No tav, No muos, sindacati di base e centri sociali lanciano la campagna per l’amnistia sociale. Aderisci anche tu!

manifesto 20130721nazionale-1Ormai siamo all’emergenza. L’intensità e la capillarità degli attacchi repressivi e preventivi mossi contro il semplice dissenso sociale crescono ogni giorno di più. Tutto ciò avviene mentre al deficit di legittimazione delle rappresentanze istituzionali si aggiunge anche la loro desovranizzazione di fronte all’azione di organismi sovranazionali come la Troika o le agenzie di rating che programmano il “pilota automatico”. Quanto più gli esecutivi sono svuotati di poteri reali (i parlamenti fanno parte del decoro da tempo), tanto più si incrementano i margini di intolleranza dei governi e si riducono gli spazi di agibilità politica per chiunque è costretto a dover subire le conseguenze di drastiche politiche economiche e sociali supportate da minacciose politiche penali. Sì, perché a quanto pare l’unica materia sovrana rimasta nelle mani dei governi è lo strumento della penalità. Perseguo, giudico e condanno, ergo come Stato nazionale esisto ancora.
E’ chiaro che di fronte ad una situazione del genere ogni forma di azione collettiva dovrà misurarsi, volente o nolente, con questo tipo di problema. Lo sa bene persino uno come Beppe Grillo che fresco di un 25% di consensi elettorali, cioè 2/3 di quelli espressi, ha dovuto rinunciare ad un presidio davanti a Montecitorio, vivamente sconsigliato dai vertici del Viminale. Un disegno di legge depositato in parlamento mira a sanzionare pesantemente ogni forma di contestazione sonora di piazza. Quanto basta per capire qual è il clima.
Se si vuole tornare a far respirare la società bisogna allargare il più possibile le maglie che la contengono. Non c’è critica dell’attuale società capitalista che possa aver successo senza una contemporanea rimessa in discussione dell’apparato penale che la sostiene. Riassorbire la legislazione d’emergenza nella quale si annidano le tipologie di reato più insidiose, ma ancor di più la forma mentis che ispira l’azione della magistratura, ovvero l’idea che la materia sociale, l’azione collettiva, sia una questione di ordine pubblico se non di chiara eversione. Per farlo bisogna scardinare l’impalcatura giustizialista costruita negli ultimi decenni. Da qui l’esigenza, condivisa oggi, di aprire una vertenza per l’indulto e l’amnistia in favore dei reati politici, sociali e per sfollare le carceri.

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Adesioni collettive
ACAD, Associazione contro abusi in divisa onlus, Acoustic Impact, gruppo musicale, Action Diritti in Movimento, Assalti Frontali, gruppo musicale, Assemblea Aversana per l’Autonomia, Associazione Senzaconfine, Roma, Associazione Solidarietà Proletaria (ASP), Astroestella Senza Fini e… Confini, ATTAC Italia, Azione antifascista Teramo, Banda Bassotti, gruppo musicale, Banda Jorona, gruppo musicale Baracca Sound, Blocchi Precari Metropolitani Roma, Centro Donato Renna-Liguria, Centro sociale 28 maggio, Rovato (BS), Circolo Che Guevara PRC Roma, COBAS PT – CUB, Collettivo Militant Roma, Comitato 3e32 L’Aquila, Comitato Amici e Familiari Davide Rosci, Comitato Antirazzista, COBAS – Palermo, Comitato di Quartiere Torbellamonaca Roma, Comitato Pace di Robassomero (TO), Comitato Piazza Carlo Giuliani Genova, Communia, Spazio di mutuo soccorso Roma, Confederazione dei Comitati di Base (COBAS), Confederazione COBAS Perugia, Confederazione COBAS Pisa, Confederazione COBAS Terni, Confederazione Unitaria di Base (CUB) Piemonte, Consiglio Metropolitano di Roma, Coordinamento regionale dei Comitati NoMuos, Coordinamento Regionale USB Umbria, CPOA Rialzo Cosenza, CSA Depistaggio Benevento, CSA Germinal Cimarelli, Terni, CSA Jan Assen (ex Asilo politico) Salerno, CSOA Angelina Cartella Reggio Calabria, CSOA La Strada Roma, CUB Scuola Università Ricerca, Ex Colorificio Liberato/Progetto Rebeldia Pisa, Fuori binario-giornale di Strada dei Senza Dimora di Firenze, Ginko (Villa Ada Posse) & Shanty Band gruppo musicale, ISM – Italia, Ital Noiz Dub System, gruppo musicale, L@p Asilo 31- Laboratorio per l’Autorganizzazione Popolare Asilo 31 Benevento, Lavoratori Autorganizzati Ministero dell’Economia e delle Finanze, Legal Team Italia, Liberi dall’ergastolo, LOA Acrobax, Roma, Madri per Roma città aperta, Movimento Disoccupati Autorganizzati, CSOA Ex Macello Acerra (NA), Movimento No Tav, Movimento No Tem, Occupazioni Precari Studenti OPS area Castelli romani, Officina Rebelde Castell’Umberto (ME), Oltremedia news, Osservatorio sulla repressione, P-Carc, PMLI, Radici nel cemento, gruppo musicale, Radio Maroon, gruppo musicale, RAT-Rete Antifascista Ternana, Redazione di Zeroviolenzadonne.it, Redgoldgreen, gruppo musicale, Rete Antirazzista Catanese, Rete Bresciana Antifascista, Rete 28 aprile Fiom-opposizione Cgil, Riscossa proletaria per il comunismo Torino, Romattiva.org, Senza calma di vento Perugia, Sindacato Lavoratori in Lotta (SLL), Spazio Popolare Occupato S. Ermete Pisa, Terradunione, gruppo musicale,Tribù Acustica, gruppo musicale, Unione Sindacale di Base (USB), USB Bergamo, Wu Ming – scrittori, 99 Posse gruppo musicale

Adesioni individuali
Agrippino Gervasio (archeologo Napoli), Alessandra Magrini (AttriceContro Roma), Alessandra Schia (studentessa Napoli), Alessandro Dal Lago (Università di Genova), Alessia Montuori (Roma), Alfredo Tradardi (coordinatore ISM-Italia), Alfonso Di Stefano Comitato di base NoMuos/NoSigonella (Ct), Alfonso Perrotta (Roma), Amedeo Ciaccheri (Consigliere Municipio VIII Roma), Andrea Bianco (impiegato Napoli), Andrea Bitonto, Andrea Di Frenna (Napoli), Angela Scicchitano Villa San Giovanni (RC), Anna Balderi Ladispoli (RM), Anna Giannattasio (insegnante, Napoli), Anna Maria Bruni (giornalista, Roma), Anna Maria Liggeri (educatrice, Milano), Antimo Padula Casandrino (NA), Antonino Campenni (ricercatore Università della Calabria), Antonio Esposito (Napoli), Antonio Gentile Torre del Greco (NA), Antonio Molino (Napoli), Antonio Musella (giornalista Napoli), Assia Petricelli, Barbara Breyhan (danzatrice Sesto Fiorentino (FI), Barbara Chiocca (ambulante Napoli), Beppe Corioni, Bianca «la Jorona» Giovannini musicista, Carlo Bachschmidt (consulente tecnico processi G8), Carlo Curti (Lugano Svizzera), Carlo Giampetraglia (Napoli), Carlo Pellegrino (medico chirurgo Roma), Carlo Tompetrini, Carlotta Pappalardo studentessa Castellammare di Stabia (NA), Carmelo Eramo (insegnante), Carmine Lettieri Acerra (NA), Caterina Calia (avvocato Roma), Caterina Elendu (Napoli), Cesare Antetomaso (Giuristi Democratici), Checchino Antonini (giornalista di Liberazione), Chiara Morello (educatore professionale), Cinzia Ponticiello insegnante S. Antimo (NA), Ciro Polverino (operaio Napoli), Claudia Soprano (studentessa Napoli), Claudia Urzi (insegnante), Claudio Dionesalvi (insegnante), Claudio Guidotti (Roma), Claudio Infantino (insegnante), Cosimo Maio (Benevento), Cristiano Armati (scrittore), Cristiano Carloni (studente Università di Urbino), Cristiano Petricciolo (studente Napoli), Cristina Povoledo (Roma), Daniela Frascati (scrittrice), Daniela Pantaloni Comitato pace Robassomero (TO), Daniele Catalano, Daniele Sepe (musicista), Danilo Bianconi (Roma), Dario Rossi (avvocato Genova), David Augscheller (insegnante Merano), Davide Gennaro, Davide Rosci (detenuto per i fatti del 15 ottobre 2011), Davide Steccanella (avvocato Milano), Demetrio Conte (Counselor ed educatore Milano), Diana Lepre (disoccupata Napoli), Don Vitaliano Della Sala (parroco), Donatella Quattrone (blogger), Egle Piccinini (Asti), Elena Giuliani (sorella di Carlo Giuliani), Emanuela Donat Cattin (Milano), Emanuela Sangermano (studentessa Caserta), Emanuele Di Giulio Cesare (operaio Napoli), Emanuele Fiore (studente Napoli), Emidia Papi (USB), Enrico Contenti (ISM-Italia), Enrico Di Cola, Enrico Triaca, Roma (torturato dallo Stato nel 1978 e condannato per calunnia alle “forze dell’ordine”), Ermanno Gallo, scrittore, cittadino, Erri De Luca (scrittore), Fabio Giovannini (scrittore e autore televisivo), Federica Limpani Frattamaggiore (NA), Federico Mariani (Roma), Federico Micali, Francesca Panarese (Benevento), Francesco Barilli (coordinatore reti-invisibili.net), Francesco Caruso (ricercatore Università della Calabria), Francesco De Angelis (artigiano Napoli), Francesco De Vita (Roma), Francesco Giordano (Milano), Francesco Romeo (avvocato Roma), Francesco Verrengia (studente Napoli), Franca Gareffa (Dipartimento sociologia Università della Calabria), Franco Coppoli (COBAS Terni), Franco Iachetta (anarchico), Franco Piperno (docente di Fisica Università della Calabria), Fulvia Alberti (regista), Gabriella Grasso (Milano), Gennaro Massimino (infermiere COBAS Sanità Università e Ricerca), Gianni Piazza (ricercatore universitario), Gianpiero Bonvicino (Coordinatore PRC valli Brembana e Imagna), Gigi Malabarba, Gilberto Pagani (avvocato presidente Legal Team Italia), Giorgia Listì (Palermo), Giovanni Chirichella (Napoli), Giovanni Croce (studente, Napoli), Giovanni Russo Spena (responsabile giustizia PRC), Giulia Inverardi (scrittrice), Giulio Bass (musicista), Giulio Laurenti (scrittore), Giulio Mojo (studente Portici (NA), Giuseppe Rinforzi (operaio, Quarto (NA), Giuseppina Massaiu (avvocato Roma), Gualtiero Alunni (portavoce Comitato No Corridoio Roma-Latina), Guido Lutrario (USB Roma), Haidi Gaggio Giuliani (Comitato Piazza Carlo Giuliani), Igor Papaleo (Partito dei Carc, Napoli), Italo Di Sabato (Osservatorio sulla repressione), Jenni Caselli (disoccupata, Napoli), Laura Donati, Laura Rasero, Lello Voce (poeta), Letizia Romeo (Lucca), Livia Fenaroli, Lorenzo Guadagnucci (giornalista Comitato Verità e Giustizia per Genova), Lorenzo Santinelli (impiegato, Genova), Luca Fontana (segretario circolo PRC Che Guevara), Luca Merlino (Torre Del Greco (NA), Luciana De Pascale (Napoli), Luciano  Muhlbauer, Ludovica Formoso (praticante avvocato, Roma), Luigi Brambillaschi (Melzo (MI), Luigi Fucchi (coordinamento regionale USB Umbria), Luigi Lubrano (studente, Napoli), Luigi Oliva (Torre del Greco (NA), Luigia Pasi (Milano), Luisella Consumi (RSU Università degli studi di Firenze) Manlio Calafrocampano (musicista), Manuela Masi (studentessa, Napoli), Mara Nerbano (docente ABA, Carrara), Marco Arturi (Rete 28 Aprile, Torino), Marco Bersani ()Attac Italia, Marco Calabria (giornalista), Marco Chianese (disoccupato, Napoli), Marco Clementi (storico), Marco Di Renzo (Roma), Marco Grimaldi (studente, Napoli), Marco Rovelli (scrittore e musicista), Marco Spezia (Tecnico della sicurezza su lavoro, Sarzana (SP), Mario Battisti (Roma), Mario Pompeo, Mario Pontillo (responsabile carceri PRC), Marina Farina (docente, Napoli), Martina Grifoni (Narni), Massimo Cappitti (insegnante), Massimo Carlotto (scrittore), Massimo Lo Sciuto, operaio informatico, Matteo Squadrani (studente, Università di Urbino), Mattia Pellegrini (artista), Mattia Serafino (disoccupato Brescia), Mauro Gentile (detenuto politico per gli scontri del 15 ottobre 2011, Mauro Manola (Napoli), Mc Shark (Terradunione musicista), Michele Baronio (attore), Michele Capuano (regista-scrittore), Michele Clemente (referente nodo ALBA (Alleanza Lavoro Benicomuni Ambiente), Asti, Michele Vollaro (storico e giornalista), Mingo Fante, brigante (Torricella Peligna (CH), Mino Massimei (Presidente Circolo ARCI Montefortino 93 Artena (RM), Miriam Lombardo (studentessa, Napoli), Miriam Marino (scrittrice Rete ECO, AMLRP), Nando Grassi (insegnante Palermo), Niccolò Benvenuti (disoccupato Grosseto), Nicola D’Agosto (Napoli), Nicoletta Bernardi (Passignano sul Trasimeno), Nicoletta Crocella (responsabile edizioni Stelle Cadenti), Nunzio D’Erme (Roma), Paola Staccioli (Osservatorio sulla repressione Roma), Paolo Caputo (ricercatore Università della Calabria), Paolo Di Vetta (Blocchi Precari Metropolitani), Paolo Persichetti (insorgenze.wordpress.com), Paolo “Pesce” Nanna (comico periferico), Pasquale Vilardo (avvocato Roma), Pierpaolo Surbera (Napoli), Pietro Saitta (ricercatore in Sociologia Università di Messina), Pino Cacucci (scrittore), Rasta Blanco (musicista), Renato Rizzo (segreteria romana Unione Inquilini), Riccardo Infantino (insegnante),Roberta Fusco (Napoli), Roberta Rivieccio (Torre del Greco (NA), Roberto Colarullo (Comitato pace Robassomero (TO), Roberto Ferrucci (scrittore), Roberto Giardelli, Roberto Niro, Roberto Vassallo (Direttivo CGIL Milano RSU FIOM Almaviva Milano), Rodolfo Graziani (Terni), Rosandra Papaleo, Ruggero D’Alessandro (Lugano Breganzona, Svizzera), Salvatore Chiosi (Napoli), Salvatore Palidda (Università di Genova), Serge Gaggiotti (Rossomalpelo), cantautore, Sergio Bellavita (portavoce nazionale Rete 28 aprile Fiom), Sergio Bianchi (casa editrice DeriveApprodi), Sergio Riccardi (Roma), Silvia Baraldini (Roma), Silvio Arcolesse (Campobasso), Simona Musolino (scrittrice), Simonetta Crisci (avvocato Roma), Sonia Verzegnassi (Roma), Stefania Di Liddo (operatrice sociale Bisceglie (BA), Stefano Ciccantelli (coordinatore circolo SEL Pineto (TE), Stefano Guazzo (disoccupato Napoli), Stefano Poloni (Milano), Stefano Ulliana (insegnante scuola pubblica Codroipo (UD), Tamara Bartolini (attrice), Tatiana Montella (avvocato), Tiziano Loreti (Bologna), Ugo Giannangeli (avvocato penalista Milano), Valentina Bucci, libraia (Ancona), Valentina Perniciaro (blogger baruda.net), Valentino Bombardieri (Brescia), Valeria Nocera (Napoli), Valerio Evangelisti (scrittore Bologna), Valerio Mastandrea (attore), Valerio Monteventi, Bologna, Vincenzo Brandi (ingegnere ISM-Italia), Vincenzo Miliucci (COBAS Roma), Vittorio Agnoletto, Wsw Wufer (musicista)

G8 Genova, Marina, Alberto e Gimmy siamo noi

Campagna per l’amnistia sociale

Luciano Muhlbauer
il manifesto, 20 giugno 2013
 
devastazione e saccheggio-1Con la sentenza definitiva su Bolzaneto si è concluso anche l’ultimo dei grandi processi simbolo sul G8 del 2001. Sarebbe dunque tempo di bilanci e di qualche ragionamento, ma in giro sembra esserci poca voglia di farlo. Anzi, paragonato al clamore mediatico che un anno fa aveva accompagnato la sentenza Diaz, quella su Bolzaneto è passata praticamente inosservata.
Nulla di sorprendente, in fondo, perché tutti sapevamo che quella sentenza non avrebbe aggiunto nulla di nuovo. E poi, sono passati parecchi anni, quel movimento non c’è più e i tempi sono cambiati. Tutto comprensibile, per carità, eppure c’è qualcosa che non quadra, che stona terribilmente.
Già, perché alla fine della fiera, dopo tante sentenze e l’accertamento di un numero impressionante di gravi reati contro la persona, gli unici che stanno in galera, peraltro con pene allucinanti fino a 14 anni, sono alcuni manifestanti di allora, presi a casaccio e colpevoli esclusivamente di aver danneggiato delle cose. Si chiamano Marina, Alberto e Gimmy.
Peraltro, il numero degli ex manifestanti carcerati potrebbe pure crescere, visto che i condannati in via definitiva per “devastazione e saccheggio” sono dieci. Degli altri, uno è ancora irreperibile, Ines è agli arresti domiciliari e per cinque è necessario un nuovo passaggio in appello, ma limitatamente a un singolo attenuante.
Penso che abbandonare quelle persone al loro destino sia inammissibile. Umanamente, moralmente e politicamente. L’esito complessivo dei processi genovesi, con la sua manifesta disparità di trattamento, è infatti destinato a fare da precedente, a rafforzare la sensazione di impunità tra il personale degli apparati di sicurezza e a legittimare l’uso di pene sproporzionate ed esemplari contro manifestanti.
Il reato di “devastazione e saccheggio”, risalente al periodo fascista, non è certo l’unico strumento giuridico a disposizione per fini repressivi, ma è senz’altro quello più estremo e discrezionale, poiché non ti punisce per quello che hai fatto, ma per averlo fatto in determinate circostanze. Ed è così che una bagatella, come una vetrina rotta, può trasformarsi in un reato paragonabile all’omicidio. Ebbene sì, perché la pena prevista per devastazione e saccheggio è tra 8 e 15 anni, mentre quella per omicidio preterintenzionale è tra 10 e 18 anni e quella per omicidio colposo non supera i 5 anni.
Quando giustamente ci indigniamo per la brutalità della repressione in Turchia, dovremmo ricordarci anche di questo, specie ora, visto che quel tipo di accusa viene utilizzato in maniera sempre più disinvolta, come sembrano indicare i processi per i fatti di Roma del 15 ottobre 2011.
L’altra faccia della medaglia, altrettanto grave, è l’impunità degli apparati repressivi. Nessuno pagherà per le violenze della Diaz e di Bolzaneto, mentre per l’omicidio di Carlo Giuliani non c’è stato nemmeno il processo. Beninteso, la questione non è invocare la galera per i poliziotti, ma comprendere che l’impunità genera mostri. Siamo sicuri che i casi Aldrovandi, Cucchi, Uva, Ferrulli eccetera non c’entrino con tutto questo? O che non c’entri il fatto che i reparti antisommossa italiani riescano a resistere al numero identificativo sul casco, quando persino i loro colleghi turchi ce l’hanno?
Insomma, qui non si tratta di dibattere sul passato, bensì di costruire ora e qui una battaglia politica per l’abrogazione del reato di “devastazione e saccheggio”, per l’introduzione di norme cogenti che pongano fine all’impunità, a partire da una legge sulla tortura, e per un’amnistia per i reati sociali, che possa restituire la libertà anche a Marina, Alberto e Gimmy.
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E’ tempo di aprire una vertenza sull’amnistia a partire dai reati politici e sociali, magari prendendo a modello il progetto di amnistie sociale presentata dai senatori francesi del Pcf per annullare l’effetto dei processi, delle condanne (per reati fino a 10 anni) e delle sanzioni emesse contro sindacalisti, operai, manifestanti, attivisti antimmigrazione, che nell’ultimo decennio hanno partecipato alle lotte sociali e rivendicative, e poi votata anche se in forma emendata nel marzo scorso.
Il momento è maturo dopo la grazia concessa dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano al colonnello dell’Air Force Usa Joseph Romano, comandante della base Nato di Aviano, coinvolto con altri 22 esponenti della Cia e dei vertici del Sismi nel rapimento (definito “consegna straordinaria” nei protocolli segreti dell’ammnistrazione Bush) di Abu Omar, imam della moschea di via Quaranta a Milano.
La grazia d’ufficio concessa dal presidente della Repubblica rompe un tabù che inevitabilmente contraddice le posizioni ispirate alla fermezza precedentemente assunte dal Quirinale con la lettera inviata il 16 gennaio 2009 al presidente brasiliano Ignacio Lula da Silva per sollecitare l’estradizione di Cesare Battisti.
Se forme di clemenza amnistiale si dimostrano possibili, anche per reati molto gravi come quello commesso dal colonnello Romano (complicità nel sequestro di una persona, successivamente torturata in modo bestiale, per altro risultata estranea ai sospetti sollevati nei suoi confronti), sulla base di logiche di opportunità che in questo caso sono state ispirate da ragioni diplomatiche nei rapporti tra Stati alleati, perché esse restino legittime devono rispettare il criterio giuridico dell’eguaglianza dei trattamenti di fronte alla legge.
Se clemenza deve essere, essa non può che avere un carattere generale e non selettivo.
Perché dei giovani che 12 anni fa sono stati coinvolti in scontri di piazza che hanno provocato solo danni materiali debbono scontare condanne che arrivano fino a 15 anni di reclusione e il complice del rapimento di una persona poi torturata, che non ha scontato nemmeno un secondo di prigione cautelare, può essere al contrario graziato?

Devastazione e saccheggio: l’emergenza Italia e l’Italia dell’emergenza

Dal blog di giuseppearagno.wordpress.com
6 aprile 2013

Probabilmente nessuno meglio di Crispi ha mai spiegato il rapporto organico tra dissenso e legalità nell’Italia dell’emergenza. Accusato di aver calpestato la legge, proclamando lo stato d’assedio in Sicilia, l’ex mazziniano, passato dall’opposizione democratica ai monarchici e diventato più realista del re, nel marzo del 1894 non esitò a replicare: “Ai miei avversari, che mi hanno accusato di aver violato lo Statuto e le leggi dello Stato, potrei rispondere che di fronte allo Statuto c’è una legge eterna, quella che impone di garantire l’esistenza delle nazioni; questa legge è nata prima dello Statuto”.
Un principio inequivocabile quanto eversivo, che non solo ispirava e ispira da sempre in Italia il legislatore sui temi dell’ordine pubblico e del conflitto sociale, ma dimostra come, a voler leggere la nostra storia dal punto di vista delle classi subalterne, il capitolo giustizia può essere illuminante.
A parte la Toscana, dove il codice locale rimase operante perché non consentiva la pena di morte, alla sua nascita il Regno d’Italia estese all’intero territorio nazionale il codice penale del Regno di Sardegna. Di lì a poco, nel 1862, all’alba della nostra storia, l’approvazione della legge Pica sul cosiddetto “brigantaggio”, descritta come “mezzo eccezionale e temporaneo di difesa” ma prorogata più volte e tenuta in vita fino al 31 dicembre 1865, aprì l’eterna stagione delle leggi speciali nella gestione e nella regolamentazione del conflitto sociale: l’alibi della crisi, la normativa emergenziale, l’indeterminatezza e la strumentale confusione tra reato comune, meglio se confuso col malaffare organizzato, e manifestazione di dissenso politico. In archivio, a Napoli, è conservato un documento inedito che, in questo senso, è molto significativo. In una desolata riflessione scritta a matita nella cella d’un carcere, Luigi Felicò, un tipografo internazionalista che aveva sperimentato i rigori della repressione borbonica e parlava perciò con cognizione di causa, non aveva dubbi: la condizione del dissidente politico nell’Italia unita era diventata di gran lunga più dura.
Con grande ritardo – entrò in vigore il 1° gennaio del 1890 – il codice Zanardelli segnò l’effettiva unificazione legislativa dell’Italia nata dal Risorgimento. Per il giurista liberale, la legge penale non poteva essere in contrasto coi diritti dell’uomo e del cittadino e non si applicava al criminale per nascita inventato da Lombroso. La repressione, quindi, doveva abbinarsi alla correzione e all’educazione. Zanardelli abolì perciò la pena di morte, introdusse la libertà condizionale, adottò il principio rieducativo della sanzione e accrebbe la discrezionalità del giudice, consentendogli di adeguare la pena all’effettiva colpevolezza dell’imputato. Egli, tuttavia, non affrontò direttamente il tema della tutela dello Stato nei momenti di crisi sociale; la spinosa materia finì così per essere affidata a un “Testo unico” di Polizia, cui il giurista assicurò però la copertura d’una base teorica e strumenti efficaci quanto pericolosi. Egli, infatti, non solo introdusse un nuovo reato – il vilipendio delle istituzioni costituzionali e legislative – ma previde anche l’incitamento all’odio di classe e l’apologia di reato, crimini applicati a «chiunque pubblicamente fa apologia di un fatto che la legge prevede come delitto o incita alla disobbedienza della legge, ovvero incita all’odio tra le varie classi sociali in modo pericoloso per la pubblica tranquillità». La definizione volutamente vaga e indeterminata del reato consentiva a forza pubblica e magistrati di colpire agevolmente i movimenti sociali e la dissidenza politica ogni qualvolta lo sfruttamento capitalistico produceva dissenso e proteste.
Uno Stato deciso a non dare risposte positive al crescente malessere delle classi subalterne, poteva infine colpire agevolmente le nascenti organizzazioni dei lavoratori, criminalizzando il dissenso in virtù di norme vaghe, contenitori vuoti, pronti ad accogliere le “narrazioni” strumentali di forze dell’ordine che non distinguevano tra generico malcontento e pratica sovversiva. Indeterminatezza, crisi e natura emergenziale della regola – un’emergenza non di rado costruita ad arte e più spesso figlia legittima della reazione allo sfruttamento – diventavano così dato storicamente caratterizzante di una giustizia fondata su una “legalità ingiusta”, opposta alla giustizia sociale grazie ad apparati normativi che consentivano di adattare gli strumenti repressivi alle necessità delle classi dominanti.
Giunto al potere, il fascismo inizialmente si limitò a rendere inattive molte delle norme introdotte da Zanardelli, ma nel 1930 varò il nuovo codice firmato da Alfredo Rocco e destinato a sopravvivere al regime. Con la nascita della repubblica, infatti, si pensò inizialmente di tornare a Zanardelli, poi, in nome di una perniciosa continuità dello Stato, si volle confermare quello fascista, certamente più autoritario, ma “tecnicamente” più moderno. Eliminate le sue disposizioni più liberticide, si andò avanti così, in attesa di un nuovo codice che non s’è mai scritto. Se oggi Cancellieri, guarda caso, “tecnico” come Rocco, può tornare al reato di “devastazione e saccheggio”, si capisce il perché: la repubblica antifascista ha confermato l’apparato normativo fascista. Il problema di fondo, tuttavia, non è solo nel codice. Ci sono, infatti, “caratteri permanenti”, che attraversano trasversalmente le età della nostra storia e riguardano la natura classista dello Stato nato dal cosiddetto Risorgimento, le logiche di potere che tutelano l’ordine costituito e il salvacondotto che storicamente consente e assolve a priori condotte che non sono “deviate”, come si vorrebbe far credere, ma generate dalla indeterminatezza di norme consapevolmente discrezionali e consapevolmente madri di gravi abusi. Un meccanismo che procede su due linee parallele e complementari, un filo rosso che non si spezza nemmeno quando mutano le fasi della vicenda storica, e impedisce cambiamenti radicali anche quando di passa dalla monarchia alla repubblica e dalla dittatura alla democrazia. Un filo rosso che non ha soluzione di continuità: liberale, fascista o repubblicana, sul terreno dell’ordine pubblico l’Italia ha una identità che non muta col mutare dei tempi. Da un lato, infatti, l’uso indiscriminato, intimidatorio e per certi versi terroristico dell’emergenza legittima la ferocia delle misure repressive presso l’opinione pubblica; dall’altro l’indeterminatezza della norma lascia mano libera a forze dell’ordine e magistratura. E’ una sorta di “stato di polizia invisibile”, di “Cile dormiente”, che il potere ridesta appena una contingenza economica negativa fa sì che per il capitale la mediazione e le regole della democrazia siano merci costose che non trova mercato. Su questo sfondo vanno inserite sia l’esplosione programmata di più o meno lunghe fasi repressive – lo stato d’assedio nel 1894, le cannonate a mitraglia nel maggio ‘98, la furia omicida nelle piazza durante i moti della Settimana Rossa, il fascismo, Avola, e, per giungere ai nostri giorni, Genova 2001. In questo quadro si inseriscono l’indifferenza complice verso la tortura, la morte per “polizia” e ogni più efferata violenza: l’innocente muratore Frezzi ammazzato di botte in una caserma di Pubblica Sicurezza, Acciarito torturato, Bresci sparito, Anteo Zamboni, linciato dopo un oscuro attentato a Mussolini che consente il ripristino della pena di morte, e via via, fino ai nostri giorni, Cucchi, Aldovandi, Uva e i tanti morti di polizia.
Non si tratta di età della storia. Se a Napoli Crispi nel 1894, per sciogliere il partito socialista, fa affidamento sull’esperienza del prefetto per imbastire un processo che non lasci scampo – e il processo truccato va in porto –  la repubblica fa di peggio: cancella la verità col segreto di Stato. Sempre e in ogni tempo la vaghezza e la discrezionalità della legge consentono di colpire il dissenso come e quando si vuole. A soggiorno obbligato in età liberale ti spedisce la polizia, il confino negli anni del fascismo è un provvedimento di polizia e alla discrezione delle forze dell’ordine sono affidati in piena repubblica il fermo, la decisione di sparare in piazza; il “Daspo” che la Cancellieri e Maroni, due ministri dell’Interno, vorrebbero estendere oggi ai manifestanti, è un provvedimento amministrativo. Quale sia il criterio vero che regola qui da noi il rapporto tra legalità, tribunali e dissenso è scritto in numeri che non riguardano solo l’età liberale o fascista, ma anche e soprattutto quella repubblicana: dal 1948 al 1952, mentre nei grandi Paesi europei si contarono da tre a sei manifestanti uccisi, nelle piazze italiane la polizia fece sessantacinque vittime. E non si chiuse lì: nove furono poi i morti nel 1960, due caddero ad Avola nel 1968 e via, senza soluzione di continuità. Nel 1968, quando una legge poté deciderlo, l’Italia scoprì che con la repubblica si erano avuti quindicimila perseguitati politici con pene carcerarie che facevano invidia ai persecutori in camicia nera. E non era finita: di lì a poco, l’ennesima emergenza – il cosiddetto terrorismo – consentì la legge Reale, i morti dei quali la polizia di Stato non è stata mai chiamata a render conto e barbare leggi speciali che dovevano essere eccezionali e sono lì a dimostrare che qui da noi di eccezionale c’è stata probabilmente solo la parentesi democratica nata con la Resistenza.
Così stando le cose, non fa meraviglia se un’auto incendiata può costare a un ragazzo fino a otto anni di galera, mentre un poliziotto che uccide per strada un giovane inerme, si fa pochi mesi di prigione, esce, rimane in divisa e trova persino la vergognosa solidarietà dei colleghi. Pochi mesi sembrano infatti troppi a questi galantuomini che, dal loro punto di vista, hanno addirittura ragione: per una volta s’è rotto un patto scellerato. Lo Stato non ha garantito al suo fedele “servitore” il tradizionale diritto di uccidere a discrezione e impunemente.

Approfondimenti utili
Francia, amnistia per fatti commessi in occasione di movimenti sociali attività sindacali e rivendicative
Dopo le pesanti condanne per devastazione e saccheggio confermate dalla cassazione torniamo a parlare di amnistia (un libro per riflettere: politici e amnistia, tecniche di rinuncia alla pena per i reati politici dall’Unità d’Italia ad oggi)
Movimento 5 stelle, non basta appoggiare la lotta no tav dovete battervi anche per l’amnistia in favore dei reati contestati durante le lotte sociali e la difesa dei territori
Stéphan Gacon, L’Amnistie, Seuil, Paris 2002, pp. 424
L’Amnistia Togliatti, Mimmo Franzinelli, Mondadori, Milano 2006, pp. 392
Une histoire politique de l’amnistie a cura di Sophie Wahnich Puf, Parigi, aprile 2007, pp. 263
Per l’amnistia e contro la tortura

Francia, amnistia per fatti commessi in occasione di movimenti sociali, attività sindacali e rivendicative

Ecco il testo della proposta di legge d’amnistia sociale presentata davanti al senato francese dal Pcf e dal Fronte de Gauche per fatti commesi prima del 6 maggio 2012 passibili di condanne fino a 10 anni di reclusione in occasione di conflitti sui posti di lavoro, attività sindacali o rivendicative, movimenti collettivi rivendicativi, associativi o sindacali relativi a problemi legati all’educazione, la sanità, le lotte per la casa, l’ambiente, i diritti dei migranti, ivi comprese le manifestazioni di piazza o in luoghi pubblici; per sanzioni disciplinari sui luoghi di lavoro, per le agitazioni studentesche anche all’interno degli istituti scolari e universitari che hanno dato luogo a sanziopni disciplinari, in questo caso l’amnistia comporta anche il reintegro in istituto nel caso fosse stata comminata l’espulsione

 

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Amnistie 2

Amnistie 3

Amnistie 4amnistie 5

Amnistie 9


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Francia, amnistia per fatti commessi in occasione di movimenti sociali attività sindacali e rivendicative
Dopo le pesanti condanne per devastazione e saccheggio confermate dalla cassazione torniamo a parlare di amnistia (un libro per riflettere: politici e amnistia, tecniche di rinuncia alla pena per i reati politici dall’Unità d’Italia ad oggi)
Movimento 5 stelle, non basta appoggiare la lotta no tav dovete battervi anche per l’amnistia in favore dei reati contestati durante le lotte sociali e la difesa dei territori
Stéphan Gacon, L’Amnistie, Seuil, Paris 2002, pp. 424
L’Amnistia Togliatti, Mimmo Franzinelli, Mondadori, Milano 2006, pp. 392

Une histoire politique de l’amnistie a cura di Sophie Wahnich Puf, Parigi, aprile 2007, pp. 263

Movimento 5 stelle, non basta appoggiare la lotta No tav, dovete battervi anche per l’amnistia in favore dei reati contestati durante le lotte sociali e la difesa dei territori

In Val di Susa il Movimento 5 stelle ha raccolto una valanga di voti, quasi sempre oltre il 40% con il picco di Exilles dove ha raggiunto addirittura il 53,1%.
Il prossimo 23 marzo alla marcia No Tav da Susa a Bussoleno è prevista la partecipazione dei 163 parlamentari grillini. A questo punto l’azione parlamentare in favore della chiusura dei cantieri Tav in valle non può non essere accompagnata anche da un intervento a tutela di tutti coloro che in questi hanno hanno manifestato a difesa dei territori subendo una durissima repressione poliziesca e giudiziaria.
Il sostegno a queste lotte non può prescindere da una inizativa in favore di un’amnistia-indulto generale per le lotte sociali, contro la persecuzione della manifestazioni pubbliche, tutelando la resistenza messa in pratica dai cittadini nelle piazze italiane

La Polizia sgombera il blocco dei NO TAV dell'autostrada A32 Torino Bardonecchia, Torino, 28 febbraio 2012. ANSA/ALESSANDRO DI MARCO

Per l’amnistia e contro la tortura!

In occasione della riapertura delle udienze, domani 31 gennaio 2013, per i processi che si stanno tenendo contro alcuni manifestanti arrestati a ridosso degli scontri di piazza del 14 dicembre 2010, con una spettacolare iniziativa sui ponti della Capitale diverse strutture politiche e centri sociali romani provano a riaprire la battaglia contro la tortura di ieri e di oggi e contro le estradizioni politiche, per una amnistia generale che includa anche i reati politici, come devastazione saccheggio. I ponti sul Tevere sono stati colorati da striscioni contro la tortura e il carcere, i reati di piazza, l’arsenale giuridico impiegato contro le manifestazioni antigovernative, in solidarietà con Lander Fernadez, militante basco sottoposto a procedura di estradizione su richiesta della Spagna, ed in favore dell’amnistia. Qui sotto il comunicato diffuso sull’iniziativa

Tutte liberi! Vento in poppa ai fuggiaschi

ba412bb8-2d40-43dd-a738-eaa7ccfc5286Domani si celebra il processo per i fatti del 14 dicembre del 2010, una giornata bella ed intensa, un corteo enorme che reagì determinato e rabbioso alla compravendita dei voti in aula per garantire la fiducia al governo Berlusconi, una risposta larga e condivisa che fu capace di rompere il silenzio accumulato in quella stagione. Quel giorno sembra lontano, la dittatura della finanza ha stravolto ancora una volta il quadro politico internazionale, eppure ci sono ancora compagn* che rischiano la propria libertà per quella giornata.
A partire dalla solidarietà nei confronti degli imputati, questa iniziativa vuole alimentare una discussione urgente sul tema giustizia (e non sulla legalità, quello ha già troppi relatori) che sembra sia iniziato nel nostro paese.
Che la repressione sia un strumento del potere per negare il dissenso si sa. Che i diktat finanziari, impongono strette sul controllo è noto, ed è evidente ancor di più nei paesi in cui la condizione sociale è maggiormente aggravata dalla crisi. Ma se la Corte Europea per i diritti dell’uomo di Strasburgo condanna l’Italia per “violazione dei diritti umani, tortura e trattamento inumano e degradante”, e se Amnesty International dichiara che in italia “essere donne, partecipare a una manifestazione, essere migranti, rom, gay, detenuti, significa correre un serio rischio per i propri diritti umani”, il tema trasborda evidentemente la sensibilità del movimento solamente.
Le gravissime condanne per Genova e per il 15 ottobre, l’utilizzo continuo del reato di devastazione e saccheggio (reato introdotto dal Codice Rocco), la leggerezza con cui si richiedono dure e assurde misure cautelari, le condizioni nelle carceri e l’impunibilità delle forze dell’ordine, la volontà ultima di celebrare il processo contro i notav nell’aula bunker del carcere delle vallette, fanno riferimento tutte ad una sospensione “tecnica” della democrazia in corso, che pone al centro del suo mandato il Codice Rocco, già fondamento teorico del fascismo.

TUTTE LIBERI
VENTO IN POPPA AI\ALLE FUGGIASCHI

c.s.o.a. Corto Circuito, csoa Astra 19, c.s.o.a. Spartaco, Esc Atelier, c.s.o.a. La Strada, c.s.o.a. Sans Papiers, Esc – AtelierAutogestito, Lab! Puzzle, Militant, Strike Spa


Approfondimenti utili

Dopo le pesanti condanne per devastazione e saccheggio confermate dalla cassazione torniamo a parlare di amnistia (un libro per riflettere: politici e amnistia, tecniche di rinuncia alla pena per i reati politici dall’Unità d’Italia ad oggi)
Stéphan Gacon, L’Amnistie, Seuil, Paris 2002, pp. 424
L’Amnistia Togliatti, Mimmo Franzinelli, Mondadori, Milano 2006, pp. 392
Une histoire politique de l’amnistie, a cura di Sophie Wahnich Puf, Parigi, aprile 2007, pp. 263

Altri link
Agamben, Europe des libertés ou europe des polices
Agamben, Lo stato d’eccezione
Il caso italiano, lo stato di eccezione giudiziario
La fine dell’asilo politico
La giudiziarizzazione dell’eccezione/2
La giudiziarizzazione dell’eccezione/1
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L’insopportabile ferita narcisistica ricevuta da Giancarlo Caselli

Ritratti – Chi è e da dove viene il procuratore capo di Torino Giancarlo Caselli?

Giancarlo Caselli appartiene a quel genere di magistrati che pretendono di salvarti l’anima non prima di averti confiscato il corpo. All’insegna di quella che è stata la magistratura combattente durante l’emergenza degli anni Settanta, Caselli conduce sempre una battaglia su due fronti: quello giudiziario e quello del senso, ovvero sulla visione legittima delle cose da imporre.
Non chiede solo punizioni, vorrebbe soprattutto redimerti e lo fa attraverso quel singolare ossimoro della correzione che è il raddrizzamento, la messa in riga attraverso la curvatura della persona.
Un sentimento di profonda amarezza ha dunque pervaso il suo animo di fronte all’immensa ingratitudine dimostrata da quella marmaglia di potenziali colpevoli che hanno osato contestarlo, ricordandogli che in fondo non è che uno zerbino dei poteri forti, un sifone dello Stato etico.
Le contestazioni che nelle ultime settimane gli hanno impedito, prima in una libreria di Lugano, poi a Milano, infine a Genova, di presentare il suo ultimo e “preziosissimo” libro, hanno rappresentato per il suo ego carico di slancio profetico, per quel suo apostolato missionario che lo porta a propagare il verbo vittimario di una giustizia presa d’assalto da un male dalle sembianze luciferine che al posto delle corna mostra delle antenne, un’insopportabile ferita narcisistica.
Lo si è capito dalle addolorate interviste rilasciate prima al Corriere della sera e poi a Repubblica, nelle quali tra l’indispettito e l’affranto ha prima recitato la partitura del perseguitato, un genere che va di moda e può portare al successo come ha dimostrato Roberto Saviano, per poi lanciare il consueto anatema contro i manifestanti valsusini e i contestatori dei suoi libri raffigurati alla stregua di stupratori e mafiosi.

E’ troppo abituato, il dottor Caselli, ad avere davanti a sé solo degli imputati che la pressione coercitiva dello stato d’arresto pone in condizione d’inferiorità. E’ troppo abituato, il dottor Caselli, a ragionare non con i concetti ma a colpi di custodia cautelare appesantita dalla situazione d’isolamento giudiziario, magari disposto in un istituto di massima sicurezza. Ha fatto troppo l’abitudine, il dottor Caselli, ad avvalersi di quelle condizioni d’intimidazione psicologica che minorizzano l’indagato per sopportare di fronte a sé degli uguali, irriverenti, turbolenti, irrispettosi.
Comoda è la posizione dell’inquisitore che pone le domande in una condizione di vantaggio, privo di condizionamenti, fresco e riposato, sostenuto dall’ausilio della forza coercitiva di cui dispone, dalle informazioni raccolte durante mesi di violazione della sfera privata del suo ostaggio, e di cui ha disposto il saccheggio della vita e dei beni, la perquisizione della casa, infrangendone l’intimità, invadendo e appropriandosi d’oggetti a lui cari, di strumenti di lavoro, dei segreti e dei ricordi, appunti e sogni, ed a cui vorrebbe – dopo tutto ciò – rieducare la coscienza, misurare i valori etici, raddrizzare la morale, arrogarsi il diritto di giudicare il percorso personale svolto nel fetore di una putrida cella di sicurezza.
Un po’ come quei magistrati codini pieni di cipria che la rivoluzione giacobina dell’’89 mise al bando, Caselli disprezza il frastuono del mondo: le urla, le grida, gli schiamazzi. L’unico rumore socialmente ammissibile per lui è quello dei ferri, una sinfonia di chiavi, serrature e blindi che sbattono.
L’atteggiamento di Caselli ricorda molto da vicino quello di un personaggio di Franz Kafka narrato in un brano conosciuto sotto il nome di frammento del sostituto, e ritrovato nei suoi quaderni postumi (Michael Löwy, Franz Kafka. Rêveurs insoumis, Stock Paris 2004).
In quelle pagine Kafka si divertiva a mettere in scena il ragionamento di un sostituto procuratore incaricato di sostenere l’accusa nei confronti di un uomo incolpato di lesa maestà.
Secondo quel magistrato le cose del mondo dovevano attenersi ad una curiosa geometria dell’autorità che vede la vita assumere sempre una linea ricurva, nella quale la postura dell’essere ha senso unicamente se rivolta in posizione arcuata, prona, reclina, flessa, prostrata, accucciata, soprattutto mai dritta: «Egli credeva che se tutti avessero collaborato con il Re e il Governo [è dunque nella legalità] nella calma e nella fiducia, si potevano superare tutte le difficoltà[…] più grande era la fiducia, e ancora di più si doveva curvare la schiena, ma in virtù di principi naturali, senza bassezza. Ciò che impediva uno stato di cose così auspicabile, erano personaggi della risma dell’accusato che, usciti da non si sà quali bassi fondi, venivano a disperdere con le loro grida la massa compatta delle brave genti».
In questo modo l’obiettivo della macchina giudiziaria non era più quello d’applicare un semplice castigo ma di spingere a collaborare attivamente alla propria punizione affinché la condanna assumesse il senso di una vera correzione, o piuttosto l’ossimoro della correzione come dicevamo all’inizio, cioè il raddrizzamento, la messa in riga attraverso la curvatura dell’individuo.

1/continua

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La vera storia del processo di Torino al “nucleo storico” delle Brigate rosse: Caselli sapeva che la giuria popolare venne composta grazie all’intervento del Pci

Quanto è attuale quel Settantasette

17 febbraio 1977: Lama viene cacciato dall’università di Roma

Lanfranco Caminiti
glialtrionline.it 17 Febbraio 2012

L'aasalto al carro di Lama

Il 17 febbraio del 1977, trentacinque anni fa, Luciano Lama, segretario della Cgil, di buon mattino, arrivò all’università La Sapienza di Roma. Erano in fermento le università, erano occupate le università, da Palermo a Napoli, da Roma a Bologna. Ce l’avevano, gli studenti, con la riforma Malfatti che aboliva la liberalizzazione dei piani di studio. Ce l’avevano, gli studenti, coi comunisti che non si opponevano alla riforma e al governo Andreotti in nome della non-sfiducia (mica solo i democristiani inventavano formule astruse).
È per questo che i comunisti mandano Lama all’università. È una mossa enorme, dal punto di vista politico e dell’immagine. Quando mai il capo del più importante sindacato italiano era andato all’università a parlare agli studenti, al loro movimento? Se uno fa una ricerca su tutta la storia del sindacalismo italiano del dopoguerra non si trova la minima traccia di un episodio simile. Tutta l’autorevolezza «operaia» viene calata come l’asso di briscola. Poteva essere un colpo di genio, un’iniziativa straordinaria, un evento capace di rimescolare le carte e foriero di enormi trasformazioni: il mondo del lavoro, quello delle mani callose, incontrava una nuova figura produttiva, quella del lavoro immateriale, dei lavoretti di sussistenza, destinata a un futuro precario senza diritti. Le Camere del lavoro avrebbero incontrato il non-lavoro, il lavoro nero, invisibile, immateriale. Si fosse dato, questo incontro, si fossero poste le occasioni per discutere, capirsi, interrogarsi reciprocamente, tutta la storia del movimento operaio italiano ne sarebbe uscita trasformata. Le premesse c’erano tutte: da mesi il movimento s’incontrava con i metalmeccanici, che allora erano una federazione ed esprimeva posizioni in contrasto con i vertici sindacali e più aperte alle lotte. Le trasformazioni produttive, l’ingresso della tecnologia in fabbrica, l’intensificazione dei ritmi di produzione per un verso e delle macchine risparmia-lavoro per un altro, stavano cambiando il quadro di riferimento generale. Era lì la crisi, che mordeva selvaggia. Quella del lavoro e quella della produzione industriale. Invece, Lama venne con l’aria del liquidatore a sistemare la pratica, sfastidiato che un cotale monumento dell’unità nazionale fra impresa e produttori – cioè, se stesso – venisse disturbato da quattro sciamannati. Venne, Lama, all’università, arrogante e infastidito, a fare la predica. E, per soprammercato, si portò dietro le truppe del servizio d’ordine. Tanto per capirci. Come andò a finire, si sa. A gambe all’aria. Ancora, oggi, 2012, stiamo qui a parlarne. Ne ha parlato Napolitano, nel suo messaggio di fine anno, per richiamare i sindacati alla responsabilità nazionale, a farsi carico dei sacrifici e della crisi. È una vita che il «grande vecchio» dice ste cose. Ne ha parlato Eugenio Scalfari su Repubblica, in uno scambio di lettere con la Camusso, attuale segretario della Cgil, in cui ha riportato una sua intervista del 1978 in cui Lama – che avrebbe sistematizzato queste idee nel convegno dell’Eur – fa un’apertura di credito alla mobilità del lavoro, invitandola a rispecchiarsi in quelle parole e a lasciar perdere, ne avesse voglia, le barricate sull’articolo 18. È una vita che Scalfari dice ste cose. Torna buono, Lama, in tempi di crisi e di sacrifici per i lavoratori. Ha voglia, la Camusso, a dire che non siamo nel 1977 e le cose sono profondamente cambiate: allora i salari crescevano, allora la forbice tra retribuzioni e profitti era meno larga. Lama torna buono, ai Napolitano e agli Scalfari, non tanto per corroborare il ragionamento su quali margini patteggiare e su quali punti considerare irricevibili, quanto a ricordare e temere quel terribile 1977. La piazza, la furia, la violenza. L’apocalisse. Un ragionamento contorto, questo di Napolitano e Scalfari – d’altronde che vi aspettate, in tempi in cui vogliono convincerci che per aumentare il lavoro e proteggerlo bisogna diminuire l’occupazione e licenziare più facilmente? Contorto perché piuttosto è l’assenza di opposizione, è il compromesso ricattatorio al ribasso che fa ribollire la furia della piazza. Un ragionamento cinico anche: se la furia della piazza scoppia, se chi non ha rappresentanza alcuna, sindacale, politica, non ha altro mezzo per far sentire la propria voce che la piazza, allora, sarà un problema di ordine pubblico. Loro, su questo, hanno già patacche di medaglie appuntate. Dice la Camusso che «senza investimenti, si è scelto di produrre precarietà, in sintesi: lo spostamento sui lavoratori dei rischi del fare impresa». Dice Scalfari che la Camusso sbaglia, perché «il precariato e la disoccupazione sono gli effetti della crisi insieme alla recessione». A occhio, mi sento di stare dalla parte della Camusso. Però, la più grande differenza con gli anni Settanta è che allora il mondo del lavoro si divideva davvero fra «garantiti» e «non garantiti», fra «lavoro» e «non lavoro»; che allora il lavoro era “ubicato” – le fabbriche, gli uffici – e “a tempo” – si entrava al mattino, si usciva la sera – e oggi il lavoro è delocalizzato, è ovunque, è sempre. Oggi, dentro la crisi, la precarizzazione va diffondendosi in tutto il mondo del lavoro, non è circoscritto ai giovani. Le misure adottate da Rajoy in Spagna e da Papademos in Grecia – quelle a cui dovremmo guardare come traguardi da raggiungere – vanno tutte nel senso della destabilizzazione del lavoro, ovvero licenziamenti e licenziabilità. Sarà pure la crisi, ma questa è la ricetta in voga. Non dovrà esistere più il criterio di «posto». Tra un non assunto e un licenziabile la differenza deve assottigliarsi, va assottigliandosi. La classica dicotomia tra forza lavoro impiegata e esercito industriale di riserva, perché quest’ultimo facesse da compressione al salario, viene azzerata nel senso che tutta la forza lavoro deve diventare esercito di riserva. Noi recupereremmo competitività se la nostra forza lavoro verrà a costare e a contare come quella del Burkina Faso o del Guandong, in Cina. Si può investire in Italia, e si possono attrarre investimenti qui, solo se la compressione sui salari e la fisarmonica dell’occupazione diventano appetibili e praticabili “per legge”. Ora, a me questo “progetto” sembra né più né meno che le Poor Laws [ammortizzatori sociali? flexisecurity?] dell’Ottocento inglese, quella che fa da sfondo e da cornice ai grandi romanzi di Dickens. La differenza – e sostanziale – sta che allora la produzione industriale del capitalismo era in impetuosa crescita e aveva tanta prateria davanti, e la mobilità sociale andava verso l’alto, oggi è in rovinoso declino, e la mobilità sociale va verso il basso. La crisi che stiamo vivendo dipende da questo, non tanto e non solo dalle follie finanziarie. Non produciamo più merci “di massa” anche se il nostro know how, la nostra capacità tecnologica, il nostro sapere generale è cresciuto enormemente. È dentro questo scenario che il lavoro va ripensato, si deve ripensare. Qui non c’entra la sovrapproduzione, qui è proprio il collasso di una civiltà, come è accaduto a volte nella storia degli uomini, e se per quello pure delle bestie. Negli anni Settanta, quelli evocati dal «grande vecchio» Napolitano e da Scalfari, la più grande “rivoluzione” fu l’esodo di massa dal lavoro, la rottura soggettiva, la subordinazione mentale al lavoro come condizione di passaggio all’età adulta. Fu questo il Settantasette. Quello che si intuiva – quello che non hanno mai capito i comunisti e i lavoristi – era che dentro la crisi industriale era possibile un passaggio di civiltà che fuoriuscisse dalla condanna biblica al lavoro, alla subordinazione, allo scambio merce-denaro. Sconfitta, perseguitata, repressa quella rivoluzione, trentacinque anni dopo mi ritrovo un presidente del Consiglio che mi rigira la frittata, e sanziona «la noia e la monotonia del posto fisso». La differenza – sostanziale – è che oggi non c’è un soggetto politico in grado di trasformare la noia del posto fisso in libertà di scelte, di occasioni, di opportunità. Di nuova civiltà. Almeno sinora.

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Anni settanta

I compagni di Manuel De Santis incontrano gli studenti del Mamiani e chiedono scusa a Cristiano, il giovane colpito con un casco durante il corteo del 14 dicembre

Mario Martucci, uno dei responsabili dei “Katanga”, il famigerato servizio d’ordine del Movimento Studentesco di Milano, poi divenuto Mls, noto negli anni 70 per la sua particolare vocazione a svolgere la funzione di poliziotti dei cortei sempre pronti ad aggredire e pestare tutte le realtà politiche più radicali del movimento presenti sulla piazza milanese, intervistato dal Corriere della sera invita gli studenti a costituire un servizio d’ordine – si badi bene – non per difendere i cortei da aggressioni esterne provenienti dalla polizia o da gruppi di estrema destra, o ancora per garantire i propri spazi di agibilità politica, ma per reprimere la pluralità delle voci interne al movimento stesso.  La vicenda è destinata inevitabilmente ad aprire un dibattito sulle forme d’organizzazione della politica e delle manifestazioni per superare quelle logiche che hanno condotto all’episodio di martedì, soprattutto a quell’inquietante riflesso d’ordine che di fronte ad una situazione imprevista (e che per giunta si sarebbe poi dimostrata la novità e il punto di forza dell’intera giornata) si è tradotto un una reazione repressiva.
Ieri una delegazione di quel settore del movimento che il 14 aveva deciso di improvvisare un servizio d’ordine la cui azione è poi degenerata nella aggressione di un altro manifestante, si è incontrata con gli studendi del Mamiani, compagni del giovane ferito.
Ci auguriamo che la soluzione sia demandata all’iniziativa politica, unico modo per sottrarla alle dinamiche penali e criminalizzatrici. Evitare che Manuel diventi il capro espiatorio di una scelta politica che l’ha sorpassato, far sentire a Cristiano, il ragazzo ferito, la solidarietà e il calore del movimento. Sostenere con una sottoscrizione spese mediche e processuali per entrambi potrebbe essere un modo per arrivare anche ad un incontro pubblico con tutto il movimento

Paolo Persichetti
Liberazione 22 dicembre 2010


Si è svolto ieri un incontro tra una delegazione di Esc, il centro sociale romano di San Lorenzo, insieme ad altri studenti delle facoltà occupate, con gli studenti del Mamiani, il liceo al quale appartiene Cristiano Ciarrocchi, il quindicenne seriamente ferito con un casco martedì scorso da un altro manifestante, Manuel De Santis, che nel frattempo si è fatto avanti riconoscendo la propria responsabilità e chiedendo scusa al ragazzo ferito. L’incontro è servito a chiarire le circostanze che hanno portato all’orribile episodio avvenuto davanti a via degli Astalli, molto vicino alla residenza privata di Silvio Berlusconi. Due blindati dei carabinieri messi di traverso ostruivano l’ingresso della via, molti manifestanti si erano fermati ed avevano cominciato a lanciare di tutto, sacchetti d’immondizia, grossi petardi, frutta e verdura.
All’incontro ha partecipato anche uno dei giovani che era accanto a Manuel De Santis mentre faceva servizio d’ordine, quello che nelle immagini è visto alzare un braccio in modo teso, gesto che sul web ha dato subito spazio ad interpretazioni dietrologiche sulla presenza di militanti di estrema destra nel corteo. Evidentemente non si trattava di un saluto romano, ha spiegato l’attivista, ma di un gesto indirizzato verso il corteo affinché proseguisse il suo cammino. Gli studenti del Mamiani sembrano aver apprezzato questo incontro, «dopo l’episodio di martedì avevamo perso ogni fiducia nei confronti degli universitari», spiega uno di loro. «Noi non siamo contro i servizi d’ordine, anche noi abbiamo il nostro che senza dubbio è più efficiente di quello messo in piazza da Esc. Loro ci hanno risposto che un servizio d’ordine centralizzato oggi non è possibile e che c’è stato un problema di mancato coordinamento». Da quel che si è capito Manuel De Santis non era un “cane sciolto”, «parlavano di lui come di uno che conoscevano» e che era inquadrato nell’attività di controllo del corteo, «affinché defluisse correttamente nella zona di piazza Venezia. «Temevano – ci hanno spiegato – che il corteo si spezzasse subito di fronte al primo blindato a causa dei lanci di uova ed altro che potevano provocare una carica della polizia». Ma l’azione non è stata ben coordinata, anzi era del tutto improvvisata, «l’errore – hanno spiegato – è stato quello di non aver chiamato aiuto». Una sottovalutazione che avrebbe ingenerato per frustrazione il «gesto sconsiderato». Hanno aggiunto – spiega sempre il nostro giovane interlocutore – che «non sapevano come agire con gli studenti medi», che in numero imprevisto e con una loro autonomia d’azione partecipavano alla giornata di lotta. Insomma il successo della giornata avrebbe fatto saltare tutti i piani preordinati. «Si sono scusati ed hanno chiesto di passare le scuse anche a Cristiano. Noi abbiamo replicato che non si potevano giustificare isolando l’autore dell’aggressione, per altro contattandoci solo tre giorni dopo l’accaduto e venendoci ad incontrare una settimana dopo».
Questa descrizione della vicenda corrisponde ad altre apparse in rete in questi giorni. Il gesto compiuto dalla delegazione che ha reso visita agli studenti del Mamiani è certamente positivo, seppure tardivo. Ora però l’errore sarebbe proprio quello di chiudere la vicenda qui, scaricando per altro sulle sole spalle di Manuel De Santis quanto accaduto. L’errore prima che tecnico (aver improvvisato una parodia di servizio d’ordine che ha aumentato confusione e tensione) è politico: sta nell’aver percepito come una minaccia il successo della manifestazione, l’arrivo in massa di una leva giovanissima di manifestanti arrabbiati che hanno trasformato in retroguardia le vecchie leadership, e soprattutto nel demone dell’egemonia, nella pretesa di voler stabilire per tutti modalità e obiettivi della giornata. Con un paradosso estremo che mette con le spalle al muro quella cultura politica avviata sul finire degli anni 90, incentrata sul “conflitto mimato” in nome di una nonviolenza imposta con la forza.

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7 aprile 1979 quando lo Stato si scatenò contro i movimenti
Movimento, Gasparri propone arresti preventivi come per il 7 aprile 1979. Oreste Scalzone: “Gasparri non perde occasione per straparlare in modo talmente grottesco che rende difficile anche infuriarsi
Daspo e reparti speciali, lo Stato fa la guerra alla piazza
Macchina del fango sul movimento: gli infiltrati di vauro Senesi e la stupidità sulla punta della sua matita
Governo e parlamento come la fortezza Bastiani. Per Roberto Maroni “centri sociali dietro gli scontri”
Martedi 14 c’erano degli infiltrati ma sedevano sui banchi del parlamento
Di Pietro e l’Idv da dieci anni sono le stampelle di Berlusconi
La produzione è ovunque, anche le rivolte urbane

7 aprile 1979, quando lo Stato si scatenò contro i movimenti

Dopo gli scontri del 14 dicembre a Roma, Maurizio Gasparri aveva chiesto di scatenare contro il movimento «arresti preventivi», definendo i manifestanti degli «assassini potenziali». Il «sette aprile» non fu uno strumento di repressione partorito dal ventennio mussoliniano, ma un dispositivo di repressione giudiziario-poliziesco e politico-culturale, messo a punto dal partito comunista italiano alla fine degli anni 70, sostenuto con feroce coerenza dal giornale fondato e diretto da Eugenio Scalfari. Il fatto che oggi sia un ex-post, sempre fascista, a reclamarlo chiama in causa gli eredi del Pci sparpagliati un po’ ovunque: nel Pd, nella Federazione della sinistra, in Sel o nell’Idv, alcuni persino nel Pdl. Se oggi chi milita in queste formazioni pensa che evocare il 7 aprile sia prova di fascismo, deve spiegarci perché allora venne congeniato quel modello di repressione dei movimenti e perché fino ad oggi non ne ha mai preso le distanze

Paolo Persichetti
Liberazione 22 dicembre 2010


Chi ha definito un rigurgito fascista la richiesta di un «nuovo 7 aprile» fatta da Maurizio Gasparri, cioè di «una vasta e decisa azione preventiva» da scatenare  contro i centri sociali ritenuti, a suo dire, i responsabili degli scontri avvenuti il 14 dicembre scorso a Roma, non ha detto una cosa giusta. Pietro Calogero, il pm di Padova che congeniò il teorema accusatorio firmando i primi 22 ordini di cattura che diedero via al blitz contro il gruppo dirigente dell’area dell’Autonomia operaia, tra cui Toni Negri, Franco Piperno e Oreste Scalzone, non era fascista. L’intera inchiesta, in relatà, fu preparata e supportata dal sostegno politico diretto del partito comunista, dall’azione di un suo dirigente locale, Severino Galante, dal lavoro riservato della sezione “Affari dello Stato” diretto da Ugo Pecchioli, dalla funzione di raccordo tra magistratura e sistema politico svolta da Luciano Violante. Membri del Pci erano alcuni dei testimoni chiave che consentirono di formulare la prima salva di accuse. In quegli anni il Pci dispiegò tutta la sua macchina organizzativa senza badare a sfumature per monitorare nei quartieri e nei posti di lavoro gli “estremisti” e i “sovversivi”, i cui nomi venivano poi affidati ai nuclei speciali del generale Dalla Chiesa. Addirittura intervenne sui giurati del processo di Torino contro il nucleo storico delle Br. Democristiano era invece Achille Gallucci, il giudice istruttore romano che lo stesso giorno spiccò altri mandati di cattura per «insurrezione armata contro i poteri dello Stato», avviando così il secondo troncone dell’inchiesta. Quell’episodio che molti giuristi, come Stefano Rodotà e Luigi Ferrajoli, continuano a ritenere una delle pietre miliari dell’emergenza giudiziaria che ha scardinato il sistema delle garanzie giuridiche avviando anche quella cultura della supplenza giudiziaria, senza la quale non avrebbe mai visto la luce “Mani pulite”, che aprì la strada al berlusconismo, nacque nel cuore della stagione del compromesso storico, della linea della fermezza, del consociativismo che annullava ogni differenza tra maggioranza e opposizione. Il Movimento sociale, partito nel quale militava all’epoca l’attuale presidente dei senatori del Pdl, era fuori dell’arco costituzionale. La legislazione speciale, l’introduzione delle carceri speciali, gli spregiudicati metodi d’indagine che permisero l’arresto dei militanti dell’Autonomia, votati anche con l’assenso dell’opposizione parlamentare, resero di gran lunga più repressivo il capitolo dei delitti politici presente nel codice penale elaborato per punire gli antifascisti da Alfredo Rocco, guardasigilli del regime mussoliniano. Il modello 7 aprile introdusse il ricorso al «rastrellamento giudiziario», cioè la contestazione di reati associativi di vecchio e nuovo conio senza l’individuazione di fatti circostanziati, la cui prova veniva rinviata nel tempo grazie ad una custodia preventiva allungata a dismisura. Di fatto l’arresto si trasformava in un vera e propria pena anticipata, scontata prima della sentenza. In questo modo le accuse si fondavano sul principio della “tipologia d’autore”, ad essere contestata era l’identità e la storia politica dell’imputato. Scelta motivata all’epoca con la necessità “prosciugare l’acqua dove nuota il pesce” per difendere lo Stato dall’attacco dei gruppi armati: l’anno prima era stato rapito e ucciso dalle Br il presidente della Dc Aldo Moro, attorno al movimento del ’77 si era diffusa un’area insurrezionale, un’arborescenza di sigle che alimentava azioni armate ovunque mentre il conflitto sociale era giunto all’apice. Pochi mesi prima era stato ucciso Guido Rossa. Tuttavia l’introduzione di quello che fu un vero “stato di eccezione giudiziario” venne sempre negata dalle forze politiche, ciò spiega il rimosso e il tabù attuale. La sinistra non ha mai fatto i conti con quella scelta, anzi col passar delle svolte e delle sigle l’ha iscritta a pieno nel proprio patrimonio culturale ritrovandosi nella paradossale situazione che vede oggi un fascista di allora rivendicarne con estrema naturalezza l’impiego. E’ stata la sinistra, spalleggiata dal partito-giornale di Repubblica, a mettere in piedi il micidiale modello repressivo e l’arsenale giuridico rivendicati oggi contro i movimenti da un personaggio come Gasparri. Quanto basta per avviare una riflessione critica mai veramente affrontata.

Per approfondire
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