Quando D’Alema frequentava via Montalcini

Il 16 maggio del 2009, nel corso di una cerimonia in ricordo di Aldo Moro tenutasi nella città di Bari, Massimo D’Alema rivelava una singolare circostanza che lo aveva visto trovarsi la mattina del 16 marzo 1978 davanti al garage dell’abitazione di via Montalcini pochi attimi prima dell’arrivo della Ami 8 con a bordo Maccari e Moretti e la cassa nella quale era rannicchiato Moro. In quella via, a pochi passi dal civico 8, il luogo dove il Presidente del Consiglio nazionale della DC venne tenuto prigioniero durante i 55 giorni del sequestro ed ucciso la mattina del 9 maggio 1978, abitava il padre del giovane D’Alema, il senatore del Pci Giuseppe D’Alema. Massimo invece, allora Segretario nazionale dei giovani comunisti, risiedeva in una strada vicina ed ogni mattina attendeva il genitore all’inizio di via Montalcini per recarsi insieme nelle sedi del partito. Ovviamente l’episodio riveste un semplice significato aneddotico, se non fosse che non se n’è mai trovato traccia nelle innumerevoli pubblicazioni prodotte dagli esponenti della scuola dietrologica, che al contrario hanno infarcito i loro scritti di minuziose ricostruzioni dei residenti e proprietari, veri, presunti e fantasiosi, delle vie e dei palazzi prospicienti e addiacenti i luoghi del sequestro: via Fani, via Montalcini, via Caetani e via Gradoli. Senza troppo approfondire, ne abbiamo davvero lette di tutti i colori e per tutte le fantasie sul controllo da parte dei Servizi segreti di interi isolati, condomìni, strade, di violinisti agenti doppi, principesse, sedi di ambasciate, residenze vaticane, membri di Gladio ed altro ancora. Per questo motivo appare assai singolare che l’allora senatore Sergio Flamigni, membro della Sezione problemi dello Stato del Pci, autore ed ispiratore delle più ostinate tesi dietrologie, non abbia mai accennato nelle sue molteplici pubblicazioni a tanta singolare, seppur fortuita, contiguità tra l’abitazione del suo compagno di partito, senatore Giuseppe D’Alema, e il civico 8 di via Montalcini. Un silenzio che sembra proprio una imbarazzata omissione

Fonte: www.massimodalema.it

massimo-dalema-silenzio«Ricordo bene quella mattina. Vivevo a Roma, a Villa Bonelli, e non lontano da me abitava mio padre che, in quel momento, rivestiva la carica di presidente della commissione Finanze della Camera dei Deputati. All’inizio della legislatura, infatti, i comunisti assunsero alcuni importanti ruoli istituzionali, in quanto erano diventati una forza nell’ambito della maggioranza, sia pure nella forma dell’astensione. La sede della Fgci era in via della Vite, a due passi dal Parlamento, e tutte le mattine mio padre ed io andavamo a lavorare insieme, con una sola automobile. Uscivo presto, mi incamminavo verso la casa dei miei genitori e con mio padre ci vedevamo all’angolo di via Camillo Montalcini. E’ un fatto che mi è rimasto in mente tutta la vita: ogni mattina ci incontravamo davanti al garage dove poi Moro sarebbe stato tenuto prigioniero dalle Brigate Rosse. E quel giorno, mentre ci stavamo recando a lavoro, arrivò la notizia del suo rapimento e del massacro della scorta».

Le puntate precedenti
1) Il “patto di omertà”? Un falso come il protocollo dei saggi di Sion
2) Gli apparati e l’arma politica dello stupro negli anni 70

Per saperne di più
Diario del sequestro Moro