Omicidio Verbano, recapitato davanti alla porta di casa della madre un nuovo dossier sui fascisti

Novità nelle indagini sull’assassinio rivendicato dai Nar di Valerio Verbano. Fatta ritrovare in un borsone una nuova schedatura dell’estrema destra romana aggiornata fino al 1982

Paolo Persichetti
Liberazione 13 aprile 2011


Dopo la riapparizione in un armadio dei carabinieri di una copia, non si sa bene ancora se parziale o integrale, del vecchio dossier scomparso da decenni, un nuovo colpo di scena interviene nell’inchiesta sulla morte di Valerio Verbano, il giovane militante dell’Autonomia ucciso il 22 febbraio di 31 anni fa nella sua abitazione da un commando di suoi coetanei di fede fascista, che si firmò con la sigla dei Nuclei armati rivoluzionari. Un nuovo schedario sull’estrema destra romana è stato consegnato alla madre di Valerio, dopo che dal suo blog, e su Facebook, il 24 marzo scorso aveva lanciato un appello ai vecchi compagni del figlio: «Se avete della documentazione, vi prego fatemela avere, è molto importante per le indagini». Carla Verbano aggiungeva che avrebbe mantenuto il più stretto riserbo su chi gliel’avrebbe fatta pervenire. E così, il primo aprile, un giovane ha suonato al citofono di casa: «Signora le devo consegnare una cosa». Il ragazzo è salito fino alla porta ed ha lasciato un grosso borsone: «E’ per lei». Poi è subito sgusciato via. Che ci fossero in giro più versioni dell’archivio Verbano era emerso dopo la pubblicazione sul Corriere della sera e su Liberazione di alcuni estratti della copia del dossier depositato nell’attuale fascicolo delle indagini. Proprio Liberazione aveva segnalato questa circostanza a partire da un raffronto con altri documenti citati nel libro di Valerio Lazzaretti, Valerio Verbano, ucciso da chi, come e perché, Odradek. I carabinieri del Ros lo stavano cercando da giorni, una perquisizione era stata condotta di recente in un box legato alla famiglia di un vecchio amico di Valerio, morto nel frattempo. Nella borsa c’erano due grossi raccoglitori e una rubrica marrone che all’interno, sulla prima pagina, riporta la scritta «onore al compagno Valerio Verbano caduto sulla strada che porta al comunismo». Il materiale risulta aggiornato fino al 1982. Un lavoro molto pulito. Le singole schede, dei fogli A4, sono conservate in camicie di plastica e le note sono dattilografate in modo ordinato. La data è impressa con un timbro. Gli aggiornamenti sono battuti con un’altra macchina, il che lascia pensare che vi abbiano lavorato più persone in tempi diversi. Nessun appunto è a mano. Un lavoro da veri professionisti. La sensazione è che si tratti di un archivio nel quale sono confluiti differenti dossier sui fascisti presenti sulla piazza romana, compreso quello meno ordinato che venne sequestrato a Verbano. Altre infomazioni forse risalgono addirittura alla madre di tutti gli schedari sui fascisti preparati dalla sinistra extraparlamentare, quello sullo «squadrismo romano» realizzato da Lotta continua nel lontano 1972. Anche se la prima schedatura su larga scala dei militanti di destra – come ricorda Guido Panvini in, Ordine nero, guerriglia rossa, Einaudi – fu elaborata dalla sezione “Problemi dello Stato” del Pci, diretta da Ugo Pecchioli, mentre a destra, negli apparati dello Stato o in aziende come la Fiat, l’attività di schedatura dei “rossi” andava avanti fin dagli albori della Repubblica.
Alcune schede contengono informazioni con la dicitura: «Tratto dal lavoro del compagno Valerio Verbano». Tono deferente che porta a ritenere questo dossier successivo alla sua morte, messo in piedi per dare una risposta risolutiva all’attivismo aggressivo dei neofascisti romani. I due raccoglitori contengono dei sottofascicoli suddivisi per zone della Capitale: Roma Est, Sud, Nord, Colle oppio, Monteverde, Eur, Centro, Testaccio-Aventino, Parioli, piazza Tuscolo, piazza Bologna, piazza Indipendenza. Nella rubrica un indice indica la presenza di nomi (circa 900 con relative zone di provenienza), numeri di targa e proprietari corrispondenti, luoghi di ritrovo, storia e vita dei Nar, approfondimenti su piazza Tuscolo, aggiornamenti sul quartiere Trieste relativi al periodo tra il 1980-82.
Per volere di Carla Verbano l’intero materiale è stato consegnato alla procura dal legale, Flavio Rossi Albertini, che nel frattempo si è visto rifiutare la richiesta di copia delle parti del vecchio dossier Verbano allegate nel fascicolo, perché in questa fase sarebbero «ancora coperte da segreto istruttorio» nonostante fossero già filtrate all’esterno.
Questa mole di carte, riemerse da un passato lontano, almeno su un punto comincia a fare chiarezza: il dossier Verbano c’entra molto poco con la sua morte. La dietrologia, le connessioni tra apparati e ambienti della criminalità, più volte evocate negli anni passati, non trovano conferme se non su aspetti già ampiamente noti. Sull’omicidio i carabinieri hanno una ipotesi investigativa molto diversa dalla cortina fumogena di nomi e ambienti apparsi sui media nelle scorse settimane. La pista imboccata da via Inselci è quella della vendetta legata alla morte di Cecchetti. Le loro indagini si concentrano attorno ad un gruppo di neofascisti che frequentavano un noto locale di Talenti.
Ma c’è dell’altro, l’inchiesta sulla morte di Verbano rischia di trasformarsi in una sorta di matrioska che al suo interno può riservare altri sviluppi d’indagine, questa volta sul fronte opposto. Non a caso nell’area dell’antagonismo romano cominciano a farsi strada, anche se con notevole ritardo, le prime perplessità. C’è chi comincia a prendere coscienza che “l’antifascismo giustizialista” – che ormai sembra aver preso il sopravvento nella gestione politica del caso Verbano – non porti da nessuna parte, se non al rischio di nuovi arresti a distanza di oltre 30 anni sulla base di indizi labili di persone distanti anni luce da quelle vicende. La via penale per cercare la verità su quelle morti irrisolte comincia a non essere più vista come la migliore delle soluzioni.

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Il Settantasette di Valerio Verbano, tornano le carte perdute

Personale e politico di un sedicenne dell’Autonomia. Ecco cosa c’è nel “dossier”

Liberazione descrive le carte di Verbano riapparse da un archivio dei carabinieri. Si tratta di una parte del materiale sequestrato nell’abitazione di Valerio il 20 aprile di 31 anni fa. Prima scomparso dall’ufficio corpi di reato del tribunale di Roma, poi ritrasmesso in copia fotostatica dalla digos al giudice che indagava sul suo omicidio, infine definitivamente inviato al macero nel 1987. Quasi 400 pagine, tra cui l’agenda rossa del 1977 e la rubrica con i nomi dei militanti neofascisti. Il legale di Carla Verbano invoca trasparenza e chiede copia del dossier alla procura

Giorgio Ferri e Nicola Macò
Liberazione 8 marzo 2011

L’Agenda rossa 1977 di Valerio Verbano sequestrata il 20 aprile 1079

Ci sono i voti del semestre appena concluso, l’orario delle lezioni, il testo della canzone di De André, Il bombarolo, e poi in stampatello sul frontespizio: «Portare l’attacco al cuore dello Stato», con una falce e martello e un mitra sovrapposti e sotto la sigla Ccr, collettivo comunista rivoluzionario quarta zona, composto dagli studenti del liceo scientifico Archimede. E’ la copia fotostatica dell’agenda rossa 1977, edita dalla Savelli, appartenente a Valerio Verbano, allora studente appena sedicenne, riemersa da un buio lungo 31 anni. Ai lati dei fogli la firma di Rina Zapelli, nome da ragazza di Carla Verbano, madre di Valerio, apposta al momento del sequestro la sera del 20 aprile 1979.

L’inchiesta sui fascisti
Tra le pagine che abbiamo potuto consultare, poco meno della metà dei 379 fogli che sembrano comporre quanto resta del “dossier Verbano”, ci sono anche 41 fogli di una rubrica nei quali sono riportati circa 900 nomi di attivisti di estrema destra corredati da indirizzi e in alcuni casi con numero di telefono. Redatti tutti con la grafia di Verbano. Altri 16 fogli, trascritti da più mani, riportano appunti, minute di schede, appartenenza politica, piantine e altre informazioni, come alcuni luoghi di ritrovo dell’estrema destra.
Carla Verbano vi ha già riconosciuto quella di un amico di Valerio deceduto nel frattempo. Un accurato lavoro di mappatura delle diverse realtà del neofascismo romano dove lucide intuizioni e scoperte anzitempo si sommano anche ad imprecisioni e approssimazioni notevoli. Alcune schede collimano solo in parte con quelle riportate nel recente libro di Valerio Lazzaretti, Valerio Verbano, ucciso da chi, come e perché, Odradek 2011. Questa circostanza conferma quanto ricordato nei giorni scorsi da Carla Verbano sulla esistenza di più versioni del dossier, «realizzato da Valerio insieme ad altri sei o sette amici». La riprova sta proprio nel libro di Lazzaretti che riporta uno schedario con circa 1200 nomi aggiornato ad un periodo successivo alla morte di Verbano. Nel dossier “riapparso” in una scheda numerata “002” si legge che Pierluigi Bragaglia, ex militante del Fdg divenuto «gregario delle strutture collaterali dei Nar», ha 18 anni, mentre nel documento citato da Lazzaretti gli anni salgono a 20 e il testo della scheda, seppure quasi identico, vede l’ordine delle frasi spostato a conferma del fatto che le informazioni salienti contenute nel “dossier” erano patrimonio di un’area più larga che le ha conservate ed aggiornate nel tempo.
E’ azzardato trarre delle conclusioni sulla base di una visione troppo parziale della carte riemerse – secondo quanto sostenuto dal Corriere della sera – da un archivio dei carabinieri a cui la procura ha recentemente attribuito la delega per le nuove indagini sull’omicidio. L’avvocato Flavio Rossi Albertini, legale di Carla Verbano, si è già rivolto ai pm per avere copia del “dossier”. Le carte di Verbano rivestono ormai una valenza storica ancor prima che giudiziaria. Il buco nero che per lunghi decenni ha inghiottito le sue agende, rubriche e foto, consigliano oggi un dovere di trasparenza assoluta, tanto più che eventuali sviluppi dell’inchiesta si attendono dall’esame tecnico di altri reperti.


Gli elenchi distrutti

Quello che si legge nel verbale di sequestro del materiale trovato dalla digos nella stanza di Valerio Verbano è un lungo elenco: l’agenda rossa che fu il suo diario personale nel 1977, quaderni, decine di fogli sparsi, fotocopie, ritagli di giornali, fotografie e una pistola. In tutto, ben diciotto schedari pieni di documenti e altri sei di foto. Dopo il sequestro, cominciano le ‘stranezze’. Tutto il materiale – spiega Marco Capoccetti Boccia nel suo, Valerio Verbano, una ferita ancora aperta, Castelvecchi 2011 – sarà tenuto in custodia dalla digos per una settimana prima di essere consegnato all’ufficio corpi di reato del tribunale di Roma per essere repertato e messo a disposizione del fascicolo processuale «Verbano + 4». Pochi giorni dopo la morte di Valerio i legali della famiglia ne chiedono la restituzione. Si scopre così che l’originale del cosiddetto “dossier” non è più al suo posto; è praticamente sparito. Il 27 febbraio 1980 il giudice istruttore Claudio D’Angelo, che si occupa dell’omicidio di Valerio, constatata la scomparsa del dossier dall’ufficio corpi di reato riceve dalla digos una «copia fotostatica della documentazione sequestrata nell’abitazione di Verbano Valerio». Se ne evince che si tratta ancora di una copia integrale ma Carla Verbano, che all’epoca poté visionare le carte, sostiene che il materiale inviato dalla digos era «dimezzato» rispetto all’originale. Nell’ottobre 1980, il giudice istruttore nega alla famiglia la restituzione delle carte sequestrate, ormai presenti solo in copia, perché ancora sottoposte a segreto istruttorio. Quattro anni dopo, l’11 aprile 1984, la corte d’appello che aveva giudicato Valerio ordina la distruzione dei reperti, comprese le carte e le foto, nonostante queste fossero state nuovamente repertate nell’inchiesta aperta per il suo omicidio. In realtà, come documenta Capoccetti, l’effettiva distruzione della copia fotostatica inviata dalla digos avverrà solo il 7 luglio 1987. Da quel momento non c’è più traccia del dossier negli atti giudiziari. Per ritrovarne copia Capoccetti ha scritto anche alla digos, ricevendo lo scorso luglio un’evasiva risposta che tra le righe non smentisce affatto l’attuale possesso di copia del «materiale oggetto di sequestro». Documentazione che all’improvviso è riapparsa in mano ai carabinieri dopo la recente riapertura dell’inchiesta. Si è detto anche che il dossier sarebbe passato nelle mani del giudice Amato, ucciso mentre conduceva un’inchiesta contro Nar e Terza posizione, ma sempre secondo quanto accertato da Capoccetti non c’è alcuna traccia di protocollo che ne dia conferma. Questo trasmigrare, sparire e ricomparire, dimagrire, per infine esser distrutto e poi riapparire in copia fotostatica dove nessuno se lo aspetta, è senza dubbio una delle circostanze più sconcertanti di tutta la vicenda.

L’agenda rossa del 1977
Siamo entrati nelle pagine del diario di Valerio del 1977 con un sentimento di pudore. Ci sembrava di violare la sua intimità, i suoi segreti, quelli di un adolescente cresciuto in fretta. In quegli anni si diventava adulti presto travolti dalla forza di una corrente che insegnava come fosse possibile cambiare il mondo. Valerio surfava veloce su quell’onda di rivolta che non conosceva rassegnazione. Il suo era un coinvolgimento totale: almeno quattro riunioni politiche a settimana, tra collettivi, comitato e assemblee, non solo all’Archimede ma anche all’università. Annotava le manifestazioni e gli scontri del periodo, le ricorrenze, l’uccisione dei militanti di sinistra, da Francesco Lorusso ad Antonio Lo Muscio e Walter Rossi, insieme ai compiti in classe, i pomeriggi al muretto con gli amici, gli incontri con le ragazze e anche un  «abbiamo giocato a nascondino» che fa sorridere. Tanti gli slogan, roventi come la temperatura al suolo dell’epoca, ma anche una battuta del tipo: «Atac: associazione telline aspiranti cozze». Meglio non prendersi troppo sul serio. Il 4 marzo annota: «Mancia ripassa a scuola». Angelo Mancia, conosciuto come Manciokan, fattorino del Secolo d’Italia, era un noto picchiatore del quartiere. Venne ucciso per rappresaglia dalla Volante rossa poche settimane dopo la morte di Valerio, anche se con il suo assassinio non c’entrava nulla. Il 12 marzo sono appuntati gli scontri durante la manifestazione nazionale per l’uccisione da parte di un carabiniere di Francesco Lorusso e, qualche giorno dopo, il 15, la discussione nel collettivo «sui fatti di sabato e le baiaffe». Facevano discutere le pistole apparse durante il corteo e l’armeria presa d’assalto il sabato precedente. Il 22 settembre Valerio annota la partenza per Bologna dove partecipa, fino al 25, al convegno nazionale contro la repressione. Dormirà a casa di una zia accompagnato dalla madre, ci racconta Capoccetti. Il 15 novembre si legge «Vado all’Archimede, vengo aggredito». Quasi un presagio.

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Solo l’uscita dall’ipoteca penale può aiutare a scrivere finalmente quelle pagine bianche. Sarà poi la storia a dare il suo giudizio

Paolo Persichetti
Liberazione 14 febbraio 2010 (versione integrale)


Ad un certo punto del suo libro (scritto con Alesando Capponi, Sia folgorante la fine, Rizzoli 2010) Carla Verbano prende quasi per mano il lettore accompagnandolo lungo le strade che tracciano il quadrante nordest della Capitale. Un viaggio della memoria che si addentra per le vie dei quartieri Trieste, Salario, Nomentano, Montesacro, Talenti, Tufello, Val Melaina. La zona è tagliata in due dal ponte delle Valli che sul finire degli anni 70, come accadeva in molte altre strade o piazze d’Italia, «separava il bene dal male», segnava lo spartiacque politico tra i territori rossi e quelli neri. La “passeggiata” è costellata da tappe: marciapiedi, portoni, incroci, fermate d’autobus, bar, dove sono avvenuti scontri, attentati o sparatorie contro militanti di sinistra e di destra, giudici, poliziotti o persone ignare, uccise per sbaglio. Topologia di un conflitto, della sua parte più inutile, che ancora oggi la memoria ufficiale evita di nominare per quello che fu: una guerra civile strisciante. Senza contare i morti, ricorda la madre di Valerio Verbano: «Solo tra 1978 e 1979 tra Montesacro e Talenti ci sono stati 42 attentati dinamitardi a edifici, 87 aggressioni, 12 incendi ad automobili».
Il percorso che Carla Verbano propone, tenta di venire a capo della morte di suo figlio Valerio, diciannovenne militante dell’autonomia ucciso il 22 febbraio 1980. Dopo 30 anni i suoi assassini sono ancora senza volto. Un omicidio anomalo sul piano operativo, ma nel libro si ricorda un precedente, un ferimento realizzato da elementi dell’estrema destra avvenuto con le stesse caratteristiche ma dimenticato dalle indagini. Diversi sono i morti di quell’epoca rimasti senza responsabili: a cominciare da quelli commessi dalle forze dell’ordine, come Fabrizio Ceruso, ucciso il 5 settembre 1974 davanti ad un’occupazione di case a san Basilio, Pietro Bruno, morto nel 1975 nel corso di una manifestazione, Mario Salvi e Giorgiana Masi, entrambi colpiti alle spalle, il primo il 7 aprile 1976, la seconda il 12 maggio 1977. Nel pantheon della destra un posto particolare è riservato ai «martiri» che non hanno trovato esito giudiziario: Zicchieri, Cecchin, Mancia, Di Nella, i tre di Acca Larentia. A sinistra senza nome sono rimasti gli omicidi di Fausto Tinelli, Lorenzo Iannucci, Ivo Zini, uccisi tra il marzo e il settembre 1978. La lista ovviamente non pretende di essere esaustiva per nessuna delle parti.
A oltre trent’anni dai fatti, cosa è ancora possibile fare senza cadere nel culto cimiteriale della mistica vittimaria con cui, per esempio, la destra incensa i propri morti e che alcuni a sinistra tentano di imitare opponendo le proprie icone insanguinate in una sorta di guerra memoriale, prolungamento metaforico dello scontro con i fascisti degli anni 70? Questa costruzione postuma di un’identità vittimaria avvitata su se stessa, oltre a non essere rappresentativa del reale storico dell’epoca, ripropone in modo univoco e preponderante il paradigma antifascista come asse identitario e percorso prioritario dentro il quale ricostruire l’azione politica.
Forse c’è un solo percorso che può servire alla ricostruzione completa di quegli anni senza cadere nella trappola identitaria: un’amnistia. Solo l’uscita dall’ipoteca penale può aiutare a scrivere finalmente quelle pagine bianche. Sarà poi la storia che si occuperà di dare il suo giudizio.
La vera domanda è cosa sia la destra oggi e come combatterla. Pensare di riproporre analisi e modelli d’azione che ripescano il vecchio paradigma dell’antifascismo militante è quantomeno inadeguato, senza voler qui riaprire una vecchia querelle che pur merita di tornare ad essere affrontata. Già negli anni 70 sull’antifascismo militante come ideologia non vi era unanimità. Nato dall’impulso iniziale del Pci che tentò di convogliare sul pericolo neofascista la spinta dei movimenti sociali, venne fatto proprio da alcuni settori della nuova sinistra fino a divenire una sorta d’ideologia a sé che esorbitava dalla questione concreta delle violenze fasciste. Considerata da altre realtà politiche della sinistra rivoluzionaria come un diversivo che “sopravvalutava contraddizioni secondarie o arretrate”, l’ideologia ipostatizzata dell’antifascismo in tutte le sue varianti era criticata perché conteneva in nuce derive democraticiste, legalitarie, giustizieriste, complottistiche che allontanavano dalla centralità del conflitto anticapitalista. Il dibattito sembra oggi riproporsi e come sempre la memoria ci parla del presente.

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Razzismo a Tor Bellamonaca, agguato contro un migrante
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Politici e amnistia, tecniche di rinuncia alla pena per i reati politici dall’unità d’Italia ad oggi
Una storia politica dell’amnistia

Amnistia per i militanti degli anni 70
Il caso italiano: lo stato di eccezione giudiziario

Omicidio di Valerio Verbano: la procura riapre l’inchiesta e punta l’attenzione su due nuovi sospetti

L’omicidio sarebbe nato dalla volontà di un nucleo armato dell’area di Tp del quartiere di utilizzare l’azione per accreditarsi con i Nar. Il quadro probatorio resta tuttavia ancora indiziario

Paolo Persichetti
Liberazione 23 febbraio 2011


Ufficialmente nessun nome è stato ancora iscritto nel registro degli indagati per le nuove indagini sull’omicidio di Valerio Verbano, il diciannovenne militante dell’Autonomia operaia ucciso il 22 febbraio di 31 anni fa da un commando di tre neofascisti che gli tesero un agguato nella sua abitazione dopo aver immobilizzato i genitori. E’ vero tuttavia che l’attenzione degli inquirenti si è concentrata su due personaggi che all’epoca avevano più o meno la sua stessa età. A loro si sarebbe arrivati attraverso un aggiornamento dei vecchi identikit, realizzati sulla base delle testimonianze della madre di Valerio, Carla, che aprì la porta agli attentatori e vide uno di loro in faccia, e di un vicino di casa che incrociò i tre sulle scale mentre si allontanavano precipitosamente. Grazie a dei moderni programmi di grafica informatica in uso alle forze di polizia, il Ros dei carabinieri che conduce le indagini per conto dei pm Pietro Saviotti e Erminio Amelio ha invecchiato gli identikit dell’epoca comparandoli con i volti attuali di alcuni sospettati, giungendo a sovrapporli con quelli di due neofascisti di quegli anni. Non ci sarebbero dunque nuovi riconoscimenti. Insomma il quadro probatorio raccolto allo stato sarebbe prettamente indiziario, supportato da ricostruzioni logiche, per questo in procura si procede con cautela. Domani si svolgerà un esame molto importante, un accertamento tecnico irripetibile su quei pochi reperti sfuggiti alla distruzione dei corpi di reato decisi dal giudice istruttore Claudio D’Angelo, che per oltre un decennio ha avuto in mano il dossier. Di fatto la procura sta espletando solo oggi alcune di quelle richieste che nel gennaio 1987 il nuovo pm incaricato delle indagini, Loreto D’Ambrosio, aveva chiesto senza trovare ascolto. Giovedì i tecnici di laboratorio tenteranno di individuare eventuali tracce genetiche dal bottone, gli occhiali e la pistola, una beretta 7,65, lasciati dagli attentatori. Probabilmente verrà svolta anche una perizia comparativa sull’arma per verificare, come chiesto nuovamente dai legali di Carla Verbano, l’eventuale compatibilità della pistola con un’arma da fuoco dello stresso calibro impiegata in una rapina realizzata da tre esponenti di Terza posizione nel 1979. Ad individuare i due volti si sarebbe giunti dopo un accurato lavoro di mappatura della violenza politica nei quartieri dell’area nord est della Capitale, una delle zone dove lo scontro tra rossi e neri fu più sanguinoso. Non è escluso che ad indirizzare questo lavoro di analisi vi sia stato il contributo di qualche “gola profonda”. Uno o più collaboratori di giustizia a cui sarebbe stato chiesto di raschiare il fondo del barile. L’ipotesi su cui sembrano aver lavorato gli inquirenti è quella di un’azione messa in piedi da un “nucleo di quartiere”, appartenente all’area dello spontaneismo armato di destra, per candidarsi all’ingresso nei Nar. Lo scenario è abbastanza verosimile, risponde infatti a delle dinamiche molto frequenti in quegli anni di forte accelerazione militarista, dove gruppi esterni spesso composti da giovanissimi realizzavano azioni indipendenti per accreditarsi presso i gruppi maggiori. I Nuclei armati rivoluzionari erano una sigla aperta che si prestava ad episodi del genere. L’azione venne rivendicata a nome del comando «Thor, Balder e Tir», mai ricomparso successivamente, e fu criticata dai militanti storici dei Nar con un altro comunicato. Secondo quanto riferito da Repubblica, i sospetti si sarebbero incentrati su un «professionista» affermato e su un attivista di estrema destra riparato da molti anni all’estero. I due non sarebbero affatto degli sconosciuti e sicuramente uno di loro sarebbe stato fermato in passato per possesso di armi. La descrizione del militante espatriato lascia pensare ad un latitante riparato in Sud America, in un Paese tuttora coinvolto in una accesa controversia giuridico-diplomatica con l’Italia. Per altro il personaggio è stato condannato per aver partecipato proprio alla rapina del 1979 nella quale venne utilizzata una 7,65, arma di cui si sta cercando di verificare la compatibilità con quella che Valerio Verbano strappò dalle mani dei suoi assassini. Inesatto appare invece il richiamo al ferimento di Roberto Ugolini, il militante ex di Lc colpito alle gambe dopo una irruzione nell’abitazione dei genitori nel marzo 79 da un nucleo di Terza posizione di cui sono noti i nomi. Uno di loro era in carcere al momento dell’assassinio di Verbano, l’altro, Giorgio Vale, nell’80 già faceva parte dei Nar. Identiche modalità d’azione che però conducono ad ipotizzare l’intervento di una medesima area armata anche se con autori diversi.

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Ucciso 31 anni fa da un commando dei Nar e poi dalle omissioni e le inadempienze della magistratura. Agli antipodi di Roberto Saviano. Valerio Verbano diceva ad una sua amica: «No, io non ci terrei proprio ad essere un eroe. Mi sembra proprio di buttar via la vita. Le cose le devi fare, ma devi riuscire ad ottenere qualcosa in cambio senza doverci mettere la tua vita»

Paolo Persichetti
Liberazione 20 febbraio 2011


Il 22 febbraio 1980 moriva a Roma Valerio Verbano, giovanissimo militante dell’autonomia operaia ucciso da un commando neofascista che l’attendeva all’interno della sua abitazione, nel quartiere di Montesacro, dopo aver immobilizzato i genitori. I Nar, Nuclei amati rivoluzionari, sigla “aperta” dello spontaneismo armato della destra estrema, rivendicarono l’azione fornendo alcuni riscontri inequivocabili. A 31 anni di distanza due corposi volumi tornano a scandagliare con cura quella vicenda rimasta senza una verità giudiziaria definita: Valerio Verbano, ucciso da chi, come e perché, di Valerio Lazzaretti, Odradek, 461 pagine, 25 euro; Valerio Verbano, una ferita ancora aperta. Passione e morte di un militante comunista, di Marco Capoccetti Boccia, Castelvecchi, 380 pagine, 19,50.
All’interno dell’area antagonista romana la memoria di Valerio Verbano, e della sua breve e intensa storia politica, si è tramandata con forza. Ogni anno l’anniversario della sua morte è scandito da un corteo che traversa le strade del suo quartiere e da numerose iniziative in suo ricordo. I due volumi appena usciti sono una testimonianza di questa memoria ancora incandescente. E’ questa una prima difficoltà per lo storico: districarsi da ciò che i portatori di memoria vogliono affermare nel presente. Due sono i temi caldi che appassionano l’evento memoriale rinnovato attorno alla figura di questo giovane militante comunista: l’identità sconosciuta degli autori dell’assassinio e la volontà di riaffermare la pratica dell’antifascismo militante in un periodo storico che vede diversi esponenti della destra armata degli anni 70, alcuni dei quali persino coinvolti nelle indagini per la sua morte, far parte a pieno titolo del ceto politico-istituzionale. Sia Lazzaretti che Capoccetti attraverso un certosino lavoro di controinchiesta e un’analisi impietosa delle indagini giudiziarie mostrano come gli autori dell’omicidio non siano da ricercare tanto lontano, contrariamente a quanto affermato da Sandro Provvisionato e Adalberto Baldoni in un’intervista apparsa sull’Espresso di qualche tempo fa. Secondo Provvisionato e Baldoni le morti di Verbano e poi quella del picchiatore missino Angelo Mancia, avvenuta poche settimane dopo ed anch’essa rimasta senza responsabili, sarebbero da addebitare ad una «entità» che avrebbe agito per elevare il livello di scontro politico tra aree estreme. Come se a Roma tra il 1979 e il 1980 ci fosse stato bisogno di imput del genere. Con la loro inchiesta Lazzaretti e Capoccetti ribadiscono la matrice neofascista dell’assassinio, come testimonia quella prima rivendicazione che per autocertificarsi riportò alcuni dettagli riservati conosciuti solo dagli autori del delitto. Il nucleo dei Nar che rivendicò l’episodio citava i comandi «Thor, Balder e Tir», mai comparsi successivamente. Verbano ingaggiò una lotta furibonda contro i suoi aggressori. La ricostruzione di quanto avvenne sulla scena del delitto fa pensare che egli riuscì a disarmare uno dei tre attentatori e stese a terra gli altri due. Il colpo mortale venne sparato alle sue spalle dal basso verso l’altro mentre stava cercando di raggiungere il balcone. L’omicidio fu probabilmente una forzatura che suscitò discussioni nell’area dello spontaneismo armato neofascista. Un successivo comunicato siglato Nar, poi si seppe scritto da Valerio Fioravanti, criticò l’azione. Arrestato il 20 aprile 79, Verbano venne scarcerato il 22 novembre dello stesso anno. Tre mesi dopo fu ucciso. L’arresto c’entra in qualche modo con la sua morte perché durante la perquisizione della sua stanza che ne seguì, oltre ad una pistola, la digos scoprì un corposo dossier composto da foto, nomi, indirizzi e schede sull’estrema destra romana. Si trattava di un lavoro di controinformazione che Valerio conduceva insieme ad altri compagni del collettivo che aveva messo in piedi. Uno schedario forse in parte ereditato da precedenti strutture politiche. Fatto sta che quel dossier una volta finito nell’ufficio corpi di reato del tribunale scomparve. In tribunale all’epoca lavorava un magistrato istruttore con molte relazioni, Antonio Alibrandi, padre di Alessandro, esponente di primo piano dei Nar morto tempo dopo in un conflitto a fuoco. Alibrandi padre, spiegavano le cronache dell’epoca, era una pedina di Giulio Andreotti per conto del quale aveva incriminato Paolo Baffi, allora direttore generale della Banca d’Italia, e arrestato nel marzo 1979, Mario Sarcinelli, suo vice. La vicenda del dossier e lo scontro di piazza Annibaliano con un gruppo di fascisti, nel quale Verbano aveva perso i documenti, avevano attirato su di lui l’attenzione trasformandolo in un obiettivo.
Convince meno, in questa battaglia per la memoria, l’idea che dai percorsi giudiziari possa scaturire dopo tanti decenni la verità. I due libri documentano la scandalosa condotta della magistratura, addirittura la distruzione dei corpi di reato lasciati dagli assassini, sottratti così alle nuove tecniche d’indagine. Un paradosso visto che l’omicidio è ormai un crimine imprescrittibile, ragion per cui reperti e corpi di reato dovrebbero essere conservati per sempre. Questo bisogno di un colpevole, richiesta umanamente comprensibile, rischia però di trasformarsi in un boomerang politico. Lo si è già visto con la richiesta della riapertura delle indagini, lo scorso anno. Alemanno aveva incontrato i dirigenti della procura. Si era parlato di 19 casi irrisolti, per poi alla fine assistere soltanto alla riapertura dell’inchiesta sul rogo di Primavalle, unico episodio ad avere una verità processuale accertata ma utile alla retorica vittimista della destra. L’unica strada è l’uscita dalle ipoteche penali accompagnata da una richiesta di trasparenza totale.
Il volume di Lazzaretti, grazie ad un’imponente documentazione archivistica, sgretola la narrazione vittimistica diffusa dalla destra negli ultimi anni. E’ impressionante la mole di aggressioni fasciste che avvenivano nella città di Roma. Quello di Capoccetti, ricavato da un ulteriore sviluppo della sua tesi universitaria, ricostruisce attraverso molte interviste il vissuto politico di Verbano, compresa la graduale maturazione di un suo dissenso con la strategia politica dei collettivi autonomi. I due libri tuttavia evitano di approfondire alcuni non detti confinati nelle pieghe della sua storia. Tra questi, per esempio, il nodo dell’antifascismo militante. Il dissenso contro lo «sparare nel mucchio» che aveva portato Verbano ad intervenire pubblicamente sulle frequenze di radio Onda rossa per criticare l’uccisione di Stefano Cecchetti, che non era fascista, colpito a caso davanti ad un bar frequentato da militanti di destra. Omicidio che per crassa ignoranza gli venne imputato dai suoi assassini nel volantino di rivendicazione. Esistevano all’epoca diverse interpretazioni dell’antifascismo militante, alcuni lo ritenevano tema centrale, altri una questione di retroguardia. Alcuni l’utilizzavano per frenare la spinta verso i gruppi armati (l’esatto contrario di quel che sostiene Guido Panvini in, Ordine Nero, guerriglia rossa, Einaudi 2009). C’erano poi idee diverse sul modo di condurlo. Insomma, da questo punto di vista certamente un’occasione persa.

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Valerio Verbano, l’epoca dei becchini

Un articolo recensione del libro di Carla Verbano, Sia folgorante la fine, ha suscitato alcune reazioni in rete. Riporto solo il primo intervento critico, postato in forma anonima su Indymedia lombardia e Bellaciao.org a cui segue la replica. Per chi fosse interessato alla querelle, basta cliccare i link

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Lun, 15/02/2010 – 20:04
by Anonimo

Risposta all’articolo https://insorgenze.wordpress.com/2010/02/14/valerio-verbano-a-trentanni-d

…Si auspica a torto lo stesso trattamento, da ingenui quali siamo, spesso noi, a sinistra. Le lotte sono differenti, le mete altrettanto così gli obiettivi. Ma se per scagionare qualcuno ci vuole prima un’accusa e una sentenza, già qui si parla di amnistia. Mi spiace che il compagno Persichetti si sia azzardato a tanto, pur consapevole di essere in acque torbide e la vista non gli conceda di poter gridare (seppur sommessamente) “terra”. Non si può chiedere giustizia giusta e applicata in maniera tanto sbrigativa quando ancora non è stata ascritta e decretata colpevolezza. Inoltre ribaltando i termini l’amnistia non è così che è osservata, come un patteggiamento fra le parti, senza che quella primariamente coinvolta si sia espressa come colpevole o abbia fatto ammissione di correità. Niente di tutto questo. Mettere perciò le mani avanti è scorretto verso chi chiede quella giustizia doverosa, necessaria verso chi ha atteso tanto tempo. Che venga dalle vittime e non dal carnefice. E non illudiamoci che basti mettere il verme sull’amo perché la balena abbocchi. E’ tutto molto più complicato, ci sono sinergie che devono saltare come un domino e rapporti di potere ricattatori che non è dato sapere se sono attuali o meno. Quando il braccio armato è ancora potente e il movente lungi dallo svelarsi, nessuno dovrebbe esprimersi con tanta leggerezza e superficialità. Si rischia di essere fraintesi, come virtuali conniventi o destinatari di un valore aggiunto che sono quelle briciole che cadono dalla tavola, come per sbaglio.

Gli spacciatori di passioni tristi

Quando ai soggetti vivi della storia si sostituiscono i testimoni risentiti della memoria comincia l’epoca dei becchini. La memoria assume così le sembianze del morto che agguanta il vivo, del vampiro che succhia la vita futura

Paolo Persichetti

Le normali regole del contraddittorio prevedono che la tenzone avvenga ad armi pari. In questo caso invece il mio contraddittore interviene in forma anonima. Basterebbe questo per deconsiderare le parole di chi non ha nemmeno il coraggio delle proprie idee. Per altro questo signore mi da del “compagno”, ma io non sono suo compagno. I miei compagni stanno in carcere con l’ergastolo non a fare gli assessori per qualche giunta di centrosinistra o i parolai. Chi mi contesta pare che sappia con certezza chi sono gli assassini di Verbano, allora perché non procede. Gli manca il coraggio?
Potrei chiuderla qui questa polemica, anche perché, come diceva Oscar Wilde, se litighi con un cretino l’unico risultato che ottieni è sembrare cretino pure tu.
Resta che questi post vengo letti comunque da un certo numero di persone; è solo per rispetto di queste che faccio una replica.

1) Nella storia sono esistite diverse tipologie di amnistia. Quelle politiche applicate in Italia fino al 1970 indicavano nel loro articolato le fattispecie di reato commesse all’interno di un determinato periodo storico. Le persone denunciate, e/o processate, e condannate per quei fatti repressi dalla legge usufruivano dell’amnistia. Lì dove non vi era stata ancora azione penale, veniva meno nel futuro la possibilità di svolgere il processo. L’azione penale restava nella discrezione del pubblico ministero che avrebbe potuto comunque agire conducendo un’inchiesta nell’interesse pubblico dell’accertamento dei fatti (poiché possono sussistere reati non amnistiati), dichiarando alla fine la non procedibilità per sopravvenuta amnistia.
Tuttavia per ovviare al rischio dell’amnistia cosiddetta “preventiva”, che può creare ostacoli all’accertamento della verità (qui ovviamente bisogna ricordare che la “verità giudiziaria” è una mera convenzione che non può essere in alcun modo sovrapposta alla verità storica. Troppi oggi pensano che l’unica via per raggiungere la verità sia quella di fare processi e scrivere sentenze), soprattutto dopo le esperienze delle auto-amnistie dei regimi dittatoriali del Sud America, in Sud Africa è stato sperimentato un modello alternativo denominato “Ubuntu”. Attuato dalla commissione riconciliazione e verità, questo sistema prevedeva il riconoscimento dei fatti-reato da parte dei loro autori, una verifica della loro veridicità attraverso i normali riscontri da parte dell’autorità pubblica, il riconoscimento dell’amnistia e una riparazione materiale e simbolica per le parti lese. Chi riteneva di non dover accedere a questo tipo di procedura conciliativa era passibile in futuro, se individuato, di azione penale secondo i normali criteri procedurali senza possibilità di amnistia.
Nel mio articolo messo sotto accusa pensavo a questo tipo d’ipotesi. Dopo 30 anni senza risultati e con un’esigenza, che dovrebbe imporsi, di storicizzazione, mi sembra ovvio cercare di creare le condizioni che possano facilitare un percorso di verità. Non è scontato che ciò avvenga su ogni episodio rimasto oscuro o parzialmente oscuro, ma esiste la prova contraria. Fino ad oggi non si sono fatti passi avanti. Aggiungo che ai tempi di Valerio si faceva ancora controinchiesta (quella che lui stava conducendo nel famoso dossier). I responsabili di misfatti venivano cercati autonomamente. Non si aspettava la chiamata della polizia giudiziaria. Oggi siamo in grado di fare questo? Non mi sembra, visto che s’invoca l’azione della magistratura. L’amnistia quantomeno ripristinerebbe un principio di autonomia politica da parte nostra.

2) Il 22 febbraio 2010 saremo a 30 anni esatti dalla morte di Valerio. La vecchia normativa ammetteva la prescrizione dei reati più gravi dopo 30 anni dai fatti, riconoscendo un vecchio principio cardinale del diritto che prevede tempi certi e ragionevoli alla durata dei processi e delle condanne. A distanza di troppi decenni, infatti, si riteneva: per un verso, troppo difficile accertare le responsabilità e ricostruire l’esatto contesto dell’epoca; dall’altro, inefficace una condanna contro un individuo diverso da quello che aveva commesso il reato.
La cultura dell’imprescrittibilità dei reati più gravi ha guadagnato terreno negli ultimi decenni e dagli iniziali crimini di genocidio e contro i diritti umani si è via via passati anche ai normali reati del codice penale. Oggi non sono prescrittibili i reati che prevedono la pena automatica dell’ergastolo (praticamente buona parte dei reati politici previsti nel nostro codice). L’omicidio sarebbe tecnicamente prescrittibile solo nel caso in cui non venissero contestate le circostanze aggravanti. La materia è diventata complessa poiché s’intrecciano vecchia e nuova normativa: lì dove il reato è stato commesso sotto la vigenza della vecchia norma ma il processo verrebbe svolto con la nuova, dovrebbe in teoria prevalere la norma più favorevole al reo eventuale, ma non è detto che sia più così. In sostanza oggi, per il gioco delle aggravanti e delle attenuanti, la prescrittibilità del reato d’omicidio sarebbe tutta nelle mani del giudice che potrebbe decidere a seconda dei casi con criteri diversi (proviamo ad immaginare quali?), ingenerando discriminazioni. Il pm agirebbe automaticamente ipotizzando la fattispecie più grave, non foss’altro per poter esercitare l’azione penale. Non mi sembra eccezionale questa situazione.

3) Evase queste noiose note tecniche, vengo alle questioni più politiche:

a) Dovremmo saper fare buon uso della memoria. La vicenda di Valerio è immersa in un contesto storico e sociale ben preciso. La sua morte è legata ad un filo di episodi, di rappresaglie e contro rappresaglie. Chi oggi si lancia in nuove teorie del complotto, ipotizzando chissà quali oscuri agenti, azzera la dimensione storica di quegli anni. La morte di Verbano scatenò una rappresaglia durissima, come avvenne anche per Walter Rossi, contro un militante missino noto picchiatore, Angelo Mancia (che con la sua morte non c’entrava nulla). Omicidio rimasto anche questo, come avrebbe scritto il mio contraddittore, “impunito”. Se per Valerio ci sono stati degli indagati, per Mancia nemmeno l’ombra. Seguendo lo schema di pensiero di chi contesta il mio articolo, dovremmo ricavarne che esiste un “doppio stato comunista” che impedisce l’accertamento della verità sui fascisti uccisi dai rossi.
C’è qualcosa che il mio contestatore fantasma non dice perché la sua logica monca si ferma prima: vorrebbe in galera anche gli assassini di Mancia? Oppure sogna una polizia e una magistratura che fanno giustizia solo per Valerio e non per i fascisti (quella stessa contro la quale magari sbraita (?) quando uccide Carlo Giuliani o Federico Aldovrandi e assolve i poliziotti di Genova)?

b) Un minimo di onestà intellettuale porterebbe a riconoscere che tra le fila della destra ci sono molti più morti senza esito giudiziario di quanti ne sono rimasti a sinistra. Tra le nostre fila invece abbondano i morti senza colpevoli perpetrati dalle forze di polizia. Che strano che non ci si ostini per niente a cercare la verità su chi ha sparato a Giorgiana Masi, a Fabrizio Ceruso, a Pietro Bruno? Contro i fascisti si, ma contro lo Stato no! Come la chiamiamo sindrome legalitaria, statolatria?

c) «Chiedere giustizia», «decretare colpevolezza», «ammissione di correità», «vittime», «carnefice», sono questi alcuni dei termini utilizzati dal fantasma. Denotano una cultura giustizialista intrisa di populismo penale. Dubito che Valerio quando venne ucciso potesse riconoscersi in un linguaggio del genere. Era un giovane militante comunista rivoluzionario, non un criptodipietrista, uno che parla come Diliberto e i suoi Gom. Leggete il libro della madre quando racconta della battaglia pubblica che intraprese dopo l’uccisione a casaccio di Stefano Cecchetti davanti ad un bar di destra nella sua zona. Conosceva Cecchetti perché frequentava la sua scuola, sapeva che non era un militante fascista, aveva solo amici in comune da una parte e dall’altra. Era solo per caso in quel bar quel giorno. Una macchina si è accostata e dai finestrini sono partiti tre colpi. A Torino, anni prima, davanti all’Angelo azzurro accadde una cosa simile. Era un locale ritrovo di militanti di destra. Un corteo dell’estrema sinistra passava nei paraggi. Dal mucchio si sgancia un gruppetto che si mette a lanciare molotov. Invece di uscire, un cliente si rifugia nei bagni dove muore asfissiato. Non era fascista ma solo uno studente lavoratore non politicizzato. Questi episodi disturbano l’epica vittimistica dei becchini della memoria e quindi non dobbiamo raccontarli?

d) Verbano sapeva bene cosa voleva e levò la sua voce pubblicamente contro questo modo di agire simile a quello dei fascisti, dei Giusta Fioravanti che andavano a sparare a caso davanti a una piazza, come accadde per Roberto Scialabba, o nei locali di una radio durante una trasmissione di femministe. Quando ai soggetti vivi della storia si sostituiscono i testimoni risentiti della memoria comincia l’epoca dei becchini. La memoria assume così le sembianze del morto che agguanta il vivo, del vampiro che succhia la vita futura.

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