«La produzione è ovunque, anche le rivolte urbane»

Intervista – Parla Alain Bertho, docente di antropologia all’Institut d’Etudes Européennes e direttore della scuola di dottorato in Scienze sociali all’Università di Paris 8 a Saint Denis. Uno dei più attenti studiosi delle periferie francesi e delle nuove forme assunte dal conflitto sociale

Guido Caldiron
Liberazione 31 ottobre 2010


Autore di una decina di saggi che spaziano dal controllo sociale nelle aree urbane ai nuovi movimenti giovanili, fino alla guerra, Alain Bertho ha pubblicato lo scorso anno presso le Editions Bayard (pp. 272, euro 19) Le temps des émeutes, un volume che presenta quella odierna come l'”era delle rivolte”, mettendo in parallelo quanto accaduto negli ultimi decenni in Europa, dalla Genova del 2001 all’Atene di quest’anno, con fenomeni simili che si sono prodotti un po’ ovunque nel mondo: dal Tibet alla Cina, passando per l’America Latina e l’Iran. La tesi di Bertho è infatti che, al di là delle modalità e dalle forme assunte dalle rivolte scoppiate in tutto il mondo negli ultimi trent’anni, questi fenomeni ci parlino di una stessa realtà: quella costruita dalla globalizzazione economica e dalla rivoluzione produttiva postfordista che hanno trasformato l’intero spazio urbano in una immensa area produttiva e, per questa via, anche nel “luogo” del conflitto. Il libro rappresenta in realtà solo una prima fotografia di questi fenomeni che Bertho continua a monitorare attraverso il suo blog, berthoalain.wordpress.com e a cui ha dedicato un documentario, realizzato insieme al regista Samuel Luret, Les raisons de la colère, che sarà trasmesso martedi 9 novembre alle 23.30 da Arte, canale disponibile attraverso il satellite anche nel nostro paese, nell’ambito della serata tematica “Le rivolte urbane al di là dei pregiudizi” che propone anche alle 22.35, a cinque anni dalla rivolta delle banlieue francesi del novembre del 2005, La tentation de l’émeute, un’inchiesta condotta tra gli abitanti di Villiers sur Marne, alle porte di Parigi.

Professor Bertho, perché a suo giudizio siamo entrati nel “tempo della rivolta” e che cosa vuol dire esattamente questa definizione scelta come titolo per il suo ultimo lavoro?
Il titolo del mio libro, “Le temps des émeutes” fa riferimento al fatto che viviamo in un’epoca contrassegnata un po’ ovunque nel mondo dalla “rivolta”. Nel mio blog dò conto di queste rivolte, tra loro anche molto diverse, il cui numero non ha mai smesso di crescere negli ultimi anni un po’ in tutte le parti del mondo. Si tratta perciò di un fenomeno non occasionale ma che, al contrario, “segna” in modo netto l’epoca in cui viviamo. Si tratta di rivolte che hanno per questo periodo il senso che poteva aver avuto nell’Ottocento la Comune di Parigi o nel Novecento la Rivoluzione bolscevica o il Sessantotto. A differenza del passato, le rivolte di oggi si caratterizzano però per alcune particolarità. La prima è rappresentata dal fatto che non stiamo parlando di un unico movimento, ma di fenomeni tra loro molto diversi che sono accumulabili solo per il fatto che si manifestano attraverso la rivolta. La rabbia che genera questi émeutes ha infatti origini molto diverse e perciò risulta impossibile accumunare e leggere allo stesso modo i diversi fenomeni sociali di cui ci parla. Da questa condizione deriva una sorta di “invisibilità”, si parla ogni volta di quello che accade in questo o quell’angolo del mondo, mai di un qualcosa di complessivo e stabile. L’altra particolarità rispetto al passato è proprio il fatto che queste rivolte sono destinate a durare nel tempo, non si esauriscono in un periodo limitato ma finiscono per caratterizzare stabilmente la vita di una determinata società. Il paradosso è che in realtà, al di là delle differenze apparenti, queste rivolte si esprimono con un vocabolario simbolico tra loro molti simile e dicono, spesso nello stesso modo, delle cose chiare al potere. Se prendete delle foto delle ultime rivolte che ci sono state sulla Spianata delle Moschee a Gerusalemme, in Cina, Bangladesh, Venezuela, Spagna, Turchia o ad Atene, vi troverete di fronte agli stessi visi mascherati, le stesse paure, la stessa rabbia e lo stesso fuoco. Si tratta, di fronte ai processi di globalizzazione che caratterizzano l’intero pianeta, di una sorta di messa in discussione complessiva dello spazio della rappresentanza politica: uno spazio che è la rivolta stessa a voler occupare.

Lei dice che queste rivolte hanno un evidente carattere politico, eppure da tempo il dibattito nella sinistra francese, in particolare sugli émeutes che si verificano nelle banlieue, si caratterizza per negare la natura “politica” di questi fenomeni, derubricati a questioni di ordine pubblico. Come stanno le cose?
Il punto da cui partire per rispondere a questo tipo di analisi riguarda la natura stessa di queste rivolte. Si tratta di chiarire come non sia assolutamente vero che gli émeutes non dicono nulla, che siano degli atti di violenza o di vandalismo fine a se stessi. Le rivolte nelle banlieue “dicono” molte cose e soprattutto se i giovani che vi partecipano arrivano a doversi ribellare con queste modalità, significa che non trovano alcun altro modo possibile per “prendere la parola” nella società in cui vivono. Per questo credo che la prima cosa di cui ci parlano queste rivolte sia proprio la crisi dello spazio della rapresentanza politica così come si è andato definendo per tutto il XIX e il XX secolo. La cultura politica della sinistra che si è formata negli scorsi secoli proprio attraverso le rivolte e la volontà di cambiare la società, si è progressivamente trasformata nell’idea che per cambiare la società si dovesse prendere il potere, che si trattasse di farlo con la rivoluzione o attraverso le elezioni poco importa. Vale a dire che è attraverso lo Stato che si pensava di cambiare il mondo e la vita delle persone. Il risultato è che oggi la politica si gioca per molti aspetti tutta all’interno dello Stato, nella conquista di una maggioranza o di una quota elettorale, in quella che per molti giovani delle classi popolari appare come una sorta di bolla separata e lontana dal resto della società. Come se esistessero due lingue; da un lato quella dello Stato e della politica, dall’altro quella società. 

La gran parte di queste rivolte hanno luogo nello spazio urbano e, per questa via, sembrano dirci molto di come la globalizzazione ha cambiato l’idea stessa di città.

A partire da quanto accaduto negli ultimi trent’anni nelle banlieue francesi, come possiamo leggere quello che gli émeutes ci dicono di questa trasformazione?
Credo che prima di tutto ci stiano dicendo che lo scontro di classe ha ormai superato i muri delle fabbriche e si è sparso sull’intero territorio. Oggi nelle grandi metropoli globali del mondo non è nelle fabbriche che si produce la ricchezza, bensì nella città stessa, interamente “messa a produrre” attraverso ogni genere di rete sociale, comprese quelle legate agli affetti e all’inventività dei singoli. Perciò il conflitto, come le forme assunte dalla produzione, attraversano l’intero spazio urbano e non restano più limitate alle mura della fabbrica. Non solo, lo spazio urbano è diventato lo scenario di uno scontro di proporzioni globali, nel senso che a tirare le fila dell’economia non è più il singolo “padrone” locale, ma gruppi internazionali che più che sulla produzione in senso stretto si arricchiscono attraverso la rendita e la finanziarizzazione di tutti i processi, ciò che la crisi delle borse degli ultimi anniha evidenziato in maniera drammatica. Anche per questo il conflitto sociale sembra faticare ad esprimersi nelle forme tradizionali e finisce per cercare nella rivolta la propria forma di comunicazione verso l’esterno: non un’azione “di lotta” in un singolo spazio, ma una messa “in scena” dell’insurrezione completa dell’intera città. Come diceva una giovane di Saint Denis durante una recente manifestazione: «Oggi siamo noi stessi ad essere diventati “la merce”, è sulle nostre vite che si crea il profitto, e perciò non possiamo che ribellarci occupando le strade, riprendendoci, per quanto possibile, la città».

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Le periferie contro lo Stato

Recensione – Graziella Mascia, La Racaille. Le periferie contro lo Stato, Ediesse editore, pp. 149

Paolo Persichetti
Liberazione 31 ottobre 2010

 

 


Da dove ripartire dopo la crisi di consensi e d’idee, l’assenza di progettualità che ha ridotto la sinistra, ed in particolare quella comunista, ai minimi termini? E’ questa la domanda a cui cerca di dare risposta Graziella Mascia nel suo, La Racaille. Le periferie contro lo Stato, Ediesse editore. Il titolo del libro è fin troppo chiaro nell’indicare la pista da seguire: immergersi nella trama dei nuovi conflitti, anticipare le contraddizioni che si delineano all’orizzonte e richiedono un’innovazione dell’analisi sociale e una nuova capacità di creazione politica.
Le periferie delle grandi metropoli sono oggi uno dei luoghi, se non il luogo, dove si gioca una delle partite centrali della postmodernità. Che si tratti dei grandi centri urbani del Nord America o delle città euromediterranee, queste metropoli crescono e si modificano secondo un unico modello standard fatto d’innovazioni architettoniche e urbanistiche del tutto simili: grandi parcheggi, metrò, nuovi complessi residenziali, centri commerciali che accolgono schiere di boutique, multisale, luoghi di ristorazione, selfservice, stazioni di rifornimento e poi torri e lunghe barriere d’edilizia popolare. «Nonluoghi» come vengono definiti, il tutto raccolto in scenari ballardiani con spazi illuminati e videosorvegliati, pattugliati da polizie pubbliche e private. Dietro questo universo d’insegne pubblicitarie, vetrine scintillanti e viedeoclip si aggirano delle «ombre»: sono i giovani precari, i lavoratori al nero, i neoschiavi nascosti nelle cucine e nei sotterranei. «Ogni città si nutre delle sue “ombre”, le periferie o bidonville, e produce eccedente umano: gli ex umani ormai troppo usurati o che non hanno avuto la possibilità o non sono stati mai capaci di adattarsi o ancora, peggio, quelli che hanno osato rivoltarsi» (Salvatore Palidda). I sauvageons (piccoli selvaggi), come li aveva etichettati Jean-Pierre Chevènement, e più tardi racaille (feccia), come li ha definiti Nicolas Sarkozy. Sono loro i protagonisti della dettagliata analisi condotta da Graziella Mascia, ex dirigente nazionale del Prc ed oggi responsabile di Altramente, scuola di educazione civica e formazione politica indipendente, che dalla rivolta delle periferie francesi, dell’ottobre-novembre 2005, passa alla insurrezione della  «generazione 700 euro» del dicembre 2008 in Grecia. Nel mezzo c’è l’Italia con il muro di Padova, la Lega nord, “l’Onda” degli studenti e i fatti di Castelvolturno. Manca purtroppo la rivolta di Rosarno, ma solo perché il volume è stato consegnato prima alle stampe. Oltre ad essere il luogo dove l’immaginario politico investe le sue battaglie simboliche più importanti (tutte le ultime campagne elettorali francesi si sono giocate sul terreno delle banlieues), le periferie rappresentano uno dei laboratori più sofisticati di sperimentazione del controllo sociale da parte degli Stati: dalle nuove concezioni urbanistiche antisommossa riprese dalla tradizione hausmaniana, ai dispositivi polizieschi che evocano apertamente la figura del nemico interno emblema di quel «capitalismo sicuritario», come lo ha definito Mathieu Rigouste, che ricorre apertamente a strumenti tipici dello stato d’eccezione. E’ di queste ultime settimane l’ennesima torsione sicuritaria impressa da Sarkozy con ulteriori inasprimenti legislativi che colpiscono gli accusati di sommosse urbane.
Alla domanda che ha diviso studiosi e militanti, se le lunghe notti di fuochi, le diecimila vetture bruciate che nell’autunno 2005 hanno illuminato le periferie francesi, siano state una sommossa etnica o al contrario un conflitto mosso da ragioni sociali, Mascia risponde sposando le tesi di autori, come Loïc Wacquant o Emmanuel Todd, che confutano le interpretazioni «comunitariste» offrendo una lettura «mista» della rivolta. Alcuni dati parlano chiaro: «Nelle retate che fanno seguito ai moti del 2005, solo il 6% dei 400 ragazzi arrestati è di origine straniera», nonostante ciò «nell’immaginario collettivo, anche delle organizzazioni politiche della sinistra, la rivolta delle banlieues passa come la ribellione dei figli dell’immigrazione magrebina e africana, che vogliono uscire dal ghetto». Un deficit d’analisi che sconta il ritardo storico dei partiti della sinistra nel percepire queste nuove zone di frontiera come luoghi dove si intersecano e sovrappongono più conflitti e prendono forma nuove disuguaglianze.
Le periferie francesi non sono ghetti razziali, hanno un’altra conformazione dove vige una «selezione prioritariamente di classe», mentre nell’America del Nord prevale l’interclassismo e domina la delimitazione etnoraziale (Wacquant). La crisi delle periferie francesi, e il fallimento delle politiche d’integrazione anteposte al modello comunitarista di stampo anglosassone, sono strettamente legate alla decadenza dei progetti urbanistici cresciuti negli anni del periodo fordista. I quartieri di edilizia popolare, in particolare le cinture rosse dei grandi centri urbani, «erano divenuti luoghi di promozione sociale e culturale per i ceti popolari e i lavoratori migranti». Una serie di strutture comunali, sindacali e associative, collaterali ai partiti del movimento operaio, garantivano importanti percorsi d’integrazione e ascensione sociale. Tutto ciò è venuto meno con la controrivoluzione liberista, l’avvento del postfordismo, la crisi della «società salariale», il dilagare del precariato e della polverizzazione dei rapporti sociali. La crisi e il declassamento delle periferie hanno introdotto una frattura tra gli abitanti e fatto balenare nuove identità di sostituzione strumentalizzate dall’estrema destra. «Coloro che vent’anni prima avevano rivendicato una appartenenza di classe, oggi vantano di essere dalla parte dei francesi». La questione identitaria, dunque, come trappola, costruzione pubblica di un fenomeno che fa velo alla natura reale del problema e la cui soluzione non può essere affrontata sollevando unicamente il tema della solidarietà e dei diritti, dell’accoglienza o dei respingimenti. Perché la mescolanza possa prevalere occorre ­– è questa la tesi del libro ­–  una nuova critica dei rapporti di produzione capitalistici che ricomponga il frastagliato fronte della forza-lavoro e organizzi la «nuova popolazione proletaria nomade» contro il dumping dei salari.
Eppure il movimento degli Indigènes de la republique aveva individuato nella condizione di emarginazione postcoloniale, in una sorta di minorazione giuridica non scritta, di costituzione materiale della segregazione, la ragione della rivolta, dimenticando, a loro volta, la segregazione che passava questa volta per linee interne: protagonisti dei moti sono stati solo degli adolescenti maschi. Le sorelle non c’erano, non avevano diritto di esserci, come invece è accaduto ad Atene. «Nei quartieri – spiega Omeyya Seddik in una delle interviste finali del libro – ormai tutti assumono su di sé il discorso dell’attacco all’islam, anche i ragazzi che non sono mussulmani. E’ come se l’islam fosse diventato un elemento di classe». Siamo di fronte ad una identità indotta in assenza di altre proposte ma anche alla più totale afasia. L’intera rivolta del 2005 è avvenuta nel più assoluto silenzio, senza dichiarazioni, proclami, comunicati e rivendicazioni, tant’è che si è parlato anche di «rivolta prepolitica», a differenza di quanto è accaduto ad Atene. Un silenzio ostinato e una solitudine voluta che hanno impedito la saldatura con chi, in quelle stesse settimane, manifestava in piazza, bloccava scuole e università contro un modello di contratto di primo impiego, voluto dal governo, che deprezzava il lavoro giovanile.
C’è chi ha coniato in proposito la definizione di potere destituente che non cerca una riappropriazione dei luoghi ma solo un tentativo di sottrarli al controllo poliziesco-statale. Semplice disillusione di fronte all’inefficacia dei vecchi strumenti della politica? E’ questa la prima sfida per chi vuol tornare ad incidere sul terreno della trasformazione sociale. Convincere che la parola serve a rafforzare la propria autonomia, a costruire pensiero, progetti, alternative, per rompere la solitudine e costruire le alleanze mancate.

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Francia, ecco la legge che deporta i Rom e toglie la nazionalità ai giovani delle banlieues che prendono parte alle sommosse urbane

Inasprite tutte le norne sull’immigrazione. Dopo la circolare razzista del ministero degli Interni ora viene fuori la nuova banca dati che scheda le minoranze etniche non sedentarizzate

Paolo Persichetti
Liberazione
8 ottobre 2010


I deputati francesi hanno terminato ieri l’esame della legge che introduce nuovi inasprimenti sulle norme che regolano l’ingresso e la presenza sul territorio degli immigrati. Diverse associazioni per la difesa dei diritti umani si sono mobilitate davanti all’Assemblea nazionale per protestare contro i nuovi articoli ritenuti apertamente xenofobi e razzisti. L’approvazione finale è prevista per il prossimo martedì 12 ottobre. Si tratta del quinto testo varato negli ultimi sette anni a riprova della centralità che il tema ha acquisito nell’agenda politica ma anche delle forti controversie che esso suscita. Proprio ieri Le Monde ha rivelato la presenza di una nuova banca dati, l’ennesima, creata per schedare Rom e nomadi la cui presenza sul territorio è considerata dalle autorità illegale e clandestina. Uno schedario etnico ribattezzato Mens, Minoranze etniche non sedentarizzate, gestito dall’ufficio centrale per la lotta alla criminalità itinerante (Ocldi). Dopo la circolare razzista diffusa il 30 luglio scorso dal ministero dell’Interno, nella quale si invitavano «i Prefetti ad avviare in ogni dipartimento una operazione sistematica di smantellamento dei campi illegali, in priorità di quelli Rom», la scoperta del nuovo database ha sconcertato non poco quella parte di opinione pubblica che ha ancora bene in mente la stagione di Vichy, gli anni bui del petainismo, le leggi razziali e la collaborazione con l’occupante-alleato nazista che portò alla famigerate deportazioni di massa delle popolazioni d’origine ebrea e zigana, nonché dei Resistenti nei campi di prigionia e di sterminio del III Reich. Gli avvocati delle quattro principali associazioni Rom e nomadi (gens du voyage) hanno depositato, mercoledì 6 ottobre, presso la procura della repubblica di Parigi una denuncia per «costituzione di uno schedario non dichiarato e conservazione di dati a carattere personale da cui si evincono informazioni sull’origine raziale e etnica delle persone». Reati punibili per la legge francese con una pena fino a 5 anni di carcere e 300 mila euro di multa. Per la stessa ragione Michel Bart, il capo di gabinetto del ministro dell’Interno Brice Hortefeux, che aveva firmato la circolare sullo smantellamento dei campi Rom, è stato convocato dal tribunale il 23 novembre prossimo per verificare la sussistenza negli atti amministrativi del ministero del reato di «incitamento all’odio razziale». L’imbarazzo nelle fila del governo, scrive sempre Le Monde, è notevole. Il ministero dell’Interno ha fatto sapere di non essere a conoscenza dello schedario mentre la gendarmeria ha smentito la sua esistenza. La discussione sulla legge Besson, dal nome del ministro dell’Immigrazione reclutato da Sarkozy nei ranghi del partito socialista, è avvenuto a tamburo battente. 30 ore appena secondo il “tempo contingentato” previsto dal nuovo regolamento parlamentare, suddivise tra i diversi gruppi presenti all’Assemblea e nemmeno impiegate del tutto. Tra le misure più controverse contenute nel nuovo testo c’è il ritiro della nazionalità anche a tutti coloro che, in possesso della naturalizzazione da meno di 10 anni, hanno attentato alla vita di persone depositarie dell’autorità pubblica. Una misura chiaramente rivolta a quei giovani delle banlieues, nati in Francia da genitori stranieri ma che possono acquisire la nazionalità solo con la maggiore età, che prendono parte alle sommosse urbane. Una disposizione esplicitamente richiesta da Sarkozy dopo gli scontri di luglio in una periferia di Grenoble. Le nuove disposizioni prevedono la creazione di “zone d’attesa temporanea” alle frontiere, dove trattenere i richiedenti asilo che fino ad oggi potevano fare liberamente ingresso. Il prolungamento fino a 45 giorni della permanenza nei centri di retenzione, l’equivalente dei nostri Cie e la limitazione del ruolo della giustizia ordinaria nelle procedure d’espulsione. La punizione dei “matrimoni bianchi” con pene fino a 7 anni e 30 mila euro di ammenda, la rigida limitazione dell’accesso alla cure per i cittadini stranieri, il divieto di ingresso sul territorio europeo fino a 5 anni per i migranti che non abbiano rispettato in precedenza l’ordine di lasciare il Paese, l’espulsione di cittadini, comunitari e non, che non abbiano un reddito minimo, una dimora adeguata e siano a carico del sistema sociale del Paese che li ospita. Migranti in cerca di fortuna, nomadi e ribelli sono definitivamente banditi dalla società francese.

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Cronache migranti
Rom: lo chiamano “rimpatrio” ma è deportazione
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Stupro della Caffarella, il capo della mobile di Roma querela Liberazione

La tragica vicenda dello stupro della Caffarella non si è ancora conclusa nonostante l’identificazione tardiva e la condanna dei due veri stupratori. Non si sa ancora perché le indagini seguirono una pista sbagliata. Non si sa ancora perché uno dei due cittadini rumeni accusati inizialmente confessò il falso, autoaccusandosi e chiamando in causa un suo amico. C’è ancora in piedi un paradossale procedimento per autocalunnia. Non si sa quali furono le modalità che portarono il “biondino”, Alexandru Izstoika Loyos, a riferire circostanze che coincidevano solo con la prima versione dell’aggressione riportata dai due adolescenti vittime della violenza. Versione risultata poi non veritiera ed aggiornata successivamente dai due ragazzi aggrediti. Loyos non aveva partecipato alla violenza, era del tutto innocente, chi gli aveva dato allora quelle informazioni risultate poi inesatte che gli servirono per autoaccusarsi e accusare il suo amico, anch’egli del tutto estraneo? I due vennero scagionati dall’esame del dna. Entrambi hanno sempre raccontato di percosse, violenze e minacce subite dopo l’arresto. Tracce di contusioni e traumi al timpano vennero refertati dai medici del carcere.
Su tutte queste singolari circostanze si è abbattuta una coltre omertosa di silenzio. I due sono stati spinti a lasciare l’Italia e non tornare mai più. Nessuno indaga per fare luce. Ad essere sotto processo è invece Liberazione, quotidiano che ha seguito la vicenda. A chiamarla in tribunale è stato il capo della mobile romana, Vittorio Rizzi. Nei giorni dell’inchiesta tutti i più importanti quotidiani nazionali e romani hanno dedicato paginate intere sulle indagini. I più importanti commentatori non hanno risparmiato critiche ruvide all’inchiesta. Le cronache hanno raccontato gli errori, le ambiguità, la fretta eccessiva degli inquirenti, la voglia di protagonismo di alcuni di loro, le pressioni della politica sulle indagini. Tuttavia nessuno di questi quotidiani è stato chiamato in giudizio. Soltanto Liberazione, a cui il dottor Rizzi sembra voler attribuire i clamorosi errori incorsi durante l’indagine, accusandola di volergli rovinare la carriera, ha ricevuto questo onore

Le puntate della montatura poliziesca
Stupro della Caffarella, il capo della mobile di Roma querela liberazione
Caffarella: l’uso politico dello stupratore
Loyos picchiato dalla polizia per confessare il falso
La fabbrica dei mostri
Racs innocente e senza lavoro

Cosa si nasconde dietro la confessione di Loyos?
Stupro del Quartaccio, scarcerato Racs

Stupro della Caffarella
Negativi i test del Dna fatti in Romania
Racs non c’entra

Non sono colpevoli ma restano in carcere
Parlano i conoscenti di Racs
La difesa di Racs denuncia maltrattamenti

L’accanimento giudiziario
Non esiste il cromosoma romeno
Tante botte per trovare prove che non ci sono
Quando il teorema vince sulle prove
L’inchiesta sprofonda
È razzismo parlare di Dna romeno
Quartaccio-Caffarella, l’uso politico dello stupro

Alemanno: “sono rom me l’ha detto la questura”. Nemmeno 24 ore e i colpevoli sono già pronti

L’uso politico dello stupratore

Il caso Caffarella ha radici nel patriarcato e conseguenze attuali, penali e morali. E chi le denuncia viene querelato

Anita Cenci
Liberazione 7 ottobre 2009

Un coro di polemiche ha accolto la sentenza emessa lunedì scorso dal giudice per l’udienza preliminare, Luigi Fiasconaro, nei confronti dei due autori dello stupro commesso nel parco romano della Caffarella (quelli veri, non i due arrestati inizialmente, Alexandru Isztoika Loyos e Karol Racz, contro i quali questura e procura si accanirono per settimane nonostante il test del dna li avesse scagionati). La condanna di Oltean Gravila e Jounut Jean Alexandru, rispettivamente a 11 anni e 4 mesi e 6 anni, è stata considerata da diversi esponenti politici e dallo stesso sindaco di Roma Alemanno «troppo mite», «blanda», un «premio» per gli stupratori. Il 14 febbraio di quest’anno un’adolescente di 14 anni era stata sorpresa insieme al suo fidanzatino in un anfratto del parco e sottoposta a brutale violenza. Il ventiseienne Oltean Gravila, che all’esito delle indagini è risultato essere un sex offender seriale, doveva rispondere anche di un’altra violenza contro una donna portata a termine nel luglio precedente a Villa Gordiani. Per il gioco del cumulo delle pene e della riduzione automatica di un terzo prevista dal rito abbreviato, formula procedurale che facilita la speditezza del processo, i due hanno ottenuto sanzioni più basse rispetto alla pena edittale di 12 anni stabilita per questo tipo di reato. Gravila si è visto somministrare 7 anni per lo stupro di san Valentino, saliti a 11 e 4 per l’altro episodio. Il giudice ha invece riconosciuto al diciottenne Jounut le attenuanti generiche per la giovane età e l’assenza di precedenti penali.

Patriarcato penale
Come al solito l’entità delle condanne inferte non ha soddisfatto un’opinione pubblica sobillata dal mito purificatore della punizione che traversa la società. Tra i politici che hanno commentato la sentenza c’è addirittura chi ha strumentalmente chiesto l’ergastolo, come se il giudice potesse somministrare a suo piacimento una condanna che per questo delitto non è contemplata dal codice. Nella loro coazione a domandare punizioni sempre più feroci ed esemplari, queste polemiche sorvolano il fatto che all’interno di un codice penale che prevede condanne molto severe, i cui tetti massimi sono tra i più alti d’Occidente, il reato di violenza sessuale è paradossalmente punito con una pena inferiore ad altri episodi delittuosi che suscitano nel senso comune minore esecrazione. La richiesta di condanne inesorabili esula dunque il problema di fondo, ovvero il pregiudizio patriarcale che ha sempre relegato lo stupro, la violenza carnale, a delitto minore. Il codice Rocco, cioè il nostro codice penale ereditato dal fascismo, ha considerato per oltre 60 anni la violenza sessuale e l’incesto dei delitti “contro la moralità pubblica e il buon costume” (divisi in “delitti contro la libertà sessuale” e “offese al pudore e all’onore sessuale”) e “contro la morale familiare”. Addirittura l’articolo 544 c.p. ammetteva il ”matrimonio riparatore” come circostanza che poteva estinguere il reato. È solo negli anni 70, grazie all’azione del movimento femminista e alla grande ondata di lotte sociali, che la società prende coscienza del problema e si fa strada l’idea che la violenza sessuale sia un reato contro la persona. Tuttavia soltanto nel 1981 viene abrogata la clausola del matrimonio riparatore. Ci vollero ancora 15 anni prima che si affermasse, con la legge n. 66 del 15 febbraio 1996, il principio per cui lo stupro è un crimine contro la persona coartata nella sua libertà sessuale. Chi polemizza oggi farebbe bene a chiedersi su quale fronte era all’epoca.

L’uso politico dello stupro
Pochi decenni fa si pensava che la violenza sessuale andava combattuta dentro la società, modificando rapporti sociali e modelli culturali e educativi che relegavano la donna a ruoli subalterni e istigavano nell’uomo modelli predatori. Oggi molto è cambiato nella stessa condizione della donna, spesso proiettata in ruoli di primo piano. La violenza sessuale tuttavia permane e nelle reazioni attuali prevalgono le figure del male insieme a una riprovazione etica portatrice di un sottofondo morale spietato. Non per questo però la lettura dei fatti sociali è migliorata, la capacità di previsione cresciuta, la risposta fornita ai delitti più efficace. Lo spettacolo della cronaca nera annichilisce, inchioda alle poltrone, spinge a barricarsi in casa, votare chi promette “legge e ordine”. Negli ultimi anni il tema degli stupri, delle aggressioni sessuali legate strumentalmente alla figura dello straniero, dell’immigrato clandestino, sono diventati argomenti centrali del marketing politico e dell’immaginario sociale. L’ossessione dello sperma straniero che s’insinua nella comunità corrompendone la purezza è da sempre uno degli archetipi prediletti dal razzismo e dalla xenofobia, l’incubo che agita i sonni malati della destra e delle attuali tendenze neoidentitarie che si diffondono nelle periferie. Anche ai migranti italiani che traversarono gli oceani o valicarono le Alpi toccò d’essere considerati potenziali stupratori, truffatori, accoltellatori, terroristi e crumiri che rubavano il lavoro altrui. Tutto già visto e velocemente dimenticato. Le donne sono da sempre le figure cerniera dei processi d’integrazione. Sul corpo delle donne si gioca una battaglia decisiva. È attraverso la loro capacità procreatrice che si costruiscono nuove società, si fondono culture. La donna può essere un veicolo di mescolanza. Non è un caso dunque se il corpo della donna sia utilizzato per erigere politiche xenofobe. La brutale violenza della Caffarella, dopo una campagna che faceva leva anche su altri episodi, è servita al governo per varare l’ennesimo pacchetto sicurezza e introdurre le ronde.

Inchiesta poco esemplare
La sentenza emessa lunedì chiude una vicenda che oltre ad aver impressionato l’opinione pubblica per la brutalità della violenza perpetrata contro un’adolescente, chiamata ora a trovare dentro di sé la forza che le consenta nei prossimi anni di sormontare un trauma così profondo, ha suscitato molte polemiche per il modo in cui furono condotte le indagini.  «La politica ha messo fretta», dichiarò in un’intervista il prefetto Serra. Isztoika e Racs, i primi due accusati ingiustamente, erano stati fotosegnalati dalla polizia dopo un altro stupro, avvenuto il 21 gennaio precedente, in un luogo poco distante dal loro accampamento di fortuna. L’adolescente aggredita non impiegò molto tempo a indicare il viso del biondino. Seguendo una classica tecnica a imbuto, gli erano state mostrate un numero limitato di foto. Nonostante ciò aveva designato un’altra persona. Solo in seconda battuta “riconosce” Isztoika. La polizia lo trova subito. Erano le 18 circa del 17 febbraio. 8 ore dopo (alle 2 di notte) confessa davanti al pm: «L’abbiamo violentata per sfregio…». Chiama in causa anche l’amico Racs. Pochi giorni dopo ritratta, spiegando di aver subito percosse. Nessuno lo ascolta. Senza attendere le conferme tecniche, in questura si tengono trionfali conferenze stampa. I giornali dipingono ritratti agiografici degli inquirenti. Il questore non sta nella pelle: «Un lavoro di pura investigazione, d’intuito e senza l’aiuto di supporti tecnici. Da veri poliziotti». Ma a rovinare la festa arrivano i test del dna. Le tracce dello stupro non appartengono ai due. A san Vitale fanno muro: «bastava quello che ci aveva riferito Isztoika per sbatterlo in galera», risponde il questore. Ma il punto è proprio questo, Isztoika aveva riferito solo dettagli ripresi dalla prima versione dei fatti fornita dai ragazzi. Una ricostruzione inesatta che i giovani modificarono pochi giorni dopo. Insomma il biondino era stato “indottrinato” visto che sul posto non c’era. Da chi? Resta il grande mistero dell’inchiesta. Un mistero che nessuno vuole chiarire. Rientrati in Romania, Isztoika e Racz raccontano a un quotidiano romeno (Adevarul, 18 giugno) le percosse e le pressioni subite, insieme a altri dettagli che smentiscono la versione ufficiale.

Un clima d’intimidazione
I due vengono messi in condizione di abbandonare l’Italia: persone non gradite perché “mostri” mancati e soprattutto involontari responsabili di un gigantesco danno d’immagine per la squadra mobile. A Racz, dopo una trasmissione televisiva, fanno balenare la promessa di un lavoro che non arriverà mai. Per tutta risposta Isztoika resta sotto inchiesta per «calunnia», avendo dichiarato il falso (surreale), mentre contro Racs la procura mantiene in piedi l’accusa per lo stupro di Primavalle, nonostante una sentenza contraria del tribunale del riesame e le ripetute contraddizioni in cui è caduta la vittima.
Nel frattempo Liberazione, che ha cercato di raccontare questa vicenda, è stata citata in giudizio di fronte al tribunale civile dal capo della squadra mobile romana, Vittorio Rizzi, protagonista delle indagini. Palese tentativo di mettere il bavaglio a un’informazione libera. Il dottor Rizzi sembra quasi voler attribuire a Liberazione i clamorosi errori incorsi nell’indagine, accusandola di volergli rovinare la carriera… Nei giorni in cui i più importanti quotidiani nazionali e il più grande quotidiano della capitale dedicavano (non senza critiche) pagine e pagine all’inchiesta, il capo della mobile era un nostro fedele lettore. Lo ringraziamo per questo. Per giustificare la sua azione legale ha addirittura chiamato in causa la vicenda del commissario Calabresi, proponendo un parallelo tra le cronache che questo giornale ha dedicato alle indagini sullo stupro della Caffarella con la campagna condotta a suo tempo da Lotta continua contro il commissario ucciso nel 1972. Alla luce di ciò, chiosa a conclusione della querela il suo legale, è di tutta evidenza che rivolgergli delle critiche «in un quotidiano tra i cui lettori è verosimile che vi siano militanti della sinistra più estrema[…] significa esporlo ad un ingiustificato rischio per la propria incolumità personale». Dire che tutto ciò è totalmente destituito di fondamento, è un’ovvietà. Registriamo invece la pesante insinuazione. Che il capo della polizia se la prenda con un giornale d’opposizione la dice lunga sul clima politico che stiamo vivendo. Arrivederci in tribunale.

Le puntate della montatura poliziesca sullo stupro della Caffarella
Il capo della mobile querela Liberazione
L’uso politico dello stupratore
Loyos picchiato dalla polizia per confessare il falso
La fabbrica dei mostri
Racs innocente e senza lavoro

Cosa si nasconde dietro la confessione di Loyos?
Stupro del Quartaccio, scarcerato Racs

Stupro della Caffarella
Negativi i test del Dna fatti in Romania
Racs non c’entra
Non sono colpevoli ma restano in carcere
Parlano i conoscenti di Racs
La difesa di Racs denuncia maltrattamenti
L’accanimento giudiziario
Non esiste il cromosoma romeno
Tante botte per trovare prove che non ci sono
Quando il teorema vince sulle prove
L’inchiesta sprofonda
È razzismo parlare di Dna romeno
Quartaccio-Caffarella, l’uso politico dello stupro

Banlieues: La guerra sognata da Sarkozy

La strategia del Presidente ha puntato tutto sulla repressione
Le conseguenze si vedono oggi. La periferia eterna emergenza

di Guido Caldiron
Liberazione
17 marzo 2009

Quando è iniziata la guerra che brucia in queste notti la periferia parigina? E perché a quattro anni dalla più grande rivolta delle banlieue che la Francia ricordi, quella scoppiata nell’inverno del 2005 a Clichy sous Bois, sono tornate le molotov e gli scontri con le forze dell’ordine, stavolta nel quartiere della Vigne-Blanche ai Mureaux, periferia ovest della regione parigina? I primi commenti a quanto accaduto si concentrano sul livello della violenza che ha caratterizzato il weekend della periferia di Parigi: un uomo ha sparato contro gli agenti con un fucile a aria compressa caricato con pallini di piombo da dodici millimetri. Il giorno dopo un commissariato di un quartiere vicino, Montgeron, è stato attaccato a colpi di fucile. In tutto la polizia ha sequestrato oltre trenta molotov e si contano una decina di agenti feriti, non nei corpo a corpo ma dai colpi esplosi contro di loro. La Francia scopre così che la ruggine tra i giovani delle periferie e gli agenti in divisa sta progressivamente scivolando dal lancio di pietre e lacrimogeni verso uno scenario degno di Belfast. Ma come si è arrivati a tanto?
Eletto alla presidenza della Repubblica nel maggio del 2007, Nicolas Sarkozy è stato forse il politico d’oltralpe che più ha utilizzato i riferimenti alla banlieue nella costruzione della sua immagine pubblica. Prima di lui, certo, i toni allarmistici non erano mancati, la denuncia dell’insicurezza, da destra, e della segregazione sociale, da sinistra, hanno accompagnato negli ultimi trent’anni lo sviluppo delle nuove periferie di Francia: non più quartieri popolari costruiti ai bordi delle vecchie zone operaie, ma “ville nouvelle” spesso distanti decine e decine di chilometri dal cuore della città storica di cui sono satelliti. Il caso dell’Ile de France su tutti: una regione-periferia con un centinaio di località, tra cittadine di campagna progressivamente inurbate e torri di cemento delle abitazioni Hlm, lo Iacp francese, a fare da cintura alla Grande Parigi.
Sarkozy ha fatto fino in fondo del tema della sicurezza la chiave della sua corsa, più che decennale, verso l’Eliseo, giocando su due elementi. Da un lato la stigmatizzazione dei giovani banlieusard: è lui che da Ministro degli Interni nell’ottobre del 2005 definì “racaille” (feccia) i ragazzi dei quartieri difficili e annunciò che avrebbe usato un “karcher”, una grande aspirapolvere, per liberare la banlieue di queste presenze. Quando, pochi giorni dopo, due adolescenti dei quartieri nord di Parigi, Zyed e Bouna rimasero uccisi per fuggire a un controllo delle forze dell’ordine, le parole di Sarkozy furono la miccia da cui partì la grande rivolta che avrebbe conquistato in poche settimane tutte le periferie del paese. «E’ per vendicarci delle parole di Sarko che diamo fuoco a tutto», spiegavano ai giornalisti del Nouvel Observateur alcuni giovani di Montfermeil coinvolti all’epoca negli scontri. Ma Sarko ha soprattutto evocato un altro aspetto del conflitto delle periferie. Da Ministro degli Interni ha sempre ribadito la sua vicinanza alla polizia, quale che fosse il comportamento degli agenti. Quando nel 2005 fu nominato agli Interni, Sarkozy decise di passare la notte dell’ultimo dell’anno proprio in un commissariato di banlieue per far sentire agli uomini in divisa, oggetto di aggressioni e attacchi, «il sostegno delle istituzioni». Sullo sfondo di un clima sociale sempre più teso, l’astro nascente della politica francese ha perciò giocato fino in fondo la carta dell’estremizzazione, soffiando sul fuoco della contrapposizione tra giovani e agenti e recuperando parte dell’armamentario ideologico del Front National di Jean Marie Le Pen, a cui ha sottratto parecchi voti, su temi quali “l’identità nazionale” e “il controllo dell’immigrazione” che nelle periferie hanno una particolare ricaduta visto che in questi quartieri si concentra una larga maggioranza dei figli degli immigrati arrivati nel paese negli anni Sessanta e Settanta. Il risultato di una tale politica è sotto gli occhi di tutti.
Dopo gli émeutes del 2005, che hanno portato a centinaia di arresti e perfino alla proclamazione del coprifuoco in alcune zone della Francia – come non avveniva dai tempi della guerra d’Algeria – e la vittoria di Sarkozy, la destra aveva annunciato un “piano Marshall” per le banlieue e aveva dato il via a una larga campagna di comunicazione nei confronti dei giovani ribelli della periferia. La nomina di Fadela Amara, già leader del movimento della ragazze di banlieue “Ni Putes Ni Soumises” (Né puttane né sottomesse) al segretariato di Stato per la politica urbana, e di Yazid Sabeg, imprenditore di origine algerina, come “Commissario alla diversità”, faceva parte di questa strategia che oggi mostra però tutti i suoi limiti. Come testimoniano le parole degli stessi protagonisti. Proprio in questi giorni, Sabeg ha lanciato l’allarme: «In Francia l’apartheid non esiste per legge, ma esiste nei fatti. E con la crisi saranno gli abitanti delle banlieue a pagare il prezzo più alto». E Amara, dal canto suo, ha criticato alcune delle posizioni già sostenute dallo stesso Sarkozy, spiegando: «le statistiche etniche, la discriminazione positiva, “quote” sono una caricatura. La nostra Repubblica non deve diventare un mosaico di comunità». Dei milioni di euro promessi da Sarkozy in campagna elettorale non c’è infatti traccia, inghiottiti o bloccati dalla burocrazia si dice, e tutto il dibattito ruota da mesi intorno all’idea, agitata dallo stesso presidente, di imitare l'”affirmative action” degli Stati Uniti che favorisce gli appartenenti alle minoranze nell’accesso a scuole, case e posti di lavoro.
In assenza di risposte da parte della politica, la scena è perciò tornata a essere dominata dagli elementi “militari”. Le forze dell’ordine, chiamate pressoché da sole a rispondere all'”emergenza” banlieue, hanno visto aumentare i loro effettivi e crescere il loro armamento, sempre più pesante e pericoloso. Con il risultato che la lunga serie di “bavures”, le “sbavature” come vengono definite “le violazioni” del codice di comportamento degli agenti che costano sistematicamente la vita a qualche ragazzo della periferia – è successo anche ai Mureaux giovedi notte con un inseguimento finito male – non hanno fatto che allungarsi. Solo tra il 1981 e il 2001 oltre 175 banlieusard avrebbero trovato la morte in questo modo: per mano delle forze dell’ordine. E nell’ultimo decennio la media dei decessi “occasionali” avrebbe subito un ulteriore incremento. Così, passo dopo passo la banlieue è trasfigurata, trasformandosi in una sorta di scenario da western metropolitano. E di fronte agli agenti hanno cominciato a muoversi gruppi organizzati, bande di quartiere che non possono che essere in guerra con gli uomini in divisa, visto che è questo il solo volto dello Stato che hanno fin qui conosciuto.

Stupro Caffarella, parte la caccia: Alemanno: “forse sono rom prendeteli e poi nessuna clemenza“

Inchiesta per lo stupro della Caffarella: la fretta della politica. Nemmeno 24 ore dalla violenza ed i colpevoli sono già pronti

Giovanna Vitale
Repubblica 15 febbraio 2009 pagina 3

PORTOROSE – È appena rientrato in albergo, il sindaco Alemanno, quando una telefonata lo avverte che a Roma è successo di nuovo. Impegnato nel viaggio della Memoria alle Foibe, il primo cittadino sbianca di colpo: c’è stata un’ altra violenza ai danni di una coppietta, questa volta nel cuore della città, a San Giovanni. Sindaco che è successo? «Mi è stato confermato lo stupro. L’avrebbero commesso due persone con accento dell’Est e carnagione scura. Potrebbero essere rom». Come fa a esserne così sicuro? «Ho appena parlato con il questore, è stato lui a dirmelo». Se fosse così, a Roma sarebbe il secondo nel giro di venti giorni… «Ormai siamo in emergenza nazionale. Nella giornata di oggi è successo prima a Bologna e poi a Roma. Per questo mi auguro che gli inquirenti trovino al più presto i responsabili e che, una volta assicurati alla giustizia, non abbiano nessuna indulgenza. Senza certezza della pena anche la prevenzione va a farsi benedire. Quando strillavo contro l’eccessiva clemenza della magistratura sui reati sessuali, purtroppo non avevo torto». Sindaco, la magistratura interviene quando il danno ormai è fatto, non crede che le responsabilità siano da ricercare altrove? «Guardi, questi reati in genere avvengono nelle zone periferiche, dove c’ è ancora un grosso problema di presidio sociale e del territorio: abbiamo troppe persona senza fissa dimora, troppi clandestini, troppi micro-insediamenti abusivi pieni di disperati che vagano ai margini della città e rappresentano altrettanti fattori di insicurezza, frammentati e incontrollabili». E allora cosa farete? «Già da lunedì avvieremo la bonifica degli insediamenti abusivie poi accelereremo sul piano messo a punto dal prefetto: nella capitale c’è assoluto bisogno di un cambio di modello. Ora abbiamo sette campi autorizzati, ne aggiungeremo altri due o tre: tutti verranno fortemente controllati dalle forze dell’ ordine, che avranno un posto fisso. E lì potranno restare solo i nomadi regolari. Chi non ha le carte in regola verrà espulso: il governo ha stanziato 100 milioni di euro per tutta Italia, ora i soldi ci sono». Ma i clandestini si nasconderanno in baracche improvvisate, magari proprio in periferia… «E noi li troveremo, elimineremo le baracche abusive, gli faremo capire che o entrano nella legalità o devono andare via. Questo è l’unico modo per affrontare alla radice il problema: gli stranieri senza fissa dimora, senza lavoro, di fatto irregolari, devono comprendere che in Italia non possono restare». E’ il “cattivismo” professato dal ministro Maroni? «Non è questione di essere cattivi o meno, ma di essere rigorosi, avere un modello in testa da applicare. Perché, quando non accade, si crea un buco nel sistema che fa diventare incontrollabile la situazione». Chiederete anche più militari? «E’ una necessità. Non l’unica. Il generale Mario Mori, che è il capo del nostro dipartimento alla Sicurezza, ha detto con chiarezza che a Roma ci sono 5mila telecamere e a Londra 450mila».

I precedenti
31 DICEMBRE Una ragazza di 23 anni viene aggredita, picchiata e violentata al concerto alla fiera di Roma. Arrestato un giovane italiano, confessa di averlo fatto ubriaco, dopo aver tirato cocaina.
21 GENNAIO Una donna di 40 anni mentre sta tornando casa dal lavoro viene aggredita e violentata da due uomini un italiano e uno straniero dirà poi dopo essere scesa dal bus in zona Primavalle.
23 GENNAIO A Guidonia una giovane coppia di fidanzati viene aggredita mentre è in auto. Lui viene picchiato e rinchiuso nel bagagliaio, lei stuprata. Vengono arrestati 4 romeni.

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Il capo della mobile querela Liberazione
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