Nel corso delle celebrazioni che si sono tenute per il cinquantesimo anniversario della strage in piazza della Loggia abbiamo assistito ad una reciproca assoluzione degli organi dello Stato. La presidente del consiglio Meloni a nome del governo, che non era presente, ha accuratamente evitato di ricordare e condannare la matrice neofascista della bomba esplosa durante il comizio del locale comitato antifascista, mentre il presidente della repubblica Mattarella ha scagionato lo Stato da ogni responsabilitĂ , come ai tempi del regime democristiano di cui l’inquilino del Quirinale è degno erede
Le bombe del 1974

, la vendetta di Ordine Nero contro chi li aveva utilizzati e illusi con la strategia della tensione Lungi dall’essere una ulteriore puntata della strategia della tensione questi due sanguinosi attentati, parte di una campagna più ampia avviata nel gennaio del 1974 a Silvi Marina, vicino a Pescara, dove una bomba fallì nel colpire l’ennesimo treno, appaiono piuttosto il segno sanguinoso della sua fine, la conseguenza dell’abbandono precipitoso e rovinoso da parte degli apparati statali che l’avevano utilizzata. Il 9 febbraio un altro ordigno venne ritrovato inesploso su un treno merci diretto da Taranto a Siracusa. A marzo un’esplosione fece saltare una rotaia nei pressi di Vaiano, vicino Prato, dove avrebbe dovuto passare il treno Palatino. La strage mancata fu rivendicata con un volantino di Ordine Nero ritrovato a Lucca. Ad aprile fu colpita la casa del popolo di Moiano, in provincia di Perugia. Nel complesso furono fatti esplodere tra Milano, la Toscana e Savona, oltre una decina di ordigni, culminati nell’attentato compiuto sulla linea ferroviaria di Terontola, il 6 gennaio 1975, a cui segui lo smantellamento del Fronte nazionale rivoluzionario di cui facevano parte Luciano Franci, Mario Tuti, Marco Affatigato, Andrea Brogi e Augusto Cauchi. Gruppo che ebbe contatti anche con Licio Gelli, al quale secondo testimonianze di alcuni pentiti, Cauchi aveva chiesto un finanziamento per la sua attività politica.

La magistratura indaga sui progetti di golpe
 Tra il 1973 e il 1974 vengono a galla, grazie a diverse inchieste condotte dalla magistratura, una serie di progetti di golpe di segno politico diverso anche se tutti caratterizzati dalla tentativo di scongiurare il «pericolo comunista». Dall’indagine sulla «Rosa dei venti», portata avanti dal giudice istruttore Tamburino, e da cui emergeva traccia della presenza di strutture «parallele» interne agli apparati statali coinvolte nelle attivitĂ golpiste e stragiste. Testimone centrale nella ricostruzione di questa rete, siapur tra contraddizioni e reticenze, sarĂ il generale dell’esercito Amos Spiazzi. In anni piĂą recenti la ricerca storica ha focalizzato meglio quanto avvenuto: accanto alla struttura Nato europea Stay behind, che in Italia aveva preso il nome di Gladio, apparato di difesa «non ortodosso» gerarchicamente dipendente dai comandi Nato, approntato per fare fronte ad una eventuale invasione militare delle truppe de patto di Varsavia e composto essenzialmente da membri della ex brigata Osoppo, partigiani bianchi antifascisti e anticomunisti, di cui si scoprì l’esistenza nella estate del 1990, dopo la vicenda del «piano Solo» venne messa in piedi una seconda struttura che dipendeva gerarchicamente dal ministero della Difesa. Si trattava dei Nuclei per la difesa dello Stato, apparato misto composto da membri selezionati degli uffici informativi dell’esercito, dei Servizi, dei carabinieri e di civili di dichiarata fede neofascista. Tra i membri di questa struttura disciolta nel 1973 vi erano molti ordinovisti. 

Un’altra inchiesta riguarda il Movimento armato rivoluzionario di Carlo Fumagalli e Gaetano Orlando. Fumagalli era un ex partigiano bianco legato ai Servizi inglesi. Ferocemente anticomunista organizzò una struttura clandestina armata con un forte insediamento in Valtellina, dove realizzò una serie di attentati dinamitardi contro tralicci dell’altra tensione che alimentavano le cittĂ e le industrie del Nord Italia. L’intenzione era quella di fronteggiare una eventuale offensiva di piazza o una vittoria elettorale dei comunisti. Nonostante il suo iniziale posizionamento antifascista, Fumagalli non disdegnò l’alleanza con i gruppi ordinovisti in vista di un colpo di stato.

L’esperienza piĂą interessante appare tuttavia quella che venne definita il «golpe bianco», portato avanti da Edgardo Sogno, un altro ex partigiano della brigata Franchi, badogliana, liberale e anticomunista. Sogno aveva progettato in pieno agosto 1974 un «golpe liberale», un colpo di mano istituzionale di stampo presidenzialista, sul modello gollista della quinta repubblica francese che forte dell’appoggio dei vertici militari e istituzionali avrebbe dovuto sciogliere il parlamento, liberarsi del ventre molle democristiano ritenuto corrotto e irriformabile, creare un sindacato unico, internare le opposizioni di sinistra e di estrema destra, abolire l’immunitĂ parlamentare e istituire un Tribunale speciale.
Anniversari – A 54 anni di distanza, la strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 è ormai un episodio dimenticato nella memoria pubblica. Al suo posto i solenni rituali commemorativi che cadenzano il cerimoniale istituzionale hanno edificato una nuova topolatria che celebra il 9 maggio 1978 per rappresentare il sacrificio versato ai valori legittimi. Quel momento drammatico che ha segnato il destino di una generazione indicando quale fosse il livello di violenza che gli apparati statali erano disposti a mettere in campo pur di impedire ogni cambiamento nel Paese è stato derubricato nella gerarchia degli eventi. Non è un caso se l’iniziale paradigma antifascista che ispirava il progetto costituzionale sia stato soppiantato da un nuovo mito fondativo: il paradigma antiterrorista che ostracizza gli anni 70, il decennio della sovversione sociale
Paolo Persichetti Antifanzine Dicembre 2023
Se nell’estate del 1964 l’obiettivo del cosiddetto «piano Solo», la minaccia golpista ispirata dall’allora presidente della Repubblica Antonio Segni, era quello di esercitare una fortissima pressione sulle forze politiche che stavano dando vita ai governi del primo centro-sinistra, la stagione stragista iniziata cinque anni più tardi prenderà di mira direttamente la rivolta degli studenti del 1968 e le mobilitazioni operaie dell’«autunno caldo».
Le minacce di svolta autoritaria

Si tratta di una prima sostanziale differenza che separa la stagione del secondo dopoguerra, in particolare quella che prende avvio negli anni 60 caratterizzata da una lenta ma progressiva avanzata elettorale delle sinistre, il rafforzamento della opposizione parlamentare sostenitrice della necessità di profonde riforme di struttura, dall’apparizione sul finire del decennio e nei primi anni del successivo di un fortissimo ciclo di lotte sociali da cui scaturisce un nuovo spazio politico anticapitalista e rivoluzionario. Ad essere prese di mira sono queste nuove forme radicali di autonomia sindacale e politica, di autorganizzazione nei posti di lavoro (gruppi di studio operai-tecnici-studenti, comitati unitari di base, assemblee autonome) cresciute attorno alle vertenze per il rinnovo dei contratti, che si aprono nel maggio 1969, per saldarsi con l’attivismo degli studenti politicizzati davanti ai cancelli delle fabbriche dando vita all’«autunno caldo». Un enorme sommovimento di gruppi sociali, di giovani sradicati dalle loro terre d’origine influenzato da una rinnovata cultura politica marxista, dalla stagione delle lotte anticoloniali e dalla controcultura proveniente dagli Stati Uniti.
Il «piano Solo»

Nella prima metĂ degli anni 60 era bastato agitare la presenza di «piani di contingenza» nei quali si prospettavano misure d’eccezione per la tutela dell’ordine pubblico, come il «piano Solo» appunto, della cui realizzazione era stato incarircato il capo di Stato maggiore dell’esercito, generale dei carabinieri De Lorenzo, e nei quali si prevedeva l’internamento di «enucleandi», ovvero esponenti politici, parlamentari e sindacali della sinistra, il controllo dei punti nevralgici e di comando del Paese attraverso le brigate meccanizzate dei carabinieri che nella estate del 1964, tra la festa del 2 giugno e quella del 150esimo anniversario dell’Arma di metĂ giugno, erano confluite in massa nella Capitale insieme a reparti speciali e tecnici della comunicazione, per piegare il Partito socialista – dopo le dimissioni del primo governo Moro – e spingerlo durante le trattative per il nuovo esecutivo a un accordo al ribasso con la Democrazia cristiana rinunciando a riforme di struttura piĂą importanti e incisive.
A distanza di 45 anni, quella che viene ritenuta la madre di tutte le stragi, un momento drammatico di svolta che ha segnato il destino di una generazione di giovani militanti e che indicava chiaramente quale fosse il livello di violenza che gli apparati statali erano disposti a mettere in campo pur di impedire ogni cambiamento nel Paese, è ormai un episodio dimenticato nella memoria pubblica. Al suo posto i solenni rituali commemorativi che cadenzano il cerimoniale istituzionale hanno edificato una nuova topolatria che celebra il 9 maggio 1978 per rappresentare il sacrificio versato ai valori legittimi. Non è un caso se l’iniziale paradigma antifascista che ispirava il progetto costituzionale sia stato soppiantato da un nuovo mito fondativo: il paradigma antiterrorista che ostracizza gli anni 70, il decennio della sovversione sociale e delle lotta armata di sinistra.
La strage di Gioia Tauro del luglio 1970 appare invece un episodio legato al contesto della rivolta di Reggio Calabria, egemonizzata dall’estrema destra. L’attentato che danneggiò la linea ferroviaria dove sfrecciava la Freccia del sud, provocando 6 morti e 77 feriti, e che vide il coinvolgimento di tre esponenti di Avanguardia nazionale, fu seguito da una intensa campagna di attentati dinamitardi. Ben 44, avvenuti tra il luglio 1970 e il l’ottobre 1972, contro le infrastrutture della rete ferroviaria.
La bomba alla questura e l’enigma Bertoli

Nel maggio del 1973 Gianfranco Bertoli, un personaggio dalla storia indecifrabile e dalla personalità borderline, lanciò una bomba a mano all’interno della questura di Milano durante la cerimonia di commemorazione del commissario Calabresi, ucciso l’anno precedente in un agguato mai rivendicato ma dalla magistratura attributo a distanza di decenni a una struttura coperta di Lotta continua. L’attentato mirava alla vita del ministro dell’Interno Mariano Rumor, che era sul posto per scoprire un busto dedicato alla memoria del funzionario di polizia, solo che alcune defaillances personali di Bertoli gli impedirono di centrare per tempo il bersaglio. L’ordigno, una bomba ananas a frammentazione, fece comunque 4 morti e 52 feriti. Bertoli ha sempre rivendicato la sua militanza anarchica, identità che mantenne coerentemente nei lunghi decenni di carcere collaborando persino con alcune riviste libertarie e intrattenendo una lunga corrispondenza con il teorico dell’anarcoinsurrezionalismo Alfredo Maria Bonanno. Prima di lanciare la bomba, l’anarchico o presunto tale aveva soggiornato in un kibbutz israeliano anche se il collaboratore di giustizia Carlo Digilio, ordinovista componente della rete veneta di informatori dei servizi segreti americani (nome in codice «Erodoto»), riferì in una fase successiva che a ospitarlo e armarlo erano stati alcuni membri di Ordine nuovo che lo avevano utilizzato per vendicarsi di Rumor, a cui rimproveravano di non aveva dichiarato lo stato di emergenza quando era presidente del consiglio. Una versione che tuttavia non resse alle verifiche giudiziarie. Negli anni cinquanta Bertoli era stato anche un confidente del Sifar all’interno del Pci (nome in codice «Negro»). Attività che non durò molto a causa della bassa qualità delle informazioni da lui fornite. Ancora oggi non è chiaro chi sia stato veramente Bertoli: un anarchico scapestrato che voleva vendicare la morte di Pinelli o un borderline manipolato dagli ordinovisti?
 Poco precedente a quello di Bertoli è il tentativo di attentato sulla linea ferroviaria Genova-Roma, realizzato il 7 aprile del 1973 dal neofascista Nico Azzi che rimase ferito mentre preparava un ordigno esplosivo nel gabinetto del treno dopo essersi fatto notare dai passeggeri con una copia di Lotta continua in mano. Azzi era un militante della Fenice, un circolo milanese di orientamento ordinovista che faceva capo a Giancarlo Rognoni
Le stragi del 1974, una vendetta per lo scioglimento di Ordine nuovo

Creato nei primi mesi del 1974, Ordine nero raccoglieva transfughi del disciolto Ordine nuovo, di Avanguardia nazionale e del Fronte nazionale rivoluzionario, struttura prevalentemente toscana. Fu protagonista dell’ultima stagione stragista caratterizzata da un’aperta dichiarazione di guerra contro lo Stato accusato di tradimento verso una esperienza politica, eversiva e golpista, che gli apparati avevano lungamente sostenuto, foraggiato, ispirato e manipolato. Nulla a che vedere dunque con i precedenti episodi che miravano ad attribuire alla sinistra la paternità degli eccidi con l’obiettivo di scatenare una risposta autoritaria dello Stato.
Ordine Nero e le bombe del 1974 
Lungi dall’essere una ulteriore puntata della strategia della tensione questi due sanguinosi attentati, parte di una campagna piĂą ampia avviata nel gennaio del 1974 a Silvi Marina, vicino a Pescara, dove una bomba fallì nel colpire l’ennesimo treno, appaiono piuttosto il segno sanguinoso della sua fine, la conseguenza dell’abbandono precipitoso e rovinoso da parte degli apparati statali che l’avevano utilizzata. Il 9 febbraio un altro ordigno venne ritrovato inesploso su un treno merci diretto da Taranto a Siracusa. A marzo un’esplosione fece saltare una rotaia nei pressi di Vaiano, vicino Prato, dove avrebbe dovuto passare il treno Palatino. La strage mancata fu rivendicata con un volantino di Ordine Nero ritrovato a Lucca. Ad aprile fu colpita la casa del popolo di Moiano, in provincia di Perugia. Nel complesso furono fatti esplodere tra Milano, la Toscana e Savona, oltre una decina di ordigni, culminati nell’attentato compiuto sulla linea ferroviaria di Terontola, il 6 gennaio 1975, a cui segui lo smantellamento del Fronte nazionale rivoluzionario di cui facevano parte Luciano Franci, Mario Tuti, Marco Affatigato, Andrea Brogi e Augusto Cauchi. Gruppo che ebbe contatti anche con Licio Gelli, al quale, secondo testimonianze di alcuni pentiti, Cauchi aveva chiesto un finanziamento per la sua attivitĂ politica. La magistratura indaga sui progetti di golpe

Tra il 1973 e il 1974 vengono a galla, grazie a diverse inchieste condotte dalla magistratura, una serie di progetti di golpe di segno politico diverso anche se tutti caratterizzati dalla tentativo di scongiurare il «pericolo comunista». Non è possibile approfondire in questa sede una questa materia dagli intrecci estremamente complessi, ci limitiamo ad accennare brevemente alla indagine sulla «Rosa dei venti», portata avanti dal giudice istruttore Tamburino, e da cui emergeva traccia della presenza di strutture «parallele» interne agli apparati statali coinvolte nelle attività golpiste e stragiste. Testimone centrale nella ricostruzione di questa rete, siapur tra contraddizioni e reticenze, sarà il generale dell’esercito Amos Spiazzi. In anni più recenti la ricerca storica ha focalizzato meglio quanto avvenuto: accanto alla struttura Nato europea Stay behind, che in Italia aveva preso il nome di Gladio, apparato di difesa «non ortodosso» gerarchicamente dipendente dai comandi Nato, approntato per fare fronte ad una eventuale invasione militare delle truppe de patto di Varsavia e composto essenzialmente da membri della ex brigata Osoppo, partigiani bianchi antifascisti e anticomunisti, di cui si scoprì l’esistenza nella estate del 1990, dopo la vicenda del «piano Solo» venne messa in piedi una seconda struttura che dipendeva gerarchicamente dal ministero della Difesa. Si trattava dei Nuclei per la difesa dello Stato, apparato misto composto da membri selezionati degli uffici informativi dell’esercito, dei Servizi, dei carabinieri e di civili di dichiarata fede neofascista. Tra i membri di questa struttura disciolta nel 1973 vi erano molti ordinovisti. 
 Un’altra inchiesta riguarda il Movimento armato rivoluzionario di Carlo Fumagalli e Gaetano Orlando. Fumagalli era un ex partigiano bianco legato ai Servizi inglesi. Ferocemente anticomunista organizzò una struttura clandestina armata con un forte insediamento in Valtellina, dove realizzò una serie di attentati dinamitardi contro tralicci dell’alta tensione che alimentavano le città e le industrie del Nord Italia. L’intenzione era quella di fronteggiare una eventuale offensiva di piazza o una vittoria elettorale dei comunisti. Nonostante il suo iniziale posizionamento antifascista, Fumagalli non disdegnò l’alleanza con i gruppi ordinovisti in vista di un colpo di stato.
 L’esperienza più interessante appare tuttavia quella che venne definita il «golpe bianco», portato avanti da Edgardo Sogno, un altro ex partigiano della brigata Franchi, badogliana, liberale e anticomunista. Sogno aveva progettato in pieno agosto 1974 un «golpe liberale», un colpo di mano istituzionale di stampo presidenzialista, sul modello gollista della quinta repubblica francese che forte dell’appoggio dei vertici militari e istituzionali avrebbe dovuto sciogliere il parlamento, liberarsi del ventre molle democristiano ritenuto corrotto e irriformabile, creare un sindacato unico, internare le opposizioni di sinistra e di estrema destra, abolire l’immunità parlamentare e istituire un Tribunale speciale.
Agosto 1980, stazione di Bologna, una strage in cerca di movente

Sentenze e pubblicistica iscrivono la strage alla stazione centrale di Bologna del 2 agosto 1980, che fece 85 (forse 86) morti, e 200 feriti, come l’ultimo episodio della strategia della tensione anche se nell’ultima sentenza, quella di primo grado contro l’ex avanguardista Paolo Bellini, ritenuto insieme a Fioravanti, Mambro e Cavallini, appartenuti ai Nar, uno dei responsabili della strage, sulla scorta di un’ampia pubblicistica complottista si sostiene che la strategia della tensione sia proseguita fino alla stragi di mafia del 1992-93. In realtà nessuna delle tante sentenze è mai riuscita a indicare chiaramente un movente certo e convincente, tanto che solo nelle ultime motivazioni dei verdetti pronunciati contro Cavallini e Bellini ci si addentra sull’argomento, identificando come mandante la P2 di Licio Gelli, nel frattempo defunto, che avrebbe agito per rafforzare la propria capacità ricattatoria all’interno di equilibri occulti di potere. Una ipotesi tra le tante, per altro completamente sganciata dalle logiche della strategia della tensione enunciate in passato. 
Nel 1980 la situazione internazionale stava rapidamente mutando: nel maggio dell’anno prima in Inghilterra era salita al governo la tory Margaret Teatcher, un anticipo della cosiddetta controrivoluzione neoliberale che si imporrà definitivamente con l’insediamento alla Casa Bianca del conservatore repubblicano Ronald Reagan. In Italia il clima politico e sociale era profondamente mutato rispetto ai primi anni 70. Si era avviata la stagione del riflusso, il compromesso storico era stato sconfitto, il Pci aveva avviato il suo declino elettorale, il movimento operaio e gli altri movimenti sociali erano sulla difensiva, in forte difficoltà sotto i colpi delle profonde ristrutturazioni del sistema produttivo. L’estrema sinistra in crisi. Non esisteva più il «pericolo comunista» che aveva ispirato la stagione stragista dei primi anni 70. Nella seconda metà del decennio il Pci aveva dato ampia prova di moderatismo, aveva sorretto le istituzioni di fronte all’offensiva della sinistra armata con molto più impegno di altre forze politiche. Non vi erano più ragioni per ricorrere ad una strage di tale portata, la più grande in Europa prima di quella di Madrid del 2004, provocata da Al Quaeda. Anche se sappiamo che gli attentatori non avevano previsto conseguenze così catastrofiche dovute alla presenza di un treno sul primo binario che respinse l’onda d’urto facendo crollare l’edificio dove era situata la sala d’attesa di seconda classe. Per questo motivo si è anche guardato a eventuali ragioni internazionali, come la vicenda di Ustica o il posizionamento dell’Italia nel Mediterraneo. L’aporia giudiziaria rappresentata dall’assenza di un movente valido ha facilitato l’offensiva giornalistica della destra che ha tirato in ballo la cosiddetta «pista palestinese». Ipotesi di comodo, smentita dalla recente desecretazione del carteggio Sismi-Olp, agitata dalla destra con l’intento di riscrivere il paradigma delle stragi e liberare i fascisti e i loro eredi politici dalle responsabilità avute nella precedente stagione delle bombe e dei massacri. Questo tentativo di strumentalizzazione tuttavia non esime dal porsi le giuste domande sul reale movente di quel massacro.