Tangentopoli, «la finta rivoluzione compie vent’anni»

L’intervista – Sono passati vent’anni dall’arresto di Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio di Milano, che diede il via a Mani Pulite. Tangentopoli «fu una falsa rivoluzione. Quella vera la può fare solo la politica, i processi penali non trasformano la società. E ad alimentare questo falso mito contribuì la stampa», secondo il cronista giudiziario Frank Cimini, uno dei giornalisti che più da vicino ha vissuto gli anni di Mani Pulite

Manuela D’Alessandro
17 febbraio 2012
Fonte: http://www.linkiesta.it/mani-pulite-tangentopoli

 

Non lo dice adesso che sono passati vent’anni e una revisione critica di quei fatti appare fisiologica, prima che doverosa. Lo scriveva, unico, già allora, quando i giornalisti erano i “cantori” del pool di toghe milanesi guidato da Antonio Di Pietro. «Tangentopoli è una falsa rivoluzione e i magistrati finti eroi che volevano accrescere il potere della loro casta». Sotto la barba ispida e nera e lo sguardo acuto di Frank Cimini sono passati trent’anni di cronaca giudiziaria milanese. Tra i capitoli più turbolenti, “Mani Pulite”.
Cimini fu il primo a prendersi una querela dai magistrati che indagavano sulla corruzione. «Il pool mi chiese 400 milioni per un articolo pubblicato nel 1993 sul Il Mattino intitolato “Latitante, ripassi domani” in cui spiegavo che i pubblici ministeri non volevano interrogare un manager della Fiat perché temevano raccontasse le tangenti all’ombra dell’azienda torinese, verso la quale la Procura mantenne sempre un trattamento di favore. Persi in primo grado, ma vinsi in appello». Per Cimini ci sarebbe un “epitaffio” efficace in grado di commemorare Tangentopoli. «L’unico modo serio e paradossale di celebrare quest’anniversario sarebbe apporre una targa con incise le parole intercettate dal Gico della Guardia di Finanza al banchiere Francesco Pacini Battaglia: “A me Di Pietro e Lucibello mi hanno sbancato, si pagò per uscire da Mani Pulite”».

Perché proprio quelle parole per ricordare un fenomeno complesso come Tangentopoli?
Mani Pulite è caratterizzata da una serie di imputati, tra i quali lo stesso Pacini Battaglia, Prada, Redaelli, che erano difesi dall’avvocato Giuseppe Lucibello, intimo amico di Di Pietro. Nell’ intercettazione si faceva riferimento all’unica disastrosa operazione finanziaria compiuta da Pacini Battaglia a vantaggio del costruttore Antonio D’Adamo, che a Di Pietro aveva regalato un cellulare e una macchina.

Di Pietro venne però assolto per quella vicenda dopo essere stato indagato dalla Procura di Brescia per concussione.
Fu prosciolto perché l’Anm, per la prima e unica volta nella sua storia, si schierò con un indagato, ed era Di Pietro, che non si poteva toccare. Al di là dell’esito giudiziario, ci sono dei fatti storici che lo stesso pubblico ministero non ha mai smentito: il prestito di 100 milioni di lire ricevuto da Giancarlo Gorrini e poi restituito dal magistrato in una scatola delle scarpe, il figlio del magistrato che lavorava per lo stesso Gorrini, i vestiti che Di Pietro comprava in una boutique di Porta Venezia e il costruttore D’Adamo pagava. Questo era l’uomo simbolo di Mani Pulite.

Da dove arriva quella che lei inquadra come l’onnipotenza di Di Pietro e dei magistrati che lo affiancavano? Come nasce Mani Pulite?

Mani Pulite è potuta scoppiare per un’anomalia tutta italiana. I partiti si erano molto indeboliti perché avevano delegato completamente alla magistratura la soluzione della vera emergenza di quegli anni, il terrorismo. La magistratura acquistò un enorme credito verso i politici che, in quegli anni, si erano dimostrati incapaci di dare una risposta agli “anni di piombo” ed erano impegnati a ingrassare alle spalle degli imprenditori.

Ma prima del 1992 la politica non era corrotta? E perché la magistratura non perseguiva i politici corrotti?
Prima del 1992 le notizie di reato c’erano, eccome, ma si faceva finta di niente per due ragioni. La prima era di politica internazionale. Fino al 1989, anno della caduta del muro di Berlino, le forze politiche italiane costituivano un blocco molto unito, impossibile da scalfire. La seconda era quella a cui accennavo prima: la politica era un potere forte che s’indebolì in seguito all’incapacità di trovare una soluzione politica per la madre di tutte le emergenze, il terrorismo. Certamente è innegabile che la politica “facilitò” il lavoro della magistratura perché era largamente corrotta.

Nella sua azione contro la corruzione, la magistratura usò metodi oggi riconosciuti da molti come non rispettosi della Costituzione. È d’accordo?

È vero. Il pool fece violenza sulla Costituzione. Mi ricordo quei magistrati andare in televisione e parlare senza contraddittorio, da eroi intoccabili. Si verificò, inoltre, un uso spropositato della custodia cautelare, e si registrarono tanti episodi di arroganza e mancanza di umanità. Uno su tutti: quando Borrelli negò all’indagato Pillitteri di andare ai funerali del cognato Bettino Craxi nel 2000.

Il comportamento dei magistrati è colpevole anche nella rilettura di alcuni suicidi di detenuti eccellenti?
Raul Gardini, che si tolse la vita, fu trattato come un delinquente. Chiese di poter essere interrogato, ma non gli venne concesso. A differenza di quanto accadde per Romiti e De Benedetti che ebbero questa opportunità. Cusani, che non aveva incarichi in Montedison, fu condannato al doppio della pena rispetto a Carlo Sama, dotato di poteri a lui ben superiori, perché non collaborò. Nacque in quegli anni l’idea di premiare chi collaborava coi magistrati. Alcuni indagati che non collaborarono arrivarono a togliersi la vita.

Perché la magistratura esercitò quelli che definisce abusi di potere?

Perché, a parte Di Pietro, che agiva per sua vanità e tornaconto personale, gli altri volevano accrescere il potere della casta, arrivare a governare il paese. Tanto che Borrelli, a un certo punto, disse: “Se il Presidente della Repubblica ci chiama per governare, noi dobbiamo andare”. Nella sua opera fu aiutata anche dagli avvocati che, pur di ottenere le parcelle milionarie, si vendevano alla Procura i loro assistiti. Tanti di questi legali poi sono diventati garantisti, ma allora funzionava così, quello era il clima.

Prima ha detto che alcuni imprenditori furono salvati. Chi erano e perché gli si risparmiò l’umiliazione del carcere?
Cominciamo dalla Fiat, che era intoccabile. Andò così. Agnelli, che allora non aveva poteri formali all’interno dell’azienda, disse: “Dobbiamo uscirne”. Allora Romiti si presentò a Di Pietro e, in un memoriale, elencò le tangenti che la Fiat aveva pagato, ma, come poi emergerà da altre indagini, quello rappresentò l’inquinamento probatorio più clamoroso di Mani Pulite perché erano più le tangenti nascoste da Romiti che quelle rivelate. Nei giorni seguenti, si svolse una riunione negli uffici di Borrelli, a cui partecipò anche l’avvocato Giandomenico Pisapia, il papà di Giuliano, legale dell’azienda, e dal quel momento le indagini si fermarono. La stessa cosa accadde per De Benedetti, che presentò un memoriale in cui ometteva molte cose, ma si salvò.

Parte della vulgata su Tangentopoli, alimentata anche da una lettura degli eventi di Berlusconi, racconta che le “toghe rosse” risparmiarono il Pci-Pds. Come andò?
Questa delle “toghe rosse” è una becera leggenda berlusconiana. La verità è che i magistrati e in particolare Borrelli, uomo molto intelligente, sapeva che se si fosse indagato su tutte le forze politiche il Parlamento si sarebbe compattato contro la magistratura, avrebbe votato l’amnistia e i pm sarebbero andati a casa. L’unica che provò a indagare fu Tiziana Parenti ma tutto il pool la bloccò e chiese al gip l’archiviazione per Marcello Stefanini, il tesoriere diessino. Il gip si oppose all’archiviazione e invitò i pm a indagare sui rapporti tra Greganti e i vertici del partito, ma loro non fecero nulla.

Siamo a un bilancio. Quali sono stati gli esiti di Tangentopoli?
Fu una falsa rivoluzione. Quella vera la può fare solo la politica, i processi penali non trasformano la società. Ad alimentare questo falso mito contribuì la stampa perché gli editori erano sotto schiaffo del pool. In Italia nessuno ha dei bilanci puliti e venne sancito un patto tra editori e magistrati. Noi vi sosteniamo mediaticamente, voi ci salvate. Fino all’avviso di garanzia a Berlusconi, che cambiò le cose perché i suoi giornali si rivoltarono contro il pool, ero la sola voce critica in Procura. Litigavo spesso con D’Ambrosio, che pure stimavo.

Oggi Gherardo Colombo va nelle scuole e predica che va cambiata la società civile attraverso un’assimilazione delle regole. Ma anche allora la società civile sembrava pervasa da un moralismo anti – corruzione. 

La società civile non esiste ora e non esisteva allora. Il popolo si entusiasmò per il regicidio , ma poi ogni italiano, quando può, se ne frega e non paga le tasse. In Italia non c’è cultura delle regole. A Colombo, che ha scritto un libro intitolato “Farla Franca: la legge è uguale per tutti?”, io dico: l’hanno fatta franca gli imprenditori perché la magistratura li ha salvati; l’ha fatta franca Di Pietro perché per molto meno altri sono andati in galera. I magistrati facciano i magistrati, non hanno credibilità per dare lezioni di morale a nessuno.

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La scomparsa di Angelo Basone, operaio comunista ed ex brigatista

Antonio Savino
il manifesto 11 gennaio 2012


Angelo Basone, operaio comunista ed ex brigatista, non è più tra noi. La sua è una delle tante storie sommerse dell’Italia degli anni 68-80. Dentro una generazione in rivolta, erano in tanti i cavalieri dell’onda a dare l’assalto al cielo. Ci sentivamo grandi e forti, e il compagno Angelo era uno di noi. La storia di Angelo emigrante e operaio Fiat a Torino, è una come tante e insieme singolare. Sognatore di un mondo migliore, è diventato brigatista per motivi sociali, cavalcando onde gigantesche che hanno percorso il mare dei desideranti e dei resistenti in quel colorato e splendido tempo. Tutti giovani e tantissimi avevano costruito una società parallela, con una propria cultura, una propria lingua, un modo di vestirsi, di stare insieme, con un modo di comunicare e modi di lotta propri. Bombe e tentativi di colpi di stato prima, stato di polizia e leggi speciali, tribunali speciali e partitone unico al potere, assenza di opposizione parlamentare, insieme, hanno legittimato la galera per più di 15.000. E ancora, per i più tenaci, carceri speciali, carcere preventivo ricattatorio, torture, omicidi mirati, e successivamente tanta droga “agevolata” propinata alla generazione di rincalzo. Il motto sussurrato era “meglio drogato che brigatista”. Hanno falciato due generazioni per intero. I venti anni di giovani insorgenti sono stati zavorrati da anni di carcere duro senza se e senza ma e seppelliti sotto il tappeto della storia. Di quel periodo c’è solo il racconto retorico dei vincitori, quello dei vinti è stato messo all’indice, ricattato, oscurato. Un nuovo capitolo di “Proletari senza rivoluzione” si dovrebbe aprire per dare voce alla generazione dei senza storia e senza memoria. Perché con la morte non passi anche l’oblio. Questo dobbiamo ad Angelo e a tutti i compagni scomparsi.

Scioperi spontanei e solidarietà operaia nelle officine Sata di Melfi

Patron Marchionne: la paura paralizza il coraggio si organizza

E. Della Corte P. Caputo


Marchionne ringalluzzito dai recenti successi americani, un po’ gonfiati per convenienza di Obama – che intanto si barcamena per cercare di coprire i dati sulla disoccupazione che avanza con pillole di speranza – ci fa sapere che «l’Italia deve cambiare atteggiamento». Se in America, per la Chrysler (salvata dal fallimento dalle pensioni degli operai americani, e non certo dai presunti miracoli dell’apprendista stregone italo-canadese), si ricevono applausi e complimenti, in Italia non si possono ricevere fischi e insulti, lo spettacolo della produzione dell’auto in fondo è lo stesso, cambia solo il palcoscenico. E, poi, in Italia le vendite non tirano più come un tempo, «il tubo degli incentivi si è svuotato», è lui a dirlo, ma a guardar bene quello che si perde da un lato ritorna dall’altro visto che più le immatricolazioni Fiat crollano e più Marchionne ci guadagna, grazie al “giochetto” legato alle speculazioni finanziarie in atto per fare salire le azioni in borsa man mano che la Fiat deindustrializza. In ogni caso, finita la fase del mercato drogato bisogna fare i conti con il calo della domanda che si assesta su un milione e ottocentomila auto circa all’anno. La realtà della presunta competizione globale non dà spazio per le fastidiose richieste della Fiom, né tantomeno per la palude di Confindustria, e meno che mai per gli atteggiamenti distratti dello Stato che dovrebbe, invece, sostenere l’impresa a tutti i costi, così come tradizione vuole. L’imperativo categorico appuntato a quel “deve” assegna ruoli e compiti ai vassalli di turno, e suona come un monito per l’Italia intera e, come nei migliori casi di delirio d’onnipotenza, per gli oltre sessanta milioni di abitanti. Non ci sarebbe nulla da ridere (forse…) se la faccenda non vedesse coinvolti uomini e donne in carne ed ossa, costretti a svendere quotidianamente le proprie vite sulla catena di montaggio, perché la partita rilevante si gioca lì. La crisi è stata per il padronato un buon argomento per cercare di riportare le relazioni industriali nel clima degli anni ’50, ai tempi di Valletta, e per far passare sotto ricatto a Pomigliano e a Mirafiori condizioni capestro, cercando di escludere dalla contrattazione la fastidiosa Fiom e i suoi delegati (per non parlare dei Cobas). In realtà le rappresaglie ed i ripulisti erano iniziati già da un po’, quando ad esempio a Melfi hanno cercato di licenziare un paio di operai sconvenienti per l’azienda o, in modo più capillare e impercettibile, quando quotidianamente si dispensano avvisi disciplinari, nefasto preludio alla lettera di licenziamento, per ricordare alle maestranze chi comanda. Niente di nuovo sotto il sole, si dirà, in fondo il rapporto tra capitale e lavoro è segnato dall’andamento dei rapporti di forza: “quando sei incudine stai, quando sei martello dai”. Ma come accettare senza fiatare la richiesta incondizionata di obbedienza del patron quando il ritmo della linea aumenta e i corpi non riescono più a tenere il tempo? Come chinare il capo quando anni di lavoro a basso costo infiammano i tendini e la schiena di quegli operai (tanto che a Melfi i dati riguardanti operai/e con ridotte capacità lavorative, accertate dal medico aziendale, toccano circa il 50% dei lavoratori)? Il cambio di atteggiamento richiesto dal Marchionne di turno in cambio di investimenti incerti è difficile da sostenere, a meno che non si tratti di un delirio condiviso. Il timore sembra prender corpo ascoltando Bonanni che si affretta ad intervenire sulla vicenda sottolineando che il padronato in Italia ha ottenuto, prima che altrove, la regalia delle flessibilità numerica e temporale grazie al Sindacato e a Confindustria. E questo, aggiungiamo noi, è avvenuto non solo attraverso i nuovi dispositivi contrattuali capestro ma anche grazie al dispositivo che da anni vede le fabbriche Fiat funzionare con l’uso combinato di straordinari e cassa integrazione: miracolo italiano per ridurre i costi dell’impresa a svantaggio delle casse pubbliche. Sulla scena di questa vicenda non si può omettere che il clima nelle fabbriche Fiat in Italia non è dei migliori: c’è malcontento per i salari; l’erosione costante e progressiva dei diritti; il silenzio tattico di parte della politica e dei media; e, soprattutto, per le condizioni di lavoro. A Melfi, in Sata, proprio per protestare contro l’aumento unilaterale dei ritmi di produzione (a cui vanno aggiunti l’aumento progressivo dei provvedimenti disciplinari, gli spostamenti “anomali” di lavoratori all’interno della fabbrica, il mancato rispetto delle pause, ecc.), venerdì scorso i lavoratori della lastratura e dello stampaggio hanno “liberamente” proclamato uno sciopero. I manager aziendali, per aggirare l’intoppo, hanno comandato operai di altri reparti per sostituire i “ribelli” con lavoratori obbedienti e disciplinati e mandare così avanti la produzione. Per evitare di passare il testimone, i rebel hanno deciso di sospendere lo sciopero e di proclamarne un altro dopo una mezz’ora. L’azienda ha nuovamente reagito inviando altri lavoratori, ma questa volta l’arroganza padronale ha determinato lo sciopero per solidarietà anche in altri reparti della lastratura, per cui gli stessi sostituti hanno incrociato le braccia. Fiat voluntas Dei: la solidarietà vince sull’individualismo, i timori di rappresaglie e punizioni. Una storia delicata che nel clima di paura alimentato dalla crisi fa risuonare lo slogan: la paura paralizza il coraggio si organizza.

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Cronache operaie
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Il Marchionne del Grillo e l’operai da Fiat
Marchionne secondo Marx

Sergio Marchionne secondo Karl Marx

Sotto il maglione niente

Michele Prospero
il manifesto del 5 gennaio 2011


Già lo hanno promosso sul campo come l’uomo dell’anno. Eppure Marchionne ha solo recuperato un’idea vecchia, quella del puro e semplice ritorno alla percezione del plusvalore assoluto (prolungamento del tempo di lavoro, maggiore sfruttamento). L’amministratore delegato viene santificato proprio perché intende rinunciare al terreno più avanzato di competizione (la percezione di plusvalore relativo grazie all’impiego di sapere, all’uso dell’innovazione tecnica, all’ampliamento del capitale costante) scelto dal capitale nel ‘900 e recupera la abbagliante pretesa di comprimere i costi del lavoro ogni volta che le cose vanno male all’impresa.
Più che una strategia accorta in grado di ridare fiato a un’azienda che rotola in grande affanno nei mercati globali, si vede solo una pigra e costosa ossessione ideologica (dare comunque addosso al lavoro) che di sicuro non porterà molto lontano lo stabilimento torinese nel recupero di posizioni nelle vendite. Non è con il ripristino della sussunzione formale del lavoro al capitale (inasprimento del potere disciplinare, limitazioni della rappresentanza) che si assicura il ritrovamento di margini di profitto da parte di un’azienda malandata. Con l’accantonamento miope della tendenza storica verso la sussunzione reale del lavoro al capitale (con più diritti, consumi e consenso) si intraprende solo una soluzione regressiva e in definitiva di corto respiro: il ricatto di una non scelta tra chiusura e rinuncia a tutele.
Il problema colossale della Fiat peraltro non sembra affatto essere quello di produrre poco a causa di una elevata conflittualità ma semmai quello di piazzare molto poco di quanto sfornato con una certa facilità dagli stabilimenti dispersi in mezzo mondo. Si registra oggi per la Fiat un impressionante 26 per cento in meno nelle immatricolazioni rispetto allo scorso anno. Il costo del lavoro e la cancellazione dei diritti c’entrano ben poco quali ostacoli per inserirsi nel gioco globale se il nodo autentico del marchio torinese è quello non riuscire a vendere bene il suo prodotto. Anche per la Fiat si tratta di uscire da una classica crisi di sovrapproduzione che contrae la domanda e la propensione al consumo una volta che del tutto esauriti appaiono i ritrovati magici delle carte di credito, ed esangui si rivelano i palliativi delle furberie finanziarie. E invece di rispondere a questo tema (come garantire al lavoro un margine più ampio di consumo) si cercano delle inutili scappatoie.
Il problema odierno del capitalismo, e quindi di riflesso della Fiat, è di avere dinanzi una forza lavoro troppo impoverita per potersi permettere il lusso di acquistare macchine costose (un’auto di media cilindrata costa quanto un salario annuale di un lavoratore; a un giovane precario una utilitaria spreme almeno due anni di lavoro) e non affatto satolla per i diritti eccessivi che l’hanno resa pigra e soddisfatta. La domanda interna, drogata negli anni più recenti con il facile accesso al credito al consumo che suppliva alla perdita drastica di potere di acquisto reale dei salari, non cresce (non può), e le macchine restano del tutto invendute negli autosaloni. Chi in questi anni ha vinto – la piccola impresa, il commercio, il lavoro autonomo – non compra utilitarie, orienta su altri marchi e beni posizionali le proprie scelte di consumo.
La grande stampa plaude unanime alle mosse di Marchionne e alimenta la credenza che dalla sua profonda crisi strategica la Fiat uscirà solo se gli operai staranno in fabbrica con qualche pausa in meno, con diritti affievoliti e magari trattenendo i bisogni fisiologici nell’arco della giornata. Tanto rumore per nulla. Le decantate idee nuove del novello uomo dell’anno non rivelano alcuna cultura dell’innovazione in grado di ridare linfa a una grande azienda inginocchiata. La cura Marchionne è, per la ripresa di competitività, un’aspirina ridicola dinanzi a una malattia mortale. Di rilevante essa ha solo il truce volto politico di chi propone lo scambio indecente tra (pochi) investimenti e (residui) diritti.
Non ci vuole molto a conquistare i gradi di campione della modernizzazione in questo neocapitalismo che ha un volto antico. Troppo antico per non provocare sciagure. Marchionne piace al pensiero unico di oggi non perché in effetti sia un geniale manager dell’innovazione di processo e di prodotto, ma perché è un politico maldestro che stuzzica gli appetiti inconfessabili del capitalismo d’ogni tempo: abolire i diritti e però non tollerare alcun conflitto nella società e nella fabbrica. Se riuscirà a fare questo, cioè a ridurre il lavoratore a pura corporeità che vende le sue energie fisiche a un prezzo sempre inferiore senza però trovare alcun intralcio nella resistenza della forza lavoro organizzata, il manager con il maglione blu altro che uomo dell’anno, sarebbe l’uomo della provvidenza che dispensa miracoli mai riusciti a nessun capitano d’industria. Purtroppo non è così, non si ha pace su una polveriera. Il disagio di ceti senza più speranza diventa una cieca rivolta e non grande conflitto, impossibile quando il lavoro non trova più i suoi referenti politici.
Quella che si ostinano a chiamare sfida estrema all’insegna della modernità in realtà è solo una banale ricetta che suggerisce di lavorare per più tempo, con meno diritti. La grande impresa, con la ricetta Marchionne, cessa di essere un luogo di relativo rispetto del ruolo del sindacato per inseguire il modello sociale arcaico imposto dai padroncini con i loro migranti spremuti e acquistati a buon mercato. Il manager con il maglione blu, che in un solo giorno guadagna quanto incassa un suo operaio in due anni di lavoro, non inventa nulla, copia i rudi padroncini che tengono i sindacati al di fuori dei loro oscuri capannoni. Per questo piace. E’ il simbolo della grande impresa che, a corto di idee e di strategie efficaci, viene inghiottita dallo spirito selvaggio del piccolo padrone.
C’è scarsa creatività e audacia in tutto ciò. La porzione di capitale che in questi anni ha scrutato con una qualche diffidenza il poco elegante berlusconismo, sotto la regia di Marchionne, sta ricollocandosi ed è destinata a confluire nel blocco sociale della democrazia populista che ha schiantato le capacità innovative della società italiana. Condividono il declassamento definitivo dell’Italia a paese semi periferico destinato a bassi salari e a una scarna civiltà del diritto nel lavoro. Grande impresa, finanza e microcapitalismo stanno imponendo un nuovo modello di società a diritti impoveriti. Dev’essere così ovunque. Nelle fabbriche come negli uffici pubblici, nei laboratori artigiani come nelle scuole, nei capannoni del micro capitalismo territoriale come nelle università e nei centri di ricerca. L’innovazione significa precarietà, discesa (drammatica per i più giovani) dei salari ai livelli minimi della mera riproduzione fisica della forza lavoro. Ma l’Italia è già da anni agli ultimi posti al mondo per i salari, oltre c’è solo il precipizio.
Il miraggio cinese che attira l’amministratore delegato della Fiat è una follia improponibile. Con i salari di Pechino ci vorrebbero più di 30 anni di lavoro per comprare una punto. Il progetto Marchionne è in realtà una propaganda ideologica, non una terapia d’urto in grado di portare l’azienda fuori della sua crisi strutturale. Con il suo populismo padronale incasserà un successo politico ma non imprimerà alcuna svolta alle relazioni industriali. E per questo l’uomo dell’anno è per intero nel declino, non è una alternativa alla triste decadenza italiana. Marchionne insomma non è un grande manager consapevole dei ferrei imperativi del tempo globale, è piuttosto un piccolo ideologo politico che insegue i mulini a vento dell’umiliazione del lavoro e delle sue rappresentanze. Di crescita neanche a parlarne.

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Sevel (Fiat di Atessa in Abruzzo) alla Fiom: se scioperate chiediamo i danni

La Fiom proclama uno sciopero e la Fiat minaccia di chiedere i danni

14 settembre 2010


Dopo aver impedito l’ingresso a due dei tre licenziati di Melfi che la Fiom voleva portare in assemblea nello stabilimento della Sevel, lo scontro Fiat e Fiom-Cgil aumenta ancora di grado. Nello stabilimento di Atessa, in provincia di Chieti, con circa 5200 dipendenti dove la Fiat in joint-venture con i francesi della Peugeot-Citroën produce furgoni leggeri, l’azienda ha comunicato alle maestranze il ricorso a 4 sabati di seguito di lavoro straordinario. Fiom e Cobas hanno subito proclamato uno sciopero, che si è tenuto l’11 settembre, per l’intera giornata. Secondo i metalmeccanici della Cgil l’adesione sarebbe stata del 70%. Cifra contestata dalla Confindustria di Chieti, a cui si è subito accodata la Fim-Cisl, che invece ha parlato di un seguito del 20%. Per Bruno Vitali, responsabile della Fim, «oltre il 70% dei lavoratori della Sevel del primo turno ha lavorato disattendendo lo sciopero sullo straordinario contrattuale dichiarato da Fiom e Cobas». La Fim ha contestato anche il merito dell’astensione affermanndo che «la richiesta da contratto dei sabati lavorativi è una buona notizia per i lavoratori della Sevel. E’ segno di una ripresa del carico di lavoro che non va vanificata».
Lo sciopero era stato indetto per protestare contro la recente decisione di Federmeccanica di recedere dal contratto nazionale del 2008, l’ultimo firmato dalla Fiom; la mancata regolarizzazione di 1500 lavoratori precari; la non corresponsione del conguaglio sul premio di risultato annuale.
Attraverso la Confindustria di Chieti, la Fiat aveva inviato una lettera alla Fiom nella quale preannunciava l’intenzione, «qualora lo sciopero non venga revocato», di «agire nei vostri confronti per ottenere l’accertamento dell’illegittimità del vostro operato e la condanna dei responsabili al risarcimento danni» derivante dal fermo della produzione. Secondo la Sevel e la Confindustria di Chieti – città dove è nato l’amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne – lo sciopero sarebbe illegittimo perché proclamato sulla base di motivazioni «con tutta evidenza pretestuose e comunque tali da dimostrare che non si è in presenza di un corretto esercizio dei diritti sindacali». Per la Sevel lo sciopero configura un «inadempimento di quanto previsto dalla contrattazione collettiva» che consente all’ azienda di disporre di un certo numero di sabati lavorativi per rispondere alle richieste del mercato.
La Fiom di Chieti ha a sua volta replicato con una lettera alla Confindustria e alla Sevel: «Non si comprende ove risieda l’illegittimità dello sciopero proclamato, le ragioni delle vostre pretese e il fondamento giuridico delle richieste risarcitorie. Posto che il diritto di sciopero è costituzionalmente riconosciuto, le motivazioni addotte da questa organizzazione sindacale a suo fondamento traggono origine da problematiche contrattuali, retributive e occupazionali». La Fiom quindi riserva per se azioni «risarcitorie» degli eventuali danni richiesti. «Forse hanno sbagliato indirizzo – fa sapere la Fiom di Chieti-. La lettera dovevano mandarla a Pomigliano: lì gli altri hanno fatto un accordo con la Fiat che dice che il sabato non si può scioperare, ma nel resto d’ Italia non è così».

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Bonanni e la febbre del sabato sera
Askatasuna, in alto i toni sulla contestazione a Bonanni
Fumi che uccidono operai e fumogeni che fanno tacere sindacalisti collaborazionisti
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operai e azienda, la contrapposizione di interessi ci sarà sempre”
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Cronache operaie
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1970, come la Fiat schedava gli operai
Fumi di democrazia
Stragi del capitalismo: operai morti in cisterna, i precedenti degli ultimi anni

In alto i toni! sulla contestazione a Bonanni

Marchionne licenzia e chiede i danni a chi sciopera, pretende di scegliersi la controparte, disdice contratti firmati, vorrebbe una fabbrica di operai in silenzio e Bonanni che fa? Ovviamente è d’accordo

Centro Sociale Askatasuna – Torino
9 settembre 2010

Contestare qualcuno è legittimo, alla festa del Pd come in qualsiasi altro luogo. Se poi la festa si tiene in una piazza, libera e di tutti, lo è ancora di più.
Se quel qualcuno è Bonanni, è giusto persino di impedirgli di parlare. Le prese di posizione che trovano spazio sui giornali e sui tg di ieri e oggi lasciano alquanto dubbiosi per le categorie che si utilizzano (attacco violento, squadrista, ritorno agli anni di piombo) e per le soluzioni (isoliamo i violenti, abbassiamo i toni). Non appena accade un fatto si apre il circo della politica, quello che foraggia i Bonanni e i Letta, quello dei salotti televisivi, quello del volemose bene.
Bonanni è il responsabile di quanto sta avvenendo nel nostro paese con la Fiat e più in generale nel mondo del lavoro. E’ la sponda certa per Confindustria e Governo su qualsiasi argomento. Il sindacato che rappresenta si permette di estromettere un altro sindacato dalla contrattazione e dalla rappresentanza nonostante abbia più iscritti del suo. Quelli come Bonanni sono tra i tanti responsabili delle condizioni di vita e di lavoro che vive la gente, rappresentando gli interessi di chi non ne ha bisogno a discapito di chi lavora.
Togliere la parola a qualcuno non è una cosa così fuori dal mondo, del resto a quanti è tolta parola (e la dignità) tutti i giorni per le scelte dei vari Bonanni? I senza voce sono quelli (metalmeccanici o meno) che possono solo subire una vita di ricatti, che gente come “il nostro”, avvallano e perpetrano. Zittirlo è legittimo punto e basta.
Ora sui motivi della contestazione non entriamo neanche nel merito parchè sono così tanti e chiari che ci sembra di offendere chi legge. Sui modi possiamo spendere qualche parola perché chiamati in causa più volte e nelle maniere più fantasiose. I centri sociali non sono un’entità fuori dal mondo, estromessa dalla quotidianità, con soldati pronti a combattere la prossima battaglia. Sono luoghi dove trovano spazio tutti, lavoratori, studenti o disoccupati che siano, e in quello spazio, non solo fisico, si confrontano ed esprimono le tensioni di questa società. A differenza dei partiti, i collettivi e le soggettività che trovano spazio nei centri sociali intendono la democrazia come una pratica di partecipazione diretta, senza mediatori, senza rappresentanze. I “democratici” intendono la democrazia come un insieme di regole e norme alle quali far sottostare i governati, estromettendosene ed elevandosi a rappresentanti di tutto e tutti. E visto che questa è la democrazia, ebbene si siamo anti-democrtatici. La politica per noi non è un posto di lavoro, non è una carriera alla cui aspirare, è un mezzo per mettere in pratica i bisogni collettivi che questo sistema nega con tutti i mezzi che ha disposizione. Così è normale che vadano anche i centri sociali a contestare Bonanni, perché essi sono la voce di quanti non ce l’hanno, e a differenza dei partiti, senza voler rappresentare nessuno, mettono in pratica quello che molti lavoratori avrebbero voluto fare ma che non possono fare, limitandosi a insultare Bonanni davanti alla televisione.
Altro che abbassare i toni, qui i toni sono da accendere al massimo volume! E’ semplice per politici, opinionisti e sindacalisti patinati fare i discorsi che abbiamo letto sui giornali che richiamano al confronto , alla pacatezza, a tante belle parole. Ci dicono anche che così si rischia di rispolverare la figura del nemico o non quella di semplice avversario. Certo per chi fa parte della stessa cricca è normale che chi schiaccia o collaborare a schiacciare sotto i piedi i tuoi diritti minimi sia solo un avversario, come in una partita a briscola. E se gli devi dire qualcosa, glielo devi dire con gentilezza e abbassando i toni. Per noi non è così, crediamo ancora che esistano le categorie dei nemici, e questo mondo ce lo dimostra giorno dopo giorno, e siccome non partecipiamo a un torneo di carte, e la partita è la vita di tutti, indichiamo e avversiamo i nemici. Siamo di parte, e lottiamo per una parte sola di questa società: quella che lavora o non lavora, che è sottomessa a chi comanda e chi governa, quella delle fabbriche che chiudono e non sa come arrivare a fine mese. Padroni, proprietari, sindacalisti di mestiere, politici di professione, pennivendoli al soldo dei propri editori sanno far valere le loro ragioni molto bene!
Al resto delle considerazioni non diamo neanche spazio, il ritorno degli anni di piombo, la violenza estrema, lo squadrismo e tante altre parole le lasciamo al vento assieme a quelle tante altre che sentiamo in tv tutti i giorni. Avessimo mai sentito dire a Bersani parole del genere nei confronti degli squadristi veri, dei fascisti in doppiopetto, degli imprenditori delle varie cricche allora potremmo anche prenderle in considerazione.

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