Amnistia sociale, un appello di resistenza alla repressione del conflitto sociale

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Amnistia sociale

 

Amnistia sociale, «siamo di fronte alla pervasività di un sistema penale eretto contro ogni manifestazione del conflitto sociale»

L’intervento – «questa campagna segna l’esigenza sentita da più parti, anche molto diverse tra loro, di resistere a qualcosa di nuovo: la pervasività del sistema penale eretta contro ogni manifestazione del conflitto sociale. L’ondata repressiva al livello sociale non avviene come repressione “a valle” di episodi signicativi di lotta violenta, ma “a monte”, quale modello di controrivoluzione preventiva offerto come politica principale – per non dire unica – nei confronti del variegato e frammentatissimo proletariato attuale.
Diritto di manifestare, fine dell’ergastolo e no alla tortura saranno necessariamente la nuova cornice, accanto alle lotte sul lavoro e per il reddito. Sarà l’inizio di un lungo, nuovo e difficile processo storico e non il sereno suggello di un passato. Sarà il mezzo con cui costruire una grande unità oggi ancora lontana

di Vincenzo Guagliardo
il manifesto 6 agosto 2013

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Foto Baruda

E’ evidente che, già di per sé, “oggettivamente”, la proposta di indulto-amnistia “sociale” né potrebbe né – credo – voglia sancire la fine di un’epoca o l’oltrepassamento di un cosiddetto ciclo di lotte. E’ vero semmai l’esatto contrario: segna l’esigenza sentita da più parti, anche molto diverse tra loro, di resistere a qualcosa di nuovo: la pervasività del sistema penale eretta contro ogni manifestazione del conflitto sociale. Questa tendenza arriva ormai a delle esagerazioni caricaturali (ma pure inquietanti, e gravi per chi le deve subire), come quella savoiarda di voler accusare addirittura di terrorismo il movimento No Tav in Val di Susa.
Decenni fa il movimento operaio lottava per pane, lavoro e minor fatica. Alla lotta poteva seguire o meno la repressione secondo i rapporti di forza esistenti. Oggi invece ogni lotta trova a priori un ostacolo di possibile rilievo penale (e di tipo inquisitoriale). Deve fare i conti con una nuova realtà sapientemente (o ciecamente?) costruita negli ultimi tre decenni passo dopo passo, di emergenza in emergenza, da quella contro il “terrorista” a quella contro il lavavetri dichiarata da qualche sindaco-sceriffo.
Le democrazie occidentali rivelano una tendenza “totalitaria” che non può più essere ignorata: da un lato c’è gente in galera da oltre trent’anni e dall’altro c’è gente che è “illegale” per il fatto stesso di esistere grazie a leggi che la privano del permesso di soggiorno. In mezzo a questi due poli, e fra mille gradazioni diverse, può ormai ritrovarsi ognuno.
E ora vediamo in quale cornice stanno questi due poli estremi: nella sua specificità, il caso italiano suscita attenzione persino a livello europeo. Segnali simbolicamente forti sono arrivati dal Vaticano che ha abolito l’ergastolo e riconosciuto la tortura come reato, e dalla Corte europea dei diritti dell’uomo che ha dichiarato incostituzionale l’ergastolo.
E’ importante sottolineare di nuovo che l’ondata repressiva al livello sociale non avviene come repressione “a valle” di episodi signicativi di lotta violenta, ma “a monte”, quale modello di controrivoluzione preventiva offerto come politica principale – per non dire unica – nei confronti del variegato e frammentatissimo proletariato attuale. (Il “resto” è espropriazione di reddito dei poveri a favore dei ricchissimi). Perciò se prima eravamo nell’epoca del “pane e lavoro”, ora siamo in quella di “pane, lavoro e libertà”, da subito, e non “dopo”.
Diritto di manifestare, fine dell’ergastolo e no alla tortura saranno necessariamente la nuova cornice, accanto alle lotte sul lavoro e per il reddito, entro cui dovrà resistere il proletariato attuale contro la propria frammentazione e le drammatiche corporativizzazioni che possono derivarne. Sarà l’inizio di un lungo, nuovo e difficile processo storico e non il sereno suggello di un passato. Sarà il mezzo con cui costruire una grande unità oggi ancora lontana.
E non potrà essere solo una piattaforma rivendicativa: richiede ovviamente un impegno personale che vada al di là del manifestare per chiedere il diritto di manifestare.
La tendenza “totalitaria” infatti è tale perché cancella la differenza tra diritto privato e diritto pubblico. Vuole attentare alla stessa volontà dell’individuo, la vuole sostituire con la norma dell’autorità in ogni piega. Il premio ha sostituito il diritto. L’individuo non è più un “cittadino” ma un suddito o, meglio, un malato da curare da se stesso. E’ così che le aule di giustizia sono diventate un mercato (delle coscienze) attraverso nuovi riti come il “patteggiamento” e il “rito abbreviato” dove alcuni avvocati si prestano ormai a rinunciare al loro ruolo classico di difensori dell’imputato per ridursi a portaborse del pm Difficilmente la resistenza qui indicata andrà avanti se non saprà sottrarsi a questi riti e difendere invece le proprie ragioni dalla logica di mercato applicata alle idee.

Clicca qui per leggere il testo del manifesto che lancia la campagna per l’amnistia sociale e conoscere le adesioni
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Non ci sono più diritti ma premi

L’intervento – il “premio” progressivamente sostituisce tutto ciò che fino a ieri intendevamo come “diritto”. Dove c’è premio, c’è punizione per chi non lo merita: il “pentito” esce, e spesso riprende a compiere reati, il non-pentito vive il carcere ostativo… Ma lo scopo di questa strategia non è quello di far diminuire i reati né quello di punire i rei… La premialità infatti instaura un regime totalitario che pretende il controllo sistematico e capillare degli individui al di là dei loro comportamenti, fino a colpire la loro realtà interiore. Non vuole cittadini “perbene” ma nuovi sudditi

di Vincenzo Guagliardo, maggio 2013

Nel nostro comune immaginario, la tortura si concentra in episodi eccezionali, in particolari circostanze, per una durata di tempo “relativamente” limitata al fine di estorcere una confessione, ma soprattutto – in realtà – per spezzare un individuo, annichilendo la sua volontà, distruggendo cioè gli animi prima ancora che i corpi. Oggi questi confini che abbiamo posto nella nostra mente si fanno sempre più labili. L’indifferenza con cui, per esempio, si continua ad accettare il “sovraffollamento” carcerario nasconde una realtà torturante, volta a distruggere l’individuo dal punto di vista psicofisico, ed è una realtà che sta diventando sistema: applicato a migliaia di persone come condizione di vita quotidiana prolungata. Ma c’è di più. Per esempio: i molti che scontano l’ergastolo con il cosiddetto reato “ostativo”. Costoro non possono usufruire di alcun beneficio previsto dall’ordinamento penitenziario e perciò, in teoria, possono solo aspettare la morte in carcere. In teoria, perché il “trucco” c’è: se “collaborano”, questa condanna a morte a secco e diluita nel tempo viene ritirata… In pratica, queste persone possono uscire da lì solo se accettano di mandare un’altra persona al loro posto!
Ebbene, molti di questi ergastolani non lo hanno fatto. Qualcuno ha detto che non lo fanno per non esporre i loro cari a rappresaglia. A prescindere dal fatto che preoccuparsi della sorte altrui è una scelta rispettabile che nulla toglie all’orrore del ricatto posto loro, c’è da dire che non è solo così perché non può essere solo così. E basta leggere i loro appelli, le loro lettere e testimonianze per rendersene conto. Il fatto stesso di accettare di morire in carcere se non cambia questa legge ricattatoria è oggi una delle più alte espressioni di una resistenza per la libertà di coscienza di tutti e per la dignità d’ognuno, offese da un sistema penale “impazzito” e accettato con il silenzio generale. Le condizioni estreme possono distruggere un individuo, ma possono anche suscitare una dolorosa presa di coscienza alla quale è prezioso rispondere, scoprendo gli orizzonti di una non-collaborazione che non avevamo preso in considerazione e rendendoci così i ciechi complici di una nuova Inquisizione.
Ma da dove viene questo “impazzimento”? Intanto – direbbe Shakespeare – bisogna notare che in questa follia c’è del metodo. Proviene dall’alto, a partire dallo stesso potere legislativo, e non dalla cattiveria del singolo che poi vi potrà trovare il suo spazio congeniale. C’è infatti sempre meno ipocrisia nella pioggia di provvedimenti vari e leggi che creano questo inferno delle anime, che investe, prima ancora del carcere, già il processo, per esempio con l’istituto del patteggiamento: cioè con la riduzione delle aule di giustizia a un mercato. Al centro di questa nuova logica che prima si nascondeva nel buio più profondo delle carceri, o nelle tecniche di tortura, nascoste dietro situazioni “particolari”, si affaccia come sappiamo dagli anni ’80, cambiando il volto delle stesse leggi, il “premio” che progressivamente sostituisce tutto ciò che fino a ieri intendevamo come “diritto”. E’ evidente in lingua italiana che se ti dico che una cosa può spettarti solo come premio, è perché non ti spetta più come diritto. E se non ci stai,… ti distruggo. Perché dove c’è premio, c’è punizione per chi non lo merita: il “pentito” esce, e spesso riprende a compiere reati, il non-pentito vive il carcere ostativo… Ma lo scopo di questa strategia, d’altronde, non è quello di far diminuire i reati né quello di punire i rei…
La premialità infatti instaura così facendo un regime totalitario che pretende il controllo sistematico e capillare degli individui al di là dei loro comportamenti, fino a colpire la loro realtà interiore. Non vuole cittadini “perbene” ma nuovi sudditi. Questa pretesa, perciò, crea inevitabilmente anche il suo contrario al momento della sua applicazione: l’arbitrio. Una prassi penale fuori dal diritto. Ed è qui che non possiamo più stupirci quando si affacciano personaggi come la defunta suicida direttrice di carcere Armida Miserere. Aveva fama tra i reclusi di non essere a posto. I reclusi avevano torto. Veniva persino mandata in missione quando c’era da mettere “a posto” qualche carcere e nella sua lettera di addio al mondo accenna di aver fatto parte di quella nuova struttura di intelligence (ossia di spionaggio) realizzata nelle… carceri (!) quand’era ministro della giustizia il “comunista” Diliberto. Miserere forse non ha più retto questo ruolo – in tal caso ciò vada a suo merito –, ma è stata lo stesso un’avanguardia che oggi è sempre meno sola.
Oggi hanno fatto un film con la Miserere come eroina, interpretata da Valeria Golino.
L’ipocrisia del potere, in fondo, era una mezza virtù. Quando fingi di onorare certi princìpi mentre vuoi fare l’opposto, sei comunque costretto a mascherarti, e quindi a limitarti. L’ipocrisia è un freno a quell’arbitrio totale che è il frutto inevitabile dei sogni di controllo totalitario. Oggi il “liberismo” penale non è più ipocrita. Ha finalmente portato alla luce del sole il nucleo da sempre nascosto del sistema penale nei suoi angoli più bui o nelle sale di tortura. Ora, chi ha occhi per vedere, può capire e riflettere.

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A dieci anni di distanza torna nelle librerie di sconfitta in sconfitta di Vincenzo Guagliardo
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Servitù volontaria e lealizzazione delle coscienze, la non-collaborazione come nuovo orizzonte di libertà

Dibattito – Alla stregua di quanto avvenne ai primordi della società capitalista durante l’accumulazione originaria, quando vi fu una formattazione coatta della forza-lavoro attraverso un disciplinamento feroce dei corpi, oggi assistiamo a qualcosa di analogo difronte ai meccanismi sempre più profondi di lealizzazione delle coscienze richiesti dall’ideologia d’impresa. La non-collaborazione opposta alla servitù volontaria diventa allora uno dei nuovo orizzonti di libertà. «Non possiamo più di tanto illuderci – spiega Guagliardo – su un ritorno del welfare state. Dal terreno rivendicativo bisognerà passare a quello ricostruttivo. Alle società di mutuo soccorso»

di Vincenzo Guagliardo, maggio 2013

London-WorkhouseRispetto a quanto scrissi anni fa in “Di sconfitta in sconfitta“, i temi allora affrontati in un ambito piuttosto particolare oggi andrebbero riaffrontati all’interno di un’immensa montagna dov’è facile smarrirsi. I dispositivi per lealizzare le coscienze, ormai ben al di là del sistema penale o delle dinamiche delle sconfitte rivoluzionarie da me analizzate oltre dieci anni fa, sono diventati tout-court la politica principale per il nuovo proletariato, il ricatto che in questa crisi ormai permanente e niente affatto ciclica del capitalismo, riguarda tutto il mondo del lavoro o della ricerca di un posto di lavoro. Questo ricatto è anzi la nuova scuola di formazione della forza-lavoro attuale, una sorta di nuova Inquisizione sociale globale. Ogni lavoratore, o quasi, deve diventare il guardiano di se stesso come quei prigionieri che devono volontariamente rientrare in carcere alla sera dopo una giornata di lavoro svolta fuori.
Mi sembra che, anche se in modo diverso ovviamente, molto più sofisticato, stiamo ritornando alle origini del capitalismo, quelle della nascita di una forza-lavoro necessaria al suo avvento. Ogni precedente figura proletaria venne allora vista come sospetta, levatrice o fabbro o contadino o vagabondo che fosse. Recuperando i dispositivi inquisitoriali già messi in campo nei secoli precedenti contro i cosiddetti eretici, cioè contro i rivoluzionari di quei tempi, chi non si adeguava alle nuove condizioni di lavoro era un sospetto, sospettato cioè di avere stabilito un patto eretico – col diavolo –, e pertanto, rivelava sicuramente nei suoi comportamenti di essere un perverso – ossia sodomita – e ebreo – cioè deicida. Quei pigri indios d’America – si ricorderà – furono perciò proprio accusati di essere ebrei (cioè discendenti degli ebrei colà trasferiti per provvedimento divino!), sodomiti e perciò indiavolati da inviare in miniera. Questa politica di formazione di una forza-lavoro recalcitrante costò in pochi decenni la vita al 90% della popolazione (69 milioni). Il meccanismo inquisitoriale obbliga infatti alla delazione del vicino, scatena percio come prima cosa il rito della ricerca capro espiatorio. Ma attenzione: il processo inquisitoriale non conosce presunti innocenti, bensì, in un’originale versione del peccato originale, solo presunti colpevoli. Per chi poi si ostina quindi a non voler imparare a “stare al proprio posto” scatta un secondo rito, la caccia all’uomo: escludente e annientante. Ti escludo ammazzandoti, in modo possibilmente feroce e spettacolare, per meglio includere gli altri. E questo fu il prezzo dell’accumulazione originaria capitalistica dove cito solo l’esempio significativo degli indios, tanto per non dilungarci a parlare anche dell’Europa. L’intera vicenda è ancora conosciuta sotto il nome assai riduttivo di “caccia alle streghe” (a prescindere dal sesso delle vittime, ovviamente).
La crisi attuale è sempre un problema di accumulazione del capitale. Non si risolve mai e scatena sempre guai. Sempre più grossi. Oggi diventa sempre più “distruttiva” e sempre meno “produttiva”. Quali altre zone non capitalistiche si possono mai conquistare con una guerra purificatrice per creare nuovi mercati che favoriscano l’accumulazione come successe con la conquista dell’America e i vari stermini coloniali? Siamo alla saturazione. Vedo oggi attraverso le tante “piccole” guerre o le grandi operazioni finanziarie, coadiuvate da uno stato nazione–commissario di polizia e dalla legislazione supina del “sistema dei partiti” (di destra e sinistra) non più un rilancio possibile di forze produttive ma la loro distruzione in un immenso trasferimento di redditi dai più poveri ai più ricchi che garantisce il profitto e lo aumenta pure, ma non risolve affatto le difficoltà di accumulazione del capitale. Il suo tasso cala lo stesso.
tableau1Il risultato è che la crisi “permanente” liberista è distruttiva d’ogni tessuto sociale (per non dire del pianeta) in una spasmodica riformazione della forza-lavoro che si fondi su una servitù volontaria assoluta (e un sovrappiù di umanità). Non-collaborazione o servitù volontaria assoluta sono i due poli su cui si confronteranno oppressi e oppressori.
Insomma, anche noi allora oggi dobbiamo, per certi versi, come il capitalismo, tornare alle origini: quelle del movimento operaio. Se la riformazione coatta della forza-lavoro distrugge la comunità umana, compito della politica (rivoluzionaria) è quello di ricostruirla. Ciò che prima veniva dato spontaneamente e su cui si costruiva poi la politica degli oppressi oggi è sottosopra. Non possiamo più di tanto illuderci su un ritorno del welfare state. Dal terreno rivendicativo bisognerà passare a quello ricostruttivo. Alle società di mutuo soccorso o, di contro, alle distinzioni tra buoni e cattivi e a tutto quello che ne consegue. Cambiano gli orizzonti dell’agire, ed è su questo che vorrei invitare ognuno a riflettere.

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Il paradigma del capro espiatorio e la nuova filosofia penale nell’ultimo libro di Vincenzo Guagliardo

Partire dall’abolizione dell’ergastolo per fermare l’escalation della società penale

Oggi è ancora difficile far capire che se si rischia da 1 a… 20 anni per una quantità “non giusta” di possesso di cannabis, è perché c’è ancora l’ergastolo. Insomma l’ergastolo suscita una sorta di effetto traino che giustifica e sospinge verso l’alto il resto delle pene comminate. Adotta il logo della campagna Liberi dallergastolo

di Vincenzo Guagliardo

336-280L’abolizione dell’ergastolo venne evocata alcuni anni fa dal post-fascista Gianfranco Fini. L’uscita inconsueta dell’allora leader di An non ebbe però una grande eco e nel frattempo lui stesso l’ha dimenticata, essendo poi diventato democratico tout court.
Ciò tuttavia dimostra in qualche modo che una tale richiesta può giungere da orizzonti politico-culturali diversi: per esempio può affacciarsi come il risultato di una domanda di maggiore efficienza della giustizia penale o, al contrario, come necessità di una sua radicale rimessa in discussione, oppure può semplicemente scaturire da ragioni umanitarie.
In realtà l’ergastolo si è affermato come un sostituto della pena di morte. Non nasce da ragioni umanitarie ma, come per tutte le altre pene detentive, venne introdotto per ragioni di efficienza. Nel Settecento le torture e le esecuzioni, troppe volte promesse, improvvisamente cessarono: ormai erano… troppa carne al fuoco. Perciò non facevano più paura, diceva Beccaria. La detenzione invece avrebbe garantito una pena certa poiché finalmente realizzabile, quindi avrebbe svolto una funzione deterrente; e l’ergastolo avrebbe fatto più paura di una incerta promessa di morte. Avrebbe assegnato al condannato una sorte peggiore della morte. L’ergastolo è nato dunque come nuova “pena capitale”.
E siccome anche nel regno delle pene, come in quello delle nazioni, se non cambiano le cose nella “capitale”, cioè al centro, è poi difficile cambiarle nelle sue province, ecco che questo ignorato centro determina complessi meccanismi che diventano resistenze e boomerang quando si vuole ritoccare il sistema a partire da qualche punto periferico. L’Europa se n’è accorta e in gran parte ne ha preso atto, non attuando più di fatto o abrogando il “fine pena mai” (o meglio “fine pena: 99-99-9999”, come è scritto nei sistemi informatici dell’amministrazione penitenziaria).

L’Italia ancora no. Con i suoi 1415 condannati, l’ergastolo consente di non mettere in discussione aspetti scomodi del passato e di coprire gli interessi presenti che vi si sono costruiti sopra. La presenza di queste persone offre la possibilità di mostrare la faccia severa dello Stato per meglio nasconderne un’altra. Gli ergastolani sono i capri espiatori di un sistema che premia e garantisce una relativa impunità (spesso scandalosa) a un numero sempre maggiore di collaboratori di giustizia, i cosiddetti “pentiti”, e/o ai “colletti bianchi” che, per fare il loro consueto lavoro, né possono, né sanno più, né vogliono distinguere il lecito dall’illegale. D’altra parte gli stessi premi dati prima ai pentiti e le facilitazioni concesse poi ai colletti bianchi, sono venute a far parte di un più vasto sistema di trattamento di natura premiale riservato dalla legge penitenziaria a tutti i detenuti.
Quella premiale è una macchina che trae storicamente origine dalla volontà di non discutere in sede culturale e politica degli aspri conflitti politico-sociali degli anni Settanta, e che i “vincitori” affidarono a 25 mila casi giudiziari di cui rimangono “testimoni” ancora oggi poco più di una cinquantina di ergastolani. Questo sistema divenne legge penitenziaria nel 1986 col nome del senatore Gozzini che ne fu il relatore. Alcuni, in modo troppo affrettato, vi hanno subito visto un primo passo “oltre la pena”. Ma dopo vent’anni questo grande progresso che allora si annunciava come l’alternativa alla pena tradizionale si è mostrato solo un modo per affiancarla. In realtà il sistema penale ha esteso le sue propaggini fuori dal carcere. È aumentato in modo esponenziale il numero di coloro che dipendono da esso anche in stato non detentivo ed è raddoppiato il numero dei reclusi non solo prima ma anche dopo che intervenisse l’indulto.

La pena cosiddetta alternativa, in realtà premiale, ha soltanto aumentato la pervasività del potere giudiziario all’interno della società, incrementando l’area penale esterna al carcere. Si è creato così un “eccesso di presenza penale” che molti cominciano a lamentare. Nel frattempo i fautori della tolleranza zero ne hanno ridotto la portata applicativa con una legge che esclude i recidivi (la ex Cirielli), ossia almeno il 70% dei rei… Invece di rivedere i tetti massimali di pena si è preferito aumentarle. Si sono moltiplicati i fatti che costituiscono reato allargando le competenze del diritto penale, salvo diluire le punizioni caso per caso in modo discrezionale.
Si è così venuta a creare una situazione analoga a quella analizzata da Beccaria nel Settecento. Da un lato si difendeva all’epoca la ferocia delle pene (tortura, morte) e si puniva sempre di più su tutto; dall’altro, non potendo più attuarle, si ricorreva a quelle che erano le misure “sostitutive” dell’epoca: deportazioni, esilii…
Il rimedio altro non fu che un’estremizzazione del male finché non s’inceppò a causa della sopravvenuta impossibilità di deportare e realizzare pubbliche esecuzioni, diventate motivo d’indignazione popolare invece che di spettacolo gratuito per folle forcaiole. È così che si fece strada allora l’idea del penitenziario, della reclusione come pena principale e dell’ergastolo come nuova forma di pena capitale.

Oggi è ancora difficile far capire che se si rischia da 1 a… 20 anni per una quantità “non giusta” di possesso di cannabis, è perché c’è ancora l’ergastolo. Insomma l’ergastolo suscita una sorta di effetto traino che giustifica e sospinge verso l’alto il resto delle pene comminate. Il rischio dunque è quello di una esplosione ingovernabile dell’intero sistema penitenziario. Ormai è popolare volere più ergastoli per un alto numero di persone e per una grande varietà di reati, in una spirale che, per le sue motivazioni di fondo, potrebbe trovare pieno sfogo solo nel ritorno della pena di morte.
E di “ritorno” bisogna infatti parlare, cioè di tensione al ritorno verso un’arcaica barbarie precedente alla stessa funzione dello Stato moderno e a ciò che, pur con tutti i suoi limiti, nell’ultimo quarto di millennio è stato definito comunemente “civiltà”.
Quale che sia la prospettiva da cui si guarda al pianeta carcere, quella dei difensori-riformatori del sistema penale o quella abolizionista, la sparizione dell’ergastolo dovrebbe esser vista come un possibile e necessario punto di convergenza. Altrimenti sarà la forza dei fatti a porre tragicamente la questione.

In Inghilterra, nell’Ottocento, l’eccessivo sovraffollamento provocò malattie mortali e contagiose che dal carcere si trasmisero fuori, passando ai giudici per il tramite di un’aula giudiziaria dove gli imputati dovevano essere processati, e da lì alla città…
Non possiamo sapere cosa succederà questa volta…

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Perpetuité

Irriducibili a cosa?

Una risposta a Benedetta Tobagi… 1/continua


In nome di quale presente abbiamo il diritto di giudicare il nostro passato?

Roland Barthes

di Paolo Persichetti

C’è una parola che mette molta paura: quella di «irriducibile». Si è scritto tanto attorno a questo termine nei giorni scorsi, dopo la morte e la cerimonia di saluto a Prospero Gallinari, momento in cui i cosiddetti irriducibili, cioè quelli che sono stati descritti come gli indefessi, gli ostinati e gli irremovibili, altrimenti detto «coloro che non hanno mai fatto i conti col passato», e dunque per questo ritenuti ottusi e tetragoni testimoni della stagione rivoluzionaria degli anni 70, sarebbero sorprendentemente riemersi – cosa ancor più preoccupante – in folta compagnia.
Ne ha scritto su Repubblica in due occasioni, il 15 (qui) e il 24 gennaio (qui), Benedetta Tobagi, di fresca nomina al cda della Rai e proiettata, forse un po’ troppo in fretta, nel ruolo di amministratrice della memoria di quel decennio.

Irriducibile: un termine estraneo al lessico della lotta armata
Eppure contrariamente a quanto si è scritto in passato e si continua a scrivere, l
a parola «irriducibile» non appartiene al lessico brigatista. La diffusione di questa etichettatura ha contribuito non poco a fornire una immagine distorta della cultura politica dei militanti che hanno preso parte alla lotta armata. Proviamo a vedere perché.
Il lemma, in realtà, ha svolto una funzione centrale nel vocabolario dell’emergenza giudiziaria e penitenziaria. E’ un conio dello stato di eccezione italiano, impiegato dalla magistratura, utilizzato dai corpi di polizia e dall’apparato carcerario e, in seguito, divenuto di uso comune nel mondo dei media per classificare i prigionieri politici che hanno rifiutato di sottomettersi alla legislazione premiale e differenziale: la delazione remunerata dei collaboratori di giustizia (i cosidetti “pentiti”) e l’abiura, anch’essa remunerata, la cosidetta dissociazione.
Irriducibile, era e resta, chi ha rifiutato di accedere a queste due categorie. Un’area, quella della «irriducibilità», che include figure e generazioni molto diverse tra loro per opinioni politiche e atteggiamenti (sul perdurare o meno dello scontro armato e sull’analisi della società).
Per intenderci: sono considerati irriducibili i cosidetti “continuisti”, cioè coloro che hanno mantenuto ferma la convinzione nel proseguimento della lotta armata anche di fronte ai radicali mutamenti sociali e geopolitici intervenuti nel corso degli anni 80, al pari di quelli che si sono pronunciati in favore di una discontinuità, di un oltrepassamento dell’esperienza armata, o di quelli che in forme varie, anche meno visibili pubblicamente, hanno ritenuto conclusa l’esperienza della lotta armata avviando altri percorsi non più, o non sempre, politici, ricollocando il loro impegno – quando hanno pututo – su terreni civili, sociali e culturali.
Ciò che accumuna quest’area pluriversa, etichettata comunque come “irriducibile”, è dunque il rifiuto delle logiche inquisitoriali dell’emergenza giudiziaria. Nulla a che vedere con lo stereotipo riportato da Benedetta Tobagi nei suoi articoli (ma anche da altri), ovvero: «significato storico assunto dall’aggettivo, sostantivato per designare il terrorista o detenuto politico “che non recede dalle proprie convinzioni”». Lì dove per «recedere» – è bene sottolineralo – non si deve intendere una libera azione riflessiva, una disposizione dell’animo, un afflato della coscienza, un soprassalto dello spirito, che potrebbe ispirare e accompagnare nobili percorsi di distacco interiore, momenti d’autocritica assolutamente disinteressati, autonomi e genuini, ma l’adesione ai dispositivi di assoggettamento previsti in sede penale e penitenziaria, attraverso una lunga serie di decreti e dispositivi legislativi di tipo premiale, varati tra il 1979 e il 1987, che introducendo trattamenti differenziali hanno incrinato il principio di eguaglianza di fronte alla legge e trasformato l’inchiesta, il processo e il carcere, da sedi di verifica e ricerca della prova o di svolgimento della pena, in mercati delle indulgenze, fiere dello scambio politico, luoghi dove si riceve un po’ di futuro in cambio del proprio passato. Qualcosa di assolutamente opposto ad ogni storicizzazione o esercizio libero ed autonomo della critica.
Diceva a tale proposito Jeremy Bentham che «la sfera della ricompensa è l’ultimo asilo dove si trincera il potere arbitrario».
Se ancora le parole hanno un senso, in questa epoca dove ormai il senso sembra aver perso ogni parola, la nozione di irriducibilità dovrebbe designare l’emergenza giudiziaria, il protrarsi ad oltre tre decenni di distanza degli irrisolti penali, degli ergastoli, degli esiliati, gli ukaze contro la parola degli ex militanti di allora. Irriducibile è la memoria giudiziaria che dopo tanti decenni ha sovrapposto all’oblio penale l’oblio dei fatti sociali e alla memoria storica la memoria giudiziaria.

«Negli ultimi dieci anni l’Italia aveva subito la più radicale trasformazione socio-economica dal dopoguerra ed erano cambiati sia i soggetti sociali e politici delle lotte da cui erano nate le Br, sia i presupposti della nostra strategia rivoluzionaria. Prendere atto di queste trasformazioni era una necessità storica che valeva per me, quanto per chi desiderava seriamente interrogarsi sul significato di ciò che era successo. A quel punto la parola “irriducibile” non connotava nessuna realtà sociale. Era un trucco del linguaggio. A cosa si sarebbe dovuti essere “riducibili”? Secondo il potere, alla dissociazione: nel senso che non si era più irriducibili se si diventava dissociati!».

Renato Curcio (intervistato da Mario Scialoja), A viso aperto, Mondadori 1993, p. 209

«L’abiura è come un’eco lunga, un discorso che ricomincia sempre dallo stesso punto, un rimbombo senza fine. Essa nasconde, non svela. Dirò una cosa che vorrei provocasse quelli della mia generazione. Quel che è avvenuto negli anni Settanta è roba nostra, non puoi glissare. I dissociati glissano. Mentre sarebbe stato possibile – difficile ma possibile – fare tutti assieme una riflessione vera, completa, senza rimozioni, dichiarando che era finita. Perché il progetto era realmente fallito, questo era chiaro, anche a quelli che continuarono non potendo far altro.[…] Fare questo dibattito sul serio e fino in fondo significava assumersi la responsabilità politica di tutto mentre si chiudeva tutto. E quanti erano disposti a farlo? Fra di noi e fuori di noi? Apperna si fosse arrivati a una discussione seria anche sul modo con il quale si reagì al fenomeno Br e lo si combatté, coloro che non vogliono fare i conti con quegli anni, avrebbero inchiodato la discussione con i soliti falsi misteri che servono a impedire che se ne parli. Avrebbero fatto e detto di tutto contro di noi – nella sconfitta, ci ricorda la scuola dei cinici, chi ha perso non solo ha perso, ma deve essere cancellato, deformato, annichilito».

Mario Moretti (intervisatto da Rossana Rossanda e Carla Mosca), Brigate rosse, una storia italiana, Abanasi 1° edizione 1994, pp, 252 e 254

«Siamo al culto della delazione, alla canonizzazione dei collaboratori di giustizia. E in parte è colpa mia. Le confesso una cosa: ogni sera io recito un atto di dolore per aver contribuito, negli anni Settanta, alla diffusione di questo modo di fare giustizia […] Sa, sto pensando di presentare un disegno di legge per cambiare le cose: prendo le regole dell’Inquisizione di Torquemada e le traduco in italiano moderno. Ci sono più garanzie in quelle che nel nostro codice di procedura penale».

Francesco Cossiga, La Stampa, 19 aprile 1995

Che cosa vuol dire irriducibile?
Il primo significato suggerito dal vocabolario online della Treccani (qui) e ripreso anche dalla Tobagi nel suo articolo è, «Che non si può ridurre, cioè rimpiccolire, restringere, ricondurre a una forma più semplice». Altrimenti detto schiacciare. D’altronde l’etimologia è chiara: la particella prefisso “ir”, davanti a parole che inizano con “r” – spiega il dizionario etimologico – assume valore di negazione del significato positivo del termine corrispondente all’interno del quale è comunque ricompreso, a meno che il lemma non abbia assunto una sua rilevanza ed autonomia significative. Esempio: raggiungibile/irraggiungibile; razionale/irrazionale; resistibile/irresistibile, riguardoso/irriguardoso; rilevante/irrilevante.
Per esser chiari: irriducibile vuol dire «non riducibile», dunque che non può essere o non si lascia ridimensionare, che non può essere semplificato, banalizzato, appiattito, livellato. Per estensione: omologato, adattato, limitato, forzato, formattato, obbligato, impoverito.
E siccome le parole hanno senso solo se calate nel contesto in cui sono state coniate per fornire una definizione, in carcere irriducibile è colui che non si lascia piegare dalla disciplina punitiva dell’emergenza, è colui che resiste e oppone al tentativo di riduzione, di adattamento e formattazione ai valori dominanti, all’omologazione della norma, la ricchezza della propria esperienza, della storia dai cui proviene. In questo contesto irriducibile è sinonimo di complessità, estensione, espansione, molteplicità, stratificazione, sfumatura.
Irriducibile è quando ti si vuole imporre una forma e tu ti opponi perché ne contieni mille altre. Non a caso Benedetta Tobagi per contestare una cosa del genere è costretta a definire l’irriducibile, colui che «non depone l’armamentario ideologico per riconoscersi nei principi dello Stato costituzionale», come se lo Stato costituzionale – stando a quelli che sono i suoi postulati teorici – possa conciliarsi con il suo contrario, un assoluto etico a cui tutti devono uniformarsi, dove non c’è spazio sociale o pubblico autonomo e separato dallo spazio statale e quindi tutto ciò che è autonomia, figuriamoci critica, diventa immediatamente una forma di sovversione dell’etica istituzionale costituita.
Di irriducibili è piena la storia, pensate a Galileo e Giordano Bruno.

«La storia, si è già detto, è stata sempre quella narrata dai vincitori. Bisognerebbe aggiungere e precisare che i suoi scrittori sono spesso reclutati fra gli sconfitti o i trasfughi, i quali in tal modo si trasformano in uomini vinti. A quanto pare, la lezione fornita dall’uomo vinto è alla base della nostra memoria. E oggi, per tanti aspetti, è come se ci trovassimo in una situazione fondativa, analoga a quella dei primi secoli della nostra era.
La storia degli eretici, per esempio, ci è stata raccontata soprattutto dai loro grandi nemici, gli eresiologi, e sulla visione di costoro si è fondata l’ortodossia; ma bisogna ricordare che la maggior parte di questi eresiologi furono degli eretici o dei pagani pentiti come l’ex manicheo sant’Agostino, così diventato potente vescovo di Cartagine, o l’ex pagano sant’Ireneo vescovo di Lione, autore di un testo – Contro le eresie – d’importanza fondamentale per la storia dell’ortodossia cristiana. Si potrà ricordare lo storico degli ebrei Flavio Giuseppe. Egli e i suoi compagni rimasero accerchiati dai romani e decisero di suicidarsi per non consegnarsi al nemico. Per ultimo rimase proprio Giuseppe; cambiò idea, passò dalla parte dei romani e si mise a scrivere la storia degli ebrei… per i romani, benignamente trattato dall’imperatore Vespasiano e aggiungendosi il nome Flavio».

Vincenzo Guagliardo, Dei dolori e delle pene, Sensibili alle foglie 1997, p. 89

Fare i conti?
Una delle caratteristiche dell’irriducibile, scrive Benedetta Tobagi, è la sua incapacità di saper fare i conti col passato.
Ma cosa vuol dire “fare i conti” ? Un giurista tedesco, Helmut Quaritsch (Giustizia politica, Giuffré 1995) lo spiegava all’incirca in questo modo:

«Fare i conti» va inteso come espressione che contiene un concetto comprensivo che include in sé la nozione di elaborazione e di superamento del passato. Processo non conclusivo, lì dove esso è legato al problema della ricerca storica, della coscienza della memoria, ma anche chiusura lì dove la riflessione giuridica configura la presenza di una componente formale di decisione e procedura del superamento del passato che si esprime nelle sentenze ma anche nelle amnistie».

continua/1

La cerimonia di saluto
Il discorso: “A Prospero Gallinari. Fine di una storia la storia continua
Tutti a Coviolo per salutare Prospero Gallinari la cerimonia si terrà domani 19 gennaio alle-14-30
Ciao Prospero
In diretta da Coviolo immagini e parole della cerimonia di saluto a Prospero Gallinari/1
In diretta da Coviolo in migliaia per salutare Prospero Gallinari/2
La diretta twitter dai funerali
Ciao Prospero
Gli assenti
Scalzone: Gallinari come Prospero di Shakespeare, “la vita è fatta della stessa sostanza dei sogni”
Fine di UNA storia, LA storia continua
Mai alcuna confessione di innocenza, Prospero

Testimonianze
“Volevo dirgli grazie per avermi fatto capire la storia di quegli anni”. Una testimonianza sui funerali di Prospero Gallinari
Perché sono andato ai funerali di Prospero Gallianari by Stecca
In memoria di Prospero Gallinari di Oreste Scalzone
Al funerale di Gallinari la generazione più felice e più cara
Su Prospero Gallinari
Da contromaelstrom.com – Ciao Prospero, amico e fratello
Gallinari e il funerale che andava fatto anche per gli altri
Un contadino comunista nelle lotte di classe degli anni 70

Riflessioni
Irriducibili a cosa?
Ancora una volta Prospero Gallinari ha spiazzato tutti
Laboratorio Aq16, Gli anni 70 che non finiscono mai. Riflessioni sulla cerimonia di saluto a Prospero Gallinari

La storia
Quadruppani – Mort d’un combattant
Bianconi – I parenti delle vittime convocati via posta per perdonare Gallinari
Prospero Gallinari chiede la liberazione condizionale e lo Stato si nasconde dietro le parti civili
“Eravamo le Brigate rosse”, l’ultima intervista di Prospero Gallinari
Prospero Gallinari quando la brigata ospedalieri lo accudì al san Giovanni
Gli avvoltoi s’avventano sulla memoria di Prospero Gallinari
Gallinari è morto in esecuzione pena dopo 33 anni non aveva ancora ottenuto la libertà condizionale
Prospero Gallinari un uomo del 900
Chi era Prospero Gallinari?
Gallinari e Caselli, il confronto tra cattivi maestri e bravi bidelli
Gallinari, Gotor e le lettere di Moro
Caselli Prospero Gallinari e i cattivi maestri
In risposta a Caselli su Gallinari

«No, Nils Christie non ha rinnegato l’abolizionismo». Si apre la discussione dopo le critiche mosse da Vincenzo Guagliardo al libro, appena tradotto in Italia, del criminologo norvegese

Discussioni – Dopo la recensione critica di Vincenzo Guagliardo al libro di Nils Christie (da poco tradotto dalle edizioni Colibrì), apparsa su questo blog col titolo evocativo, «La rivoluzione abolizionista e il rinnegato Christie», si è aperta una interessante discussione. Tommaso Spazzali risponde agli attacchhi difendendo le ragioni del libro. Il dibattito è aperto.

di Tommaso Spazzali
luglio 2012

Leggo sul blog Insorgenze la recensione di Vincenzo Guagliardo a, Una modica quantità di crimine, di Nils Christie, ed. Colibrì – 2012, e provo, per come ne sono capace, a proporre qualche riflessione.
A differenza di alcuni suoi lavori precedenti, si pensi ad Abolire le pene?: il paradosso del sistema penale, ed. Gruppo Abele, 1985, o a il Il business penitenziario. La via occidentale al gulag, Eleuthera, 1996, questo testo di Nils Christie prova ad allargare il campo d’osservazione dedicando la sua attenzione al sistema di relazioni che sottende la cultura della pena. Se altrove l’oggetto era costituito dai dispositivi di repressione e controllo e alla loro funzione in relazione alla sfera politica o economica, qui si allarga il campo e lo sguardo si posa su coloro i quali permettono, perché tollerano, quando non giustificano o addirittura invocano, l’uso del diritto penale come strumento per la risoluzione dei conflitti. Il ragionamento parte dalla rappresentazione spettacolare e, direbbero i classici, sovrastrutturale, del lato visibile della pena. Si parte quindi dal concetto di crimine che altro non è che il moderno sermone nella teologia del controllo sociale. Il crimine, che supporta e giustifica l’esistenza della pena (la pena del Diritto, quella inflitta a freddo, con astratto, superiore, scientifico distacco) appoggiandosi su un’innata tendenza per l’espiazione (altrui) dei peccati (propri) e, dico io, basandosi sull’altrettanto umana necessità di rispondere alla domanda “con chi sto?” segnando un confine rispetto a cui posizionare sé e gli altri attorno a sé.
Il libro di cui si parla, cioè, non tratta, se non di riflesso, di espiazione o di vittime ma affronta il sistema di (dis)valori che contribuiscono all’adesione volontaria alla servitù del sistema penale da parte di chi – solo – potrebbe opporvisi con successo. Il punto di vista non è di quello che descrive e analizza il fenomeno inserito in un contesto ma che guarda prima di tutto proprio il contesto, cercando di capire in che momento la coscienza si acceca e accetta di delegare all’anonima (ma quantomai concreta) mano della punizione la risoluzione dei propri conflitti. La riflessione è tesa a cercare delle soluzioni, o quantomeno delle direzioni, non si tratta di cambiare la nostra coscienza ma di considerare gli elementi di una rappresentazione diversa della realtà da cui ricavare una forma superiore di conoscenza, con cui, se sarà dato il caso, anche la ritualità dell’espiazione potrà forse essere superata.

Il ragionamento parte da un apparente lontano: la conoscenza

Dare denaro a dei ragazzi potrebbe presto portare alla cessazione della loro attività di costruttori. Inoltre io conosco solo un metodo altrettanto efficace per far cessare, persino per prevenire, questa loro attività. Quella di insegnar loro come farla…[pag. 53]

lo sviluppo nel mercato della società contemporanea

I Paesi del Terzo Mondo, con tutto il loro sottosviluppo, si organizzano spesso lasciando un posto per ogni persona, qualcosa di utile da fare per tutti. Ora, mentre queste società divengono nazioni di produttori e consumatori, un gran numero dei loro abitanti si trova nella condizione di perdere la piena partecipazione a quelle attività che sono considerate le uniche importanti: le attività di produzione e consumo [pag. 45]

il lavoro

In inglese, a differenza del norvegese, si ha la possibilità di distinguere tra labour e work. Labour indica un pesante fardello; la parola è storicamente connessa con la tortura. Work ha il senso di un’opera, è strettamente connesso con la creazione, col creare un’opera d’arte. Per questo atto di creazione, il denaro è una minaccia. L’opera – work – non diventa cioè una ricompensa in sé. Diventa uno strumento per qualcos’altro, e quindi si converte in labour [pag. 48]

la costruzione del nemico interno

Le immagini del nemico sono elementi importanti nella preparazione della guerra. Concetti con un elevato valore d’uso nel rapporto che istituiamo sono quelli di Mafia e di Crimine organizzato. La loro straordinaria mancanza di precisione ne fa degli slogan applicabili a forze negative d’ogni genere. Si tratta di parole utili in una guerra combattuta da uno Stato opportunamente indebolito. [pag. 75]

il denaro

Gli studenti ascoltano increduli se io parlo del conto comune, di tutto il denaro messo in un’unica cassa, e di come, attingendovi, tutti possono spendere secondo necessità. Non è possibile. Ciò può portare soltanto ad abusi o a discussioni interne senza fine su come usare il denaro. La mia risposta è: provate a discutere questo argomento con dei lavoratori molto anziani. Così anziani da non parlare di sicurezza sociale, bensì di sykekasse, termine che indica letteralmente la piccola cassa in cui regolarmente mettevano una piccola parte del loro salario nelle settimane in cui avevano avuto la buona fortuna di riceverne uno. Era da questa cassa che prendevano del denaro, se il loro fisico non poteva più sopportare la fatica.[pag. 47]

e così via…

Si parla cioè della potenziale zona grigia, considerando che quanto le relazioni tra le persone si fanno rare e distanti tanto più diminuisce la nostra conoscenza delle cose e aumenta la richiesta di regole che mai potranno corrispondere alla realtà.
Si parla dell’esercizio del giudizio, utile a definire dei noi artificiosi e basato su conoscenze astratte dal loro contesto concreto. È facile posizionarsi sulla base di ciò che è lecito o non è lecito fare, definendo la propria collocazione sociale sulla base della propria avversione o continuità con l’atto illegittimo. Tanto facile quanto inutile, naturalmente, ma è cosa che se mai la si scopre è sempre troppo tardi.

Le donne alla fontana e le tavole della legge sono l’esempio. [pag. 119]

La tesi, che rimanda sia a Zygmunt Bauman che a Ivan Illich, è che tanto più è ricco un substrato di relazioni tanto più è improbabile l’insorgere di entità astratte come quelle de ‘il criminale’. «Nella mia vita non ho mai incontrato un mostro», dice Christie, e l’accento va posto sulla parola incontrato, perché i mostri ci sono, e sono tali, solo fino a che non li incontri, sono come i Troll:

I Troll norvegesi hanno un punto peculiare di vulnerabilità. La loro vita è messa a repentaglio dal sole. Quando il primo barlume della luce del sole li trova, si spezzano o si trasformano in pietra.
Questa è la spiegazione delle tante, strane formazioni pietrose che potete trovare camminando sulle montagne norvegesi.
Le immagini di mostri sono difficili da mantenere, se arrivate a conoscerli. E per arrivarci va bene sia una conoscenza scientifica sia una ordinaria. Quando capiamo qualcosa di più del comportamento delle persone, in particolare, quando (ammesso che ne siamo capaci) vediamo noi stessi nel comportamento degli altri, allora i mostri si dissolvono.
[pag. 88]

Non è che ciò che Christie chiama ‘il fatto non desiderato’ debba essere dato in pasto a ‘esperti’ sociologi o medici, che operano per il ‘reinserimento’ e che così fungono da catena di congiunzione tra la ‘devianza’ e la ‘società’ dei ‘normali’ ma, piuttosto, questo deve essere restituito alle relazioni dirette, prive di tecnicismi, per esserne interessato e tornare a risultare interessante. Ciò che nascondiamo sotto il termine crimine è disequilibrio e potenziale conflitto, e negare il conflitto significa privarsi di una formidabile fonte di conoscenza sulle persone e sulle cose. Liberare il conflitto significa conoscere e agire, al contrario etichettarlo e volerlo dominare implica l’accettazione di un sistema di potere, statico ed autoritario.

Questo fino a quanto è possibile…

e qui arriviamo al passaggio più delicato e difficile, destinato a suscitare malumori – ma si spera anche utili discussioni e confronti -, l’abbandono dell’opzione abolizionista. A mio parere in questo caso la tesi che l’ipotesi di abolizione totale del sistema penale non sia praticabile è una conseguenza dell’aver voluto considerare prima i soggetti ‘agenti’ che l’essenza del sistema penale e la funzione dello stesso. Questi soggetti sono gli stessi che dovrebbero assumere in prima persona il compito di liberarsi della pena, in un sistema orizzontale di relazioni e non per imposizione dall’alto, perché solo il sistema orizzontale della comunicazione fa sparire il Troll, libera il conflitto e apre le porte alla conoscenza e al cambiamento. Mi limito, in questo caso, a citare la prima ragione adotta dall’autore:

Il più radicale tra loro [gli abolizionisti] vorrebbe eliminare completamente il diritto penale e la punizione formale. Ma esistono diversi problemi di fondo rispetto a questa posizione, nel caso in cui venga seguita sino all’estremo.
Il primo riguarda la preoccupazione per coloro che non desiderano partecipare a un processo di riconciliazione o volto a raggiungere un possibile accordo…
[pag. 125]

Quindi, dice Christie, innanzitutto non ne siamo capaci, non abbiamo gli strumenti, e, aggiungo io, non è detto che li avremo mai come, al contrario, potremmo scoprire averli domani. È un principio a tendere il cui limite oggi non è zero ma che, privato della smania della vendetta, inserito in un quadro di relazioni orizzontali e multi-istituzionali, potrebbe risultare una scelta (infelice) necessaria, almeno temporaneamente. Non si tratta di trovare il capro più cattivo da rinchiudere per buttare poi la chiave ma di scegliere di volta in volta la soluzione più indicata in un quadro di relazioni diverso da quanto imposto dal sistema di valori come quello in cui ci troviamo ora dove sembra che tutto si possa (e si debba) solo comprare o vendere e dove piuttosto che capire si preferisce giudicare. In fondo la “commissione per la Verità e la Riconciliazione” istituita in Sud Africa alla caduta del regime di apartheid ha funzionato più o meno in questo modo: accettare un percorso di mediazione ed evitare l’iter del processo penale era una libera scelta aperta a chiunque, che dava vita ad un confronto al termine del quale la commissione stessa stabiliva se la funzione mediatoria era andata a buon fine o meno. La commissione, nei casi in cui riconosceva concluso positivamente per tutte le parti il percorso di riconciliazione, aveva facoltà di archiviare il caso e concedere una amnistia. Non è una rivoluzione ma rispetto ai processi di Norimberga e alle Corti Internazionali di Giustizia il salto è enorme.

Nell’ottavo capitolo Christie sembra parlare ai suoi ‘colleghi’, lo stile è diverso, forse il brano viene da altrove. A loro dice ‘la nostra politica del crimine deve essere quella di chiudere le prigioni non di aprirne di nuove come usa fare adesso’.
Speriamo che qualcuno lo segua.

Link
(Vincenzo Guagliardo) – La rivoluzione abolizionista e il rinnegato Christie
Guagliardo, “Punizioni e premi, la funzione ambigua della rieducazione”
Guagliardo, “Logica premiale e logica vittimaria ispirano la nuova filosofia penale”
A dieci anni di distanza torna nelle librerie “Di sconfitta in sconfitta” di Vincenzo Guagliardo

(Vincenzo Guagliardo) – Christian G. De Vito, Camosci e girachiavi
(Vincenzo Guagliardo) – Angela Davis, Aboliamo le prigioni
Vincenzo Ruggiero, L’abolizionismo penale è possibile ora e qui

Sprigionare la società

Desincarcerer la société
Neoliberismo e populismo penale