Buttafuoco, “Saviano agita valori e codici di destra. Non regaliamolo alla sinistra”

Icona perfetta dell’immaginario superomista, Saviano agita valori e codici di destra. “E’ roba nostra, non regaliamolo alla sinistra, è un patriota, un cazzuto, uno che sa tenere una pistola in pugno, uno che sa sbrigarsela al modo dell’uomo vero”, spiega Pietrangelo Buttafuoco dopo che una lunga intervista apparsa su Panorama ha messo in luce risvolti ancora poco noti del nuovo portavoce dei professionisti dell’antimafia

Pietrangelo Buttafuoco
Libero 12 maggio 2010

Quando la scorta armata diventa una stampella per le idee, il pensiero muore

Quello del regalare gli eroi agli altri è lo sport preferito della destra. Altrimenti non si capirebbe tutta questa fretta di buttare Roberto Saviano in quell’album lì, tra le figurine del pensiero dominante della sinistra, magari in compagnia di Daniele Luttazzi, cacca compresa. Passa sempre in automatico un’idea. E cioè che la lotta alla criminalità sia un tratto distintivo dell’essere di sinistra. Un riflesso condizionato sottaciuto e mai dichiarato convince tutti – quelli di destra, tra i primi – che, insomma, l’impegno contro la mafia sia una cosa da comunisti. Ancora peggio: una cosa da magistrati comunisti. Tutto questo nel frattempo che mai, mai una volta, qualcuno abbia detto che perfino i due più potenti tra gli eroi, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, non corrispondevano al clichè cui ci siamo abituati per quieta obbedienza al pensiero dominante. Si potrà o no dire una volta per tutte che Falcone, appunto Falcone, da vivo era un socialista quando socialista significava Claudio Martelli, Bettino Craxi, Hammamet compresa? Si potrà o no dire e spiegare bene che Borsellino, appunto Borsellino, da vivo era un missino e che lo slogan “meglio vivere un giorno da Borsellino che cento da Ciancimino” è mutuato da un motto stupendamente fascista? Falcone e Borsellino morti hanno dovuto subire l’aggiustamento delle loro biografie ed è quasi da querela – si rischia la querela, oggi – ricordare come al funerale di Beppe Alfano, giornalista, ammazzato dalla mafia, c’era solo la fiamma tricolore. Quello dell’andare a fare la guerra alla mafia era l’istinto primo di ogni militante della destra, Angelo Nicosia, un valoroso deputato – e Giampaolo Pansa se lo ricorderà – all’alba della nascente Repubblica si prese le prime coltellate quando cominciò a stanarli i mafiosi tra i rimasugli ereditati dall’amministrazione d’occupazione anglo-americana. Ancora ieri, con odio sbruffone, nella sua Castelvetrano, il Matteo Messina Denaro, che è ancora oggi latitante tra i latitanti, durante le campagne elettorali faceva sapere ai suoi: “Per i fascisti mai”. Brucia ancora il ricordo di Cesare Mori, il prefetto di ferro voluto da Benito Mussolini che fece fuoco e fiamme sulla viva carne della mafia, mas-sa-cran-do-la. Nel nome di Mori tanti scelsero magistratura, polizia, militanza politica, certo anche Saviano – nel nome di Mori – riconosce quella vena che a Destra faceva scegliere sempre e comunque lo Stato e non l’Anti-Stato, lo ha scritto tante volte ma, si sa, è più facile che un cammello passi dalla cruna di un ago che a destra qualcuno si fermi a leggere, siamo fatti così noi di destra, ci nutriamo solo di comizi scritti. E mai una volta che si scriva un comizio che corrisponda alla verità delle cose perché – chissà – passa sempre questa idea che andare contro la Mafia è un vantaggio dato ai comunisti.
E così, di seguito, per li rami: ognuno che faccia il proprio dovere diventa, in automatico, uno di sinistra. Così vale per chi paga le tasse, per chi denuncia il pizzo, per chi sceglie le guardie e dice basta ai ladri. La stupidità congenita della destra, specie se dotata di microfono e di taccuino, è svelata in questo tic: regalare la battaglia di civiltà alla sinistra. La condanna della destra è tutta descritta in una scena: prendere le corna da terra – quelle degli evasori fiscali, quelle dei magnaccia, quelle degli assassini e quelle degli indifferenti – e mettersele in testa. E tutto questo mentre questo governo, con Roberto Maroni al Viminale, con decisioni sottoscritte da Silvio Berlusconi in persona, sta facendo piazza pulita della criminalità. Tutto questo mentre il mondo intero, con Gomorra sotto il braccio, trova in Roberto Saviano un esempio d’italiano mai visto fino ad oggi. Un italiano che non è, per come lo accusano da destra, un comunista con la barba di tre giorni ma, sempre che il termine non ci esponga alla querela, un patriota. Lui lo ha già scritto, lo ha già detto e lo ha già raccontato molte volte. Non c’è un angolo della vita di questo giovane scrittore che non sia stato svelato, anche al netto delle invidie e degli insulti. Furbizia compresa.
E’ solo uno cazzuto, uno che sa tenere una pistola in pugno, uno che sa sbrigarsela al modo dell’uomo vero, uno che è agli antipodi del fighetta, uno che non c’entra niente con tutti quelli che lo venerano, neppure con RaiTre che gli offre la tribuna, ma ancora meno c’entra con tutti quelli che vogliono togliere a lui e al suo libro i riflettori. Non c’entra con tutte le contumelie che gli lanciano addosso i suoi detrattori. Non assomiglia alle accuse che gli rivolgono, in una sola parola: tutto è tranne che un comunista. Tutto eccetto che un conformista, tutto fuorché un venerando somaro del pensiero dominante, sempre che si abbia la pazienza di leggerselo il suo pensiero, anche perché si rischia di perdersi ciò che può apparire balsamo alle meningi: come quando denuncia gli anni del saccheggio del centro-sinistra.
Ha solo la barba di tre giorni e poi – è vero – s’è nutrito alla fonte della grande letteratura maledetta: da Ezra Pound a Louis Ferdinand Celine. Però va avanti, è generoso, cerca negli altri quello che lui stesso ha assaporato: la libertà di pensarla sempre fuori da ogni schema. Può non piacere ma è un eroe. Avrebbe perfino pietas di Sandokan, il suo nemico, così come ebbe una sovrana ironia al processo, guardando in faccia tutta la feccia. Basta vederlo nell’interezza della sua fisicità. Si muove come in scena, mette in scena la romantica sovrapposizione dell’arte su tutto. E’ solo uno che sfida anche la sua stessa storia pur di fare l’unica rivoluzione necessaria: liberare il Sud dalla Mafia perché la Mafia c’è. E non è di destra. A meno che non si voglia farsela regalare. Giusto per fare a cambio con gli eroi.

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Detenzione domiciliare, tutto il potere ai giudici

Il governo cede alla Lega, Pd e Idv approvano. Scompare la “messa in prova”

Paolo Persichetti
Liberazione 12 maggio 2010

Lo «svuota carceri» si è trasformato nel suo esatto opposto: il «riempi celle». Come previsto il disegno di legge sulla concessione della detenzione domiciliare per chi deve scontare l’ultimo anno di detenzione è stato totalmente capovolto. In realtà era quello che volevano un po’ tutti, non solo gli esponenti della destra di governo più forcaioli, Lega ed ex missini con in testa Ignazio La Russa, quello della Suv regalatagli da Berlusconi, insieme al “perlustratore” della Tomba di Nerone Maurizio Gasparri. Ieri mattina alla Camera, in commissione Giustizia, è resuscitata la vecchia “Unità nazionale”. Un partito trasversale delle manette, con il Pd pronto a gettare la maschera e accettare in modo servile i diktat provenienti dalla lobby dei giudici, i giustizialisti dell’Idv e la maggioranza di governo, hanno accolto – con la sola opposizione di Rita Bernardini, la deputata radicale in sciopero della fame da 28 giorni – i tre emendamenti presentati a nome del governo dal sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo. Il primo riguarda l’abolizione dell’automatismo previsto inizialmente. La nuova norma sarà discrezionale e premiale (cioè legata alla valutazione complessiva della personalità del detenuto), mentre restano fuori le solite categorie (mafia, prigionieri politici, delinquenti abituali, reati sessuali). E’ stata recepita così la richiesta delle magistrature di sorveglianza che rivendicavano il potere di decisione sull’applicazione caso per caso dei domiciliari. Basta arrestarsi a questa semplice, quanto determinate, modifica per poter dichiarare l’avvenuta inutilità della legge che verrà approvata nei prossimi giorni. Addirittura, si vocifera, direttamente in commissione, quando solo poche settimane fa non era stato possibile a causa della contrarietà di Pd, Idv e Lega (sempre loro). Risultato: le prigioni resteranno affollate e disperate. L’estate sarà terribile.
L’esigenza di una nuova legge che permettesse di sfoltire in parte la calca presente nelle celle, e destinata ad aggravarsi ulteriormente nei prossimi mesi, nasceva proprio dalla constatazione che i meccanismi tradizionali previsti dalla Gozzini, i cosiddetti benefici penitenziari, non funzionano più da tempo a causa della sistematica disapplicazione delle norme da parte degli uffici di sorveglianza, dove da un buon decennio a questa parte si è installata una nuova generazione di magistrati oltranzisti della pena. Le cifre parlano da sole: se nel 2005 il numero dei benefici penitenziari e delle misure alternative al carcere accordati dagli uffici di sorveglianza ammontava a 40 mila, oggi siamo precipitati ad appena 10 mila mentre in Gran Bretagna sono “soltanto” 240 mila. La colpa del sovraffollamento non è solo delle leggi che fabbricano incarcerazione, come la Bossi-Fini sull’immigrazione, la Fini-Giovanardi sul consumo di droghe, la ex-Cirielli sulle maggiorazioni di pena per i reati commessi da chi non porta la camicia bianca, ma è dovuto anche a chi non scarcera nonostante la presenza di tutti i presupposti di legge, ovvero al ruolo nefasto giocato dalle magistrature di sorveglianza che boicottano i benefici penitenziari, ritardando l’accesso ai permessi, alla semilibertà, alla detenzione domiciliare già esistente, all’affidamento in prova.
Gli altri emendamenti approvati prevedono: la valutazione di idoneità al domicilio, che potrà essere anche una comunità terapeutica, una casa di cura o d’accoglienza, ma non i Cie per gli extracomunitari (unica nota positiva); lo stralcio della “messa in prova” che, se il giudice l’avesse ritenuto opportuno, avrebbe consentito di evitare il carcere per i reati punibili fino a un massimo di tre anni. Contemplato anche l’adeguamento dell’organico di polizia penitenziaria. La commissione tornerà a riunirsi oggi alle 10 per i subemendamenti. La Lega conta di tornare all’assalto per introdurre ulteriori limitazioni e vanificare del tutto il provvedimento. Chissà se la Grecia è vicina?

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Cronache carcerarie
Carceri, la truffa dei domiciliari: usciranno in pochi