Amnistia sociale, Livio Pepino: «Serve un’amnistia anche per i reati politici che vada oltre i delitti bagatellari»

Non una generica amnistia ma un’amnistia politica a tutti gli effetti che copra anche quei reati «commessi con finalità politiche, a causa e in occasione di agitazioni o manifestazioni sindacali o studentesche, o di agitazioni o manifestazioni attinenti a problemi del lavoro, dell’occupazione, della casa e della sicurezza sociale e in occasione ed a causa di manifestazioni ed agitazioni determinate da eventi di calamità naturali», come fu per l’amnistia del 1970.
Livio Pepino interviene con forza nel dibattito apertosi sulle pagine del manifesto per sostenere che «i cosiddetti provvedimenti di clemenza non devono riguardare solo i fatti di minima entità. Anche storicamente non è stato sempre così». L’ex magistrato, oggi in pensione, fondatore di Magistratura democratica, pensa «all’amnistia politica concessa con l’articolo 1 del decreto presidenziale 22 maggio 1970, per chiudere i seguiti penali della stagione del ’68-’69 nella quale, con riferimento al solo ultimo quadrimestre del 1969, erano state denunciate – secondo i dati, come sempre errati per difetto, del ministero dell’interno – 8.396 persone per 14.036 reati, tra i quali 235 per lesioni personali, 19 per devastazione e saccheggio, 4 per sequestro di persona, 124 per violenza privata, 1.610 per blocchi stradali e ferroviari, 29 per attentati alla sicurezza dei trasporti, 3.325 per invasione di aziende, terreni ed edifici e 1.376 per interruzione di pubblici servizi. Orbene l’amnistia si estese, allora, a tutti i reati «commessi, anche con finalità politiche, a causa e in occasione di agitazioni o manifestazioni sindacali o studentesche, o di agitazioni o manifestazioni attinenti a problemi del lavoro, dell’occupazione, della casa e della sicurezza sociale e in occasione ed a causa di manifestazioni ed agitazioni determinate da eventi di calamità naturali» punibili con una pena non superiore nel massimo a cinque anni e, sempre alle stesse condizioni, per la violenza o minaccia a corpo politico o amministrativo, la devastazione, gli attentati alla sicurezza di impianti, il porto illegale di armi o parte di esse e l’istigazione a commettere taluno dei reati anzidetti. Furono, dunque, amnistiati – se commessi in occasione di manifestazioni politiche – anche delitti puniti con sanzioni assai elevate, come la devastazione, per cui l’articolo 419 del codice penale prevede addirittura una pena da otto a quindici anni di reclusione.

Un’amnistia che guardi al futuro

Livio Pepino, il manifesto 29 Agosto 2013

Hanno ragione Manconi e Anastasia a sostenere, sul manifesto di ieri, che le contingenze politiche e gli interessi personali del cavaliere di Arcore non devono mettere il silenziatore al dibattito su amnistia e indulto, aperto da tempo (seppur sotto traccia) e che ha subìto un’impennata (in qualche modo un abbraccio mortale) con l’improvvida forzatura operata da amici e commensali di Silvio Berlusconi nella spasmodica ricerca di assicurargli salvacondotti o impunità. E hanno ragione anche nel sottolineare che ci si deve guardare dai ricatti al contrario, cioè da quella posizione che, per evitare di assicurare un privilegio a chi non lo può avere, finisce per escludere l’applicazione di un trattamento equo a chi ne avrebbe diritto. Ma c’è, nell’articolo, un punto da approfondire se si vuole indirizzare il dibattito in una prospettiva realistica (seppur non per i tempi brevi), almeno tra chi, già nel 2006, segnalava l’irrazionalità di un indulto non affiancato da amnistia.
Non è vero che i cosiddetti provvedimenti di clemenza devono riguardare solo i fatti di minima entità. Anche storicamente non è stato sempre così. Penso all’amnistia politica concessa con l’articolo 1 del decreto presidenziale 22 maggio 1970, per chiudere i seguiti penali della stagione del ’68-’69 nella quale, con riferimento al solo ultimo quadrimestre del 1969, erano state denunciate – secondo i dati, come sempre errati per difetto, del ministero dell’interno – 8.396 persone per 14.036 reati, tra i quali 235 per lesioni personali, 19 per devastazione e saccheggio, 4 per sequestro di persona, 124 per violenza privata, 1.610 per blocchi stradali e ferroviari, 29 per attentati alla sicurezza dei trasporti, 3.325 per invasione di aziende, terreni ed edifici e 1.376 per interruzione di pubblici servizi. Orbene l’amnistia si estese, allora, a tutti i reati «commessi, anche con finalità politiche, a causa e in occasione di agitazioni o manifestazioni sindacali o studentesche, o di agitazioni o manifestazioni attinenti a problemi del lavoro, dell’occupazione, della casa e della sicurezza sociale e in occasione ed a causa di manifestazioni ed agitazioni determinate da eventi di calamità naturali» punibili con una pena non superiore nel massimo a cinque anni e, sempre alle stesse condizioni, per la violenza o minaccia a corpo politico o amministrativo, la devastazione, gli attentati alla sicurezza di impianti, il porto illegale di armi o parte di esse e l’istigazione a commettere taluno dei reati anzidetti. Furono, dunque, amnistiati – se commessi in occasione di manifestazioni politiche – anche delitti puniti con sanzioni assai elevate, come la devastazione, per cui l’articolo 419 del codice penale prevede addirittura una pena da otto a quindici anni di reclusione. La ragione la chiarì, nel dibattito alla camera, il relatore della legge di autorizzazione dell’amnistia affermando che occorreva dare risposta al «disagio diffuso nella pubblica opinione che, pur deprecando taluni episodi di autentica delittuosità e pericolosità sociale, ritiene in gran parte sproporzionata e sostanzialmente ingiusta la rubricazione di quelle vicende sotto titoli di reato che erano stati dettati in un’epoca in cui era sconosciuta la realtà storica dei conflitti che caratterizzano tutti gli stati moderni».
Il punto è proprio qui, in positivo e in negativo, per ciò che si può e per ciò che non si può fare, per ciò che può stare insieme e ciò che non tollera compromessi. Un’amnistia razionale e, per questo, utile anche oltre la contingenza deve fare delle scelte e non mettere dei tratti di penna più o meno a caso. Deve, in particolare, cancellare oggi i reati anacronistici o meno gravi commessi in passato nell’attesa (operosa) che, in futuro, gli stessi siano abrogati o riscritti. Solo così l’amnistia può essere, insieme, un provvedimento socialmente accettato e l’anticipazione di un sistema penale diverso (e non una semplice, ancorché preziosa, aspirina per diminuire temporaneamente la sofferenza di un carcere che scoppia). Se si segue quest’ottica, le conseguenze sono evidenti: non si può concedere amnistia per quei reati, anche se in ipotesi puniti con pene miti, che creano un grande allarme sociale e sul cui contrasto l’intera società civile e politica è, almeno a parole, duramente impegnata. È il caso, per esempio, della corruzione e dell’evasione fiscale, universalmente indicate come responsabili dell’impoverimento del paese. Al contrario, l’amnistia ha un senso – almeno per chi coltiva l’idea di una società giusta e fatta di uguali – per tutti i reati bagatellari (per i quali la sanzione penale è in ogni caso inadeguata e sproporzionata) e, a prescindere dalla pena, per quei delitti che stigmatizzano le persone (ovviamente quelle sgradevoli o sgradite) più che i fatti e di cui si trovano molteplici esempi nella legge sugli stupefacenti, in quella sull’immigrazione e nella parte del codice penale dedicata all’ordine pubblico.
So bene che, oggi, proporre un’amnistia e un indulto siffatti significa andare incontro a scomuniche e veti bipartisan. Ma parlarne significa aprire, finalmente, un dibattito sul diritto penale che vogliamo, sulle regole della nostra convivenza, sulle modalità di gestione del conflitto sociale. Temi che, prima o poi, dovranno entrare anche nelle competizioni elettorali.

Il manifesto per l’amnistia sociale
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Approfondimenti
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Gli anni dell’acqua e sale. Giuliano Amato racconta l’Italia delle torture

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E’ la seconda volta che uomini del potere fanno rivelazioni sulla stagione delle torture praticate durante gli anni di piombo, ribattezzati ormai come anni dell’acqua e sale.
Dopo Luigi Bisignani (leggi qui) ora è venuto il momento di Giuliano Amato. Ben altra statura quella del dottor sottile, come venne definito una volta da Eugenio Scalfari.
Amato è un uomo di Stato, anzi molto di più, membro riconosciuto dei circoli internazionali che contano, la sua biografia è lunga e importante: innanzitutto uomo di cultura, professore di diritto costituzionale, negli anni 70 è tra i protagonisti del «duello a sinistra» condotto dalle pagine di Mondoperaio contro l’ossificata egemonia culturale di un Pci impregnato di cattocomunismo. I temi agitati furono diversi, dalla critica dei totalitarismi sulla scia del pensiero arendtiano, all’uso di alcuni concetti della teoria della giustizia di Rawls, alla riscoperta un po’ folcloristica della figura mediocre di Proudhon contro Marx, ad orizzonti un po’ più solidi come la sociologia di Niklas Luhmann. Dopo una iniziale esperienza nel Psiup, Amato entra nel Psi, diventa deputato nei primi anni 80 cooptato da Craxi di cui fu prima consigliere economico e politico poi sottosegretario alla Presidenza del consiglio nei due governi, il Craxi I e il Craxi II, che il leader socialista diresse tra il 1983 e il 1987. Successivamente è ministro del Tesoro (1987-1989) nei governi Goria e De Mita.
Figura decisiva, Amato entra nelle leve del governo in posti chiave per oltre un decennio, ininterrottamente fino al 1989. Poi nel 1992 consuma il grande tradimento con il suo padrino politico, condannato dalla magistratura e sulla via dell’esilio, ed accetta di diventare primo ministro su mandato del presidente della Repubblica Scalfaro.
Con il crollo della prima repubblica Amato assume ruoli più defilati, ma è sempre lì, dal 1994 al 1997 è presidente dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, per poi ritornare al governo dopo l’avvicinamento ai Ds, nel 1998, come ministro delle Riforme dell’esecutivo D’Alema, nel 1999 come ministro del Tesoro e del Bilancio, quindi ancora una volta come capo del governo nel 2000 e infine ministro dell’Interno, nel 2006, con Prodi. Partecipa per conto dell’Italia al gruppo dei saggi che stilano la bozza della costituzione europea ed è consulente della Deutsche bank. Insomma una personalità di rilievo internazionale. Per questo motivo le parole di Amato sulle torture sono qualcosa di più della semplice testimonianza di quello che una figura di potere di così alto spessore ha potuto sapere, sentire, leggere o conoscere nei posti chiave che ha occupato. Se un uomo così parla, dopo alcuni decenni dai fatti, è perché vuole sancire qualcosa. E al di là del consueto linguaggio felpato, delle cautele espressive, il dottor Sottile dice delle cose molto chiare:

a) si è ricorso a strumenti d’eccezione ed extralegali;
b) si è fatto uso della tortura, malgrado le smentite;
c) seppure in numero limitato alcuni magistrati erano al corrente dell’impiego della tortura. In un Paese dove vige l’azione penale obbligatoria sapere e non intervenire significa una cosa sola: coprire. Ergo un pezzo di magistratura, non importa la quantità ma la qualità, ovvero le procure che gestivano le inchieste più importanti sulla lotta armata, hanno coperto e difeso l’impiego strategico della tortura.

Soprattutto trovano una sonora smentita le frasi del presidente della Repubblica Sandro Pertini, che fu compagno di partito di Amato, il quale aveva detto che in Italia il terrorismo era stato sconfitto nelle aule di giustizia e non negli stadi; e ancora di più le incaute dichiarazioni del generale Dalla Chiesa che rispondendo ad un giornale argentino affermò: “L’Italia è un Paese democratico che poteva permettersi il lusso di perdere Moro non di introdurre la tortura”.

Non è poco!

cover AmatoGiuliano Amato, Andrea Graziosi, Grandi illusioni. Ragionando sull’Italia il Mulino 2013 pp. 152-153

[…] Ma furono la difficile vittoria contro il terrorismo e la lotta contro la criminalità organizzata, l’impegno e la passione civile, nonché i sacrifici – anche in termini di vite umane – che essi richiesero, a far acquistare alla magistratura un prestigio crescente e il sostegno e la gratitudine di vasti settori dell’opinione pubblica, specie nei ceti colti e amanti della legalità. Essa le diede tuttavia anche un senso esaltato della propria potenza e dei propri compiti e una sicurezza nuova nei rapporti con la classe politica, tanto più che quest’ultima aveva fornito senza troppo discutere gli strumenti necessari al successo e aveva coperto il ricorso a metodi e strumenti ai margini della legalità (anche se non della norma in situazioni eccezionali), quando non extralegali, di fatto ammettendo una sorta di sua subordinazione all’iniziativa di inquirenti e polizie.
Accanto alle inchieste coraggiose e ai sacrifici vi fu infatti il ricorso a forme di pressione fisica e psicologica su alcune migliaia di arrestati e detenuti, che nel caso dei primi sembra siano talvolta arrivate, malgrado le smentite, a toccare la tortura. A parlarne sono stati gli stessi funzionari che ne furono i protagonisti. Essi hanno per esempio accennato all’uso del water boarding (allora chiamato «algerina» perché usato dai francesi in Algeria) da parte di un gruppo speciale che – probabilmente ispirandosi a uno «spaghetti western» di successo – si era ribattezzato «I cinque dell’Ave Maria» (16). Le applicazioni controllate furono in tutto poche decine, e di esse si discusse alla Camera per tre volte dal marzo al luglio 1982, quando Rognoni negò ripetutamente la cosa, ma ve ne furono anche di selvagge, come ammise Scalfaro all’epoca ministro dell’Interno (17).
[…]
Se pochissimi magistrati seppero del water boarding e pochi dei pestaggi degli arrestati – che in qualche caso cercarono di contrastare con sentenze coraggiose – diverso è il caso dei trattamenti speciali dei detenuti e della possibilità di usare il carcere come strumento di pressione nei confronti di categorie di persone ritenute particolarmente indegne, che divennero pratiche abbastanza diffuse negli anni Ottanta.

Note
16.
N. Rao, Colpo al cuore, Milano, Spelling & Kupfer, 2011. Questo gruppo sarebbe stato capeggiato dal funzionario Nicola Ciocia, noto come i professor «De Tormentis», divenuto dopo il pensionamento un dirigente della Fiamma tricolore. Sembra che una versione primitiva del water boarding (Toca) fosse già usata dall’Inquisizione e nelle colonie. In Italia pare fosse impiegato nei primi anni del XX secolo in Sicilia e Sardegna contro mafiosi e banditi, e poi usato sporadicamente dalle squadre mobili di Napoli e della Sicilia. I francesi in Algeria lo usarono invece sistematicamente. Cfr. http://en.wikipedia.org/wiki/Waterboarding//Historical_uses e H. Alleg, La question, Paris, Editions de minuit, 1958, con una prefazione di Sartre. A lungo vietato in Francia il libro uscì da Einaudi con il titolo La tortura. Insieme a La battaglia di Algeri di Pontecorvo. Dove sono mostrate scene di tortura con fiamma ossidrica, elettroshock e annegamento parziale, potrebbe essere stato tra le fonti di Ciocia. Un dirigente della polizia, Salvatore Genova, ne ha raccontato la storia su «Il Secolo XIX» del 24 giugno 2007. Ciocia l’avrebbe poi, ma ambiguamente, smentito sul «Corriere del Mezzogiorno» dell’11 febbraio 2012.

17. A Sofri, Le torture della polizia negli anni di piombo, in «la Repubblica», 16 febbraio 2012.

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Amnistia sociale, «siamo di fronte alla pervasività di un sistema penale eretto contro ogni manifestazione del conflitto sociale»

L’intervento – «questa campagna segna l’esigenza sentita da più parti, anche molto diverse tra loro, di resistere a qualcosa di nuovo: la pervasività del sistema penale eretta contro ogni manifestazione del conflitto sociale. L’ondata repressiva al livello sociale non avviene come repressione “a valle” di episodi signicativi di lotta violenta, ma “a monte”, quale modello di controrivoluzione preventiva offerto come politica principale – per non dire unica – nei confronti del variegato e frammentatissimo proletariato attuale.
Diritto di manifestare, fine dell’ergastolo e no alla tortura saranno necessariamente la nuova cornice, accanto alle lotte sul lavoro e per il reddito. Sarà l’inizio di un lungo, nuovo e difficile processo storico e non il sereno suggello di un passato. Sarà il mezzo con cui costruire una grande unità oggi ancora lontana

di Vincenzo Guagliardo
il manifesto 6 agosto 2013

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Foto Baruda

E’ evidente che, già di per sé, “oggettivamente”, la proposta di indulto-amnistia “sociale” né potrebbe né – credo – voglia sancire la fine di un’epoca o l’oltrepassamento di un cosiddetto ciclo di lotte. E’ vero semmai l’esatto contrario: segna l’esigenza sentita da più parti, anche molto diverse tra loro, di resistere a qualcosa di nuovo: la pervasività del sistema penale eretta contro ogni manifestazione del conflitto sociale. Questa tendenza arriva ormai a delle esagerazioni caricaturali (ma pure inquietanti, e gravi per chi le deve subire), come quella savoiarda di voler accusare addirittura di terrorismo il movimento No Tav in Val di Susa.
Decenni fa il movimento operaio lottava per pane, lavoro e minor fatica. Alla lotta poteva seguire o meno la repressione secondo i rapporti di forza esistenti. Oggi invece ogni lotta trova a priori un ostacolo di possibile rilievo penale (e di tipo inquisitoriale). Deve fare i conti con una nuova realtà sapientemente (o ciecamente?) costruita negli ultimi tre decenni passo dopo passo, di emergenza in emergenza, da quella contro il “terrorista” a quella contro il lavavetri dichiarata da qualche sindaco-sceriffo.
Le democrazie occidentali rivelano una tendenza “totalitaria” che non può più essere ignorata: da un lato c’è gente in galera da oltre trent’anni e dall’altro c’è gente che è “illegale” per il fatto stesso di esistere grazie a leggi che la privano del permesso di soggiorno. In mezzo a questi due poli, e fra mille gradazioni diverse, può ormai ritrovarsi ognuno.
E ora vediamo in quale cornice stanno questi due poli estremi: nella sua specificità, il caso italiano suscita attenzione persino a livello europeo. Segnali simbolicamente forti sono arrivati dal Vaticano che ha abolito l’ergastolo e riconosciuto la tortura come reato, e dalla Corte europea dei diritti dell’uomo che ha dichiarato incostituzionale l’ergastolo.
E’ importante sottolineare di nuovo che l’ondata repressiva al livello sociale non avviene come repressione “a valle” di episodi signicativi di lotta violenta, ma “a monte”, quale modello di controrivoluzione preventiva offerto come politica principale – per non dire unica – nei confronti del variegato e frammentatissimo proletariato attuale. (Il “resto” è espropriazione di reddito dei poveri a favore dei ricchissimi). Perciò se prima eravamo nell’epoca del “pane e lavoro”, ora siamo in quella di “pane, lavoro e libertà”, da subito, e non “dopo”.
Diritto di manifestare, fine dell’ergastolo e no alla tortura saranno necessariamente la nuova cornice, accanto alle lotte sul lavoro e per il reddito, entro cui dovrà resistere il proletariato attuale contro la propria frammentazione e le drammatiche corporativizzazioni che possono derivarne. Sarà l’inizio di un lungo, nuovo e difficile processo storico e non il sereno suggello di un passato. Sarà il mezzo con cui costruire una grande unità oggi ancora lontana.
E non potrà essere solo una piattaforma rivendicativa: richiede ovviamente un impegno personale che vada al di là del manifestare per chiedere il diritto di manifestare.
La tendenza “totalitaria” infatti è tale perché cancella la differenza tra diritto privato e diritto pubblico. Vuole attentare alla stessa volontà dell’individuo, la vuole sostituire con la norma dell’autorità in ogni piega. Il premio ha sostituito il diritto. L’individuo non è più un “cittadino” ma un suddito o, meglio, un malato da curare da se stesso. E’ così che le aule di giustizia sono diventate un mercato (delle coscienze) attraverso nuovi riti come il “patteggiamento” e il “rito abbreviato” dove alcuni avvocati si prestano ormai a rinunciare al loro ruolo classico di difensori dell’imputato per ridursi a portaborse del pm Difficilmente la resistenza qui indicata andrà avanti se non saprà sottrarsi a questi riti e difendere invece le proprie ragioni dalla logica di mercato applicata alle idee.

Clicca qui per leggere il testo del manifesto che lancia la campagna per l’amnistia sociale e conoscere le adesioni
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