Se dietro le Br c’erano i servizi, perché Moretti sta ancora in galera?

Frank Cimini, Il Riformista 6 aprile 2021

Mario Moretti fu arrestato il 4 aprile del 1981. Quindi sono 40 anni precisi precisi che dorme in galera da molto tempo semilibero ma comunque detenuto notturno. L’anniversario di quelle manette è l’ennesima occasione che il festival della dietrologia non si lascia scappare. Basta sentire le parole che Gennaro Acquaviva all’epoca del sequestro Moro capo della segreteria di Bettino Craxi ha consegnato in questi giorni a Walter Veltroni che sul Corriere della Sera ci prova sempre a rievocare “i misteri”.
«Non so chi, non so come, ma sono certo che le Brigate Rosse sono state manovrate presentemente dal Kgb. L’infiltrazione sovietica nell’area della protesta violenta era evidente. Nel gruppo romano non lo so non credo, ma nelle Br in genere penso di sì. Bisognerebbe chiedere a Moretti».
Eccoci, un esponente del partito della trattativa insieme a un erede del partito della fermezza per ribadire quello di cui negli atti processuali non si trova traccia. Ma a Mario Moretti tutti o quasi continuano a chiedere la verità quella che lui ha sempre detto a cominciare con il libro intervista a Rossana Rossanda e Carla Mosca che gli chiedevano in che modo lui reagisse al sospetto di ambiguità e trasversalità.
«Ah, con molta serenità e molta tranquillità nel senso che io mi rendo conto che attraverso questa accusa si vuole colpire l’idea dell’autenticità delle Brigate Rosse. La tesi che siano state manovrate dall’esterno è una tesi cara a chi non può sopportare l’idea che in questo paese si siano svolti dei fatti, delle iniziative, si siano giocati dei progetti politici esterni ai giochi di palazzo. Queste illazioni non meritano alcuna considerazione» è la posizione di Moretti che finora nessuno è stato in grado di scalfire concretamente.
Anche se la dietrologia non vuole demordere. Ci sono carriere politiche e giornalistiche costruite sui falsi misteri del caso Moro. Sempre in questi giorni il figlio del capo della scorta di Moro, Domenico Ricci, intervistato da Adnkronos è tornato a intimare a Moretti di “dire la verità”.
Non resta che stare ai fatti. Nel caso Moretti avesse intrallazzato con servizi segreti e potenze straniere non dormirebbe ancora dopo 40 anni in una cella del carcere di Opera.
Il paese anche dopo così tanto tempo rifiuta di fare i conti con quello che fu un fenomeno squisitamente politico perché evidentemente ha paura della propria storia. Al punto da non voler prendere atto che Moretti condannato a sei ergastoli ha pagato per le sue responsabilità e dovrebbe dopo quarant’anni essere scarcerato. Avrebbe pieno diritto alla liberazione condizionata che lui non chiede perché non vuole evidentemente relazionarsi con chi in pratica con la dietrologia gli nega identità politica. Sentirsi rivolgere sempre lo stesso sospetto per uno che sta dentro dal 1981 è se possibile peggio dei sei ergastoli che gli hanno dato i giudici.
In libreria da pochi giorni c’è un saggio “Brigate Rosse: un diario politico” curato dalla ricercatrice Silvia De Bernardinis. Un rendiconto critico e autocritico della storia delle Br a opera di alcuni dirigenti e militanti. Ribadisce il saggio, che dietro le Br c’erano solo le Br.

Quando Moro chiese aiuto alla Cia per contrastare le Brigate rosse

Aldo Moro e l’ambasciatore Usa Richard Gardner

Aldo Moro era convinto che il terrorismo non avesse solo un carattere politico ma anche una dimensione internazionale. Pochi mesi prima del suo rapimento, in un incontro avvenuto nello studio di via Savoia con l’ambasciatore degli Stati Uniti Richard Gardner, affrontò la questione sostenendo che il fenomeno della lotta armata era «probabilmente sostenuto dall’Est, forse dalla Cecoslovacchia». Aggiunse che il terrorismo italiano e tedesco erano «profondamente legati» e mossi da un medesimo disegno: «minare le società democratiche sulla frontiere Est-Ovest». Contrariamente a quel che si ritiene oggi, Moro era convinto che lo sviluppo delle azioni dei gruppi armati avrebbe rafforzato gli obiettivi di governo del Pci: «un’escalation incontrollata dell’ordine pubblico» – affermava lo statista democristiano – avrebbe reso impossibile ogni opposizione alle richieste, che provenivano dalle «public demands», di «inclusione» e «partecipazione del Pci al governo per porre fine alla violenza» e «ristabilire l’ordine pubblico». Argomenti che spinsero Moro ad esortare gli Stati Uniti affinché assumessero «un ruolo attivo nel combattere il terrorismo», chiedendo a Gardner una «maggiore assistenza e cooperazione» da parte dell’intelligence statunitense con i servizi di sicurezza italiani» (1). A scriverlo è lo storico Giovanni Mario Ceci nel volume, La Cia e il terrorismo italiano. Dalla strage di piazza Fontana agli anni Ottanta (1969-1986), Carocci 2019. I report dell’agenzia di Langley, dell’ambasciata Usa a Roma e di altri attori dell’amministrazione statunitense, che l’autore cita nel libro, ribaltano l’attuale vulgata mainstream sulle ragioni complottiste che avrebbero portato al rapimento del leader democristiano da parte delle Brigate rosse, sgretolando la convinzione stratificata da decenni di un sequestro sponsorizzato e supervisionato, addirittura con l’apporto diretto di forze esterne al mondo brigatista, per impedire l’alleanza tra Dc e Pci e l’entrata di quest’ultimo nel governo. Nell’incontro del 4 novembre del 1977, lo statista democristiano fece capire agli americani che l’unico vero modo che avevano per arrestare la progressione elettorale del Pci e le sue ambizioni governative era intervenire su quelle che, a suo avviso, erano le matrici della sovversione interna italiana, ovvero la strategia di destabilizzazione della società che avrebbe trovato sostegno nelle interferenze sovietiche. Attività che, secondo Moro, non era finalizzata a sabotare l’avvicinamento del Pci all’area di governo ma semmai a favorirla rafforzando la sua immagine di unica forza politica in grado di salvare le istituzioni calmierando le spinte antisistema dei movimenti sociali ed esercitando la sua capacità di forza d’ordine. Questa personale convinzione di Moro, che per altro mutò drasticamente quando dalla prigione del popolo nella prima lettera a Cossiga scrisse di trovarsi «sotto un dominio pieno e incontrollato», era opinione diffusa negli ambienti politici moderati e conservatori italiani e trovava ispirazione in alcune precedenti veline dei Servizi italiani che chiamavano in causa l’operato dei Paesi dell’Est. Anche il Pci riteneva, ma solo in sede riservata, che vi fosse una qualche interferenza oltre cortina, in particolare dei cecoslovacchi. Sono note le lamentele di Cacciapuoti e di Amendola sui “fratelli cecoslovacchi” che sdegnosamente rigettavano l’accusa. I sospetti, dimostratisi infondati, dei dirigenti di Botteghe oscure erano dovuti all’ospitalità che nell’immediato dopoguerra Praga aveva fornito a diversi esponenti delle milizie partigiane comuniste e dell’organizzazione Volante rossa che non avevano deposto le armi dopo la fine della guerra civile e per questo erano stati perseguiti dalla magistratura. Questo bacino di militanti, il più delle volte coinvolti in azioni di rappresaglia contro ex gerarchi ed esponenti fascisti, nonostante fosse stato esfiltrato dall’apparato riservato del Pci era maltollerato dalla nuova dirigenza di fede togliattiana. Un atteggiamento proiettivo che spinse la dirigenza di questo partito ad avviare una ossessiva campagna, divenuta vincente nei decenni successivi, che ribaltava lo schema complottista attribuendo ogni responsabilità del sequestro Moro all’azione dei Servizi segreti occidentali.

Terrorismo interno o internazinale?
L’amministrazione statunitense prese sul serio le richieste di Moro e G.M.Ceci ne ricostruisce attentamente tutti i passaggi: Gardner volato a Washington riferì la richiesta al segretario di Stato Vance ed al consigliere per la sicurezza Brzezinski, la questione venne introdotta in un memorandum inviato ai membri dell’European Working Group, che si riunì il 9 dicembre 1977, dove ci si chiedeva «che aiuto stiamo fornendo all’Italia in relazione al terrorismo (sia interno sia, se ve ne è, Internationally-inspired)? (2). Tuttavia emerse subito un grosso ostacolo dovuto alla presenza della nuova dottrina di «non interferenza non indifferenza» emanata dall’amministrazione Carter ed alle limitazioni, introdotte dal Congresso statunitense a metà degli anni 70, che impedivano al governo Usa di intervenire nelle attività di polizia interna di altri paesi. Dopo le polemiche scatenate dai ripetuti interventi diretti della Cia, come fu per il colpo di Stato contro Allende in Cile, le azioni coperte dell’Agenzia d’intelligence furono sottoposte a restrizioni salvo nei casi in cui vi era un manifesto pericolo per la sicurezza degli Stati Uniti e dei suoi interessi. Situazione che si prefigurava solo nel caso fosse stato dimostrato che quanto avveniva in Italia avesse una matrice internazionale. L’assenza di questa prova, più volte richiesta alle autorità italiane, impedì un intervento diretto e immediato della Cia, i cui analisti per altro in un report della Cia “centrale” ritenevano di non condividere «la tesi, alquanto popolare in Italia, che il terrorismo sia alimentato all’estero, né tantomeno il suo corollario, ossia che scomparirebbe se malvagi potenze straniere smettessero di immischiarsi», mentre un’analisi di Arthur Brunetti, capocentro della Cia a Roma, realizzata nei giorni precedenti il sequestro Moro ribadiva che le Br «sono un fenomeno nato e cresciuto interamente in Italia» e che «nulla indicava che l’Unione sovietica, i suoi satelliti nell’Europa dell’Est, la Cina o Cuba avessero avuto un ruolo diretto nella creazione o nella crescita delle Br». (3)
Nel bel mezzo di questo lavorìo diplomatico giunse come un lampo notizia del rapimento del leader democristiano. Le prime analisi portarono Washington a temere che l’azione delle Br potesse estendersi anche ad obiettivi statunitensi, successivamente i numerosi report prodotti dall’intelligence Usa durante il sequestro focalizzarono l’attenzione verso le possibili ricadute sul quadro politico italiano. Gli analisti osservarono con molta finezza le mutazioni intervenute all’interno della Dc e il profondo cinismo che muoveva la rinnovata «rivalità» e le diverse manovre di riposizionamento dei leader democristiani che ambivano alla successione di Moro come capi del partito per «assumere il ruolo di front runner nelle elezioni presidenziali di dicembre». Secondo la Cia, il governo italiano nel corso del sequestro aveva «riportato una vittoria negativa rimanendo fermo», senza tuttavia essere riuscito a colpire militarmente le Br. Alla fine, concludevano gli analisti di Langley sbagliando completamente previsione, era il partito comunista la forza politica uscita rafforzata dall’esito del sequestro, poiché la linea della fermezza l’aveva collocata – a loro avviso – in una «posizione forte», che avrebbe reso impossibile la nascita di governi senza la sua partecipazione. Sul piano operativo, nonostante una richiesta di top priority da parte italiana, la Cia non andò oltre lo scambio di informazioni. Sotto la pressante insistenza di Roma il governo americano si limitò ad inviare un funzionario del Dipartimento di Stato (non un membro della Cia), Steven R. Pieczenik, psicologo esperto di guerra psicologica che operò su mandato del ministro dell’Interno Cossiga all’interno di un “comitato di esperti”, dove erano presenti figure analoghe.

Settembre 1978, la Cia si mobilità contro le Brigate rosse
Alla fine l’ostacolo venne superato con un espediente burocratico: riclassificare le Brigate rosse all’interno della categoria del “terrorismo internazionale”. L’8 maggio, il giorno prima della esecuzione di Moro, lo Special Coordinating Comitee del Consiglio nazionale della sicurezza, Nsc, diede finalmente semaforo verde, ritenendo che si potesse «offrire aiuto all’Italia per combattere il terrorismo internazionale», ma quando la decisione venne comunicata alle autorità italiane il corpo di Moro era già stato ritrovato in via Caetani. La circostanza tuttavia non arrestò i propositi statunitensi che in settembre giunsero a Roma con l’obiettivo di svolgere un’attività unilaterale di intelligence contro le Br, attivando operazioni di infiltrazione all’interno questa organizzazione. L’ambasciatore Gardner si oppose, raccogliendo le resistenze italiane, sostenendo che questo tipo di attività sarebbe stata compito delle autorità di Roma. Alla fine si raggiunse un compromesso: l’ambasciata americana «avrebbe considerato caso per caso le proposte di reclutamento di persone da infiltrare nelle Br» con la possibilità di decidere autonomamente se «andare avanti da soli o dopo un accordo con gli italiani». Gardner ricorda nel suo libro di memorie che in effetti si registrò davvero «un caso di questo genere» e «la decisone fortunatamente fu di condurre l’operazione in accordo con il governo italiano». (4) L’unico tentativo conosciuto, per altro del tutto infruttuoso, è quello di Ronald Stark, un cittadino americano arrestato nel 1975 per traffico di stupefacenti e scarcerato nel 1979, che all’interno delle carceri avrebbe dovuto avvicinare alcuni brigatisti detenuti. L’operazione non produsse risultati anche perché nel 1977 i Br vennero trasferiti nel carceri speciali e Stark non finì mai in questo circuito. Oltretutto – stando alla testimonianza di Gardner – l’operazione di infiltrazione sarebbe stata avviata alla fine del 1978, quando ormai per Stark era impossibile avvicinarli. I documenti ci dicono che l’unica persona caduta nella rete di questo agente fu Enrico Paghera, militante di Azione Rivoluzionaria. L’altro aspetto degno di nota riguarda i funzionari del ministero dell’Interno italiano che ebbero ripetuti incontri con Stark nel carcere di Matera, tra questi spicca il nome di Nicola Ciocia, il famoso professor De Tormentis specialista del waterboarding, torturatore dei Br Enrico Triaca, Ennio di Rocco, Stefano Petrella e di diversi componenti della colonna napoletana.

Note
1. Nella nota 26, p. 69, del suo volume, GM Ceci indica come fonte un report inviato dall’ambasciata Usa di Roma, Ambassador’s Meeting with Christian Democrat President, from Amembassy Rome to SecState, 7 November 1977, DN:1977ROME18056. Anche lo storico G. Formigoni, ricorda sempre GM Ceci, aveva riferito su questo incontro e sulla posizione di Moro in, Aldo Moro. Lo statista e il suo dramma, il Mulino, 2016, pp.325-6.
2. GM. Ceci, p. 69, nota 27, Memorandum from Robert Hunter and Richard Vine to Members of European Working Group, Agenda for Meeting, December 9, 1977, in DDRS.
3. Giovanni Maria Ceci, La Cia e il terrorismo italiano. Dalla strage di piazza Fontana agli anni Ottanta (1969-1986), Carocci 2019, p. 84.
4. Richard N. Gardner, Mission: Italy. Mission: Italy. Gli anni di piombo raccontati dall’ambasciatore americano a Roma.1977-1981, Mondadori, 2004, p. 234.

Carrero Blanco come Moro, la fine della dittatura franchista spiegata dai cospirazionisti

Il 20 dicembre 1973 era un giovedì. Verso le 9,30 del mattino il reverendo padre Turpin stava leggendo come suo solito il breviario nel convento dei gesuiti situato sulla calle Claudio Coello a Madrid, quando improvvisamente dalla sua finestra, collocata in uno dei piani alti del palazzo, vide salire verso il cielo una macchina nera. Era la Dodge Dart blindata dell’ammiraglio Louis Carrero Blanco, capo del governo e fedelissimo del dittatore Francisco Franco. Una esplosione di circa ottanta chili di Goma 2 (miscela gelatinosa largamente impiegata nelle miniere spagnole) collocato da un commando dell’Eta in un tunnel scavato sotto la strada l’avevano proiettato con la sua automobile e le due guardie del corpo verso il cielo, a 35 metri di altezza oltre il tetto del convento, facendolo atterrare su una terrazza posta sul lato opposto del palazzo. Inizialmente Carrero Blanco doveva essere rapito per chiedere uno scambio di prigionieri ma un incidente mise in pericolo la sicurezza della casa dove doveva essere nascosto. I proprietari dell’appartamento si accorsero che l’affittuario era basco, circostanza che spinse il commando a rinunciare al progetto (qui potete leggere il racconto dell’azione).
Quella mattina si apriva il processo (passato alla storia come Processo 1001) contro nove sindacalisti delle Comisiones obreras (il sindacato d’ispirazione comunista), accusati di «attività sovversive». L’udienza venne subito interrotta appena giunse la notizia.
Carrero Blanco, soprannominato “Ogro”, per il suo aspetto, era una figura chiave della dittatura franchista, come scrisse l’Eta nel comunicato ufficiale di rivendicazione diffuso verso le 21 dello stesso giorno: «Luis Carrero Blanco (…) era una figura chiave del sistema franchista, il garante della sua continuità e della sua stabilità; con la sua scomparsa le tensioni che opponevano le diverse tendenze del regime fascista di Franco si accentueranno mettendo a rischio il potere». L’Eta aveva ragione, l’assunzione in cielo di Carrero Blanco fu un colpo durissimo per il regime franchista che ne accelerò il declino.

Le tesi cospirazioniste
Molti nella destra spagnola tramortita dal colpo al cuore ricevuto, ma anche – come vedremo più avanti – nella sinistra italiana, non si arresero all’idea che gli indipendentisti della sinistra basca dell’Eta avessero potuto portare a termine un colpo del genere. Cominciarono così a proliferare diverse teorie dietrologiche che chiamavano in causa il ruolo della Cia o del Kgb per la realizzazione di un attentato ritenuto troppo sofisticato per i mezzi impiegati e gli obiettivi politici ricercati. Secondo l’estrema destra spagnola l’eliminazione di Carrero Blanco conduceva ad una responsabilità diretta degli Stati Uniti che in questo modo contavano di riportare la Spagna nell’alveo della Nato. Anche la presenza dell’ambasciata Usa sul tragitto compiuto ogni mattina da Carrero Blanco per raggiungere il palazzo del governo divenne per i complottisti una circostanza che provava il coinvolgimento statunitense. Tuttavia – come ha riportato Le journal du Pays Basque in un articolo che prendeva in esame le narrazioni cospirazioniste sulla morte dell’ammiraglio1 – i documenti apparsi su Wikileaks hanno dimostrato la sorpresa delle autorità Usa davanti alla notizia dell’attentato. Non solo, secondo l’Eta era proprio Carrero Blanco che «stava giocando un ruolo essenziale nella realizzazione di accordi per l’istallazione di basi militari Usa sul territorio iberico», circostanza che esclude alla radice il movente agitato dai cospirazionisti.
Lo stesso giornale basco citava anche l’intervista di un ex responsabile dei servizi segreti spagnoli, Ángel Ugarte, apparsa su El Pais il 15 dicembre 2013, secondo il quale «l’attentato contro Carrero Blanco fu realizzato dall’Eta con il supporto logistico di comunisti spagnoli»2. In effetti ad aiutare il commando Eta giunto a Madrid fu Eva Forest, militante del partito comunista spagnolo che fornì ad Argala, nome di battaglia di José Miguel Beñarán, il ventiquattrenne capo del commando dell’Eta, le informazioni necessarie per individuare Carrero Blanco. Eva Forest giocò un ruolo prezioso anche nei movimenti del commando basco a Madrid, fece da staffetta e favorì la loro fuga dopo l’azione. Nel 1974, sotto lo pseudonimo di Julien Agirre, la Forest scrisse Operación Ogro: Cómo y por qué ejecutamos a Carrero Blanco, edito in clandestinità in Francia e pubblicato in Italiano nel 1975 (Operazione Ogro. Come e perché abbiamo giustiziato Carrero Blanco, Alfani, Firenze 1975 [1974]). Successivamente il governo spagnolo tentò di ottenere l’estradizione dei militanti baschi coinvolti nell’attentato e della stessa Forest, ma la Francia dove erano riparati non rispose .Le autorità spagnole non ebbero mai alcun dubbio sulla paternità dell’attentato, tanto che durante la cosiddetta (sic) «transizione democratica», diedero vita a degli “squadroni della morte”, composti da ex membri delle forze speciali spagnole e membri dell’estrema destra, che operavano in territorio francese per eliminare i rifugiati dell’Eta. Il 21 dicembre 1978 una di queste squadre, il «Battaglione basco-spagnolo», uccise Argala facendo esplodere la vettura dove era appena salito.

«Operazione Ogro», il film politicamente scorretto di Gillo Pontecorvo
L’attentato a Carrero Blanco ha sempre avuto vita difficile in Italia. Un esempio di tirannicidio la cui vicinanza geografica e temporale lo sovrapponeva pericolosamente con le vicende italiane di quegli anni. Il film girato nelle settimane del rapimento Moro anche se narrava un episodio di lotta armata contro un regime dittatoriale evocava l’ombra lunga degli avvenimenti italiani col rischio di legittimarli. Almeno questo era il timore dell’intellighenzia di sinistra, e non solo, con la quale Pontecorvo dovette fare i conti nel tentativo di portare a termine, dopo La Battaglia di Algeri del 1966 e Queimada del 1969, la sua trilogia sulle lotte di liberazione anticoloniali e antiautoritarie. Per rendere il film politicamente corretto, Pontecorvo dovette allontanarsi dal libro della Forest che narrava la vicenda introducendo una discontinuità pedagogica: un prima che racconta la dittatura e l’attentato e un dopo, la “transizione democratica”, i cui limiti e complessità nel film nemmeno vengono sfiorati, dove i protagonisti si dividono sul proseguimento della lotta armata e la clandestinità, ritenuta non più giustificata e dunque un grave errore politico. Questa «cattiva coscienza», come la definirà lo stesso autore, minò alla radice il film trasformandolo in un confronto tra tesi avverse che gli tolse la forza dei due film precedenti, anch’essi realizzati quando i fatti narrati erano conclusi ma senza il ricatto di un presente che non doveva più legittimare forme di lotta ritenute non più giustificate. Ed anche se alla fine Pontecorvo realizzò un film che narrando l’attentato a Carrero Blanco in realtà stava condannando il rapimento di Moro, la sorte dell’opera cinematografica risultò comunque segnata. La forza evocatrice delle immagini del grande salto di Carrero Blanco erano troppo forti, valga in questo caso un ricordo personale, quando il film proiettato nella sala romana dell’Augustus vide il cinema deflagrare al momento dell’ascensione della vettura di Carrero Blanco: applausi, slogan, cori di consenso, urla liberatorie interruppero la proiezione per alcuni minuti, tanto che si accesero le luci. Alla spicciolata mezzo movimento romano si era radunato in quel cinema senza essersi dato appuntamento. Nel’Italia del 1979, Operazione Ogro era un film troppo scorretto, e se ai dirigenti del Pci metteva inquietudine preoccupati erano anche i carabinieri.

I timori per il «cinema sovversivo»
In un appunto del secondo reparto, stato maggiore, ufficio operazione del comando generale dell’arma dei carabinieri, datato 2 dicembre 1981, dedicato a «Terrorismo, cinema e televisione», si affermava che l’esame dei documenti prodotti dalle formazioni eversive aveva consentito di delineare con «sufficiente chiarezza» l’importanza «da esse attribuite ai mezzi di informazione». Questi non erano visti come veicoli di notizie, ma come vero «palcoscenico sul quale recitare il tragico spettacolo del terrorismo rivoluzionario». Concetti come la propaganda armata erano divenuti di comune accezione, ma più di recente si registrava il fatto che il terrorismo si era trasformato anche in «soggetto cinematografico e televisivo di crescente peso e diffusione». La prima pellicola girata era ritenuta il film “Ogro” sull’attentato a Carrero Blanco, fino a giungere a “Maledetti vi amerò” e “La caduta degli angeli ribelli”. Pellicole che non avevano registrato grande afflusso di pubblico ma destato una certa curiosità, così come il lungometraggio della regista tedesca Margareth Von Trotta “Anni di Piombo” sulla storia di Gudrun Eslin. Si citava anche il film “La festa perduta”, che tendeva a dimostrare che una delle cause del terrorismo era la repressione dello Stato. Tra i registi che in un futuro avrebbero potuto continuare il soggetto del terrorismo nei loro film erano citati Renzo Rossellini e Petri: «il rischio è che l’informazione-violenza del terrorismo e sul terrorismo, specie se trasmessa in televisione, rappresenti una funzione di incitamento e di potenziale contagio». Si chiedeva attenzione da parte della Commissione parlamentare di vigilanza sulle trasmissioni radiotelevisive e del Consiglio dell’Ordine dei giornalisti.3

Carrero Blanco come Moro, la tesi dei dietrologi italiani
L’ex senatore del Pci Sergio Flamigni, membro della Commissione Moro 1 e in più legislature della Commissione stragi, nel volume La tela del ragno (p. 165) scrive che l’attentato dinamitardo contro Louis Carrero Blanco «causò una strage» (sic!) oltre all’uccisione del generale nel centro di Madrid. Come è noto non ci fu alcuna strage, ma solo la morte dell’ammiraglio, del suo autista e dell’uomo di scorta, membri della guardia civil. Tecnicamente si trattò di un omicidio plurimo, non di una strage. Secondo Flamigni, in base al piano iniziale che prevedeva il sequestro di Carrero Blanco, poi abbandonato come abbiamo visto sopra, «la prigione destinata all’ostaggio era stata approntata nel centro della città all’interno di un “insospettabile” edificio appartenente a un generale della “Falange” al potere». Insomma sulla base di un copione ampiamente abusato per le vicende italiane, anche l’attentato contro Carrero Blanco era sospetto, inquinato, frutto di una congiura interna al potere più che risultato di un’azione di guerriglia armata.
A mettere in dubbio la paternità dell’Eta è intervenuto anche l’ex giudice istruttore Rosario Priore, magistrato che si è occupato di molte istruttorie su fatti di lotta armata. In una audizione tenutasi il 17 dicembre 2014, davanti alla commissione Moro 2, presieduta da Giuseppe Fioroni, ha proposto un parallelo tra la morte di Carrero Blanco e quella di Moro: «Moltissimi Paesi erano interessati alla morte di Moro. Era un periodo in cui c’era una sorta – è brutto dirlo – di politica del far sparire tutti coloro che seguivano un certo orientamento. Ricordiamoci che il caso Moro avviene quasi in coincidenza con il l’uccisione del capo del governo spagnolo, l’ammiraglio Carrero Blanco, a Madrid. Fu un attentato clamorosissimo, in quanto erano riusciti a piazzare una carica di esplosivo eccezionale in un determinato tombino sopra il quale doveva passare l’auto di Carrero Blanco. Tutti dicevano sempre che erano stati soltanto quelli dell’ETA, ma io non ci ho mai creduto, poiché è stato un attentato raffinato, in un certo senso organizzato bene (anche se è brutto dire che un attentato è organizzato bene, potrebbe sembrare cinico). Quello che a me ha fatto impressione è che Carrero Blanco seguiva una politica che si avvicinava molto a quella di Moro. Era un filoarabo, forse come il suo superiore, il Caudillo: lo stesso Francisco Franco infatti aveva tendenze filoarabe».

Note
1. «Il y a quarante ans, ETA faisait “voler” le franquisme», 20 dicembre 2013.
2. https://elpais.com/politica/2013/12/13/actualidad/1386951906_963822.html.
3. AISE 2-50-6 f.0213 c0004 d0040. Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri, II Reparto, SM Ufficio Operazioni, protocollo 5/249-4 R, «Appunto; Terrorismo, cinema e televisione. 2 dicembre 1981»

Il complottismo, malattia perenne del discorso pubblico sul caso Moro

Si sa, l’utilizzo pubblico della storia è spesso cosa ben diversa dalla storia come disciplina scientifica. Ciò perché da sempre la politica (soprattutto quella al potere) tende a volersene appropriare, distorcendo, occultando, inventando eventi, situazioni, contesti, per fini di preservazione dello status quo. Il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, presidente della Democrazia cristiana, nella primavera del 1978 è forse l’evento del secondo dopoguerra italiano a essere oggetto di una continua campagna basata su ricostruzioni senza alcuna aderenza documentaria e su interpretazioni fantasiose e mistificatorie. La scorsa estate gruppo di storici e storiche, ricercatori e ricercatrici, studiosi e studiose della storia politica italiana del tempo recente hanno redatto un appello teso non solo a demistificare l’alone di complottismo che avvolge il discorso pubblico sul caso Moro, ma anche a ripristinare il dibattito e il confronto sul piano della rigorosità metodologica. Sul tema abbiamo deciso di intervistare uno degli estensori della lettera aperta, lo scrittore e giornalista Paolo Persichetti

Machina-Deriveapprodi.com, 25 novembre 2020
Intervista di Alberto Pantaloni a Paolo Persichetti

1. Com’è possibile che a distanza di oltre quarant’anni dai fatti di via Fani e via Caetani, in un contesto politico enormemente mutato, ci sia ancora chi è ossessionato dai complotti e dalle dietrologie?
Il passato, quando è ritenuto scomodo, subisce in genere un processo di rimozione: viene dimenticato, seppellito per poi riemergere qui e là se ne è rimasta traccia. Nel caso della lotta armata degli anni ’70 è avvenuto un processo radicalmente diverso: quella vicenda è stata sottoposta a una ipermemorizzazione fabbricata dai poteri pubblici. Sappiamo che la memoria è un impasto di ricordo e oblio che nel caso delle memorie private risponde a dei processi di selezione psichica legati alla singola storia del soggetto. Nella memoria pubblica, invece, i processi di selezione sono politici.

2. Spiegaci in che modo ha preso forma questo uso pubblico del passato.
Tra i momenti decisivi ci sono certamente i ripetuti interventi del presidente della repubblica Giorgio Napolitano, per altro uno dei protagonisti della linea della fermezza che volò negli Usa proprio nelle settimane del sequestro Moro. In più occasioni tra il 2007 e il 2008, fino all’editto pronunciato dal Quirinale il 9 maggio di quell’anno, decretò il divieto di parola pubblica degli ex appartenenti delle formazioni armate degli anni ’70, i quali – sosteneva – «non avrebbero dovuto avvalersi per cercare tribune da cui esibirsi, dare le loro versioni dei fatti, tentare ancora subdole giustificazioni». Al tempo stesso l’istituzione nel 2007 di una giornata nazionale della memoria delle vittime del terrorismo che si tenne la prima volta il 9 maggio dell’anno successivo, data significativa che relegava lo stragismo con le sue complicità statali negli sgabuzzini della memoria ponendo al centro dei rituali commemorativi il sequestro Moro, mischiando e confondendo l’iperviolenza statuale e atlantica delle stragi con le insorgenze armate provenienti da gruppi sociali oppressi. Un altro aspetto importante è stata l’attribuzione di un ruolo di amministrazione della memoria pubblica all’associazionismo che si era visto riconosciuto lo status di vittima legittima. Da qui l’elaborazione di discorsi fondati sulla stigmatizzazione etica, l’anatema morale a scapito di un approccio fondato sull’impiego delle discipline dell’analisi sociale, politica ed economica. La conseguenza è stata l’oblio dei fatti e delle condizioni sociali che determinarono quegli eventi, per altro figli di un modello di società e di produzione nel frattempo superati e dimenticati. Questa memoria svuotata dalle sue matrici causali ha assunto le sembianze di un spettro che si proietta ancora oggi, oltre il millennio, un po’ come lo spettro marxiano, rinviandoci sbiadite immagini in bianco e nero di una violenza politica irragionevole e manipolata che cancella i colori della storia. L’eredità, il condensato di questa chimica della memoria statuale sono stati il complottismo (la dietrologia) e il vittimismo.

3. Alla fine di agosto una serie di esponenti (sessanta) del mondo della ricerca storica e dell’inchiesta politica hanno firmato un documento di denuncia del crescente peso che la visione complottistica sul rapimento e l’uccisione del Presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro da parte delle Brigate rosse ha nel discorso pubblico, dalle dichiarazioni della politica agli editoriali degli organi d’informazione. Lo storico Marco Clementi, fra i firmatari, ha affermato che questa presa di posizione costringe tutti «a misurarsi con il principio di realtà». È il vecchio problema della contraddizione fra verità storica e uso pubblico (cioè politico) della storia. Un problema che non riguarda solo gli anni Settanta della nostra storia (si pensi alle polemiche sulla Resistenza o sulle Foibe nel nostro Paese, o a quelle sulla Guerra Civile americana negli Usa). Come mai siete usciti con questo documento ad agosto scorso? L’offensiva complottista è cosa che va avanti da diversi decenni…
L’innesco è stato l’ennesimo fake che accostava le vicende legate alla strage di Bologna dell’agosto 1980, che stando alle sentenze della magistratura hanno una matrice di destra, in ogni caso opposta per movente, obiettivi e pratiche operative al fare dei gruppi della sinistra rivoluzionaria armata e delle Brigate rosse, geneticamente antistragiste. Ma aldilà della ragione specifica, credo che sia stato un segnale importante di cambiamento, la prova di una maturazione del mondo della ricerca, di una nuova consapevolezza e anche della presenza di un maggiore coraggio degli studiosi dovuto forse all’arrivo di nuove generazioni non più embedded, slegate cioè da vincoli e condizionamenti che potevano esercitare fino a ieri le vecchie baronie legate culturalmente al catechismo dell’emergenza e della fermezza tramandato dalla Prima Repubblica. C’è un clima nuovo a cui ha certamente contribuito la maggiore socializzazione delle fonti di provenienza statale. Recenti aggiornamenti normativi hanno reso più democratico l’accesso agli archivi. Oggi è possibile consultare quei documenti che un tempo erano appannaggio solo della magistratura, delle commissioni parlamentari e dei loro consulenti. Una circostanza che in passato ha favorito una certa opacità e anche la manipolazione delle fonti stesse. È accaduto che carte scomode venissero ignorate o citate solo in parte. Quel tempo è finito! C’è una nuova generazione di studiosi che non è più disposta ad accettare narrazioni che ignorano i canoni storiografici: la confusione di tempi e luoghi, l’uso dei de relato spesso attribuiti a defunti, le correlazioni arbitrarie, le affermazioni ipotetiche, i sillogismi e le false equazioni, le suggestioni e molto altro ancora condito con un approccio paranoico che rifugge ogni confutazione. Per decenni l’accesso riservato alle carte è stato un formidabile strumento per mistificare la storia, costruire un discorso funzionale ai poteri, per tracciare una narrazione ostile alla storia dal basso, con l’obiettivo di negare la capacità dei soggetti di muoversi e pensare in piena autonomia secondo interessi legati alla propria condizione sociale, politica, culturale. Così si è finiti in una sorta di nuovo negazionismo storiografico.

4. Diversi studi sui documenti delle Commissioni Moro avevano già evidenziato in passato la natura assolutamente endogena del fenomeno brigatista e dell’operazione Moro, penso ai volumi di Clementi e Satta, che sono stati i pionieri del ristabilimento della verità storica… Insomma la situazione era già chiara decenni fa…
Senza dubbio «La pazzia di Aldo Moro» di Marco Clementi e «L’odissea nel caso Moro» di Vladimiro Satta, apparsi rispettivamente nel 2001 e nel 2003, hanno segnato una svolta metodologica decisiva. Finalmente due studiosi, per altro di matrice culturale diversa, riportavano sui dei corretti binari storiografici l’analisi del sequestro Moro. Quanto a dire che quei due lavori furono sufficienti per rendere la situazione chiara, ce ne corre. I loro studi hanno senza dubbio aperto una nuova strada, seguita poi da altre pubblicazioni e altri autori cresciuti negli ultimi anni ma in misura sempre inferiore rispetto alla mole della pubblicistica complottista, al peso delle narrazioni dietrologiche diffuse sulla stampa, nel cinema e nei grandi format televisivi. Non c’è competizione: l’industria editoriale è orientata sul tema del cold case,anche perché paga in termini di mercato. Cerca testi sensazionalistici spacciati per inchieste che promettono scoop, garantiscono rivelazioni, spacciano soluzioni agli eterni misteri che per definizione restano insolubili, inarrivabili altrimenti il gioco finisce e il circo chiude. I grandi format televisivi, se osserviamo quel che è accaduto in occasione del quarantennale del sequestro Moro, hanno riprodotto questo schema. La lettera firmata dai sessanta storici e ricercatori è stata un sasso lanciato in questo stagno putrido, un acquitrino insalubre dove hanno trovato la loro ragion d’essere una pletora di cialtroni, un circo Barnum di pagliacci e mitomani dietro cui si celano figure senza scrupoli.

5. Esponenti di area Pci (penso a Sergio Flamigni e a Miguel Gotor) continuano imperterriti nella loro crociata sulla presunta «verità»: Flamigni è arrivato addirittura ad accusare Giuseppe Fioroni, Presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul sequestro del Presidente Dc dal 2014 al 2017, di avere gestito i lavori della Commissione in modo «autocratico e disordinato» per nascondere la verità.
Anche la dietrologia non è più quella di una volta. I lavori dell’ultima commissione Moro presieduta dal democristiano Giuseppe Fioroni, oggetto ora di diverse querele rivolte contro uno dei suoi ex membri (l’ex commissario Gero Grassi), hanno scatenato la balcanizzazione della dietrologia, una sorta di tutti contro tutti. Rivalità, concorrenza nel mercato delle fake news, logica mercantile dello scoop, di chi la spara più grossa tanto poi nessuno verifica e nessuno risponde (ma anche qui le querele ci dicono che qualcosa sta cambiando e un principio di realtà e responsabilità sta per essere introdotto), fiorire di tesi complottiste che si annullano a vicenda divorandosi tra loro, hanno condotto al parossismo il discorso dietrologico. Una iperbole che lo mette al passo con gli altri cospirazionismi che traversano il pianeta in questo momento e mobilitano le interiora della destra più conservatrice e reazionaria. A Flamigni, che ha campato per decenni sul monopolio dell’accesso ai documenti e su risultanze peritali incerte, non va giù che questa commissione abbia disposto ingenuamente nuove perizie scientifiche su via Fani, via Gradoli e via Montalcini. Accertamenti che hanno definitivamente sepolto ogni possibilità di utilizzare imprecisioni, limiti ed errori che in passato consentivano di insinuare ricostruzioni complottiste. La commissione Fioroni, convinta che le acquisizioni storiografiche, le testimonianze dei protagonisti e le ricostruzioni cui erano giunte le cinque precedenti inchieste giudiziarie sulla vicenda Moro fossero inesatte, fuorvianti o patteggiate, con l’enfasi supponente di chi avrebbe finalmente disvelato la verità a tutti nascosta, ha disposto nuove perizie che si avvalevano delle moderne tecniche forensi inesistenti quando vennero condotte le prime indagini. Da un presupposto errato è scaturito così un risultato virtuoso che oggi è a disposizione di tutti i ricercatori ma che ha scandalizzato Fioroni e gli altri commissari (meno uno), i quali totalmente spiazzati hanno cercato in tutti i modi di ridimensionarle. In fondo la commissione ha lavorato tre anni per cercare di smontare quello che involontariamente le risultanze scientifiche andavano accertando. Uno spettacolo surreale che tuttavia non è riuscito a cancellare la conferma che in via Fani le cose sono andate come hanno sempre raccontato i brigatisti: nessun attacco è stato mosso da destra, non c’erano superkiller professionisti, agenti segreti, motociclette coinvolte nell’operazione, nessuno ha sparato contro il parabrezza del teste Marini. Abbiamo anche la certezza genetica che sfata la leggenda di Moro tenuto o passato in via Gradoli e sappiamo che l’esecuzione del presidente Dc all’interno del box di via Montalcini è compatibile con il luogo, le risultanze balistiche, l’analisi splatter (le gocce di sangue) e audiometrica degli spari. Insomma è calato il sipario sulla dietrologia in via Fani.

6. Miguel Gotor, lo storico delle eresie membro della commissione, ha parlato nel suo ultimo libro di «Verità “concordate” tra poteri dello Stato e i militanti armati». Polemica che forse verrà rinfocolata dopo la pubblicazione di stralci del carteggio fra l’ex Presidente della repubblica Cossiga e alcuni esponenti delle Brigate rosse…
ll «patto di omertà», come lo ha chiamato Flamigni, il «patto segreto» tra «complici» come hanno scritto altri competitor dell’arcigno custode della verità politica del Pci sul sequestro Moro è una costruzione finalizzata a esportare la parte di responsabilità politica che pesa sui partiti che sostennero la linea della fermezza. A quarant’anni di distanza invece di interrogare le ragioni che spinsero Dc e Pci a rifiutare la trattativa, sacrificando un uomo per non perdere lo Stato, come recitava il famoso editoriale di Scalfari apparso su «la Repubblica» del 21 ottobre 1978, si insinua l’esistenza di un accordo sotterraneo tra prigionieri delle Br e vertice democristiano suggellato dal cosiddetto memoriale Morucci-Faranda. Nulla ci dicono sulla dimensione psicologica e culturale che mosse i dirigenti dei due maggiori partiti, come riuscirono a dire che le lettere di Moro erano manipolate, circostanza smentita dall’ultimo lavoro scientifico curato da Michele Di Sivo. Resta ancora inspiegato il silenzio di Fanfani che venendo meno ad accordi presi non pronunciò il discorso di apertura promesso. Perché tacque? Fu bloccato? Questioni che si cerca di occultare inventando un patto attorno a un memoriale che raccoglie le deposizioni di Morucci e Faranda davanti alla magistratura e a cui i due dissociati, poi divenuti collaboratori, per ottenere l’accesso ai benefici penitenziari aggiunsero i nomi dei partecipanti all’azione di via Fani prima indicati solo con dei numeri. Un resoconto che nella parte politica valorizza la loro dissidenza contro la dirigenza brigatista. Non si capisce quale interesse avrebbero avuto gli esponenti delle Br a fare proprio un testo a loro ostile. Non solo, oggi sappiamo che del memoriale vennero messi al corrente Pecchioli e Cossiga che sulla questione si consultarono. Se anche il Pci era della partita, perché il patto occulto riguarderebbe solo la Dc? Inoltre i fautori di questa tesi non sono in grado di fornire informazioni essenziali sui tempi e i luoghi dell’accordo oltre che sull’oggetto dello scambio: Morucci e Faranda erano nel carcere per pentiti di Paliano mentre Moretti e compagni si trovavano sparpagliati nelle prigioni speciali. Inesistenti i rapporti tra loro, segnati da rotture traumatiche (Morucci e Faranda rubarono armi e soldi della colonna romana) e ostilità per la scelte dissociative e collaborative. Flamigni, consapevole di questo vulnus, si inventa che l’accordo si sarebbe materializzato nei giorni finali del sequestro, così la toppa è peggiore del buco. Il rifiuto della trattativa per liberare Moro si sarebbe materializzato nell’accordo per farlo sopprimere: come, dove, quando? E il vantaggio ricavato? I secoli di carcere ricevuti nelle sentenze? Un abisso logico senza risposta.

7. Richiami spesso la responsabilità del Pci nella costruzione delle tesi complottiste.
È senza dubbio la forza politica che grazie al suo importante bacino culturale ha più di ogni altra contribuito a costruire e consolidare questa narrazione. Il 1984 è stato un anno di svolta per il Pci. La prematura scomparsa di Enrico Berlinguer precipita il partito in uno stallo politico. In crisi di strategia dopo il naufragio del compromesso storico, il Pci imprime una svolta anche sulla vicenda Moro. Con una mozione presentata il 9 maggio 1984 alla Camera e al Senato prende le distanze dalla relazione di maggioranza che aveva appoggiato l’anno precedente in chiusura dei lavori della prima commissione d’inchiesta parlamentare sul rapimento Moro, e dal primo processo in corte d’assise che si era concluso nel 1983. La stampa del partito e i suoi intellettuali si mobilitano per produrre da quel momento una intensa letteratura che darà vita a categorie come quella di «doppio Stato», «Stato parallelo» anche sulla scia di un precedente lavoro sui «poteri invisibili» di Bobbio. Nasce la stagione del complottismo. Il nodo storico-politico che tormenta il Pci è dimostrare che la vita di Moro non venne sacrificata in nome della ragion di Stato, cioè di una linea di fermezza che avrebbe precluso ogni possibilità di trattativa con le Br. Il Pci tenta di tirarsi fuori dalla responsabilità di aver contribuito, sacrificando Moro, alla disfatta della propria strategia. Una consapevolezza che spinge i dirigenti di Botteghe oscure ad avviare la lunga stagione vittimista e recriminatoria della dietrologia: la neolingua del complotto. Un paradigma consolatorio che ha creato una vera malattia del pensiero.

8. Non ti sembra che in questa epoca di teoria debole c’è spesso confusione tra esercizio della critica e letture complottiste della realtà.
L’idea che la realtà sia qualcosa su cui si deve gettare luce perché dominata dall’ombra e dall’invisibile, è divenuto il nuovo modo di giustificare una sorta di contronarrazione che si pretende autonoma, libera e indipendente dai «poteri».È sconcertante questa idea di un passato fatto di misteri e segreti anziché di processi, rotture, trasformazioni: uno schema cognitivo che riporta all’epoca dell’inquisizione, ai paradigmi interpretativi che i frati domenicani impiegavano individuando il disegno del maligno nei fenomeni incompresi o inaspettati che la società presentava. L’idea che il mondo sia più comprensibile se visto dal buco della serratura di un ufficio dei servizi segreti piuttosto che dai tumulti che attraversano le strade, i luoghi di lavoro, lì dove scorre la vita e si tessono e scontrano le relazioni sociali, economiche e politiche, è il segno tragico di una malattia della conoscenza. Una sorta di incapacità ontologica che impedisce di accettare non solo la possibilità ma la pensabilità stessa che dei gruppi sociali, siano essi grandi o piccoli, possano aver concepito e tentato di mettere in pratica una via rivoluzionaria. La dietrologia, il cospirazionismo hanno come essenza filosofica il negazionismo della capacità del soggetto di agire, pensare in piena autonomia. Il complottismo è un nuovo instrumentum regni che favorisce una visione delle cose perfettamente congeniale alla perpetuazione degli assetti di potere del capitalismo attuale. Attraverso la dietrologia si vuole veicolare l’idea che dietro ogni ribellione non c’è l’agire sociale e politico di gruppi umani ma solo un inganno, una forma di captazione, uno stratagemma del potere.

* Su questi argomenti si vedano le pubblicazioni di DeriveApprodi:
Sergio Bianchi e Raffaella Perna (a cura di), Le polaroid di Moro, 2012
Andrea Casazza, Gli imprendibili. Storia della colonna simbolo delle Brigate rosse, 2013
Marco Clementi, Paolo Persichetti, Elisa Santalena, Brigate rosse. Dalle fabbriche alla «campagna di primavera», 2017
Barbara Balzerani, Perché io perché non tu, 2009
Barbara Balzerani, Compagna luna, 2013
Salvatore Ricciardi, Maelstrom, 2011

 

 

 

Il sequestro Moro, tra storia e fake news: intervista a Paolo Persichetti

INTERVISTA | di Cristiana Pugliese – RADIO – 20:05 Durata: 37 min 9 sec 12 novembre 2020

Clicca qui per ascoltare l’intervista

Conferenza stampa della Commissione Moro 2 – 14 dicembre 2017

Paolo Persichetti, giornalista , scrittore e coautore di “Brigate Rosse.
Dalle fabbriche alla ‘Campagna di primavera’”.
Vol I (DeriveApprodi)
“Il sequestro Moro, tra storia e fake news: intervista a Paolo Persichetti” realizzata da Cristiana Pugliese con Paolo Persichetti (giornalista e scrittore).
L’intervista è stata registrata giovedì 12 novembre 2020 alle ore 20:05.
Nel corso dell’intervista sono stati discussi i seguenti temi: Brigate Rosse, Cultura, Dc, Fioroni, Giustizia, Grassi, Informazione, Kraatz, Libro, Moro, Parlamento, Politica, Rapimenti, Storia, Terrorismo.
La registrazione audio ha una durata di 37 minuti.

Caro Grassi perché dici tante balle sul delitto Moro?

Paolo Persichetti
Il Riformista 13 novembre 2020

Gero Grassi, l’ex membro della seconda commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento e l’uccisione di Aldo Moro che ha chiuso i battenti nella passata legislatura, è incappato in una nuova querela dopo quella promossa da una coppia di coniugi indicati come i veri carcerieri di Moro nella loro abitazione di via dei Massimi 91, a Roma. A denunciarlo, stavolta è stata la giornalista Birgit Kraatz, corrispondente in Italia per oltre trent’anni delle più importanti testate giornalistiche tedesche.
Nella denuncia per «diffamazione aggravata a mezzo stampa e internet» e per altri reati che la procura potrebbe ulteriormente individuare, la giornalista contesta a l’ex parlamentare di aver sostenuto in più occasioni la sua appartenenza al «gruppo eversivo tedesco denominato 2 giugno, noto specialmente in Germania per avere compiuto negli anni 70 atti di terrorismo», insinuando che nel 1978, quando la giornalista abitava a Roma, sempre in via Massimi 91, avrebbe fiancheggiato «l’attività delle Brigate Rosse durante la prigionia dell’onorevole Aldo Moro», consentendo a Franco Piperno, suo amico, di controllare dalle finestre della sua abitazione l’arrivo nel garage della palazzina del commando brigatista con l’ostaggio.
Affermazioni ribadite con ampio risalto in alcune pagine del volume (pp. 143 e 159) Aldo Moro: la verità negata, terza edizione, che Gero Grassi ha pubblicato nel dicembre 2019 col patrocinio della Regione Puglia (scaricabile gratuitamente anche dal suo sito: http://www.gerograssi.it). Un racconto grossolanamente falso e inverosimile, protesta la Kraatz che riassume la sua esperienza lavorativa ricordando di essere arrivata in Italia nel 1968 come corrispondente del settimanale Die Weltwoche; di aver successivamente lavorato per la Zdf (il secondo canale della televisione tedesca), nel 1976 per Stern e dal 1980 fino al 1990 per Der Spiegel. In seguito ha collaborato con Rai 3 in occasione del processo politico di riunificazione tedesca. Iscritta alla Spd dal 1974, la Kraatz ha di fatto ha curato i rapporti della socialdemocrazia tedesca con la sinistra italiana, in modo particolare col Pci, intervistando nel 1976 Enrico Berlinguer (è citata nella biografia scritta da Chiara Valentini). Ha pubblicato per Editori riuniti un libro intervista col premier e capo della socialdemocrazia tedesca fautore della Ostpolitik, Willy Brandt, Non siamo nati eroi.
Nel corso della sua carriera ha intervistato Helmut Schmidt, Theo Waigel, Oskar Lafontaine e l’intero establishment della politica, della economia e della cultura italiana. Insomma una professionista affermata e molto conosciuta nei circoli della stampa e del mondo politico romano, compagna di Lucio Magri da cui ha avuto una figlia nel 1974. Nella denuncia, Birgit Kraatz precisa anche di «aver sempre abitato da sola in via dei Massimi 91, con la figlia Jessica, all’epoca di 4 anni, e la governante che accudiva la bambina quando era fuori per lavoro», sottolinea inoltre che all’epoca del sequestro Moro «non aveva alcun rapporto sentimentale con il prof. Franco Piperno che aveva conosciuto anni prima durante una intervista». In una intervista a Radio radicale del 22 ottobre scorso, Gero Grassi ha tentato una disperata difesa sostenendo di essersi limitato a riportare quanto sostenuto nella terza relazione della commissione, approvata dalla camera il 13 dicembre 2017 e dunque di non avere colpa se quanto vi era sostenuto non risponde al vero. Un tentativo di trincerarsi dietro l’immunità che protegge i lavori della commissione parlamentare. In realtà, le contestazioni mosse all’ex parlamentare dalla signora Kraatz fanno riferimento ad affermazioni e testi successivi alla decadenza del mandato parlamentare, ma soprattutto reiterate quando ormai era nota e comprovata la loro infondatezza.
Nella querela Birgit Kraatz elenca i ripetuti tentativi fatti per informare il presidente della commissione Fioroni dell’errore commesso e chiedere la dovuta rettifica. Avuta notizia di quanto veniva affermato nei suoi confronti in alcune pagine della terza ed ultima relazione della commissione, il 22 febbraio 2018 Birgit Kraatz inviava una prima raccomandata al presidente Fioroni nella quale ricordava tra l’altro che dalle finestre della sua abitazione «l’entrata del garage di via dei Massimi 91 non era né visibile né raggiungibile, come sarebbe stato facile verificare con un semplice sopralluogo». La raccomandata non riceveva risposta. Il 26 aprile 2018 sul quotidiano il Dubbio appariva una intervista a Franco Piperno nella quale erano presenti numerose informazioni che smentivano le affermazioni della Commissione. Il 4 ottobre successivo in una dichiarazione fatta al Senato durante la presentazione del suo libro, Moro, il caso non è chiuso. La verità non detta, Giuseppe Fioroni spiegava che ad agosto 2018 era pervenuta una nuova informativa che escludeva il coinvolgimento della Kraatz nell’organizzazione 2 giugno. L’Ansa del giorno successivo ne riprendeva le parole. Il 18 ottobre 2018 gli avvocati di Birgit Kraatz inviavano una seconda raccomandata al presidente Fioroni contenente un documento della Bundeskriminalamt (Ufficio federale della polizia criminale). La più alta autorità pubblica tedesca in materia di polizia affermava che la signora Kraatz: «non ha mai avuto contati o altro legame col gruppo “2 Giugno che vadano aldilà dell’attinenza del lavoro giornalistico allora svolto sull’argomento di sinistra in Germania e in Italia». I legali chiedevano anche di correggere i passi errati della relazione riferiti alla Kraatz e di far cancellare i medesimi passaggi dai motori di ricerca di Internet.
Nonostante queste importanti rettifiche Gero Grassi rilanciava le sue accuse contro Birgit Kraatz nella terza edizione del suo libro su Moro, accuse che ribadita anche in una intervista all’Agi del 5 marzo 2020. Nel frattempo nessuna richiesta di scuse o gesto di cortesia perveniva alla signora Kraatz da parte dell’ex presidente della Commissione Moro 2. Al contrario, lo scorso 16 ottobre presso la biblioteca e archivio storico del Senato, in occasione della presentazione del libro di Gero Grassi oggetto della querela, Giuseppe Fioroni invece di correggere l’errore sulla Kraatz ribadiva che in via dei Massimi 91 «c’era di tutto e di più… c’era qualche fiancheggiatrice della 2 giugno».

Ennesima querela contro Gero Grassi per le sue falsità sul sequestro Moro

Per l’ex parlamentare Gero Grassi il sequestro Moro sta diventando una vera iattura. L’ex membro della seconda commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, che ha chiuso i battenti nella passata legislatura, è incappato in una nuova querela (vedi qui la prima). A denunciarlo stavolta è stata la giornalista Birgit Kraatz, corrispondente in Italia per oltre trent’anni delle più importanti testate giornalistiche tedesche. Nella denuncia per «diffamazione aggravata a mezzo stampa e internet» e per altri reati che la procura potrebbe ulteriormente individuare, la giornalista contesta a Gero Grassi di aver sostenuto in più occasioni la sua appartenenza al «gruppo eversivo tedesco denominato 2 giugno, noto specialmente in Germania per avere compiuto negli anni 70 atti di terrorismo», insinuando che nel 1978, quando la giornalista abitava a Roma, in Via Massimi 91, avrebbe fiancheggiato «l’attività delle Brigate Rosse durante la prigionia dell’onorevole Aldo Moro». Tale affermazione, precisa ulteriormente la giornalista nella sua denuncia, viene poi ribadita da Grassi con ampio risalto in alcune pagine del volume (pp. 143 e 159) «Aldo Moro la verità negata, terza edizione, edito nel 2019 col patrocinio della Regione Puglia e dell’Anci, da Pegaus Edizioni (scaricabile gratuitamente anche dal suo sito: http://www.gerograssi.it), nelle quali si riferisce la vicinanza della Kraatz «ai terroristi tedeschi», la sua appartenenza al gruppo 2 giugno e si afferma che dalle finestre della sua casa «Franco Piperno avrebbe da lì osservato i movimenti di Moro e della sua scorta». Come se non bastasse, più avanti – scrive sempre la giornalista – «sono stata descritta come membro della Raf (organizzazione terroristica analoga alle Brigate rosse) avente ruolo di probabile appoggio logistico nelle vicende relative al tragico sequestro» (p.159 e 160).
Un racconto grossolanamente falso e inverosimile, protesta la Kraatz che nella querela riassume la sua esperienza lavorativa e di vita in Italia ricordando di essere arrivata nel 1968 come corrispondente del settimanale Die Weltwoche; di aver successivamente lavorato per la Zdf (il secondo canale della televisione tedesca) e poi, nel 1976, di essere divenuta capo della redazione romana di Stern e dal 1980 fino al 1990 di aver assunto la stessa posizione per Der Spiegel. In seguito, racconta ancora la donna, «ho collaborato come corrispondente diplomatico per Rai 3 in occasione del processo politico di riunificazione tedesca, effettuando varie interviste e reportage». Iscritta alla Spd dal 1974 – come si può facilmente leggere nella bio presente su Wikipedia – la Kraatz ha di fatto ha curato i rapporti della socialdemocrazia tedesca con la sinistra italiana, in modo particolare col Pci, intervistando nel 1976 lo stesso segretario nazionale Enrico Berlinguer (è citata persino nella biografia scritta da Chiara Valentini). Ha pubblicato per Editori riuniti un libro intervista col premier e capo della socialdemocrazia tedesca fautore della Ostpolitik, Willy Brandt, Non siamo nati eroi. Nel corso della sua carriera ha intervistato anche Helmut Schmidt, Theo Waigel, Oskar Lafontaine. Per la sua attività lavorativa gli sono stati riconosciuti alcuni premi giornalistici, come il Premiolino nel 1974 e il Città di Roma. Insomma una professionista affermata e molto conosciuta nei circoli della stampa e del mondo politico romano, compagna di Lucio Magri da cui ha avuto una figlia nel 1974. Nella denuncia, Birgit Kraatz precisa anche di «aver sempre abitato da sola in via dei Massimi 91, con la figlia Jessica, all’epoca di 4 anni, e la governante che accudiva la bambina quando era fuori per lavoro», sottolinea inoltre che all’epoca del sequestro Moro «non aveva alcun rapporto sentimentale con il prof. Franco Piperno che aveva conosciuto anni prima durante una intervista». Circostanza che aveva già riferito ai consulenti della commissione presieduta da Giuseppe Fioroni, il magistrato Guido Salvini e il tenente colonnello dei carabinieri Massimo Giraudo, che l’avevano ascoltata in una caserma dei carabinieri il 20 febbraio 2017. Dichiarazioni riprese a pagina 261 del testo della terza relazione della Commissione: «La stessa Kraatz ha ricordato la sua relazione con il Piperno, ma ha escluso che si trattenesse nel condominio».

L’impossibile difesa di Gero Grassi
In una intervista a Radio radicale del 22 ottobre scorso (ascolta qui), Gero Grassi ha tentato una disperata difesa sostenendo di essersi soltanto limitato a riportare quanto sostenuto nella terza relazione della commissione, approvata dalla camera il 13 dicembre 2017 (in commissione era passata col voto contrario di Fabio Lavagno
ascolta qui la sua intervista) e dunque di non avere colpa se quanto vi era sostenuto, sulla scorta del lavoro prodotto dai suoi consulenti, non risponde al vero. Un tentativo di trincerarsi dietro l’immunità che protegge i lavori della commissione parlamentare. In realtà, le contestazioni mosse all’ex parlamentare dalla signora Kraatz fanno riferimento ad affermazioni e testi successivi alla decadenza del mandato parlamentare, ma soprattutto reiterate quando ormai era nota e comprovata la loro infondatezza. Già il 26 aprile 2018, sul quotidiano il Dubbio era apparsa una intervista a Franco Piperno nella quale erano presenti numerose informazioni che smentivano le affermazioni della Commissione. Il 4 ottobre successivo, in una dichiarazione fatta al Senato durante la presentazione del suo libro sui lavori della commissione da lui presieduta Giuseppe Fioroni spiegava dopo le insistenze di alcuni giornalisti che ad agosto 2018 era pervenuta una nuova informativa che smentiva il coinvolgimento della Kraatz nell’organizzazione 2 giugno. L’Ansa del giorno successivo riprendeva le sue parole: «Sull’adesione di Birgit Kraatz all’organizzazione estremista tedesca del ‘2 Giugno’, “ci sono degli atti che lo dicono e che noi abbiamo ereditato, ma c’è anche un documento di due mesi fa che dice che lei non c’entra niente“». In difficoltà per la micidiale bufala scolpita ad memoriam nella relazione della commissione, Fioroni balbettava che «il riferimento alla giornalista era per il rapporto avuto con Piperno (“assolutamente legittimo”, secondo Fioroni) e in primis per l’eventuale presenza di Piperno nel palazzo romano. “A noi interessa solo per le relazioni sentimentali che aveva – ha concluso l’ex deputato – abbiamo inserito lei nel testo solamente per dimostrare che c’era Piperno che frequentava quella casa. Poi se era dell’organizzazione del 2 giugno o altro, a me non serviva a niente”»1. Nonostante questa importante rettificata che avrebbe dovuto metterlo sull’avviso, indurlo a maggiore prudenza svolgendo le necessarie verifiche, Gero Grassi dava alle stampe a dicembre e diffondeva spavaldamente su internet la terza edizione del suo libro su Moro, nel quale tirava nuove bordate contro la Kraatz ribadendo la sua promiscuità con la formazione della sinistra armata tedesca e la sua complicità logistica col sequestro di Aldo Moro. In una successiva intervista all’Agi del 5 marzo 2020,chiamava ancora una volta in causa la donna evocando lo stabile del Vaticano in via dei Massimi 91 «frequentato da Piperno, Faranda e da una terrorista della Raf». Ma non è finita qui!

La verità non detta di Fioroni
Nella querela Birgit Kraatz elenca i ripetuti tentativi fatti per informare il presidente della commissione Fioroni dell’errore commesso e chiedere la dovuta rettifica. Intanto va ricordato che la signora Kraatz, del tutto ignara delle reali ragioni che avevano portato la commissione ad interessarsi della sua persona, si era dimostrata assolutamente collaborativa quando il 20 febbraio del 2017 era stata convocata per essere escussa dai alcuni suoi consulenti che nel porgli le domande restarono evasivi sul nodo essenziale che giustificava il loro interesse nei suoi confronti. Si limitarono a cercare conferma della sua residenza nel 1978 in un appartamento di via dei Massimi 91 e delle sue relazioni con Franco Piperno. Un modo assai strano di accertare la realtà dei fatti che impedì fin da subito alla Kraatz di fornire elementi obiettivi per smontare le grossolane fandonie raccolte sul suo conto. Ricordiamo che la commissione disponeva di poteri giudiziari ed i suoi consulenti erano nella stragrande maggioranza magistrati o ufficiali di polizia giudiziaria, un ruolo che li obbligava al dovere di agire secondo criteri di correttezza giuridica nella escussione dei testi.
Avuta notizia di quanto veniva affermato nei suoi confronti in alcune pagine della terza ed ultima relazione della commissione, il 22 febbraio 2018 Birgit Kraatz inviava una prima raccomandata al presidente Fioroni nella quale ricordava tra l’altro di aver frequentato per il suo lavoro uomini del mondo politico e della cultura, «come La Malfa, Berlinguer, Napolitano, Reichlin, Pertini, Amendola, Craxi, Cossiga, Galloni, Spadolini, Lama, Trentin, Agnelli, de Benedetti, Scalfaro, Scalfari, Fellini, Rosi, Moravia, Eco, a tal punto da essere ricevuta da costoro anche più di una volta per interviste esclusive. Alcune di queste personalità hanno anche frequentato la mia casa». Precisava inoltre che dalle finestre della sua abitazione «l’entrata del garage di via dei Massimi 91 non era né visibile né raggiungibile, come sarebbe stato facile verificare con un semplice sopralluogo».
La raccomandata non riceveva risposta anche perché nel frattempo la commissione aveva concluso i suoi lavori e le camere erano state sciolte in attesa di nuove elezioni politiche indette per il 4 marzo 2018. Il 22 febbraio si era tenuta l’ultima seduta della commissione che aveva deliberato criteri e modalità di pubblicazione degli atti e incaricato una struttura tecnica composta da alcuni ex consulenti di seguire questo lavoro. E’ più che probabile che la raccomandata della signora Kraatz sia giunta a questo ufficio e che l’ex presidente Fioroni ne abbia avuto cognizione. Anche se aveva terminato l’incarico non è pensabile che le relazioni con i suoi ex collaboratori si fossero interrotte, come dimostrano le stesse parole di Fioroni, riprese dall’Ansa del 5 ottobre, su un nuovo documento – giunto nel frattempo – che smentiva l’appartenenza della Kraatz alla “2 giugno”. Certo è che nel suo volume, Moro, il caso non è chiuso. La verità non detta, scritto con la giornalista Maria Antonietta Calabrò, dato alle stampe nell’aprile 2018 (edizioni Lindau), Fioroni mostrando grande scaltrezza evita improvvisamente di definire Birgit Kraatz una esponente del «movimento 2 giugno», parlando di una semplice «giornalista tedesca». Tuttavia l’ex presidente della Commissione Moro 2 – in piena coerenza col sottotitolo del suo volume – evitava di spiegare ai lettori il perché di quella repentina e significativa correzione rispetto a quanto era stato sostenuto nella pagine della relazione, nelle note dei consulenti e nelle numerose dichiarazioni pubbliche rese durante i lavori della commissione.
Il 18 ottobre 2018 gli avvocati di Birgit Kraatz inviavano una seconda raccomandata al presidente Fioroni contenente un documento della Bundeskriminalamt (Ufficio federale della polizia criminale). La più alta autorità pubblica tedesca in materia di polizia affermava che la signora Kraatz: «non ha mai avuto contati o altro legame col gruppo “2 Giugno” che vadano aldilà dell’attinenza del lavoro giornalistico allora svolto sull’argomento di sinistra in Germania e in Italia». I legali chiedevano anche di correggere i passi errati della relazione riferiti alla Kraatz e di far cancellare i medesimi passaggi dai motori di ricerca di Internet. Fioroni ancora una volta taceva: nessuna richiesta di scuse o gesto di cortesia perveniva alla signora Kraatz dall’ex presidente della Commissione Moro 2, nessuna dichiarazione pubblica che correggesse quel grossolano errore, nessun suggerimento a Gero Grassi affiché abbassasse i toni e correggesse le sue affermazioni. L’ex parlamentare Giuseppe Fioroni ha dimostrato fino all’ultimo di sentirsi sollevato da ogni responsabilità politica e morale nei confronti della signora Kraatz, anzi, ancora recentemente, lo scorso 16 ottobre presso la biblioteca e archivio storico del Senato in occasione della presentazione del libro di Gero Grassi oggetto della querela, invece di cogliere l’occasione per correggere l’errore sulla Kraatz ribadiva che in via dei Massimi 91 «c’era di tutto e di più… c’era qualche fiancheggiatrice della 2 giugno» (ascolta qui dopo il minuto 41.10)2.

La commissione Moro 2, ovvero l’officina delle fake news
Il motivo del coinvolgimento della Bundeskriminalamt nel clamoroso errore commesso dalla Commissione Moro 2 sulla giornalista Birgit Kraatz è dovuto al fatto che in una vecchia relazione del 31 luglio 2000, presentata da due parlamentari della destra postfascista, il senatore Alfredo Mantica e il deputato Enzo Fragalà, membri della commissione Stragi presieduta dal senatore Pellegrino, appariva in modo del tutto abusivo il nome di Birgit Kraatz. A seguito di una rogatoria diretta alle autorità tedesche, presentata dal giudice Francesco Amato sui nomi di alcuni esponenti vicini al movimento eversivo 2 giugno, la polizia tedesca inviava in risposta una relazione. Senza alcuna giustificazione comprensibile, l’Ucigos – l’Ufficio centrale della polizia politica destinatario della relazione – riportava il nome di Birgit Kraatz nella lettera che accompagnava il testo della Bundeskriminalamt. Nome che non era presente all’interno del documento della polizia tedesca e che mai più riapparirà. Nella successiva minuta della Digos di Roma, che riceve la documentazione dall’Ucigos e la rigira al magistrato, non vi è infatti più alcuna traccia della Kraatz. Nonostante questa evidente anomalia, i due parlamentari senza svolgere verifiche riportano il nome della donna nella loro relazione, indicandola come una esponente del gruppo “2 giugno”. Alcuni consulenti della commissione Fioroni che lavoravano da tempo sulla palazzina di via dei Massimi 91, ossessionati dall’idea che fosse un luogo chiave del sequestro Moro, scandagliano i materiali digitalizzati delle precedenti commissioni avvalendosi di parole chiave. Intercettano in questo modo il nome della Kraatz incrociandolo con quello delle persone che risiedevano all’epoca nella palazzina dello Ior. Nasce così il grossolano errore: nessuno legge attentamente le carte e si domanda perché il nome della Kraatz sia assente dalla relazione inviata della polizia tedesca ma compaia nella minuta che l’accompagna. Non si svolgono le necessarie verifiche, non si cercano risposte a questa incongruenza, non si fanno approfondimenti su altre fonti di informazione. In poche parole non si utilizza una corretta metodologia. Stupisce anche che autori di indagini giudiziarie che da decenni traversano gli anni 70 non abbiano avuto le capacità di arrivare a comprendere chi fosse veramente Birgit Kraatz, certamente non una personalità sconosciuta. Emerge un modo di lavorare superficiale, viziato dal pregiudizio, orientato unicamente a trovare conferma delle proprie convinzioni, evitando sistematicamente ogni indizio, segnale, o prova che sollevi dei problemi, inceppi o allontani dalla meta prefigurata o peggio smentisca i teoremi precostituiti. Insomma un metodo fallimentare, una gigantesca officina di fake news.

Note
1
Moro: Fioroni, Kraatz non fa parte organizzazione 2 giugno. Su cronista tedesca ex di Piperno. Risulta da atto recente
ROMA (ANSA) – ROMA, 5 OTT – Sull’adesione di Birgit Kraatz all’organizzazione estremista tedesca del ‘2 Giugno’, “ci sono degli atti che lo dicono e che noi abbiamo ereditato, ma c’è anche un documento di due mesi fa che dice che lei non c’entra niente”.
Così Giuseppe Fioroni precisa il riferimento alla giornalista tedesca che fu corrispondente in Italia dal 1968-98 per Spiegel, Stern e Zdf e citata nel libro che l’ex ministro ha scritto sul caso Moro (sulla base del lavoro svolto dalla commissione parlamentare d’inchiesta Moro2, presieduta da Fioroni). La donna ha escluso a più riprese la sua appartenenza al gruppo estremista, contestando quanto scritto, invece, nella relazione della Commissione, in cui viene citata come “già attiva nel movimento estremista 2 giugno e compagna di Franco Piperno”. Un passaggio che nel libro non c’è.
A pagina 123 Kraatz viene nominata perché, all’epoca del rapimento dello statista della Dc, abitava in un palazzo di proprietà dello Ior, in via Massimi a Roma, e lo stesso che ospitò poco dopo Prospero Gallinari, Br, che era nel gruppo che uccise la scorta di Moro. Inoltre, come si legge nel libro, la donna a quel tempo era “legata sentimentalmente a Franco Piperno, il leader di Autonomia operaia”, e “secondo la testimonianza di più condomini – continua il testo – Piperno frequentava l’abitazione della Kraatz che ha confermato alla commissione il suo rapporto d’amore con Piperno, ma ha escluso che si trattenesse nel condominio, anche se vi si recava qualche volta”.
Quindi, come ha chiarito Fioroni alla presentazione del libro ieri al Senato, il riferimento alla giornalista era per il rapporto avuto con Piperno (“assolutamente legittimo”, secondo Fioroni) e in primis per l’eventuale presenza di Piperno nel palazzo romano. “A noi interessa solo per le relazioni sentimentali che aveva – ha concluso l’ex deputato – abbiamo inserito lei nel testo solamente per dimostrare che c’era Piperno che frequentava quella casa. Poi se era dell’organizzazione del 2 giugno o altro, a me non serviva a niente”. (ANSA).
SUA/ S43 QBXL
2.
Venerdì 16 Ottobre 2020, ore 10,30, presentazione del volume di Gero Grassi “Aldo Moro, la verità negata”. Interventi di Gianni Marilotti, Gero Grassi, Giuseppe Fioroni, Luigi Zanda, Stefania Limiti. Coordina: Anthony Muroni. http://webtv.senato.it/webtv_evento?video_evento=120501

Note
1
Moro: Fioroni, Kraatz non fa parte organizzazione 2 giugno. Su cronista tedesca ex di Piperno. Risulta da atto recente
ROMA (ANSA) – ROMA, 5 OTT – Sull’adesione di Birgit Kraatz all’organizzazione estremista tedesca del ‘2 Giugno’, “ci sono degli atti che lo dicono e che noi abbiamo ereditato, ma c’è anche un documento di due mesi fa che dice che lei non c’entra niente”.
Così Giuseppe Fioroni precisa il riferimento alla giornalista tedesca che fu corrispondente in Italia dal 1968-98 per Spiegel, Stern e Zdf e citata nel libro che l’ex ministro ha scritto sul caso Moro (sulla base del lavoro svolto dalla commissione parlamentare d’inchiesta Moro2, presieduta da Fioroni). La donna ha escluso a più riprese la sua appartenenza al gruppo estremista, contestando quanto scritto, invece, nella relazione della Commissione, in cui viene citata come “già attiva nel movimento estremista 2 giugno e compagna di Franco Piperno”. Un passaggio che nel libro non c’è.
A pagina 123 Kraatz viene nominata perché, all’epoca del rapimento dello statista della Dc, abitava in un palazzo di proprietà dello Ior, in via Massimi a Roma, e lo stesso che ospitò poco dopo Prospero Gallinari, Br, che era nel gruppo che uccise la scorta di Moro. Inoltre, come si legge nel libro, la donna a quel tempo era “legata sentimentalmente a Franco Piperno, il leader di Autonomia operaia”, e “secondo la testimonianza di più condomini – continua il testo – Piperno frequentava l’abitazione della Kraatz che ha confermato alla commissione il suo rapporto d’amore con Piperno, ma ha escluso che si trattenesse nel condominio, anche se vi si recava qualche volta”.
Quindi, come ha chiarito Fioroni alla presentazione del libro ieri al Senato, il riferimento alla giornalista era per il rapporto avuto con Piperno (“assolutamente legittimo”, secondo Fioroni) e in primis per l’eventuale presenza di Piperno nel palazzo romano. “A noi interessa solo per le relazioni sentimentali che aveva – ha concluso l’ex deputato – abbiamo inserito lei nel testo solamente per dimostrare che c’era Piperno che frequentava quella casa. Poi se era dell’organizzazione del 2 giugno o altro, a me non serviva a niente”. (ANSA).
SUA/ S43 QBXL
2.
Venerdì 16 Ottobre 2020, ore 10,30, presentazione del volume di Gero Grassi “Aldo Moro, la verità negata”. Interventi di Gianni Marilotti, Gero Grassi, Giuseppe Fioroni, Luigi Zanda, Stefania Limiti. Coordina: Anthony Muroni. http://webtv.senato.it/webtv_evento?video_evento=120501

Altri articoli
La prima querela, https://insorgenze.net/2020/05/17/gero-grassi-querelato-per-le-fake-news-sul-sequestro-moro/


Via Gradoli, comitato anti fake su Moro: 51 storici firmano contro ‘complottismo’

In meno di un mese i firmatari «contro la dietrologia» sul sequestro Moro sono più che raddoppiati. A quei 23 tra storici, ricercatori, studiosi indipendenti e giornalisti che lo scorso 17 agosto avevano reso noto il loro circostanziato dissenso «sulle fantasie di complotto» (in modo particolare sulla vicenda di via Gradoli), si sono aggiunti altri 28 analoghi firmatari e portato a 51 il numero totale (qui il testo della lettera).
L’obiettivo è «spazzare via una volta per tutte la ‘fake news’ che vuole esistente un legame occulto tra il Sisde e le Br»: legame, in realtà, «sempre smentito dalle ricerche storiografiche e dalle risultanze processuali», si spiega nel documento. «L’attività giudiziaria e delle diverse commissioni d’inchiesta ha accertato che Moro non è mai stato tenuto sotto sequestro nei locali di via Gradoli, che fungevano invece da base per due brigatisti, Mario Moretti e Barbara Balzerani», scrivono i firmatari, sottolineando che «l’ultima Commissione Parlamentare d’inchiesta sul caso Moro ha addirittura effettuato un’indagine Dna sui reperti sequestrati nell’appartamento di via Gradoli, constatando l’assenza di tracce genetiche riconducibili ad Aldo Moro».
«Dal punto di vista culturale, e politico, mi sembra che il nostro pacatissimo intervento sia stato un fatto significativo», commenta lo storico Marco Clementi, uno dei primi a sottoscrivere il documento. «È stata una presa di posizione rilevante per molti motivi, mi limito a citarne uno: richiama tutti, ma proprio tutti, a misurarsi con il principio di realtà e per esempio con la cronologia dei fatti. In breve, è la rivincita del punto di vista storico sulle dietrologie raffazzonate che hanno mistificato le narrazioni successive al sequestro».
I firmatari sono storici universitari, ricercatori indipendenti, giornalisti dedicati al tema. Molti tra loro hanno pubblicato saggi di ricostruzione sulla lotta armata e più in generale sui bellicosi anni Settanta. E ci sono anche studiosi stranieri, come Richard Drake, professore di storia alla University of Montana, autore di “Il caso Aldo Moro” (Tropea). Da segnalare le firme di Monica Galfrè e Massimo Scavino e di autori come Aldo Grandi e Massimiliano Griner, mentre si preannunciano altre firme che potrebbero ulteriormente ampliare il numero.
«Tanto da rendere esplicito – spiega Matteo Albanese, ricercatore presso l’università di Padova – un bisogno ormai diffuso: quello di processare criticamente le tante congetture, amplificate da molta e disattenta stampa come verità acquisite. Vere e proprie fake news, diciamolo. Stiamo ragionando sull’opportunità di intervenire più spesso, se e quando necessario».

Ai precedenti 23 firmatari (Matteo Antonio Albanese, Gianremo Armeni, Andrea Brazzoduro, Frank Cimini, Marco Clementi, Andrea Colombo, Silvia De Bernardinis, Christian De Vito, Italo Di Sabato, Eros Francescangeli, Mario Gamba, Marco Grispigni, Davide F. Jabes, Nicola Lofoco, Carla Mosca, Paolo Persichetti, Giovanni Pietrangeli, Francesco Pota, Nicola Rao, Ilenia Rossini, Elisa Santalena, Vladimiro Satta, Giuliano Spazzali, Davide Steccanella, Ugo Maria Tassinari) si sono aggiunti altri 27 tra storici e ricercatori.

Ecco i nuovi firmatari: Luca Alteri, Sapienza Università di Roma e Istituto di Studi Politici “S. Pio V”. Sociologo, studia la questione urbana e la partecipazione politica non convenzionale; Alessandro Barile, ricercatore in Storia contemporanea, Sapienza università di Roma; redazione Zapruder; Mario Ayala, storico, professore associato Universidad Nacional de Tierra del Fuego, Antártida e Islas del Atlántico Sur; Chantal Castiglione, scrittrice e studiosa dei movimenti sociali; Francesco Catastini, ricercatore all’Università di Padova; Fabio de Nardis, professore associato di sociologia dei fenomeni politici, Università di Foggia e Università del Salento; Paolo De Nardis, ordinario di Sociologia presso Sapienza Università di Roma, dirige l’Istituto di Studi Politici “S. Pio V”; Monica Galfrè, professore associato di Storia contemporanea, Università di Firenze; Aldo Grandi, giornalista e saggista; Massimiliano Griner, storico, sceneggiatore, autore televisivo e radiofonico; Guillaume Guidon, dottore in Storia Contemporanea all’Université Grenoble Alpes e ricercatore indipendente; Antonio Lenzi, PhD in storia dei partiti e dei movimenti politici, Università di Urbino; Ottone Ovidi, ricercatore presso l’università Paris 10 Nanterre, fa parte della redazione di “Storie in movimento/Zapruder”; Alberto Pantaloni, storico, editor della collana storica di DeriveApprodi; Francesco Pota, ricercatore, redazione “Storie in movimento/Zapruder”; Alberto Prunetti, scrittore e traduttore; Tommaso Rebora, dottorando in Studi storici dal Medioevo all’età contemporanea, Università degli studi di Teramo; Susanna Roitman ricercatrice e docente dell’Universidad Nacional de Villa María, Argentina e direttrice dell’Osservatorio sul lavoro e conflitti di Cordoba; Marco Scavino, ricercatore di Storia contemporanea presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino; Chiara Stagno, dottoranda in storia all’università Orientale di Napoli.

Dietrologie e complottismi sono la versione aggiornata del nuovo negazionismo storiografico

In un articolo apparso sul manifesto del 9 settembre 2020, Marco Rovelli, sostiene che vi sia una fondamentale differenza nella cultura del sospetto che anima gli attuali negazionismi complottisti sul covid, no vax ecc… e la cosiddetta «controinformazione applicata su piani spazio temporali specifici»: strategia della tensione, rapimento Moro, trattativa Stato-mafia (leggi qui).
In realtà esistono decisive affinità tra i due modelli di negazionismo: il primo scientifico, l’altro storiografico. Il dispositivo cognitivo è lo stesso e le tecniche narrative analoghe: false correlazioni, approssimazioni, de relato di pentiti spesso attribuiti a defunti, spregio della cronologia e molto altro condito da un approccio paranoico che rifugge ogni confutazione. La questione per altro è stata paradossalmente posta proprio al manifesto da un gruppo di storici e ricercatori per quanto era stato scritto sui rapporti tra Br-Sisde in via Gradoli su alcuni articoli apparsi il 2 agosto 2020 (leggi qui e qui) in occasione del quarantennale della strage di Bologna (La lettera degli storici e ricercatori contro fake news, dietrologie e complotti nella vicenda Moro)
In passato mi è capitato di sostenere che si tratta del confronto tra due paradigmi contrapposti: uno galileiano e l’altro orweliano. Dietro la pretesa di svolgere «controinformazione» c’è in realtà un processo cognitivo che ha introiettato una sorta di culto ossessivo dei poteri occulti, dei poteri invisibili. Si tratta di una degenerazione delle vecchie teorie delle élites, che almeno avevano un fondamento nelle matrici sociali ed economiche di società oligarchiche. L’idea che la realtà sia qualcosa su cui si deve gettare luce perché dominata dall’ombra e dall’invisibile, dal nascosto fino all’esoterico, piuttosto che tentare di andare alla radice, scavare, scarnificare, approfondire, scendere al fondo delle cose, fare l’anatomia della società, come scriveva Marx, non l’alchimia, è divenuto il nuovo modo di giustificare una sorta di contronarrazione che si pretende autonoma, libera e indipendente dai «poteri». Una visione che ricorda terribilmente le narrazioni reazionarie elaborate contro gli scossoni della modernità politica, e che vide nell’abbé Augustin Barruel un capostipite, con le sue «memorie per la storia del giacobinismo», ridotto ad una cospirazione della setta degli Illuminati di Baviera.
E’ sconcertante questa idea di un passato fatto di misteri e segreti anziché di processi, rotture, trasformazioni: uno schema cognitivo che riporta all’epoca dell’inquisizione, ai paradigmi interpretativi che i frati domenicani impiegavano individuando il disegno del maligno nei fenomeni incompresi o inaspettati che la società presentava.
L’ idea che il mondo sia più comprensibile se visto dal buco della serratura di un ufficio dei servizi segreti piuttosto che dai tumulti che attraversano le strade, i luoghi di lavoro, lì dove scorre la vita e si tessono e scontrano le relazioni sociali, economiche e politiche, è il segno tragico di una malattia della conoscenza. Che la comprensione della società, del mondo, della storia, si risolva con una risalita verso l’alto, ricostruendo l’ordito della cospirazione, quell’apice dove i burattinai tirano i fili, regolano i giochi, è divenuta una forma di pensiero povero, di semplificazione consolatoria. Un nuovo instrumentum regni che favorisce una visione delle cose perfettamente congeniale alla perpetuazione dei poteri mai rimessi in discussione, del capitalismo attuale che con le dietrologie vuole insegnarci che ribellarsi, non solo non è mai stato giusto, anzi è stato sempre sbagliato perché non è mai servito a nulla conducendo inevitabilmente alla sconfitta, ma che – in realtà – dietro ogni ribellione non c’è genuinità, sincerità, ma solo un inganno, una forma di captazione, uno stratagemma del potere.

Gero Grassi querelato per le fake news sul sequestro Moro

Grassi scuole

Gero Grassi intrattiene una platea di sventurati studenti dell’IISS “Da Vnci – Majorana” di Mola di Bari. Esprimiamo loro tutta la nostra solidarietà!

L’ex parlamentare Gero Grassi, già vicepresidente del partito democratico alla Camera e membro della commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento e l’uccisione di Aldo Moro nella passata legislatura, acceso sostenitore delle più strampalate ipotesi dietrologie sul sequestro Moro, è stato querelato per aver sostenuto che il presidente democristiano non fu nascosto, come accertato in sede giudiziaria e storiografica, nella base brigatista di via Montalcini 8, nel quartiere romano di Portuense, ma in un’abitazione situata in via dei Massimi 91, nella zona della Balduina, non lontano da via Fani, dove la mattina del 16 marzo 1978 lo statista democristiano venne rapito e la sua scorta annientata.
La querela sarebbe stata promossa da una coppia di coniugi residenti all’epoca nell’appartamento indicato da Grassi come la prigione di Moro. A darne notizia, lo scorso 8 maggio, è stato il Corriere della sera che ha riferito anche il nome del legale, l’avvocato Michele Gentiloni Silveri, incaricato dalla coppia di procedere per diffamazione e denuncia di «eventuali altri reati relativi alla divulgazione del segreto».

La resa dei conti
Forse è iniziata l’epoca della resa dei conti sulle tante fandonie, invenzioni, falsità e intossicazioni che hanno inquinato la storia del rapimento Moro. Una stratificazione di menzogne, depistaggi diffusi inizialmente da quelle forze politiche che durante il sequestro hanno prima disprezzato il comportamento del prigioniero, ignorato le sue richieste, negato l’autenticità dei suoi scritti chiamando in causa inesistenti torture, sevizie e manipolazioni (si legga in proposito il saggio definitivo di Michele De Sivio in Il Memoriale di Aldo Moro, 1978, edizione critica, Direzione Generale degli Archivi, De Luca Editori D’Arte, 2019, pp. 17-56) e dopo la sua morte hanno vigliaccamente cercato con tutti i mezzi possibili di scaricare altrove la responsabilità delle loro scelte politiche. Un atteggiamento da cui ha preso forma una narrazione dietrologica e complottista del sequestro che nel corso dei decenni successivi, ignorando ed osteggiando le nuove acquisizioni giudiziarie e storiografiche, coniugandosi con rinnovati interessi politici che hanno fatto del sequestro un caso a sé, un terreno di resa dei conti tra forze politiche, è divenuta un fiume in piena esondato in mille rivoli senza un approdo significativo, generando un panorama di conoscenze malarico, una memoria malsana, una palude storiografica infestata. In questo acquitrino insalubre hanno trovato la loro ragion d’essere una pletora di cialtroni, un circo Barnum di pagliacci e mitomani dietro cui si celano figure senza scrupoli.

Che cosa aveva detto Grassi?
In una intervista diffusa dall’Agi il 5 marzo 2020, dal titolo «Moro: 16/3 strage via Fani, Grassi “prigione fu in via Massimi”», l’ex membro della commissione presieduta da Giuseppe Fioroni, aveva sostenuto:
«la prigione di Moro non fu in via Montalcini, ma in via dei Massimi 91, uno stabile del Vaticano, in cui si trovavano la garçonnière del piduista monsignor Marcinkus (statunitense ed ex Presidente dello Ior), la Tumco (società vicino alla Cia) e due ex coniugi, all’epoca ventiseienni, che ospitarono tra l’altro Prospero Gallinari tra l’ottobre e il dicembre del 1978. Lo stabile, che aveva anche un accesso diretto al garage, era inoltre frequentato da Piperno, Faranda e da una terrorista della Raf. Via Massimi si trova a circa 1,5 km dal luogo dell’eccidio di va Fani. Io penso – prosegue Grassi – che questi de ex coniugi possano essere stati i veri carcerieri di Moro. Erano entrambi italiani e romani. Lei era figlia di un importante dirigente ai vertici di un ente nazionale pubblico nel settore della ricerca. Lui di estrazione popolare, era un ufficiale dell’Aeronautica, con il patentino Nos, quindi abilitato ad accedere alle carte della Nato. Entrambi gli ex coniugi frequentavano ambienti della sinistra extraparlamentare. Lei giustificò di aver ottenuto la locazione dell’appartamento in via dei Massimi 91 con un fitto mensile simbolico, grazie alle conoscenze di suo padre».
Nell’intervista appena citata Grassi rende esplicito un retropensiero già contenuto nelle ricostruzioni fatte in un suo volume pubblicato nel 2019 ed ispirato ai lavori della commissione Moro 2. Senza fornire nuovi elementi che giustificassero siffatte conclusioni, accusa la coppia di giovani affittuari di avere tenuto in custodia Moro nella loro abitazione, ed aggiunge altre clamorose affermazioni, come la presenza nello stabile di via dei Massimi 91 di una donna descritta come una «terrorista della Raf», nonché di Franco Piperno e Adriana Faranda.

Dalla verità negata alle bugie conclamate
In una pubblicazione dal titolo Aldo Moro, la verità negata, edita nel 2019 con i finanziamenti del Consiglio regionale della Puglia (soldi pubblici), all’interno di una linea editoriale denominata «Leggi la Puglia», numero 7,(1) Gero Grassi si era soffermato sulla deposizione della coppia che davanti alla commissione Moro 2 aveva rivelato, in seduta segreta, di aver offerto ospitalità nell’autunno del 1978, per alcune settimane a cavallo dei mesi di novembre e dicembre, circa sei mesi dopo il sequestro del presidente del Consiglio nazionale della Dc, ad una persona dall’identità a loro sconosciuta, dai modi molto distinti e riservati che usciva presto al mattino e rientrava solo la sera. I due solo successivamente si resero conto, dalle immagini apparse in Tv, che si trattava di Prospero Gallinari, in quel momento dirigente della colonna romana:

«In Commissione interroghiamo, in modo segreto2, una signora che racconta di aver ospitato, a casa sua, nei mesi di novembre e dicembre 1978, il latitante Prospero Gallinari, senza conoscere l’identità. La signora, all’epoca ventiseienne, è la moglie di un ufficiale dell’areonautica, in possesso del Nulla Osta di Sicurezza Nato che rilascia il SISMI. Il marito afferma che, poiché lui era conosciuto da Norma Andriani, Morucci e Gallinari sapevano la sua professione3. La signora dichiara che la richiesta di ospitare una persona le arriva da Norma Andriani e Adriana Faranda, mentre al marito analoga richiesta giunge da Valerio Morucci. I coniugi non sanno chi è la persona da ospitare, ma hanno capito che è coinvolta nel caso Moro e che si tratta di un brigatista. La richiesta le è fatta perché con il marito ha sempre gravitato nei gruppi degli extraparlamentari di sinistra dell’Università di Roma e conosce tanti militanti vicini al terrorismo. Dopo circa due mesi la signora ha paura e convince il marito a far sì che l’ospite vada via. Gli porta un borsone pesantissimo, in tram, in una piazza romana e non lo rivede più. In seguito tramite la televisione riconosce la identità. I coniugi abitano in via Massimi, 91 in una palazzina il cui accesso avviene direttamente anche dal garage. A via Massimi, 91 abita anche Birgit Kraatz, compagna di Piperno e vicina ai terroristi tedeschi»4.

Come Grassi stesso riconosce, i due non appartenevano alle Br ma facevano parte di un’area politica di “movimento”, che per storie di militanza e amicizia comune era contigua o si trovava ad avere relazioni con persone che erano entrate a far parte della Brigate rosse. Si trattava di una situazione molto diffusa in quegli anni. La donna, in particolare, aveva militato nel movimento femminista, frequentando la sede romana di via del Governo vecchio insieme a Norma Andriani. La posizione dei due coniugi viene così riassunta nella terza relazione della commissione Moro 2:

«Le due persone in oggetto partecipavano, in vario modo, alla mobilitazione che caratterizzò molti ambienti della sinistra extraparlamentare nel periodo del sequestro Moro. In particolare, dal complesso delle escussioni e audizioni svolte, è risultato che la donna, con trascorsi nel femminismo militante e attiva nel collettivo di via del Governo Vecchio, strinse una relazione piuttosto stretta con una brigatista della colonna romana, Norma Andriani, e forse col compagno di quest’ultima, Carlo Brogi, mentre l’uomo, anche se appartenente alle Forze armate, frequentava ambienti extraparlamentari. Questo rapporto indusse la Andriani a proporre di ospitare un compagno, che – secondo quanto dichiarato dagli interessati – solo successivamente i due identificarono in Prospero Gallinari. Fu dunque procurato un appuntamento alla donna con Adriana Faranda, mentre l’uomo, nel rispetto delle regole di compartimentazione della clandestinità, si incontrava separatamente con Valerio Morucci. Ad entrambi, fu richiesto supporto logistico al fine di ospitare il brigatista rosso ricercato, dopo che Faranda e Morucci li ebbero sottoposti a una valutazione politica simile a quella in uso per il reclutamento di militanti irregolari. In una prima fase ci fu un impegno a ricercare un alloggio per Gallinari, ma poi si ritenne preferibile ospitarlo in via Massimi 91, dove Gallinari rimase per alcuni mesi dell’autunno 1978, prima di un successivo trasferimento avvenuto prima del Natale di quell’anno. I due testimoni non hanno fornito molte indicazioni sul periodo in cui Gallinari stette a casa loro. è emerso che furono custodite armi in cantina e che fu fornito supporto al brigatista nel trasporto di una borsa, verosimilmente contenente armi, che fu data a una persona a piazza Madonna del Cenacolo. Stando alle dichiarazioni degli interessati, la crescita della pressione e l’insorgere di timori indussero a chiedere a Gallinari di trovare un altro rifugio5.

Prima della affermazioni di Grassi del 5 marzo 2020, mai l’ipotesi che in via dei Massimi vi fosse stata la prigione (o una delle prigioni) di Moro durante il sequestro, su cui ha lavorato inutilmente la commissione Moro 2 producendo una quantità impressionante di congetture e fantasie, aveva preso in considerazione un ruolo dei due coniugi, puntando ad altre location presenti nell’immobile. Non a caso nel libro Aldo Moro, la verità negata, Grassi cita, stavolta per extenso, il nome della presunta «terrorista della Raf» che avrebbe abitato in via dei Massimi 91: «Birgit Kraatz, compagna di Piperno e vicina ai terroristi tedeschi». L’insistenza sul nome della giornalista tedesca, come vedremo meglio più avanti militante della Spd e corrispondente in Italia dei più importanti quotidiani tedeschi e della stessa Tv nazionale, non è affatto casuale ma trova ragione nelle accuse, da Grassi condivise e ripetute, avanzate nei confronti della donna e di Franco Piperno dalla commissione Moro 2.

Morti che parlano tra loro, le fake news della commissione Moro 2
Nella terza relazione prodotta dalla commissione Moro 2 (che Grassi cita alle pp. 158-163), a Birgit Kraatz, di cui finalmente si cita l’attività professionale, ovvero quella di «giornalista», viene attribuita una ulteriore identità politica: «attiva nel movimento estremista “Due giugno”». Il gruppo “Due giugno” era una formazione della sinistra armata tedesca occidentale, fondato nel 1971 realizzò diverse azioni tra cui l’uccisione del presidente della Corte federale di giustizia Günter von Drenkmann e il rapimento del parlamentare della Cdu, Peter Lorenz.
Secondo la ricostruzione fatta dalla commissione sulla base di una concatenazione di de relato pronunciati da persone defunte: «Si è in particolare riscontrato che in quelle palazzine abitava la giornalista tedesca Birgit Kraatz, già attiva nel movimento estremista ‘Due giugno’ e compagna di Franco Piperno. Secondo la testimonianza di più condomini Piperno frequentava quell’abitazione e, secondo una testimonianza che l’interessato ha dichiarato di aver appreso dal portiere dello stabile, lo stesso Piperno avrebbe da lì osservato i movimenti di Moro e della scorta. La stessa Kraatz ha ricordato la sua relazione con il Piperno, ma ha escluso che si trattenesse nel condominio». La prova di tali significative asserzioni della commissione starebbe nelle racconto fatto ad una testimone dal marito che avrebbe ricevuto, molti anni dopo il sequestro Moro, le confidenze di un altro condomino dell’immobile di via dei Massimi, il generale del Genio Renato D’Ascia, nel frattempo defunto. Secondo queste confidenze, «Nella Palazzina B c’era un covo della Brigate rosse legato al sequestro dello statista e che propio nei giorni dell’eccidio di via Fani ci fu movimento nel garage seminterrato della Palazzina e il covo. Cioè qualcuno era passato dal garage. Posso solo dedurre, non essendo la diretta recettrice della confidenza, che l’ingresso si realizzò a mezzo auto. Purtroppo non sono in grado di dare nessuna indicazione relativa al piano cui si sarebbe situato, ma posso aggiungere che egli disse a mio marito della cittadina tedesca del piano terra, che ricordo chiamarsi Birgitte»6.

Un popolo di scimmie

Immancabile arriva Sergio Flamigni come nella novella di Kipling sul popolo delle scimmie, il quale crede di essere superiore a tutti gli altri popoli della giungla, di possedere tutta l’intelligenza, tutta l’intuizione storica, tutta la sapienza della conoscenza. I dietrologi si accreditano tra loro, come in un gioco di specchi e di echi reciproci, dove il rimbalzo delle parole dell’uno e dell’altro diventa fonte del vero, generando una sorta di circuito autistico totalmente estraneo alla realtà dei fatti e della storia. Nel novembre 2018, il padre del la narrazione complottista sul sequestro Moro, pubblica un nuovo volume, Il quarto uomo del delitto Moro. L’enigma del brigatista Maccari, Kaos edizioni. A pagina 15 del testo riassume quanto scritto nella terza relazione della Commissione Moro 2, con l’intenzione di avvalorarne i contenuti. Non si lascia sfuggire il passaggio nel quale si afferma che la giornalista tedesca Birgit Kraatz era una attivista del movimento estremista “Due giugno” e che dalla sua abitazione «Franco Piperno avrebbe da lì osservato i movimenti di Moro e della scorta». Una novità assoluta, poiché mai prima di quel momento si era letto o saputo che Moro abitualmente transitasse con la sua scorta in via dei Massimi. Nella pagina successiva riferisce il doppio de relato di persone nel frattempo scomparse che abbiamo letto sopra, citando il «generale del Genio militare Renato D’Ascia» che avrebbe riferito della esistenza di una base Br, impiegata durante il sequestro come prigione di Moro, e che nello stesso immobile avrebbe abitato a piano terra una «cittadina tedesca di nome Brigitte». Affermazione tesa a collegare la presunta presenza della base Br con la giornalista tedesca Kraatz. Non contento, a p. 92 da per assodato che le tre auto del commando brigatista con a bordo il presidente Dc appena sequestrato si rifugiarono immediatamente dopo l’assalto di via Fani nel garage delle due palazzine di via dei Massimi 91.

Un contadino in via dei Massimi

Prima della scoperta fatta dalla commissione Moro 2 (l’unica novità positiva prodotta nei suoi tre anni di attività accanto ad una raffica di sonore smentite7), ad accennare in modo estremamente allusivo del passaggio di Prospero Gallinari in via dei Massimi nell’autunno del 1978 era stato Gallinari stesso nel suo libro, Un contadino nella metropoli. A pagina 201 della sua autobiografia, racconta che fu «ospitato da due persone pulite, marito e moglie, che per la loro posizione sociale assicurano una buona copertura». Di quella momentanea collocazione accennò anni dopo ai suoi compagni, ricordando che la presenza di una persona in uniforme (il marito era un ufficiale dell’aeronautica militare) in una casa dove era opsitato era il miglior mezzo di dissuasione nel caso le forze dell’ordine avessero bussato alla porta per un controllo. Il raffronto delle testimonianze fornite da Gallinari e Anna Laura Braghetti (la titolare dell’appartamento di via Montalcini 8, dove fu tenuto Moro in tutti i 55 giorni del sequestro) nei loro libri, consente di ricostruire in dettaglio il contesto e spostamenti avvenuti a conclusione del sequestro8. Il 17 maggio 1978, pochi giorni dopo l’uccisione di Moro e il ritrovamento del corpo in via Caetani, venne scoperta la tipografia brigatista di via Pio Foà. Gli sviluppi di quella indagine, grazie all’impiego della tortura durante l’interrogatorio del tipografo delle Br Enrico Triaca, portarono alla scoperta della base di via Palombini e all’arresto di altri due militanti9. Per non destare sospetti Gallinari e la Braghetti si appoggiarono nel corso della estate in una base estiva situata a santa Marinella, sul litorale nord della Capitale, dove vennero raggiunti anche da Balzerani e Moretti. In settembre Braghetti rientra a Roma per riprendere il lavoro e scopre che la polizia l’aveva cercata con un pretesto in via Montalcini. Una condomina, che la mattina del 9 maggio aveva incontrato la Braghetti nel garage e scorto il frontale della Renault 4 sotto la saracinesca basculante, insospettita dalle immagini televisive del ritrovamento del corpo di Moro nel bagagliaio di una Renault dello stesso colore, in via Caetani, non si recò direttamente dalla polizia, ma per vie riservate, tramite un avvocato che conosceva un importante politico democristiano, Remo Gaspari, aveva fatto pervenire un biglietto che questi aveva consegnato al ministero dell’Interno e da qui era giunto all’Ucigos, che si mosse inevitabilmente in ritardo. Nel mese di luglio si attivarono le indagini. L’attenzionamento della base spinse i brigatisti a trovare nuove sistemazioni. Gallinari non mise più piede a via Montalcini ma restò a santa Marinella per tutto il mese di settembre, mentre il 4 ottobre venne traslocato e abbandonato definitivamente l’appartamento di via Montalcini, che poi sarà venduto con una procura dalla zia della Braghetti10. Nel frattempo un’operazione dei carabinieri di Dalla Chiesa aveva scompaginato la colonna milanese, il primo ottobre era caduta la base di via Montenevoso, dove furono arrestati due membri dell’esecutivo e rinvenuta la bozza dattiloscritta del memoriale di Moro. La situazione era molto critica, i brigatisti romani non sapevano fin dove i carabinieri potessero arrivare, bisognava quindi riorganizzare la logistica della colonna che nel frattempo, dopo la prova fornita nel corso del sequestro, vedeva riconosciuto il proprio peso e acquisiva rappresentanza nell’organizzazione. Gallinari ne avrebbe preso la guida, bisognava quindi trovargli una sistemazione adeguata. Braghetti tornò nella casa di famiglia in via Laurentina, da dove fece perdere le tracce quando si accorse di essere pedinata, per rifugiarsi nella base di via dei Savorelli, dove abitava Balzerani (la Braghetti nel suo libro commette un errore di memoria ed indica una zona diversa). Dopo varie ricerche, Gallinari trovò ospitalità in via dei Massimi 91 per trasferirsi alla fine del 1978 in una nuova base, affittata da un prestanome, in via san Giovanni in laterano 28, dove abitò insieme alla Braghetti fino al giorno del suo grave ferimento e dell’arresto, il 24 settembre 1979.

La giornalista che intervistava Berlinguer
Il coinvolgimento della giornalista Birgit Kraatz, per più di trent’anni corrispondente romana di Der Spiegel, Stern e della Tv pubblica tedesca ZDF, molto conosciuta nei circoli della stampa e del mondo politico romano, è stata la compagna di Lucio Magri con cui ha avuto una figlia, amica di Marco Pannella ed Eugenio Scalfari, appare un gigantesco infortunio della commissione presieduta da Giuseppe Fioroni, ed in particolare dei due consulenti, il tenente colonnello dei Cc Massimo Giraudo e il magistrato Guido Salvini, che hanno partecipato al lavoro informativo sulla donna, qualificata come esponente del movimento eversivo 2 giugno11. Iscritta alla Spd dal 1974, Kraatz ha di fatto curato i rapporti della socialdemocrazia tedesca con la sinistra italiana, in modo particolare col Pci, intervistando nel 1976 Enrico Berlinguer (è citata persino nella biografia scritta da Chiara Valentini). Ha anche scritto un libro intervista con Willy Brandt, pubblicato in Italia da Editori riuniti. Ancora peggiore la figura commessa da Gero Grassi che non si è nemmeno accorto della rettifica intervenuta dopo l’intervista a Piperno apparsa sul Dubbio del 26 aprile 2018, nel quale si precisava la posizione della Kraatz e si ridicolizzava “l’incidente” incorso alla commissione (leggi qui)12, al punto che Giuseppe Fioroni evita di ripetere l’errore nel libro scritto con la giornalista Maria Antonietta Calabrò, Il caso non è chiuso. La verità non detta, Lindau 2019, finito di stampare nell’aprile 2018. In una dichiarazione fatta al Senato durante la presentazione del volume, ripresa dall’Ansa del 5 ottobre successivo, Fioroni spiegava che ad agosto 2018, a lavori della commissione chiusa dunque, sarebbe pervenuta una nuova informativa (sic!) che smentiva il coinvolgimento della Kraatz nell’organizzazione 2 giugno, «Sull’adesione di Birgit Kraatz all’organizzazione estremista tedesca del ‘2 Giugno’, “ci sono degli atti che lo dicono e che noi abbiamo ereditato, ma c’è anche un documento di due mesi fa che dice che lei non c’entra niente“». In difficoltà per la micidiale bufala scolpita ad memoriam nella relazione della commissione, Fioroni balbettava che «il riferimento alla giornalista era per il rapporto avuto con Piperno (“assolutamente legittimo”, secondo Fioroni) e in primis per l’eventuale presenza di Piperno nel palazzo romano. “A noi interessa solo per le relazioni sentimentali che aveva – ha concluso l’ex deputato – abbiamo inserito lei nel testo solamente per dimostrare che c’era Piperno che frequentava quella casa. Poi se era dell’organizzazione del 2 giugno o altro, a me non serviva a niente”»13. Di tutto ciò, ovviamente, Gero Grassi non si è mai accorto, impegnato nei suoi tour di conferenze, oltre 500, nelle scuole, sedi del Pd, sale istituzionali, per raccontare certamente non la storia del rapimento Moro, ma….

Note
1
Al fine di valorizzare la Puglia, il suo territorio, le sue tradizioni, il suo patrimonio culturale, nonché l’Istituzione consiliare, l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale della Puglia, con Delibera n. l5l del 13 marzo 2018, ha approvato il disciplinare della linea editoriale denominata “LEGGI LA PUGLIA” in cui confluiscono tutte le pubblicazioni realizzate con il coordinamento della Sezione Biblioteca e Comunicazione Istituzionale. A partire dal 2018 infatti, tutte le pubblicazioni sono edite, con l’individuazione dell’editore di volta in volta più consono, in formato cartaceo, con una tiratura congrua alla distribuzione che si ritiene di effettuare e dei target di pubblico che si presume di raggiungere, e in formato digitale, scaricabile e utilizzabile gratuitamente a fini didattici, così da condividere e rendere i contenuti anche oltre i confini regionali, grazie alle potenzialità delle moderne tecnologie. Ricorrendo ai medesimi finanziamenti in occasione dei progetti “Moro vive”, “Moro professore”, “Moro educatore”, “Moro martire laico”, Grassi ha pubblicato altri due volumi, editi in più edizioni: Moro vive, linea editoriale numero 3 e 17, anno pubblicazione 2018 e 2019; Aldo Moro, per ricordare, redatto insieme a Mimma Gattulli, linea editoriale numero 26, del gennaio 2020.

2 Cf. nota 392 op.cit. «Audizione Commissione Moro-2 (25 luglio 2017). L’identità della signora per motivi di sicurezza, in quanto incensurata, non è diffusa».

3 Cf. Nota 393 op. cit. «Audizione Commissione Moro-2 (25 luglio 2017). L’identità della signora per motivi di sicurezza, in quanto incensurata, non è diffusa».

4 Gero Grassi, Aldo Moro, la verità negata, Consiglio regionale della Puglia 2019, p. 143.

5 Cit. Gero Grassi, Aldo Moro, la verità negata, Consiglio regionale della Puglia 2019, pp.
161-162.

6 Cit. Gero Grassi, Aldo Moro, la verità negata, Consiglio regionale della Puglia 2019, pp.
159-160.

7 Ricordiamo in modo sintetico: la nuova perizia tridimensionale della polizia scientifica che ha confermato la dinamica dell’agguato in via Fani fornita dai brigatisti. La smentita delle affermazioni del testimone Alessandro Marini riguardo ai colpi di arma da fuoco rivolti contro di lui da due persone su una moto Honda. La prova certificata dall’assenza di Dna che Moro non è mai stato nella base di via Gradoli. La nuova perizia balistica e audiometrica del Ris dei carabinieri sulla compatibilità del box di via Montalcini 8 con l’esecuzione di Moro. La conferma delle armi impiegate per l’esecuzione di Moro avvenuta all’interno del box.

8 Anna Laura Braghetti con Paolo Tavella, Il Prigioniero, 2012 (prima ed. 2003), pp. 96-100. Prospero Gallinari, Un contadino nella metropoli, Bompiani 2006, pp.200-203.

9 https://insorgenze.net/2014/01/17/gli-anni-spezzati-dalla-tortura-per-la-seconda-volta-una-sentenza-della-magistratura-riconosce-luso-della-tortura-contro-gli-arrestati-per-fatti-di-lotta-armata/

10 La data venne accertata nell’inchiesta condotta dal giudice istruttore Imposimato e dalla commissione Pellegrino.

11 Riscontro dell’attività dei sue consulenti è reperibile in. Ufficio presidenza commissione moro 2, Resoconto stenografico 125, giovedì 23 febbraio 2017, «il 20 febbraio 2017 il dottor Salvini e il tenente colonnello Massimo Giraudo hanno depositato il verbale, segreto, di sommarie informazioni rese da Birgit Magarethe Kraatz»; Ufficio presidenza commissione moro 2, Resoconto stenografico 146 ,martedì 25 luglio 2017, dove per altro viene esaminata in seduta segreta uno dei coniugi di via dei Massimimi 91, «incaricare il dottor Salvini e il tenente colonnello Giraudo, nell’ambito del filone di indagine su un possibile covo brigatista nell’area della Balduina, di acquisire sommarie informazioni testimoniali da una persona al corrente dei fatti». Ed ancora i verbali di sommarie informazioni del 28/10/2016 inviati dal inviati dal tenete colonnello Girando (636/8 segreto, coll. doc 634/1), materiali pubblici estratti dal sito gerograssi.it.

12 https://insorgenze.net/2018/04/26/franco-pipern-il-pci-impedi-a-fanfani-di-salvare-moro-gotor-scrive-balle/

13 Moro: Fioroni, Kraatz non fa parte organizzazione 2 giugno. Su cronista tedesca ex di Piperno. Risulta da atto recente
ROMA
(ANSA) – ROMA, 5 OTT – Sull’adesione di Birgit Kraatz all’organizzazione estremista tedesca del ‘2 Giugno’, “ci sono degli atti che lo dicono e che noi abbiamo ereditato, ma c’è anche un documento di due mesi fa che dice che lei non c’entra niente”.
Così Giuseppe Fioroni precisa il riferimento alla giornalista tedesca che fu corrispondente in Italia dal 1968-98 per Spiegel, Stern e Zdf e citata nel libro che l’ex ministro ha scritto sul caso Moro (sulla base del lavoro svolto dalla commissione parlamentare d’inchiesta Moro2, presieduta da Fioroni). La donna ha escluso a più riprese la sua appartenenza al gruppo estremista, contestando quanto scritto, invece, nella relazione della Commissione, in cui viene citata come “già attiva nel movimento estremista 2 giugno e compagna di Franco Piperno”. Un passaggio che nel libro non c’è.
A pagina 123 Kraatz viene nominata perché, all’epoca del rapimento dello statista della Dc, abitava in un palazzo di proprietà dello Ior, in via Massimi a Roma, e lo stesso che ospitò poco dopo Prospero Gallinari, Br, che era nel gruppo che uccise la scorta di Moro. Inoltre, come si legge nel libro, la donna a quel tempo era “legata sentimentalmente a Franco Piperno, il leader di Autonomia operaia”, e “secondo la testimonianza di più condomini – continua il testo – Piperno frequentava l’abitazione della Kraatz che ha confermato alla commissione il suo rapporto d’amore con Piperno, ma ha escluso che si trattenesse nel condominio, anche se vi si recava qualche volta”.
Quindi, come ha chiarito Fioroni alla presentazione del libro ieri al Senato, il riferimento alla giornalista era per il rapporto avuto con Piperno (“assolutamente legittimo”, secondo Fioroni) e in primis per l’eventuale presenza di Piperno nel palazzo romano. “A noi interessa solo per le relazioni sentimentali che aveva – ha concluso l’ex deputato – abbiamo inserito lei nel testo solamente per dimostrare che c’era Piperno che frequentava quella casa. Poi se era dell’organizzazione del 2 giugno o altro, a me non serviva a niente”. (ANSA).
SUA/ S43 QBXL