Dietro le accuse a Siher il teorema del complotto islamogauchista che ossessiona la destra e trasforma il dissenso di piazza in terrorismo

La rabbia inconsulta con la quale la presidente del consiglio Giorgia Meloni ha reagito alla scarcerazione di Youssuf Siher dimostra quanto le accuse mosse contro il trentenne ricercatore, originario di Brescia, arrestato sabato 24 ottobre con l’accusa di istigazione a delinquere con finalità terrorismo, fossero una montatura politica costruita a tavolino dal governo.

L’ordine di non convalida del fermo pronunciato dal gip di Milano ha mandato su tutte le furie i membri dell’esecutivo che hanno investito moltissimo sul teorema della minaccia islamogauchista per trasformare il dissenso di piazza in terrorismo.

Giorgia Meloni ha definito «vergognosa» la decisione della gip di Milano di «non convalidare l’arresto di Youssef Siher, accusato di essere il gestore della pagina Telegram “Movimento 17 ottobre”, cioè la pagina che incitava l’organizzazione di quelle manifestazioni che poi abbiamo visto portare alla devastazione di diversi esercizi commerciali a Milano».

Una ricostruzione falsa. Il provvedimento di non convalida ha disintegrato il già di per sé fragile impianto accusatorio:

«dai contenuti pubblicati da Siher all’interno del gruppo Telegram “movimento 17 ottobre” – scrive il gip – emergono le modalità di protesta avverso le attuali politiche governative indicate dal medesimo agli utenti, le quali, oltre ad evocare azioni di “disobbedienza civile”, non si traducono nell’adozione di comportamenti violenti o più in generale criminosi, bensì nella mera programmazione di manifestazioni settimanali, capaci di sensibilizzare e coinvolgere ilmaggior numero possibile di persone. […] L’indagato non prospetta mai il ricorso ad azioni violente o l’adozione di altri comportamenti integranti fattispecie di reato, né il medesimo risulta aver evocato le gravi violenze verificatesi nelle giornate del 17 e 18 ottobre 2026 (da lui neppure menzionate) quale modello di attuazione delle forme di protesta e di mobilitazione collettiva da lui proposte».

L’impianto accusatorio promosso dalla procura di Milano si riassumeva in una equazione tanto semplice quanto rozza: dissenso di piazza e opposizione sociale uguale terrorismo. Accusa che si avvaleva anche d’un pregiudizio tipologico di natura razziale e politica, costruito sulla base della profilazione dell’indagato proposta dagli stessi pm: Siher, di famiglia originaria del Marocco sarebbe «elemento di spicco nel “movimentismo” Pro Pal», avrebbe «contatti con “l’antagonismo” (Fronte della gioventù comunista e sindacati)». Ad essa si aggiungono gli studi in campo accademico rivolti ai processi postcoloniali e decoloniali, le analisi e gli articoli che accusano le gerarchie occidentali di non aver mutato il loro atteggiamento coloniale, dove si citano Fanon, Gramsci, Quijano, rappresentandolo come la perfetta silhouette dello spettro che agita la destra fascio-trumpiano-sionista: l’islamogauchismo. Elementi culturali che agli occhi della polizia di prevenzione e dei pm milanesi ispessivano la caratura politico-criminale dell’indagato.

Eppure nel provvedimento di fermo e richiesta di arresto era la stessa procura a riconoscere che Siher – contrariamente a quanto affermato da Giorgia Meloni – non aveva avuto contatti con i protagonisti degli scontri milanesi del sabato 17 ottobre e dei saccheggi della domenica successiva. L’account «Movimento 17 ottobre» è stato aperto solo alle 19.58 di domenica 18 ottobre, cioè dopo fatti mentre a organizzare alcune delle manifestazione del sabato 17 era stata un’altra piattaforma online, Italia in piazza, a cui Siher è del tutto estraneo.

Nonostante ciò la procura rimproverava a Siher, con una singolare proiezione accusatoria, una serie di effetti legislativi e sociali frutto di scelte di ordine pubblico varate dal governo, come gli «spiegamenti di forze di polizia e financo l’esercito creando così la percezione di una situazione di grave pericolo», o «la percezione di paura e terrore emerso dall’atteggiamento tenuto dai negozianti che hanno chiuso i negozi o predisposto barriere al fine di impedire la distruzione ed il saccheggio dei loro esercizi commerciali», effetto psicologico dei fatti del 17 e 18 a cui, si è già detto – Siher era estraneo.

Il dispositivo accusatorio della procura ci ha posto di fronte ad un dato nuovo e significativo: convocare manifestazioni antigovernative può rientrare nella nozione di attività terrorista. Una estensione ulteriore della nozione di terrorismo che impatta con la lettera formale della costituzione che nell’articolo 21 tutela ancora questo diritto. Ma che, di fatto, nella costituzione materiale rappresenta già un comportamento soglia che introduce in una nuova dimensione sovversiva.

Questo restringimento degli spazi d’azione politica è un processo in atto da tempo, nei manuali di alcune strutture operative americane, come Fbi o Pentagono, le finalità politiche antigovernative sono sufficienti a rappresentare delle attività suscettibili di condotte terroristiche. Tappa ulteriore di un lungo dibattito caratterizzato dalla difficoltà giuridica a trovare una qualificazione condivisa della nozione di terrorismo, che non fosse la semplice etichetta da affibbiare ai comportamenti del nemico o dell’oppositore. Dall’iniziale «iperviolenza contro i civili», si è gradualmente passati a identificare i vecchi reati di natura politica, moltiplicando quelli associativi.

All’indomani degli attentati dell’11 settembre del 2001, la Commissione europea adottò una proposta di decisione quadro (successivamente presero il nome di direttive) sulla lotta contro il terrorismo (documento COM (2001) 521 def.), con l’obiettivo di estenderne il significato e armonizzarne la nozione, introducendo una definizione comune di terrorismo, all’interno dei sistemi giuridici dei paesi membri.

Nella «proposta quadro» la nuova definizione si estendeva a pratiche sociali e di massa come l’eventuale occupazione nel corso di manifestazioni o scioperi di scuole, stazioni, e uffici pubblici. All’epoca, nei redattori del testo vi era un retropensiero abbastanza chiaro che guardava alle mobilitazioni di Seattle, Göteborg e Genova quando si suggeriva, senza particolari pudori, che «ciò potrebbe riguardare atti di violenza urbana, per esempio».

Non stupisce quindi se magistrati cresciuti all’insegna del diritto penale del nemico possano designare come terroristiche periodi del tipo, «perché la piazza è nostra e non intendiamo consegnarla a chi vuole trasformarla in un recinto» (contenuta nel secondo comunicato del 23.10.2026 presente sul canale Telegram «Movimento 17 ottobre»; oppure «Meloni dichiara guerra al futuro di questo paese e noi dichiariamo guerra a questo presene infame» e dulcis in fundo la frase posta in apertura della convalida di fermo: «lo stato ci piscia addosso e i media ci fanno credere che piove, Meloni dichiara guerra al futuro di questo paese e noi dichiariamo guerra a questo presente infame». Postata da un iscritto al canale Telegram Movimento 18 ottobre.

Così è potuto accadere che un vademecum della disobbedienza civile è stato trasformato in manuale della guerriglia urbana
Consapevoli della inconsistenza probatoria dell’accusa i pm aveva indicato un ulteriore elemento: «in data 22 ottobre pubblicava contenuti di tipo eversivo tra i quali un vademecum di incitamento alla rivoluzione ed all’utilizzo di tecniche di guerriglia urbana ispirato alla Rivoluzione Egiziana del 2011 (“Rivoluzione, istruzioni per l’uso”) per affrontare gli scontri di piazza».

Vademecum così riassunto dal gip nel provvedimento di rigetto:

«Il 22.10.2026, inoltre, l’indagato aveva pubblicato un file pdf riportante una “guida pratica per la difesa in piazza”. Si trattava del documento intitolato “Rivoluzione, istruzioni per l’uso. Liberamente ispirato dal manuale della Rivoluzione del 2011”, costituito dalle quattro pagine sopra riportate, estrapolate da un più ampio file rinvenuto all’interno del Notebook in uso al predetto che non risulta essere stato integralmente pubblicato dall’indagato all’interno del gruppo Telegram.
Il vademecum in parola, anzitutto, indicava tre “obiettivi tattici della disobbedienza civile”, ossia manifestare il dissenso verso l’attuale governo e le rispettive politiche, coinvolgere il maggior numero di persone nella mobilitazione di protesta, proteggere i manifestanti. Erano, poi, esposte le “fasi di mobilitazione” che prevedevano raggruppamenti con amici, conoscenti, colleghi, in luoghi distanti dalle Forze dell’Ordine, l’incoraggiamento di passanti e abitanti ad unirsi alla manifestazione e in seguito “la marcia” dei manifestanti verso il punto di incontro stabilito (concentramento). La citata guida pratica suggeriva, inoltre, abbigliamento e accessori da indossare, a tutela dei singoli manifestanti (occhiali protettivi, kefiah o mascherina per proteggere bocca e polmoni, felpa o maglione con cappuccio per tenere distanti dal viso i gas dei lacrimogeni, guanti per proteggere le mani da lacrimogeni, scarpe comode) ed era, altresì, consigliato di portare con sé un kit di pronto soccorso (cerotti, bende), antidoloriferici, acqua da bere, Maalox liquido per i gas lacrimogeni e sapone neutro per lo spray al peperonicino, aceto da mettere sulla kefiah per ridurre l’effetto dei gas lacrimogeni.
Le pagine pubblicate, va rimarcato, non contengono riferimenti a strumenti offensivi da utilizzare nel corso delle manifestazioni contro le Forze dell’Ordine, né istruzioni per reagire dinnanzi al lancio di lacrimogeni. Tali indicazioni sono riportate nel file contenente il “vademecum” integrale rinvenuto all’interno del Notebook dell’indagato, ma non risultano essere state da quest’ultimo pubblicate all’interno del gruppo Telegram.
Il che, peraltro, appare essere un dato indicativo delle modalità di protesta collettiva che il medesimo si era proposto di organizzare, le quali non contemplavano l’aggregazione di persone finalizzata alla commissione di atti di violenza».

Spacciare un vademecum per la disobbedienza civile con un manuale di guerriglia urbana ci dice quanto siano miserabili i tempi attuali. Non crediamo infatti che la procura abbia commesso un errore d’interpretazione, al contrario appare evidente che per i magistrati di Milano la soglia di tolleranza legale dei comportamenti sociali e politici si sia notevolmente abbassata, riducendo gli spazi dell’agire legittimo. Questo esecutivo ha lentamente ristretto le maglie della partecipazione democratica (dal suo insediamento sono stati introdotti 55 nuovi reati) e così contestare nelle piazze il governo rasenta ormai l’attività terroristica.
Oggi Henry David Thoreau, il teorico della Disobbedienza civile, colui che invitava a resistere e opporsi alla legge ingiusta tornerebbe in carcere, stavolta non più per essersi rifiutato di pagare le tasse che dovevano finanziare una guerra ingiusta ma per l’accusa di terrorismo.

Segnaliamo ai pm del tribunale Milano che il breve prontuario per scendere in piazza senza farsi troppo male, «Liberamente ispirato dal manuale della Rivoluzione egiziana del 2011» che all’epoca l’Occidente applaudiva, è stato esposto a Londra, nel 2014, in una mostra intitolata Oggetti disobbedienti, a cura di Catherine Flood & Gavin Grindon.

Pag. 47, Disobedient Objects, catalogo della mostra a cura di Catherine Flood & Gavin Grindon, V&A, , Londra, 2014.