La reazione nelle fabbriche e nelle scuole dopo l’annuncio del sequestro Moro

Appena si diffuse la notizia del rapimento Moro, quale fu la reazione nelle città, nelle scuole e nei luoghi di lavoro, in quelle fabbriche da dove le Brigate rosse avevano iniziato il loro viaggio, otto anni prima, nel 1970?

Brigate rosse«Dinanzi all’omicidio del vicedirettore de “La Stampa” Carlo Casalegno nel novembre 1977 e, soprattutto, al rapimento e all’uccisione di Aldo Moro da parte delle Brigate rosse pochi mesi dopo, le reazioni fra i lavoratori Fiat apparvero deboli sino a sconfinare nell’indifferenza. A qualche delegato dell’ala dura del movimento sembrarono sprecate quelle ore di sciopero contro il terrorismo che il sindacato si era affrettato a dichiarare. Lamentava per esempio un delegato che partecipava a un gruppo di discussione guidato da Giulio Girardi, teologo e sociologo dedito a un lavoro che a quel tempo si diceva di “autoricerca” militante: “[…] mi fanno perdere decine di ore contro il terrorismo. Quale terrorismo? Guardiamo dov’è il terrorismo: è solo quello delle Brigate Rosse? Si devono condannare le Br perché hanno rapito Moro e hanno fatto fuori quegli altri? Va bene: stanno facendo il processo alle BR. Però a quelli che stanno al governo chi è che gli fa il processo? Nessuno! Chi è che fa il processo ai padroni che ci fanno diventare, noi operai, brigatisti…». Era questa la situazione descritta da Giuseppe Berta nel saggio, Mobilitazione operaia e politiche manageriali alla Fiat, 1969-1979(1).

La mobilitazione immediata del Pci e dei sindacati confederali
All’annuncio del sequestro la mobilitazione del Pci e del sindacato è immediata. Le parole d’ordine sono vigilanza e mobilitazione. Dalla sede centrale di Botteghe oscure il Pci attiva tutte le strutture periferiche del partito, dalle federazioni, ai comitati cittadini, alle singole sezioni che hanno sede nel territorio, fino alle cellule aziendali. Vengono stimolate tutte le sedi istituzionali: consigli comunali, provinciali e regionali. Al Ministero dell’Interno giungono messaggi di cordoglio e telegrammi dei corpi intermedi dello Stato, dell’amministrazione centrale e periferica, dei sindacati confederali, delle forze politiche parlamentari, delle scuole e anche di microformazioni di estrema sinistra. Se per il Pci si tratta di dimostrare la saldatura tra masse e Stato(2), per quest’ultimo fu una singolare prova di auto-consenso (3). Anche il sindacato si muove immediatamente nei posti di lavoro proclamando scioperi ed assemblee, spesso anticipate dai militanti del Pci, in particolare nelle fabbriche, promuovendo appelli non solo di condanna per quanto avvenuto ma per chiedere «l’isolamento di tutti i simpatizzanti del terrorismo». Le fermate del lavoro trovano subito il consenso della aziende e si trasformano ben presto in serrate padronali o “scioperi precettati”, con le maestranze invitate ad uscire dagli stabilimenti e la chiusura dei cancelli alle loro spalle. Comizi vengono organizzati: a Roma, in piazza san Giovanni, il segretario generale della Cgil Luciano Lama tiene una manifestazione con 50 mila persone. Si vedono anche le bandiere bianche della Dc con l’effige dello scudo crociato confuse tra quelle rosse del Pci. E’ la prima volta in assoluto e la scena suscita un certo spaesamento. La presenza di aderenti alla Dc nelle manifestazioni suscita malumori e tensioni in altre città, risolti con il brusco  allontanamento dei dissidenti da parte del servizio d’ordine. Per i dirigenti del Pci e del sindacato è venuto il tempo di fare terra bruciata attorno a quello che definiscono «partito armato», nessuna ambiguità, giustificazione, tentativo di comprensione, minimizzazione o peggio divergenza verrà più tollerata, da questo momento una sola scelta diventa possibile: «o con lo Stato o contro lo Stato». Per Lama «bisogna espellere dalle masse non i terroristi che non ci sono o sono pochissimi ma chi li giustifica, chi civetta con loro… chi li considera ancora troppo frequentemente come dei ragazzi che forse avrebbero ragione in altre condizioni»(4). Dello stesso tenore le parole di Bruno Trentin, ex segretario della Fiom e della Flm e nel 1978 membro della segreteria della Cgil, «Dobbiamo aggredire quelle zone di acquiescenza e di scarsa consapevolezza che ancora si annidano nelle aziende, ma soprattutto nelle scuole. È il compito più importante da svolgere»(5). Tuttavia a Milano, nel corso di una manifestazione parallela, Giorgio Bocca registra «l’inevitabile incomunicabilità tra gli oratori comunisti sul palco e gli extraparlamentari che lanciano cori irrisori e sprezzanti come “Moro libero, Curcio centravanti»(6). Nel resto del Paese si fermano, o meglio vengono chiuse, fabbriche e scuole, c’è un clima attonito e sospeso. Se nei democristiani e nelle destre l’azione di via Fani suscita il timore di una possibile insurrezione (7), nel Pci la sfida aperta dalle Br col sequestro del Presidente del consiglio nazionale della Dc è percepita come un passaggio decisivo per affermare la propria legittimazione istituzionale ed al tempo stesso la propria supremazia sulle masse popolari. Il 22 aprile 1978, in una intervista a Repubblica, Berlinguer affermava: «I brigatisti sono i nostri antagonisti diretti, sostenitori di un’opzione alternativa nella sinistra»(8). Non fu un caso se il Pci bruciò per reattività tutti i gruppi dell’estrema sinistra.

La risposta nelle scuole e nelle università
La reazione nel mondo studentesco è tuttavia ben lontana dalla condanna della violenza politica e dallo sdegno unanime promosso dalle istituzioni. Nelle scuole ed università si discute moltissimo e ci si spacca sulla linea da prendere. Nel corso della Direzione del Pci del 16 marzo, Pajetta si preoccupa perché in un liceo della Capitale avevano inneggiato al rapimento»(9). E se a Milano e Roma la Fgci organizza dei cortei (quello romano era privo di studenti universitari), nelle scuole le sue mozioni vengono messe in minoranza(10). Dopo il primo disorientamento nell’area della sinistra estrema, dai vari settori dell’Autonomia fino a Democrazia proletaria che nasceva proprio in quelle ore, si discute su come rispondere all’intimazione di schierarsi senza alternative possibili con lo Stato. In quei giorni appare per la prima in un titolo di Lotta continua lo slogan «Nè con lo Stato né con le Br»(11) che verrà fatto proprio dai demoproletari. All’università di Roma sul piazzale della Minerva si tiene un’affollata assemblea di movimento: «Gli interventi degli autonomi sono molto variegati ed anche molto ambigui. Si va dall’affermazione di alcuni sconosciuti per i quali il rapimento Moro è all’interno di una logica di movimento, ed altre, secondo cui si tratta di un’azione giusta, ma tatticamente sbagliata, ed altre ancora, più articolate (per es. Scalzone) secondo le quali il rapimento di Moro, prima che essere condivisibile, opera e mostra un varco aperto nel potere statale che produrrà contraddizioni all’interno delle quali il movimento può svilupparsi»(12), invece di recriminare, dissociarsi o prendere le distanze, per Scalzone il movimento doveva farsi portatore di una proposta in favore di una soluzione politica del sequestro.

Le reazioni nelle fabbriche
Il movimento operaio non si compattò affatto sulle posizioni di aperta condanna del rapimento Moro e della lotta armata come avrebbero voluto le istituzioni, i dirigenti del Pci e del sindacato. Davanti alla chiusura delle fabbriche il grosso degli operai diserta i cortei e preferisce tornare a casa. In alcuni luoghi simbolo del conflitto operaio, come le Carrozzerie di Mirafiori, lo sciopero fallisce e non si tiene nessuna assemblea che invece si svolge affollata alle Presse. Alla Sit-siemens di Milano, uno dei luoghi dove le Br hanno mosso i primi passi, «molti non hanno scioperato per aperta dissociazione dai contenuti». All’Alfa sud e all’Italsider di Bagnoli stesse reazione tiepida(13). «A Orbassano, – testimonierà Giuliano Ferrara, allora responsabile delle fabbriche del Pci torinese – dove ero andato per tenere un comizio in difesa della democrazia in una zona operaia della cintura di Torino, fu distribuito un volantino di plauso all’attacco al cuore dello Stato, scesi dal podio dell’oratore e cercai platealmente chi lo distribuiva nel fermento della folla, era un ragazzino dalla faccia innocente di quelli che poi si fecero vivi in seguito nelle cronache della spaventosa guerra civile che non sembrava arrestabile, non era né un isolato né un provocatore, era un giovane italiano del tempo in cui prendere le armi contro le istituzioni era considerato possibile, e per molti, marxisti e cattolici e radicalizzati di ogni sorta, un dovere ideologico e politico(14). A mobilitarsi sono soprattutto gli aderenti al Pci, irregimentati dalle direttive che provengono dai vertici. Due giorni dopo il sequestro, su Lotta continua appare l’anticipazione di una inchiesta pubblicata l’anno successivo (B. Mantelli e M. Revelli, dopo aver intervistato centinaia di operai nel corso dei 55 giorni del rapimento, raccolsero in un libro-inchiesta i loro risultati, Operai senza politica. Il caso Moro alla Fiat e il “qualunquismo operaio”, Roma, Samonà e Savelli, 1979) che raccoglie a caldo, senza filtri, le reazioni degli operai Fiat all’uscita delle porte di Mirafiori:

Porta 2 Mirafiori

La maggioranza degli operai intervistati lamenta il fatto che non si è trattato di un vero sciopero ma di una chiusura imposta in molti reparti dall’azienda stessa che invitava ad uscire e chiudeva i cancelli alle loro spalle: «Questo sciopero è uno sciopero obbligato, cosa vuole d’altronde, c’è l’uscita per tutti… questo è uno sciopero eminentemente politico». Un delegato spiega con disappunto «La Direzione invitava a uscire, la cosa ha creato casino» Altri operai lamentano: «Non siamo neanche riusciti a discuter in fabbrica, «via, via tutti, hanno rapito l’onorevole Moro». Delle operaie aggiungono: «A noi ci hanno sbattute fuori, ci hanno mandate a casa perché non si può lavorare. La direzione ci ha detto che dovevamo andare a casa. Pensiamo che non sia giusto! Continuare a lavorare no, con tutte queste cose che succedono… Ma che non fosse la direzione a mandarci via», e ancora «La Direzione ha fatto chiudere la fabbrica. Questa non una cosa giusta. La cosa giusta è quando uno proclama uno sciopero, lì si vede la forza dello sciopero, c’è o non c’è. Qui ci sono mille persone e tutte hanno scioperato. Ma perché? Perché hanno chiuso la fabbrica? Hai capito perché si è fatto lo sciopero?». A seguire altri operai: «Sciopero? Quale sciopero? Noi non abbiamo mica fatto sciopero. Abbiamo iniziato poi abbiamo smesso. Non tutti abbiamo lavorato fino ad adesso, ma una buona parte. Era una cosa impreparata, chi diceva no, chi diceva si’…», «Penso che parlano tanto di democrazia, ma questa non è democrazia (è un meridionale che parla). Chiudono i cancelli e obbligano gli operai ad accodarsi[…] lo sciopero va fatto di propria volontà! Non con i cancelli chiusi! Perché la gente deve avere coscienza. Uno deve capire e essere convito di quello che fa, non essere obbligato»(15).

«Di Moro son contenti… ci hanno fatto la danza indiana»
51InS9Oyu1L._SX360_BO1,204,203,200_-1Gli operai mostrano molta diffidenza davanti al microfono, se stanno discutendo animatamente all’improvviso fanno silenzio, cercano di sviare le domande, rinviano ai delegati, dichiarano di non occuparsi di politica, altri più sibillini affermano: «Io non penso! A me non mi è dato di pensare. Mi è dato solo di produrre e basta. Se scoprono che penso, mi fanno fuori!», oppure «Spegni quell’affare! Se vuoi che ti risponda spegni quell’affare! (Lo spegniamo. Ci chiede per chi facciamo l’intervista. Rispondiamo per una rivista. Fa un sorrisetto e se ne va)», atteggiamento che spinge gli autori ad domandarsi se quel giovane operaio che si era avvicinato «a testa bassa» fosse addirittura un «Fiancheggiatore?» (16). Le tante reticenze e silenzi nelle risposte raccolte spingono gli autori a segnalare una mutazione della composizione del ceto operaio che – ai loro occhi – sembra aver smarrito i propri codici linguistici, i propri riferimenti culturali e politici, evidenziando  lo sfarinamento di quella che un tempo era stata la centralità operaia. Analisi – va detto – che per un verso sottovaluta troppo frettolosamente «l’opacità operaia», quello schermo di riservatezza dietro al quale gli operai tutelavano la loro libertà di giudizio per non incorrere nei rigori del regime disciplinare della fabbrica, della legge e nel caso di specie del sindacato e del Pci, per l’altro sembra addossare agli operai gli effetti di quella «solitudine» che le scelte politiche sindacali e i processi di ristrutturazione del ciclo produttivo avevano avviato da tempo. Nonostante l’atteggiamento prudente gli operai intervistati fanno fatica a celare la loro indifferenza verso la sorte di Moro, mentre parole di empatia vengono spesso dedicate agli uomini della scorta caduti nell’agguato: «Penso che quando perde la vita altra gente nessuno fa niente. E’ capitato uno che è un pezzo grosso e si fanno tutte queste cose. Per me tutto questo proprio non bisognava farlo. Si doveva continuare normalmente», ed ancora, «Quello che io penso è tutta un’altra cosa, è una cosa mia che può anche non andare d’accordo con quello che decidono loro»(17). E se c’è chi è d’accordo con lo sciopero e andrà alla manifestazione del pomeriggio, in piazza san Carlo, chiedendo anche «che i prigionieri delle Br sotto processo devono essere uccisi per rappresaglia, come in Germania quelli della Raf», altri, alla domanda su cosa pensano del rapimento, rispondono: «Io direi in prima persona di tagliargli la testa a loro prima che a tutti gli altri. Quelli gli fanno fare la fame a uno che lavora. E loro fanno sparire miliardi. E poi ci sono i miliardi di debito che dobbiamo pagare noi…», «Se dicessi cosa penso sarebbe già troppo. Meglio stare zitti…», «Abbiamo sempre avuto contro la democrazia cristiana, e adesso ci fate fare sciopero per la Dc. Anche la settimana scorsa hanno ucciso qui a Torino un agente, non si è fatto nessuno sciopero perché non era il presidente della Democrazia cristiana. Ho già detto tutto guardi….».  «Di Moro son contenti… ci hanno fatto la danza indiana – racconta un operaio giovane che esce dalle fonderie e ha il manifesto in tasca – io esco dalle fonderie, l’incazzatura è generale, si sono formati subito i capannelli, discorsi ecc. In fabbrica si è discusso del processo alle Br che si svolge a Torino, dell’indifferenza delle strutture dello Stato, del processo di Catanzaro che non va avanti, incazzatura per i quattro morti e per Moro niente…» e ancora dice un altro operaio: «danno uno schiaffo a uno, prima dicevano “che quello lì ha ragione, quello lì bisogna picchiarlo”. Dopo quando davvero gli hanno dato uno schiaffo, allora dicono “No, sciopero!”»(18).

Note
1) Il saggio di Berta è presente in, Tra fabbrica e società, mondi operai nell’Italia de Novecento, a di Stefano Musso, in Annali Fondazione Giacomi Feltrinelli, anno Trentatreesimo, marzo 1999. La citazione è presa da Coscienza operaia oggi. Nuovi comportamenti operai in una ricerca gestita dai lavoratori, a cura di G. Girardi, Bari, 1980, p. 85. Sull’atteggiamento dei lavoratori Fiat verso il terrorismo si veda anche, A Baldissera, Le immagini del terrorismo tra gli operai, “Politica ed economia”, a XII, n. 9 1981, pp. 33-40.
2)  Seguendo l’idea guida del processo di integrazione delle masse nello Stato, si sarebbe giunti ad uno «Stato allargato», o «integrale»: una visione dialettica del nesso Stato-società, sfere della realtà profondamente connesse e in cui agiscono gli stessi soggetti collettivi: le classi, i gruppi sociali, i movimenti, i partiti, gli aggregati di interessi e di idee. Uno dei maggiori artefici di questa visione, che partendo da Gramsci recuperava aspetti del corporativismo e del totalitarismo fascista, fu Pietro Ingrao, in Masse e potere, Editori riuniti 1977 (nuova ed. 2015).
3) Acs, Ministero dell’Interno gabinetto speciale (Migs), Busta 19.
4) L. Lama, Discorso pronunciato in piazza san Giovanni il 16 maggio 1978, Pdf in https://www.rassegna.it/articoli/il-caso-moro-nelle-carte-della-cgil-1.
5) B. Trentin, «Iniziative nelle fabbriche e nelle scuole in difesa della democrazia», l’Unità, 18 marzo 1978.
6) G. Bianconi, 16 marzo 1978, Laterza 2019, p. 157. L’articolo di Bocca appare su La Repubblica del 17 marzo 1978.
7) «La prima cosa che cercammo di capire era cosa significava il rapimento: se fosse un atto chiuso in sé oppure il segnale d’avvio di una strategia di tipo insurrezionale». Guido Bodrato, membro della segreteria della Dc nel 1978, in il Dubbio, 14 Marzo 2018.
8) La Repubblica, 22 aprile 1978.
9) Fondazione Istituto Gramsci, Fondo APC, microfilm 7805, verbale Direzione 16 marzo 1978, n.8, ff. 1-15.
10) Lotta continua, 17-20 marzo 1978.
11) Lotta continua, 18 marzo 1978, p. 12.
12) AA.VV., Movimento Settantasette. Storia di una lotta, Torino, Rosenberg & Sellier, 1979; pp. 258-259)
13) Gli episodi vengono riportati nelle cronache di Lotta continua, 17 marzo, p.3.
14) G. Ferrara, https://m.dagospia.com/non-c-e-controverita-possibile-giuliano-ferrara-rivive-il-rapimento-moro-169498.
15) B. Mantelli e M. Revelli, Operai senza politica. Il caso Moro alla Fiat e il “qualunquismo operaio”, Roma, Samonà e Savelli, 1979, p.19, 22, 24, 25, 39, 41, 52.

16) B. Mantelli e M. Revelli, Op. cit. p. 52.
17) Op. cit., 17, 18.
18) Op. cit., 42, 23, 28, 33, 40.

Terni, contro Thyssen, inceneritori e job act

Dopo gli annunci degli esuberi in tanti davanti ai cancelli della Thyssen contro una razza padrona sempre in bilico tra nostalgia dello schiavismo e il sogno di un mondo macchinico che “non ha bisogno di energia umana” e che in forza di algidi algoritmi spreme&butta, inquina&incenerisce

 

 


Oreste Scalzone irrompe durante la seduta del consiglio comunale

 
Cronache operaie

Come ti sequestro il manager

Gerarchie d’impresa costrette a misurarsi con la trattativa forzata imposta dai lavoratori in lotta

File picture of an employee of US tyre-maker Goodyear standing in front of burning tires at the entrance of the plant in Amiens, northern FranceI padroni non trattano? E noi facciamo in modo che non possano non farlo. In che modo? Impedendogli di alzarsi dal tavolo e uscire dagli uffici delle direzioni aziendali fintantoché non si è pervenuti ad un accordo accettabile. Si chiama «trattativa forzata» anche se loro, padroni, poliziotti e media, parlano di «sequestro», anzi di bossnapping.
In Francia è accaduto di frequente negli ultimi anni (vedi qui). L’ultimo episodio si è concluso ieri nello stabilimento della Goodyear di Amiens dove due manager dell’azienda sono stati trattenuti per oltre 30 ore. Immediatamente dopo la loro liberazione la Cgt, il sindacato maggioritario sul posto, ha annunciato l’intenzione di occupare la fabbrica. Difronte alla chiusura dello stabilimento, deciso dallo stato maggiore della grande marca di penumatici, i lavoratori hanno rivendicato una cospicua indennità di licenziamento. Secondo la Cgt, la direzione avrebbe proposto ai dipendenti una indennità di licenziamento che oscillerebbe tra i 20 mila e 40 mila euro. Gli operai reclamano dagli 80 ai 180 mila euro.
Se vuol licenziare il padrone deve pagare. «Quando si è difronte alla perdità del posto di lavoro – ha spiegato Franck Jurek, uno dei delegati Cgt – si difende quello che resta da difendere, cioè i soldi. Per questo andremo fino in fondo, anche contro la legge». E siccome lo staf dirigenziale ha fatto orecchie da mercante è partita la trattativa forzata. Nessuna violenza, i dirigenti erano liberi di circolare all’interno dell’edificio aziendale, avevano i loro telefonini, comunicavano con familiari e gerarchia, potevano rifocillarsi a volontà, ma non potevano abbandonare il posto sottraendosi al negoziato.

Manager sotto stress e kit antisequestro
Nel 2009, quando in Francia si scatenò un’ondata improvvisa di azioni del genere, Libération scrisse di una «nuova arma sociale dei lavoratori» che annunciava brutti tempi per le gerarchie d’impresa. In effetti si diffuse il panico tra i maneger timorosi di dover passare brutte nottate in bianco. Finita l’epopea borghese dei golden boys e degli yuppie con la crisi questi funzionari del capitale si ritrovavano sotto stress. Per fare fronte a questo trauma, Sylvain Niel, un avvocato francese esperto di diritto e relazioni sociali preparò un piccolo manuale pubblicato dal quotidiano economico la Tribune. Nell’opuscolo, l’esperto dispensava ai manager una decina di consigli «antisequestro» per «evitare di cadere in trappola durante una trattativa».
Prima regola: conservare un «kit di sopravvivenza», un telefono cellulare di scorta con numero criptato e recapiti d’emergenza (polizia, famiglia), trousse per la toilette, cambio di biancheria nel caso si dovesse passare la notte in ufficio. Ma, suggeriva l’esperto, «è meglio prevenire» per non finire come quel responsabile del personale di un’azienda che si vide costretto ad uscire disteso in una bara dalla sala in cui era “ospitato”. Fondamentale allora è «una stima del rischio di ammutinamento contro la direzione», «individuare sempre i leader della protesta», «non andare mai da soli a negoziare con le parti sociali, ricorrere sempre ad un mediatore». Infine, se dovesse andare male, «accettare tutte le richieste dei dipendenti perché gli impegni presi sotto costrizione non hanno valore giuridico».
Mancava però la cosa essenziale, qualche buon libro capace di aprire la testa dei manager per dare aria alle loro anguste visioni culturali nutrite solo di manuali sulla gestione delle risorse umane, la performatività delle prestazioni, l’economia aziendale. Magari Discours sur l’inégalité parmi les hommes di Jean-Jacques Rousseau e il primo libro del Capitale del dottor Marx, così tanto per cominciare.

Azioni legittime
Azioni legittime o azioni illegali? Il ricorso alla «trattativa forzata» da parte degli operai quando le aziende rifiutano di negoziare i piani di crisi, oppure nemmeno accettano di sedere al tavolo delle trattative comunicando semplicemente la lista dei dipendenti licenziati, fa discutere non solo la Francia. I media in lingua inglese hanno tuonato contro questo comeback del «bossnapping». Per il New York Time «questa strategia allontana le multinazionali intenzionate ad investire sul territorio francese». Anche se il settimanale Businessweek riconosce che «sequestrare i padroni è una strategia vincente». Durissimo Maurice Taylor, padrone di Titan, gigante americano dei penumatici che sembra interessato a rilevare il sito, «Negli Stati uniti – ha detto -un atto del genere sarebbe considerato un sequestro di persona. I loro autori sarebbero stati tutti arrestati e perseguiti. Si tratta di un crimine molto serio per il quale si rischia il carcere a vita».
Tuttavia in Francia questo modello di lotta – seppur attuato in un contesto ultradifensivo che mira unicamente a ridurre i danni – ha sempre riscontrato consenso nell’opinione pubblica ed è risultato “pagante”, come hanno dimostrato i molti episodi in cui è stato impiegato dal 2009 ad oggi.
Questo repertorio d’azione – come viene definito dal linguaggio asettico dei sociologi del conflitto che cercano di fotografare i comportamenti sociali senza caricarli di giudizi di valore –, si è diffuso seguendo un classico dispositivo d’emulazione investendo non solo siti operai ma anche centri studi, come è stato il caso dei dipendenti di Faurecia (circa mille, in prevalenza “colletti bianchi”, ingegneri, tecnici e amministrativi), azienda dell’indotto automobilistico filiale del gruppo Psa Peugeot Citroen, che nel 2009 bloccarono per 5 ore tre quadri dirigenti del gruppo. Episodio significativo poiché dimostrava come pratiche di lotta radicale potevano guadagnare anche i ceti medi colpiti dalla crisi. Azioni ritenute dai lavoratori più che legittime, capaci d’attirare per la loro alta simbolicità «microfoni e telecamere», se è vero che cortei, scioperi e picchetti non sono più sufficienti per costringere il padronato a trattare.

Conflitto negoziato
Il succo del ragionamento è semplice: quando le gerarchie aziendali chiudono ogni comunicazione pensando d’imporre il loro punto di vista senza ascoltare quello della controparte operaia, occorre imporre loro la trattativa. Lì dove non c’è negoziato si apre allora uno spazio di conflitto ulteriore. È il «conflitto negoziato» che in Francia, a differenza dell’Italia, non ha mai perso agibilità politica e sociale. Le azioni «coups de poing» (colpo di mano), non appartengono solo al repertorio d’azione della Cgt, ma sono condivise oltre che da altri sindacati collocati sul fronte della sinistra radicale e anticapitalista, come i coordinamenti e Sud, anche dalle associazioni rurali, dei contadini, pescatori e camionisti, spesso bacini elettorali delle forze moderate. Oltralpe la tradizione corporativa del conflitto ha mantenuto sempre piena legittimità. Fintantoché non vengono percepite come un attacco politico alla sicurezza dello Stato, queste forme d’azione collettiva sono ritenute domande sociali a cui la politica è chiamata a dare risposte. Semmai in quel che accade oggi emerge un forte deficit delle forze politiche della sinistra incapaci di fornire rappresentanza.

Sullo stesso argomento
Bossnapping
Cronache operaie

Un’amnistia per i reati sociali

manifesto 20130721nazionale-1Biblioteca dell’amnistia
Amedeo Santosuosso e Floriana Colao, Politici e Amnistia, Tecniche di rinuncia alla pena per i reati politici dall’Unità ad oggi, Bertani editore, Verona 1986, pp. 278
Stéphan Gacon, L’Amnistie, Seuil, Paris 2002, pp. 424
L’Amnistia Togliatti, Mimmo Franzinelli, Mondadori, Milano 2006, pp. 392
Une histoire politique de l’amnistie, a cura di Sophie Wahnich Puf, Parigi, aprile 2007, pp. 263

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Francia, amnistia per fatti commessi in occasione di movimenti sociali, attività sindacali e rivendicative

Ecco il testo della proposta di legge d’amnistia sociale presentata davanti al senato francese dal Pcf e dal Fronte de Gauche per fatti commesi prima del 6 maggio 2012 passibili di condanne fino a 10 anni di reclusione in occasione di conflitti sui posti di lavoro, attività sindacali o rivendicative, movimenti collettivi rivendicativi, associativi o sindacali relativi a problemi legati all’educazione, la sanità, le lotte per la casa, l’ambiente, i diritti dei migranti, ivi comprese le manifestazioni di piazza o in luoghi pubblici; per sanzioni disciplinari sui luoghi di lavoro, per le agitazioni studentesche anche all’interno degli istituti scolari e universitari che hanno dato luogo a sanziopni disciplinari, in questo caso l’amnistia comporta anche il reintegro in istituto nel caso fosse stata comminata l’espulsione

 

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Movimento 5 stelle, non basta appoggiare la lotta no tav dovete battervi anche per l’amnistia in favore dei reati contestati durante le lotte sociali e la difesa dei territori
Stéphan Gacon, L’Amnistie, Seuil, Paris 2002, pp. 424
L’Amnistia Togliatti, Mimmo Franzinelli, Mondadori, Milano 2006, pp. 392

Une histoire politique de l’amnistie a cura di Sophie Wahnich Puf, Parigi, aprile 2007, pp. 263

Oreste Scalzone, «La catastrofe dell’ideologia lavorista»

Una riflessione di Oreste Scalzone sul feticcio del lavoro che non sfrutta soltanto ma uccide, a partire dalle vicende Dell’Ilva di Taranto, della Fiat di Pomigliano e dell’Alcoa di Portovesme. «L’ideologia lavorista è una catastrofe che blocca la pensabilità di un possibile diverso

di Oreste Scalzone 19 ottobre 2012

Domani, Cgil e Fiom sfileranno a Roma, con una “grande manifestazione” da piazza San Giovanni a cui – scrive il manifesto – parteciperanno «ben 15 pullman di lavoratori che da Taranto partiranno alla volta della capitale, raggiungendo i colleghi metalmeccanici delle grandi aziende in crisi come l’Alcoa di Portovesme, Fiat, Finmeccanica, sino alla Vinyls di Porto Marghera».
Lo slogan-cappello generale è sintomaticamente orrido, raccapricciante: «Il lavoro prima di tutto !»  fa pensare ai più svariati lavorismi: da quello utilitarista-liberale dei classici dell’Economia politica (il capitalismo è la società “fondata sul lavoro”…), alle variazioni su tema fasciste, naziste, collaborazioniste (dal “Palazzo della Civiltà del Lavoro”, all’infinitamente sinistro infame “Arbeit macht frei”, “il lavoro rende liberi” inscritto sul frontone dell’entrata ad Auschwitz-Birkenau; al “Patrie Famille Travail”, “Patria Famiglia Lavoro”, divisa dello «Stato francese» della collaborazione pétainista); alle versioni social-democratiche, sindacalistiche, staliniste e più ingenerale dei regimi di «socialismo reale», contraffazione del comunismo «spettro aggirantesi per l’Europa», tra il ’48 e la primavera ’71 della Comune di Parigi, contraffazione statalista, tecno-economicista, fabbrichista, vera e propria controrivoluzione in abiti rivoluzionari di conio lassalliano-kautskiano…
Il feticcio del lavoro come blocco della pensabilità del possibile, anchilosi intellettuale che non riesce a pensare oltre la ‘naturalizzazione’ e ‘teizzazione’ delle forme storiche, tecno-economico-societali-politiche, della “Modernità”, viene riproposto nel modo più subalterno, con una sorta di “cupidigia di servilismo”, spasmodico desiderio mimetico.
A Taranto, questa posizione è smascherata e nuda. Girano filmati con sindacalisti Fim e Uilm che tessono in modo nauseabondo, senza neanche l’astuzia di un bemolle ipocrita, le laudi del padrone; che raccontano che l’Ilva era inquinante, ma poi…la proprietà ha fatto tanto, investito tanto…., ora è diverso, rimarrà pure qualche problema, ma sono dettagli, bazzecole, pinzillacchere…
Questi “lavoratori” che finiscono per essere (come sempre i gialli, i crumiri) degli squallidi burattini del padrone – e tanto peggio se essendosi convinti di quello che van dicendo…, rischiano di portare gli altri (e di andar loro) allo sfacelo peggiore : perdenti, obiettivamente “collaborazionisti”, e ben partiti per fare da parafulmine, schermo e ‘testa di turco’, oggetto di odio e disprezzo, maledetti da tutti…
All’ILVA, non c’è spazio per sfumature, non c’è scampo: o si impugna l’asta di una bandiera che nell’immediato coagula e sprigiona forza sulla parola d’ordine, «Chiusi gli altoforni, in libertà dal lavoro a salario pieno a tempo indeterminato!», o si destina, ci si lascia destinare, ci si fa destinare, con connivenza attiva “servo/padronale”, ad un destino che permetterà di dire di quanti avranno seguito questa deriva, l’oltretutto ridicolo, ineffettuale e velleitario, illusionistico e miserabile assieme, “pragmatismo” del’ “il lavoro prima di tutto”, quello che recita la penultima frase del Processo di Kafka: «E pensò, che soltanto la vergogna gli sarebbe sopravvissuta».
In altri termini e altri codici, “perder l’anima, per niente”, per un pugno di mosche, e neanche. Parafrasando la celebre frase di uno statista, dunque in quanto tale, Nemico, ai politicanti britannici, si potrebbe dire, «Potevate scegliere fra la capitolazione e la lotta, fra la servitù e l’indipendenza. Avete scelto la capitolazione e la dipendenza, e avrete anche la sconfitta».
Non abbiamo paura di doverci scontrare fra proletari, e con altri proletari: a Taranto è oggi chiarissimo, non c’è chi non possa vederlo, che la coppia lavorismo-statalismo, l’identificarsi come forza-lavoro, “capitale variabile” (con tutte le ideologie di sostituzione, di diversione, che ne derivano), costituisce la forma specifica, autodistruttiva, di una “controinsurrezione preventiva” nel seno stesso delle moltitudini sfruttate, oggetto di sopraffazione, di tentativo incessante di vampirizzarne la potenza, e lasciare il frutto spremuto, schiacciarlo fino all’annichilazione.
Non pensiamo sia risposta adeguata quella di una parzialissima, pallida presa d’atto della catastrofe dell’arroccamento lavorista e della velleitaria illusione di difendere status quo ante, o ritornarvi, in termini di formulazione di “pani di riorganizzazione della società”, in bilico fra mera dimostrazione alla lavagna, tacciabile al contempo di velleità di riforma della regolazione sociale, o di utopistica “pasticceria del futuro” – insomma, sempre attaccabile come “troppo o…, troppo e  troppo poco”, anzi, proprio un’autocontraddizione al ribasso.  Come “pieno impiego” o “Stato sociale”, o “il lavoro non si tocca”, la formula «Diritto al reddito» ci sembra far torto alla sostanza.
Il cinismo della misantropa Fornero (come spesso la sfrontatezza di certi “poterosi”) diceva il vero: non esiste, men che mai nella Costituzione, un «Diritto al lavoro», così come appare difficile pensare ad una modificazione della «costituzione materiale», e di seguito «formale», che inscriva come «diritto esigibile» il posto di lavoro, o il reddito universale incondizionato, d’esistenza. Nell’aria di guerra sociale dall’alto che, come osserva Foucault, spira dietro le concettualizzazioni vuotamente giornalistiche sulla crisi, non è per vie “cittadinistiche” o “demo-parlamentari” che il servilismo “lavorista”  può essere morbo debellato, e per lo più in fretta, prima che il cavallo stramazzi e, stramazzato proprio, diventi carcassa e carogna.
Nojaltri (che non ci rassegnamo a dire che l’unica cosa che resta è un camusiano “mi rivolto, dunque sono !”, che comunque – nelle più diverse motivazioni, filiazioni, forme – è estremo ridotto che chiama rispetto), vorremmo provare a pensare e ripensare e tentar di praticare, con altri, una “filosofia pratica” che non rinunci, a dispetto di tutto, ad aver l’occhio al ‘comune’.
Momenti, percorsi, insorgenze, forme, confluenze, coalescenze, ‘aggrumazioni’, di forme di vita, di pratiche, di relazioni, di lotte, di ribellioni e rivolte, persistenti, che zampillano e vengono e rivengono…, producendosi in situazione, in modo variato, con singolarità che costituiscono contrappunto ed hanno un ‘fondo’ comune, ci sembrano la strada di una scommessa da tentare.
Se – per stare all’esempio – è una rete operaia che introduce, entrando a gamba tesa e disvelando un’evidenza occultata, ponendo in un tessuto vivo la rivendicazione elementare di “messa in libertà da lavoro a salario pieno a tempo indeterminato”, questa ‘cosa’ non è “corporativa”, non è forma di legittimismo identitario che pretende riesumare una “centralità oggettiva e soggettiva” in sé, di per sé, che abbia valenza universale.
Se, con una sorta di emulazione, di dinamica che fa leva su un precedente, un ventaglio, un caleidoscopio di lotte si sprigiona da altri strati e ‘territori esistenziali’ (uomini, donne, giovani e meno e ancor meno, precari, disoccupati, inoccupati, cassintegrati, “call-centeristi”, cassiere, “cognitari” o supersfruttati a chiamata, “fannulloni dai mille mestieri”, strati di “classes dangereuses”, & ancor’oltre, “soggettività rivoltose qualunque”…), sarà così, tra secessioni e sollevazioni, sabotaggi e sforzo di strappare e acquisire mezzi materiali di vita immediata, e anche da possibile “infrastruttura” di pratiche d’alterità…, ecco : pur senza sicumère, oltre lo stesso disincanto, i dubbi che assalgono, ma anche il sentirsi – per parafrasare Semper eadem di Samuel Beckett – «sgomenti, atterriti di amare, e non questa cosa ; di essere appassionati da ‘altro’, portati, e non da questa ‘cosa’ “, forse si può riprovare e riprovare ancora…..».

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Fiat di Pomigliano e Ilva di Taranto, da qui può ripartire il ribellismo operaio
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Cronache operaie

Messaggio per Minchionne: Fiat di Pomigliano e Ilva di Taranto, da qui può ripartire il ribellismo operaio

Minchionne

Pomigliano d’Arco (Napoli), 8 Ottobre 2012. Foto Cesare Abbate

Adesso arriva la rottamazione operaia per tutti voi, cari Marchionne, Della Valle, Montezemolo, Renzi, Grillo, Di Pietro, ex figicciotti traghettati per mille sigle, democristiani annidati ovunque, postfacisti con la camicia nera, berlusconiani bolliti e leghisti arraffoni

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Oreste Scalzone contro la catastrofe dell’ideologia lavorista
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