Luigi Ferrajoli, «Incostituzionale l’arbitrato preventivo previsto nella controriforma del diritto del lavoro»

Intervista a Luigi Ferrajoli, filosofo del diritto

Paolo Persichetti
Liberazione 9 marzo 2010

Uno scudo dei diritti, come quello iscritto nella legge n. 300 del 1970 denominata Statuto dei lavoratori, rappresenta uno strumento di difesa fondamentale nei cicli bassi della lotta di classe, nella fasi di estrema debolezza dei lavoratori. Per questo va difeso con le unghie e con i denti. Sulla spinta degli scioperi e delle occupazioni dell’“autunno caldo”, quel condensato di lotte operaie e cultura giuridica progressista che si erano lentamente fatti strada nel corso degli anni 60 riuscirono ad introdurre nel nostro ordinamento giuridico sanzioni normative volte ad assistere la figura del lavoratore subordinato emersa negli anni della grande crescita socio-economica della fabbrica fordista. La disciplina giuslavorista tradusse in parte l’alto livello d’autonomia raggiunto dalle lotte operaie, anche se all’epoca non mancarono critiche, soprattutto da parte di quei settori che esprimevano le vette più avanzate del conflitto, verso un intervento giuridico percepito come un “freno”, una sorta di “imbrigliamento” della potenza sociale delle lotte. Il nuovo diritto del lavoro approfondì il proprio intervento bilanciando la debolezza contrattuale del lavoratore subordinato di fronte alla controparte datoriale, attuando così i principi di democrazia economica e sociale sanciti nella Costituzione. Tale processo normativo fu caratterizzato dal riconoscimento per il lavoratore subordinato di diritti fondamentali individuali, da una regolamentazione dei sistemi di autodifesa collettiva e sindacale e nello stesso tempo da una serie di doveri e di limiti posti a freno del potere imprenditoriale nei luoghi di lavoro. Dopo anni d’intollerabile violazione dei principi costituzionali (basti ricordare la terribile vicenda delle schedature di migliaia di dipendenti Fiat fatte dall’azienda, raccontata da Bianca Guidetti Serra in un eccellente libro introdotto Stefano Rodotà, Le schedature Fiat. Cronache di un processo e altre cronache, Rosemberg e Sellier 1984), sprazzi di democrazia traversarono finalmente i cancelli delle fabbriche entrando anche negli altri luoghi di lavoro. Questo “compromesso sociale” è ormai sotto attacco da tre decenni. Colpo dopo colpo, sotto la spinta anche della rivoluzione tecno-produttiva del postfordismo, la civiltà giuridica dei diritti dei lavoratori è stata messa in crisi. La legge approvata al Senato la scorsa settimana mira definitivamente a smantellarla. Ma tra i punti di resistenza opponibili, insieme all’iniziativa politica e sociale che può trovare un primo appuntamento nello sciopero generale del 12 marzo, come proposto da Mario Tronti domenica su queste pagine, c’è la natura manifestamente incostituzionale della legge, come ci spiega il professor Luigi Ferrajoli.

Quali sono i maggiori profili d’incostituzionalità di questa legge?
Ce ne sono almeno due. Il più evidente è la violazione dell’articolo 24 della Costituzione, che stabilisce che «tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi». Si tratta di un diritto fondamentale, inalienabile e indisponibile. Questa legge prevede invece che al momento dell’assunzione il lavoratore possa rinunciare preventivamente alla garanzia giurisdizionale e accettare di affidare la decisione sui suoi diritti, incluso il diritto alla reintegrazione nel posto di lavoro previsto dall’art.18 in caso di licenziamento illegittimo, alla decisione equitativa di un arbitro privato. Questo è l’ultimo colpo portato non solo all’art.18, ma all’intero diritto del lavoro.

Dunque se l’arbitrato fosse una scelta successiva, intrapresa durante la controversia tra le parti, non sarebbe incostituzionale?
Non c’è mica bisogno di una legge per stabilire una cosa del genere. Ma non è questo che interessa al governo, la cui unica intenzione è colpire i lavoratori. Di solito gli arbitrati si fanno tra grandi imprese, tra poteri forti che possono decidere di non perder tempo con avvocati, udienze, rinvii e impugnazioni e quindi di risolvere in questo modo le loro controversie. La situazione ipotizzata in questa legge è ben diversa. Qui si chiede alla parte debole del rapporto di lavoro una rinuncia preventiva ad agire in giudizio per la tutela dei propri diritti, i quali, oltre tutto, consistendo in diritti in materia di lavoro, sono anch’essi in via di principio indisponibili. E’ chiaro che in questo modo viene a mancare proprio il requisito della libera autodeterminazione. Il lavoratore, pur di essere assunto, firmerà qualsiasi cosa. Siamo insomma di fronte alla legalizzazione, ovviamente costituzionalmente illegittima, di una coercizione della volontà, di un vero e proprio ricatto, di un’alienazione giuridicamente inammissibile del diritto fondamentale di usufruire della garanzia giurisdizionale.

Qual è l’altro punto d’incostituzionalità?
Si tratta dell’articolo 32, che vincola il giudice ad un mero controllo formale sul “presupposto di legittimità” delle clausole generali e dei provvedimenti padronali, escludendone il «sindacato di merito sulle valutazioni tecniche, organizzative e produttive che competono al datore di lavoro». Ora è chiaro che le violazioni dei diritti dei lavoratori avvengono, di solito, nel merito delle decisioni, ben più che nella loro forma. Anche questa è perciò una riduzione degli spazi della giurisdizione e quindi del diritto dei lavoratori alla tutela giudiziaria dei loro diritti. Non basta. Non si era mai visto che il giudice venisse vincolato, nella sua attività interpretativa, a “certificazioni” stabilite da speciali commissioni di natura extragiudiziale. E invece è proprio questo che viene stabilito da un altro comma dell’art. 32 di questa legge. E anche questa è una chiara violazione, oltre che dell’art.24, dell’art.101 della Costituzione, secondo cui «i giudici sono soggetti soltanto alla legge». Insomma, siamo di fronte a una vera dissoluzione di tutte le garanzie giurisdizionali dei diritti dei lavoratori.

Link
1970, come la Fiat schedava gli operai
Alleva: “Pronto il referendum, questa legge è anticostituzionale”
Mario Tronti: 12 marzo 2010 “sciopero generale contro l’attacco ai diritti del lavoro”
“Cara figlia, con questa legge non saresti mai nata”
Cronache operaie

1970, come la Fiat schedava gli operai

Libri – Bianca Guidetti Serra, Le schedature Fiat. Cronaca di un processo e altre cronache, Rosenberg & Sellier 1984

G.G. Migone
L’Indice 1984, n. 1

Schedature Fiat“Understatement” è una parola inglese che, forse non a caso, non trova il suo corrispettivo nella lingua italiana. Quando un avvenimento, un giudizio, un concetto viene riferito sotto tono, senza enfasi retorica, ma addirittura in maniera riduttiva, si dà luogo ad un understatement. Paradossalmente, quando viene usato per descrivere fatti particolarmente gravi o drammatici, l’understatement può servire a dare maggiore rilievo alla cruda realtà. È questo il modo in cui Bianca Guidetti Serra (che da molti anni si distingue per il suo impegno civile e professionale nelle aule dei tribunali penali) ancora una volta ha fatto sentire la sua voce attraverso un volume intitolato “Le schedature Fiat”. Che i suoi bisbigli promettessero di risultare fastidiosi è dimostrato dal fatto che il suo libro in un primo tempo fosse stato addirittura stampato dalla casa editrice Einaudi, ma mai distribuito, e anche dal silenzio con cui è stata accolta dalla stampa l’edizione preparata dalla Rosenberg e che Stefano Rodotà non ha esitato a introdurre.
La vicenda ricostruita dalla Guidetti venne alla luce quasi casualmente. Il 24 settembre 1970 tale Caterino Ceresa intenta causa alla Fiat di fronte alla pretura del lavoro di Torino perché sostiene di aver prestato per anni la sua opera con una qualifica diversa da quella corrispondente alle sue effettive mansioni e di essere stato licenziato in tronco senza giusta causa. Mentre il Ceresa era stato assunto come fattorino, egli sostiene di aver trascorso il suo tempo a informare l’azienda con “ampie relazioni scritte, previe opportune e discrezionali indagini… in ordine alle qualità morali, ai trascorsi penali, alla rispettabilità delle persone con le quali la società stessa era o doveva entrare in relazione”.
Ceresa perde la causa, ma l’ordinanza del pretore Angelo Converso mette in moto un procedimento contro quei funzionari della Fiat che, alle dipendenze dell’ex colonnello Mario Cellerino, dirigono l’ufficio affari generali, appositamente addetto a investigare sui singoli per conto della Fiat sulla base di notizie che, secondo Converso, “non potevano pervenire se non da Organi e Uffici del Servizio di Polizia di Sicurezza e dall’ Arma dei Carabinieri “.
Poco meno di un mese più tardi, in piena estate, il pretore a cui è stato affidato il nuovo procedimento, Raffaele Guariniello, accompagnato da alcuni pubblici ufficiali particolarmente fidati, si presenta nei locali della Fiat e sequestra uno straordinario materiale, tra cui 354.077 schede personali, che documenta una ventennale attività di informazione, con l’evidente scopo di valutare gli avvenimenti politici e ideologici (oltre che la vita privata) dei suoi interlocutori, prima di deliberarne l’assunzione o la successiva destinazione.
Opportunamente, la Guidetti lascia parlare i documenti, riportando molti giudizi contenuti nelle schede. Così apprendiamo che C.A. nel 1951 veniva giudicato “prepotente e impulsivo… spesso viene notato in compagnia di elementi sospetti tanto dal lato morale quanto da quello politico”.
Se poi vi fosse qualche dubbio sulla direzione verso cui erano indirizzati quei sospetti, basta una scheda, come quella dedicata a S.A., nel 1956, a dissiparli: “È iscritto alla Fiom. Attivista propagandista, schedato come tale viene saltuariamente vigilato dai competenti organi di polizia. Politicamente pericoloso in caso di sommosse”. Le schede dedicate alle donne sono simpaticamente generose di annotazioni sulla loro vita privata, accanro a quelle di indole politica, come nel caso di C.C. (1954): “Comunista moderata. Detiene (sic) la bandiera del Pci in casa e in tutte le cerimonie, manifestazioni sia di partito che per il lutto di qualche compagno essa ha l’incarico di portarla. Pare che l’amante della C. stessa attualmente si trovi in carcere. Nella casa non di rado era notato e per di più di sera”.
Un’analisi linguistica e dei contenuti di queste schede, piene di maiuscole e di affermazioni apodittiche, potrebbe servire a un’interessante ricostruzione dei valori e della cultura di una certa gerarcilia aziendale. Forse ancora più interessante è la ricostruzione dei modi con cui venne realizzata questa operazione di spionaggio per almeno un ventennio, così come emerge dalle pagine della Guidetti e dai documenti processuali. Infatti, l’attività spionistica si imperniava sull’asservimento, da parte della Fiat, delle autorità statali preposte alla sicurezza nell’area torinese (e non solo torinese). Nella Fiat funzionavano gli uffici del colonnello Cellerino (significativamente, prima di essere assunto alla Fiat, aveva rappresentato l’aeronautica nel garantire la sicurezza della produzione militare), ma essi non potevano funzionare senza la totale disponibilità di carabinieri e pubblica sicurezza nel mettere a disposizione dell’azienda i propri strumenti di informazione (dagli schedari alle conversazioni di sottoufficiali con compiacenti portinaie, parroci, bottegai e vicini di casa). Così si apprende che, con l’autorizzazione dimostrata di direttori generali e capi del personale (gli imputati Bono, Garino e Cuttica, ad esempio), il capo del Sid di Torino, il maggiore dei carabinieri Enrico Stettermayer, anche con un occhio di riguardo alla sua situazione famigliare,”purtroppo… molto precaria”, percepiva dall’azienda un mensile di 150.000 lire che integravano il suo magro stipendio statale (siamo alla fine del 1970) . Altri funzionari di pubblica sicurezza godeva già di un trattamento analogo. Era poi capillare l’uso di regalie naralizie che con “cinica taccagneria” (sono parole tratte dalla sentenza dei giudici del tribunale di Napoli) venivano elargiti a piccoli e grandi servitori dello stato. Ecco, a titolo di esempio, come venivano gratificati alcuni alti funzionari della questura di Torino: “questore: De Nardis comm. dott. Filippo (vaso grande argento con cioccolatini). Vicequestore: Mastronardi dott. Giuliano (portasigarette Guillochè grande)”, via via all'”orologio a cipolla È 1 Kg. cioccolatini” del M.llo Cordisco Roberto e delle tre bottiglie di Bourgogne del M.llo Musetta Marcello, entrambi del nucleo Sios di Milano.
Anche se il processo è stato allontanato dalla sua sede naturale di Torino, la vicenda si conclude con una sentenza di condanna sia di corruttori che di corrotti, successivamente confermata dalla corte d’appello, anche se i termini di prescrizione salvano gli imputati dalle pene di detenzione inflitte. La Guidetti cita ampiamente le due sentenze che mettono in rilievo incostituzionalità delle discriminazioni politiche inflitte a singoli cittadini; l’uso delittuoso di pubblici funzionari; l’attività corruttrice dell’azienda, sotto la responsabilità dimostrata di alcuni dei suoi massimi dirigenti. Perché, allora, merita ancora oggi la nostra attenzione? Non si tratta, tutto sommato, di una serie di episodi che testimoniano una miserla umana da cui nessuna grande istituzione, privata o pubblica, è immune?
In realtà le pagine documentatissime della Guidetti, abituata alla precisione anche formale richiesta dalle procedure giudiziarie, sollevano grandi problemi anche di attualità. Negli ultimi rnesi gli attuali dirigenti della Fiat (e non solo della F;iat) hanno rivendicato il patrimonio storico della loro azienda, non esclusa la lunga fase della gestione vallettiana. Troppo spesso si è risposto limitandosl a mettere in luce i costi umani di quelle politiche, senza sottolineare come procedure e atti come quelli documentati dalla Guidetti, insieme con altri fatti e avvenimenti analoghi, rivelino un tipo di imprenditorialità assai diversa da quella vantata e che definirei frutto di una vera e propria falsa coscienza di troppi imprenditori e padroni italiani. Essi amano descriversi, nel passato come nel presente, come uomini d’azione disposti a rischiare in proprio; attenti ai frutti dell’innovazione tecnologica; talora duri con i propri dipendenti, ma sempre nell’interesse della produttività della propria impresa che costituisce il vero bene comune. Sopratuttto, essi rappresentano il paese “che lavora e che produce” a dispetto della rendita e, talora, della corruzione del settore pubblico.
Il libro della Guidetti aiuta invece a comprendere la peculiarità del modello imprenditoriale italiano, che è quello del rapporto con lo stato; anzi, della capacità di appropriarsi dello stato e dei suoi organi in funzione dell’interesse aziendale, nelle piccole come nelle grandi cose. Su questo piano l’opera, ad esempio, di Valletta era veramente geniale. Che si trattasse di utilizzare e contenere le passioni “maccartiste”dell’ambasciatore Luce, o di spiegare al presidente Kennedy le modalità più efficaci per finanziare il partito socialisra, all’epoca della costituzione del primo governo di centrosinistra, Valletta sapeva inserire il suo disegno aziendale all’interno di una politica estera statuale che talora egli conduceva in prima persona.
Analogamente, la polizia, i carabinieri, insomma lo stato che emerge dalle pagine della Guidetti, si lascia organizzare in funzione degli interessi aziendali. Siamo ben oltre la parola d’ordine del presidente della General Motors (“Ciò che è nell’interesse della G.M. è nell’interesse degli Stati Uniti.”), famigerata anche in uno stato di netto stampo capitalistico.
Qui lo stato viene piegato e deformato dalla Fiat; i suoi funzionari bianditi o corrotti; le sue esili strutture sostenute ma soggiogate. Persino la cancelleria degli uffici viene donata dalla Fiat, mentre ricordo come, all’inizio degli anni settanta, i sindacati scoprirono con raccapriccio che uno stuolo di impiegati della Fiat erano distaccati presso la prefettura di Torino.
In fondo non vi è da stupirsi. Il modello vallettiano si appropria di una parte dello stato esattamente come pretende di organizzare la chiesa all’interno dell’azienda (con i pellegrinaggi a Lourdes e mons. Tinivella che viene candidato dalla Fiat come arcivescovo di Torino) e di soggiogare quella parte del sindacato che esso non discrimina (dal Sida alla Uil di Viglianesi). Non solo manca il senso dello staro (liberale e capitalista), ma anche quello della legalità. Le leggi – che pure sono il frutto di rapporti di forza sociali – stanno strette anche a coloro che ne hanno determinato il contenuto. È in questo clima che si sviluppa quella criminalità economica di cui parlario i giudici del tribunale di Napoli. È anche in questo contesto che appare normale prescindere dal rispetto dei più elementari diritti democratici. Si afferma che il sindacato costituisca una garanzia per il piuralismo politico e, quindi, per la libertà all’interno della società.
E sia. Ma occorre essere marxisti per porre il problema della democrazia all’interno delle singole unità produttive? Sono passati alcuni anni, probabilmente sono mutate le forme di controllo politico all’interno della stessa Fiat, ma questo problema resta, alla Fiat come altrove.
Bianca Guidetti Serra afferma di avere scritto una semplice cronaca. Eppure, un segno distintivo di un’opera di storia si rileva nel rapporto che stabilisce con l’epoca in cui viene scri¡ta. Ad esempio i “Magnati e popolani” di Salvemini furono importanti perché scritti nei torbidi anni di fine Ottocento, così come non è possibile ignorare che il libro dedicato da Venturi alla giovinezza di Diderot fu scritto alla vigilia della seconda guerra mondiale. Così, “Le schedature Fiat” di Bianca Guidetti Serra vengono pubblicate nel 1984.

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