Quanto è attuale quel Settantasette

17 febbraio 1977: Lama viene cacciato dall’università di Roma

Lanfranco Caminiti
glialtrionline.it 17 Febbraio 2012

L'aasalto al carro di Lama

Il 17 febbraio del 1977, trentacinque anni fa, Luciano Lama, segretario della Cgil, di buon mattino, arrivò all’università La Sapienza di Roma. Erano in fermento le università, erano occupate le università, da Palermo a Napoli, da Roma a Bologna. Ce l’avevano, gli studenti, con la riforma Malfatti che aboliva la liberalizzazione dei piani di studio. Ce l’avevano, gli studenti, coi comunisti che non si opponevano alla riforma e al governo Andreotti in nome della non-sfiducia (mica solo i democristiani inventavano formule astruse).
È per questo che i comunisti mandano Lama all’università. È una mossa enorme, dal punto di vista politico e dell’immagine. Quando mai il capo del più importante sindacato italiano era andato all’università a parlare agli studenti, al loro movimento? Se uno fa una ricerca su tutta la storia del sindacalismo italiano del dopoguerra non si trova la minima traccia di un episodio simile. Tutta l’autorevolezza «operaia» viene calata come l’asso di briscola. Poteva essere un colpo di genio, un’iniziativa straordinaria, un evento capace di rimescolare le carte e foriero di enormi trasformazioni: il mondo del lavoro, quello delle mani callose, incontrava una nuova figura produttiva, quella del lavoro immateriale, dei lavoretti di sussistenza, destinata a un futuro precario senza diritti. Le Camere del lavoro avrebbero incontrato il non-lavoro, il lavoro nero, invisibile, immateriale. Si fosse dato, questo incontro, si fossero poste le occasioni per discutere, capirsi, interrogarsi reciprocamente, tutta la storia del movimento operaio italiano ne sarebbe uscita trasformata. Le premesse c’erano tutte: da mesi il movimento s’incontrava con i metalmeccanici, che allora erano una federazione ed esprimeva posizioni in contrasto con i vertici sindacali e più aperte alle lotte. Le trasformazioni produttive, l’ingresso della tecnologia in fabbrica, l’intensificazione dei ritmi di produzione per un verso e delle macchine risparmia-lavoro per un altro, stavano cambiando il quadro di riferimento generale. Era lì la crisi, che mordeva selvaggia. Quella del lavoro e quella della produzione industriale. Invece, Lama venne con l’aria del liquidatore a sistemare la pratica, sfastidiato che un cotale monumento dell’unità nazionale fra impresa e produttori – cioè, se stesso – venisse disturbato da quattro sciamannati. Venne, Lama, all’università, arrogante e infastidito, a fare la predica. E, per soprammercato, si portò dietro le truppe del servizio d’ordine. Tanto per capirci. Come andò a finire, si sa. A gambe all’aria. Ancora, oggi, 2012, stiamo qui a parlarne. Ne ha parlato Napolitano, nel suo messaggio di fine anno, per richiamare i sindacati alla responsabilità nazionale, a farsi carico dei sacrifici e della crisi. È una vita che il «grande vecchio» dice ste cose. Ne ha parlato Eugenio Scalfari su Repubblica, in uno scambio di lettere con la Camusso, attuale segretario della Cgil, in cui ha riportato una sua intervista del 1978 in cui Lama – che avrebbe sistematizzato queste idee nel convegno dell’Eur – fa un’apertura di credito alla mobilità del lavoro, invitandola a rispecchiarsi in quelle parole e a lasciar perdere, ne avesse voglia, le barricate sull’articolo 18. È una vita che Scalfari dice ste cose. Torna buono, Lama, in tempi di crisi e di sacrifici per i lavoratori. Ha voglia, la Camusso, a dire che non siamo nel 1977 e le cose sono profondamente cambiate: allora i salari crescevano, allora la forbice tra retribuzioni e profitti era meno larga. Lama torna buono, ai Napolitano e agli Scalfari, non tanto per corroborare il ragionamento su quali margini patteggiare e su quali punti considerare irricevibili, quanto a ricordare e temere quel terribile 1977. La piazza, la furia, la violenza. L’apocalisse. Un ragionamento contorto, questo di Napolitano e Scalfari – d’altronde che vi aspettate, in tempi in cui vogliono convincerci che per aumentare il lavoro e proteggerlo bisogna diminuire l’occupazione e licenziare più facilmente? Contorto perché piuttosto è l’assenza di opposizione, è il compromesso ricattatorio al ribasso che fa ribollire la furia della piazza. Un ragionamento cinico anche: se la furia della piazza scoppia, se chi non ha rappresentanza alcuna, sindacale, politica, non ha altro mezzo per far sentire la propria voce che la piazza, allora, sarà un problema di ordine pubblico. Loro, su questo, hanno già patacche di medaglie appuntate. Dice la Camusso che «senza investimenti, si è scelto di produrre precarietà, in sintesi: lo spostamento sui lavoratori dei rischi del fare impresa». Dice Scalfari che la Camusso sbaglia, perché «il precariato e la disoccupazione sono gli effetti della crisi insieme alla recessione». A occhio, mi sento di stare dalla parte della Camusso. Però, la più grande differenza con gli anni Settanta è che allora il mondo del lavoro si divideva davvero fra «garantiti» e «non garantiti», fra «lavoro» e «non lavoro»; che allora il lavoro era “ubicato” – le fabbriche, gli uffici – e “a tempo” – si entrava al mattino, si usciva la sera – e oggi il lavoro è delocalizzato, è ovunque, è sempre. Oggi, dentro la crisi, la precarizzazione va diffondendosi in tutto il mondo del lavoro, non è circoscritto ai giovani. Le misure adottate da Rajoy in Spagna e da Papademos in Grecia – quelle a cui dovremmo guardare come traguardi da raggiungere – vanno tutte nel senso della destabilizzazione del lavoro, ovvero licenziamenti e licenziabilità. Sarà pure la crisi, ma questa è la ricetta in voga. Non dovrà esistere più il criterio di «posto». Tra un non assunto e un licenziabile la differenza deve assottigliarsi, va assottigliandosi. La classica dicotomia tra forza lavoro impiegata e esercito industriale di riserva, perché quest’ultimo facesse da compressione al salario, viene azzerata nel senso che tutta la forza lavoro deve diventare esercito di riserva. Noi recupereremmo competitività se la nostra forza lavoro verrà a costare e a contare come quella del Burkina Faso o del Guandong, in Cina. Si può investire in Italia, e si possono attrarre investimenti qui, solo se la compressione sui salari e la fisarmonica dell’occupazione diventano appetibili e praticabili “per legge”. Ora, a me questo “progetto” sembra né più né meno che le Poor Laws [ammortizzatori sociali? flexisecurity?] dell’Ottocento inglese, quella che fa da sfondo e da cornice ai grandi romanzi di Dickens. La differenza – e sostanziale – sta che allora la produzione industriale del capitalismo era in impetuosa crescita e aveva tanta prateria davanti, e la mobilità sociale andava verso l’alto, oggi è in rovinoso declino, e la mobilità sociale va verso il basso. La crisi che stiamo vivendo dipende da questo, non tanto e non solo dalle follie finanziarie. Non produciamo più merci “di massa” anche se il nostro know how, la nostra capacità tecnologica, il nostro sapere generale è cresciuto enormemente. È dentro questo scenario che il lavoro va ripensato, si deve ripensare. Qui non c’entra la sovrapproduzione, qui è proprio il collasso di una civiltà, come è accaduto a volte nella storia degli uomini, e se per quello pure delle bestie. Negli anni Settanta, quelli evocati dal «grande vecchio» Napolitano e da Scalfari, la più grande “rivoluzione” fu l’esodo di massa dal lavoro, la rottura soggettiva, la subordinazione mentale al lavoro come condizione di passaggio all’età adulta. Fu questo il Settantasette. Quello che si intuiva – quello che non hanno mai capito i comunisti e i lavoristi – era che dentro la crisi industriale era possibile un passaggio di civiltà che fuoriuscisse dalla condanna biblica al lavoro, alla subordinazione, allo scambio merce-denaro. Sconfitta, perseguitata, repressa quella rivoluzione, trentacinque anni dopo mi ritrovo un presidente del Consiglio che mi rigira la frittata, e sanziona «la noia e la monotonia del posto fisso». La differenza – sostanziale – è che oggi non c’è un soggetto politico in grado di trasformare la noia del posto fisso in libertà di scelte, di occasioni, di opportunità. Di nuova civiltà. Almeno sinora.

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Anni settanta

Sergio Marchionne secondo Karl Marx

Sotto il maglione niente

Michele Prospero
il manifesto del 5 gennaio 2011


Già lo hanno promosso sul campo come l’uomo dell’anno. Eppure Marchionne ha solo recuperato un’idea vecchia, quella del puro e semplice ritorno alla percezione del plusvalore assoluto (prolungamento del tempo di lavoro, maggiore sfruttamento). L’amministratore delegato viene santificato proprio perché intende rinunciare al terreno più avanzato di competizione (la percezione di plusvalore relativo grazie all’impiego di sapere, all’uso dell’innovazione tecnica, all’ampliamento del capitale costante) scelto dal capitale nel ‘900 e recupera la abbagliante pretesa di comprimere i costi del lavoro ogni volta che le cose vanno male all’impresa.
Più che una strategia accorta in grado di ridare fiato a un’azienda che rotola in grande affanno nei mercati globali, si vede solo una pigra e costosa ossessione ideologica (dare comunque addosso al lavoro) che di sicuro non porterà molto lontano lo stabilimento torinese nel recupero di posizioni nelle vendite. Non è con il ripristino della sussunzione formale del lavoro al capitale (inasprimento del potere disciplinare, limitazioni della rappresentanza) che si assicura il ritrovamento di margini di profitto da parte di un’azienda malandata. Con l’accantonamento miope della tendenza storica verso la sussunzione reale del lavoro al capitale (con più diritti, consumi e consenso) si intraprende solo una soluzione regressiva e in definitiva di corto respiro: il ricatto di una non scelta tra chiusura e rinuncia a tutele.
Il problema colossale della Fiat peraltro non sembra affatto essere quello di produrre poco a causa di una elevata conflittualità ma semmai quello di piazzare molto poco di quanto sfornato con una certa facilità dagli stabilimenti dispersi in mezzo mondo. Si registra oggi per la Fiat un impressionante 26 per cento in meno nelle immatricolazioni rispetto allo scorso anno. Il costo del lavoro e la cancellazione dei diritti c’entrano ben poco quali ostacoli per inserirsi nel gioco globale se il nodo autentico del marchio torinese è quello non riuscire a vendere bene il suo prodotto. Anche per la Fiat si tratta di uscire da una classica crisi di sovrapproduzione che contrae la domanda e la propensione al consumo una volta che del tutto esauriti appaiono i ritrovati magici delle carte di credito, ed esangui si rivelano i palliativi delle furberie finanziarie. E invece di rispondere a questo tema (come garantire al lavoro un margine più ampio di consumo) si cercano delle inutili scappatoie.
Il problema odierno del capitalismo, e quindi di riflesso della Fiat, è di avere dinanzi una forza lavoro troppo impoverita per potersi permettere il lusso di acquistare macchine costose (un’auto di media cilindrata costa quanto un salario annuale di un lavoratore; a un giovane precario una utilitaria spreme almeno due anni di lavoro) e non affatto satolla per i diritti eccessivi che l’hanno resa pigra e soddisfatta. La domanda interna, drogata negli anni più recenti con il facile accesso al credito al consumo che suppliva alla perdita drastica di potere di acquisto reale dei salari, non cresce (non può), e le macchine restano del tutto invendute negli autosaloni. Chi in questi anni ha vinto – la piccola impresa, il commercio, il lavoro autonomo – non compra utilitarie, orienta su altri marchi e beni posizionali le proprie scelte di consumo.
La grande stampa plaude unanime alle mosse di Marchionne e alimenta la credenza che dalla sua profonda crisi strategica la Fiat uscirà solo se gli operai staranno in fabbrica con qualche pausa in meno, con diritti affievoliti e magari trattenendo i bisogni fisiologici nell’arco della giornata. Tanto rumore per nulla. Le decantate idee nuove del novello uomo dell’anno non rivelano alcuna cultura dell’innovazione in grado di ridare linfa a una grande azienda inginocchiata. La cura Marchionne è, per la ripresa di competitività, un’aspirina ridicola dinanzi a una malattia mortale. Di rilevante essa ha solo il truce volto politico di chi propone lo scambio indecente tra (pochi) investimenti e (residui) diritti.
Non ci vuole molto a conquistare i gradi di campione della modernizzazione in questo neocapitalismo che ha un volto antico. Troppo antico per non provocare sciagure. Marchionne piace al pensiero unico di oggi non perché in effetti sia un geniale manager dell’innovazione di processo e di prodotto, ma perché è un politico maldestro che stuzzica gli appetiti inconfessabili del capitalismo d’ogni tempo: abolire i diritti e però non tollerare alcun conflitto nella società e nella fabbrica. Se riuscirà a fare questo, cioè a ridurre il lavoratore a pura corporeità che vende le sue energie fisiche a un prezzo sempre inferiore senza però trovare alcun intralcio nella resistenza della forza lavoro organizzata, il manager con il maglione blu altro che uomo dell’anno, sarebbe l’uomo della provvidenza che dispensa miracoli mai riusciti a nessun capitano d’industria. Purtroppo non è così, non si ha pace su una polveriera. Il disagio di ceti senza più speranza diventa una cieca rivolta e non grande conflitto, impossibile quando il lavoro non trova più i suoi referenti politici.
Quella che si ostinano a chiamare sfida estrema all’insegna della modernità in realtà è solo una banale ricetta che suggerisce di lavorare per più tempo, con meno diritti. La grande impresa, con la ricetta Marchionne, cessa di essere un luogo di relativo rispetto del ruolo del sindacato per inseguire il modello sociale arcaico imposto dai padroncini con i loro migranti spremuti e acquistati a buon mercato. Il manager con il maglione blu, che in un solo giorno guadagna quanto incassa un suo operaio in due anni di lavoro, non inventa nulla, copia i rudi padroncini che tengono i sindacati al di fuori dei loro oscuri capannoni. Per questo piace. E’ il simbolo della grande impresa che, a corto di idee e di strategie efficaci, viene inghiottita dallo spirito selvaggio del piccolo padrone.
C’è scarsa creatività e audacia in tutto ciò. La porzione di capitale che in questi anni ha scrutato con una qualche diffidenza il poco elegante berlusconismo, sotto la regia di Marchionne, sta ricollocandosi ed è destinata a confluire nel blocco sociale della democrazia populista che ha schiantato le capacità innovative della società italiana. Condividono il declassamento definitivo dell’Italia a paese semi periferico destinato a bassi salari e a una scarna civiltà del diritto nel lavoro. Grande impresa, finanza e microcapitalismo stanno imponendo un nuovo modello di società a diritti impoveriti. Dev’essere così ovunque. Nelle fabbriche come negli uffici pubblici, nei laboratori artigiani come nelle scuole, nei capannoni del micro capitalismo territoriale come nelle università e nei centri di ricerca. L’innovazione significa precarietà, discesa (drammatica per i più giovani) dei salari ai livelli minimi della mera riproduzione fisica della forza lavoro. Ma l’Italia è già da anni agli ultimi posti al mondo per i salari, oltre c’è solo il precipizio.
Il miraggio cinese che attira l’amministratore delegato della Fiat è una follia improponibile. Con i salari di Pechino ci vorrebbero più di 30 anni di lavoro per comprare una punto. Il progetto Marchionne è in realtà una propaganda ideologica, non una terapia d’urto in grado di portare l’azienda fuori della sua crisi strutturale. Con il suo populismo padronale incasserà un successo politico ma non imprimerà alcuna svolta alle relazioni industriali. E per questo l’uomo dell’anno è per intero nel declino, non è una alternativa alla triste decadenza italiana. Marchionne insomma non è un grande manager consapevole dei ferrei imperativi del tempo globale, è piuttosto un piccolo ideologo politico che insegue i mulini a vento dell’umiliazione del lavoro e delle sue rappresentanze. Di crescita neanche a parlarne.

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Anni Settanta

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La vera storia del processo di Torino al “nucleo storico” delle Brigate rosse: la giuria popolare venne composta grazie all’intervento del Pci

Rivelazioni – Giuliano Ferarra: «Li convincemmo noi. Cossiga, Pecchioli, Berlinguer, Caselli e Violante sapevano»

In questa intervista Giuliano Ferrara, oggi direttore del Foglio ma all’epoca importante dirigente della federazione torinese del Pci, riempie dei tasselli importanti che consentono di ricostruire il sistema della giustizia d’eccezione messo in piedi a partire dalla fine degli anni 70 per combattere l’azione delle formazioni della sinistra rivoluzionaria che conducevano la loro offensiva armata nelle fabbriche e nei quartieri delle periferie urbane. Oltre ad aver incontrato i giurati popolari sorteggiati per comporre la giuria, Ferrara rivela anche di avere fatto delle riunioni politiche, sempre nelle sedi del Pci, con il magistrato Giancarlo Caselli che aveva condotto l’inchiesta contro le Brigate rosse, per concordare una comune strategia antiterrorismo. Una circostanza che trova conferma in una precedente intervista rilasciata da Saverio Vertone sul Corriere della sera dell’11 dicembre 1994: «I rapporti di Caselli con il Pci erano strettissimi, fino a divenire più avanti nel tempo, statuari, organizzativi. Partecipava alle riunioni dei comitati federali. Forse, ma non ne sono certo, prendeva anche la parola alle riunioni di segreteria: discuteva di politica, naturalmente. Però non dimentichiamoci che allora discutere di politica significava affrontare il problema dell’emergenza terrorismo. Caselli era il rappresentante dell’ “intransigenza democratica”, teorizzava la supplenza della magistratura dinanzi al cedimento degli organismi pubblici. Io e Ferrara concordavamo con lui sulla necessità di mantenere una linea dura»

di Paolo Persichetti
Questa intervista è apparsa in versione ridotta su Il Riformista del 10 novembre 2010 e in versione integrale su Gli Altri del 12 novembre 2010

Dopo due anni costellati da rinvii, il 9 marzo 1978 si apre a Torino il processo al cosiddetto “nucleo storico delle Brigate rosse”. 46 imputati di cui 11 detenuti. Alla prima udienza – racconta Adelaide Aglietta, allora segretaria del partito radicale, nel suo, Diario di una giurata popolare al processo delle Brigate rosse, Milano libri edizioni 1979 – «scopro con mio enorme stupore che un giurato depone una rivoltella: accerterò nei mesi seguenti che anche altri girano costantemente armati». Il quotidiano torinese La Stampa descrive minuziosamente le imponenti misure di sicurezza: 4 mila uomini in assetto di guerra, teste di cuoio, tiratori scelti sui tetti intorno alla caserma Lamarmora trasformata in aula Bunker, novecento uomini addetti alle scorte. Nell’aula – ricorda sempre Aglietta – «la regia è perfetta: due persone su tre sono agenti in borghese camuffati per mimare l’intera scala sociale, dall’imbianchino all’impiegato, al signore borghese con loden e Repubblica sotto il braccio, al giovane finto estremista». Sarà il primo dei maxi-processi contro la lotta armata, dopo una maxi-inchiesta condotta dal giudice istruttore torinese Giancarlo Caselli che aveva accorpato, suscitando polemiche e accuse di forzatura, tre differenti filoni d’indagine svolti in città diverse. Il primo rinvio (maggio 1976) c’era stato perché gli imputati con un gesto a sorpresa avevano revocato i difensori. Ribaltando i ruoli nel processo da accusati si erano proclamati accusatori dello “Stato imperialista delle multinazionali” e innovando la tradizione del “processo rottura” annunciavano l’inizio del processo guerriglia, gettando così nello scompiglio l’intera macchina processuale. Il secondo rinvio è dell’anno successivo, dopo l’uccisione, il 28 aprile 1977, del presidente dell’ordine degli avvocati di Torino Fulvio Croce che aveva assunto la difesa d’ufficio nonostante la volontà contraria degli imputati. Il 3 maggio 1977 solo 4 degli 8 giudici popolari avevano accettato la nomina. Per arrivare a comporre l’intera giuria ci vollero ancora un anno e 40 estrazioni. 210 furono i rifiuti tra gli avvocati per le nomine d’ufficio. Il sorteggio, la fiction sceneggiata da Giovanni Fasanella (a proprosito: quando verranno chiamati dei veri storici a fornire consulenze invece dei soliti imprenditori della dietrologia giornalistica?) andata in onda su Raiuno non racconta però la storia di questi giurati embedded. Per saperne qualcosa di più ho incontrato Giuliano Ferrara, oggi direttore del Foglio ma all’epoca attivissimo responsabile delle fabbriche per la federazione torinese del Pci. In un libro di Maurizio Caprara, Lavoro riservato. I cassetti segreti del Pci, Feltrinelli 1997, aveva rivelato che tra i suoi incarichi di allora c’erano state anche «alcune riunioni con giurati del maxi-processo contro i brigatisti per convincerli a non rinunciare all’incarico».

Ferrara, davvero il Pci ti ha dato un incarico del genere?
Bisogna ricostruire il contesto, il clima che si viveva a Torino. Parliamo di anni in cui ogni settimana c’era un omicidio, una gambizzazione, un incendio in una fabbrica, un arresto, la scoperta di un covo. Insomma una situazione molto drammatica, intensa, spettacolare. Era una sorte di guerra civile dispiegata. Io mi occupavo delle fabbriche, della Fiat, di operai, del sindacato, poi ero nella segreteria della Federazione. La società torinese era intrisa di questo problema. Allora quando ci fu la questione del processo alle Br la città si bloccò, nel senso che tutto il processo si bloccò intorno al fatto che non si trovavano i giurati per la paura. Era una cosa devastante per noi. Voleva dire proprio che c’era una resa e allora ci muovemmo per trovare questi giurati.

Come?
Beh, quando venivamo a sapere che c’era qualcuno scelto ma che non voleva, allora intervenivamo. Nella società operaia ci sono delle relazioni parentali, amicali. Il partito era molto ramificato, era molto presente, ci veniva detto ed io andavo come responsabile dell’antiterrorismo.

La legge dice che i giurati non possono essere influenzati.
Certo che era una forzatura, una cosa totalmente non garantista, da emergenzialismo devastante. Per questo era un lavoro che facevamo segretamente, riservatamente. Però sentivo che avevo una forte giustificazione etica. D’altra parte facemmo anche il questionario antiterrorismo con la domanda numero 5 che invitava alla delazione. Insomma c’era una crisi dello Stato evidente che poi diventò parossistica durante il processo Moro, tra l’altro le date coincidono. Lo Stato era debole e flebile il progetto del compromesso storico. Però non ci fu nessuna germanizzazione, come si diceva all’epoca. Non c’è mai stata alcuna Stammheim. L’unica cosa è stata via Fracchia, l’eccidio della direzione della colonna genovese delle Br.

Ma così difendevate la legalità con l’illegalità?
Noi eravamo una specie di controterrorismo. Un giorno mio padre me lo disse, «ma tu sei un controterrorista». Contrariamente a quanti consideravano il terrorismo un fenomeno isolato, minoritario, totalmente avulso dalle lotte sociali, che era poi la versione di comodo di una parte del Pci, ritenevo già allora il terrorismo una cosa molto seria. Un partito armato con un progetto socialmente sostenuto da ragioni forti, da movimenti di massa, da situazioni nuove nella fabbrica, da una dottrina. La fabbrica non era più solo un luogo dello sfruttamento, che è un rapporto matematico, era il luogo dell’oppressione. La volontà di impedire quel processo di oppressione ha creato Il fenomeno del terrorismo politico di matrice marxista in tutta Europa, Raf e Brigate rosse. Se tu riconosci questo allora capisci le ragioni di quell’atto. Se fossero stati soltanto delle pattuglie scollegate dalla società non ce ne sarebbe stato bisogno.

Ma se la lotta armata nasceva dall’oppressione non sarebbe stata più opportuna una risposta politica? Le vostre scelte sembrano confermare invece quanto dicevano i prigionieri delle Br: «il processo messo in scena non è giustizia ma un atto di guerra».
Sì, ma lo Stato di diritto doveva essere salvato. Io sono marxista, dietro l’involucro formale dello Stato di diritto c’è la sostanza, cioè la forza.

Più che Marx mi sembra il discorso di Carl Schmitt.
Ovviamente non nego il formalismo giuridico di cui c’è bisogno, dico che è un involucro, poi dentro c’è un contenuto, una sostanza, i rapporti sociali.

Caselli nel rinvio a giudizio aveva definito le Br una nuova forma di criminalità sprovvista di contenuti politici.
Questa idea del terrorismo come di una pattuglia di persone separate dal contesto sociale italiano è sbagliatissima. Sei mesi prima di via Fracchia, quelli che dormivano lì e che erano nella direzione strategica delle Br, erano avanguardie operaie di fabbrica. Il terrorismo non era criminalità organizzata. Era azione politica che andava al cuore dello Stato, quindi se ti identificavi, se ti immedesimavi con lo Stato, a differenza di Sciascia che se la passava bene dicendo che non stava né con gli uni né con gli altri, non potevi agire altrimenti. Noi ci identificavamo e facevamo quello che consideravamo il nostro dovere. Certo ci voleva anche una certa dose di fanatismo allora per fare cose di questo genere.

Ma le Br non hanno mai fatto minacce dirette ai giurati popolari. Lo testimonia Adelaide Aglietta e le inchieste successive non hanno mai fornito una sola prova che ci fosse stata anche solo l’idea di colpire un giurato.
La percezione era che chi combatteva una battaglia legale contro le Brigate rosse rischiava. Era evidente che c’era un conflitto condotto con argomentazioni molto suggestive, perché le Br dicevano: «mica spariamo a voi, noi spariamo alla vostra funzione». Quindi alla funzione del secondino, alla funzione dell’avvocato Croce, a tutte le tutele corporative, al capo reparto. Chiunque dovesse svolgere un certo ruolo era minacciato, a prescindere da minacce effettive.

Dove avvenivano questi incontri?
Nelle sedi del partito. Mi ricordo una riunione a Lingotto. Adesso sembra chissà che cosa, ma tutto era fatto con una certa eleganza, mica dicevamo «dovete entrare a far parte della giuria e dargli l’ergastolo». Facevamo un’opera di persuasione. Una specie di antidoto contro la paura. Spiegavamo che partecipare ad una giuria è un dovere civico, che se non si arrivava a costituire questa giuria la città e un pezzo importante dell’Italia sarebbero cadute in uno stato di ripiegamento di fronte ad una offensiva violenta che semina lutti, che crea problemi. Davamo il nostro suggerimento e poi naturalmente offrivamo una mano, al di là della mano che dava lo Stato. Lo Stato offriva una sua protezione, noi potevamo aggiungere anche la nostra.

Che tipo di protezione?
Per esempio case. Chiedevamo: «Dicci quali sono i tuoi problemi, se hai paura. Sappi che noi ci siamo».

Fornivate anche armi?
No, non mi risulta. Può essere che questo consiglio sia venuto dalle forze di polizia. Il ministero dell’Interno suggeriva spesso di armarsi. Lo disse anche a me ed io comprai una rivoltella, presi il porto d’armi.

Tra le persone incontrate c’è stato qualcuno che alla fine ha detto no?
Sì, moltissime persone. Anzi ricordo più sconfitte che risultati.

Si trattava di una iniziativa autonoma della federazione di Torino oppure c’era stata una indicazione dalla sezione problemi dello Stato diretta da Pecchioli?
Certo la direzione era informata. Ma era una iniziativa nostra. In quel clima non c’era niente di più ovvio che fare questo.

Il rapporto con Pecchioli come era?
Pecchioli era torinese, era stato partigiano, era legatissimo a tutte le forze reali del partito. Veniva spesso, si fermava. In federazione c’era ancora la generazione della Resistenza divisa in due: quelli che tifavano per i terroristi, che pure c’erano, non dico quelli come Lazagna, ma quelli che dicevano «lasciateli fare i giovani, è inutile fare appelli accorati, hanno ragione loro». Quando cacciarono Lama dall’università erano tutti contenti, alla camera del lavoro e alla Fiom. E poi c’era l’altra generazione resistenziale, quella più dottrinale, quella più ortodossa, che invece diceva «No, questi sono un pericolo», gli amendoliani, insomma quelli più legati ad una tradizionale posizione d’apparato.

E le istituzioni? Il presidente della corte d’Assise Barbaro era al corrente di questa vostra attività?
Non te lo so dire.

Giancarlo Caselli?
Penso che lo sapesse. Caselli e Violante facevano le riunioni con noi.

Il ministro degli Interni Francesco Cossiga era informato?
Sì, Cossiga era in stretto rapporto con Pecchioli, dunque sapeva. Almeno sette-otto persone, da Berlinguer in giù, avevano sicuramente notizia che il Pci a Torino si era attivato per cercare di comporre questa giuria.

Oggi, a distanza di oltre trent’anni, dopo tutto quello che è successo, rifaresti la stessa cosa?
E’ passato tanto tempo, ho un’altra età, ho appreso un sacco di lezioni. La storia ha replicato quindi non voglio fare il gradasso dicendo che rifarei tutto. Spero però che ci sia sempre un giovane, come me allora, capace di rifare la stessa cosa.

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Il Nemico inconfessabile, sovversione e lotta armata nell’Italia degli anni 70
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Francesco Cossiga, «Eravate dei nemici politici, non dei criminali»
Francesco Cossiga, «Vous étiez des ennemis politiques pas des criminels»
Dietrologia: chi spiava i terroristi
Quando la memoria uccide la ricerca storica – Paolo Persichetti
Storia e giornate della memoria – Marco Clementi
Doppio Stato, una teoria in cattivo stato – Vladimiro Satta
Dietrologia e doppio Stato nella narrazione storiografica della sinistra italiana-PaoloPersichetti
La teoria del doppio Stato e i suoi sostenitori – Pierluigi Battista
La leggenda del doppio Stato – Marco Clementi
Le thème du complot dans l’historiographie italienne – Paolo Persichetti
I marziani a Reggio Emilia – Paolo Nori
Ci chiameremo la Brigata rossa
Spazzatura, Sol dell’avvenir, il film sulle Brigate rosse e i complotti di Giovanni Fasanella
Lotta armata e teorie del complotto
Caso Moro, l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico
Il caso Moro
Gli angeli e la storia
Giustizialismo e lotta armata
Neanche il rapimento Sossi fu giudicato terrorismo

Francesco Cossiga: “Vous étiez des ennemis politiques pas des criminels”

“La soi-disant justice qui s’est exercée et qui s’exerce encore à votre encontre, même si elle est légalement justifiable, tient politiquement soit de la vengeance, soit de la peur”

Sénat de la République
Francesco Cossiga

à M. Paolo Persichetti
Casa Circondariale Marino del Tronto
Frazione Navicella, 218
63100 Ascoli Piceno

Rome, 27 septembre 2002

Cher monsieur Persichetti,

J’ai lu l’entretien que vous avez accordé à La Stampa (25 septembre 2002), et je vous remercie pour l’attention que vous et vos camarades réservez à mes analyses et à mes jugements.
J’ai combattu durement le terrorisme, mais j’ai toujours estimé que, s’il s’agit bien entendu d’un phénomène politique gravissime et blâmable, il n’en plonge pas moins ses racines dans la situation sociale et politique particulière du pays et non dans un “humus propre à la délinquance”.
Le terrorisme de gauche – qui était aussi le fruit de ceux qui, au sein des partis et de la Cgil, n’avaient pas le courage d’aller jusqu’au bout de leurs opinions ou de leurs actes, qui professaient la “violence” au Parlement et dans “la rue”, mais qui, ensuite, n’ont pas assumé, c’est le moins qu’on puisse dire, la responsabilité des conséquences pratiques de leurs enseignements – naît à mon avis d’une lecture “non historique” du marxisme-léninisme et d’une “mythification” de la Résistance et de la Libération qui, dans le contenu social et politique de la gauche, a échoué parce qu’elle a conduit à la reconstitution d’un “régime des libertés bourgeoises”.
J’estime que l’extrémisme de gauche, qui n’était pas un terrorisme au sens propre (en effet, [les militants] ne croyaient pas qu’on ne pouvait changer la situation politique que par des actes terroristes), mais plutôt une “subversion de gauche”, comme l’avait été à ses débuts le bolchevisme russe, c’est-à-dire un mouvement politique qui, se trouvant dans la situation de combattre un appareil d’État, usait de méthodes terroristes comme l’ont toujours fait tous les mouvements de libération, y compris la Résistance (l’assassinat d’un grand philosophe comme Giovanni Gentile – bien qu’il fût fasciste – alors qu’il marchait tranquillement dans la rue par des résistants des Gap [NdT : Groupes d’actions patriotique, d’orientation communiste] florentins peut être jugé favorablement ou négativement, mais, d’un point de vue théorique, il n’en reste pas moins un acte de terrorisme), en croyant amorcer – et c’est là qu’était l’erreur, ne serait-ce que sur un plan formel – un mouvement véritablement révolutionnaire.
Vous avez été battus par l’unité politique entre la Démocratie chrétienne et le Parti Communiste Italien, et parce que vous n’avez pas su entraîner derrière vous les masses dans une véritable révolution. Mais tout ceci fait partie d’une période historique de l’Italie qui est achevée. Et, dorénavant, la soi-disant “justice” qui s’est exercée et qui s’exerce encore à votre encontre, même si elle est légalement justifiable, tient politiquement soit de la “vengeance”, soit de la “peur”. Ce sont précisément ces mêmes sentiments qui animent nombre de communistes de cette période. Quelle légitimité républicaine croient-ils détenir, quand ils l’ont conquise non par un suffrage populaire ni par des luttes des masses, mais à la faveur de leur collaboration avec les forces de police et de sécurité de l’État ? C’est pour cela que moi, qui ai été pour beaucoup d’entre vous “KoSSiga” [NdT: les deux S sont écrits à la main en calligraphie runique pour évoquer le sigle nazi], voire carrément “le chef d’une bande d’assassins responsable d’avoir ordonné des homicides”, je suis aujourd’hui partisan de clore ce chapitre douloureux de l’histoire civile et politique du pays, ne serait-ce que pour éviter qu’une poignée d’irréductibles ne deviennent de funestes maîtres à penser pour de nouveaux terroristes, ceux qui ont tué d’Antona et Biagi, que, pour les forces de police et pour la Justice, il est commode de chercher parmi vous, parce que vous avez été vaincus politiquement et militairement avec l’aide de la gauche : il serait peut-être plus embarrassant d’aller les chercher ailleurs…
Malheureusement, toutes les tentatives, de ma part ou de la part de certains de mes collègues, de droite ou de gauche, de faire approuver une loi d’amnistie ou d’indulto [NdT: allègement de la peine d’emprisonnement] se sont heurtées surtout à l’opposition de la sphère politique de l’ex-Parti communiste.
J’ai lu qu’on vous a refusé l’usage d’un ordinateur. Honnêtement, j’ignorais qu’un tel appareil pouvait être une arme de guerre ! Au cas où vous en feriez de nouveau la demande et que celle-ci serait de nouveau rejetée, faites-le-moi savoir et je veillerai personnellement à vous le faire parvenir.
Ne perdez jamais votre dignité d’homme, même en prison, lieu qui n’est pas fait ni organisé pour “racheter” les hommes ! Et ne perdez jamais espoir.

Cordialement,
Francesco Cossiga

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Anni Settanta
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Francesco Cossiga: “Br, eravate dei nemici politici, non dei criminali”

“Ormai la cosiddetta giustizia che si è esercitata e ancora si esercita verso di voi, anche se legalmente giustificabile, è politicamente o vendetta o paura”


Senato della Repubblica
Francesco Cossiga

Signor Paolo Persichetti
Casa Circondariale Marino del Tronto
Frazione Navicella, 218
63100 Ascoli Piceno

Roma, 27 settembre 2002

Gentile Signor Persichetti,

ho letto la Sua intervista a La Stampa (25 settembre 2002) e La ringrazio per l’attenzione che Lei e i Suoi compagni riservate alle mie valutazioni e ai miei giudizi.
Io ho combattuto duramente il terrorismo, ma ho sempre ritenuto che certo si trattasse di un gravissimo e deprecabile fenomeno politico, ma che affondava le sue radici nella particolare situazione sociale politica del Paese, e non invece un “humus delinquenziale”.
Il terrorismo di sinistra – frutto anche di chi nei partiti e nella Cgil lanciava la pietra e nascondeva la mano, e che insegnava la “violenza” in Parlamento e “in piazza”, ma non si é poi assunto, tutt’altro, la responsabilità delle conseguenze pratiche degli insegnamenti stessi -, nasce a mio avviso da una lettura “non storica” del marxismo-leninismo e da una “mitizzazione” della Resistenza e della Liberazione che, nel contenuto sociale e politico della sinistra, è fallita perché ha portato alla ricostituzione di un “regime delle libertà borghesi”.
Ritengo che l’estremismo di sinistra, che era non un terrorismo in senso proprio (non credeva infatti che solo con atti terroristici si potesse cambiare la situazione politica), ma era “sovversione di sinistra” come agli albori era il bolscevismo russo, e cioè un movimento politico che, trovandosi a combattere un apparato dello Stato, usava metodi terroristici come sempre hanno fatto tutti i movimenti di liberazione, Resistenza compresa (l’assassinio di un grande filosofo, anche se fascista, che camminava tranquillamente per strada, Giovanni Gentile, da parte di Gap fiorentini si può giudicare positivamente o negativamente, ma da un punto di vista teorico è stato pur sempre un atto di terrorismo) pensando di innescare – e qui era l’errore anche formale – un vero e proprio movimento rivoluzionario.
Voi siete stati battuti dall’unità politica tra la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista Italiano, e per il fatto che non siete stati in grado di trascinare le masse in una vera e propria rivoluzione. Ma tutto questo fa parte di un periodo storico dell’Italia che è concluso; e ormai la cosiddetta “giustizia” che si è esercitata e ancora si esercita verso di voi, anche se legalmente giustificabile, è politicamente o “vendetta” o “paura”, come appunto lo è per molti comunisti di quel periodo, quale titolo di legittimità repubblicana che credono di essersi conquistati, non con il voto popolare e con le lotte di massa, ma con la loro collaborazione con le Forze di Polizia e di Sicurezza dello Stato. Per questo, io che sono stato per moltissimi di voi: “Cossiga con la K” e con le due [N.d.R. qui viene lasciato uno spazio riempito poi con due “S” runiche, a mano], e addirittura “un capo di assassini e un mandante di assassinii”, oggi sono perché si chiuda questo doloroso capitolo della storia civile e politica del Paese, anche ad evitare che pochi irriducibili diventino cattivi maestri di nuovi terroristi, quelli che hanno ucciso D’Antona e Biagi che, per le Forze di Polizia e per la giustizia, è facile ricercare tra di voi, perché voi siete stati sconfitti politicamente e militarmente con l’aiuto della sinistra: andare a cercarli altrove potrebbe essere forse più imbarazzante…
Purtroppo ogni tentativo mio e di altri colleghi della destra o della sinistra di far approvare una legge di amnistia e di indulto si è scontrato soprattutto con l’opposizione del mondo politico che fa capo all’ex-partito comunista.
Leggo che Le hanno rifiutato l’uso di un computer, che onestamente non sapevo costituisse un’arma da guerra! Qualora Lei lo richieda ancora e ancora glielo rifiutassero, me lo faccia sapere, che provvederò io a farglielo dare.
Non perda mai la Sua dignità di uomo neanche in carcere, luogo non fatto e non gestito certo per “redimere” gli uomini! E non perda mai la speranza.

Cordialmente,
Francesco Cossiga

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scontri

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Tolleranza zero: estensione dell’infrazione di terrorismo e nuovo spazio giudiziario europeo
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«Sergio Segio ha dimostrato solo di avere ancora molte cambiali da pagare per la sua libertà»

Intervista di Jacopo Iacoboni a Paolo Persichetti

«Segio mi ricorda una frase di Kundera rivolta a coloro che per un po’ dì di futuro hanno venduto il loro passato. La dissociazione è stata uno dei prodotti più velenosi dell’emergenza. Non punisce il passato del militante – i reati commessi – ma il presente carcerario, le sue opinioni»

La Stampa 25 settembre 20002

L’uomo che parla da una cella del «braccio ordinario» del carcere di Marino del Tronto è Paolo Persichetti, il brigatista condannato per l’assassinio del generale Giorgieri ed estradato a fine agosto dal governo neogollista di Jean-Pierre Raffarin. Poco distante, in questo edificio, ci sono le stanze che hanno ospitato negli anni, il «criminologo» delle Br Giovanni Senzani, il padrino della Nuova camorra Raffaele Cutolo, l’attentatore del papa Alì Agca e, adesso, il boss dei boss, Totò Riina. Persichetti, al contrario dei precedenti «ospiti» illustri, è stato fatto accomodare nella sezione comune [in realtà, nel reparto isolamento, sezione nuovi giunti dove rimarrà per tutti i 4 mesi e mezzo di permanenza in quell’istituto]. Gli è stato permesso di scrivere e ricevere posta. Non gli è stato dato un computer. Lo conforta, dice, «l’insurrezione dell’opinione pubblica transalpina, ogni giorno ricevo decine di lettere da cittadini francesi scioccati che mi esprimono caldamente solidarietà». Anche le Monde s’è esposto in sua difesa. Ciononostante, a detta dell’emittente pubblica France 3 esiste già una lista di quattordici latitanti che potrebbero andare a fargli compagnia. In testa Giorgio Pietrostefani, condannato a ventidue anni come mandante dell’omicidio del commissario Calabresi. Nella prima intervista, concessa per iscritto, dopo il rientro forzato in Italia, Persichetti spiega di non credere che quelle estradizioni verranno eseguite: «La Francia ha già fatto marcia indietro di fronte alla reazione indignata della sua opinione pubblica». Chiede ai politici di ascoltare Cossiga, tra i pochi ad aver detto «cose lucide» suggerendo la soluzione-amnistia. Critica con accenti aspri i «professionisti della dissociazione» alla Sergio Segio, «stanno ancora pagando le cambiali della libertà». Sostiene di aver sperimentato, sulla sua pelle, l’esattezza dell’analisi svolta dal ministro Tremonti sulla Stampa, «anche io temo stia prendendo forma un’Europa profondamente anti-giuridica». Ostinati silenzi arrivano, invece, se gli si chiede di dire cosa pensi dell’omicidio di Marco Biagi e di quelle «nuove Br» da cui, pure, s’è già professato arci-distante; oppure dell’agguato che portò alla morte del generale dell’Aeronautica Licio Giorgieri. Quel passato, par di capire, per il ricercatore di scienze politiche a Paris VIII è un mondo chiuso, finito.

Persichetti, che pensa dell’accordo sulle estradizioni firmato dal Guardasigilli Castelli con il collega Perben?
«Il grande evento simbolico che doveva rappresentare l’incontro dell’11 settembre è finito in una merenda a “pizza e fichi”. La Francia ha chiaramente fatto marcia indietro di fronte alla reazione indignata della sua opinione pubblica. Ha monitorato la situazione giuridica dei fuoriusciti e ha scoperto che tutte le loro sendenze penali erano precedenti al 1982. Così ha stabilito questa data come una soglia invalicabile».

E perché Parigi darebbe marcia indietro?
«Chirac deve tener conto dell’umore degli elettori di sinistra che tanta parte hanno avuto nella sua rielezione plebiscitaria. Forse l’Eliseo non era nemmeno al corrente di quanto stavano tramando i balladuriani Sarkozy e Perben. Smentita nella forma, la dottrina Mitterrand è stata confermata nella sostanza».

Lei in che circostanze è stato fermato? E perché soltanto oggi?
«Potevano venire a casa, ma hanno scelto di prendermi in strada, nell’ultimo fine settimana di agosto, in una Francia ancora distratta. Un sabato sera alle 20.25, in un luogo isolato, una zona di uffici, deserta a quell’ora. Sono stato caricato in macchina, mi è stato impedito di avvisare i miei legali e verso mezzanotte ero già in viaggio per l’Italia. Più che un trasferimento sembrava un «rapimento». Quando in Francia s’è scatenata la riprovazione mediatica, era ormai troppo tardi. La mano degli inquirenti francesi è stata sapientemente forzata facendo balenare sulla mia testa il sospetto per gli ultimi attentati».

Eppure il Viminale ha invitato a non fare collegamenti tra vecchie e nuove Br, tra lei e gli assassini di D’Antona e Biagi. Lei condanna questi omicidi?
«Di sicuro gli Interni hanno istillato il dubbio su un mio collegamento con gli ultimi attentati attraverso il «teorema dei quarantenni» che appassiona il Risiko investigativo a cui giocano alcuni inquirenti. Reo di avere quarantenni e per giunta dimostrandone anche meno, ero la preda migliore da incasellare in questa tipologia del sospetto. Poi dopo le dimissioni di Scajola e il buco clamoroso di San Petronio, avevano bisogno di fabbricare un «grande successo operativo».

Ma gli omicidi? Almeno un’idea sulle nuove Br ce l’avrà? Chi milita in queste organizzazioni?
«La semplice riappropriazione di una sigla rubata dal museo della Storia non vuol dire nulla. Le nuove Br sono solo un logo ad alto contenuto simbolico, che offre maggiore e immediata visibilità. La pubblicità insegna: altro che vecchie Br, qui siamo al post-moderno. Invece il gruppo per la cui appartenenza fui condannato, ovvero le Br-Udcc, s’è autodisciolto nel 1989 dichiarando «concluso il ciclo politico della lotta armata» e aperto il «passaggio alla lotta politica aperta e di massa».

Forse è un po’ poco agli occhi di chi ha perso parenti e amici. A loro l’estradizione – tanto più in un’Europa comunitaria – sembrerà normalissima, non crede?
«La mia estradizione è solo un piccolo tassello di un fenomeno più vasto e inquietante che sta inquinando dalle fondamenta l’edificio europeo. La giudiarizzazione della società come modello di governo. La politica di massa, sia quella radicale che quella riformista, sta morendo spodestata dal protagonismo dei poteri finanziari e delle procure. Prende forma un’Europa profondamente antigiuridica, in cui la partecipazione democratica è del tutto superficiale, modellata sugli interessi dei circoli d’affari: lo ha detto persino Tremonti, sul vostro giornale. Anche il mandato europeo nasce tra le asimmetrie più stridenti dei codici penali».

Era l’obiezione sollevata agli altri paesi Ue dal governo di centro-destra italiano.
«Preoccupazione sensata. Per le profonde diversità dei criteri di formulazione della prova. Per le differenze tra riti accusatori e inquisitori. Per le disparità delle pene».

Toni Negri si augura che il suo arresto possa riaprire la discussione sull’amnistia: sarebbe uno strumento utile per chiudere gli «anni di piombo».
«Cos’altro fare, quando un paese vede un’area sociale che supera il milione – di cui almeno centomila militanti – alimentare per oltre un decennio ondate di movimenti contestatori, sovversivi e armati? Dopo la prima risposta giuridico-militare, logica e buon senso vorrebbero che sopraggiungesse una gestione politica della vicenda. Chiusa l’eccezione, si ripristina la norma comune, sanando l’eccesso. Cossiga, Macaluso, Erri De Luca, gli unici che hanno detto cose lucide dopo la mia estradizione, parlano nel vuoto come profeti nel deserto».

Sergio Segio ha accusato Oreste Scalzone di aver fatto mancare, in questi anni, un’esplicita dissociazione. Scalzone gli ha risposto «non ho niente da cui dissociarmi». Lei come considera la questione della dissociazione?
«Segio ha dimostrato solo di avere ancora molte cambiali da pagare per la sua libertà. Mi ricorda una frase di Kundera rivolta a coloro che per un po’ dì di futuro hanno venduto il loro passato. La dissociazione è stata uno dei prodotti più velenosi dell’emergenza. Non punisce il passato del militante – i reati commessi – ma il presente carcerario, le sue opinioni. Risultato: Paolo Maurizio Ferrari, condannato per reati associativi è in galera da 28 anni. Segio, reo confesso di numerosi omicidi, è in libertà».

Persichetti, come le pare la sinistra politica italiana?
«Ha navigato a vista, fatto giravolte, cambiato giacca, eleggendo di volta in volta nemici di turno – Andreotti o Craxi – per finire sempre per mangiare nel piatto dove sputava. Il craxismo è diventato parte integrante della cultura della maggioranza diessina. Hanno cavalcato il giustizialismo, senza accorgersi che apriva la strada all’egemonia berlusconiana».

I girotondi?
«La manifestazione del 14 settembre è stata un frullato d’istanze confuse e stati d’animo fugaci. Nanni Moretti è un berluschino in sedicesimo, anche lui ricorre alle proprie risorse aziendali per fare politica. Dov’è la differenza, se non nelle proporzioni?».

In definita, prende le distanze oggi dall’uso della violenza come strumento di lotta politica? Di recente ha criticato il “dogmatismo non violento” di certi no-global…
«Ma di quale violenza si sta parlando? A differenza dei loro maestri non violenti – Ghandi e Thoreau – i no-global condannano la violenza dei deboli che bruciano cassonetti, ma non hanno il coraggio di disobbedire ai veri divieti dei forti».

L’intervista è finita. Paolo Persichetti è un uomo «in cattività», dunque torna in cella. Vuole dire, infine, qualcosa alla vedova del generale Giorgieri, assassinato il 20 marzo 1987 da un comando delle Br-Udcc, «ho apprezzato la misura mostrata dalla signora Giorgieri. Chi soffre merita rispetto e del rispetto fa parte il pudore di non disturbare. Quanto al dialogo, è prerogativa di chi è libero. Io in questo momento posso solo esercitarmi con le quattro mura che mi circondano».

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Sergio Segio, il narcisismo del senso di colpa
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Sergio Segio, ovvero come si frequenta l’infamia

• Subject: Persichetti, o monsieur de la calomnie
• From: “Segio” <sergiosegio@libero.it>
• Date: Thu, 26 Sep 2002 15:36:02 +0200

Persichetti, o monsieur de la calomnie

di Sergio Segio
26 settembre 2002

Un po’ di storia e di verità sugli anni 70 e la detenzione politica.
Ho sempre avuto un deciso fastidio per le polemiche tra “ex” e per l’autolesionistica propensione alla rissosità, così radicata nel Dna della sinistra.
Ho sempre solidarizzato con chi sta in carcere, non solo per comune condizione ed esperienza, ma in quanto, parafrasando il poeta inglese John Donne, l’imprigionamento di ogni uomo mi diminuisce e mi addolora, perché sono implicato nell’umanità.
D’altro canto, dalle calunnie bisogna pur difendersi. Specie se sono gratuite e non episodiche.

Paolo Persichetti, in un’intervista al quotidiano “La Stampa” del 25 settembre, dimostra e conferma di essere un calunniatore professionale. Anche ora, dalle carceri italiane, mantiene una pigra continuità con la pratica di quella esigua parte di fuoriusciti soggiornanti a Parigi che, nel corso degli anni, ha fatto della maldicenza e dell’insulto lo strumento preferito della battaglia politica. Nulla di nuovo: è l’onda lunga e triste dello stalinismo.

Calunnia, calunnia, qualcosa resterà
Per anni, nel pozzo nero delle carceri e dei “braccetti” speciali sottoposti al famigerato articolo 90, abbiamo dovuto sopportare il venticello della calunnia e del rancore che arrivava da alcuni bistrot parigini. Certo, a opera solo di una minoranza dei fuoriusciti a Parigi, una sorta di “banda dei 4”, ma assai rumorosa e petulante, dunque con qualche visibilità ed efficacia, secondo il noto motto: calunnia, calunnia, qualcosa resterà. Temo che, grazie al buco nero nella memoria collettiva e a certa compiacenza o antiche frequentazioni di qualche lobby intellettual-mediatica-salottiera per tale minoranza rumorosa, qualcosa delle reiterate campagne di disinformazione sugli anni 70 e sulla detenzione politica operate da costoro possa attecchire. Soprattutto in chi, per ragioni anagrafiche, non li ha vissuti e stante che, anche nelle assemblee del movimento, si aggirano tuttora ex colleghi o coimputati di Persichetti altrettanto e impudentemente maldicenti.

La delegittimazione della lotta armata
L’accusa che viene rivolta a me e ad altri, ma con ancora maggiore livore a Toni Negri, era ed è che «l’invenzione del concetto della dissociazione e della “delegittimazione dall’interno” della sovversione politica ha fornito – a partire dai primi anni 80 – un contributo molto più decisivo ed efficace di Sofri, e altri dirigenti di Lc, come Marco Boato ed Enrico Deaglio, nella lotta contro la sovversione politica e la lotta armata in Italia» (cfr. Il libro Il nemico inconfessabile, di Persichetti e Scalzone).
Insomma, chi in quegli anni nelle carceri italiane portava avanti il movimento della dissociazione era un traditore, al servizio di uno stato per giunta assai poco riconoscente: «Il trattamento restrittivo e vendicativo che gli [a Toni Negri] è stato riservato dopo il rientro in Italia e la sua costituzione alla giustizia nel luglio 1997, mostra una mancanza di gratitudine da parte dello Stato italiano assai notevole» continuano ironici e compiaciuti gli autori del testo citato.

Dignità e onestà intellettuale
È forte il fastidio di vedere questo livore e disprezzo rivolto a chi, come Adriano Sofri ma come lo stesso Negri, sono in carcere da tempo con una dignità, senso della responsabilità e onestà intellettuale ammirevoli ed evidentemente – letteralmente – incomprensibili a Persichetti e Scalzone. Beninteso: io non sono un sostenitore delle virtù della pena e del carcere. Tutt’altro. Penso che il carcere sia una violenza non necessaria, sempre avvilente e spesso feroce; da tempo sono impegnato anche nel volontariato penitenziario e da anni porto avanti una battaglia per provvedimenti di amnistia e indulto rivolti a tutti i reclusi. Sono però assertore del senso di responsabilità politica, che è cosa assai diversa (ben più alta e più impegnativa) di quella giuridica, e del coraggio dell’autocritica e della revisione. Facoltà queste ultime (autocritica e revisione delle analisi) che Scalzone ammette per sé (cfr. intervista a “L’Espresso” del 28 settembre 1980), ma evidentemente nega agli altri.

Prima disertori, poi censori
Detto ciò, mi pare francamente paradossale che tali accuse e contumelie arrivino da coloro che, nella logica dei movimenti rivoluzionari (e specie se si assume che negli anni 70 in Italia ci fu una sorta di “guerra civile”, come alcuni sostengono), sono da considerarsi dei disertori. Uso questo termine in senso puramente tecnico e fattuale, non certo come insulto, avendo (non in questo caso, ma certo in generale) un’alta considerazione di chi si sottrae alla logica della guerra, di classe, di religione o d’Impero che sia. Per dirla con la Cassandra di Christa Wolf: «Tra morire e uccidere, c’è una terza possibilità: vivere». Dunque, ben vengano i “disertori”, purché non si arroghino in seguito il ruolo dei giudici e dei censori dei comportamenti, delle scelte e della moralità dei prigionieri.

La collettività della Terza via e i crumiri
La mia e nostra scelta nelle carceri fu, appunto, un faticoso e doloroso percorso collettivo di ricerca di una “terza via”, di una diversa soluzione rispetto alle diserzioni individuali, al cannibalismo dei “pentiti”, al continuismo acefalo degli “irriducibili” e all’opportunismo dei “silenti”, poi lesti, come i crumiri in fabbrica, nel fruire delle conquiste collettive, legge sulla dissociazione o “Gozzini” che sia. Fu un percorso di desistenza collettiva e condivisa, nel senso proprio di decisa assieme, in assemblea: e questa mi pare differenza non da poco rispetto alla logica di sopravvivenza, di trattativa o diserzione individuale. E non perché abbia una moralità superiore, ma in quanto ha valore politico. E questo, ad esempio, è anche il motivo per cui oggi nessuno può sognarsi di riesumare la sigla di Prima linea per compiere omicidi, a differenza di quanto avviene per le Br.

Disinnescare la macchina e la logica di guerra
E questo è, veramente, il punto: l’aver “delegittimato dall’interno” la lotta armata, l’aver sciolto pubblicamente Prima linea e altre organizzazioni minori, ovvero essersi assunti la responsabilità di disinnescare la macchina e la logica di guerra che si era in precedenza costruita o accettata, è esattamente il motivo per cui oggi nessuno può più uccidere con quel nome e con quei simboli. Viceversa, il fatto che le Br non abbiano compiuto percorsi analoghi, collettivi e pubblici, contribuisce a far sì che qualcuno, oggi, si senta legittimato a usare quel “logo” per uccidere Biagi e D’Antona. Questo è il punto: la rottura di continuità, pubblica e politica, la proposta di una diversa “Linea di condotta”; che è cosa diversa dal proprio certificato penale. Questo è quanto Scalzone finge di non sapere o effettivamente non capisce.

I magistrati dell’emergenza
Del resto, il nostro percorso carcerario e politico fu fortemente e lungamente osteggiato dai magistrati dell’emergenza antiterrorismo (chi si ricorda della “lobby dei 36”?), nonché dall’apparato penitenziario. Non a caso: perché toglieva spazio e credibilità sia ai “pentiti” sia al continuismo “irriducibile” o “silenzioso” che, a sua volta, veniva usato per legittimare e perpetuare all’infinito la logica dell’emergenza e del sostanzialismo giuridico. Ma sicuramente gli avversatori più tenacemente rancorosi, aggressivi e sleali furono la parigina “banda dei 4” e, in carcere, i “pentiti di essersi pentiti”, ovvero quei militanti che avendo collaborato coi giudici e magari fatto arrestare i loro compagni, poi si “pentirono” di tale scelta e divennero i più implacabili fustigatori di ogni vero o supposto cedimento da parte di altri militanti incarcerati.

La legge sulla dissociazione e la legge Cossiga
Un percorso, quello della dissociazione, che portò infine a una legge: brutta per alcuni aspetti, ma che in ogni modo si tradusse in una sorta di indulto, che consentì l’uscita progressiva e anticipata dal carcere di migliaia di persone, a cominciare dai tantissimi giovani con scarse responsabilità penali ma gravati da condanne esorbitanti, appunto per le logiche e le leggi dell’emergenza (la “legge Cossiga” in primo luogo).
Questo io chiamo responsabilità: chi si è arrogato, o comunque obiettivamente ha avuto, un ruolo trainante nella radicalizzazione violenta del conflitto e nella scelta delle armi, a sconfitta avvenuta, après le déluge come ama dire Scalzone, non può decretare l’“ognuno per sé” o rivendicare e giustificare il “diritto al silenzio” (cfr. intervista a Scalzone su “la Repubblica” del 28 agosto 2002). Nemmeno può fingere che tutto ciò sia stato una specie di laboratorio politico, una semplice rappresentazione in vitro del conflitto: perché è stata carne e sangue, morte e carcere. E di questo bisogna dare conto ed evitare che si ripeta. Non il conflitto, beninteso: la morte e il carcere.

Responsabilità intellettuale e discorso etico
Oltre a tutto questo, appunto, vi sarebbe da fare un ragionamento sulla responsabilità anche umana e intellettuale, non solo politica; un discorso etico, non solo politico, sul rifiuto della violenza, della morte, dell’omicidio politico, sulla sofferenza delle vittime e dei familiari. Ma, in sede di polemica con quelle logiche, mi sembra veramente sprecato e, come dire?, irricevibile.
Fatto sta che è ormai ventennale la campagna di menzogna e di odio alimentata nei confronti del movimento della dissociazione e di suoi singoli esponenti. Campagna che allora diventò una legittimazione, se non una obiettiva istigazione, all’aggressione fisica nei nostri confronti.

Tentativi di omicidio
Proprio pochi giorni fa, Toni Negri ha rivelato a “Le Monde” il tentativo dei brigatisti di ucciderlo durante la sua prima detenzione. Lo stesso successe a me e ad altri nelle carceri speciali, quando istruimmo il percorso politico della dissociazione. Un movimento e un percorso, lo ripeto, collettivo; tanto che, sono costretti a riconoscere gli stessi Persichetti e Scalzone, coinvolse la «quasi totalità di Prima linea», nonché molti altri gruppi minori, pezzi dell’Autonomia e del movimento e tanti singoli, anche delle Br.
Percorso politico, dunque. Che è cosa ben diversa dal «firmare lettere di dissociazione», come dice Scalzone. Percorso politico significa conflitto e mediazione. E questo è stato. Perché l’indulto e l’amnistia, le soluzioni di libertà non basta invocarle. E tanto più dai bistrot o solo per sé. Bisogna contribuire politicamente a renderle possibili. Anche assumendo le responsabilità politiche che competono a ciascuno, in misura maggiore o minore a seconda delle scelte compiute ma anche dei ruoli avuti.

L’innocenza meschina del casellario giudiziario
A questo argomento, Scalzone usa eccepire che non gli vengono contestati omicidi o reati di sangue (cfr. l’intervista a “la Repubblica” già citata). In sostanza rivendica quell’innocenza «che attiene al casellario giudiziario» e che lui stesso definì «meschina» qualche lustro fa (in “Synopsis”, numero speciale del 24 marzo 1984). In ciò mostrando una cocciuta indisponibilità a considerare (a comprendere?) il concetto di responsabilità politica, e non solo penale, rispetto a quegli anni e quegli avvenimenti. Anche questo è paradossale, perché somiglia da vicino alla logica con cui gran parte dei magistrati di quegli anni si rifiutavano di considerare altro che la responsabilità penale, in uno schema binario colpevole/innocente, senza alcuno spazio per la motivazione politica e il contesto storico e sociale di quegli avvenimenti.

Il passato e il futuro, la dignità e la libertà
Su “La Stampa” Persichetti cita Kundera, peraltro con la medesima frase che apre un capitolo del libro scritto con Scalzone. A entrambi, propongo allora questo brano dello stesso autore: «Il muro dietro il quale erano imprigionati uomini e donne era interamente tappezzato di versi, e davanti a quel muro si danzava. Ah no, non una danza macabra. Lì danzava l’innocenza! L’innocenza col suo sorriso insanguinato» (Milan Kundera, La vita è altrove).
È l’innocenza, meschina appunto, non la poesia che ha danzato in questi anni fuori da quelle mura dietro e dentro di cui noi, uomini e donne imprigionati per la sanguinosa utopia cui abbiamo partecipato, vivevamo, morivamo e intanto costruivamo percorsi autocritici, collettivi e dignitosi di libertà e di futuro, prospettive di nuovo impegno sociale in cui, in effetti e per davvero, ora molti di noi sono collocati e attivi.
Infine, e tornando ai veleni di Persichetti («Segio ha dimostrato solo di avere ancora molte cambiali da pagare per la sua libertà. Mi ricorda una frase di Kundera rivolta a coloro che per un po’ di futuro hanno venduto il loro passato», «Segio, reo confesso di numerosi omicidi, è in libertà»): vorrei tranquillizzarlo. Non ho sottoscritto alcuna cambiale, sono abituato a pagare sempre i miei debiti (e talvolta anche quelli non miei), ma in contanti, di persona e senza elemosinare sconti. Sono ancora sottoposto a misure di restrizione della libertà, pur se dopo 20 anni di carcere la mia condanna sta quasi finendo. So che i tribunali e le carceri del popolo brigatiste hanno pene più severe, ma grazie al cielo non sono sottoposto alla loro giurisdizione. Ho avuto accesso alle misure alternative solo in seguito a un lungo sciopero della fame e grazie alla forte solidarietà di tante persone che in quell’occasione mi hanno sostenuto. Ciò a differenza di tutti gli altri detenuti nelle mie medesime condizioni e con le mie stesse condanne, e a differenza di tantissimi altri detenuti politici non-dissociati, che invece hanno avuto regolare e giusto accesso alle misure alternative allorché si sono trovati nelle condizioni previste. Sono praticamente l’ultimo militante di Pl ancora sottoposto a limitazioni della libertà e a frequentissimi controlli della polizia. Ho avuto il lavoro all’esterno (cd. “articolo 21”), con piantonamento e accompagnamento degli agenti penitenziari, credo caso unico in Italia; poi ho avuto la semilibertà con un trattamento ancor più restrittivo dell’articolo 21.

La strada, l’impegno sociale e i no global
Stante che i reati da me compiuti sono, per propria natura, non individuali i casi sono solo tre: o, come dicono Scalzone e Persichetti per Toni Negri, lo stato non ha mostrato grande gratitudine per il mio “servizio”, a differenza di tutti i miei coimputati e co-dissociati; o io non sono molto bravo a vendermi; o, più semplicemente e veridicamente, non ho mai barattato il passato per il futuro, conservando dolorosa memoria del primo e non rinunciando a pensare in termini collettivi il secondo (del resto, solo uno sciocco può assumere il passato, e l’identità, come materia inerte e immobile). E non rinunciando a lavorare dentro il presente, assieme ai tanti senza futuro e senza diritti con cui ho continuato in questi anni l’impegno sociale. Nelle strade, dentro e fuori le carceri, tra tossici e poveri di varia natura, non nelle università.
Forse sarà per questo che ancora non ho finito la mia pena. Certo è per questa fondamentale differenza che Persichetti non può capire ciò di cui sto parlando. Forse è proprio per tutto ciò che Persichetti arriva a concludere l’intervista su “La Stampa” dicendo che «i no global condannano la violenza dei deboli che bruciano i cassonetti, ma non hanno il coraggio di disobbedire ai veri divieti dei forti». Se non altro, nel disprezzo di Persichetti mi trovo in buona compagnia: assieme alle centinaia di migliaia di donne e uomini che da Genova e ancor prima stanno sognando e costruendo un mondo diverso. Senza ingiustizie, e possibilmente senza calunniatori.

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