Destra: il terrorismo dei “lupi solitari”, le passioni tristi della crisi. Il massacro dei senegalesi di Firenze

L’analisi – Cosa c’è dietro l’azione pluriomicida di Gianluca Casseri, frequentatore di CasaPound

Il killer xenofobo non era un soggetto isolato. Casseri era iscritto come simpatizzante all’associazione CasaPound di Pistoia, come recita un comunicato ufficiale di CasaPound Italia («Il semplice fatto della sua partecipazione ad una nostra manifestazione – spiega CPI in una nota – non è assolutamente sinonimo di impegno politico in e per CPI, come il fatto che fosse iscritto da simpatizzante a Pistoia non vuol dire che partecipasse in alcun modo alle attività organizzative della sezione»). Non solo, godeva anche della stima di Gianfranco de Turris, un autorevole intellettuale della destra italiana.
Chi è de Turris?
De Turris è fondatore e segretario della Fondazione «Julius Evola», dedicata al «pensatore» d’estrema destra, con trascorsi fascisti e nazisti, teorico della gerarchia tra le razze. E’ stato vicecaporedattore dei servizi culturali al Giornale Radio della Rai, in quota a Alleanza Nazionale e poi al Pdl, è andato in pensione nel febbraio del 2009. Continua a curare una rubrica, L’Argonauta, su Radiouno Rai ogni domenica sera.
Sempre de Turris ha firmato due prefazioni encomiastiche ai libri di Casseri. L’ultimo, I Protocolli del Savio di Alessandria, pubblicato a maggio per l’editore Solfanelli, è un’invettiva contro Il cimitero di Praga di Umberto Eco e conferma l’esistenza del complotto pluto-giudaico sul mondo. Nella prefazione loda Casseri e spiega che I Protocolli dei Savi di Sion, pur essendo un documento falsificato, nondimeno dicono cose vere. I saggi di Casseri su Lovecraft sono sempre stati annunciati sui siti web più noti nell’ambito del fantastico italiano, così come il «romanzo esoterico» scritto con Enrico Rulli, La Chiave del Caos, sempre con prefazione del solito de Turris

di Guido Caldiron
Liberazione 14 dicembre 2011

Gli studiosi del terrorismo di estrema destra li chiamano “lupi solitari”: figure legate alla culture xenofobe, fasciste o anti-sistema che decidono di passare all’azione non in base a un progetto politico o “militare” che hanno costruito con altri, ma quando ritengono che sia venuto il momento dello scontro, della guerra, dell’atto esemplare. Muovendosi in un territorio emotivo che rasenta spesso la follia pura, i “lupi solitari” non sono però mai delle figure culturalmente isolate, spesso già affiliati a gruppi o formazioni estremiste, interpretano con la loro sanguinaria “discesa in campo” gli umori più terribili del proprio tempo. Di fronte alle contraddizioni e alle inquietudini delle società occidentali, di fronte al crescere del disagio sociale e identitario, si fanno interpreti dei “sentimenti tristi” della crisi: odio, rancore, razzismo. Agiscono da soli, portando alle estreme conseguenze la cultura della guerra che hanno in sé, e che è parte fondante delle ideologie come delle sottoculture del radicalismo identitario, ma si immaginano come interpreti del senso comune, dando così un nome e un volto ai fantasmi della discriminazione e della ricerca costante di un capro espiatorio che caratterizzano da tempo il cuore malato dell’Occidente.
Ciò che è accaduto ieri a Firenze e quanto è già dato di sapere sulla biografia e le idee di Gianluca Casseri, il cinquantenne simpatizzante di Casa Pound, cultore del fantastico e dell’esoterismo, descritto dalle agenzie di stampa come un individuo con «simpatie neonaziste, pagane, antisemite e razziste», che ha ucciso due venditori ambulanti senegalesi e ne ha feriti gravemente altri tre prima di togliersi la vita, sembra infatti rimandare – con le dovute proporzioni, ma con la medesima gravità – ad altre simili tragedie. Per quanto il profilo di Casseri faccia pensare al neofascismo di sempre, con tanto di formazione evoliana e rimandi alla cultura che ha prodotto I Protocolli dei Savi di Sion, la sua follia razzista può essere forse inquadrabile in una tendenza più ampia e diffusa ormai sul piano internazionale.
Era il 22 luglio di quest’anno quando Anders Behring Breivik, un norvegese di trentadue anni, faceva prima esplodere una bomba nei pressi della sede del governo, nel centro di Oslo, e attaccava quindi a colpi di mitraglietta il campeggio dei giovani del Partito Laburista sull’isola di Utoya, non lontano dalla capitale. Bilancio della giornata più tragica della storia della Norvegia del secondo dopoguerra: settantasette morti e centinaia di feriti.
Già vicino al Partito del Progresso, una formazione xenofoba arrivata a raccogliere fino a un quarto dei consensi dei norvegesi su una piattaforma politica anti-Islam e anti-immigrati, ben prima di rendersi protagonista della strage di Oslo, questo giovane benestante e direttore di un’azienda agricola biologica, aveva diffuso su internet un testo di 1500 pagine dal titolo European Declaration of Independence – 2083, in cui si presentava come un “nuovo crociato”, o un “nuovo templare”, in grado di guidare “le milizie cristiane” verso la liberazione del Vecchio Continente, ormai trasformatosi in “Eurabia”, vale a dire un’Europa nelle mani dei musulmani. Il multiculturalismo e i suoi alleati, a partire proprio dai socialdemocratici norvegesi, e l’Islam erano i nemici a cui Breivik aveva annunciato di voler muovere guerra.
Quel testo delirante, l’attentatore norvegese lo aveva anche inviato ad alcuni parlamentari, in diversi paesi europei, che evidentemente ritenava sensibili alle sue tesi. Del resto, all’indomani della strage e suscitando scandalo nel suo stesso partito, l’europarlamentare della Lega Nord Mario Borghezio aveva dichiarato: «Al netto della violenza, le idee di Breivik – il no alla società multirazziale, la critica dura alla viltà di un’Europa che pare rassegnata all’invasione islamica – sono profondamente sane e condivisibili».
La figura del “lupo solitario” è stata però evocata soprattutto dagli esperti statunitensi di terrorismo e a partire da un caso emblematico: quello del più grave attentato compiuto sul suolo americano prima dell’11 settembre.
Il 19 aprile del 1995 un camion riempito di una micidiale miscela composta da fertilizzante, benzina e gasolio, esplode sotto l’Alfred Murrah Federal Building nel centro di Oklahoma City. L’effetto è pari all’esplosione di 2mila kg di dinamite: l’edificio che ospita gli uffici di alcune agenzie federali che lavorano con l’Fbi, è distrutto. Le vittime sono 168, tra cui 19 bambini, i feriti superano i 680.
Per la strage viene processato e condannato a morte – sarà giustiziato nel 2001 in un carcere dell’Indiana – Timothy McVeigh un giovane di ventisette anni, bianco, reduce dall’Iraq, ha partecipato all’operazione “Desert storm”, e vicino al movimento estremista delle Milizie. Al momento del suo arresto, nella macchina di McVeigh la polizia trova alcune armi e una copia dei Turner Diaries un libro di fantascienza molto diffuso nel circuito del suprematismo bianco che descrive lo scoppio di una guerra razziale, e nucleare, negli Usa.
McVeigh spiegherà che «l’attentato era un gesto di rappresaglia, una ritorsione» per quanto accaduto a Waco, in Texas, nel 1993, quando l’Fbi attaccò il ranch in cui si erano asserragliati i membri di una setta religiosa causando decine di morti. «Proprio come in Cina, il nostro governo ha utilizzato i carri armati contro i suoi stessi cittadini», sosteneva il giovane attentatore, spiegando come per l’estrema destra quell’atto avesse rappresentato una vera e propria dichiarazione di guerra di Washington a tutti gli americani.

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Anatomia del discorso leghista

Libri – Lynda Dematteo, L’Idiotie en politique. Subversion et néo-populisme en Italie, Cnrs éditions-Editions de la maison des sciences de l’homme, Paris 2007


Paolo Persichetti
Liberazione 16 aprile 2010

Sondare la profondità storica dei discorsi politici può riservare notevoli sorprese proprio perché i comportamenti politici non sono determinati soltanto dagli eventi più recenti, ma si iscrivono in una storicità che in parte sfugge al loro controllo. E’ quanto dimostra Lynda Dematteo, giovane antropologa della politica di scuola francese, (le sue origini sono piemontesi), in un libro per ora pubblicato solo in Francia, L’Idiotie en politique. Subversion et néo-populisme en Italie, Cnrs éditions-Editions de la maison des sciences de l’homme, Paris 2007 (Ndr: Tradotto e in uscita presso l’editore Feltrinelli con il titolo, L’idiota in politica. Antropologia della Lega nord, giugno 2011).
Dedicato alle modalità del discorso politico tenuto dalla Lega nord, il volume raccoglie un lungo studio sul campo condotto nella zona di Bergamo. Il risultato della ricerca relativizza molto la presunta “rivoluzione leghista” mostrando come nella realtà il discorso padano mobiliti tematiche ancestrali mettendole a profitto con le paure contemporanee. Più che una rivoluzione, l’onda leghista evoca una sorta di Termidoro, quella che potremmo definire una reazione sociale di massa.

Come nasce il discorso leghista?
Esiste una relazione carsica tra l’opposizione cattolica allo stato unitario nei primi decenni di vita nazionale e il leghismo. Vi è una quasi totale sovrapposizione geografica tra ex province bianche e aree leghiste. L’autonomismo nordista ha le sue radici nei movimenti autonomisti che sopravvivono ai margini della Dc negli anni 50. Diffuso in alcune province periferiche, era conosciuto e ripreso da alcuni amministratori ed esponenti politici locali democristiani. L’attuale discorso della Lega nord è stato composto in quel periodo, quando nacquero esperienze come il Movimento autonomista bergamasco di Guido Calderoli che si presenta alle elezioni amministrative del ‘56, il Movimento autonomie regionali padane che partecipa alle elezioni politiche del ‘58 e del ‘67, l’Unione autonomisti padani di Ugo Gavazzeni che approva il suo statuto a Pontida, sempre nel ‘67, federando gruppi autonomisti lombardi, trentini, friulani e piemontesi. Anche se non si tratta di un’elaborazione ideologica vera e propria ma di un diffuso senso comune. Dopo essere sopravvissuto per decenni tra le pieghe profonde del territorio, tenuto a bada nei suoi accenti più reazionari dal partito cattolico, si rigenera e riemerge brutalmente in superficie quando la Dc crolla sotto i colpi delle inchieste giudiziarie.

Nella tua ricerca sostieni che la sua matrice politico-culturale risale ancora più indietro?
Rimonta alla tradizione cattolica antiliberale, al riflesso antigiacobino del clero legittimista, al retroterra guelfo e papalino che fa proprio il discorso del governo locale e delle autonomie e che si lega alle insorgenze popolari delle valli che vissero in modo ostile la campagna bonapartista, il triennio giacobino con le sue riforme che mettevano in discussione i vecchi diritti consuetudinari concessi dalla Serenissima, il Risorgimento delle élites urbane massoniche e rimasero indifferenti alla Resistenza egemonizzata dai comunisti.

Come si concilia tutto ciò col paganesimo delle ampolle e i matrimoni celtici?
Alcuni di questi riti sono inventati, come nel caso dell’ampolla, altri sono ripresi e dirottati, come accade per il giuramento di Pontida. La Lega se ne appropria e li deforma reinventando un proprio mito delle origini. Mentre il rito dell’Ampolla rinvia piuttosto al paganesimo classico dell’estrema destra, il giuramento di Pontida risale alla tradizione neoguelfa, al momento della riconciliazione tra i cattolici rimasti fuori dalla vita politica nazionale e lo Stato italiano. I leghisti ne capovolgono il simbolismo originario per trasformarlo in un patto contro Roma. L’esatto contrario del significato attribuito dalla tradizione neoguelfa che vedeva in Roma la sede del papato.

Non credi che la doppiezza sia uno degli strumenti che hanno favorito il successo alla Lega? Buona parte della sua retorica politica ricorre agli attacchi contro la casta dei politici, i giri di valzer, quando loro stessi sono una delle espressioni più compiute di questo trasformismo. In 20 anni sono passati dall’ultraliberismo delle origini al colbertismo tremontiano, dal paganesimo all’asse col Vaticano, dalla mistica celtica al clericalismo bigotto, la difesa del crocifisso e di Gerusalemme liberata. Dipinta come l’unico e l’ultimo partito ideologico, sembra piuttosto il partito delle giravolte…. La stessa cosa non sembra praticabile a sinistra, dove l’elettorato non perdona il doppio linguaggio e sanziona la doppiezza. Gli elettori della Lega al contrario la premiano.
Non credo che sia proprio così, i militanti vivono male queste giravolte, almeno i più coerenti, c’è un turn over importante nel partito. Gli elettori invece si soffermano solo sulle principali parole d’ordine mai cambiate, quelle contro “Roma ladrona”, “Prima la nostra gente” ecc. Credo che la Lega rappresenti bene le contraddizioni della gente delle provincie bianche. Per esempio il libertinaggio di fatto e il bigottismo di facciata. Questa incoerenza lampante tra i discorsi moralistici e i comportamenti sociali è qualcosa di assai sorprendente per una francese. Anche in economia, più che di colbertismo parlerei di mercantilismo. Sono liberisti quando gli conviene e protezionisti quando si sentono in difficoltà. Hanno una concezione aggressiva delle relazioni commerciali. Non credo che il governo italiano assecondi le imprese come fa il governo francese, soprattutto quelle piccole e medie del Nord-Est che la Lega rappresenta.

Eppure la Lega sfonda in territori nuovi, oltrepassa i confini delle antiche provincie neoguelfe.
La Lega riesce ad avere successo perché non incarna la critica della politica ma la sua parodia. Scimmiottando il potere in qualche modo contribuisce alla dissoluzione del sistema stesso, non al suo rilancio. Nella strategia comunicativa dei suoi leader vi è un uso cosciente del registro buffonesco, del carnevalesco, della maschera. Umberto Bossi e Roberto Maroni hanno studiato a fondo la cultura dialettale. Ai suoi inizi radio Padania era paradossalmente una emittente di sinistra che difendeva la cultura locale, il dialetto, i temi della cultura popolare. Bossi tiene le sue prime conferenze sul dialetto all’inizio degli anni 80. La riattivazione degli stereotipi locali è servita a creare un sentimento d’appartenenza identitaria. In ogni singolo territorio la Lega ha riattivato degli stereotipi che creano legame sociale, un po’ come delle bandiere. La sinistra forse lo ha dimenticato ma i comunisti davano importanza alle maschere, negli anni 50 organizzavano il carnevale per consolidare il legame con le classi popolari.

Nel libro evochi il gozzuto Gioppino, folkloristico valligiano bergamasco la cui idiozia era valorizzata come “un dono di natura”, per sostenere che anche i dirigenti leghisti camuffano la loro astuzia avvolgendola nella grossolanità.
E’ quello che chiamo uso della maschera. Ad un certo punto anche il raffinato professor Tremonti è arrivato a dichiarare: «Noi siamo gente semplice, poche volte ci capita di leggere un libro… ». Recitare la parte dei finti sciocchi serve per sentirsi autorizzati a pronunciare qualsiasi cosa. Presentare il discorso razzista facendo uso del registro comico è una delle strategie tipiche dell’estrema destra. Basti guardare a come Céline camuffa nei suoi testi il razzismo attraverso la derisione e la comicità. Si tratta di una tecnica per far passare l’indicibile, renderlo udibile infrangendo il muro dell’intollerabile fino a sedimentare un senso comune che a forza di minimizzare accetta tutto. Spesso i militanti e i partecipanti ai comizi prendono le distanze e deridono gli eccessi verbali dei dirigenti della Lega. Un modo per esorcizzare e mettersi la coscienza a posto.

A me sembra un gioco molto serio questo osare e imporre il punto di vista di quella porzione di società che rappresentano.
In realtà provocano per ristabilire l’ordine legittimo. Un passo avanti per poterne fare due indietro. Osano, giocano la provocazione carnevalesca per suscitare un riflesso d’ordine. Non mirano alla rottura ma alla restaurazione.

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