Dal Lago, Lampedusa: «Trattati come bestie, è normale che si ribellino»

Intervista ad Alessandro Dal Lago, sociologo dell’univeristà degli studi di Genova

Paolo Persichetti
Liberazione 22 settembre 2011

Metti un’isola persa al centro del Mediterraneo, prima porta d’Europa e rotta privilegiata per migliaia di migranti che giungono dalle rive meridionali. Lascia che sul suo lembo di terra sorga un campo di concentramento e riempilo, uno sbarco dopo l’altro, di disperati. L’isola, un tempo abitata da pescatori e abituata solo ad ospitare turisti, sembra ormai una nuova fortezza Bastiani. All’inizio commercianti e bottegai sono contenti. Il presidio permanente delle Forze di polizia garantisce un bel fisso mensile, ma col tempo crescono i malumori. Gli equilibri saltano. Dalle reti si raccolgono cadaveri di naufraghi, il mare sembra un cimitero liquido che lascia affiorare tracce di vite annegate. La gente è stanca di vedere “tutta la miseria del mondo” approdare sulle proprie spiagge. Il dolore, le tragedie, la facce disperate. Nell’isola non c’è più felicità ma il rombo permanente di una guerra: la guerra alle formiche affamate che cercano speranza. Chi ha pensato tutto questo ha fabbricato una bomba sociale. Dagli alambicchi dell’odio distillato in laboratorio è venuta fuori la caccia all’immigrato che si è scatenata a Lampedusa.

Professor Dal Lago siamo alla guerra tra poveri? Avevano bisogno di queste immagini a cui i media offriranno un potente moltiplicatore simbolico?
Con la catastrofe economica che si sta avvicinando c’è il rischio che situazioni di questo tipo si presentino in serie. Quando l’orizzonte si oscura te la prendi con il primo a portata di mano, il più vicino che ti da fastidio o pensi che per te sia un danno. In queste condizioni era inevitabile, d’altronde non è la prima volta che nei Cpa e Cie scoppiano incidenti del genere. E’ la riprova del fatto che non si possono controllare i flussi migratori semplicemente con le espulsioni, che nemmeno funzionano perché mancano i soldi per pagare gli aerei.

Le violenze sui migranti di alcuni lampedusani sono un fatto preoccupante.
E’ inevitabile che ci siano conflitti di prossimità in una situazione così esplosiva, costipata. Solo una settimana fa La Russa è andato a dire che tutto funzionava. Ora i risultati si vedono. Siamo alla conseguenza di leggi demenziali che lasciano la gente rinchiusa a marcire fino a 18 mesi. Non si possono ammassare esseri umani in queste condizioni e poi meravigliarsi perché si ribellano. Queste dinamiche andrebbero spente alla fonte, non una volta che sono esplose. Ora alcuni, come la Lega, ci sguazzeranno dentro. Non abbiamo solo un governo di destra, abbiamo un governo incapace di soddisfare anche il punto di vista della destra. Per questo ceto politico la condizione dei migranti è vissuta come un problema marginale, secondario. Non gliene importa proprio nulla. Un profondo e sotterraneo disprezzo nei confronti di queste popolazioni. In questo senso si può anche dire che sono peggio di chi li ha preceduti. Il governo sta  crollando, Berlusconi è rinchiuso nei suoi palazzi sotto assedio. Nel resto del mondo è visto come il Gheddafi d’Europa: un buffone. Il problema è che sono inetti non solo di destra.

Si è innescata una dinamica pericolosa.
Certo. Attenzione perché questi non solo non sono in grado di controllare nessun meccanismo, ma mancano di qualsiasi strategia. Siamo di fronte a un governo che non ha la cultura politica per portare avanti un discorso sensato sulla migrazione.

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Anche Berlusconi lancia la caccia ai Rom

Il Consiglio dei ministri vara il secondo pacchetto sicurezza dopo quello del 2008. Misure contro le prostitute di strada. Scatenata la caccia ai Rom. I prefetti potranno utilizzare la polizia per far rispettare le ordinanze dei sindaci-potestà. Carta d’identità elettronica anche per i neonati

Paolo Persichetti
Liberazione 6 novembre 2010

«Abbiamo deciso di inserire una norma sul reato di prostituzione nel pacchetto sicurezza». La frase è stata pronunciata ieri da Silvio Berlusconi, anche se nelle intenzioni del premier non voleva essere la solita stucchevole barzelletta con la quale ogni volta egli pensa di accattivarsi l’uditorio che ha di fronte, come consigliano alcuni manuali di management. La tragedia degli uomini ridicoli è quella di non possedere nessuna qualità comica. Al massimo riescono a sprofondare nel grottesco. Dopo una estate trascorsa all’insegna delle rivelazioni sulle escort che vanno e vengono dalle lussuose residenze private del presidente del consiglio, dopo i verbali resi davanti alla magistratura da alcune testimoni sui festini a luce rossa e i party a base di sesso a pagamento e droghe avvenuti nelle sue ville, riferiti dalla stampa nelle ultime settimane, Berlusconi è arrivato alla conferenza stampa per presentare il nuovo pacchetto sicurezza annunciando il varo, addirittura con misura d’urgenza tramite decreto legge, di una nuova norma contro la prostituzione. Poiché – ha spiegato senza il minimo imbarazzo ma con il suo consueto sorriso di plastica – il provvedimento contenuto nel ddl preparato dalla ministra per le Pari opportunità, Mara Carfagna, «non procedeva in Parlamento abbiamo ritenuto di riapprovarlo di nuovo». La misura – ha precisato il ministro degli Interni Roberto Maroni, presente anch’egli alla conferenza stampa – prevede l’introduzione del foglio di via obbligatorio per chi esercita la prostituzione in strada violando le ordinanze dei sindaci in materia. Niente a che vedere con il meretricio di Stato, insomma quello sotto scorta che affolla le serate rilassanti del primo ministro. «Fumo» per sollevare l’allarme su «un’emergenza prostituzione, che non c’è», ha commentato Pia Covre, segretaria del comitato per i Diritti civili delle prostitute, che ha ricordato come il foglio di via per chi lavora sui marciapiedi «esiste già e molti già lo applicano». Il decreto attribuisce ai prefetti il potere di disporre del concorso delle forze di polizia per assicurare l’attuazione delle ordinanze in materia di sicurezza urbana. In questo modo, ha spiegato Maroni, «si rafforza il ruolo dei sindaci: le ordinanze comunali, infatti, si sono spesso rivelate poco efficaci perché non c’era collegamento con le forze di polizia che dovevano attuarle». Arriva a compimento così la filosofia penale d’eccezione contenuta nel primo pacchetto sicurezza varato nel 2008, quello che aveva esteso la possibilità per i sindaci di emettere ordinanze amministrative in deroga alle situazioni di urgenza e necessità. Il federalismo di stampo leghista erige così un altro pezzo della sua architettura autoritaria della società. Il combinato disposto delle ordinanze amministrative emanate da sindaci, trasformati in potestà, che intervengono cortocircuitando giunte e consigli comunali, supportate dalla forza pubblica, disegnano un sistema istituzionale non previsto dalla attuale costituzione che fa a meno degli organi di rappresentanza e soprattutto attribuiscono carattere di sanzione penale a norme amministrative, spesso stravaganti e assolutamente incoerenti, non previste dal codice penale. Alla stessa logica appartiene l’attribuzione ai comuni delle competenze in materia di rinnovo dei permessi di soggiorno. Ogni anno le questure rinnovano 500mila permessi.  «noi vogliamo – ha detto Maroni – che il rinnovo dei permessi di soggiorno venga tolto alle questure e suddiviso sul territorio nei comuni dove i cittadini comunitari risiedono». Un modo per trasferire il controllo sulle politiche migratorie in mano alle forze politiche che controllano il territorio. La Lega che controlla buona parte del Nord potrà così avere mano libera per trasformare i cittadini extracomunitari in situazione regolare in “clandestini” e quindi cacciarli dal Paese, costringerli a spostarsi altrove o addirittura arrestarli grazie al reato di immigrazione clandestina introdotto nel precedente pacchetto sicurezza. Altra norma xenofoba e razzista introdotta, questa volta sotto forma di disegno di legge, è  la possibilità di espellere i cittadini dell’Unione europea che vogliano soggiornare in Italia oltre i 90 giorni senza avere i requisiti di alloggio e reddito. Si tratta di un calco della legge introdotta recentemente dal governo francese per espellere le comunità Rom e nomadi in genere. «La violazione – ha spiegato sempre il ministro dell’Interno – oggi non è sanzionata e dunque noi introduciamo una sanzione che è l’invito ad allontanarsi. Se questo invito non viene rispettato, è prevista l’espulsione del cittadino comunitario per motivi di ordine pubblico». L’unica nota positiva dei nuovi dispositivi di legge, ovvero l’abrogazione della legge Pisanu che vietava l’accesso libero alle postazioni wi-fi e agli internet-point, è stata subito compensata dall’introduzione della nuova carta di identità elettronica sin dalla nascita per tutti i cittadini. La schedatura biometrica degli italiani comincerà sin dalla culla.

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«La produzione è ovunque, anche le rivolte urbane»

Intervista – Parla Alain Bertho, docente di antropologia all’Institut d’Etudes Européennes e direttore della scuola di dottorato in Scienze sociali all’Università di Paris 8 a Saint Denis. Uno dei più attenti studiosi delle periferie francesi e delle nuove forme assunte dal conflitto sociale

Guido Caldiron
Liberazione 31 ottobre 2010


Autore di una decina di saggi che spaziano dal controllo sociale nelle aree urbane ai nuovi movimenti giovanili, fino alla guerra, Alain Bertho ha pubblicato lo scorso anno presso le Editions Bayard (pp. 272, euro 19) Le temps des émeutes, un volume che presenta quella odierna come l'”era delle rivolte”, mettendo in parallelo quanto accaduto negli ultimi decenni in Europa, dalla Genova del 2001 all’Atene di quest’anno, con fenomeni simili che si sono prodotti un po’ ovunque nel mondo: dal Tibet alla Cina, passando per l’America Latina e l’Iran. La tesi di Bertho è infatti che, al di là delle modalità e dalle forme assunte dalle rivolte scoppiate in tutto il mondo negli ultimi trent’anni, questi fenomeni ci parlino di una stessa realtà: quella costruita dalla globalizzazione economica e dalla rivoluzione produttiva postfordista che hanno trasformato l’intero spazio urbano in una immensa area produttiva e, per questa via, anche nel “luogo” del conflitto. Il libro rappresenta in realtà solo una prima fotografia di questi fenomeni che Bertho continua a monitorare attraverso il suo blog, berthoalain.wordpress.com e a cui ha dedicato un documentario, realizzato insieme al regista Samuel Luret, Les raisons de la colère, che sarà trasmesso martedi 9 novembre alle 23.30 da Arte, canale disponibile attraverso il satellite anche nel nostro paese, nell’ambito della serata tematica “Le rivolte urbane al di là dei pregiudizi” che propone anche alle 22.35, a cinque anni dalla rivolta delle banlieue francesi del novembre del 2005, La tentation de l’émeute, un’inchiesta condotta tra gli abitanti di Villiers sur Marne, alle porte di Parigi.

Professor Bertho, perché a suo giudizio siamo entrati nel “tempo della rivolta” e che cosa vuol dire esattamente questa definizione scelta come titolo per il suo ultimo lavoro?
Il titolo del mio libro, “Le temps des émeutes” fa riferimento al fatto che viviamo in un’epoca contrassegnata un po’ ovunque nel mondo dalla “rivolta”. Nel mio blog dò conto di queste rivolte, tra loro anche molto diverse, il cui numero non ha mai smesso di crescere negli ultimi anni un po’ in tutte le parti del mondo. Si tratta perciò di un fenomeno non occasionale ma che, al contrario, “segna” in modo netto l’epoca in cui viviamo. Si tratta di rivolte che hanno per questo periodo il senso che poteva aver avuto nell’Ottocento la Comune di Parigi o nel Novecento la Rivoluzione bolscevica o il Sessantotto. A differenza del passato, le rivolte di oggi si caratterizzano però per alcune particolarità. La prima è rappresentata dal fatto che non stiamo parlando di un unico movimento, ma di fenomeni tra loro molto diversi che sono accumulabili solo per il fatto che si manifestano attraverso la rivolta. La rabbia che genera questi émeutes ha infatti origini molto diverse e perciò risulta impossibile accumunare e leggere allo stesso modo i diversi fenomeni sociali di cui ci parla. Da questa condizione deriva una sorta di “invisibilità”, si parla ogni volta di quello che accade in questo o quell’angolo del mondo, mai di un qualcosa di complessivo e stabile. L’altra particolarità rispetto al passato è proprio il fatto che queste rivolte sono destinate a durare nel tempo, non si esauriscono in un periodo limitato ma finiscono per caratterizzare stabilmente la vita di una determinata società. Il paradosso è che in realtà, al di là delle differenze apparenti, queste rivolte si esprimono con un vocabolario simbolico tra loro molti simile e dicono, spesso nello stesso modo, delle cose chiare al potere. Se prendete delle foto delle ultime rivolte che ci sono state sulla Spianata delle Moschee a Gerusalemme, in Cina, Bangladesh, Venezuela, Spagna, Turchia o ad Atene, vi troverete di fronte agli stessi visi mascherati, le stesse paure, la stessa rabbia e lo stesso fuoco. Si tratta, di fronte ai processi di globalizzazione che caratterizzano l’intero pianeta, di una sorta di messa in discussione complessiva dello spazio della rappresentanza politica: uno spazio che è la rivolta stessa a voler occupare.

Lei dice che queste rivolte hanno un evidente carattere politico, eppure da tempo il dibattito nella sinistra francese, in particolare sugli émeutes che si verificano nelle banlieue, si caratterizza per negare la natura “politica” di questi fenomeni, derubricati a questioni di ordine pubblico. Come stanno le cose?
Il punto da cui partire per rispondere a questo tipo di analisi riguarda la natura stessa di queste rivolte. Si tratta di chiarire come non sia assolutamente vero che gli émeutes non dicono nulla, che siano degli atti di violenza o di vandalismo fine a se stessi. Le rivolte nelle banlieue “dicono” molte cose e soprattutto se i giovani che vi partecipano arrivano a doversi ribellare con queste modalità, significa che non trovano alcun altro modo possibile per “prendere la parola” nella società in cui vivono. Per questo credo che la prima cosa di cui ci parlano queste rivolte sia proprio la crisi dello spazio della rapresentanza politica così come si è andato definendo per tutto il XIX e il XX secolo. La cultura politica della sinistra che si è formata negli scorsi secoli proprio attraverso le rivolte e la volontà di cambiare la società, si è progressivamente trasformata nell’idea che per cambiare la società si dovesse prendere il potere, che si trattasse di farlo con la rivoluzione o attraverso le elezioni poco importa. Vale a dire che è attraverso lo Stato che si pensava di cambiare il mondo e la vita delle persone. Il risultato è che oggi la politica si gioca per molti aspetti tutta all’interno dello Stato, nella conquista di una maggioranza o di una quota elettorale, in quella che per molti giovani delle classi popolari appare come una sorta di bolla separata e lontana dal resto della società. Come se esistessero due lingue; da un lato quella dello Stato e della politica, dall’altro quella società. 

La gran parte di queste rivolte hanno luogo nello spazio urbano e, per questa via, sembrano dirci molto di come la globalizzazione ha cambiato l’idea stessa di città.

A partire da quanto accaduto negli ultimi trent’anni nelle banlieue francesi, come possiamo leggere quello che gli émeutes ci dicono di questa trasformazione?
Credo che prima di tutto ci stiano dicendo che lo scontro di classe ha ormai superato i muri delle fabbriche e si è sparso sull’intero territorio. Oggi nelle grandi metropoli globali del mondo non è nelle fabbriche che si produce la ricchezza, bensì nella città stessa, interamente “messa a produrre” attraverso ogni genere di rete sociale, comprese quelle legate agli affetti e all’inventività dei singoli. Perciò il conflitto, come le forme assunte dalla produzione, attraversano l’intero spazio urbano e non restano più limitate alle mura della fabbrica. Non solo, lo spazio urbano è diventato lo scenario di uno scontro di proporzioni globali, nel senso che a tirare le fila dell’economia non è più il singolo “padrone” locale, ma gruppi internazionali che più che sulla produzione in senso stretto si arricchiscono attraverso la rendita e la finanziarizzazione di tutti i processi, ciò che la crisi delle borse degli ultimi anniha evidenziato in maniera drammatica. Anche per questo il conflitto sociale sembra faticare ad esprimersi nelle forme tradizionali e finisce per cercare nella rivolta la propria forma di comunicazione verso l’esterno: non un’azione “di lotta” in un singolo spazio, ma una messa “in scena” dell’insurrezione completa dell’intera città. Come diceva una giovane di Saint Denis durante una recente manifestazione: «Oggi siamo noi stessi ad essere diventati “la merce”, è sulle nostre vite che si crea il profitto, e perciò non possiamo che ribellarci occupando le strade, riprendendoci, per quanto possibile, la città».

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Sei un lavoratore straniero? La tua vita vale meno

Sentenza choc del tribunale di Torino. Il magistrato accoglie la richiesta della Fondiaria Sai e riduce il risarcimento ai familiari di un lavoratore albanese, morto dopo la caduta da un ponteggio, perché l’elargizione della stessa somma riconosciuta per un lavoratore italiano “creerebbe un ingiustifcato arricchimento a coloro che vivono in Stati ad economia depressa e costo della vita inferiore”

Paolo Persichetti
Liberazione 26 ottobre 2010


Secondo una sentenza pronunciata lo scorso 20 luglio dalla IV sezione del tribunale civile di Torino l’uguaglianza di fronte alla legge va sottoposta a discrimine. Essa va sottomessa al vaglio del contesto economico e sociale. Si tratta della stessa filosofia contenuta nel concetto di “gabbie salariali”: anche se l’unità di tempo lavorativa è la stessa e la qualità e intensità di lavoro fornita la medesima, la retribuzione varia a seconda delle zone del Paese. Ad essere retribuita così non è la quantità di lavoro fornita nella medesima unità di tempo, ma l’idea di costo della vita che si ritiene possa esistere in un determinato territorio. Sappiamo tutti, perché l’esperienza quotidiana ce lo prova ogni giorno, che il principio di uguaglianza dei cittadini, sancito dall’articolo 3 della nostra costituzione ispirato dalla dottrina universalistica dei diritti umani, è spesso privo di efficacia. D’altronde il testo costituzionale parla di uguaglianza di fronte alla legge. Già di fronte al mercato le cose cambiano drasticamente. E questa sentenza lo dimostra. L’asimmetria degli attori che si confrontano rende evidente la presenza di soggetti deboli, demuniti di forza, capacità contrattuale e persuasiva, contrapposti a soggetti, al contrario, fortissimi. Il differente peso degli attori si spiega con la disparità di capitale che ciascuno porta con sé. Capitale economico, ma non solo. Anche il capitale culturale, sociale e simbolico finiscono sul piatto della bilancia determinando le traiettorie esistenziali dei singoli e dei gruppi sociali. Va detto che la costituzione italiana mostra di esserne assolutamente consapevole, tant’è che nel secondo comma dell’articolo 3 prescrive la rimozione degli impedimenti di natura sostanziale che non consentono la piena realizzazione dell’uguaglianza formale, attribuendo alla Repubblica il «compito di  rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale» che impediscono pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Si tratta di una di quelle norme definite “programmatiche”, cioè senza immediato contenuto applicativo, che prefiguravano un mutamento degli equilibri socio-politici del Paese, risultato dell’influenza dei giuristi social-comunisti che parteciparono all’elaborazione del testo costituzionale. Questa costituzione virtuale però non ha visto la luce. Salvo rari momenti in cui i cicli di lotta sociale hanno consentito degli avanzamenti sul piano dei diritti e delle conquiste effettive. La costituzione materiale ha sempre frenato l’evoluzione legislativa nel senso programmatico indicato dalla costituzione. La sentenza di Torino, di cui si è avuta notizia ieri, indigna ma in fondo non sorprende. Dice le cose come stanno oggi. Cioè molto male. I fatti riguardano la morte sul lavoro di un operaio albanese, dipendente di una ditta subappaltatrice della Dalmine, precipitato da un ponteggio alto 30 metri e sprovvisto delle misure di sicurezza antinfortunistiche. Secondo il giudice il risarcimento riconosciuto agli eredi non può essere attribuito sulla base di «un uguale valore monetario che sia indipendente dal contesto economico in cui vive il singolo danneggiato». In parole semplici, la vita di un albanese vale meno di quella di un Italiano perché in Albania il costo della vita è più basso. Pertanto elargire lo stesso risarcimento «creerebbe un ingiustificato arricchimento a coloro che vivono in Stati ad economia depressa e costo della vita inferiore». C’è da dubitare che di fronte ad un cittadino Statunitense o del Dubai il giudice avrebbe applicato il ragionamento inverso aumentando i compensi. Il giudice si è riferito ad una sentenza della Cassazione del 2000, presentata dalla Fondiaria-Sai, ente assicurativo chiamato al risarcimento. Tuttavia la giurisprudenza successiva afferma che «la tutela dei diritti dei lavoratori va assicurata senza disparità di trattamento tra persone con cittadinanza italiana, comunitaria o extracomunitaria». Anche il codice civile non prevede un risarcimento del danno formulato in base alla provenienza etnica, raziale, nazionale, o al credo religioso e politico della persona che ne ha fatto richiesta. La sentenza di Torino fornisce una lettura della legge assolutamente asservita agli interessi delle assicurazioni e dei soggetti imprenditoriali. Così la costituzione materiale vince su quella legale.

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PALESTINA: Storia di una pulizia etnica (2). I primi villaggi e quartieri urbani Pulizia etnica: Espulsione forzata volta a omogenizzare una popolazione etnicamente mista in una particolare regione o territorio. Scopo dell’espulsione è causare l’allontanamento del maggior numero possibile di residenti, con tutti i mezzi a disposizione, inclusi quelli non violenti. _Dizionario Hutchinson_ KHISAS era un piccolo villaggio abitato da alcune centinaia di musulmani e da cento cristiani, che convivevano pacificamente in una posizion … Read More

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PALESTINA: storia di una pulizia etnica (1). Un po’ di citazioni, per iniziare a capire (via Polvere da sparo)

PALESTINA: storia di una pulizia etnica (1). Un po' di citazioni, per iniziare a capire “Il nostro pensiero è che la colonizzazione della Palestina debba avvenire in due direzioni: l’insediamento ebraico di Eretz Israel e la ricollocazione degli arabi di Eretz Israel in aree oltre confine. Il trasferimento di così tanti arabi può all’inizio sembrare economicamente inaccettabile, ma ciò non di meno è pratico. Insediare un villaggio palestinese su un’altra terra, non richiede troppo denaro.”  Leo Motzkin (pensatore liberale del movime … Read More

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Racisme dans la ville de Brescia. Des gants pour les passagers qui utilsent le bus des immigrés

«Bien utile contre les risques de contagion». Une initiative conçue par une agence publicitaire et promue par la Mairie

Paolo Persichetti
Liberazione
, 6 juillet 2010, Rome

C’est un véritable gant de défi que l’administration communale a lancé aux transports publics de la ville de Brescia. Un gant – expliquent Nicola Orto, le Conseiller communal chargé des transports, et Andrea Gervasi, le Président de Brescia Transport – pour se protéger du contact direct avec les barres d’appui et les manettes présentes dans les bus sur lesquels montent chaque jour des milliers de personnes parmi lesquelles, l’allusion est évidente, beaucoup d’étrangers et d’immigrés. Les mots d’ordre sont donc protection, crainte, peur du contact quel qu’il soit, avec les étrangers, les autres, avec l’humanité en tant que telle, surtout  souffrante. Plus que d’un Bureau de la Mobilité (intitulé qui devrait rimer avec mixité, contamination), l’initiative semble provenir du Bureau de la Paranoïa. Aucune raison d’hygiène publique ne saurait justifier une telle mesure. Il n’y a aucune épidémie ou pandémie de contact dans l’air, en revanche il y a un virus idéologique de type raciste qui cherche les voies les plus perfides pour s’insinuer en se camouflant au prix des justifications les plus grotesques. S’il est dangereux de s’accrocher aux barres des autobus, figurez-vous combien il peut être contagieux de manipuler l’argent qui passe de mains en mains (en vérité, en nombre limité et toujours les mêmes). Si la logique c’est celle-ci, pourquoi ne pas se prémunir aussi des billets de banques avec un beau dispositif prophylactique pour des doigts que l’on retirerait à la banque? Pecunia non olet, l’argent ne pue pas et il n’est pas non plus contagieux. La contagion suit d’autre voie, c’est bien connu, elle prend la ligne 3, c’est-à-dire l’autobus qui part de la Badia et traverse Brescia en passant par les quartiers à forte densité populaire pour arriver à Rezzato, une commune en périphérie. Comme par hasard, il s’agit de l’un des moyens de transport les plus utilisé par la population immigrée. Le risque de contagion suit donc les voies de la haine sociale à l’égard des plus désavantagés. Le projet est encore dans sa phase expérimentale: pendant un mois, à côté des machines à oblitérer, les usagers trouveront  un distributeur métallique qui dispensera gratuitement des gants; s’ils manifestent leur satisfaction, le dispositif sera étendu à tout le réseau urbain. Outre le fait d’offrir «de majeurs opportunités en terme de santé publique», expliquent les promoteurs de l’initiative, l’usage du gant représente également un nouveau «moyen de communication externe à haut degré d’échange et de partage de messages publicitaires». Porté comme un préservatif à mains, ce gant serait également utilisé pour dialoguer directement avec les citoyens et véhiculerait les annonces publicitaires des établissements intéressés. Sur cette surface apparaîtrait chaque jour des informations et des annonces variées. L’objectif principal – avancé par les concepteurs de ce produit baptisé Ovni, quelques enseignants et étudiants du Machina Lonati Fashion, un institut de design de Brescia lié aux Beaux Arts de Santagiulia – «serait de d’assurer une diffusion homogène et cohérente de l’image de l’entreprise à travers la publicisation de son activité, de ses services, de ses orientations et d’évènements culturels. Ceci afin de renforcer la crédibilité de l’entreprise elle-même, laquelle en retirera un surcroît de transparence et de visibilité». Sur un point, les designers ont raison, le gant est une «nouvelle forme de communication directe avec les citoyens, dans la mesure où il est possible de la porter directement sur soi». Il diffuse un racisme subliminal, banalise les sentiments les plus troubles de l’être humain. Mais que les belles âmes se rassurent, le préservatif à mains ne pollue pas, «il est écologique, réalisé dans un matériau 100 % biodégradable pour le plus grand respect de l’environnement ». Vraiment très intéressante cette nouvelle conception de l’écologie qui voit les personnes contraintes d’émigrer comme des scorie de la nature. Certains soutiennent que dans les années 1980 le design aura donné une forme plastique au vide pneumatique engendré par la mort des idéologies. À Brescia, le design fait un pas en avant, il ne donne plus sens au vide en lui donnant forme, au contraire, il diffuse de manière sinueuse des idéologies grossières chargées de haine. Il maquille le rejet.