Indulto e crollo della recidiva: una lezione che non piace a Marco Travaglio

Al pubblico ministero d’Italia non va giù che l’indulto abbia contribuito a ridurre il numero dei reati

Paolo Persichetti
Liberazione 26 agosto 2009

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Ci mancava proprio lui, don Manetta. La calura ci aveva liberato per un po’ dalle sue requisitorie.
Marco Travaglio è tornato a prendersela con l’indulto. Sull’Espresso (20 agosto) definisce un «presunto ragionamento portentoso» l’analisi dei dati della ricerca di Giovanni Torrente, (http://www.ristretti.it/commenti/2009/maggio/pdf15/ricerca_torrente.pdf.) dell’università di Torino, che hanno dimostrato come indulto, benefici e misure alternative, abbiano abbattuto la recidiva delittuosa. Insomma fatto calare i reati. Una cocente sconfitta per i giustizialisti della sua risma.
A Travaglio i numeri non piacciono. Li preferisce solo se declinati in anni di galera, altrimenti adora le parole, ma solo dei pentiti, soprattutto se de relato. È uno da buco della serratura che si trastulla con le intercettazioni telefoniche. Per il pubblico ministero d’Italia, se la recidiva è crollata è solo perché i furfanti non sono stati ancora presi. Aspettate e vedrete, dice. Un vero puzzone, uno di quelli che pur di non starci è disposto a fare carte false.
Caro dottor Manetta a essere calati sono i fatti-reato. Se ci sono meno denunce vuole dire che ci sono stati meno delitti, non meno persone arrestate. Anzi quelle aumentano per effetto di leggi che puniscono l’uso di droghe e la migrazione clandestina. Così le carceri scoppiano.
Ci sono due cose che Travaglio non capirà mai: la prima è che solo a metà degli anni 70 l’Italia ha toccato il suo minimo storico di detenuti. Quando la gente ha una speranza e lotta, non ruba. La seconda è che la pensa come Martelli e Craxi, che per primi introdussero la politica della tolleranza zero.

Link
Giovanni Torrente, indulto. La verità, tutta la verità, nient’altro che la verità.pdf.

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Paolo Persichetti
Liberazione
26 agosto 2009

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Dopo il clamore delle proteste di Sollicciano e Como il silenziatore è tornato di nuovo sulle proteste nelle carceri. Eppure non c’è giorno che passa senza che vi siano battiture, agitazioni e incidenti. Franco Corleone, garante dei diritti dei detenuti del Comune di Firenze, ha reso noto il gesto estremo compiuto nei giorni scorsi da un detenuto marocchino rinchiuso a Sollicciano. Si è cucito la bocca contro il mancato rimpatrio. Solo così è riuscito ad ottenere quanto gli spettava per legge. L’automutilazione, ancora una volta, è servita a surrogare l’afasia provocata dall’inesorabile condizione d’invisibilità vissuta nelle carceri. C’è, nella sordità mostrata dalla società esterna, e dai media, una particolare forma d’ipocrisia. Solo se la protesta rompe gli argini si accendono i riflettori, per assistere poi a un’ipocrita rincorsa a lanciare appelli alla calma, a scagliare moniti contro «proteste condotte in forme incivili, altrimenti…» Altrimenti cosa? Appena tutto ritorna nei binari classici, le proteste perdono il sonoro, finiscono nella confusione del rumore di fondo che accompagna il mondo esterno. Il bromuro dell’ipocrisia legalitaria diventa vasellina da spalmare sulle condizioni d’invivibilità quotidiana che i detenuti dovrebbero accettare.

Tre metri a testa
Tre metri quadri a testa, invece dei sette e mezzo ritenuti legali. Per quanto ancora? Qualcuno gioca col fuoco? Fa l’apprendista stregone e spera davvero nel peggio per poi introdurre un’ulteriore torsione autoritaria e repressiva? A un mese dalla sentenza della Corte di Strasburgo che ha condannato l’Italia a risarcire un detenuto per il sovraffollamento carcerario (meno di 3 metri quadri a persona), un centinaio di segnalazioni analoghe sono giunte all’ufficio del ”Garante” di Antigone, Stefano Anastasia (difensorecivico@associazioneantigone.it).

Proteste ovunque
Mentre a Sollicciano è ripresa la battitura in vista dell’incontro che i detenuti avranno oggi con la direzione e dove presenteranno un documento, altrove battiture e contestazioni non sono mai cessate. Nel carcere di Vibo Valentia. giovedì scorso per protestare contro l’affollamento è stato appiccato un incendio. Contestazioni ci sono state a Venezia Santa Maria Maggiore (325 detenuti, anche in nove dentro celle da quattro su letti a castello) e Padova. Secondo quanto riferito dalla Uil Pa, i due episodi avrebbero assunto «gli aspetti di una vera rivolta, con celle distrutte, suppellettili divelte, coperte e giornali date alle fiamme». Nella casa di reclusione di Padova «una sessantina di detenuti stranieri hanno dato vita a una maxi rissa».  Battiture a Trani, estese a Foggia Casermette (700 detenuti per 380 posti). Lecce e Bari, poi al Mammaggialla di Viterbo, al Marassi di Genova e al Pagliarelli di Palermo. Alla “Rocca” di Forlì, sempre per protesta. un detenuto ha incendiato la cella e siccome gli estintori non funzionavano sono stati evacuati tra il panico 50 detenuti. Per protestare contro l’assenza d’acqua circa 200 dei 400 detenuti della casa circondariale di Pisa hanno appiccato, lunedì sera, il fuoco a cuscini, stracci, indumenti ed effetti personali e hanno lanciato bottiglie, bombolette del gas ed escrementi nei corridoi. Nel carcere di Frosinone (480 reclusi), un detenuto di 46 anni, Fabio T., originario di Roma, si è tolto la vita lunedì pomeriggio. Al Bassone di Como (560 detenuti, 150 in più del previsto), sette detenuti, considerati gli animatori della protesta della scorsa settimana, sono stati “sfollati” a Monza, Vigevano e Pavia. I parlamentari che ad agosto hanno fatto visita nelle carceri e le associazioni che tutelano i diritti dei detenuti devono fare attenzione perché questo genere di trasferimenti punitivi vengono spesso seguiti da accoglienze particolarmente brusche da parte del personale di custodia dei nuovi istituti.

Detenuti stranieri discriminati
Nel pacchetto sicurezza, entrato in vigore l’8 agosto, c’è una norma che vieta l’attribuzione del codice fiscale agli stranieri senza permesso di soggiorno. Nelle carceri italiane sono circa il 40 per cento, con punte del 70% al nord. Questa disposizione esclude i detenuti stranieri dal lavoro in carcere, il che vuole dire sottrarre loro l’unica fonte di sostentamento che hanno) e dall’accesso alle misure alternative e ai benefici che sono fruibili unicamente in presenza di un contratto di lavoro (lavoro esterno, semilibertà, affidamento) per il quale è indispensabile il codice fiscale. Insomma oltre ad essere una misura particolarmente odiosa per il suo carattere discriminatorio che introduce un vero regime di apartheid, violando gli articoli 3 e 27 della costituzione, questa disposizione recepita nel testo unico di pubblica sicurezza amplifica ulteriormente l’effetto sovraffollamento.

Link
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