«Battisti esibito come un trofeo da caccia»

L’ex membro della Brigate rosse Paolo Persichetti critica la messa in scena, a Roma, della caccia ai vecchi militanti d’estrema sinistra


Dichiarazioni raccolte da Jérôme Gautheret

Le monde pubblicato ieri alle 12h20

ITALY-CRIME-POLITICS-HISTORY-BATTISTI

Oggi cinquantaseienne, Paolo Persichetti ha militato durante gli anni 80 nei ranghi della Brigate rosse-Unione dei comunisti combattenti (BR-UCC). Dopo un primo soggiorno nelle prigioni italiane e un’assoluzione si istalla in Francia nel 1991. Condannato in appello a ventidue anni di prigione per «partecipazione a banda armata» et «concorso morale in omicidio», viene estradato nel 2002verso l’Italia, dove terminerà di scontare la pena nell’aprile 2014.
Persichetti si ribella contro il trattamento riservato a Cesare Battisti dopo la sua cattura in Bolivia e l’uso politico che il governo italiano fa della caccia degli anziani militanti d’estrema sinistra istallati in Francia dall’inizio degli anni 80.

Lunedì 14 gennaio, Cesare Battisti è atterrato all’aeroporto di Ciampino accolto da due ministri e una folla di giornalisti. Cosa vi ha ispirato questa scena?

Innanzitutto le condizioni generali della sua consegna alle autorità italiane restano oscure. La Bolivia non ha rispettato nessuna delle procedure previste in caso di estradizione o espulsione. Ha evitato di farlo ripassare per il Brasile, come sarebbe stato logico secondo la procedura, con l’obiettivo di impedirgli di beneficiare, meccanicamente, della riduzione di pena a trenta anni di prigione in virtù di un accordo concluso tra Roma e Brasilia.
Ci sono poi le immagini ripugnanti dell’aeroporto di Ciampino. Battisti è stata esibito come un trofeo da caccia. Un trattamento medievale che ci ha riportato all’epoca dei supplizi pubblici. Due ministri, di cui uno che sfoggiava una divisa da poliziotto, si sono invitati per assistere alla scena. Senza dimenticare il video ignobile messo in linea dal ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, il giorno successivo.

Questa cattura vi ha necessariamente ricordato delle cose…
arrivo_battisti_ciampino10Nei tre casi in cui l’Italia è arrivata a riportare nelle proprie galere degli esiliati, il mio nel 2002, quello di Rita Algranati nel 2004 e ora Battisti, le consegne si sono sempre svolte aggirando le leggi internazionali.
La sera del 24 agosto 2002 sono stato arrestato nella hall di un palazzo a Parigi mentre andavo a cena da amici. Sono stato condotto nella sede della DNAT [Divisione nazionale antiterrorismo] dove sono rimasto ammanettato come un cavallo ad un anello attaccato ad un muro, poi, verso mezzanotte, sono stato caricato all’interno di una macchina diretta verso l’Italia. Al termine di una folle corsa nella notte nera sono stato scambiato sotto il tunnel del Monte Bianco.
La sera del giorno dopo ero in prigione a Roma, ma la sorpresa è arrivata quando mi hanno accusato di aver preso parte all’uccisione di Marco Biagi, un consigliere del ministro del lavoro dell’epoca. Accusa senza fondamento perché al momenti dei fatti tenevo un corso nella sale B224 dell’università di Saint-Denis [Paris 8], davanti ad una ventina di studenti.
Si è trattato di una violazione della convenzione europea sulle estradizioni: La Francia, che era perfettamente al corrente delle intenzioni della magistratura italiana, avrebbe dovuto pretendere una nuova domanda di estradizione et l’Italia non avrebbe potuto indagarmi senza l’autorizzazione francese. Entrambi sapevano benissimo che davanti ai giudici della chambre d’accusation, le accuse italiane sarebbero crollate.

Il suo ritorno in Italia ha dato luogo ad una messa in scena simile?
Dw4R2OCX0AAYQ0YHo avuto diritto anch’io ad una grossa esposizione mediatica con la differenza che i media sono stati avvertiti quando ero già a Torino. La stampa era stata convocata per filmare il mio passaggio nel cortile della questura. Nei giorni successivi alcuni giornali raccontavano che Berlusconi e il suo governo, riuniti nella sua villa in Sardegna, avevano tirato fuori lo champagne all’annuncio del mio arresto (1).
Il rientro di Battisti è stato annunciato con largo anticipo facilitando in questo modo un’accurata messa in scena teatrale: sfilata dei diversi corpi di polizia, dirette radio-TV, e social… E’ stato l’avvenimento mediatico del momento. Quando alla fine del 2017, uno degli autori della strage di Brescia [8 morti e 102 feriti nel 1974 in Piazza della Loggia], Maurizio Tramonte, un militante d’estrema destra vicino ai servizi segreti, è stato ricondotto dal Portogallo, l’operazione si è svolta nell’anonimato il più assoluto. La narrazione dominante degli ultimi decenti ha riscritto la storia, ormai per l’Italia anche le stragi nelle piazze e sui treni sono opera delle Brigate rosse.

Che cosa si sa delle condizioni detentive di Cesare Battisti?
battistiAppena sbarcato a Roma è stato subito inviato nella prigione di Oristano, in Sardegna. Era talmente disorientato che una volta giunto sul posto ha chiesto in quale parte del mondo si trovasse… Questo carcere non è stato scelto a caso: è uno dei più rigidi del Paese e si trova su un’isola mentre la famiglia vive sul continente. In questo modo è stato amplificato l’isolamento, resi più difficoltosi i colloqui e le viste degli organismi di controllo.
Battisti è stato collocato in isolamento diurno per sei mesi in un luogo separato della prigione. Gli è stato confezionato una sorta di «41 bis» su misura, qualcosa di assolutamente illegale. E’ questo il tipo di trattamento che attende ogni rifugiato al suo rientro in Italia: anche io ho fatto quattro mesi e mezzo di isolamento.
Lo stesso Matteo Salvini ha annunciato che non si saranno benefici carcerari concessi et che Cesare Battisti marcirà in prigione fino alla fine fine dei suoi giorni. Un modo di mettere pressione sui giudici di sorveglianza che dovranno giudicare il suo percorso penitenziario. Come è accaduto a me, dovrà rispondere del «reato d’esilio». Gli rimprovereranno la cosiddetta «dottrina Mitterrand» e la decisone di Lula [ex-presidente brasiliano] di non estradarlo. L’intero percorso d’integrazione in Francia e in Brasile verrà interpretato al contrario, come una circostanza aggravante…
I giudici impazziscono davanti all’esperienza della fuga e dell’esilio. Mi sono visto contestare il libro che avevo scritto sul retroscena della mia estradizione [Esilio e castigo, 2005], ed anche i contenuti del mio master francese sulla «Democrazia giudiziaria». Il castigo che attende ogni esiliato è la distruzione di tutto ciò che era riuscito a ricostruire della propria vita. Devono dimostrare che l’unica soluzione possibile per gli insorti degli anni 70 è l’imprigionamento infinito, senza possibilità di uscita.

Matteo Salvini, e con lui l’intero governo italiano, ha annunciato che non si sarebbe fermato qui, si appresta infatti chiedere l’estradizione di altre persone ricercate dalla giustizia italiana, la più parte dei quali si trova in Francia.
Nel 2004, la giustizia francese aveva accettato l’estradizione di Battisti contro la promessa che l’Italia avrebbe modificato la sua legge sulla contumacia, permettendo a Battisti e agli altri nella sua stessa situazione di realizzare un nuovo processo. Il Brasile aveva concesso illuso accordo per l’estradizione in cambio di una commutazione dell’ergastolo a trenta anni di reclusione [la pena massima prevista dal codice penale brasiliano]. Nessuno questi impegni è stato rispettato dall’Italia. Al contrario lo hanno rinchiuso gettando le chiavi della sua cella.
Credo che la Francia debba attentamente riflettere di fronte alle richieste provenienti dall’Italia. Nel dopo guerra furono sufficienti appena cinque anni all’Italia per amministiare i crimini dei fascisti, sei anni alla Francia per i crimini commessi dall’OAS durante la guerra d’Algeria. Oggi, ad oltre quarant’anni dal rapimento Moro, siamo nel tempo della storia non più in quello del castigo.

 

Note
1) «La notizia arriva sabato sera a cena, nella villa del premier, e c’è tanta soddisfazione che parte anche un accenno di applauso al tavolo in cui accanto a Berlusconi siedono il ministro Pisanu, il ministro Stanca, con relative consorti, fra il portavoce Bonaiuti, la moglie e la mamma del Cavaliere. Il capo della polizia telefona al titolare del Viminale, e Pisanu dà in diretta l’annuncio: arrestato il brigatista Persichetti, latitante per l’omicidio Giorgieri. La cena a Villa Certosa, che poi si trasformerà in un vertice sulla sicurezza quando Pisanu e Berlusconi si appartano, diventa così un’occasione per festeggiare il successo delle forze di polizia. Soddisfazione che si allarga poi alla pattuglia di una decina di fedelissimi che, attorno alle 23, si presentano a Punta Lada per unirsi alla compagnia: il capo dei deputati europei di Forza Italia Tajani, il vicecapogruppo alla Camera Cicchitto, il responsabile giustizia Gargani, il sottosegretario Viceconte. Per chiudere in bellezza spunta anche la chitarra di Mariano Apicella, musica e canzoni fino a mezzanotte e mezza. Ministro degli Interni escluso: “sono stonato e non ho mai cantato nella mia vita, salvo quando il parroco del mio paese mi scelse per il coro ma solo perché ero arrivato primo al corso di catechismo», Repubblica del 26 agosto 2002.

Per saperne di più
Cronache dall’esilio

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«Cesare Battisti a été exhibé comme un trophée de chasse»

L’ex-membre des Brigades rouges Paolo Persichetti critique la mise en scène, à Rome, de la traque des anciens militants d’extrême gauche

Propos recueillis par Jérôme Gautheret
Le monde Publié hier à 12h20, mis à jour hier à 12h20

Pilori

Aujourd’hui âgé de 56 ans, Paolo Persichetti a milité dans les rangs des Brigades rouges-Union des communistes combattants (BR-UCC), dans les années 1980. Après un premier séjour en prison en Italie et un acquittement, il s’installe en France en 1991. Condamné en appel à vingt-deux ans de prison pour «participation à une bande armée» et «complicité morale dans un homicide», il est extradé en 2002 vers l’Italie, où il terminera sa peine en avril 2014.
Il s’insurge contre le traitement dont a fait l’objet Cesare Battisti depuis son arrestation en Bolivie, et l’utilisation politique par le gouvernement italien de la traque des anciens militants d’extrême gauche installés en France depuis le début des années 1980.

Lundi 14 janvier, Cesare Battisti a atterri à l’aéroport de Ciampino, accueilli par deux ministres et une foule de journalistes. Que vous a inspiré cette scène?
Paolo Persichetti: D’abord, les conditions générales de sa remise aux autorités italiennes restent obscures. La Bolivie n’a respecté aucune procédure, ni d’extradition ni d’expulsion. Ils ont évité de le faire repasser par le Brésil, comme cela aurait été logique compte tenu de la procédure, dans le but de l’empêcher de bénéficier, mécaniquement, d’une réduction de sa peine à trente ans de prison en vertu d’un accord conclu entre Rome et Brasilia.
Puis, il y a les images de l’aéroport de Ciampino, qui étaient répugnantes. Battisti a été exhibé comme un trophée de chasse. Quelque chose de moyenâgeux rappelant l’époque des supplices publics. Deux ministres, dont un qui paradait en costume de policier, se sont invités pour assister à la scène. Sans parler de la vidéo ignoble qu’a mis en ligne le ministre de la justice, Alfonso Bonafede, le lendemain.

Cette capture vous a nécessairement rappelé des choses…
Dans les trois cas où l’Italie est arrivée à ramener dans ses propres geôles des exilés, mon propre cas en 2002, celui de Rita Algranati en 2004 et maintenant celui de Battisti, les remises se sont toujours déroulées en contournant les lois internationales.
Le soir du 24 août 2002, j’ai été arrêté dans le hall d’un immeuble à Paris, alors que j’allais dîner chez des amis. J’ai été emmené au siège de la DNAT [Division nationale antiterroriste], où je suis resté menotté comme un cheval à un anneau accroché au mur, puis, vers minuit, j’ai été mis dans une voiture en direction de l’Italie. Au but d’une folle course dans cette nuit noire, j’ai été échangé sous le tunnel du Mont-Blanc.
Le lendemain soir, j’étais en prison à Rome, mais la surprise est arrivée quand on m’a accusé d’avoir pris part au meurtre de Marco Biagi, un conseiller du ministre du travail d’alors. Accusation sans fondement, car au moment des faits, je tenais un cours dans la salle B224 de l’université de Saint-Denis, face à une vingtaine d’étudiants.
Il s’agissait d’une violation de la convention européenne sur les extraditions: la France, qui était parfaitement au courant des intentions de la magistrature italienne, aurait dû demander une nouvelle demande d’extradition et l’Italie ne pouvait pas m’inculper sans l’autorisation française. Ils savaient très bien que devant les juges, les accusations italiennes se seraient écroulées.

Votre retour en Italie avait-il donné lieu à une mise en scène comparable ?
J’ai eu droit, moi aussi, à une surmédiatisation avec la différence que les médias n’ont été avertis que quand j’étais déjà à Turin. La presse n’a été convoquée que pour filmer mon passage dans la cour de la questura. Les jours suivants, les journaux racontaient que Berlusconi et son gouvernement, réunis dans sa villa de Sardaigne, avaient sorti le champagne à l’annonce de mon arrestation.
IconaLa rentrée de Battisti a été annoncée à l’avance, ce qui a permis une mise en scène théâtrale très soignée: défilé des équipes spéciales des différentes polices, directs TV, radios et réseaux sociaux… Ça a été l’événement médiatique du moment. Il faudrait tout de même rappeler que fin 2017, lorsque l’un des auteurs de l’attentat de Brescia [8 morts et 102 blessés, en 1974], Maurizio Tramonte, un militant d’extrême droite proche des services secrets, a été ramené au Portugal, l’opération s’est déroulée dans l’anonymat le plus absolu. Pendant des années, on a raconté au pays que les attentats à la bombe étaient l’œuvre des Brigades rouges. On a réécrit l’histoire.

Que sait-on des conditions de détention de Cesare Battisti ?
Une fois débarqué à Rome, il a été renvoyé à la prison d’Oristano, en Sardaigne. Il était tellement chamboulé qu’une fois arrivé sur place il a demandé dans quelle partie du monde il se trouvait… Cette prison n’a pas été choisie au hasard: elle est une des plus dures du pays. Elle se trouve de plus dans une île, alors que sa famille vit sur le continent. Une façon d’amplifier l’isolement, de rendre difficiles les parloirs et les visites des organismes de contrôle.
Battisti a été placé à l’isolement diurne pour six mois dans un lieu séparé de la prison. On lui a préparé une sorte de «41 bis» sur mesure [un régime d’isolement total, prévu pour les mafieux les plus dangereux, que la Cour européenne des droits de l’homme a qualifié de «torture»], quelque chose d’absolument illégal. D’ailleurs, c’est le type de traitement qu’attend tout réfugié ramené en Italie: moi aussi, j’ai fait quatre mois et demi d’isolement.
Matteo Salvini [le ministre de l’intérieur italien] lui-même a annoncé qu’il n’y aurait aucun aménagement de peine, et que Cesare Battisti allait pourrir en prison jusqu’à la fin de sa vie. Une façon de mettre sous pression les juges d’exécution des peines. Comme cela m’est arrivé à moi, il devra répondre d’un «délit d’exil». Ils lui reprocheront la soi-disant «doctrine Mitterrand» et la décision de Lula [ex-président brésilien] de ne pas l’extrader. Tout parcours d’intégration en France et au Brésil sera interprété à l’envers, comme une circonstance aggravante…
Les juges deviennent fous face à cette question de la fuite et de l’exil. On m’a reproché d’avoir écrit un livre sur les dessous de mon extradition [Exil et Châtiment,Textuel, 2005], et même d’avoir fait en France un diplôme d’études approfondies sur la «Judiciarisation de la démocratie». Le châtiment qui attend tout exilé, c’est la destruction de tout ce qu’il était arrivé à reconstruire. Ils doivent démontrer que la seule chose possible pour les révoltés des années 1970, c’est un emprisonnement infini, sans possibilité de sortie.

Matteo Salvini, et après lui tout le gouvernement italien, a annoncé qu’ils ne comptaient pas en rester là, et s’apprête à demander l’extradition d’autres personnes recherchées par la justice italienne, dont la plupart sont en France.
En 2004, la justice française avait accepté l’extradition de Battisti contre la promesse que l’Italie modifie sa loi sur la contumace, permettant à Battisti et aux autres dans la même situation d’espérer un nouveau procès. Le Brésil avait, lui, donné son accord pour l’extradition en échange d’une commutation de la perpétuité à trente ans de prison [la peine maximale prévue par le code pénal brésilien]. En Italie, aucun de ces engagements n’a été respecté. Au contraire, ils l’ont enfermé et ils ont jeté les clés de sa cellule.
Je pense que la France doit soigneusement réfléchir à toute requête venant de l’Italie. Il a fallu cinq ans à l’Italie, après la guerre, pour amnistier les crimes des fascistes, six ans à la France pour les crimes de l’OAS durant la guerre d’Algérie. Aujourd’hui, on est à plus de quarante ans de l’affaire Moro. C’est le temps de l’histoire, pas du châtiment.

Dietro la caccia ai rifugiati degli anni 70 la fragilità di uno Stato che ha vinto sul piano militare ma non politico

L’intervista a Paolo Persichetti – «Se lo Stato ha ancora bisogno di combattere, mi viene il sospetto che tutta la retorica sullo Stato democratico che ha vinto la sua battaglia contro terrorismo valga solo sul piano militare e repressivo, non politico»

 

Corriere della sera, 20 Gennaio 2019
Giovanni Bianconi

«Le modalità con cui Battisti è stato arrestato, estradato ed esibito in Italia come un trofeo di guerra, hanno suscitato ribrezzo anche in Francia, e questo potrebbe essere un ulteriore deterrente per la riconsegna degli esui che vivono lì», dice Paolo Persichetti, 56 anni, ex brigatista della fazione Unione cei comunisti combattenti, una condanna a 19 anni per concorso in omicidio interamente scontata dopo essere stato l’unico latitante restituito dal governo di Parigi: «Per farmi tornare l’Italia dovette inventarsi un mio coinvolgimento nel delitto Biagi del 2002, per il quale poi fui ovviamente prosciolto. Ma fu il pretesto per riportarmi qui nel giro di una notte».
Oggi Persichetti è un ricercatore con diverse pubblicazioni alle spalle sulle vicende della lotta armata, tra cui una storia delle Br giunta a metà pecorso.

Che possibilità concrete ha l’Italia di ottenere altre riconsegne dalla Francia?
«In generale direi molto poche, perché si tratta di dossier chiusi, già decisi nella gran parte dei casi dalla magistratura, oppure dal potere politico. E quando oggi si dice che l’attuale governo è pronto a rivalutare le singole situazioni, non significa dire automaticamente sì: il mandato di arresto europeo non è applicabile, e c’è il principio del ne bis in idem. Tuttavia la situazione politica in Francia è molto instabile, e lo scenario potrebbe cambiare».

In che senso?
«Il presidente Macron è debole, e se davvero alle elezioni europee il Front National di Marine Le Pen diventasse il primo partito si potrebbe verificare, nel medio periodo, una situazione di tipo brasiliano, con qualcuno che decide di strizzare l’occhio a Salvini e alla sua propanganda. Per evitare di parlare d’altro, dopo i migranti ora l’emergenza del ministro dell’Interno, il suo nuovo nemico, sono diventati i latitanti di una storia chiusa da oltre trent’anni».

Ma perché, un Paese non ha il diritto di cercare i condannati per far scontare loro le pene?
«Se è ovvio che le istituzioni esercitino la loro pretesa punitiva, credo che dopo tanto tempo bisognerebbe riconsiderare quelle vicende dal punto di vista storico e politico, e non solo criminale. Se questo non avviene e se lo Stato ha ancora bisogno di combattere, mi viene il sospetto che tutta la retorica sullo Stato democratico che ha vinto la sua battaglia contro terrorismo valga solo sul piano militare e repressivo, non politico. Uno Stato che si dice davvero forte chiude una stagione, e non la trascina in questo modo ben oltre i tempi della storia. Ma su questo c’è una responsabilità anche della sinistra».

Cioè?
«Sulla lotta al terrorismo il Pci ha giocato gran parte della sua legittimazione democratica negli anni Settanta, e successivamente il partito e i suoi eredi hanno contribuito a tenere aperta una stagione che s’è conclusa da tempo».

L’ex Br Lojacono, «Ho gia scontato in Svizzera 17 anni ma l’Italia non riconosce questa condanna. Sono forse l’unico al mondo ad avere una doppia pena per gli stessi fatti»

 

Intervista esclusiva allo svizzero Alvaro Baragiola-Lojacono, 63 anni, l’uomo con cui Salvini vorrebbe riaprire i conti degli anni di piombo

Fonte Ticinonline

LUGANO/BERNA – Per l’Italia l’orologio della storia è sempre fermo alle 9 del mattino del 16 marzo 1978. Al giorno, cioè, del rapimento del presidente della DC Aldo Moro e Alvaro Lojacono, all’epoca 22enne, è un brigatista latitante all’estero che deve scontare un ergastolo per l’agguato di via Fani.
Per la Svizzera Alvaro Baragiola, che ora ha 63 anni (e da una vita ha preso passaporto e cognome della madre), è un cittadino elvetico. Oggi lavora, ha una famiglia e la sua fedina è pulita dopo aver scontato nel secolo scorso una pena di 17 anni inflittagli per analoghi fatti di sangue (già inclusi nella sentenza Moro1-bis).
A riaprire vecchie cicatrici è stato l’arresto e l’estradizione dalla Bolivia a Roma di un protagonista minore degli anni di piombo, Cesare Battisti. Ma tanto è bastato per far ripartire la caccia ai riparati oltre confine. Mediatica soprattutto. E non solo, come spiega in esclusiva per Ticinonline/20Minuti e dopo quasi vent’anni di silenzio, l’uomo finito nel mirino di Matteo Salvini & Co.

Anche la Lega dei ticinesi ha invitato il Governo federale a consegnarla alle autorità italiane.  Come valuta lei questa richiesta?
Per cominciare tengo a precisare che l’Italia NON ha MAI chiesto la mia estradizione alla Svizzera (il fatto è accertato dalla sentenza del Tribunale federale del 9 aprile 1991), ed una “consegna” come la richiede la Lega equivarrebbe a una deportazione alla boliviana, che la Confederazione non prevede.

Lei ha scontato una pesante condanna in Svizzera per fatti che le sono imputati in Italia, ma sembra che le autorità italiane non ne tengano conto. Perché?
L’Italia non riconosce, né può riconoscere, la carcerazione sofferta in Svizzera per gli stessi fatti e reati perché non solo non ha chiesto alla Svizzera l’estradizione, ma neppure ha chiesto alla Confederazione di processarmi in Svizzera.

Ci risulta però che, nel 2006, l’Italia presentò alla Confederazione una richiesta di exequatur, cioè di esecuzione in Svizzera delle condanne italiane…
È vero, però la richiesta italiana riguardava solo la sentenza del processo Moro 4 – invece della decisione giudiziaria di cumulo delle pene dei diversi processi – e non garantiva che, una volta eseguita  la pena in Svizzera, il paese richiedente l’avrebbe pienamente riconosciuta come scontata. Il rischio era che, una volta eseguita in Svizzera, l’Italia avrebbe poi proceduto per farla valere o eseguirla di nuovo, cosa illegale ma non sorprendente, o avrebbe chiesto l’esecuzione ulteriore delle altre condanne. Per questo motivo la richiesta italiana fu respinta dai giudici del Canton Berna.

Per quale motivo le autorità italiane (i diversi governi che si sono succeduti) hanno scelto di non chiedere l’estradizione e poi in caso di rifiuto il processo in via sostitutiva?
Questo bisognerebbe chiederlo a loro.  Io non lo so e posso solo fare delle ipotesi, forse l’Italia non ha voluto che uno stato straniero mettesse il naso nel processo Moro. Sarebbe comprensibile. Qualunque sia la ragione non sono le autorità svizzere, né una mia presunta opposizione, ad aver creato l’impasse attuale.

Come si spiega questa “storia sospesa”?
Forse perché è più facile non fare nulla e sbraitare contro la Svizzera e il sottoscritto; su un “latitante” si può dire qualsiasi cosa perché non è in condizione di difendersi, vengono addirittura qui con telecamere nascoste, figuriamoci. O forse perché il dossier dell’exequatur è stato affidato a qualche funzionario cialtrone e incompetente; non lo so, ma è evidente che il problema sta da quella parte.

E se l’Italia presentasse una richiesta di exequatur corretta e completa (cioè per tutte le condanne italiane cumulate), con la garanzia che l’Italia non precederà più per gli stessi fatti. Lei come reagirebbe?
Sono passati 40 anni e l’Italia si è sempre mossa in una logica di vendetta, come si è ben visto anche nel caso Battisti, e non ha mai rinunciato a un quadro giuridico d’eccezione. In una giustizia normale la “certezza della pena” vale anche per il detenuto: io sono stato scarcerato quasi venti anni fa, e sto ancora come prima dell’arresto, senza sapere se un giorno o l’altro mi riarrestano o mi riprocessano per qualcosa.  Se ora l’Italia decidesse di muoversi con una richiesta come quella che ipotizza, io l’accetterei senza obiezioni, almeno metteremmo la parola fine a questa vicenda.

Sta dicendo che accetterebbe l’ergastolo che un giudice svizzero, secondo le sentenze italiane, le dovrebbe infliggere?
Sì.

Ripensa spesso a quel mattino in via Fani?
Ogni volta che il tema è rilanciato dai media associandolo al mio nome ricevo insulti e minacce. È una pena supplementare, non ci posso fare niente. Ci sono memorie collettive diverse ed in conflitto tra loro, e nessuna sarà mai condivisa da tutti. Entriamo nel cinquantenario del lungo ’68, dopo mezzo secolo si dovrebbe poter trattare le cose storicamente, ma non è così, sembra che i fatti siano avvenuti ieri.

Cosa contesta nella lettura odierna dei fatti di allora?
All’epoca, erano passati 30 anni dalla fine della guerra e dei suoi drammatici strascichi di guerra civile, ma quella era già storia, nessuno lanciava stagioni di caccia grossa agli “impuniti”. Ho avuto un contatto con l’ultima commissione parlamentare italiana sul caso Moro, che ha purtroppo mancato l’occasione, scegliendo di dedicarsi alla ricerca di complotti.

Cosa ha detto a questi commissari?
Quello che penso, e che dico a chiunque – pur evitando di farlo in pubblico, perché so quanto l’apparizione anche solo di una foto possa irritare i parenti delle vittime. C’è stata una “linea della fermezza” lanciata dal PCI al tempo del sequestro Moro, continuata poi con le leggi d’emergenza e con la politica della vendetta, che in questi giorni ha raggiunto livelli impensabili con l’esibizione del detenuto-trofeo. Una catena che neppure la commissione ha voluto interrompere, lasciando la verità nella palude del sospetto.

Dunque resta un tema tabù?
Non vedo perché parlare con chi mi considera ancora oggi terrorista e nemico pubblico. Che non sono. Ma non è un tabù, ne parlo con storici e ricercatori con cui si può discutere, solo lontani dalla propaganda e dalle fake-news si può ritrovare un senso storico.

La muta e la preda, Battisti trasformato in trofeo da caccia

Ex Br Persichetti: «Battisti esibito come un trofeo, è barbarie»

Adnkronos, 14/01/2019 17:33

«Siamo alla barbarie. Un trofeo esibito e la muta che lo rincorre». A parlare all’Adnkronos è l’ex brigatista Paolo Persichetti, compagno di ‘esilio’ a Parigi con Cesare Battisti, Oreste Scalzone e tanti altri fuoriusciti italiani che nel 2002 fu tra l’altro il primo estradato in ‘violazione’ della dottrina Mitterrand. Saggista, sociologo, giornalista, ex appartenente alla colonna romana delle Brigate Rosse- Unione Comunisti Combattenti (si è preso una condanna a 22 anni per concorso morale nell’uccisione del generale dell’aeronautica Licio Giorgieri) Persichetti, che a Battisti è legato dalla lunga esperienza francese (“una comunità di destino”, dice) più che un fatto personale ne fa una questione di diritto e di giustizia.

«Nel caso Battisti la Bolivia non ha esercitato nemmeno la sovranità più elementare, neppure ha provato a salvare le apparenze pretendendo una formale richiesta di estradizione dall’Italia – spiega l’ex Br – Il ‘compagno’ Morales lo ha semplicemente rispedito in Italia al di fuori di ogni regola». E in Italia, sottolinea, le cose andranno nello stesso modo: «Non gli rifaranno un nuovo processo, come pure avevano assicurato alla Francia quando ne chiedevano l’estradizione, né gli faranno scontare 30 anni, come da accordi presi con il Brasile. Qui Battisti si farà l’ergastolo. Con Salvini che, violando tutti i principi di separazione dei poteri, da ministro dell’Interno già ha deciso che ‘non avrà benefici’. Una barbarie giuridica, peraltro applaudita da buona parte della sinistra. Stiano attenti quelli che plaudono a violazioni di una tale portata, però, perché poi si arriva anche a loro», sottolinea.

«Visti i rapporti poco idilliaci di Macron con questo governo, mi chiedo se il presidente francese mai vorrà pretendere il rispetto degli impegni presi dall’Italia sul processo da rifare», dice ancora Persichetti. «Battisti viene descritto come l’eterno latitante, l’uomo in fuga, ma in realtà si è sempre avvalso delle prerogative sovrane degli Stati che lo hanno ospitato – sostiene l’ex Br – E’ sempre stato nella legalità in Francia, in Brasile, perfino in Bolivia, dove aveva chiesto asilo. I periodi di latitanza effettiva si riducono di fatto a quell’anno e mezzo prima che lo arrestassero in Brasile. Anche l’accesso illegale a La Paz è opinabile perché lui aveva con sé il documento brasiliano per i residenti esteri, riconosciuto in molti Paesi dell’America Latina».

«Lo hanno descritto come uno dei salotti, viveva in una soffitta» dice ancora. «C’è una costruzione del mostro, del personaggio… – ragiona Persichetti analizzando da sociologo immagini e notizie di questi giorni – La birra, il ghigno, il sorriso strafottente, la barba finta che finta non è… Lo hanno descritto come uno che si godeva la vita, la bella gente… Ma Battisti viveva in una soffitta e faceva il portiere. Lavorava in un sottoscala dove c’era un computerone su cui scriveva, però nell’immaginario era uno che viveva nei salotti francesi. Ha pensato di salvarsi con la scrittura ed è finito intrappolato nella figura dell’intellettuale da salotto».

«Dicono è finita la pacchia – aggiunge – Ma non sanno di cosa parlano, l’esilio è una vita dura, è la vita del sans papier, con la differenza che loro c’hanno la pelle di un altro colore e questo li espone a maggiori controlli della polizia. Nessuna assistenza sanitaria, niente soldi… ti devi arrangiare, sbarcare il lunario, e lui aveva sublimato imparando il mestiere dello scrivere, e poi è rimasto vittima del personaggio».

Fonte https://www.adnkronos.com/fatti/cronaca/2019/01/14/persichetti-battisti-esibito-come-trofeo-barbarie_cQmH24DwA56KudrjFG1F4O.html

Franco Piperno, «Il Pci impedì a Fanfani di salvare Moro. Gotor? Scrive balle»

L’intervista – «Io in via Gradoli? Una balla di Gotor». Piperno ritorna sulle ultime settimane del sequestro Moro, tra fine aprile e inizio maggio ’78, quando emerse un accenno di trattativa che poi non ebbe seguito. Liquida Miguel Gotor, che nelle ultime settimane lo ha accusato sul Fatto Quotidiano di essere la gola profonda che avrebbe portato alla scoperta della base brigatista di via Gradoli: «non a caso dagli scrittori di libri polizieschi ritenuto uno storico ma dagli storici considerato solo un romanziere». Infine ridicolizza le “clamorose scoperte”, annunciate nella ultima relazione intermedia prodotta dalla defunta Commissione Moro 2

Paolo Persichetti
Il Dubbio 26 aprile 2018

Il sequestro Moro poteva concludersi senza la morte dell’ostaggio? Franco Piperno ribadisce che era possibile. Tutto ruota attorno ai giorni concitati d’inizio maggio ‘78, dopo la telefonata di Moretti del 30 aprile alla famiglia dello statista democristiano e il comunicato Br nel quale figurava quel gerundio – «stiamo eseguendo la sentenza» – che di fatto rimandava l’esecuzione. L’iniziativa socialista aveva aperto un canale di comunicazione ed ai brigatisti era stato detto che il 7 maggio Fanfani avrebbe fatto un’importante dichiarazione di apertura. Perché tacque? Il suo silenzio fu la conseguenza di una interferenza del Pci, che forte dei suoi voti indispensabili per l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica aveva validi argomenti per condizionare le decisioni del Presidente del Senato, uno dei pretendenti più quotati? Durante le trattative per la formazione del nuovo governo, Fanfani aveva cercato di scavalcare a sinistra Moro proponendo un governo d’emergenza con la partecipazione diretta dei comunisti. Ne scrive sui suoi Diari un infastidito Andreotti e lo testimonia l’ambasciatore Usa Gardner, allarmatissimo ma poi rassicurato dall’opzione ben più moderata di Moro che tenne fuori dal governo i tre ministri tecnici indicati dal Pci, rompendo gli accordi presi da Zaccagnini, pronto a dimettersi, e dallo stesso Andreotti. Piperno giocò un ruolo chiave attorno a quell’abbozzo di trattativa che però non riuscì  a conseguire il suo scopo. Una lacerazione della «linea della fermezza» che ancora oggi disturba la storiografia ispirata a quelle posizioni e che a distanza di quarant’anni non rinuncia a lanciare i propri strali dietrologici, calunniando i protagonisti di quella complicata vicenda.
Sul Fatto Quotidiano del 6 e del 20 aprile Miguel Gotor ha tirato in ballo nella intricata vicenda di via Gradoli la responsabilità di Franco Piperno, figura di spicco del ’68, tra i fondatori di Potere operaio, coinvolto nei processi 7 aprile e Metropoli. Secondo l’ex parlamentare, già membro della Commissione Moro, dietro la messa in scena della seduta spiritica che si tenne il 2 aprile 1978 a Zappolino, piccola frazione distante una trentina di chilometri da Bologna, nella casa di campagna del professor Clò, presenti Romano Prodi ed altri docenti universitari, che negli anni successivi saranno destinati ad incarichi di governo, ci sarebbe stata la “soffiata” di «un esponente di prestigio dell’area dell’eversione». Piperno avrebbe fornito il suggerimento al futuro ministro del Tesoro, Beniamino Andreatta, secondo alcune voci mai confermate presente anch’egli alla seduta spiritica, approfittando del fatto che fosse fondatore e rettore  dell’Unical, l’università della Calabria,  dove Piperno stesso era docente di fisica.

In via Gradoli, situata nella zona Nord di Roma, il 18 aprile 1978 i Vigili del fuoco, chiamati per una perdita d’acqua, scoprirono una importante base delle Brigate rosse, affittata nel dicembre 1975 all’ingegner Borghi, alias Mario Moretti.

Nel “rapportino”, la scheda che riassume modalità, cause e soluzioni adottate dalla squadra dei Vigili del fuoco per portare a termine l’intervento, redatto al rientro in sede, il Caposquadra Giuseppe Leonardi scrive che alle 9.47 dall’interno 7: «Per mezzo di scala a ganci si provvedeva ad entrare nell’appartamento soprastante [int. 11] per constatare la causa di infiltrazione di acqua». Alla voce probabili cause, risponde: «Dimenticanza chiusura rubinetto della doccia del bagno» Nel relazione dattiloscritta specifica più dettagliatamente: «Il danno era semplicemente provocato dalla doccia, del tipo telefono, ri[ma…] aperta e rivolta contro il muro che faceva infiltrare l’acqua da dietro la vasca da bagno dietro il muro danneggiando i solai sottostanti. Si elimina[…] danno chiudendo il rubinetto erogatore» Più avanti il Caposquadra spiega che «posti in vista di un tavolo, vi erano volantini a firma delle “Brigate rosse» e  «volumi delle B.R» che attirarono la sua attenzione facendo scattare l’allarme.

La preziosa informazione sull’ubicazione della base brigatista – lascia intendere Gotor – sarebbe pervenuta all’ex esponente di Potop dalla proprietaria dell’appartamento di via Gradoli: i due si sarebbero conosciuti alla fine degli anni ‘60 per via della comune frequentazione del Cnen, il centro di ricerca nucleare di Frascati. Gotor, sostenitore della tesi che il danno d’acqua non fosse casuale, solleva ulteriori sospetti, ipotizzando che «un brigatista dissidente, un esponente dell’area dell’autonomia collaborativo con lo Stato o un agente dell’antiterrorismo» possa essere entrato nell’appartamento la mattina del 18 aprile, dopo l’uscita di Balzerani e Moretti che quella sera non sarebbe dovuto rientrare, con l’obiettivo di provare a recuperare gli scritti di Moro, sperando fossero nell’appartamento e poi provocare il danno d’acqua che fece cadere la base.
Tuttavia nel corso della fantomatica seduta spiritica emerse un’indicazione molto diversa dalla strada dove qualche settimana dopo venne rinvenuta la base brigatista. Nell’appunto manoscritto, subito girato al capo della polizia Parlato, redatto da Luigi Zanda, collaboratore del ministro dell’Interno Cossiga, che il 5 aprile ricevette la segnalazione da Umberto Cavina, addetto stampa di Benigno Zaccagnini, a suo volta informato il giorno precedente da Romano Prodi di passaggio a Roma, è annotato: «Caro dottore, ecco le indicazioni di cui s’è detto: Via Monreale 28, scala D, int. 1, piano terreno, Milano; lungo la statale 74, nel piccolo tratto in provincia di Viterbo, in località Gradoli, casa isolata con cantina».
Per giustificare questa incongruenza, Gotor inventa la categoria del “depistaggio a fini informativi”, attribuendo a Piperno una sofisticata strategia che mescolando vero e falso avrebbe mirato a «provocare il fallimento dell’azione Moro senza far arrestare Moretti, che era un avversario politico con una diversa prospettiva rivoluzionaria, non un nemico da tradire», per facilitare la riuscita della soluzione negoziata del sequestro nei giorni in cui il vertice socialista si era attivato in questa direzione.

Abbiamo chiesto a Franco Piperno come ci si sente ad essere raffigurato nei panni di una sorta di Cagliostro, burattinaio che tira le fila di un gioco spregiudicato.
Penso che sia la personalità irrisolta di Gotor ad assegnarmi un ruolo del genere;  non a caso dagli scrittori di libri polizieschi il Nostro viene ritenuto uno storico mentre secondo gli storici siamo in presenza di un romanziere. In ogni caso, ad essere sincero, non posso certo dire che sia il prof. Gotor ad avermi calunniato di più. Ben  prima  dei suoi articoli sul Fatto Quotidiano, sul finire degli anni ‘70, mi hanno fatto decisamente di peggio, sono stato accusato, dalla Procura di Padova e poi da quella di Roma, oltre che del delitto Moro, di ben 20 omicidi e 15 rapine; e, per non farmi mancare niente, ci si mise anche la giornalista americana Clara Sterling: in un suo libro sull’Italia di quegli anni scrisse che la Cia aveva accertato come io fossi un agente segreto comunista, educato alla guerriglia a Praga, frequentando i corsi tenuti nella capitale cecoslovacca direttamente dal Kgb.

Una spia dell’Est? Proprio tu che conoscevi i dirigenti del Kor, il Comitato di difesa degli operai polacchi?
Già, li incontrai tutti insieme nel dicembre del 1978: Jacek Kuron, Adam Michnik e gli altri. Non a caso ci fu poi chi per compensare provò a dire che lavoravo per la Cia perché ero riparato in Canada.

Ma non ti era stato rifiutato l’ingresso quando su invito del Mit di Cambridge ti eri recato negli Usa?
Fu quella la ragione per cui poi mi ritrovai nel Quebec, in Canada, tra i pellerossa.

Quindi smentisci di aver mai parlato con Andreatta?
Faccio molta fatica a prendere sul serio ricostruzioni del genere. Sono arrivato all’università di Cosenza solo all’inizio del 1975, In precedenza ero docente al Politecnico di Milano. All’epoca il rettore dell’Unical era Cesare Roda, Andreatta aveva l’asciato l’università calabrese l’anno precedente; e nel 1976 venne eletto per la prima volta in Parlamento. Non ho mai avuto occasione di conoscerlo. Mi par di capire che Gotor non si sia per nulla informato prima di scrivere.

E via Gradoli? Una vecchia nota di Ansoino Andreassi, funzionario dell’Ucigos, del 6 luglio 1979 riferiva, non sulla base di documenti amministrativi accertati ma di voci provenienti da fonti riservate, originate dal Sismi e dalla questura di Genova, che avresti conosciuto fin dal 1969, al Cnen della Casaccia, Luciana Bozzi, proprietaria dell’appartamento di via Gradoli. Per tenere in piedi le sue congetture, in barba all’Ucigos, Gotor sposta addirittura la Bozzi a Frascati mentre l’informativa della polizia la colloca alla Casaccia, oltretutto il contratto fu stipulato da Moretti col marito della Bozzi, anch’egli coproprietario.
Infatti, ho fatto la mia tesi e poi la specializzazione in fisica della fusione nucleare al Cnen di Frascati, non ho mai frequentato la  Casaccia e il nome di Luciana Bozzi non mi dice assolutamente nulla.

La seconda commissione Moro, presieduta da Giuseppe Fioroni, allude ad un tuo ruolo di supervisore del sequestro. Un suo consulente, il colonnello dei carabinieri Massimo Giraudo, afferma che la mattina del 16 marzo dalle finestre dell’abitazione della signora Birgit Kraatz, descritta come un’esponente del gruppo sovversivo tedesco «2 giugno», in via dei Massimi 91, avresti osservato i movimenti del commando brigatista verificando che tutto procedesse come previsto: il parcheggio delle vetture nel garage della palazzina dello Ior e il trasbordo di Moro nell’attico.  Siamo al delirio?
Anche oltre! Birgit Kraatz era una giornalista assolutamente ben introdotta nei circoli della stampa e del mondo politico romano. L’ho conosciuta nei primi anni ‘70 in occasione di una intervista sul movimento studentesco romano rilasciata per Der Spiegel, il giornale di cui in quegli anni era corrispondente. Niente più lontano dalla intelligenza e dalla sensibilità della signora Kraatz il ruolo di sorvegliante delle prestazioni dei brigatisti.

In effetti aver tirato in ballo il nome della signora Kraatz appare l’ennesimo incredibile infortunio di questa commissione. Non solo è iscritta alla Spd dal ’74, e di fatto ha curato i rapporti della socialdemocrazia tedesca con la sinistra italiana, in modo particolare col Pci, intervistando nel 1976 lo stesso Berlinguer (è citata persino nella biografia scritta da Chiara Valentini), ma è stata corrispondente per più di trent’anni oltre che di Der Spiegel, dello Stern e ZDF, ha scritto un libro intervista con Willy Brandt, pubblicato da Editori riuniti.


C’è un episodio molto importante che smentisce alla radice quanto afferma Gotor: poche settimane dopo la morte di Moro hai incontrato Mario Moretti. Perché?
La richiesta era venuta dalle Br; l’incontro, come ho riferito alla Commissione presieduta dall’on. Pellegrino, si svolse in un appartamento del quartiere Prati.

In commissione Stragi ad una precisa domanda dicesti che ad aprire la porta era stato un maggiordomo. L’episodio suggestionò molto la fantasia dei commissari: il Presidente Pellegrino vi intravide la presenza di «inquietanti zone di contiguità» che negli anni successivi hanno alimentato la pubblicistica cospirazionista.
Il maggiordomo con i guanti era un modo metaforico per sottolineare la qualità alto-borghese dell’appartamento.

Insomma li hai presi in giro e loro ci hanno creduto. Cosa volevano sapere le Br?
Moretti ed i suoi avevano chiesto d’incontrarmi con urgenza per ricostruire l’insuccesso della trattativa ma anche per chiarire se ci fosse stata una nostra influenza esterna sui loro militanti provenienti da Potop. Volevano capire se la vicenda della trattativa fosse stata una nostra costruzione per orientare il sequestro. Nonostante queste premesse la discussione si concentrò subito sul silenzio di Fanfani. Volevano capire perché il presidente del Senato non parlò il 7 maggio smentendo l’impegno preso. Lì mi resi conto di quanto le Brigate rosse avessero preso sul serio quei segnali di apertura e capii che il sequestro avrebbe potuto avere un esito diverso se solo ci fosse stata quella dichiarazione annunciata.

Come sei finito in questa storia?
In realtà all’inizio furono Scialoia e Mieli a contattarmi per conto di Livio Zanetti, che conoscevo perché l’Espresso da lui diretto aveva seguito tutto il ‘68. Zanetti mi fece capire che c’era una forte insistenza dei socialisti per aprire una trattativa. Fu lui a mettermi in contatto con Signorile, vice segretario del Psi che si muoveva per conto di Craxi. Il segretario non voleva esporsi direttamente, lo incontrai personalmente solo alcune settimane dopo la morte di Moro. Inizialmente ero restio a farmi coinvolgere malgrado fossi assolutamente consapevole che l’eventuale uccisione di Moro avrebbe provocato  una repressione tragicamente liberticida per tutti i movimenti antagonisti di quegli anni. Per altro, il mio trasferimento in Calabria mi aveva allontanato dalla militanza politica; oltre ad insegnare, dirigevo un dipartimento universitario sicché mi restava poco o nessun tempo per l’attività politica extra-accademica. Poi, a metà aprile accadde qualcosa destinata a mutare non solo il mio umore ma la mia vita stessa: Fiora Pirri Ardizzone, allora mia moglie, venne arrestata ed accusata di aver partecipato al rapimento di Moro in via Fani ed all’uccisione degli uomini della scorta. Un testimone aveva scambiato il suo volto con quello di una donna del commando, quando in realtà quella mattina Fiora partecipava ad una assemblea universitaria a Cosenza. Di conseguenza riorganizzai da cima a fondo la mia agenda, rimandai l’impegno  di “visiting professor” assunto con il Mit di Boston e mi lasciai afferrare dal dramma che, per altro, l’intero nostro Paese stava vivendo. Cosi, una  settimana dopo quell’arresto, mi recai a Roma per incontrare Zanetti e poi Signorile. A maggio il direttore dell’Espresso mi chiese un articolo sulla trattativa che ebbe un destino singolare: apparso il giorno del ritrovamento del cadavere di Moro in via Caetani, dopo 5 ore fu ritirato dalle edicole e inviato al macero. Nel dicembre del 1978 ripresi e sviluppai quel testo che uscì su Pre-print col titolo «Dal terrorismo alla guerriglia».

Quello che riprendeva il verso di Yeats, «coniugare insieme la terribile bellezza del 12 marzo del ‘77 per le strade di Roma con la geometrica potenza dispiegata in via Fani»?
Sì, nel testo ragionavo cercando di spiegare perché era meglio liberare Moro. Al tempo stesso tentavo di aprire un discorso sulla lotta armata legandola al carattere insurrezionale della manifestazione del 12 marzo. Quel giorno ero di passaggio in città perché dovevo raggiungere la fiera di Lipsia, allora nella Ddr, dove avevo un appuntamento con degli armeni per acquistare un computer necessario al Dipartimento di Fisica che allora dirigevo. Per inciso la  “macchina socialistica” costava all’epoca un decimo della sua analoga “capitalistica”, ma occupava uno spazio venti volte maggiore – insomma fu un viaggio inutile, salvo il fatto che per caso mi offrì l’occasione, nel pomeriggio di quel fatale giorno di marzo, di partecipare ad un vero e proprio tentativo insurrezionale. Nel centro storico di Roma, tutti i negozi e perfino i bar erano chiusi: per le strade ed i vicoli si svolgevano durissimi scontri tra manifestanti e gendarmi, scontri nei quali gli abitanti, per esempio quelli di Campo de Fiori, fraternizzavamo attivamente con i dimostranti. Ricordo un fruttivendolo che aveva riaperto il suo negozio per dare rifugio ai feriti; così come un’armeria su Lungotevere presa d’assalto e saccheggiata dalla folla in tumulto. Prima di quel pomeriggio di marzo, nei miei non brevi anni di militanza, non avevo mai partecipato o anche solo assistito ad una esperienza di ribellione sociale, per dir così, allo stato nascente. Da qui l’immagine sulla «terribile bellezza» che riprendeva gli scontri della Pasqua irlandese del 1916.

Secondo te perché Fanfani non parlò?
Ritengo che ci fu un intervento molto forte del Pci, una pressione che fece venir meno l’impegno preso. Io penso che Fanfani avesse informato il Pci del suo intento. Non poteva fare diversamente anche per il ruolo istituzionale che rivestiva. Signorile non aveva parlato solo con Craxi ma anche con altri politici. Di sicuro ne era al corrente il Presidente della Repubblica Leone, il suo addetto militare, ovviamente i vertici socialisti e del partito democristiano. Lo sapevano in troppi perché la cosa non fosse circolata e pervenuta al Pci.

In effetti il 2 di maggio Berlinguer aveva visto Craxi e Balzamo. Durante l’incontro i socialisti spiegarono che un modo possibile per salvare la vita di Moro sarebbe stato, per esempio, la scarcerazione anche di un solo detenuto politico con problemi di salute ed in regime di carcerazione preventiva. Berlinguer era radicalmente contrario a qualsiasi concessione favorevole ai brigatisti; piuttosto si mostrava, come un commissario della polizia politica, interessato ad avere informazioni sui canali di cui si avvalevano i socialisti e che li rendevano sicuri di una possibile liberazione dell’ostaggio. In ogni caso, bisogna pur dire che il tentativo dei socialisti, nel quale fosti coinvolto e travolto, non riuscì e vinse il partito della «fermezza repubblicana», quello che aveva rimosso ogni autocritica e si mostrava disposto a sacrificare la vita di Moro.
In un primo momento Fanfani si era mostrato disponibile ad intervenire pubblicamente: Signorile lo aveva incontrato per la sua posizione critica rispetto alla linea della fermezza ed aveva ricevuto rassicurazioni. Alle Br giunse questa informazione: «Fanfani ha una disponibilità ad ascoltare le richieste delle Br purché queste non comportino inaccettabili violazioni  della legalità». Ad esempio: alleggerire le condizioni carcerarie, al limite della tortura, alle quali erano sottoposti migliaia di detenuti politici. La domenica invece parlò Bartolomei, credo ad Arezzo, dove pronunciò un bla bla incomprensibile e inaccettabile a livello di senso comune. Noi che eravamo della partita riuscimmo a percepire nelle sfumature di una frase un esile messaggio. Ma non era questo il segnale atteso. Per i brigatisti che si aspettavano una dichiarazione chiara e netta quel discorso suonò come un rifiuto.

Signorile ha raccontato che davanti a lui Fanfani aveva dato istruzioni telefoniche a Bartolomei su cosa dire mentre si era riservato di prendere la parola nella riunione di Direzione prevista il 9  maggio. Ma alla fine non disse nulla neanche in quella sede, basta leggere i suoi diari. La notizia del ritrovamento del corpo di Moro in via Caetani arrivò dopo il suo intervento.
Risulta anche a me. Credo che questo repentino cambio di atteggiamento riassuma il nodo politico della vicenda: Fanfani fece un passo indietro su pressione del Pci.

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La falsa vittima di via Fani

Riceviamo e volentieri riprendiamo questa approfondita e puntigliosa inchiesta sulle ripetute bugie sostenute dal falso testimone primigenio da cui hanno avuto origine tutte le dietrologie sul rapimento Moro. Il 22 maggio 2014, ascoltato come teste informato sui fatti, Alessandro Marini ribadiva ancora una volta davanti al Procuratore generale Luigi Ciampoli la sua mistificata versione di quanto avvenuto in via Fani. Da questa analisi emerge il fondato dubbio che Marini abbia mentito non solo sulla dinamica di fatti ma anche sulla propria posizione al momento dell’assalto brigatista.
Escusso succesivamente dalla Commissione Moro 2 (ma non audito in sede pubblica nonostante la rilevanza delle sue parole. In avvio dei lavori la Commissione aveva sposato la proprio versione dei fatti raccontata da Marini), dopo che erano emerse le prove documentali delle sue menzogne, Marini ha rettificato quanto ripetutamente affermato nei decenni precedenti dutante inchieste e processi. Se le bugie passate sono cadute in prescrizione, quelle reiterate nel 2014 hanno ancora rilevanza penale. Ricordiamo che sulla base delle mendaci affermazioni del teste Marini diverse condanne per un tentato omicidio mai avvenuto sono state emesse contro i brigatisti che hanno preso parte al rapimento di Aldo Moro

 

Alessandro Marini

Il testimone mendace Alessandro Marini

 

Un testimone per tutti i misteri

di da La pattumiera della storia

Alessandro Marini (nato nel 1942, professione dichiarata ingegnere) ha avuto un po’ più dei proverbiali “15 minuti di celebrità”: è dal 16 marzo 1978 che viene sistematicamente riproposto come IL testimone del sequestro di Aldo Moro. Era sul posto, e da allora racconta che due brigatisti su una moto Honda blu gli spararono una raffica di mitra, che colpì il suo motorino ma non lui. Tutti i brigatisti processati per quei fatti sono stati condannati per tentato omicidio nei suoi confronti. Nessuno tra i numerosissimi inquirenti (polizia, carabinieri, magistrati, giornalisti, ricercatori, detectives dilettanti, ecc.) si è mai preoccuppato di controllare il punto di partenza delle sue dichiarazioni: cioè il fatto che egli fosse sul posto in motorino, il cui parabrezza diceva colpito e rotto dalla raffica, o almeno da un proiettile di questa, partito dalla moto Honda.
L’analisi che è proposta qui si basa su fotografie di dominio pubblico e di larghissima diffusione, e si concentra sulla posizione del motorino e sul quella dichiarata da Alessandro Marini, ed è seguita dall’ipotesi che egli fosse in un punto diverso.

 

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