontaine. Per la sua attività lavorativa gli sono stati riconosciuti alcuni premi giornalistici, come il Premiolino nel 1974 e il Città di Roma. Insomma una professionista affermata e molto conosciuta nei circoli della stampa e del mondo politico romano, compagna di Lucio Magri da cui ha avuto una figlia nel 1974. Nella denuncia, Birgit Kraatz precisa anche di «aver sempre abitato da sola in via dei Massimi 91, con la figlia Jessica, all’epoca di 4 anni, e la governante che accudiva la bambina quando era fuori per lavoro», sottolinea inoltre che all’epoca del sequestro Moro «non aveva alcun rapporto sentimentale con il prof. Franco Piperno che aveva conosciuto anni prima durante una intervista». Circostanza che aveva già riferito ai consulenti della commissione presieduta da Giuseppe Fioroni, il magistrato Guido Salvini e il tenente colonnello dei carabinieri Massimo Giraudo, che l’avevano ascoltata in una caserma dei carabinieri il 20 febbraio 2017. Dichiarazioni riprese a pagina 261 del testo della terza relazione della Commissione: «La stessa Kraatz ha ricordato la sua relazione con il Piperno, ma ha escluso che si trattenesse nel condominio».

L’impossibile difesa di Gero Grassi
In una intervista a Radio radicale del 22 ottobre scorso (ascolta qui), Gero Grassi ha tentato una disperata difesa sostenendo di essersi soltanto limitato a riportare quanto sostenuto nella terza relazione della commissione, approvata dalla camera il 13 dicembre 2017 (in commissione era passata col voto contrario di Fabio Lavagno
ascolta qui la sua intervista) e dunque di non avere colpa se quanto vi era sostenuto, sulla scorta del lavoro prodotto dai suoi consulenti, non risponde al vero. Un tentativo di trincerarsi dietro l’immunità che protegge i lavori della commissione parlamentare. In realtà, le contestazioni mosse all’ex parlamentare dalla signora Kraatz fanno riferimento ad affermazioni e testi successivi alla decadenza del mandato parlamentare, ma soprattutto reiterate quando ormai era nota e comprovata la loro infondatezza. Già il 26 aprile 2018, sul quotidiano il Dubbio era apparsa una intervista a Franco Piperno nella quale erano presenti numerose informazioni che smentivano le affermazioni della Commissione. Il 4 ottobre successivo, in una dichiarazione fatta al Senato durante la presentazione del suo libro sui lavori della commissione da lui presieduta Giuseppe Fioroni spiegava dopo le insistenze di alcuni giornalisti che ad agosto 2018 era pervenuta una nuova informativa che smentiva il coinvolgimento della Kraatz nell’organizzazione 2 giugno. L’Ansa del giorno successivo riprendeva le sue parole: «Sull’adesione di Birgit Kraatz all’organizzazione estremista tedesca del ‘2 Giugno’, “ci sono degli atti che lo dicono e che noi abbiamo ereditato, ma c’è anche un documento di due mesi fa che dice che lei non c’entra niente“». In difficoltà per la micidiale bufala scolpita ad memoriam nella relazione della commissione, Fioroni balbettava che «il riferimento alla giornalista era per il rapporto avuto con Piperno (“assolutamente legittimo”, secondo Fioroni) e in primis per l’eventuale presenza di Piperno nel palazzo romano. “A noi interessa solo per le relazioni sentimentali che aveva – ha concluso l’ex deputato – abbiamo inserito lei nel testo solamente per dimostrare che c’era Piperno che frequentava quella casa. Poi se era dell’organizzazione del 2 giugno o altro, a me non serviva a niente”»1. Nonostante questa importante rettificata che avrebbe dovuto metterlo sull’avviso, indurlo a maggiore prudenza svolgendo le necessarie verifiche, Gero Grassi dava alle stampe a dicembre e diffondeva spavaldamente su internet la terza edizione del suo libro su Moro, nel quale tirava nuove bordate contro la Kraatz ribadendo la sua promiscuità con la formazione della sinistra armata tedesca e la sua complicità logistica col sequestro di Aldo Moro. In una successiva intervista all’Agi del 5 marzo 2020,chiamava ancora una volta in causa la donna evocando lo stabile del Vaticano in via dei Massimi 91 «frequentato da Piperno, Faranda e da una terrorista della Raf». Ma non è finita qui!

La verità non detta di Fioroni
Nella querela Birgit Kraatz elenca i ripetuti tentativi fatti per informare il presidente della commissione Fioroni dell’errore commesso e chiedere la dovuta rettifica. Intanto va ricordato che la signora Kraatz, del tutto ignara delle reali ragioni che avevano portato la commissione ad interessarsi della sua persona, si era dimostrata assolutamente collaborativa quando il 20 febbraio del 2017 era stata convocata per essere escussa dai alcuni suoi consulenti che nel porgli le domande restarono evasivi sul nodo essenziale che giustificava il loro interesse nei suoi confronti. Si limitarono a cercare conferma della sua residenza nel 1978 in un appartamento di via dei Massimi 91 e delle sue relazioni con Franco Piperno. Un modo assai strano di accertare la realtà dei fatti che impedì fin da subito alla Kraatz di fornire elementi obiettivi per smontare le grossolane fandonie raccolte sul suo conto. Ricordiamo che la commissione disponeva di poteri giudiziari ed i suoi consulenti erano nella stragrande maggioranza magistrati o ufficiali di polizia giudiziaria, un ruolo che li obbligava al dovere di agire secondo criteri di correttezza giuridica nella escussione dei testi.
Avuta notizia di quanto veniva affermato nei suoi confronti in alcune pagine della terza ed ultima relazione della commissione, il 22 febbraio 2018 Birgit Kraatz inviava una prima raccomandata al presidente Fioroni nella quale ricordava tra l’altro di aver frequentato per il suo lavoro uomini del mondo politico e della cultura, «come La Malfa, Berlinguer, Napolitano, Reichlin, Pertini, Amendola, Craxi, Cossiga, Galloni, Spadolini, Lama, Trentin, Agnelli, de Benedetti, Scalfaro, Scalfari, Fellini, Rosi, Moravia, Eco, a tal punto da essere ricevuta da costoro anche più di una volta per interviste esclusive. Alcune di queste personalità hanno anche frequentato la mia casa». Precisava inoltre che dalle finestre della sua abitazione «l’entrata del garage di via dei Massimi 91 non era né visibile né raggiungibile, come sarebbe stato facile verificare con un semplice sopralluogo».
La raccomandata non riceveva risposta anche perché nel frattempo la commissione aveva concluso i suoi lavori e le camere erano state sciolte in attesa di nuove elezioni politiche indette per il 4 marzo 2018. Il 22 febbraio si era tenuta l’ultima seduta della commissione che aveva deliberato criteri e modalità di pubblicazione degli atti e incaricato una struttura tecnica composta da alcuni ex consulenti di seguire questo lavoro. E’ più che probabile che la raccomandata della signora Kraatz sia giunta a questo ufficio e che l’ex presidente Fioroni ne abbia avuto cognizione. Anche se aveva terminato l’incarico non è pensabile che le relazioni con i suoi ex collaboratori si fossero interrotte, come dimostrano le stesse parole di Fioroni, riprese dall’Ansa del 5 ottobre, su un nuovo documento – giunto nel frattempo – che smentiva l’appartenenza della Kraatz alla “2 giugno”. Certo è che nel suo volume, Moro, il caso non è chiuso. La verità non detta, scritto con la giornalista Maria Antonietta Calabrò, dato alle stampe nell’aprile 2018 (edizioni Lindau), Fioroni mostrando grande scaltrezza evita improvvisamente di definire Birgit Kraatz una esponente del «movimento 2 giugno», parlando di una semplice «giornalista tedesca». Tuttavia l’ex presidente della Commissione Moro 2 – in piena coerenza col sottotitolo del suo volume – evitava di spiegare ai lettori il perché di quella repentina e significativa correzione rispetto a quanto era stato sostenuto nella pagine della relazione, nelle note dei consulenti e nelle numerose dichiarazioni pubbliche rese durante i lavori della commissione.
Il 18 ottobre 2018 gli avvocati di Birgit Kraatz inviavano una seconda raccomandata al presidente Fioroni contenente un documento della Bundeskriminalamt (Ufficio federale della polizia criminale). La più alta autorità pubblica tedesca in materia di polizia affermava che la signora Kraatz: «non ha mai avuto contati o altro legame col gruppo “2 Giugno” che vadano aldilà dell’attinenza del lavoro giornalistico allora svolto sull’argomento di sinistra in Germania e in Italia». I legali chiedevano anche di correggere i passi errati della relazione riferiti alla Kraatz e di far cancellare i medesimi passaggi dai motori di ricerca di Internet. Fioroni ancora una volta taceva: nessuna richiesta di scuse o gesto di cortesia perveniva alla signora Kraatz dall’ex presidente della Commissione Moro 2, nessuna dichiarazione pubblica che correggesse quel grossolano errore, nessun suggerimento a Gero Grassi affiché abbassasse i toni e correggesse le sue affermazioni. L’ex parlamentare Giuseppe Fioroni ha dimostrato fino all’ultimo di sentirsi sollevato da ogni responsabilità politica e morale nei confronti della signora Kraatz, anzi, ancora recentemente, lo scorso 16 ottobre presso la biblioteca e archivio storico del Senato in occasione della presentazione del libro di Gero Grassi oggetto della querela, invece di cogliere l’occasione per correggere l’errore sulla Kraatz ribadiva che in via dei Massimi 91 «c’era di tutto e di più… c’era qualche fiancheggiatrice della 2 giugno» (ascolta qui dopo il minuto 41.10)2.

La commissione Moro 2, ovvero l’officina delle fake news
Il motivo del coinvolgimento della Bundeskriminalamt nel clamoroso errore commesso dalla Commissione Moro 2 sulla giornalista Birgit Kraatz è dovuto al fatto che in una vecchia relazione del 31 luglio 2000, presentata da due parlamentari della destra postfascista, il senatore Alfredo Mantica e il deputato Enzo Fragalà, membri della commissione Stragi presieduta dal senatore Pellegrino, appariva in modo del tutto abusivo il nome di Birgit Kraatz. A seguito di una rogatoria diretta alle autorità tedesche, presentata dal giudice Francesco Amato sui nomi di alcuni esponenti vicini al movimento eversivo 2 giugno, la polizia tedesca inviava in risposta una relazione. Senza alcuna giustificazione comprensibile, l’Ucigos – l’Ufficio centrale della polizia politica destinatario della relazione – riportava il nome di Birgit Kraatz nella lettera che accompagnava il testo della Bundeskriminalamt. Nome che non era presente all’interno del documento della polizia tedesca e che mai più riapparirà. Nella successiva minuta della Digos di Roma, che riceve la documentazione dall’Ucigos e la rigira al magistrato, non vi è infatti più alcuna traccia della Kraatz. Nonostante questa evidente anomalia, i due parlamentari senza svolgere verifiche riportano il nome della donna nella loro relazione, indicandola come una esponente del gruppo “2 giugno”. Alcuni consulenti della commissione Fioroni che lavoravano da tempo sulla palazzina di via dei Massimi 91, ossessionati dall’idea che fosse un luogo chiave del sequestro Moro, scandagliano i materiali digitalizzati delle precedenti commissioni avvalendosi di parole chiave. Intercettano in questo modo il nome della Kraatz incrociandolo con quello delle persone che risiedevano all’epoca nella palazzina dello Ior. Nasce così il grossolano errore: nessuno legge attentamente le carte e si domanda perché il nome della Kraatz sia assente dalla relazione inviata della polizia tedesca ma compaia nella minuta che l’accompagna. Non si svolgono le necessarie verifiche, non si cercano risposte a questa incongruenza, non si fanno approfondimenti su altre fonti di informazione. In poche parole non si utilizza una corretta metodologia. Stupisce anche che autori di indagini giudiziarie che da decenni traversano gli anni 70 non abbiano avuto le capacità di arrivare a comprendere chi fosse veramente Birgit Kraatz, certamente non una personalità sconosciuta. Emerge un modo di lavorare superficiale, viziato dal pregiudizio, orientato unicamente a trovare conferma delle proprie convinzioni, evitando sistematicamente ogni indizio, segnale, o prova che sollevi dei problemi, inceppi o allontani dalla meta prefigurata o peggio smentisca i teoremi precostituiti. Insomma un metodo fallimentare, una gigantesca officina di fake news.

Note
1
Moro: Fioroni, Kraatz non fa parte organizzazione 2 giugno. Su cronista tedesca ex di Piperno. Risulta da atto recente
ROMA (ANSA) – ROMA, 5 OTT – Sull’adesione di Birgit Kraatz all’organizzazione estremista tedesca del ‘2 Giugno’, “ci sono degli atti che lo dicono e che noi abbiamo ereditato, ma c’è anche un documento di due mesi fa che dice che lei non c’entra niente”.
Così Giuseppe Fioroni precisa il riferimento alla giornalista tedesca che fu corrispondente in Italia dal 1968-98 per Spiegel, Stern e Zdf e citata nel libro che l’ex ministro ha scritto sul caso Moro (sulla base del lavoro svolto dalla commissione parlamentare d’inchiesta Moro2, presieduta da Fioroni). La donna ha escluso a più riprese la sua appartenenza al gruppo estremista, contestando quanto scritto, invece, nella relazione della Commissione, in cui viene citata come “già attiva nel movimento estremista 2 giugno e compagna di Franco Piperno”. Un passaggio che nel libro non c’è.
A pagina 123 Kraatz viene nominata perché, all’epoca del rapimento dello statista della Dc, abitava in un palazzo di proprietà dello Ior, in via Massimi a Roma, e lo stesso che ospitò poco dopo Prospero Gallinari, Br, che era nel gruppo che uccise la scorta di Moro. Inoltre, come si legge nel libro, la donna a quel tempo era “legata sentimentalmente a Franco Piperno, il leader di Autonomia operaia”, e “secondo la testimonianza di più condomini – continua il testo – Piperno frequentava l’abitazione della Kraatz che ha confermato alla commissione il suo rapporto d’amore con Piperno, ma ha escluso che si trattenesse nel condominio, anche se vi si recava qualche volta”.
Quindi, come ha chiarito Fioroni alla presentazione del libro ieri al Senato, il riferimento alla giornalista era per il rapporto avuto con Piperno (“assolutamente legittimo”, secondo Fioroni) e in primis per l’eventuale presenza di Piperno nel palazzo romano. “A noi interessa solo per le relazioni sentimentali che aveva – ha concluso l’ex deputato – abbiamo inserito lei nel testo solamente per dimostrare che c’era Piperno che frequentava quella casa. Poi se era dell’organizzazione del 2 giugno o altro, a me non serviva a niente”. (ANSA).
SUA/ S43 QBXL
2.
Venerdì 16 Ottobre 2020, ore 10,30, presentazione del volume di Gero Grassi “Aldo Moro, la verità negata”. Interventi di Gianni Marilotti, Gero Grassi, Giuseppe Fioroni, Luigi Zanda, Stefania Limiti. Coordina: Anthony Muroni. http://webtv.senato.it/webtv_evento?video_evento=120501

Note
1
Moro: Fioroni, Kraatz non fa parte organizzazione 2 giugno. Su cronista tedesca ex di Piperno. Risulta da atto recente
ROMA (ANSA) – ROMA, 5 OTT – Sull’adesione di Birgit Kraatz all’organizzazione estremista tedesca del ‘2 Giugno’, “ci sono degli atti che lo dicono e che noi abbiamo ereditato, ma c’è anche un documento di due mesi fa che dice che lei non c’entra niente”.
Così Giuseppe Fioroni precisa il riferimento alla giornalista tedesca che fu corrispondente in Italia dal 1968-98 per Spiegel, Stern e Zdf e citata nel libro che l’ex ministro ha scritto sul caso Moro (sulla base del lavoro svolto dalla commissione parlamentare d’inchiesta Moro2, presieduta da Fioroni). La donna ha escluso a più riprese la sua appartenenza al gruppo estremista, contestando quanto scritto, invece, nella relazione della Commissione, in cui viene citata come “già attiva nel movimento estremista 2 giugno e compagna di Franco Piperno”. Un passaggio che nel libro non c’è.
A pagina 123 Kraatz viene nominata perché, all’epoca del rapimento dello statista della Dc, abitava in un palazzo di proprietà dello Ior, in via Massimi a Roma, e lo stesso che ospitò poco dopo Prospero Gallinari, Br, che era nel gruppo che uccise la scorta di Moro. Inoltre, come si legge nel libro, la donna a quel tempo era “legata sentimentalmente a Franco Piperno, il leader di Autonomia operaia”, e “secondo la testimonianza di più condomini – continua il testo – Piperno frequentava l’abitazione della Kraatz che ha confermato alla commissione il suo rapporto d’amore con Piperno, ma ha escluso che si trattenesse nel condominio, anche se vi si recava qualche volta”.
Quindi, come ha chiarito Fioroni alla presentazione del libro ieri al Senato, il riferimento alla giornalista era per il rapporto avuto con Piperno (“assolutamente legittimo”, secondo Fioroni) e in primis per l’eventuale presenza di Piperno nel palazzo romano. “A noi interessa solo per le relazioni sentimentali che aveva – ha concluso l’ex deputato – abbiamo inserito lei nel testo solamente per dimostrare che c’era Piperno che frequentava quella casa. Poi se era dell’organizzazione del 2 giugno o altro, a me non serviva a niente”. (ANSA).
SUA/ S43 QBXL
2.
Venerdì 16 Ottobre 2020, ore 10,30, presentazione del volume di Gero Grassi “Aldo Moro, la verità negata”. Interventi di Gianni Marilotti, Gero Grassi, Giuseppe Fioroni, Luigi Zanda, Stefania Limiti. Coordina: Anthony Muroni. http://webtv.senato.it/webtv_evento?video_evento=120501

Altri articoli
La prima querela, https://insorgenze.net/2020/05/17/gero-grassi-querelato-per-le-fake-news-sul-sequestro-moro/


Via Gradoli, comitato anti fake su Moro: 51 storici firmano contro ‘complottismo’

In meno di un mese i firmatari «contro la dietrologia» sul sequestro Moro sono più che raddoppiati. A quei 23 tra storici, ricercatori, studiosi indipendenti e giornalisti che lo scorso 17 agosto avevano reso noto il loro circostanziato dissenso «sulle fantasie di complotto» (in modo particolare sulla vicenda di via Gradoli), si sono aggiunti altri 28 analoghi firmatari e portato a 51 il numero totale (qui il testo della lettera).
L’obiettivo è «spazzare via una volta per tutte la ‘fake news’ che vuole esistente un legame occulto tra il Sisde e le Br»: legame, in realtà, «sempre smentito dalle ricerche storiografiche e dalle risultanze processuali», si spiega nel documento. «L’attività giudiziaria e delle diverse commissioni d’inchiesta ha accertato che Moro non è mai stato tenuto sotto sequestro nei locali di via Gradoli, che fungevano invece da base per due brigatisti, Mario Moretti e Barbara Balzerani», scrivono i firmatari, sottolineando che «l’ultima Commissione Parlamentare d’inchiesta sul caso Moro ha addirittura effettuato un’indagine Dna sui reperti sequestrati nell’appartamento di via Gradoli, constatando l’assenza di tracce genetiche riconducibili ad Aldo Moro».
«Dal punto di vista culturale, e politico, mi sembra che il nostro pacatissimo intervento sia stato un fatto significativo», commenta lo storico Marco Clementi, uno dei primi a sottoscrivere il documento. «È stata una presa di posizione rilevante per molti motivi, mi limito a citarne uno: richiama tutti, ma proprio tutti, a misurarsi con il principio di realtà e per esempio con la cronologia dei fatti. In breve, è la rivincita del punto di vista storico sulle dietrologie raffazzonate che hanno mistificato le narrazioni successive al sequestro».
I firmatari sono storici universitari, ricercatori indipendenti, giornalisti dedicati al tema. Molti tra loro hanno pubblicato saggi di ricostruzione sulla lotta armata e più in generale sui bellicosi anni Settanta. E ci sono anche studiosi stranieri, come Richard Drake, professore di storia alla University of Montana, autore di “Il caso Aldo Moro” (Tropea). Da segnalare le firme di Monica Galfrè e Massimo Scavino e di autori come Aldo Grandi e Massimiliano Griner, mentre si preannunciano altre firme che potrebbero ulteriormente ampliare il numero.
«Tanto da rendere esplicito – spiega Matteo Albanese, ricercatore presso l’università di Padova – un bisogno ormai diffuso: quello di processare criticamente le tante congetture, amplificate da molta e disattenta stampa come verità acquisite. Vere e proprie fake news, diciamolo. Stiamo ragionando sull’opportunità di intervenire più spesso, se e quando necessario».

Ai precedenti 23 firmatari (Matteo Antonio Albanese, Gianremo Armeni, Andrea Brazzoduro, Frank Cimini, Marco Clementi, Andrea Colombo, Silvia De Bernardinis, Christian De Vito, Italo Di Sabato, Eros Francescangeli, Mario Gamba, Marco Grispigni, Davide F. Jabes, Nicola Lofoco, Carla Mosca, Paolo Persichetti, Giovanni Pietrangeli, Francesco Pota, Nicola Rao, Ilenia Rossini, Elisa Santalena, Vladimiro Satta, Giuliano Spazzali, Davide Steccanella, Ugo Maria Tassinari) si sono aggiunti altri 27 tra storici e ricercatori.

Ecco i nuovi firmatari: Luca Alteri, Sapienza Università di Roma e Istituto di Studi Politici “S. Pio V”. Sociologo, studia la questione urbana e la partecipazione politica non convenzionale; Alessandro Barile, ricercatore in Storia contemporanea, Sapienza università di Roma; redazione Zapruder; Mario Ayala, storico, professore associato Universidad Nacional de Tierra del Fuego, Antártida e Islas del Atlántico Sur; Chantal Castiglione, scrittrice e studiosa dei movimenti sociali; Francesco Catastini, ricercatore all’Università di Padova; Fabio de Nardis, professore associato di sociologia dei fenomeni politici, Università di Foggia e Università del Salento; Paolo De Nardis, ordinario di Sociologia presso Sapienza Università di Roma, dirige l’Istituto di Studi Politici “S. Pio V”; Monica Galfrè, professore associato di Storia contemporanea, Università di Firenze; Aldo Grandi, giornalista e saggista; Massimiliano Griner, storico, sceneggiatore, autore televisivo e radiofonico; Guillaume Guidon, dottore in Storia Contemporanea all’Université Grenoble Alpes e ricercatore indipendente; Antonio Lenzi, PhD in storia dei partiti e dei movimenti politici, Università di Urbino; Ottone Ovidi, ricercatore presso l’università Paris 10 Nanterre, fa parte della redazione di “Storie in movimento/Zapruder”; Alberto Pantaloni, storico, editor della collana storica di DeriveApprodi; Francesco Pota, ricercatore, redazione “Storie in movimento/Zapruder”; Alberto Prunetti, scrittore e traduttore; Tommaso Rebora, dottorando in Studi storici dal Medioevo all’età contemporanea, Università degli studi di Teramo; Susanna Roitman ricercatrice e docente dell’Universidad Nacional de Villa María, Argentina e direttrice dell’Osservatorio sul lavoro e conflitti di Cordoba; Marco Scavino, ricercatore di Storia contemporanea presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino; Chiara Stagno, dottoranda in storia all’università Orientale di Napoli.

Dietrologie e complottismi sono la versione aggiornata del nuovo negazionismo storiografico

In un articolo apparso sul manifesto del 9 settembre 2020, Marco Rovelli, sostiene che vi sia una fondamentale differenza nella cultura del sospetto che anima gli attuali negazionismi complottisti sul covid, no vax ecc… e la cosiddetta «controinformazione applicata su piani spazio temporali specifici»: strategia della tensione, rapimento Moro, trattativa Stato-mafia (leggi qui).
In realtà esistono decisive affinità tra i due modelli di negazionismo: il primo scientifico, l’altro storiografico. Il dispositivo cognitivo è lo stesso e le tecniche narrative analoghe: false correlazioni, approssimazioni, de relato di pentiti spesso attribuiti a defunti, spregio della cronologia e molto altro condito da un approccio paranoico che rifugge ogni confutazione. La questione per altro è stata paradossalmente posta proprio al manifesto da un gruppo di storici e ricercatori per quanto era stato scritto sui rapporti tra Br-Sisde in via Gradoli su alcuni articoli apparsi il 2 agosto 2020 (leggi qui e qui) in occasione del quarantennale della strage di Bologna (La lettera degli storici e ricercatori contro fake news, dietrologie e complotti nella vicenda Moro)
In passato mi è capitato di sostenere che si tratta del confronto tra due paradigmi contrapposti: uno galileiano e l’altro orweliano. Dietro la pretesa di svolgere «controinformazione» c’è in realtà un processo cognitivo che ha introiettato una sorta di culto ossessivo dei poteri occulti, dei poteri invisibili. Si tratta di una degenerazione delle vecchie teorie delle élites, che almeno avevano un fondamento nelle matrici sociali ed economiche di società oligarchiche. L’idea che la realtà sia qualcosa su cui si deve gettare luce perché dominata dall’ombra e dall’invisibile, dal nascosto fino all’esoterico, piuttosto che tentare di andare alla radice, scavare, scarnificare, approfondire, scendere al fondo delle cose, fare l’anatomia della società, come scriveva Marx, non l’alchimia, è divenuto il nuovo modo di giustificare una sorta di contronarrazione che si pretende autonoma, libera e indipendente dai «poteri». Una visione che ricorda terribilmente le narrazioni reazionarie elaborate contro gli scossoni della modernità politica, e che vide nell’abbé Augustin Barruel un capostipite, con le sue «memorie per la storia del giacobinismo», ridotto ad una cospirazione della setta degli Illuminati di Baviera.
E’ sconcertante questa idea di un passato fatto di misteri e segreti anziché di processi, rotture, trasformazioni: uno schema cognitivo che riporta all’epoca dell’inquisizione, ai paradigmi interpretativi che i frati domenicani impiegavano individuando il disegno del maligno nei fenomeni incompresi o inaspettati che la società presentava.
L’ idea che il mondo sia più comprensibile se visto dal buco della serratura di un ufficio dei servizi segreti piuttosto che dai tumulti che attraversano le strade, i luoghi di lavoro, lì dove scorre la vita e si tessono e scontrano le relazioni sociali, economiche e politiche, è il segno tragico di una malattia della conoscenza. Che la comprensione della società, del mondo, della storia, si risolva con una risalita verso l’alto, ricostruendo l’ordito della cospirazione, quell’apice dove i burattinai tirano i fili, regolano i giochi, è divenuta una forma di pensiero povero, di semplificazione consolatoria. Un nuovo instrumentum regni che favorisce una visione delle cose perfettamente congeniale alla perpetuazione dei poteri mai rimessi in discussione, del capitalismo attuale che con le dietrologie vuole insegnarci che ribellarsi, non solo non è mai stato giusto, anzi è stato sempre sbagliato perché non è mai servito a nulla conducendo inevitabilmente alla sconfitta, ma che – in realtà – dietro ogni ribellione non c’è genuinità, sincerità, ma solo un inganno, una forma di captazione, uno stratagemma del potere.

Gero Grassi querelato per le fake news sul sequestro Moro

Grassi scuole

Gero Grassi intrattiene una platea di sventurati studenti dell’IISS “Da Vnci – Majorana” di Mola di Bari. Esprimiamo loro tutta la nostra solidarietà!

L’ex parlamentare Gero Grassi, già vicepresidente del partito democratico alla Camera e membro della commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento e l’uccisione di Aldo Moro nella passata legislatura, acceso sostenitore delle più strampalate ipotesi dietrologie sul sequestro Moro, è stato querelato per aver sostenuto che il presidente democristiano non fu nascosto, come accertato in sede giudiziaria e storiografica, nella base brigatista di via Montalcini 8, nel quartiere romano di Portuense, ma in un’abitazione situata in via dei Massimi 91, nella zona della Balduina, non lontano da via Fani, dove la mattina del 16 marzo 1978 lo statista democristiano venne rapito e la sua scorta annientata.
La querela sarebbe stata promossa da una coppia di coniugi residenti all’epoca nell’appartamento indicato da Grassi come la prigione di Moro. A darne notizia, lo scorso 8 maggio, è stato il Corriere della sera che ha riferito anche il nome del legale, l’avvocato Michele Gentiloni Silveri, incaricato dalla coppia di procedere per diffamazione e denuncia di «eventuali altri reati relativi alla divulgazione del segreto».

La resa dei conti
Forse è iniziata l’epoca della resa dei conti sulle tante fandonie, invenzioni, falsità e intossicazioni che hanno inquinato la storia del rapimento Moro. Una stratificazione di menzogne, depistaggi diffusi inizialmente da quelle forze politiche che durante il sequestro hanno prima disprezzato il comportamento del prigioniero, ignorato le sue richieste, negato l’autenticità dei suoi scritti chiamando in causa inesistenti torture, sevizie e manipolazioni (si legga in proposito il saggio definitivo di Michele De Sivio in Il Memoriale di Aldo Moro, 1978, edizione critica, Direzione Generale degli Archivi, De Luca Editori D’Arte, 2019, pp. 17-56) e dopo la sua morte hanno vigliaccamente cercato con tutti i mezzi possibili di scaricare altrove la responsabilità delle loro scelte politiche. Un atteggiamento da cui ha preso forma una narrazione dietrologica e complottista del sequestro che nel corso dei decenni successivi, ignorando ed osteggiando le nuove acquisizioni giudiziarie e storiografiche, coniugandosi con rinnovati interessi politici che hanno fatto del sequestro un caso a sé, un terreno di resa dei conti tra forze politiche, è divenuta un fiume in piena esondato in mille rivoli senza un approdo significativo, generando un panorama di conoscenze malarico, una memoria malsana, una palude storiografica infestata. In questo acquitrino insalubre hanno trovato la loro ragion d’essere una pletora di cialtroni, un circo Barnum di pagliacci e mitomani dietro cui si celano figure senza scrupoli.

Che cosa aveva detto Grassi?
In una intervista diffusa dall’Agi il 5 marzo 2020, dal titolo «Moro: 16/3 strage via Fani, Grassi “prigione fu in via Massimi”», l’ex membro della commissione presieduta da Giuseppe Fioroni, aveva sostenuto:
«la prigione di Moro non fu in via Montalcini, ma in via dei Massimi 91, uno stabile del Vaticano, in cui si trovavano la garçonnière del piduista monsignor Marcinkus (statunitense ed ex Presidente dello Ior), la Tumco (società vicino alla Cia) e due ex coniugi, all’epoca ventiseienni, che ospitarono tra l’altro Prospero Gallinari tra l’ottobre e il dicembre del 1978. Lo stabile, che aveva anche un accesso diretto al garage, era inoltre frequentato da Piperno, Faranda e da una terrorista della Raf. Via Massimi si trova a circa 1,5 km dal luogo dell’eccidio di va Fani. Io penso – prosegue Grassi – che questi de ex coniugi possano essere stati i veri carcerieri di Moro. Erano entrambi italiani e romani. Lei era figlia di un importante dirigente ai vertici di un ente nazionale pubblico nel settore della ricerca. Lui di estrazione popolare, era un ufficiale dell’Aeronautica, con il patentino Nos, quindi abilitato ad accedere alle carte della Nato. Entrambi gli ex coniugi frequentavano ambienti della sinistra extraparlamentare. Lei giustificò di aver ottenuto la locazione dell’appartamento in via dei Massimi 91 con un fitto mensile simbolico, grazie alle conoscenze di suo padre».
Nell’intervista appena citata Grassi rende esplicito un retropensiero già contenuto nelle ricostruzioni fatte in un suo volume pubblicato nel 2019 ed ispirato ai lavori della commissione Moro 2. Senza fornire nuovi elementi che giustificassero siffatte conclusioni, accusa la coppia di giovani affittuari di avere tenuto in custodia Moro nella loro abitazione, ed aggiunge altre clamorose affermazioni, come la presenza nello stabile di via dei Massimi 91 di una donna descritta come una «terrorista della Raf», nonché di Franco Piperno e Adriana Faranda.

Dalla verità negata alle bugie conclamate
In una pubblicazione dal titolo Aldo Moro, la verità negata, edita nel 2019 con i finanziamenti del Consiglio regionale della Puglia (soldi pubblici), all’interno di una linea editoriale denominata «Leggi la Puglia», numero 7,(1) Gero Grassi si era soffermato sulla deposizione della coppia che davanti alla commissione Moro 2 aveva rivelato, in seduta segreta, di aver offerto ospitalità nell’autunno del 1978, per alcune settimane a cavallo dei mesi di novembre e dicembre, circa sei mesi dopo il sequestro del presidente del Consiglio nazionale della Dc, ad una persona dall’identità a loro sconosciuta, dai modi molto distinti e riservati che usciva presto al mattino e rientrava solo la sera. I due solo successivamente si resero conto, dalle immagini apparse in Tv, che si trattava di Prospero Gallinari, in quel momento dirigente della colonna romana:

«In Commissione interroghiamo, in modo segreto2, una signora che racconta di aver ospitato, a casa sua, nei mesi di novembre e dicembre 1978, il latitante Prospero Gallinari, senza conoscere l’identità. La signora, all’epoca ventiseienne, è la moglie di un ufficiale dell’areonautica, in possesso del Nulla Osta di Sicurezza Nato che rilascia il SISMI. Il marito afferma che, poiché lui era conosciuto da Norma Andriani, Morucci e Gallinari sapevano la sua professione3. La signora dichiara che la richiesta di ospitare una persona le arriva da Norma Andriani e Adriana Faranda, mentre al marito analoga richiesta giunge da Valerio Morucci. I coniugi non sanno chi è la persona da ospitare, ma hanno capito che è coinvolta nel caso Moro e che si tratta di un brigatista. La richiesta le è fatta perché con il marito ha sempre gravitato nei gruppi degli extraparlamentari di sinistra dell’Università di Roma e conosce tanti militanti vicini al terrorismo. Dopo circa due mesi la signora ha paura e convince il marito a far sì che l’ospite vada via. Gli porta un borsone pesantissimo, in tram, in una piazza romana e non lo rivede più. In seguito tramite la televisione riconosce la identità. I coniugi abitano in via Massimi, 91 in una palazzina il cui accesso avviene direttamente anche dal garage. A via Massimi, 91 abita anche Birgit Kraatz, compagna di Piperno e vicina ai terroristi tedeschi»4.

Come Grassi stesso riconosce, i due non appartenevano alle Br ma facevano parte di un’area politica di “movimento”, che per storie di militanza e amicizia comune era contigua o si trovava ad avere relazioni con persone che erano entrate a far parte della Brigate rosse. Si trattava di una situazione molto diffusa in quegli anni. La donna, in particolare, aveva militato nel movimento femminista, frequentando la sede romana di via del Governo vecchio insieme a Norma Andriani. La posizione dei due coniugi viene così riassunta nella terza relazione della commissione Moro 2:

«Le due persone in oggetto partecipavano, in vario modo, alla mobilitazione che caratterizzò molti ambienti della sinistra extraparlamentare nel periodo del sequestro Moro. In particolare, dal complesso delle escussioni e audizioni svolte, è risultato che la donna, con trascorsi nel femminismo militante e attiva nel collettivo di via del Governo Vecchio, strinse una relazione piuttosto stretta con una brigatista della colonna romana, Norma Andriani, e forse col compagno di quest’ultima, Carlo Brogi, mentre l’uomo, anche se appartenente alle Forze armate, frequentava ambienti extraparlamentari. Questo rapporto indusse la Andriani a proporre di ospitare un compagno, che – secondo quanto dichiarato dagli interessati – solo successivamente i due identificarono in Prospero Gallinari. Fu dunque procurato un appuntamento alla donna con Adriana Faranda, mentre l’uomo, nel rispetto delle regole di compartimentazione della clandestinità, si incontrava separatamente con Valerio Morucci. Ad entrambi, fu richiesto supporto logistico al fine di ospitare il brigatista rosso ricercato, dopo che Faranda e Morucci li ebbero sottoposti a una valutazione politica simile a quella in uso per il reclutamento di militanti irregolari. In una prima fase ci fu un impegno a ricercare un alloggio per Gallinari, ma poi si ritenne preferibile ospitarlo in via Massimi 91, dove Gallinari rimase per alcuni mesi dell’autunno 1978, prima di un successivo trasferimento avvenuto prima del Natale di quell’anno. I due testimoni non hanno fornito molte indicazioni sul periodo in cui Gallinari stette a casa loro. è emerso che furono custodite armi in cantina e che fu fornito supporto al brigatista nel trasporto di una borsa, verosimilmente contenente armi, che fu data a una persona a piazza Madonna del Cenacolo. Stando alle dichiarazioni degli interessati, la crescita della pressione e l’insorgere di timori indussero a chiedere a Gallinari di trovare un altro rifugio5.

Prima della affermazioni di Grassi del 5 marzo 2020, mai l’ipotesi che in via dei Massimi vi fosse stata la prigione (o una delle prigioni) di Moro durante il sequestro, su cui ha lavorato inutilmente la commissione Moro 2 producendo una quantità impressionante di congetture e fantasie, aveva preso in considerazione un ruolo dei due coniugi, puntando ad altre location presenti nell’immobile. Non a caso nel libro Aldo Moro, la verità negata, Grassi cita, stavolta per extenso, il nome della presunta «terrorista della Raf» che avrebbe abitato in via dei Massimi 91: «Birgit Kraatz, compagna di Piperno e vicina ai terroristi tedeschi». L’insistenza sul nome della giornalista tedesca, come vedremo meglio più avanti militante della Spd e corrispondente in Italia dei più importanti quotidiani tedeschi e della stessa Tv nazionale, non è affatto casuale ma trova ragione nelle accuse, da Grassi condivise e ripetute, avanzate nei confronti della donna e di Franco Piperno dalla commissione Moro 2.

Morti che parlano tra loro, le fake news della commissione Moro 2
Nella terza relazione prodotta dalla commissione Moro 2 (che Grassi cita alle pp. 158-163), a Birgit Kraatz, di cui finalmente si cita l’attività professionale, ovvero quella di «giornalista», viene attribuita una ulteriore identità politica: «attiva nel movimento estremista “Due giugno”». Il gruppo “Due giugno” era una formazione della sinistra armata tedesca occidentale, fondato nel 1971 realizzò diverse azioni tra cui l’uccisione del presidente della Corte federale di giustizia Günter von Drenkmann e il rapimento del parlamentare della Cdu, Peter Lorenz.
Secondo la ricostruzione fatta dalla commissione sulla base di una concatenazione di de relato pronunciati da persone defunte: «Si è in particolare riscontrato che in quelle palazzine abitava la giornalista tedesca Birgit Kraatz, già attiva nel movimento estremista ‘Due giugno’ e compagna di Franco Piperno. Secondo la testimonianza di più condomini Piperno frequentava quell’abitazione e, secondo una testimonianza che l’interessato ha dichiarato di aver appreso dal portiere dello stabile, lo stesso Piperno avrebbe da lì osservato i movimenti di Moro e della scorta. La stessa Kraatz ha ricordato la sua relazione con il Piperno, ma ha escluso che si trattenesse nel condominio». La prova di tali significative asserzioni della commissione starebbe nelle racconto fatto ad una testimone dal marito che avrebbe ricevuto, molti anni dopo il sequestro Moro, le confidenze di un altro condomino dell’immobile di via dei Massimi, il generale del Genio Renato D’Ascia, nel frattempo defunto. Secondo queste confidenze, «Nella Palazzina B c’era un covo della Brigate rosse legato al sequestro dello statista e che propio nei giorni dell’eccidio di via Fani ci fu movimento nel garage seminterrato della Palazzina e il covo. Cioè qualcuno era passato dal garage. Posso solo dedurre, non essendo la diretta recettrice della confidenza, che l’ingresso si realizzò a mezzo auto. Purtroppo non sono in grado di dare nessuna indicazione relativa al piano cui si sarebbe situato, ma posso aggiungere che egli disse a mio marito della cittadina tedesca del piano terra, che ricordo chiamarsi Birgitte»6.

Un popolo di scimmie

Immancabile arriva Sergio Flamigni come nella novella di Kipling sul popolo delle scimmie, il quale crede di essere superiore a tutti gli altri popoli della giungla, di possedere tutta l’intelligenza, tutta l’intuizione storica, tutta la sapienza della conoscenza. I dietrologi si accreditano tra loro, come in un gioco di specchi e di echi reciproci, dove il rimbalzo delle parole dell’uno e dell’altro diventa fonte del vero, generando una sorta di circuito autistico totalmente estraneo alla realtà dei fatti e della storia. Nel novembre 2018, il padre del la narrazione complottista sul sequestro Moro, pubblica un nuovo volume, Il quarto uomo del delitto Moro. L’enigma del brigatista Maccari, Kaos edizioni. A pagina 15 del testo riassume quanto scritto nella terza relazione della Commissione Moro 2, con l’intenzione di avvalorarne i contenuti. Non si lascia sfuggire il passaggio nel quale si afferma che la giornalista tedesca Birgit Kraatz era una attivista del movimento estremista “Due giugno” e che dalla sua abitazione «Franco Piperno avrebbe da lì osservato i movimenti di Moro e della scorta». Una novità assoluta, poiché mai prima di quel momento si era letto o saputo che Moro abitualmente transitasse con la sua scorta in via dei Massimi. Nella pagina successiva riferisce il doppio de relato di persone nel frattempo scomparse che abbiamo letto sopra, citando il «generale del Genio militare Renato D’Ascia» che avrebbe riferito della esistenza di una base Br, impiegata durante il sequestro come prigione di Moro, e che nello stesso immobile avrebbe abitato a piano terra una «cittadina tedesca di nome Brigitte». Affermazione tesa a collegare la presunta presenza della base Br con la giornalista tedesca Kraatz. Non contento, a p. 92 da per assodato che le tre auto del commando brigatista con a bordo il presidente Dc appena sequestrato si rifugiarono immediatamente dopo l’assalto di via Fani nel garage delle due palazzine di via dei Massimi 91.

Un contadino in via dei Massimi

Prima della scoperta fatta dalla commissione Moro 2 (l’unica novità positiva prodotta nei suoi tre anni di attività accanto ad una raffica di sonore smentite7), ad accennare in modo estremamente allusivo del passaggio di Prospero Gallinari in via dei Massimi nell’autunno del 1978 era stato Gallinari stesso nel suo libro, Un contadino nella metropoli. A pagina 201 della sua autobiografia, racconta che fu «ospitato da due persone pulite, marito e moglie, che per la loro posizione sociale assicurano una buona copertura». Di quella momentanea collocazione accennò anni dopo ai suoi compagni, ricordando che la presenza di una persona in uniforme (il marito era un ufficiale dell’aeronautica militare) in una casa dove era opsitato era il miglior mezzo di dissuasione nel caso le forze dell’ordine avessero bussato alla porta per un controllo. Il raffronto delle testimonianze fornite da Gallinari e Anna Laura Braghetti (la titolare dell’appartamento di via Montalcini 8, dove fu tenuto Moro in tutti i 55 giorni del sequestro) nei loro libri, consente di ricostruire in dettaglio il contesto e spostamenti avvenuti a conclusione del sequestro8. Il 17 maggio 1978, pochi giorni dopo l’uccisione di Moro e il ritrovamento del corpo in via Caetani, venne scoperta la tipografia brigatista di via Pio Foà. Gli sviluppi di quella indagine, grazie all’impiego della tortura durante l’interrogatorio del tipografo delle Br Enrico Triaca, portarono alla scoperta della base di via Palombini e all’arresto di altri due militanti9. Per non destare sospetti Gallinari e la Braghetti si appoggiarono nel corso della estate in una base estiva situata a santa Marinella, sul litorale nord della Capitale, dove vennero raggiunti anche da Balzerani e Moretti. In settembre Braghetti rientra a Roma per riprendere il lavoro e scopre che la polizia l’aveva cercata con un pretesto in via Montalcini. Una condomina, che la mattina del 9 maggio aveva incontrato la Braghetti nel garage e scorto il frontale della Renault 4 sotto la saracinesca basculante, insospettita dalle immagini televisive del ritrovamento del corpo di Moro nel bagagliaio di una Renault dello stesso colore, in via Caetani, non si recò direttamente dalla polizia, ma per vie riservate, tramite un avvocato che conosceva un importante politico democristiano, Remo Gaspari, aveva fatto pervenire un biglietto che questi aveva consegnato al ministero dell’Interno e da qui era giunto all’Ucigos, che si mosse inevitabilmente in ritardo. Nel mese di luglio si attivarono le indagini. L’attenzionamento della base spinse i brigatisti a trovare nuove sistemazioni. Gallinari non mise più piede a via Montalcini ma restò a santa Marinella per tutto il mese di settembre, mentre il 4 ottobre venne traslocato e abbandonato definitivamente l’appartamento di via Montalcini, che poi sarà venduto con una procura dalla zia della Braghetti10. Nel frattempo un’operazione dei carabinieri di Dalla Chiesa aveva scompaginato la colonna milanese, il primo ottobre era caduta la base di via Montenevoso, dove furono arrestati due membri dell’esecutivo e rinvenuta la bozza dattiloscritta del memoriale di Moro. La situazione era molto critica, i brigatisti romani non sapevano fin dove i carabinieri potessero arrivare, bisognava quindi riorganizzare la logistica della colonna che nel frattempo, dopo la prova fornita nel corso del sequestro, vedeva riconosciuto il proprio peso e acquisiva rappresentanza nell’organizzazione. Gallinari ne avrebbe preso la guida, bisognava quindi trovargli una sistemazione adeguata. Braghetti tornò nella casa di famiglia in via Laurentina, da dove fece perdere le tracce quando si accorse di essere pedinata, per rifugiarsi nella base di via dei Savorelli, dove abitava Balzerani (la Braghetti nel suo libro commette un errore di memoria ed indica una zona diversa). Dopo varie ricerche, Gallinari trovò ospitalità in via dei Massimi 91 per trasferirsi alla fine del 1978 in una nuova base, affittata da un prestanome, in via san Giovanni in laterano 28, dove abitò insieme alla Braghetti fino al giorno del suo grave ferimento e dell’arresto, il 24 settembre 1979.

La giornalista che intervistava Berlinguer
Il coinvolgimento della giornalista Birgit Kraatz, per più di trent’anni corrispondente romana di Der Spiegel, Stern e della Tv pubblica tedesca ZDF, molto conosciuta nei circoli della stampa e del mondo politico romano, è stata la compagna di Lucio Magri con cui ha avuto una figlia, amica di Marco Pannella ed Eugenio Scalfari, appare un gigantesco infortunio della commissione presieduta da Giuseppe Fioroni, ed in particolare dei due consulenti, il tenente colonnello dei Cc Massimo Giraudo e il magistrato Guido Salvini, che hanno partecipato al lavoro informativo sulla donna, qualificata come esponente del movimento eversivo 2 giugno11. Iscritta alla Spd dal 1974, Kraatz ha di fatto curato i rapporti della socialdemocrazia tedesca con la sinistra italiana, in modo particolare col Pci, intervistando nel 1976 Enrico Berlinguer (è citata persino nella biografia scritta da Chiara Valentini). Ha anche scritto un libro intervista con Willy Brandt, pubblicato in Italia da Editori riuniti. Ancora peggiore la figura commessa da Gero Grassi che non si è nemmeno accorto della rettifica intervenuta dopo l’intervista a Piperno apparsa sul Dubbio del 26 aprile 2018, nel quale si precisava la posizione della Kraatz e si ridicolizzava “l’incidente” incorso alla commissione (leggi qui)12, al punto che Giuseppe Fioroni evita di ripetere l’errore nel libro scritto con la giornalista Maria Antonietta Calabrò, Il caso non è chiuso. La verità non detta, Lindau 2019, finito di stampare nell’aprile 2018. In una dichiarazione fatta al Senato durante la presentazione del volume, ripresa dall’Ansa del 5 ottobre successivo, Fioroni spiegava che ad agosto 2018, a lavori della commissione chiusa dunque, sarebbe pervenuta una nuova informativa (sic!) che smentiva il coinvolgimento della Kraatz nell’organizzazione 2 giugno, «Sull’adesione di Birgit Kraatz all’organizzazione estremista tedesca del ‘2 Giugno’, “ci sono degli atti che lo dicono e che noi abbiamo ereditato, ma c’è anche un documento di due mesi fa che dice che lei non c’entra niente“». In difficoltà per la micidiale bufala scolpita ad memoriam nella relazione della commissione, Fioroni balbettava che «il riferimento alla giornalista era per il rapporto avuto con Piperno (“assolutamente legittimo”, secondo Fioroni) e in primis per l’eventuale presenza di Piperno nel palazzo romano. “A noi interessa solo per le relazioni sentimentali che aveva – ha concluso l’ex deputato – abbiamo inserito lei nel testo solamente per dimostrare che c’era Piperno che frequentava quella casa. Poi se era dell’organizzazione del 2 giugno o altro, a me non serviva a niente”»13. Di tutto ciò, ovviamente, Gero Grassi non si è mai accorto, impegnato nei suoi tour di conferenze, oltre 500, nelle scuole, sedi del Pd, sale istituzionali, per raccontare certamente non la storia del rapimento Moro, ma….

Note
1
Al fine di valorizzare la Puglia, il suo territorio, le sue tradizioni, il suo patrimonio culturale, nonché l’Istituzione consiliare, l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale della Puglia, con Delibera n. l5l del 13 marzo 2018, ha approvato il disciplinare della linea editoriale denominata “LEGGI LA PUGLIA” in cui confluiscono tutte le pubblicazioni realizzate con il coordinamento della Sezione Biblioteca e Comunicazione Istituzionale. A partire dal 2018 infatti, tutte le pubblicazioni sono edite, con l’individuazione dell’editore di volta in volta più consono, in formato cartaceo, con una tiratura congrua alla distribuzione che si ritiene di effettuare e dei target di pubblico che si presume di raggiungere, e in formato digitale, scaricabile e utilizzabile gratuitamente a fini didattici, così da condividere e rendere i contenuti anche oltre i confini regionali, grazie alle potenzialità delle moderne tecnologie. Ricorrendo ai medesimi finanziamenti in occasione dei progetti “Moro vive”, “Moro professore”, “Moro educatore”, “Moro martire laico”, Grassi ha pubblicato altri due volumi, editi in più edizioni: Moro vive, linea editoriale numero 3 e 17, anno pubblicazione 2018 e 2019; Aldo Moro, per ricordare, redatto insieme a Mimma Gattulli, linea editoriale numero 26, del gennaio 2020.

2 Cf. nota 392 op.cit. «Audizione Commissione Moro-2 (25 luglio 2017). L’identità della signora per motivi di sicurezza, in quanto incensurata, non è diffusa».

3 Cf. Nota 393 op. cit. «Audizione Commissione Moro-2 (25 luglio 2017). L’identità della signora per motivi di sicurezza, in quanto incensurata, non è diffusa».

4 Gero Grassi, Aldo Moro, la verità negata, Consiglio regionale della Puglia 2019, p. 143.

5 Cit. Gero Grassi, Aldo Moro, la verità negata, Consiglio regionale della Puglia 2019, pp.
161-162.

6 Cit. Gero Grassi, Aldo Moro, la verità negata, Consiglio regionale della Puglia 2019, pp.
159-160.

7 Ricordiamo in modo sintetico: la nuova perizia tridimensionale della polizia scientifica che ha confermato la dinamica dell’agguato in via Fani fornita dai brigatisti. La smentita delle affermazioni del testimone Alessandro Marini riguardo ai colpi di arma da fuoco rivolti contro di lui da due persone su una moto Honda. La prova certificata dall’assenza di Dna che Moro non è mai stato nella base di via Gradoli. La nuova perizia balistica e audiometrica del Ris dei carabinieri sulla compatibilità del box di via Montalcini 8 con l’esecuzione di Moro. La conferma delle armi impiegate per l’esecuzione di Moro avvenuta all’interno del box.

8 Anna Laura Braghetti con Paolo Tavella, Il Prigioniero, 2012 (prima ed. 2003), pp. 96-100. Prospero Gallinari, Un contadino nella metropoli, Bompiani 2006, pp.200-203.

9 https://insorgenze.net/2014/01/17/gli-anni-spezzati-dalla-tortura-per-la-seconda-volta-una-sentenza-della-magistratura-riconosce-luso-della-tortura-contro-gli-arrestati-per-fatti-di-lotta-armata/

10 La data venne accertata nell’inchiesta condotta dal giudice istruttore Imposimato e dalla commissione Pellegrino.

11 Riscontro dell’attività dei sue consulenti è reperibile in. Ufficio presidenza commissione moro 2, Resoconto stenografico 125, giovedì 23 febbraio 2017, «il 20 febbraio 2017 il dottor Salvini e il tenente colonnello Massimo Giraudo hanno depositato il verbale, segreto, di sommarie informazioni rese da Birgit Magarethe Kraatz»; Ufficio presidenza commissione moro 2, Resoconto stenografico 146 ,martedì 25 luglio 2017, dove per altro viene esaminata in seduta segreta uno dei coniugi di via dei Massimimi 91, «incaricare il dottor Salvini e il tenente colonnello Giraudo, nell’ambito del filone di indagine su un possibile covo brigatista nell’area della Balduina, di acquisire sommarie informazioni testimoniali da una persona al corrente dei fatti». Ed ancora i verbali di sommarie informazioni del 28/10/2016 inviati dal inviati dal tenete colonnello Girando (636/8 segreto, coll. doc 634/1), materiali pubblici estratti dal sito gerograssi.it.

12 https://insorgenze.net/2018/04/26/franco-pipern-il-pci-impedi-a-fanfani-di-salvare-moro-gotor-scrive-balle/

13 Moro: Fioroni, Kraatz non fa parte organizzazione 2 giugno. Su cronista tedesca ex di Piperno. Risulta da atto recente
ROMA
(ANSA) – ROMA, 5 OTT – Sull’adesione di Birgit Kraatz all’organizzazione estremista tedesca del ‘2 Giugno’, “ci sono degli atti che lo dicono e che noi abbiamo ereditato, ma c’è anche un documento di due mesi fa che dice che lei non c’entra niente”.
Così Giuseppe Fioroni precisa il riferimento alla giornalista tedesca che fu corrispondente in Italia dal 1968-98 per Spiegel, Stern e Zdf e citata nel libro che l’ex ministro ha scritto sul caso Moro (sulla base del lavoro svolto dalla commissione parlamentare d’inchiesta Moro2, presieduta da Fioroni). La donna ha escluso a più riprese la sua appartenenza al gruppo estremista, contestando quanto scritto, invece, nella relazione della Commissione, in cui viene citata come “già attiva nel movimento estremista 2 giugno e compagna di Franco Piperno”. Un passaggio che nel libro non c’è.
A pagina 123 Kraatz viene nominata perché, all’epoca del rapimento dello statista della Dc, abitava in un palazzo di proprietà dello Ior, in via Massimi a Roma, e lo stesso che ospitò poco dopo Prospero Gallinari, Br, che era nel gruppo che uccise la scorta di Moro. Inoltre, come si legge nel libro, la donna a quel tempo era “legata sentimentalmente a Franco Piperno, il leader di Autonomia operaia”, e “secondo la testimonianza di più condomini – continua il testo – Piperno frequentava l’abitazione della Kraatz che ha confermato alla commissione il suo rapporto d’amore con Piperno, ma ha escluso che si trattenesse nel condominio, anche se vi si recava qualche volta”.
Quindi, come ha chiarito Fioroni alla presentazione del libro ieri al Senato, il riferimento alla giornalista era per il rapporto avuto con Piperno (“assolutamente legittimo”, secondo Fioroni) e in primis per l’eventuale presenza di Piperno nel palazzo romano. “A noi interessa solo per le relazioni sentimentali che aveva – ha concluso l’ex deputato – abbiamo inserito lei nel testo solamente per dimostrare che c’era Piperno che frequentava quella casa. Poi se era dell’organizzazione del 2 giugno o altro, a me non serviva a niente”. (ANSA).
SUA/ S43 QBXL

La falsa vittima di via Fani

Riceviamo e volentieri riprendiamo questa approfondita e puntigliosa inchiesta sulle ripetute bugie sostenute dal falso testimone primigenio da cui hanno avuto origine tutte le dietrologie sul rapimento Moro. Il 22 maggio 2014, ascoltato come teste informato sui fatti, Alessandro Marini ribadiva ancora una volta davanti al Procuratore generale Luigi Ciampoli la sua mistificata versione di quanto avvenuto in via Fani. Da questa analisi emerge il fondato dubbio che Marini abbia mentito non solo sulla dinamica di fatti ma anche sulla propria posizione al momento dell’assalto brigatista.
Escusso succesivamente dalla Commissione Moro 2 (ma non audito in sede pubblica nonostante la rilevanza delle sue parole. In avvio dei lavori la Commissione aveva sposato la proprio versione dei fatti raccontata da Marini), dopo che erano emerse le prove documentali delle sue menzogne, Marini ha rettificato quanto ripetutamente affermato nei decenni precedenti dutante inchieste e processi. Se le bugie passate sono cadute in prescrizione, quelle reiterate nel 2014 hanno ancora rilevanza penale. Ricordiamo che sulla base delle mendaci affermazioni del teste Marini diverse condanne per un tentato omicidio mai avvenuto sono state emesse contro i brigatisti che hanno preso parte al rapimento di Aldo Moro

 

Alessandro Marini

Il testimone mendace Alessandro Marini

 

Un testimone per tutti i misteri

di da La pattumiera della storia

Alessandro Marini (nato nel 1942, professione dichiarata ingegnere) ha avuto un po’ più dei proverbiali “15 minuti di celebrità”: è dal 16 marzo 1978 che viene sistematicamente riproposto come IL testimone del sequestro di Aldo Moro. Era sul posto, e da allora racconta che due brigatisti su una moto Honda blu gli spararono una raffica di mitra, che colpì il suo motorino ma non lui. Tutti i brigatisti processati per quei fatti sono stati condannati per tentato omicidio nei suoi confronti. Nessuno tra i numerosissimi inquirenti (polizia, carabinieri, magistrati, giornalisti, ricercatori, detectives dilettanti, ecc.) si è mai preoccuppato di controllare il punto di partenza delle sue dichiarazioni: cioè il fatto che egli fosse sul posto in motorino, il cui parabrezza diceva colpito e rotto dalla raffica, o almeno da un proiettile di questa, partito dalla moto Honda.
L’analisi che è proposta qui si basa su fotografie di dominio pubblico e di larghissima diffusione, e si concentra sulla posizione del motorino e sul quella dichiarata da Alessandro Marini, ed è seguita dall’ipotesi che egli fosse in un punto diverso.

 

Leggi l’articolo integrale (clicca qui)

 

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Via Fani, l’invenzione del «mistero Casimirri»

Seminare confusione, sollevare polveroni, diffondere una narrazione complottistica – poco importa se zeppa di contraddizioni e assurdità – che allontani dalla discussione dei nodi storico-politici che la vicenda Moro ancora racchiude in sé, è l’ultimo disperato compito che si è data la commissione Moro presieduta da Giuseppe Fioroni. Da diversi mesi i suoi consulenti si stanno occupando di Alessio Casimirri, militante della colonna romana delle Br, presente in via Fani il 16 marzo alla guida della 128 bianca che fece da cancelletto superiore, allontanatosi dalla organizzazione nel 1980, riparato successivamente in Francia e poi in Nicaragua, dove ormai vive da decenni. Intense indagini, conferite alle forze di polizia, si stanno sviluppando da diversi mesi attorno alla storia di Casimirri, la sua famiglia, gli ambienti vaticani (il padre era un importante funzionario della Santa Sede).
Il blog La pattumiera della Storia ha da poco pubblicato una fulminante decostruzione (subito rilanciata dal giornale comunista online Contropiano) di una (presunta, a questo punto) intervista ad Alessio Casimirri, apparsa sulle colonne del magazine Sette, allegato del venerdì al Corriiere della Sera, che ci aiuta a comprendere come il «caso Casimirri» sia stato negli anni artificialmente costruito e ingigantito per dare vita all’ennesima puntata del serial dietrologico sugli anni 70

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Come t’intervisto il brigatista

Fanelli

Un nuovo mistero nel caso Moro
Il caso Moro è divenuto ormai quasi per antonomasia un coacervo di ‘misteri’. Malgrado i numerosi processi, che hanno condannato tutti i responsabili delle Brigate Rosse a decine di ergastoli, viene sistematicamente presentato come un ‘cold case’, un caso irrisolto e sul quale va indagato. I misteri vengono enumerati dagli ‘esperti’, che, a piacere, ne possono scegliere ed esporre pubblicamente uno secondo le necessità del momento.
Gli esperti sono un insieme di professionisti che, nel corso dei quasi quattro decenni trascorsi dal fatto, si sono profilati come conoscitori del caso, per averne scritto e discusso pubblicamente. Sono magistrati in funzione o in pensione, giornalisti, politici di ogni tendenza che hanno partecipato a Commissioni d’inchiesta o ancora ‘consulenti’.
Sotto questa élite, che sul caso ha sviluppato una piccola industria, si trovano gli aspiranti esperti, tra cui spiccano una frazione di vecchi pentiti e dissociati brigatisti – Franceschini, Etro, Morucci, Faranda – che pur vantando conoscenze dirette, possono essere messi a tacere quando dicono cose non conformi al mantenere vivo il mistero del momento.
Del momento, perché il sistema si auto-riproduce; a turno si spara una ‘rivelazione’ sul caso, un articolo accompagnato da lanci di agenzia cui seguono i commenti dei politici. Di fatto però, quando non si tratta di vere e proprie bufale, si tratta di ri-rivelazioni, affermazioni note e fatte anni addietro, spesso più volte, ciclicamente, che sono riproposte come nuove ed amputate degli elementi che in epoche passate le avevano chiarite o contraddette. Un tale vecchiume che neppure più l’autorità giudiziaria italiana, nota per aprire inchieste con la massima facilità, prende in considerazione.
Alla base della piramide c’è però un vasto pubblico, una massa crescente di gente affascinata da complotti di ogni genere, cui l’internet facilita l’illusione di poter dire la loro e di partecipare a svelarli, con il solo risultato di moltiplicare la produzione di misteri e di hoaks. Una cultura che si estende rapidamente, poiché attraversa tutti i campi dello scibile, e particolarmente tra le giovani generazioni. Se n’è reso conto il governo francese, che ha lanciato una campagna contro il complottismo, con tanto di sito web munito di qualche indicazione metodologica.

In Italia, il rubinetto di scoop, rivelazioni e misteri è sempre tenuto aperto dalla stampa mainstream. In un caso recente, la rivelazione del momento sembrava davvero nuova. Uno dei misteri più quotati del caso Moro è la presenza in via Fani, al momento del sequestro, di altri attori oltre alla squadra di brigatisti rossi in azione, e dunque all’intervento diretto di ‘servizi segreti’ nel fatto.

I fautori dei misteri si appoggiano su diverse teorie del complotto, e in Italia vengono chiamati -o addirittura si definiscono essi stessi- ‘dietrologi.’ Il neologismo viene da «chi c’è dietro?», ed ha la sua origine politica nella domanda che era sistematicamente usata dal Partito Comunista Italiano (P.C.I.) per denigrare la sinistra extraparlamentare negli anni ’70. Seguendo l’adagio staliniano (‘pas d’ennemis à gauche’) ed il suo metodo, il P.C.I. chiedeva retoricamente a chi giovasse tale o tal’altra azione di lotta, per concludere che ‘in ultima analisi’ era di destra: sicché le Brigate Rosse erano semplicemente fasciste, o comunque strumenti di quel potere che dicevano di combattere.
Appare dunque sul settimanale Oggi del 18.6.2014 un articolo, preceduto da un battage pubblicitario che lo lancia come scoop, intitolato «In via Fani non eravamo soli» e che riporta un’intervista a Raffaele Fiore.
La novità era che per la prima volta un ex-brigatista condannato per il sequestro Moro e non pentito affermava che vi fossero altri partecipanti all’azione, e quindi in qualche modo confermava la teoria del complotto.
Senonché, un articolo dell’avvocato Steccanella apparso su Il Garantista del 21.6.2014 (cfr. blog Satisfiction) rivelava la manipolazione: l’intervistato aveva parlato di due brigatisti che erano sul luogo ma che lui non conosceva personalmente; persone note e condannate ormai da anni, non ‘esterni’ o ‘terzi’ rispetto alle BR. In risposta, l’autrice dell’intervista, Raffaella Fanelli, cita in giudizio l’autore della critica.

La nuova brigatologa
Come è diventata una ‘esperta’, accolta nell’élite degli specialisti in misteri brigatisti, la Fanelli?
Dal suo sito, appare che, lavorando come free-lance, si sia specializzata nell’intervistare delinquenti e condannati per vari tipi di crimine. Raffaele Fiore l’aveva già intervistato nel 2009, senza risultati capaci di produrre clamore.
Nel 2010 però ha pubblicato su Sette, il magazine del Corriere della Sera, un’intervista ad Alessio Casimirri, che per diversi motivi un certo rilievo l’aveva. Casimirri è stato condannato, in contumacia, per il sequestro Moro, ma non è mai stato arrestato.
E per alcuni è egli stesso un ‘mistero del caso Moro’: per esempio su Il Sole 24 ore del 15.3.2008, ‘I dieci misteri irrisolti del caso Moro‘, Daniele Biacchessi classifica la ‘latitanza di Alessio Casimirri’ al decimo posto.
E non c’è soltanto la hit-parade, in precedenza Casimirri aveva rilasciato solo due interviste a giornali italiani, e sono ormai datate.
La prima è apparsa il 17.11.1988 sul settimanale Famiglia Cristiana, la seconda fu rilasciata a Maurizio Valentini e pubblicata il 23.4.1998 sul settimanale L’Espresso.
Questi due testi sono stati, nel corso degli anni, oggetto di attenzione da parte di inquirenti come di Commissioni d’inchiesta, che ne ne hanno approfondito alcuni dettagli -come le modalità di contatto, o il pagamento di una somma alla famiglia dell’intervistato. (All’intervista di Famiglia Cristiana sono dedicate le ultime tre pagine del rapporto del marzo 2005 su Casimirri alla Commissione d’inchiesta sul caso Mithrokin).
In passato, Casimirri ha risposto anche a giornalisti del suo paese, il Nicaragua, con due interviste, una a Joaquín Tórrez A. su El Nuevo Diario del 1.2.2004 ed un’altra sul Magazine di La Prensa del 12.8.2007. In precedenza, la stampa nicaraguense, come La Tribuna e il sandinista Barricada, che nel frattempo hanno chiuso i battenti, aveva pubblicato anche altri pezzi, articoli e dichiarazioni.
Sulla stampa italiana si trovano inoltre diversi pezzi che contengono dichiarazioni senza fonte, pseudo-interviste e narrazioni di incontri falliti col terribile latitante che gestisce un noto ristorante. Già dai tempi del primo ristorante di Casimirri in città (il Magica Roma a Managua), gli impavidi giornalisti italiani alla ricerca del brividino si mettevano a tavola facendo finta di nulla. Uno della RAI addirittura con una videocamera nascosta.
Una pratica mai cambiata, e benché il racconto che ne risulti sia quello delle proprie frustrazioni, si può sempre implementare con un titolo folkloristico o con qualche commento che nessuno contesterà. Un paio di esempi.
Panorama il 29.1.2004 titola ‘Nel covo di Primula Rossa‘. Giacomo Amadori e Gianluca Ferraris si dedicano calla ‘caccia al latitante’ (sic nel testo), vanno in Guatemala a vedere l’ex-moglie di Casimirri, poi un ‘ex capitano dei servizi d’informazione sandinisti’ e i ‘tassisti di Managua’ che dicono loro quel che i periodistas stranieri amano sentire (‘è un uomo pericoloso’), e da brave spie dilettanti ‘si arrampicano su una collinetta’.
La Stampa 8.3.2010 titola ‘Cena a Managua con Camillo, l’ultimo latitante di via Fani‘: Andrea Colombari e Raphael Zanotti riportano le chiacchiere di Casimirri, cui si sono presentati come semplici clienti. ‘Ma non appena si tocca l’argomento Moro, si chiude a riccio’, scrivono, appena tre mesi prima dell’intervista della Fanelli, uscita il 17.6.2010.
Per La Repubblica, Alessandro Oppes riferisce di un primo tentativo miseramente fallito di parlare con Casimirri il 18.1.2004 (‘Managua, l’ultimo dei vecchi Br tra ricette, squali e misteri‘), e raddoppia l’anno dopo, il 18.2.2005 (‘È nella terra dei sandinisti il paradiso dei fuoriusciti‘) racconta di aver ‘sbirciato’ nel cortile del ristorante attraverso una fessura.

Dunque il servizio pubblicato da Sette-Corriere della Sera ed intitolato ‘L’ultimo di via Fani – Parla Alessio Casimirri‘ ha intrinsecamente il suo peso, visto che dalle precedenti interviste italiane sono trascorsi rispettivamente 12 e 22 anni, e che nei numerosi altri articoli di stampa ci sono solo frasi rubate e discorsi basati su fonti sconosciute o dubbie.
Chiunque voglia capire qualcosa di più sul personaggio non può che basarsi sulle sole interviste ‘certificate’, a maggior ragione quando da un lato non esistono suoi verbali, lettere o comunicati e dall’altro le stesse sentenze di condanna sono state pronunciate in absentia, cioè senza che l’accusato abbia potuto esprimersi.
La produzione di informazioni si è sviluppata in occasioni diverse (quali per esempio le missioni del SISDE in Nicaragua, la extraordinary rendition dall’Egitto di Rita Algranati, ex-compagna di Casimirri, o le domande di estradizione italiane al Nicaragua) e quindi l’analisi deve contestualizzarne la lettura, ma è chiaro che il pezzo della Fanelli appartenga per così dire al rango superiore, e vada confrontato con le altre due interviste autentiche che l’hanno preceduto.
L’intervista è accompagnata da una colonna di commento di un autorevole esperto brigatologo. Giovanni Bianconi, giornalista ed autore di diversi libro sul mondo brigatista, vi esprime una condanna morale fondata sul lavoro della Fanelli, consacrandone così il valore giornalistico e documentario.

C’è del marcio in Nicaragua? o piuttosto in Italia?
Una seconda lettura non porta molto più che a deprecare la povertà di meta-informazioni, sul contesto che porta all’intervista stessa non c’è una parola.
Le altre interviste esclusive erano dovute a circostanze e contatti particolari: l’ambiente vaticano della famiglia Casimirri Labella per Famiglia Cristiana, e l’amicizia d’infanzia con Maurizio Valentini per L’Espresso. L’intervista di Valentini (qui sotto) era inoltre esplicitamente motivata dalla volontà di chiarire alcuni aspetti in difesa di Adriano Sofri nel caso Calabresi.

Esperesso 1

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Clicca qui per leggere l’intera intervista (L’Espresso Il signor X del delitto Moro)

Quella della Fanelli non lascia trasparire né perché né come sia stata decisa e realizzata.
Gli inviati in un paese lontano spesso offrono al lettore qualche tratto di colore locale accennando al clima, al luogo, al traffico, alla gente o a qualcosa che colpisce per la sua diversità. Qui niente del genere, la presentazione dell’intervistato è separata dal testo principale, che d’entrata catapulta il lettore direttamente a casa di quello che è definito «l’ultimo dei sicari Br di via Fani ancora in libertà». Sarà questione di stile.
Comunque si finisce per concentrarsi ed interrogarsi sulle risposte dell’intervistato, senza peraltro riuscire ad intuire perché abbia accettato di combinare l’intervista.
Allora, tanto vale chiederne ragione al diretto interessato.
-Alessio, che cosa intendevi dire in quell’intervista…
-Quale intervista?
-L’ultima, quella al Corriere della Sera del 2010…
-Io agli italiani ho dato solo due interviste, anni fa, una a uno che da bambini giocavamo insieme, che lavorava per l’Espresso…
-Sì, quelle del secolo scorso, la prima a Famiglia Cristiana
-Quella me l’aveva chiesta mio padre
-Sto parlando di quella più recente, con una certa Fanelli
-Con la stampa nicaraguense anche, è ovvio, e non solo quella sandinista, anche altri giornali mi hanno difeso.
-No, italiana, il Corriere
-Mai data un’intervista a quel giornale.
-Ma questa è stata in casa tua, ci sono dettagli, fotografie…?
-No, proprio no.
-Tra l’altro le tue risposte sono verosimili. Magari è venuta al ristorante e si è messa a chiacchierare…
-Io parlo con tutti i clienti, è il mio mestiere; ci sono spesso italiani, ma quando il discorso gira su quello, io chiudo. No, ti dico. E una donna poi, me la ricorderei.
-Quindi mi confermi che non si è presentata come giornalista e non ti ha poi sottoposto il testo, o almeno il virgolettato, prima di pubblicare?
-Certo. Non so chi sia.

Sul momento, viene da pensare alle regole deontologiche della professione, spesso calpestate in Italia. Ma i dubbi non se ne vanno.
La questione è semplice ma grossa: com’è possibile? Ci si può inventare un’intervista?
Per rispondere, l’unica è fare un lungo ed acribico lavoro di debunking, cercando e controllando la possibile fonte di ogni dettaglio. Si tratta di capire se le informazioni portate dal reportage di Sette fossero pubblicamente note o altrimenti accessibili prima del giugno 2010.
Quella che segue è la sintesi dei risultati d’analisi per il testo principale (introduzione, corpo domande/risposte, conclusioni), le fotografie, il riquadro ed il commento.
Prima ancora, il testo completo, così come impaginato:

corriere

 

Clicca qui per leggere l’intervista su Sette Corriere Della Sera

L’Insieme
L’intervista firmata da Raffaella Fanelli è composta da una dozzina di domande e risposte abbastanza stringate ed è accompagnata, oltre che dalla colonna di commento di Bianconi, da numerose fotografie, nonché da un riquadro informativo siglato dalla stessa autrice. Gli elementi sono strettamente collegati tra loro, le didascalie delle foto rimandano al testo e viceversa, ad esempio avvertendo che era possibile fotografare l’esterno del ristorante «soltanto alle 7 del mattino, quando in giro non c’è nessuno e il gruppetto di uomini armati non è ancora schierato all’ingresso».
Un copyright sigla i testi, ma non le immagini, le cui didascalie non menzionano l’origine né accreditano l’autore delle foto.
L’insieme produce un forte effetto di verità; al più ci si può chiedere come mai così poche domande, visto che le pagine sono occupate per la maggior parte da immagini.

L’introduzionecasimir
L’incipit descrive Casimirri «Seduto in poltrona, in jeans e camicia azzurra…». Non che questa sia un’informazione cruciale, Casimirri è un uomo pubblico e vederlo in un tale abbigliamento non ha niente di particolare.
Il buffo è che è esattamente come se lo immagina chiunque abbia visto la foto pubblicata da Repubblica nel 2004 (vedi qui accanto).
Si passa poi alla «casa grande con pareti gialle e infissi in legno, situata al dodicesimo chilometro della
Carretera sur, quella che dalla capitale, Managua, porta a El Crucero, cento metri a sud del Monte abor.»
L’indirizzo non solo è pubblico e facilmente reperibile (già da Facebook), ma è noto da molto tempo ed è menzionato – e anche commentato nelle sue varianti- da molti articoli italiani. Già nell’intervista di Valentini (L’Espresso 1998) figura come incipit.
Se poi si cerca l’indirizzo su google maps, si troverà una foto (Panoramio) con una casa gialla. Non è affatto detto che sia quella giusta, ma è l’unica immagine che c’è in prossimità dell’indirizzo, uno se la può immaginare così.
Se invece per ‘pareti gialle’ s’ha da intendere quelle interne, la cosa è ancora più semplice, risulta da una immagine, menzionata in seguito nel paragrafo fotografie.

Il corpo di domande/risposte
1 e 2 Era in via Fani? –R.: No, quel giorno ero a scuola come insegnante. Le stesse affermazioni Casimirri le ha fatte più volte; figura addirittura nel titolo dell’intervista al Nuevo Diario del 2004.

3 Morucci ha descritto il suo ruolo –R.: Morucci «Confermò che nell’azione di via Fani c’erano anche due esponenti del gruppo Fronte della controinformazione.» Casimirri non ha mai fatto in precedenza tale affermazione. In effetti un «gruppo Fronte della controinformazione» non risulta mai essere esistito in Italia, né dentro né fuori le BR.

4 Ci sono altre dichiarazioni che… –R.: Etro, la frase sui due in moto, non ho mai detto niente del genere. Questa smentita non ha un precedente specifico noto. Nell’intervista all’Espresso (1998) si legge: “Etro lo ricordo come il compagno più giovane, un po’ il cucciolo della colonna romana delle Br, caratterialmente chiuso, non godeva di grande stima e considerazione. Era un br, certo, ma non di prima categoria. Insomma uno a cui non si facevano confidenze del genere.”

5 Lei sa guidare una moto? –R.: So ballare, so cucinare… Che Casimirri sappia ballare lo si sa dal Magazine La Prensa (2007), che con le parole «Eccellente ballerino…» apre il suo servizio.

6 Etro ha mentito anche su Calabresi? –R.: «Certo.» Casimirri ha fatto questa smentita nel 1998, Valentini andò a intervistarlo per L’Epresso proprio per sentirlo in proposito.

7 Allora perché si è rifiutato di rispondere ai magistrati di Milano? –R.: «È stato il governo del Nicaragua a respingere la richiesta di rogatoria». Casimirri non sembra aver fatto tale dichiarazione in precedenza. L’affermazione è però storicamente corretta, che la domanda di rogatoria fosse stata respinta dal governo cui era stata indirizzata venne riportato più volte dalla stampa (ad es. AGI 30.1.2003). Quando un governo decide di non entrare nel merito, per motivi costituzionali, della domanda di un altro governo, la persona interessata non è neppure interpellata.

8 Lei ha mai lavorato per i servizi segreti? – R.: Mai conosciuto Delfino, mai fatto parte del Sismi e mai collaborato con i servizi. Volevano invece sequestrarmi… Una smentita precedente sotto la medesima forma non risulta; sulla medesima sostanza, senza i nomi Delfino e SISMI invece sì: Casimirri ha menzionato di essere stato considerato come colluso con un generale dei Carabinieri che lo avrebbe poi protetto e i tentativi di sequestro nell’intervista (2007) a Magazine La Prensa.

Il sequestro con narcosi e pulmino era già stato ricordato più volte, così ad esempio Giuseppe Rolli sull’Unità del 3.5.2004: “Non dimentico – aveva detto al quotidiano El Nuevo Diario – quello che ho passato negli ultimi undici anni: molti tentativi da parte della autorità italiane e diplomatici di questo paese, alcuni dei quali corrotti, di mettere in atto azioni contro la legge. Come il tentativo di sequestrarmi, narcotizzarmi mettermi in una cesta e portarmi con un pulmino alla frontiera. Ho i nomi di coloro che organizzarono questo nel 1996.”

9 Per questo ci sono guardie armate fuori dalla sua casa? –R.: «Managua non è una città sicura …» Casimirri non conferma esplicitamente l’esistenza di guardie armate. Lo afferma la Fanelli, presentandola come una (sua) osservazione diretta. (su questo punto si ritorna in seguito)

10 Ma lei può contare su potenti amicizie, anche su quella con Daniel Ortega. -–R.: «Ho lavorato per il governo, e con Humberto Ortega, imprenditore in Costa Rica» Non risulta che Casimirri abbia dichiarato in precedenza di aver lavorato con Humberto Ortega. Questi, ex-ministro della difesa e fratello di Daniel Ortega capo del governo, è noto invece che abbia attività imprenditoriali in Costa Rica. Viene indicato come ‘prospero imprenditore in Costa Rica’ da Wikipedia come da diversi media (cfr. bitacora, nacion.com, el Nuevo Diario).

11 Qualcuno dice che lei ha addestrato le teste di cuoio del Nicaragua. –R.: Ho addestrato i sommozzatori della Croce Rossa.
La fonte della domanda (‘qualcuno dice’) si ritrova nel Corriere della Sera del 9.4.1996 ‘Esilio dorato per ex brigatisti’, dove si legge che è un “vicino di casa” a dire che Casimirri “ha addestrato le nostre teste di cuoio”.

Domanda e risposta, ben più precise e chiare, figuravano nell’intervista dell’Espresso (1998): «Per addestrare le truppe speciali sandiniste? È vero che lei è stato istruttore degli incursori dell’ex presidente Daniel Ortega? Io sono un istruttore di sommozzatori. È stato un lavoro volontario che ha riguardato prevalentemente i sub della Croce Rossa e dei pompieri. Fra gli altri allievi, confermo che ho avuto alcuni uomini del ministero dell’Interno di Managua. Non credo che ci sia nulla di scandaloso. Lo ripeto: ho molti amici fra i sandinisti, per ragioni politiche e umane, ma non sono mai stato un agente sandinista. Pensi che come cittadino nicaraguense – sono stato naturalizzato nel 1988 – debbo ancora fare il servizio militare. La coscrizione, qui, è obbligatoria fino a 60 anni: io ne compio 47 il prossimo 2 agosto, e prima o poi mi toccherà andare sotto le armi. Ricordo anche che ormai in Nicaragua i sandinisti sono all’opposizione: hanno avuto la meglio le forze moderate, e io sono lealmente obbediente ai governi di destra che hanno vinto le elezioni.»

12 Adesso mi dirà che ha fatto il volontario tra i poveri e non ha mai fatto parte delle BR? –R.: Ho chiesto asilo politico ed ho comunicato all’Immigrazione la mia appartenenza alle Brigate Rosse; perseguitato per 10 anni; mi hanno offerto 300mila dollari per accusare altri.

L’asilo, l’ottenimento della cittadinanza, l’uso del nome Guido Di Giambattista, sono notizie già ripetute spesso dalla stampa, poiché sono, almeno dal 1993, al centro delle contese legali e non, sfociate nel 2004 in una decisione della Corte Costituzionale nicaraguense. L’offerta di 300mila dollari appare nell’intervista del 2007 sul Magazine La Prensa.

In conclusione del testo
—«…a pochi chilometri dalla sua casa bunker, a sud di San Juan, ha un’altra residenza costruita direttamente sulla spiaggia».
L’informazione è nota e diffusa da tempo, compare in diversi articoli pubblicati in Italia dal 2004 in poi, tra cui i pezzi menzionati sopra, di Amadori per Panorama e di Colombari per La Stampa, oltre che nell’intervista al Nuevo Diario (2004, tradotta in italiano da ReporterAssociati, cfr. Carmillaonline).
—«da anni ha aperto un ristorante, La Cueva del Buzo (la grotta del sub), un caseggiato in mattoni rossi che è possibile fotografare solo alle 7 del mattino, quando in giro non c’è nessuno e il gruppetto di uomini armati non è ancora schierato all’ingresso…»
Quella del ristorante, è una notizia talmente nota da non dover essere ricercata. È però seguita dalla frase sul gruppetto di uomini armati, che si ritrova anche alla domanda 9 e nella didascalia delle foto. Maurizio Blondet, ufologo e massonologo, racconta (4.2.2010 effedieffe.com) che nel 2004 tentò di intervistare Casimirri: «Ovviamente non potei vederlo neppure in faccia, fui respinto al cancello della villa da certi individui».

La Newsletter Misteri d’Italia del 13.4.2005 scriveva che Casimirri «E’ difeso da un doppio sistema: guardie armate e gente del posto pronta a difenderlo».

Le fotografie

La foto pubblicata su Sette

La foto pubblicata su Sette

La giornalista racconta di essere stata accolta in casa dall’anziana madre di Casimirri, «Madre e figlio si assomigliano…», scrive, e lì accanto possiamo vedere una fotografia dei due nel giardino di casa.
Sembra la prova provata dell’incontro. Se è vero che sul web si trovano foto della madre ad un tavolo -fatte da clienti del ristorante che ne scrivono un commento- questa ha però un carattere particolarmente privato, quasi intimo. Sembra proprio mostrare i due nel momento dell’incontro con la giornalista.
Sembra, perché non è così. La foto è stata pubblicata sul Magazine settimanale di un altro quotidiano, La Prensa, il 12 agosto 2007.
Corredava quella intervista insieme a molte altre immagini chiaramente tratte dall’album privato dei Casimirri e quindi evidentemente concesse dagli interessati. Il giornale nicaraguense (2007) precisava che la madre aveva 80 anni e che viveva col figlio.

La foto originale su Magazine La Prensa

La foto originale su Magazine La Prensa

Da quella pubblicazione sono tratte altre immagini pubblicate su
Sette.
Il ritratto a busto di Alessio in maglietta rossa, che riempe una pagina ed è ripresa in un occhiello sulla copertina di Sette, è esattamente quella che compariva sulla copertina di La Prensa Magazine. È un’immagine in posa, che implica che il soggetto voglia farsi ritrarre, e proprio per questo i due magazine la riproducono a piena pagina: il messaggio al lettore è ‘eccolo qui come ha accettato di esporsi’.

La pRensa

Clicca qui per leggere l’articolo in integrale (Magazine La Prensa)

Ce n’è poi una in cui egli, in tenuta da sub, ha in spalla un pesce gigantesco; fa parte di una serie, altre immagini simili sono diffuse sul web (basti vedere i profili Facebook o google). Il giornale italiano ha però usato proprio quella uscita sul giornale nicaraguense e non altrove. Se ne può arguire che la Fanelli conosca bene quella pubblicazione.

l'originale su La Prensa Magazine

l’originale su La Prensa Magazine

La copia su Sette

La copia su Sette

Nella quale, in un’altra foto non ripresa da Sette, si vede l’interno dell’abitazione, con «pareti gialle ed infissi in legno» alle spalle di Alessio che ha in braccio il piccolo figlio adottivo colpito da sindrome di Down ed è seduto accanto a moglie e figlia.
Il servizio di Sette si apre con una foto di repertorio di via Fani dopo il sequestro Moro, e comprende, oltre alle quattro immagini citate prima, ancora due foto dell’esterno del ristorante, ed infine l’immagine bizzarramente intitolata ‘Scene da un matrimonio dal carcere’, che non ha alcuna relazione col servizio e pare essere stata aggiunta per semplice morbosità.
In una delle due foto di strada è visibile l’insegna ‘La cueva del buzo’, e l’immagine potrebbe effettivamente essere stata presa ‘prima delle 7 del mattino, quando in giro non c’è nessuno e il gruppetto di uomini armati non è ancora schierato all’ingresso’, come spiega la Fanelli in chiusura. Benchè vi appaia un gruppetto di tre uomini, si possono notare sulla strada le ombre lunghe degli alberi, come si producono dopo l’alba o prima del tramonto.

Il riquadro informativo
Occupa circa un terzo di pagina, ed intende riassumere gli eventi «Dall’attacco di via Fani alla condanna del processo Moro-ter». In apertura, afferma che Casimirri «vive in Nicaragua dal 1983, dopo un periodo trascorso in Libia e a Cuba.»
Questa di Libia e a Cuba è stata riprodotta, verosimilmente via dispaccio d’agenzia, da tutta la stampa italiana nel gennaio 2004, vedi ad.es. Corriere della Sera 14.1.2004, il Tempo 15.1.2004, La Provincia 15.1.2004, ADNkronos 16.1.2004.
Non è una notizia, ma un’affermazione gratuita, generica e senza fonte. Ripeti una bugia cento volte, e diviene una verità, diceva Goebbels. È quello che è accaduto, i giornalisti fanno del copia-incolla e nessuno si sogna di controllare, approfondire, verificare. Neppure la Fanelli, che a differenza degli altri aveva occasione di chiederlo direttamente a Casimirri.
Perché non è un dettaglio marginale: nella Libia di Gheddafi e nella Cuba di Fidel Castro non risulta essere mai sbarcato nessun ex-militante della sinistra armata italiana degli anni ’70 in esilio, quindi questo sarebbe l’unico caso, e per ben due paesi. Il periodo di cui si tratta sono gli anni 1980, un’epoca in cui gli Stati Uniti avevano dichiarato la ‘guerra ai terroristi’: proprio così Ronald Reagan, ben prima della «guerra al terrorismo» di Bush; gli stati-canaglia, allora, erano Libia, Cuba, Iran e Nicaragua.
Nella ricerca di una fonte ‘originaria’ della dis-informazione, si trova qualche articolo che fa riferimento alla Libia – data come luogo di rifugio di Rita Algranati, ex-moglie di Casimirri, che invece era in Algeria – e l’opzione Cuba la certifica il magistrato Rosario Priore, all’agenzia ADNkronos il 24.10.2000: «Si seppe che lasciò l’Europa su un aereo russo diretto a l’Havana e di lì si sarebbe rifugiato, ovviamente protetto dal regime sandinista, in Nicaragua.»
Nel 1994, sul Los Angeles Times, Tracy Wilkinson citava un ‘ex-membro dell’intelligence sandinista’ per affermare che Casimirri era arrivato nel 1983 dalla Libia. Questo tipo di fonte appare assai probabile, proprio perché si tratta di una falsa pista. Quando si vede menzionato un ‘agente segreto’ come fonte di una notizia, è chiaro che la notizia stessa non offre garanzia di fondatezza. Un agente segreto, quasi per definizione, non potrà essere sottoposto a verifica, poiché già il rivelarne l’identità lo esporrebbe al pericolo.
È quindi a priori una fonte che può dire, o alla quale si può attribuire, qualsiasi cosa. V’è solo il giornalista che può valutarne la credibilità, e che si prende la responsabilità di smerciare la notizia. Perché quel tipo di fonte non è mai qualificabile come disinteressata. Una qualche ragione per divulgare al pubblico una informazione segreta la deve avere, salvo si voglia credere che lo faccia in nome della verità e senza interesse alcuno. Sta dunque al giornalista prenderla con le pinze e non fondarci sopra il proprio discorso (il pezzo della Wilkinson, sia detto per inciso, non lo fa).
Si può ritenere che l’origine della falsa notizia di Casimirri in Libia rimonti al periodo turbolento del 1993, quando il governo di destra decise di ‘rivedere’ le cittadinanze concesse dal governo sandinista, e tentò di espellere e deportare verso l’Italia Casimirri, con una delle operazioni combinate con gli agenti italiani.
La notizia è falsa poiché Casimirri sbarcò a Managua provenendo da Mosca. Lo ha raccontato lui stesso nell’intervista all’Espresso, e questo è bastato ad alcuni per dire che ‘quindi’, era protetto dal KGB o dal GRU, i servizi segreti sovietici. Il fatto è che all’epoca per andare in Nicaragua non c’erano molte opzioni dall’Europa. L’Aereoflot, la compagnia di bandiera russa, aveva un volo diretto, che come tutti i suoi voli, partiva da Mosca. Non si poteva montare su un volo Aeroflot solo per una tratta esterna all’Unione Sovietica; niente di strano per chi volava verso Managua di arrivare a Mosca, e restare in transito – senza bisogno di visa – fino all’imbarco, come fece appunto Casimirri.
Dire che egli fosse stato prima in Libia aveva un valore di stigmatizzazione, allora la Libia di Gheddafi era vista come la patria dei peggiori terroristi del mondo, e come s’è detto, assieme a Cuba era considerato uno stato-canaglia, nemico mortale.

Il riquadro informativo della Fanelli conclude ricordando che a parte Casimirri, «Di tutti gli altri brigatisti, almeno undici, presenti in via Fani quel 16 marzo1978 nessuno è oggi ancora in carcere.»
I nomi non li fa, ma se non si devono contare Rita Algranati e Mario Moretti, che invece in galera ci stavano e ci stanno ancora oggi, siamo nel flou aritmetico.

La colonna di commento
L’opinione sull’intervista è intitolata ‘Parole insincere e senza rispetto per le vittime’ ed è firmata da Bianconi. Le vittime, nel corso di tutta l’intervista, non sono mai nominate, neppure indirettamente. Ma forse è proprio questo il rimprovero: ciò che le ferirebbe e indignerebbe, secondo l’autore, è ‘il modo sbrigativo col quale liquida quell’esperienza’. Eppure, nell’intervista non c’è ombra di domanda sull’esperienza passata.
Dopo un passaggio in cui si dichiara intristito per ‘il destino piccolo borghese nel quale s’è rifugiato l’ex brigatista’ (una critica proletaria?) l’illustre commentatore ritorna sul quello che Casimirri potrebbe dire, potrebbe raccontare, potrebbe spiegare. Certo, ma se la giornalista non lo chiede?
In basso, scrive che Casimirri ‘mostra di vivere senza troppe preoccupazioni’; due centimetri a sinistra, la didascalia delle immagini è intitolata ‘Vita super-blindata’. Sarebbe quella del latitante timoroso che si fa scortare, la bella vita ai tropici?
Bianconi conclude il suo sermone dicendo che da uno come Casimirri ‘ci si aspettava qualcosa di più’. Su questo ha senz’altro ragione. Ma allora perché inviare una giornalista che preferisce chiedergli se sa guidare una moto?
L’intervista precedente, all’Espresso, 12 anni prima, si conclude con una domanda sulle vittime ed il rimorso. Questa la risposta: «Un luogo comune italiano vuole che sia meglio vivere di rimorsi che di rimpianti. Io credo di essere la prova provata che non è vero. Preferirei sentire il rimpianto di non aver partecipato a un movimento politico che rispondeva alle mie ansie rivoluzionarie giovanili, e non essere alle prese con il rimorso che mi attanaglia oggi».
È dunque chiaro che Bianconi (che non è parte della schiera di dietrologi) fonda il suo discorso – un severo giudizio morale su Casimirri – sulle sole parole della Fanelli, e così facendo ne conferma la veridicità.

Considerazioni e commenti
Dopo aver raccolto così tante pulci, è tempo di dare una pettinata. Anticipando la conclusione, la risposta alla domanda d’origine, ‘è possibile che l’intervista sia stata fatta in casa?’, è un netto sì.
Il servizio di Raffaella Fanelli pubblicato da Sette non contiene un solo elemento di novità.
E l’effetto di verità, una volta scoperto che anche le foto non sono originali, si trasforma nel suo contrario. ‘ESCLUSIVO’, campeggia in rosso sull’apertura del servizio: eppure ben che vada è minestra riscaldata, i lettori di Sette si son visti servire informazioni già pubblicate da almeno tre anni, e la sola cosa che hanno in esclusiva è la scrittura dell’autrice.
Quanto alla qualità del servizio, anche se non è questo il punto centrale, è decisamente bassa. Errori e svarioni denotano una documentazione e una conoscenza approssimative.
L’intervista in senso stretto è risicata e minimalista, e colpisce proprio per la sua pochezza: domande e risposte coprono un paio di minuti al massimo, e davvero sembra uno scambio di battute al bar.
Le ‘domande scritte in fondo al nostro block notes, quelle più imbarazzanti che per giorni ci hanno tormentato sul come porle senza creare diffidenza’ (così la Fanelli, che usa il plurale majestatis) sono una dozzina, di cui tre ridondanti senza che producano approfondimenti, almeno un paio cui si può rispondere con un sì o un no, e l’ultima apertamente polemica.
Imbarazzante come domanda è certo la quinta, ‘Lei sa guidare una moto?’ Pare proprio che l’autrice si sia immaginata Casimirri come pilota della misteriosa Honda segnalata a via Fani da pochi testimoni, e che secondo tutti i brigatisti partecipanti all’azione non esisteva o comunque non era dei loro. Altrimenti perché una domanda così irrilevante, quando di questioni ce ne sarebbero ben altre, ad esempio quelle menzionate da Bianconi nel suo commento?

Alla domanda 8, sembra che il riferimento al capitano dei Carabinieri Delfino (morto da generale nel 2012) venga spontaneamente da Casimirri. Va ricordato che l’accusa di essere stato un infiltrato utilizzato da quel personaggio, assieme ad un mafioso calabrese, nasce nel 1995, dalle parole del magistrato italiano Antonio Marini. Questi disse che si trattava di una ‘ipotesi investigativa’ basata sulle dichiarazioni di Saverio Morabito, pentito della n’drangheta, ma da allora evitò sistematicamente di ricordare che l’ipotesi investigativa non aveva trovato nessun riscontro. La notizia, rilanciata dall’Unità il 16.4.1998, ha i tratti del depistaggio ed è stata regolarmente riprodotta come verità, atto fondativo di uno dei misteri del caso Moro.
Questo tipo di notizie, oltre a denigrare gli interessati che poi sono chiamati a difendersi senza sapere da cosa, serve anche ad altro: lo stesso magistrato Marini, ha raccontato alla Commissione parlamentare d’inchiesta che, grazie al fatto che «sulla stampa queste cose avevano avuto una risonanza eccezionale», gli erano servite per mettere sotto pressione i brigatisti (ovviamente non pronti a vedersi confusi con i mafiosi) e convincere Anna Laura Braghetti e Barbara Balzarani a testimoniare in aula. Nella stessa occasione, il 5.3.2015, il magistrato ha infine riconosciuto che quelle indagini «si sono concluse con un
nulla di fatto, perché erano del tutto infondate le dichiarazioni sulla presenza di Antonio Nirta.»

Alla domanda 9, sulle guardie armate, sono collegati altri elementi, nella parte finale del testo e nel legenda delle foto, e questo leit-motiv che attraversa tutto il servizio intende dipingere Casimirri come una sorta di boss mafioso con scorta armata, addirittura al plurale: ‘gruppi di uomini armati’. Poiché il buonsenso non sembra pesare (il livello di violenza in America Centrale è forse maggiore di quello in Europa, magari bastava guardarsi intorno, come Casimirri invitava a fare) procediamo di logica.
Casimirri ha subito un’aggressione (tempo dopo l’intervista) da una banda di 8 falsi poliziotti, che sono stati in seguito arrestati e processati per rapina; nel riferirne, il giornale Hoy del 1.5.2014, scrive che il ‘vigilante’ del locale venne immobilizzato per primo da un rapinatore armato di Kalashnikov. Sappiamo quindi da fonte sicura che c’era una guardia al locale, e di notte. Fa decisamente senso che se ci si deve organizzare una protezione, questa sia per la notte: quando c’è più pericolo, perché fa buio, e perché il locale è aperto. A che pro invece ‘schierare un drappello’ alle 7 di mattina? Casomai a quell’ora il turno di sorveglianza finisce. Cosa abbia visto la Fanelli non è chiaro, né è provato dalle fotografie.

Un’ultima nota sulle domande: la risposta alla domanda 3, s’è detto che Casimirri non può averla data. Controinformazione era una rivista degli anni ’70 che pubblicava anche materiali delle Brigate Rosse, ma non dipendeva da esse. Le BR avevano un ‘Fronte della controrivoluzione’ (o della controguerriglia) e delle ‘brigate’, non dei ‘gruppi’. La giornalista mette invece in bocca a Casimirri un inesistente «gruppo Fronte della controinformazione». Che Casimirri sia oltretutto anche incompetente sulla sua propria storia? Che lo abbia detto apposta per confondere? o piuttosto scempiaggine dell’autrice, errore dovuto all’approssimazione?

Bilancio
Dalla ricerca non è emerso alcun tipo prova, anche intrinseca ma definitiva, che la giornalista abbia fatto l’intervista, né che abbia incontrato Casimirri, e neppure che sia stata in Nicaragua.
Manca anche una prova definitiva del contrario, malgrado i molti elementi concorrenti che lo indicano.
Il servizio non comprende alcun contributo originale dell’autrice, come si è visto il contenuto riprende in particolare quello delle interviste dei giornali nicaraguensi, il Magazine di La Prensa del 12.8.2007 e El Nuevo Diario del 1.2.2004, rispettivamente della stampa italiana citata. Dal Magazine di La Prensa – che, si noti, corrisponde al magazine Sette del Corriere della Sera, poiché i due giornali sono paragonabili per importanza e posizione politica nei rispettivi paesi – sono state copiate tutte le fotografie più significative.
Che poi il Corriere le abbia comprate o piratate, non si sa, ma in ogni caso non ne menziona né l’autore né la fonte. Risulta possibile e verosimile che l’intervista sia stata composta. Tutti gli elementi repertoriati sopra sono stati raccolti con mezzi minimi -internet, posta e telefono – senza uscire di casa: un’operazione che chiunque può fare. Disponendo di maggiori risorse – mobilità, rete di contatti, denaro, accessi a redazioni, archivi ed emeroteche – la cosa sarebbe stata ancora più facile, e molto probabilmente avrebbe permesso di chiarire anche quei dettagli rimasti incerti.

declaracion(1)Ciò significa che, con la secca smentita di Casimirri, che ha fornito pure una dichiarazione firmata, risulta assai probabile che l’intervista non sia mai stata realmente fatta.
Finalmente, non cambia molto che la giornalista non sia mai andata in Nicaragua, o che ci sia stata senza intervistare Casimirri, o ancora che ci sia stata e come tanti suoi colleghi italiani abbia provato ad attaccar bottone al ristorante, la sostanza rimane. E del resto qui non è mai stata questione di giudicare Raffaella Fanelli, ma di passare sotto la lente d’osservazione una pubblicazione, sì che ogni lettore possa farsene un’idea.
Il mistero è (quasi) svelato.

L’impressione generale prodotta dall’excursus di letture è che l’incompetenza ed il pressapochismo abbiano gioco facile nelle memorie costruite su miti e misteri.
La buona notizia è che quelle memorie non saranno mai condivise. Appartengono solo a chi le produce e le usa.

da http://lapattumieradellastoria.blogspot.it/

Crescono le voci di dissenso sull’attività della commissione Moro, ormai sommersa da un mare di chiacchiere e bufale

BurattiniNon è abitudine di questo blog pubblicare articoli del Fatto quotidiano, megafono del partito delle manette, organo delle procure più emergenzialiste animate dalla teoria dell’azione penale come strumento di lotta politica, esperienza editoriale tra le più nefaste degli ultimi anni per essere riuscita a rendere pensiero comune l’idea che la “questione sociale” sia un corollario di quella penale, al punto da capovolgere ciò che un tempo era l’esercizio stimolante e lungimirante della critica in risentimento fino a blindarne gli orizzonti un tempo proiettati alla ricerca di ipotesi di cambiamento e capovolgimento dell’ordine costituito ed oggi relegate all’interno del filo spinato della legalità. Una legalità, per giunta, piegata alla strumentalità di quella che alcuni studiosi hanno chiamato “guerra civile legale”, ovvero un terreno di scontro politico dove gli attori principali sono le procure e gli apparati che si muovono a colpi di inchieste, intercettazioni, avvisi di garanzia per liquidare o ridimensionare l’avversario di turno.

Se lo facciamo è perché l’articolo che vi proponiamo è il segnale di una insofferenza  diffusa, che oggi lambisce persino uno dei quotidiani che raccoglie sistematicamente le più sgangherate vulgate dietrologiche, verso l’attività della terza commissione d’inchiesta sul rapimento e l’uccisione del presidente della Dc Aldo Moro, avvenuta 38 anni fa (pensate un po’!), e più in generale verso le ricostruzioni complotiste che si rincorrono, senza nemmeno porsi il problema della coerenza interna e delle reciproca contraddittorietà, sulla vicenda. Ciò non significa che il quotidiano diretto da Marco Travaglio abbia cambiato linea. Il pezzo di Pino Di Nicola è uscito su un blog dell’edizione online, quindi non inficia la linea del cartaceo ma rappresenta comunque un indizio sui dubbi, e una certa stanchezza, verso il disco rigato della narrazione complottista sempre pronta a strombazzare scoperte sconvolgenti che sistematicamente finiscono in un nulla pieno di niente.

Aggiungiamo solo una nota: non è affatto vero che «la verità è sempre più lontana», come conclude l’articolista. La verità, o per meglio dire, il dato storico, è sotto gli occhi di tutti, assodato da tempo. Semmai l’obiettivo della dietrologia è quello di costruire una cortina di ferro, di diffondere una spessa coltre, perché non venga visto. Un diversivo che distoglie lo sguardo. Il vero nodo che resta aperto, infatti, è cosa muove e perché perdura da tanti anni questa necessità di diffondere una versione dietrologica dei fatti, al punto da impedire anche il libero confronto storico, come il bavaglio messo recentemete ad un convegno di ricercatori e studiosi dimostra?

La nostra risposta, già più volte esposta in questo blog, la riproponiamo in una prossima puntata. Buona lettura!

Commissione Moro: tra chiacchiere e bufale la verità sempre più lontana

Primo Di Nicola
Il FattoQuotidiano.it – blog 6 maggio 2016

Forse è arrivato il momento che qualcuno richiami all’ordine gli indaffaratissimi membri della commissione di inchiesta sul caso Moro. Che li richiami al compito originario che è quello, ammesso che si possa ancora, di chiarire i punti oscuri intorno al rapimento e all’uccisione dell’ex leader della Democrazia cristiana e della sua scorta.
Sono mesi e mesi che i commissari audiscono, acquisiscono, esaminano e interrogano. Di tutto e di più. Troppo spesso annunciando novità clamorose. Attraverso le parole di testimoni o documenti più o meno “esplosivi”. Puntualmente ridimensionati e smentiti dai fatti.
Per dire: solo qualche mese fa avevano annunciato la presenza di capi della ‘ndrangheta calabrese sulla scena del sequestro a via Fani. Cosa di una certa importanza, chiaramente. Di cui ci si aspettava ampia documentazione attraverso prove certe e indiscutibili. Ma, una volta esaurito il giro delle facili interviste, paginate sui giornali e ospitate dei soliti commissari in trasmissioni tv, non se ne è saputo più niente, come nulla fosse accaduto.
E l’episodio non è isolato. Perchè quella di riscrivere la storia, e non solo del caso Moro, sembra una voglia matta dalla quale deputati e senatori della commissione parlamentare d’inchiesta presieduta dall’onorevole Giuseppe Fioroni non sembrano capaci di sottrarsi. Ieri è toccato alle “rivelazioni” sui rapporti privilegiati tra la nostra intelligence e il mondo arabo negli anni Settanta e Ottanta. Come fossero delle novità. Peccato che del cosiddetto Lodo Moro, cioè quel sistema di relazioni sul quale il nostro paese ha impiantato per decenni la sua politica estera nell’area mediterranea -tra l’altro sottraendo l’Italia alla catena di attentati e violenze legati alla questione palestinese- se ne sapesse eccome, visto che nei decenni passati i giornali ne hanno scritto in abbondanza.
Gli unici a non essersene accorti sembrano proprio i componenti della commissione Moro e il loro stuolo di informatissimi consulenti. Con una aggravante, questa volta. Quella di scaricare sulla sponda araba le responsabilità delle orribili stragi di Ustica e Bologna.
Per carità, ce ne fossero le prove, nulla da obiettare. Ci mancherebbe. Qui invece si fanno solo ipotesi spacciate poi per verità, tanto indiscusse da essere poi rilanciate dai giornali come grandi scoop.
Non si stesse speculando sul dolore altrui, verrebbe da sorridere e voltare pagina. Ma non si può. Allora vale la pena porre il problema di quello che questa commissione sta facendo (o non sta facendo). E lo facciamo rivolgendoci direttamente al presidente Fioroni. Certo, non è colpa sua se troppi dei suoi commissari spesso partono per la tangente. Ma siamo sicuri che così si stiano correttamente perseguendo gli obiettivi per i quali la commissione è stata istituita? O non si stanno piuttosto facendo troppe chiacchiere alimentando equivoci (più o meno storici) e bufale giornalistiche a danno della verità?