Moretti infiltrato? Una leggenda nera fabbricata a tavolino da Sergio Flamigni

Arrestato a Milano il 4 aprile del 1981, dopo una trappola tesa in realtà ad Enrico Fenzi da un ex detenuto divenuto informatore della polizia, Mario Moretti, 75 anni compiuti il 16 gennaio 2021, ha raggiunto il suo quarantesimo anno di esecuzione pena. E’ l’unico membro del nucleo storico e del comitato esecutivo delle Brigate rosse ad essere ancora in carcere, in regime di semilibertà, misura ottenuta nel 1997 e che ha visto in questi anni chiusure, riaperture, restrizioni.
Una circostanza che da sola dovrebbe fare giustizia dell’accusa che da più parti gli viene mossa di essere stato un infiltrato all’interno delle Brigate rosse. Nel corso dei decenni trascorsi è stata costruita sulla sua persona una leggenda nera che lo rappresenta come una figura ambigua, un doppiogiochista che ha operato per conto di imprecisati Servizi segreti la cui nazionalità, o campo di appartenenza, varia di volta in volta secondo le opinioni e gli schieramenti dei suoi accusatori. Nonostante la presenza di una ricca pubblicistica e filmografia che lo rappresenta in questo modo, prove anche minime di queste affermazioni non ne esistono. Ma in questi casi non servono, basta il brusio di fondo, il gioco di specchi e di echi reciproci dove il rimbalzo delle parole dell’uno e dell’altro diventa fonte del vero. Una macchina del fango a cui basta inchiodare la persona al sospetto, all’illazione, alla congettura.

Le diffamazioni del «Mega»
A puntare il dito contro di lui, trasformando la dialettica politica, la diversità di punti vista sul modo di fare la lotta armata in attacchi alla purezza e integrità politica personale, sono stati all’inizio due suoi ex compagni. Alberto Franceschini e Giorgio Semeria, membri del nucleo storico delle Br, con grande disinvoltura gli attribuirono la responsabilità dei loro arresti chiedendo agli altri membri dell’Esecutivo esterno di aprire un’inchiesta nei suoi confronti. Indagine che venne svolta con molta discrezione da Lauro Azzolini e Franco Bonisoli, i quali coinvolsero Rocco Micaletto e Raffaele Fiore1. L’accurata verifica appurò l’infondatezza dei sospetti. I due dirigenti reggiani delle Br risposero che nulla di irregolare era emerso sulla condotta di Moretti. Ma la cosa non finì lì, il sospetto, divenuto un rovello ossessivo fino a sfociare in un delirio paranoico, lavorò nella testa di Franceschini e Semeria: durante la stagione delle torture e dei pestaggi praticati dalle forze di polizia sui militanti appena catturati, i due decretarono la caccia ai «traditori» ai quali erano state estorte dichiarazioni con l’uso della forza. In un clima di caccia alle streghe, dove le divergenze d’opinione, una diversa linea politica, il mancato allineamento alle tesi del «Mega», soprannome con cui Franceschini amava farsi chiamare con deferenza nelle carceri speciali, veniva immediatamente tacciata di «resa» al nemico, «tradimento» e «infamità», un piano inclinato che portò Semeria a macchiarsi dell’omicidio di Giorgio Soldati. 
Proveniente da Prima Linea, gruppo ormai in dissoluzione, il 12 novembre 1981 Soldati venne catturato insieme a Nando Della Corte all’interno della stazione centrale di Milano dopo un conflitto a fuoco nel quale trovò la morte un poliziotto. I due stavano allacciando rapporti con il Partito Guerriglia, formazione distaccatasi dalle Br e che dal carcere Franceschini e Semeria avevano sponsorizzato per sabotare la gestione politica delle Br incarnata proprio da Moretti. In questura, dopo un interrogatorio violento, Della Corte cominciò a collaborare, mentre a Soldati vennero estorte solo delle dichiarazioni. Giunto nel carcere di Cuneo, Franceschini e Semeria lo processarono. Abbagliati da un’allucinatoria fuga dalla realtà ritenevano che le ammissioni rese non erano parole estorte con la forza ma la prova di una resa politica, un segno di imborghesimento, un tradimento della causa.

L’arrivo del bugiardo di Stato
Terminati gli anni del furore purificatorio e clamorosamente sconfitta, tra pentimenti e torture, l’esperienza del Partito Guerriglia su cui avevano scommesso tutte le loro carte, Franceschini e Semeria si avviarono sulla strada della dissociazione. Questa nuova postura tuttavia non ha modificato il loro male di vivere, l’impasto di risentimento e frustrazione che li ha spinti, nel più classico dei transfert, ad esportare sugli altri responsabilità e fallimenti personali. Ne approfittarono per acquisire vantaggi premiali in cambio di una narrazione della loro esperienza militante subordinata agli interessi di apparati politici che fuori dal carcere li accolsero a braccia aperte. Alle abituali sentenze di morte sostituirono l’arma raffinata della diffamazione che trovava nel senatore Sergio Flamigni (Pci-Pds e successivi) un abile divulgatore. Più volte membro delle diverse commissioni parlamentari che hanno indagato sulla vicenda Moro, Il suo volume, La sfinge delle Brigate rosse. Delitti, segreti e bugie del capo terrorista Mario Moretti, scritto per le edizioni Kaos nel 2004, raccoglie, rielabora e amplifica sotto forma di biografia nera le congetture di Franceschini contro Moretti. Quella di Flamigni è un’ossessione dichiarata, un «fatto personale», come scrive in appendice al suo volume, ma anche redditizia sul piano della notorietà e della carriera politico-parlamentare, con relativi benefit annessi. Pierluigi Zuffada, un brigatista della prima ora, formatosi all’interno della Sit-Siemens, spiega così il ritorno all’ovile di Franceschini: «Grazie al Pci di allora ha trovato una collocazione sociale e lavorativa in seguito alla sua dissociazione. Ma per portare acqua al suo mulino, Franceschini sa bene che doveva dare qualcosa in più. E il “qualcosa in più” fa parte proprio della sua personalità: lui si considerava il più intelligente e … il più furbo, proprio così. E conoscendo i suoi polli, sapendo che la sola dissociazione non era poi la carta definitiva da giocare, ecco che trova la via maestra da percorrere tutta, insieme a Flamigni e soci: grazie alla veste politica e culturale del “redento”, inizia a suggerire argomenti che sicuramente avrebbero fatto presa nei suoi interlocutori, a rafforzare cioè la ricerca e di chi sta dietro alle “sedicenti”, o “cosidette” Brigate Rosse. La risposta per Franceschini è semplice: ma sicuramente Moretti. Poiché è difficile sostenere che Moretti sia al servizio del Kgb o della Cia, Franceschini insistere su una presunta ambiguità del “capo”, lasciando poi ai suoi interlocutori/padroni il compito di ricamarci a dovere, cosa di cui sono veramente abili»2.

Il percorso politico-sindacale di Moretti
Nato a porto San Giorgio nelle Marche, orfano minorenne di padre in una famiglia con altri tre figli e una madre in difficoltà per crescerli, Moretti frequenta un convitto di salesiani a Fermo dove termina gli studi per raggiungere Milano grazie all’interessamento della marchesa Casati, sollecitata da una sua zia che aveva una portineria in un palazzo milanese della nobildonna. Questa vita di provincia è dipinta da Flamigni con toni foschi, Moretti viene descritto come un predestinato, un giovane «di destra» cresciuto in un «humus clericale» che dovrà infiltrare la sinistra (sic!), solo perché arriva alla politica e alla militanza rivoluzionaria a 22 anni, nella Milano del 1968-69, come tanti suoi coetanei. Anche il passaggio all’università Cattolica, l’unica che consentiva in quegli anni di frequentare corsi serali ad uno studente lavoratore come Moretti, che con il suo stipendio sostiene l’anziana madre e i tre fratelli, diviene la prova della sua ambiguità culturale, anche se in quella università con l’occupazione del novembre 1967 si manifestò uno degli eventi anticipatori della rivolta del 1968. In quella stessa università fece i suoi studi anche Nilde Jotti, ma a quanto pare per lei la regola di Flamigni non vale. Nemmeno la formazione politico-sindacale all’interno della Sit-Siemens, azienda che impiegava alla catena di montaggio tecnici diplomati come il giovane Moretti, placa il pregiudizio di Flamigni3. Anche il ruolo d’avanguardia nelle lotte all’interno della fabbrica, insieme a Gaio Di Silvestro e Ivano Prati, e che porta alla nascita del Gruppo di studio impiegati, contemporaneo alla formazione del primo Cub Pirelli, che poi si trasformerà nel Gruppo di studio operai-impiegati, «esperimento – racconterà lo stesso Moretti – di organizzazione autonoma dei lavoratori in fabbrica, tra il sindacato e la politica, tra la critica al modo di produzione capitalistico e il sogno di una progettualità democratica, rivoluzionaria»4, è per Flamigni motivo di maldicenza, ottusa dimostrazione della inadeguatezza culturale di un funzionario del Pci di fronte a quel che avveniva nelle fabbriche di quegli anni.


Gli arresti di Pinerolo
Ispirato dalle accuse di Franceschini, Flamigni rincara la dose attribuendo a Moretti responsabilità dirette nel primo arresto di Curcio e dello stesso Franceschini 5. Ma a smentire i due sono le stesse parole di Curcio e quelle di Pierluigi Zuffada. Alberto Franceschini sa perfettamente di essere il primo responsabile della propria cattura. Non doveva trovarsi a Pinerolo con Curcio e Moretti nemmeno sapeva della sua presenza all’appuntamento con “Frate Mitra”, glielo dirà Mara Cagol dopo il disperato tentativo di intercettare i due lungo la strada per Pinerolo. I tre si erano visti a Parma il sabato 7 settembre 1974, dove c’era un appartamento in cui si tenevano gli incontri del «Nazionale». Era definita così, in quella fase in cui non esisteva ancora un Esecutivo formalizzato, la sede di coordinamento tra le varie colonne. A Milano operava Moretti, a Torino Margherita Cagol e Curcio, Franceschini era sceso a Roma con altri membri del gruppo, Bonavita e Pelli. Terminata la riunione nel tardo pomeriggio, Moretti rientra a Milano. Sa che Curcio il giorno successivo dovrà rivedere per la terza volta Girotto a Pinerolo. Lo raggiungerà direttamente da Parma dove resterà a dormire mentre Franceschini sarebbe rientrato a Roma. In realtà, mutando i programmi stabiliti, Franceschini non va a Roma ma accompagna Curcio a Torino. I due poi la domenica partono per Pinerolo. Il venerdì sera era arrivata una telefonata ad Enrico Levati, un medico del gruppo di Borgomanero, vicino Novara, che aveva contatti periferici con le Br. Nella telefonata un anonimo diceva che la domenica successiva Renato Curcio sarebbe stato arrestato all’appuntamento con Girotto. Levati raggiunse Milano ma ebbe grosse difficoltà per riuscire a trovare il contatto giusto negli ambienti delle fabbriche milanesi e far pervenire l’informazione. Quando questa arrivò alle Br, Moretti aveva già lasciato Milano per Parma. Al suo rientro trovò ad attenderlo con la notizia Attilio Casaletti, membro della colonna milanese. Sicuro di trovare ancora Curcio, Moretti fece ritorno a Parma dove arrivò intorno alle 22 insieme a Casaletti, ma non trovò nessuno nella base. A questo punto, racconta Curcio, «Moretti tenta di rintracciarmi nella mia casa di Torino, dove era venuto una volta, ma non ricorda l’indirizzo e neppure sa come fare ad arrivarci. Allora prova a ripescare Margherita, che doveva trovarsi in un’altra casa, ma anche lei era appena partita per non so dove. Come ultima possibilità convoca, in piena notte di sabato, un gruppo di compagni di Milano e gli dice di creare dei “posti di blocco” sulle strade tra Torino e Pinerolo»6. Tentativo che Moretti racconta in questo modo: «andiamo sulla strada per Pinerolo, separandoci sui due percorsi che portano a quella cittadina, e ci mettiamo nel bordo sperando che Curcio ci noti mentre passa»7. Zuffada aggiunge altri dettagli: «i compagni partano per l’Astigiano per avvisare Mara, che conosce l’abitazione di Renato, ma non la trovano. Pensano che sia a Torino a casa di Renato, per cui da lì vanno a Torino per cercarli, sperando che un contatto del luogo potesse conoscere l’abitazione di Renato. Non trovano il contatto, e in quel momento Mario e i due compagni prendono una decisione folle, anche perché era arrivata la mattina: vanno sul luogo dell’appuntamento a Pinerolo nella speranza di avvisare Renato prima dell’incontro con Girotto, rischiando di cadere anch’essi nella trappola. Pensavano che ad accompagnarlo fosse Mara, non certo che Franceschini fosse presente all’appuntamento. Si accorgono di una situazione strana, nel senso che il luogo pullula di agenti in borghese. La trappola era già scattata, i compagni riescono a svignarsela»8. Conclude Curcio, «Moretti non sapeva che non avevo viaggiato sulle strade statali, ma su strade bianche e percorsi miei che non rivelavo a nessuno. Dunque tutti i tentativi di raggiungermi vanno a vuoto»9.
Zuffada e Moretti, smentendo Flamigni, sostengono che sulla figura di Girotto, a parte Curcio, ci fosse nel gruppo una perplessità generale, in particolare della Cagol. Secondo i piani di Curcio, l’ex frate avrebbe dovuto essere inserito nel fronte logistico in costituzione. Diffidenza rimasta anche dopo il secondo incontro a cui partecipò lo stesso Moretti (presidiato da un folto gruppo di brigatisti che controllavano la zona in armi, dissuadendo così le forze di Dalla Chiesa dall’intervenire). L’arruolamento programmato di Girotto derogava una regola ferrea, spiegherà successivamente Moretti: «nelle Br si arriva dopo una militanza nel movimento, sperimentata e verificata. Per Girotto non poteva essere così. Decidemmo almeno di essere rigidissimi sulla compartimentazione. Stabilimmo che avrebbe lavorato solo con Curcio in una struttura periferica, alla cascina Spiotta»10. Sulle successive recriminazioni di Franceschini, Zuffada fornisce alcune chiavi di lettura interessanti: «A partire dalla liberazione di Renato [nel carcere di Casale Monferrato, Ndr], Franceschini ha iniziato a imputare a Mario di non essere andato a liberarlo: la sua “visione” su Moretti è stata rafforzata dall’aver preferito Renato a lui. Non poteva prendersela con Mara, conoscendo bene come era fatta: lei non gliela avrebbe mai fatta passare. Si può dire che Franceschini abbia tratto un vantaggio dalla morte di Mara, nel senso che si è trovato un testimone in meno per contrastare la sua versione»11. Sul valore delle recriminazioni di Franceschini contro Moretti per la sua mancata evasione, Lauro Azzolini fornisce ulteriori dettagli: «Dopo la liberazione di Renato non è vero che l’Organizzazione non provò a liberare il Franceschini, anzi. Avvenne nel vecchio carcere di Cuneo; Franceschini lì era recluso e sapeva che l’Organizzazione aveva stabilito con lui la sua liberazione in altra modalità di quella di Casale. Pronto il nucleo, con Mara, e lui che pur armato fa tali errori da venire bloccato prima dell’intervento esterno. Col rischio di far pure catturare i compagni che erano pronti a “portarlo a casa”»12.

Il secondo arresto di Curcio, la trappola contro Semeria e il delatore interno alla colonna veneta
Alcuni documenti recentemente desecretati e la testimonianza del giudice Carlo Mastelloni hanno permesso di ricostruire i retroscena che portarono al secondo arresto di Curcio nella base di via Maderno a Milano, il 18 gennaio del 1976, insieme a Nadia Mantovani, all’arresto nella stessa operazione di Angelo Basone, Vincenzo Guagliardo e di Silvia Rossi, moglie di quest’ultimo che però era estranea al gruppo. Le stesse fonti hanno permesso di ricostruire anche il nome di chi portò alla trappola tesa a Giorgio Semeria due mesi dopo, il 22 marzo 1976, sulla pensilina del rapido Venezia-Torino nella stazione centrale di Milano. Semeria provò a scendere dal treno ancora in movimento ma venne catturato e colpito al torace dal brigadiere Atzori quando era già stato immobilizzato. Il tentativo di omicidio nei suoi confronti spinse Semeria, allora responsabile del logistico nella colonna milanese, a ritenere che lo si volesse uccidere per coprire l’infiltrato che lo aveva venduto. In carcere, rimuginando insieme a Franceschini sulle circostanze dell’arresto, non trovò di meglio che indirizzare i sospetti contro Moretti, con il quale avrebbe dovuto incontrarsi il giorno successivo, chiedendo all’esecutivo di indagare su di lui. Accuse riprese da Flamigni nella sua monografia dedicata a Moretti13. Il delatore era, in realtà, un operaio veneto presente nella colonna fin dai suoi inizi e che lo aveva accompagnato alla stazione di Mestre, dove Semeria si era recato per rimettere in piedi la struttura locale. Secondo quanto riferito dal giudice Carlo Mastelloni nel suo libro Cuore di Stato, Semeria una volta in carcere fu avvertito dei sospetti che pesavano sull’operaio: due militanti veneti, Galati e Fasoli, che stavano per uscire dal carcere per scadenza dei termini di custodia cautelare, gli chiesero «di poter fare gli accertamenti del caso e colpire il presunto traditore». Semeria si oppose convinto che semmai l’operaio avesse avuto un ruolo, questi faceva parte di una rete di infiltrati che faceva capo a Moretti14. L’operaio venne arrestato da Mastelloni nel corso delle indagini sulla colonna veneta, «Ricordo – scrive Mastelloni – che qualche giorno dopo si precipitò nel mio ufficio per ottenere informazioni il colonnello Bottallo, capocentro a Padova del Sismi, già appartenente al vecchio Sid». Subito dopo questo intervento l’uomo venne rimesso in libertà15. 
In un appunto del generale Paolo Scriccia, consulente della Commissione Moro 2, presieduta da Giuseppe Fioroni, si può leggere che l’11 maggio 1993, nel corso di un esame testimoniale condotto dai pubblici ministeri romani Ionta e Salvi, il generale Nicolò Bozzo, collaboratore per il centro-nord del generale Dalla Chiesa, rivelò il nome di questo confidente: «ho notizia di un altro infiltrato nelle Brigate rosse e specificatamente di questo Tovo Maurizio che portò alla cattura di Curcio nel 1976 unitamente a Semeria Giorgio, Nadia Mantovani e Basone Angelo». Sempre nello stesso appunto troviamo un’altra testimonianza resa in commissione Stragi, il 21 gennaio del 1998, dove il generale Bozzo precisa: «noi abbiamo avuto un infiltrato, un certo Tovo Maurizio di Padova, nel 1975/1976. Questo Tovo Maurizio, Tovo o Lovo – io non l’ho mai visto e non ricordo bene – era una fonte del centro Sid di Padova. Il Sid, nella persona del generale Romeo. […] Seguendo questo soggetto siamo arrivati alla Mantovani, seguendo la Mantovani siamo arrivati al covo di via Maderno numero 10 [5 Ndr], dove la sera del 18 gennaio 1976 c’è stata un’irruzione, un conflitto a fuoco. Ferito Curcio e ferito gravemente il vicebrigadiere Prati. Sono stati catturati in due, Curcio e Mantovani. Da allora sono cessati gli infiltrati»16. In altri documenti dell’Aise, citati da Scriccia, si legge che l’infiltrato era indicato come fonte «Frillo». 
Nel l’ottobre 1990, sempre il generale Bozzo aveva rivelato in un altro interrogatorio che per quanto riguarda il Nord, i Carabinieri avevano avuto nel corso di tutta la loro attività di contrasto alle Brigate rosse, «solo tre infiltrati, tutti interni o fiancheggiatori, nessuno dei quali militare». Questi erano: «Silvano Girotto, nonché altri due, uno di Padova e uno della zona di Torino, i cui nomi sono noti ai magistrati che si interessarono delle relative vicende». Fonti – aggiunge Bozzo – che hanno collaborato «nell’anno 1974 (Girotto), nell’anno 1975/76 (quello di Padova) e nel 1979/80 (quello di Torino)». In realtà a Girotto non venne dato il tempo di infiltrarsi ma fu impiegato unicamente come esca. Dell’infiltrato torinese, parla invece il giudice Mastelloni nel suo libro: si trattava anche qui di un operaio della Fiat proveniente dal Pci che nel dicembre 1980 fece arrestare Nadia Ponti e Vincenzo Guagliardo, tornati a Torino per riorganizzare la colonna distrutta dalla collaborazione di Peci con i carabinieri di Dalla Chiesa. Contattato dalla staff di Dalla Chiesa – scrive Mastelloni – «l’uomo si accordò con i militari dietro promessa di un forte compenso economico per consegnare i due militanti clandestini, puntualmente bloccati all’interno di un bar del centro»17.

Note
1.
Testimonianza di Lauro Azzolini all’autore in data 12 aprile 2021, «Dopo le insistenze da parte di alcuni che erano incarcerati di porre attenzione al compagno Mario, anche Micaletto venne coinvolto, insieme ad altro compagno che ritenevamo di provata sicurezza, Fiore. In quei mesi Mario mostrò tutto il suo altruismo e solidarietà di comunista partecipando attivamente alle necessità della Organizzazione, come, in prima persona nel combattimento, col rischio della propria vita, per porre in salvo e cure a compagni feriti…e non solo. Per cui dopo mesi di “freno delle attività” dovute a tale voluta depistante inchiesta alla quale dammo risultanze concrete, riprendemmo a porre in essere il percorso strategico di costruzione offensiva della Organizzazione».
2.
Pierluigi Zuffada, Le bugie di Alberto Franceschini, https://insorgenze.net/2020/08/03/le-bugie-di-alberto-franceschini/, 3 agosto 2020.
3. Sergio Flamigni, La sfinge delle Brigate rosse, Kaos 2004, pp. 7-32.
4. Mario Moretti, Brigate rosse, una storia italiana, prima edizione Anabasi p. 7.
5. Sergio Flamigni, Idem, pp. 138-142.
6. Renato Curcio, A viso aperto, Mondadori 1993, p. 103-104.
7. M. Moretti, Idem, p. 76.
8. Pierluigi Zuffada, Idem, 3 agosto 2020.
9. R. Curcio, Idem, p. 104.
10. M. Moretti, Idem, p. 73-74.
11. Pierluigi Zuffada, Idem, 3 agosto 2020: «La liberazione è stata decisa dall’Esecutivo dell’organizzazione all’interno di un programma per la liberazione dei compagni dalle galere. L’inchiesta ha portato a scegliere il carcere di Casale Monferrato come primo obiettivo, e tale scelta è stata imposta dalle allora capacità operative dell’Organizzazione, soprattutto dall’inesperienza nell’assaltare un carcere. Nella decisione di scegliere Casale hanno pesato soprattutto le argomentazioni di “Mara” Cagol. In contemporanea era stata fatta un’inchiesta sul carcere di Saluzzo, dove Franceschini era recluso, e addirittura in seguito al suo trasferimento a Pianosa, Moretti ha portato avanti inchieste per pianificare un’evasione da Pianosa. Da notare che Franceschini si è fatto beccare sul tetto di quel carcere durante una ricognizione per scappare, vanificando di fatto tutto il progetto di fuga. Se non ricordo male, né lui, né i suoi compagni di cella sono mai stati incriminati per tentata evasione, o danneggiamento delle sbarre della finestra. Ma ritornando a Casale, nella fase di pianificazione dell’azione sono stati evidenziati errori “tecnici”, per il superamento di uno di questi io sono stato chiamato da Mario Moretti: una volta corretto, ho insistito per parteciparvi attivamente, e in seguito processato e condannato».
12. Testimonianza di Lauro Azzolini all’autore in data 12 aprile 2021 che aggiunge: «Chi ha combattuto e vissuto con Mario non ha dubbi alcuno. Per quanto riguarda la Storia della Organizzazione Br e le “rotture che ha subito”, non essendo stato io in accordo con tali posizioni date, penso che il Franceschini abbia dato un forte apporto perché ciò succedesse»
13. Sergio Flamigni, Idem, 162-164.
14. Carlo Mastelloni, Cuore di Stato, Mondadori 2017, p. 223.
15. Ibidem, p. 223.
16. CM Moro 2, Doc 799/3 del 2 novembre 2016, Appunto del generale Paolo Scriccia, declassificato il 2 febbraio 2018.
17. Carlo Mastelloni, Idem, pp. 103-104.
5

Amnistia sociale, «siamo di fronte alla pervasività di un sistema penale eretto contro ogni manifestazione del conflitto sociale»

L’intervento – «questa campagna segna l’esigenza sentita da più parti, anche molto diverse tra loro, di resistere a qualcosa di nuovo: la pervasività del sistema penale eretta contro ogni manifestazione del conflitto sociale. L’ondata repressiva al livello sociale non avviene come repressione “a valle” di episodi signicativi di lotta violenta, ma “a monte”, quale modello di controrivoluzione preventiva offerto come politica principale – per non dire unica – nei confronti del variegato e frammentatissimo proletariato attuale.
Diritto di manifestare, fine dell’ergastolo e no alla tortura saranno necessariamente la nuova cornice, accanto alle lotte sul lavoro e per il reddito. Sarà l’inizio di un lungo, nuovo e difficile processo storico e non il sereno suggello di un passato. Sarà il mezzo con cui costruire una grande unità oggi ancora lontana

di Vincenzo Guagliardo
il manifesto 6 agosto 2013

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Foto Baruda

E’ evidente che, già di per sé, “oggettivamente”, la proposta di indulto-amnistia “sociale” né potrebbe né – credo – voglia sancire la fine di un’epoca o l’oltrepassamento di un cosiddetto ciclo di lotte. E’ vero semmai l’esatto contrario: segna l’esigenza sentita da più parti, anche molto diverse tra loro, di resistere a qualcosa di nuovo: la pervasività del sistema penale eretta contro ogni manifestazione del conflitto sociale. Questa tendenza arriva ormai a delle esagerazioni caricaturali (ma pure inquietanti, e gravi per chi le deve subire), come quella savoiarda di voler accusare addirittura di terrorismo il movimento No Tav in Val di Susa.
Decenni fa il movimento operaio lottava per pane, lavoro e minor fatica. Alla lotta poteva seguire o meno la repressione secondo i rapporti di forza esistenti. Oggi invece ogni lotta trova a priori un ostacolo di possibile rilievo penale (e di tipo inquisitoriale). Deve fare i conti con una nuova realtà sapientemente (o ciecamente?) costruita negli ultimi tre decenni passo dopo passo, di emergenza in emergenza, da quella contro il “terrorista” a quella contro il lavavetri dichiarata da qualche sindaco-sceriffo.
Le democrazie occidentali rivelano una tendenza “totalitaria” che non può più essere ignorata: da un lato c’è gente in galera da oltre trent’anni e dall’altro c’è gente che è “illegale” per il fatto stesso di esistere grazie a leggi che la privano del permesso di soggiorno. In mezzo a questi due poli, e fra mille gradazioni diverse, può ormai ritrovarsi ognuno.
E ora vediamo in quale cornice stanno questi due poli estremi: nella sua specificità, il caso italiano suscita attenzione persino a livello europeo. Segnali simbolicamente forti sono arrivati dal Vaticano che ha abolito l’ergastolo e riconosciuto la tortura come reato, e dalla Corte europea dei diritti dell’uomo che ha dichiarato incostituzionale l’ergastolo.
E’ importante sottolineare di nuovo che l’ondata repressiva al livello sociale non avviene come repressione “a valle” di episodi signicativi di lotta violenta, ma “a monte”, quale modello di controrivoluzione preventiva offerto come politica principale – per non dire unica – nei confronti del variegato e frammentatissimo proletariato attuale. (Il “resto” è espropriazione di reddito dei poveri a favore dei ricchissimi). Perciò se prima eravamo nell’epoca del “pane e lavoro”, ora siamo in quella di “pane, lavoro e libertà”, da subito, e non “dopo”.
Diritto di manifestare, fine dell’ergastolo e no alla tortura saranno necessariamente la nuova cornice, accanto alle lotte sul lavoro e per il reddito, entro cui dovrà resistere il proletariato attuale contro la propria frammentazione e le drammatiche corporativizzazioni che possono derivarne. Sarà l’inizio di un lungo, nuovo e difficile processo storico e non il sereno suggello di un passato. Sarà il mezzo con cui costruire una grande unità oggi ancora lontana.
E non potrà essere solo una piattaforma rivendicativa: richiede ovviamente un impegno personale che vada al di là del manifestare per chiedere il diritto di manifestare.
La tendenza “totalitaria” infatti è tale perché cancella la differenza tra diritto privato e diritto pubblico. Vuole attentare alla stessa volontà dell’individuo, la vuole sostituire con la norma dell’autorità in ogni piega. Il premio ha sostituito il diritto. L’individuo non è più un “cittadino” ma un suddito o, meglio, un malato da curare da se stesso. E’ così che le aule di giustizia sono diventate un mercato (delle coscienze) attraverso nuovi riti come il “patteggiamento” e il “rito abbreviato” dove alcuni avvocati si prestano ormai a rinunciare al loro ruolo classico di difensori dell’imputato per ridursi a portaborse del pm Difficilmente la resistenza qui indicata andrà avanti se non saprà sottrarsi a questi riti e difendere invece le proprie ragioni dalla logica di mercato applicata alle idee.

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Non ci sono più diritti ma premi

L’intervento – il “premio” progressivamente sostituisce tutto ciò che fino a ieri intendevamo come “diritto”. Dove c’è premio, c’è punizione per chi non lo merita: il “pentito” esce, e spesso riprende a compiere reati, il non-pentito vive il carcere ostativo… Ma lo scopo di questa strategia non è quello di far diminuire i reati né quello di punire i rei… La premialità infatti instaura un regime totalitario che pretende il controllo sistematico e capillare degli individui al di là dei loro comportamenti, fino a colpire la loro realtà interiore. Non vuole cittadini “perbene” ma nuovi sudditi

di Vincenzo Guagliardo, maggio 2013

Nel nostro comune immaginario, la tortura si concentra in episodi eccezionali, in particolari circostanze, per una durata di tempo “relativamente” limitata al fine di estorcere una confessione, ma soprattutto – in realtà – per spezzare un individuo, annichilendo la sua volontà, distruggendo cioè gli animi prima ancora che i corpi. Oggi questi confini che abbiamo posto nella nostra mente si fanno sempre più labili. L’indifferenza con cui, per esempio, si continua ad accettare il “sovraffollamento” carcerario nasconde una realtà torturante, volta a distruggere l’individuo dal punto di vista psicofisico, ed è una realtà che sta diventando sistema: applicato a migliaia di persone come condizione di vita quotidiana prolungata. Ma c’è di più. Per esempio: i molti che scontano l’ergastolo con il cosiddetto reato “ostativo”. Costoro non possono usufruire di alcun beneficio previsto dall’ordinamento penitenziario e perciò, in teoria, possono solo aspettare la morte in carcere. In teoria, perché il “trucco” c’è: se “collaborano”, questa condanna a morte a secco e diluita nel tempo viene ritirata… In pratica, queste persone possono uscire da lì solo se accettano di mandare un’altra persona al loro posto!
Ebbene, molti di questi ergastolani non lo hanno fatto. Qualcuno ha detto che non lo fanno per non esporre i loro cari a rappresaglia. A prescindere dal fatto che preoccuparsi della sorte altrui è una scelta rispettabile che nulla toglie all’orrore del ricatto posto loro, c’è da dire che non è solo così perché non può essere solo così. E basta leggere i loro appelli, le loro lettere e testimonianze per rendersene conto. Il fatto stesso di accettare di morire in carcere se non cambia questa legge ricattatoria è oggi una delle più alte espressioni di una resistenza per la libertà di coscienza di tutti e per la dignità d’ognuno, offese da un sistema penale “impazzito” e accettato con il silenzio generale. Le condizioni estreme possono distruggere un individuo, ma possono anche suscitare una dolorosa presa di coscienza alla quale è prezioso rispondere, scoprendo gli orizzonti di una non-collaborazione che non avevamo preso in considerazione e rendendoci così i ciechi complici di una nuova Inquisizione.
Ma da dove viene questo “impazzimento”? Intanto – direbbe Shakespeare – bisogna notare che in questa follia c’è del metodo. Proviene dall’alto, a partire dallo stesso potere legislativo, e non dalla cattiveria del singolo che poi vi potrà trovare il suo spazio congeniale. C’è infatti sempre meno ipocrisia nella pioggia di provvedimenti vari e leggi che creano questo inferno delle anime, che investe, prima ancora del carcere, già il processo, per esempio con l’istituto del patteggiamento: cioè con la riduzione delle aule di giustizia a un mercato. Al centro di questa nuova logica che prima si nascondeva nel buio più profondo delle carceri, o nelle tecniche di tortura, nascoste dietro situazioni “particolari”, si affaccia come sappiamo dagli anni ’80, cambiando il volto delle stesse leggi, il “premio” che progressivamente sostituisce tutto ciò che fino a ieri intendevamo come “diritto”. E’ evidente in lingua italiana che se ti dico che una cosa può spettarti solo come premio, è perché non ti spetta più come diritto. E se non ci stai,… ti distruggo. Perché dove c’è premio, c’è punizione per chi non lo merita: il “pentito” esce, e spesso riprende a compiere reati, il non-pentito vive il carcere ostativo… Ma lo scopo di questa strategia, d’altronde, non è quello di far diminuire i reati né quello di punire i rei…
La premialità infatti instaura così facendo un regime totalitario che pretende il controllo sistematico e capillare degli individui al di là dei loro comportamenti, fino a colpire la loro realtà interiore. Non vuole cittadini “perbene” ma nuovi sudditi. Questa pretesa, perciò, crea inevitabilmente anche il suo contrario al momento della sua applicazione: l’arbitrio. Una prassi penale fuori dal diritto. Ed è qui che non possiamo più stupirci quando si affacciano personaggi come la defunta suicida direttrice di carcere Armida Miserere. Aveva fama tra i reclusi di non essere a posto. I reclusi avevano torto. Veniva persino mandata in missione quando c’era da mettere “a posto” qualche carcere e nella sua lettera di addio al mondo accenna di aver fatto parte di quella nuova struttura di intelligence (ossia di spionaggio) realizzata nelle… carceri (!) quand’era ministro della giustizia il “comunista” Diliberto. Miserere forse non ha più retto questo ruolo – in tal caso ciò vada a suo merito –, ma è stata lo stesso un’avanguardia che oggi è sempre meno sola.
Oggi hanno fatto un film con la Miserere come eroina, interpretata da Valeria Golino.
L’ipocrisia del potere, in fondo, era una mezza virtù. Quando fingi di onorare certi princìpi mentre vuoi fare l’opposto, sei comunque costretto a mascherarti, e quindi a limitarti. L’ipocrisia è un freno a quell’arbitrio totale che è il frutto inevitabile dei sogni di controllo totalitario. Oggi il “liberismo” penale non è più ipocrita. Ha finalmente portato alla luce del sole il nucleo da sempre nascosto del sistema penale nei suoi angoli più bui o nelle sale di tortura. Ora, chi ha occhi per vedere, può capire e riflettere.

Interventi dello stesso autore
A dieci anni di distanza torna nelle librerie di sconfitta in sconfitta di Vincenzo Guagliardo
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Partire dal’labolizione dell’ergastolo per fermare l’escalation della società penale
La rivoluzione abolizionista e il rinnegato Christie
Logica premiale e logica vittimaria ispirano la nuova filosofia penale
Punizioni e premi, la funzione ambigua della rieducazione
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Servitù volontaria e lealizzazione delle coscienze, la non-collaborazione come nuovo orizzonte di libertà

Dibattito – Alla stregua di quanto avvenne ai primordi della società capitalista durante l’accumulazione originaria, quando vi fu una formattazione coatta della forza-lavoro attraverso un disciplinamento feroce dei corpi, oggi assistiamo a qualcosa di analogo difronte ai meccanismi sempre più profondi di lealizzazione delle coscienze richiesti dall’ideologia d’impresa. La non-collaborazione opposta alla servitù volontaria diventa allora uno dei nuovo orizzonti di libertà. «Non possiamo più di tanto illuderci – spiega Guagliardo – su un ritorno del welfare state. Dal terreno rivendicativo bisognerà passare a quello ricostruttivo. Alle società di mutuo soccorso»

di Vincenzo Guagliardo, maggio 2013

London-WorkhouseRispetto a quanto scrissi anni fa in “Di sconfitta in sconfitta“, i temi allora affrontati in un ambito piuttosto particolare oggi andrebbero riaffrontati all’interno di un’immensa montagna dov’è facile smarrirsi. I dispositivi per lealizzare le coscienze, ormai ben al di là del sistema penale o delle dinamiche delle sconfitte rivoluzionarie da me analizzate oltre dieci anni fa, sono diventati tout-court la politica principale per il nuovo proletariato, il ricatto che in questa crisi ormai permanente e niente affatto ciclica del capitalismo, riguarda tutto il mondo del lavoro o della ricerca di un posto di lavoro. Questo ricatto è anzi la nuova scuola di formazione della forza-lavoro attuale, una sorta di nuova Inquisizione sociale globale. Ogni lavoratore, o quasi, deve diventare il guardiano di se stesso come quei prigionieri che devono volontariamente rientrare in carcere alla sera dopo una giornata di lavoro svolta fuori.
Mi sembra che, anche se in modo diverso ovviamente, molto più sofisticato, stiamo ritornando alle origini del capitalismo, quelle della nascita di una forza-lavoro necessaria al suo avvento. Ogni precedente figura proletaria venne allora vista come sospetta, levatrice o fabbro o contadino o vagabondo che fosse. Recuperando i dispositivi inquisitoriali già messi in campo nei secoli precedenti contro i cosiddetti eretici, cioè contro i rivoluzionari di quei tempi, chi non si adeguava alle nuove condizioni di lavoro era un sospetto, sospettato cioè di avere stabilito un patto eretico – col diavolo –, e pertanto, rivelava sicuramente nei suoi comportamenti di essere un perverso – ossia sodomita – e ebreo – cioè deicida. Quei pigri indios d’America – si ricorderà – furono perciò proprio accusati di essere ebrei (cioè discendenti degli ebrei colà trasferiti per provvedimento divino!), sodomiti e perciò indiavolati da inviare in miniera. Questa politica di formazione di una forza-lavoro recalcitrante costò in pochi decenni la vita al 90% della popolazione (69 milioni). Il meccanismo inquisitoriale obbliga infatti alla delazione del vicino, scatena percio come prima cosa il rito della ricerca capro espiatorio. Ma attenzione: il processo inquisitoriale non conosce presunti innocenti, bensì, in un’originale versione del peccato originale, solo presunti colpevoli. Per chi poi si ostina quindi a non voler imparare a “stare al proprio posto” scatta un secondo rito, la caccia all’uomo: escludente e annientante. Ti escludo ammazzandoti, in modo possibilmente feroce e spettacolare, per meglio includere gli altri. E questo fu il prezzo dell’accumulazione originaria capitalistica dove cito solo l’esempio significativo degli indios, tanto per non dilungarci a parlare anche dell’Europa. L’intera vicenda è ancora conosciuta sotto il nome assai riduttivo di “caccia alle streghe” (a prescindere dal sesso delle vittime, ovviamente).
La crisi attuale è sempre un problema di accumulazione del capitale. Non si risolve mai e scatena sempre guai. Sempre più grossi. Oggi diventa sempre più “distruttiva” e sempre meno “produttiva”. Quali altre zone non capitalistiche si possono mai conquistare con una guerra purificatrice per creare nuovi mercati che favoriscano l’accumulazione come successe con la conquista dell’America e i vari stermini coloniali? Siamo alla saturazione. Vedo oggi attraverso le tante “piccole” guerre o le grandi operazioni finanziarie, coadiuvate da uno stato nazione–commissario di polizia e dalla legislazione supina del “sistema dei partiti” (di destra e sinistra) non più un rilancio possibile di forze produttive ma la loro distruzione in un immenso trasferimento di redditi dai più poveri ai più ricchi che garantisce il profitto e lo aumenta pure, ma non risolve affatto le difficoltà di accumulazione del capitale. Il suo tasso cala lo stesso.
tableau1Il risultato è che la crisi “permanente” liberista è distruttiva d’ogni tessuto sociale (per non dire del pianeta) in una spasmodica riformazione della forza-lavoro che si fondi su una servitù volontaria assoluta (e un sovrappiù di umanità). Non-collaborazione o servitù volontaria assoluta sono i due poli su cui si confronteranno oppressi e oppressori.
Insomma, anche noi allora oggi dobbiamo, per certi versi, come il capitalismo, tornare alle origini: quelle del movimento operaio. Se la riformazione coatta della forza-lavoro distrugge la comunità umana, compito della politica (rivoluzionaria) è quello di ricostruirla. Ciò che prima veniva dato spontaneamente e su cui si costruiva poi la politica degli oppressi oggi è sottosopra. Non possiamo più di tanto illuderci su un ritorno del welfare state. Dal terreno rivendicativo bisognerà passare a quello ricostruttivo. Alle società di mutuo soccorso o, di contro, alle distinzioni tra buoni e cattivi e a tutto quello che ne consegue. Cambiano gli orizzonti dell’agire, ed è su questo che vorrei invitare ognuno a riflettere.

Dello stesso autore
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Il paradigma del capro espiatorio e la nuova filosofia penale nell’ultimo libro di Vincenzo Guagliardo

Partire dall’abolizione dell’ergastolo per fermare l’escalation della società penale

Oggi è ancora difficile far capire che se si rischia da 1 a… 20 anni per una quantità “non giusta” di possesso di cannabis, è perché c’è ancora l’ergastolo. Insomma l’ergastolo suscita una sorta di effetto traino che giustifica e sospinge verso l’alto il resto delle pene comminate. Adotta il logo della campagna Liberi dallergastolo

di Vincenzo Guagliardo

336-280L’abolizione dell’ergastolo venne evocata alcuni anni fa dal post-fascista Gianfranco Fini. L’uscita inconsueta dell’allora leader di An non ebbe però una grande eco e nel frattempo lui stesso l’ha dimenticata, essendo poi diventato democratico tout court.
Ciò tuttavia dimostra in qualche modo che una tale richiesta può giungere da orizzonti politico-culturali diversi: per esempio può affacciarsi come il risultato di una domanda di maggiore efficienza della giustizia penale o, al contrario, come necessità di una sua radicale rimessa in discussione, oppure può semplicemente scaturire da ragioni umanitarie.
In realtà l’ergastolo si è affermato come un sostituto della pena di morte. Non nasce da ragioni umanitarie ma, come per tutte le altre pene detentive, venne introdotto per ragioni di efficienza. Nel Settecento le torture e le esecuzioni, troppe volte promesse, improvvisamente cessarono: ormai erano… troppa carne al fuoco. Perciò non facevano più paura, diceva Beccaria. La detenzione invece avrebbe garantito una pena certa poiché finalmente realizzabile, quindi avrebbe svolto una funzione deterrente; e l’ergastolo avrebbe fatto più paura di una incerta promessa di morte. Avrebbe assegnato al condannato una sorte peggiore della morte. L’ergastolo è nato dunque come nuova “pena capitale”.
E siccome anche nel regno delle pene, come in quello delle nazioni, se non cambiano le cose nella “capitale”, cioè al centro, è poi difficile cambiarle nelle sue province, ecco che questo ignorato centro determina complessi meccanismi che diventano resistenze e boomerang quando si vuole ritoccare il sistema a partire da qualche punto periferico. L’Europa se n’è accorta e in gran parte ne ha preso atto, non attuando più di fatto o abrogando il “fine pena mai” (o meglio “fine pena: 99-99-9999”, come è scritto nei sistemi informatici dell’amministrazione penitenziaria).

L’Italia ancora no. Con i suoi 1415 condannati, l’ergastolo consente di non mettere in discussione aspetti scomodi del passato e di coprire gli interessi presenti che vi si sono costruiti sopra. La presenza di queste persone offre la possibilità di mostrare la faccia severa dello Stato per meglio nasconderne un’altra. Gli ergastolani sono i capri espiatori di un sistema che premia e garantisce una relativa impunità (spesso scandalosa) a un numero sempre maggiore di collaboratori di giustizia, i cosiddetti “pentiti”, e/o ai “colletti bianchi” che, per fare il loro consueto lavoro, né possono, né sanno più, né vogliono distinguere il lecito dall’illegale. D’altra parte gli stessi premi dati prima ai pentiti e le facilitazioni concesse poi ai colletti bianchi, sono venute a far parte di un più vasto sistema di trattamento di natura premiale riservato dalla legge penitenziaria a tutti i detenuti.
Quella premiale è una macchina che trae storicamente origine dalla volontà di non discutere in sede culturale e politica degli aspri conflitti politico-sociali degli anni Settanta, e che i “vincitori” affidarono a 25 mila casi giudiziari di cui rimangono “testimoni” ancora oggi poco più di una cinquantina di ergastolani. Questo sistema divenne legge penitenziaria nel 1986 col nome del senatore Gozzini che ne fu il relatore. Alcuni, in modo troppo affrettato, vi hanno subito visto un primo passo “oltre la pena”. Ma dopo vent’anni questo grande progresso che allora si annunciava come l’alternativa alla pena tradizionale si è mostrato solo un modo per affiancarla. In realtà il sistema penale ha esteso le sue propaggini fuori dal carcere. È aumentato in modo esponenziale il numero di coloro che dipendono da esso anche in stato non detentivo ed è raddoppiato il numero dei reclusi non solo prima ma anche dopo che intervenisse l’indulto.

La pena cosiddetta alternativa, in realtà premiale, ha soltanto aumentato la pervasività del potere giudiziario all’interno della società, incrementando l’area penale esterna al carcere. Si è creato così un “eccesso di presenza penale” che molti cominciano a lamentare. Nel frattempo i fautori della tolleranza zero ne hanno ridotto la portata applicativa con una legge che esclude i recidivi (la ex Cirielli), ossia almeno il 70% dei rei… Invece di rivedere i tetti massimali di pena si è preferito aumentarle. Si sono moltiplicati i fatti che costituiscono reato allargando le competenze del diritto penale, salvo diluire le punizioni caso per caso in modo discrezionale.
Si è così venuta a creare una situazione analoga a quella analizzata da Beccaria nel Settecento. Da un lato si difendeva all’epoca la ferocia delle pene (tortura, morte) e si puniva sempre di più su tutto; dall’altro, non potendo più attuarle, si ricorreva a quelle che erano le misure “sostitutive” dell’epoca: deportazioni, esilii…
Il rimedio altro non fu che un’estremizzazione del male finché non s’inceppò a causa della sopravvenuta impossibilità di deportare e realizzare pubbliche esecuzioni, diventate motivo d’indignazione popolare invece che di spettacolo gratuito per folle forcaiole. È così che si fece strada allora l’idea del penitenziario, della reclusione come pena principale e dell’ergastolo come nuova forma di pena capitale.

Oggi è ancora difficile far capire che se si rischia da 1 a… 20 anni per una quantità “non giusta” di possesso di cannabis, è perché c’è ancora l’ergastolo. Insomma l’ergastolo suscita una sorta di effetto traino che giustifica e sospinge verso l’alto il resto delle pene comminate. Il rischio dunque è quello di una esplosione ingovernabile dell’intero sistema penitenziario. Ormai è popolare volere più ergastoli per un alto numero di persone e per una grande varietà di reati, in una spirale che, per le sue motivazioni di fondo, potrebbe trovare pieno sfogo solo nel ritorno della pena di morte.
E di “ritorno” bisogna infatti parlare, cioè di tensione al ritorno verso un’arcaica barbarie precedente alla stessa funzione dello Stato moderno e a ciò che, pur con tutti i suoi limiti, nell’ultimo quarto di millennio è stato definito comunemente “civiltà”.
Quale che sia la prospettiva da cui si guarda al pianeta carcere, quella dei difensori-riformatori del sistema penale o quella abolizionista, la sparizione dell’ergastolo dovrebbe esser vista come un possibile e necessario punto di convergenza. Altrimenti sarà la forza dei fatti a porre tragicamente la questione.

In Inghilterra, nell’Ottocento, l’eccessivo sovraffollamento provocò malattie mortali e contagiose che dal carcere si trasmisero fuori, passando ai giudici per il tramite di un’aula giudiziaria dove gli imputati dovevano essere processati, e da lì alla città…
Non possiamo sapere cosa succederà questa volta…

Link
Liberidallergastolo.wordpress.com
Parte la campagna 99/99/9999 liberi dall’ergastolo
L’ergastolo di Santo Stefano-Ventotene, segregazione e morte di Gaetano Bresci
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Liberiamoci dal carcere, ancora sul viaggio a santo Stefano
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Resoconto del viaggio al cimitero degli ergastolani
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Desincarcerer la société
Pianosa, l’isola carcere dei pestaggi: luogo di sadismo contro i detenuti
Aguzzini: Lumia, “Riaprire super carcere di Pianosa e applicare severamente il 41 bis”
Boia che non mollano: Cina e Stati uniti in testa alle classiche della pena di morte

Perpetuité

Irriducibili a cosa?

Una risposta a Benedetta Tobagi… 1/continua


In nome di quale presente abbiamo il diritto di giudicare il nostro passato?

Roland Barthes

di Paolo Persichetti

C’è una parola che mette molta paura: quella di «irriducibile». Si è scritto tanto attorno a questo termine nei giorni scorsi, dopo la morte e la cerimonia di saluto a Prospero Gallinari, momento in cui i cosiddetti irriducibili, cioè quelli che sono stati descritti come gli indefessi, gli ostinati e gli irremovibili, altrimenti detto «coloro che non hanno mai fatto i conti col passato», e dunque per questo ritenuti ottusi e tetragoni testimoni della stagione rivoluzionaria degli anni 70, sarebbero sorprendentemente riemersi – cosa ancor più preoccupante – in folta compagnia.
Ne ha scritto su Repubblica in due occasioni, il 15 (qui) e il 24 gennaio (qui), Benedetta Tobagi, di fresca nomina al cda della Rai e proiettata, forse un po’ troppo in fretta, nel ruolo di amministratrice della memoria di quel decennio.

Irriducibile: un termine estraneo al lessico della lotta armata
Eppure contrariamente a quanto si è scritto in passato e si continua a scrivere, l
a parola «irriducibile» non appartiene al lessico brigatista. La diffusione di questa etichettatura ha contribuito non poco a fornire una immagine distorta della cultura politica dei militanti che hanno preso parte alla lotta armata. Proviamo a vedere perché.
Il lemma, in realtà, ha svolto una funzione centrale nel vocabolario dell’emergenza giudiziaria e penitenziaria. E’ un conio dello stato di eccezione italiano, impiegato dalla magistratura, utilizzato dai corpi di polizia e dall’apparato carcerario e, in seguito, divenuto di uso comune nel mondo dei media per classificare i prigionieri politici che hanno rifiutato di sottomettersi alla legislazione premiale e differenziale: la delazione remunerata dei collaboratori di giustizia (i cosidetti “pentiti”) e l’abiura, anch’essa remunerata, la cosidetta dissociazione.
Irriducibile, era e resta, chi ha rifiutato di accedere a queste due categorie. Un’area, quella della «irriducibilità», che include figure e generazioni molto diverse tra loro per opinioni politiche e atteggiamenti (sul perdurare o meno dello scontro armato e sull’analisi della società).
Per intenderci: sono considerati irriducibili i cosidetti “continuisti”, cioè coloro che hanno mantenuto ferma la convinzione nel proseguimento della lotta armata anche di fronte ai radicali mutamenti sociali e geopolitici intervenuti nel corso degli anni 80, al pari di quelli che si sono pronunciati in favore di una discontinuità, di un oltrepassamento dell’esperienza armata, o di quelli che in forme varie, anche meno visibili pubblicamente, hanno ritenuto conclusa l’esperienza della lotta armata avviando altri percorsi non più, o non sempre, politici, ricollocando il loro impegno – quando hanno pututo – su terreni civili, sociali e culturali.
Ciò che accumuna quest’area pluriversa, etichettata comunque come “irriducibile”, è dunque il rifiuto delle logiche inquisitoriali dell’emergenza giudiziaria. Nulla a che vedere con lo stereotipo riportato da Benedetta Tobagi nei suoi articoli (ma anche da altri), ovvero: «significato storico assunto dall’aggettivo, sostantivato per designare il terrorista o detenuto politico “che non recede dalle proprie convinzioni”». Lì dove per «recedere» – è bene sottolineralo – non si deve intendere una libera azione riflessiva, una disposizione dell’animo, un afflato della coscienza, un soprassalto dello spirito, che potrebbe ispirare e accompagnare nobili percorsi di distacco interiore, momenti d’autocritica assolutamente disinteressati, autonomi e genuini, ma l’adesione ai dispositivi di assoggettamento previsti in sede penale e penitenziaria, attraverso una lunga serie di decreti e dispositivi legislativi di tipo premiale, varati tra il 1979 e il 1987, che introducendo trattamenti differenziali hanno incrinato il principio di eguaglianza di fronte alla legge e trasformato l’inchiesta, il processo e il carcere, da sedi di verifica e ricerca della prova o di svolgimento della pena, in mercati delle indulgenze, fiere dello scambio politico, luoghi dove si riceve un po’ di futuro in cambio del proprio passato. Qualcosa di assolutamente opposto ad ogni storicizzazione o esercizio libero ed autonomo della critica.
Diceva a tale proposito Jeremy Bentham che «la sfera della ricompensa è l’ultimo asilo dove si trincera il potere arbitrario».
Se ancora le parole hanno un senso, in questa epoca dove ormai il senso sembra aver perso ogni parola, la nozione di irriducibilità dovrebbe designare l’emergenza giudiziaria, il protrarsi ad oltre tre decenni di distanza degli irrisolti penali, degli ergastoli, degli esiliati, gli ukaze contro la parola degli ex militanti di allora. Irriducibile è la memoria giudiziaria che dopo tanti decenni ha sovrapposto all’oblio penale l’oblio dei fatti sociali e alla memoria storica la memoria giudiziaria.

«Negli ultimi dieci anni l’Italia aveva subito la più radicale trasformazione socio-economica dal dopoguerra ed erano cambiati sia i soggetti sociali e politici delle lotte da cui erano nate le Br, sia i presupposti della nostra strategia rivoluzionaria. Prendere atto di queste trasformazioni era una necessità storica che valeva per me, quanto per chi desiderava seriamente interrogarsi sul significato di ciò che era successo. A quel punto la parola “irriducibile” non connotava nessuna realtà sociale. Era un trucco del linguaggio. A cosa si sarebbe dovuti essere “riducibili”? Secondo il potere, alla dissociazione: nel senso che non si era più irriducibili se si diventava dissociati!».

Renato Curcio (intervistato da Mario Scialoja), A viso aperto, Mondadori 1993, p. 209

«L’abiura è come un’eco lunga, un discorso che ricomincia sempre dallo stesso punto, un rimbombo senza fine. Essa nasconde, non svela. Dirò una cosa che vorrei provocasse quelli della mia generazione. Quel che è avvenuto negli anni Settanta è roba nostra, non puoi glissare. I dissociati glissano. Mentre sarebbe stato possibile – difficile ma possibile – fare tutti assieme una riflessione vera, completa, senza rimozioni, dichiarando che era finita. Perché il progetto era realmente fallito, questo era chiaro, anche a quelli che continuarono non potendo far altro.[…] Fare questo dibattito sul serio e fino in fondo significava assumersi la responsabilità politica di tutto mentre si chiudeva tutto. E quanti erano disposti a farlo? Fra di noi e fuori di noi? Apperna si fosse arrivati a una discussione seria anche sul modo con il quale si reagì al fenomeno Br e lo si combatté, coloro che non vogliono fare i conti con quegli anni, avrebbero inchiodato la discussione con i soliti falsi misteri che servono a impedire che se ne parli. Avrebbero fatto e detto di tutto contro di noi – nella sconfitta, ci ricorda la scuola dei cinici, chi ha perso non solo ha perso, ma deve essere cancellato, deformato, annichilito».

Mario Moretti (intervisatto da Rossana Rossanda e Carla Mosca), Brigate rosse, una storia italiana, Abanasi 1° edizione 1994, pp, 252 e 254

«Siamo al culto della delazione, alla canonizzazione dei collaboratori di giustizia. E in parte è colpa mia. Le confesso una cosa: ogni sera io recito un atto di dolore per aver contribuito, negli anni Settanta, alla diffusione di questo modo di fare giustizia […] Sa, sto pensando di presentare un disegno di legge per cambiare le cose: prendo le regole dell’Inquisizione di Torquemada e le traduco in italiano moderno. Ci sono più garanzie in quelle che nel nostro codice di procedura penale».

Francesco Cossiga, La Stampa, 19 aprile 1995

Che cosa vuol dire irriducibile?
Il primo significato suggerito dal vocabolario online della Treccani (qui) e ripreso anche dalla Tobagi nel suo articolo è, «Che non si può ridurre, cioè rimpiccolire, restringere, ricondurre a una forma più semplice». Altrimenti detto schiacciare. D’altronde l’etimologia è chiara: la particella prefisso “ir”, davanti a parole che inizano con “r” – spiega il dizionario etimologico – assume valore di negazione del significato positivo del termine corrispondente all’interno del quale è comunque ricompreso, a meno che il lemma non abbia assunto una sua rilevanza ed autonomia significative. Esempio: raggiungibile/irraggiungibile; razionale/irrazionale; resistibile/irresistibile, riguardoso/irriguardoso; rilevante/irrilevante.
Per esser chiari: irriducibile vuol dire «non riducibile», dunque che non può essere o non si lascia ridimensionare, che non può essere semplificato, banalizzato, appiattito, livellato. Per estensione: omologato, adattato, limitato, forzato, formattato, obbligato, impoverito.
E siccome le parole hanno senso solo se calate nel contesto in cui sono state coniate per fornire una definizione, in carcere irriducibile è colui che non si lascia piegare dalla disciplina punitiva dell’emergenza, è colui che resiste e oppone al tentativo di riduzione, di adattamento e formattazione ai valori dominanti, all’omologazione della norma, la ricchezza della propria esperienza, della storia dai cui proviene. In questo contesto irriducibile è sinonimo di complessità, estensione, espansione, molteplicità, stratificazione, sfumatura.
Irriducibile è quando ti si vuole imporre una forma e tu ti opponi perché ne contieni mille altre. Non a caso Benedetta Tobagi per contestare una cosa del genere è costretta a definire l’irriducibile, colui che «non depone l’armamentario ideologico per riconoscersi nei principi dello Stato costituzionale», come se lo Stato costituzionale – stando a quelli che sono i suoi postulati teorici – possa conciliarsi con il suo contrario, un assoluto etico a cui tutti devono uniformarsi, dove non c’è spazio sociale o pubblico autonomo e separato dallo spazio statale e quindi tutto ciò che è autonomia, figuriamoci critica, diventa immediatamente una forma di sovversione dell’etica istituzionale costituita.
Di irriducibili è piena la storia, pensate a Galileo e Giordano Bruno.

«La storia, si è già detto, è stata sempre quella narrata dai vincitori. Bisognerebbe aggiungere e precisare che i suoi scrittori sono spesso reclutati fra gli sconfitti o i trasfughi, i quali in tal modo si trasformano in uomini vinti. A quanto pare, la lezione fornita dall’uomo vinto è alla base della nostra memoria. E oggi, per tanti aspetti, è come se ci trovassimo in una situazione fondativa, analoga a quella dei primi secoli della nostra era.
La storia degli eretici, per esempio, ci è stata raccontata soprattutto dai loro grandi nemici, gli eresiologi, e sulla visione di costoro si è fondata l’ortodossia; ma bisogna ricordare che la maggior parte di questi eresiologi furono degli eretici o dei pagani pentiti come l’ex manicheo sant’Agostino, così diventato potente vescovo di Cartagine, o l’ex pagano sant’Ireneo vescovo di Lione, autore di un testo – Contro le eresie – d’importanza fondamentale per la storia dell’ortodossia cristiana. Si potrà ricordare lo storico degli ebrei Flavio Giuseppe. Egli e i suoi compagni rimasero accerchiati dai romani e decisero di suicidarsi per non consegnarsi al nemico. Per ultimo rimase proprio Giuseppe; cambiò idea, passò dalla parte dei romani e si mise a scrivere la storia degli ebrei… per i romani, benignamente trattato dall’imperatore Vespasiano e aggiungendosi il nome Flavio».

Vincenzo Guagliardo, Dei dolori e delle pene, Sensibili alle foglie 1997, p. 89

Fare i conti?
Una delle caratteristiche dell’irriducibile, scrive Benedetta Tobagi, è la sua incapacità di saper fare i conti col passato.
Ma cosa vuol dire “fare i conti” ? Un giurista tedesco, Helmut Quaritsch (Giustizia politica, Giuffré 1995) lo spiegava all’incirca in questo modo:

«Fare i conti» va inteso come espressione che contiene un concetto comprensivo che include in sé la nozione di elaborazione e di superamento del passato. Processo non conclusivo, lì dove esso è legato al problema della ricerca storica, della coscienza della memoria, ma anche chiusura lì dove la riflessione giuridica configura la presenza di una componente formale di decisione e procedura del superamento del passato che si esprime nelle sentenze ma anche nelle amnistie».

continua/1

La cerimonia di saluto
Il discorso: “A Prospero Gallinari. Fine di una storia la storia continua
Tutti a Coviolo per salutare Prospero Gallinari la cerimonia si terrà domani 19 gennaio alle-14-30
Ciao Prospero
In diretta da Coviolo immagini e parole della cerimonia di saluto a Prospero Gallinari/1
In diretta da Coviolo in migliaia per salutare Prospero Gallinari/2
La diretta twitter dai funerali
Ciao Prospero
Gli assenti
Scalzone: Gallinari come Prospero di Shakespeare, “la vita è fatta della stessa sostanza dei sogni”
Fine di UNA storia, LA storia continua
Mai alcuna confessione di innocenza, Prospero

Testimonianze
“Volevo dirgli grazie per avermi fatto capire la storia di quegli anni”. Una testimonianza sui funerali di Prospero Gallinari
Perché sono andato ai funerali di Prospero Gallianari by Stecca
In memoria di Prospero Gallinari di Oreste Scalzone
Al funerale di Gallinari la generazione più felice e più cara
Su Prospero Gallinari
Da contromaelstrom.com – Ciao Prospero, amico e fratello
Gallinari e il funerale che andava fatto anche per gli altri
Un contadino comunista nelle lotte di classe degli anni 70

Riflessioni
Irriducibili a cosa?
Ancora una volta Prospero Gallinari ha spiazzato tutti
Laboratorio Aq16, Gli anni 70 che non finiscono mai. Riflessioni sulla cerimonia di saluto a Prospero Gallinari

La storia
Quadruppani – Mort d’un combattant
Bianconi – I parenti delle vittime convocati via posta per perdonare Gallinari
Prospero Gallinari chiede la liberazione condizionale e lo Stato si nasconde dietro le parti civili
“Eravamo le Brigate rosse”, l’ultima intervista di Prospero Gallinari
Prospero Gallinari quando la brigata ospedalieri lo accudì al san Giovanni
Gli avvoltoi s’avventano sulla memoria di Prospero Gallinari
Gallinari è morto in esecuzione pena dopo 33 anni non aveva ancora ottenuto la libertà condizionale
Prospero Gallinari un uomo del 900
Chi era Prospero Gallinari?
Gallinari e Caselli, il confronto tra cattivi maestri e bravi bidelli
Gallinari, Gotor e le lettere di Moro
Caselli Prospero Gallinari e i cattivi maestri
In risposta a Caselli su Gallinari

«No, Nils Christie non ha rinnegato l’abolizionismo». Si apre la discussione dopo le critiche mosse da Vincenzo Guagliardo al libro, appena tradotto in Italia, del criminologo norvegese

Discussioni – Dopo la recensione critica di Vincenzo Guagliardo al libro di Nils Christie (da poco tradotto dalle edizioni Colibrì), apparsa su questo blog col titolo evocativo, «La rivoluzione abolizionista e il rinnegato Christie», si è aperta una interessante discussione. Tommaso Spazzali risponde agli attacchhi difendendo le ragioni del libro. Il dibattito è aperto.

di Tommaso Spazzali
luglio 2012

Leggo sul blog Insorgenze la recensione di Vincenzo Guagliardo a, Una modica quantità di crimine, di Nils Christie, ed. Colibrì – 2012, e provo, per come ne sono capace, a proporre qualche riflessione.
A differenza di alcuni suoi lavori precedenti, si pensi ad Abolire le pene?: il paradosso del sistema penale, ed. Gruppo Abele, 1985, o a il Il business penitenziario. La via occidentale al gulag, Eleuthera, 1996, questo testo di Nils Christie prova ad allargare il campo d’osservazione dedicando la sua attenzione al sistema di relazioni che sottende la cultura della pena. Se altrove l’oggetto era costituito dai dispositivi di repressione e controllo e alla loro funzione in relazione alla sfera politica o economica, qui si allarga il campo e lo sguardo si posa su coloro i quali permettono, perché tollerano, quando non giustificano o addirittura invocano, l’uso del diritto penale come strumento per la risoluzione dei conflitti. Il ragionamento parte dalla rappresentazione spettacolare e, direbbero i classici, sovrastrutturale, del lato visibile della pena. Si parte quindi dal concetto di crimine che altro non è che il moderno sermone nella teologia del controllo sociale. Il crimine, che supporta e giustifica l’esistenza della pena (la pena del Diritto, quella inflitta a freddo, con astratto, superiore, scientifico distacco) appoggiandosi su un’innata tendenza per l’espiazione (altrui) dei peccati (propri) e, dico io, basandosi sull’altrettanto umana necessità di rispondere alla domanda “con chi sto?” segnando un confine rispetto a cui posizionare sé e gli altri attorno a sé.
Il libro di cui si parla, cioè, non tratta, se non di riflesso, di espiazione o di vittime ma affronta il sistema di (dis)valori che contribuiscono all’adesione volontaria alla servitù del sistema penale da parte di chi – solo – potrebbe opporvisi con successo. Il punto di vista non è di quello che descrive e analizza il fenomeno inserito in un contesto ma che guarda prima di tutto proprio il contesto, cercando di capire in che momento la coscienza si acceca e accetta di delegare all’anonima (ma quantomai concreta) mano della punizione la risoluzione dei propri conflitti. La riflessione è tesa a cercare delle soluzioni, o quantomeno delle direzioni, non si tratta di cambiare la nostra coscienza ma di considerare gli elementi di una rappresentazione diversa della realtà da cui ricavare una forma superiore di conoscenza, con cui, se sarà dato il caso, anche la ritualità dell’espiazione potrà forse essere superata.

Il ragionamento parte da un apparente lontano: la conoscenza

Dare denaro a dei ragazzi potrebbe presto portare alla cessazione della loro attività di costruttori. Inoltre io conosco solo un metodo altrettanto efficace per far cessare, persino per prevenire, questa loro attività. Quella di insegnar loro come farla…[pag. 53]

lo sviluppo nel mercato della società contemporanea

I Paesi del Terzo Mondo, con tutto il loro sottosviluppo, si organizzano spesso lasciando un posto per ogni persona, qualcosa di utile da fare per tutti. Ora, mentre queste società divengono nazioni di produttori e consumatori, un gran numero dei loro abitanti si trova nella condizione di perdere la piena partecipazione a quelle attività che sono considerate le uniche importanti: le attività di produzione e consumo [pag. 45]

il lavoro

In inglese, a differenza del norvegese, si ha la possibilità di distinguere tra labour e work. Labour indica un pesante fardello; la parola è storicamente connessa con la tortura. Work ha il senso di un’opera, è strettamente connesso con la creazione, col creare un’opera d’arte. Per questo atto di creazione, il denaro è una minaccia. L’opera – work – non diventa cioè una ricompensa in sé. Diventa uno strumento per qualcos’altro, e quindi si converte in labour [pag. 48]

la costruzione del nemico interno

Le immagini del nemico sono elementi importanti nella preparazione della guerra. Concetti con un elevato valore d’uso nel rapporto che istituiamo sono quelli di Mafia e di Crimine organizzato. La loro straordinaria mancanza di precisione ne fa degli slogan applicabili a forze negative d’ogni genere. Si tratta di parole utili in una guerra combattuta da uno Stato opportunamente indebolito. [pag. 75]

il denaro

Gli studenti ascoltano increduli se io parlo del conto comune, di tutto il denaro messo in un’unica cassa, e di come, attingendovi, tutti possono spendere secondo necessità. Non è possibile. Ciò può portare soltanto ad abusi o a discussioni interne senza fine su come usare il denaro. La mia risposta è: provate a discutere questo argomento con dei lavoratori molto anziani. Così anziani da non parlare di sicurezza sociale, bensì di sykekasse, termine che indica letteralmente la piccola cassa in cui regolarmente mettevano una piccola parte del loro salario nelle settimane in cui avevano avuto la buona fortuna di riceverne uno. Era da questa cassa che prendevano del denaro, se il loro fisico non poteva più sopportare la fatica.[pag. 47]

e così via…

Si parla cioè della potenziale zona grigia, considerando che quanto le relazioni tra le persone si fanno rare e distanti tanto più diminuisce la nostra conoscenza delle cose e aumenta la richiesta di regole che mai potranno corrispondere alla realtà.
Si parla dell’esercizio del giudizio, utile a definire dei noi artificiosi e basato su conoscenze astratte dal loro contesto concreto. È facile posizionarsi sulla base di ciò che è lecito o non è lecito fare, definendo la propria collocazione sociale sulla base della propria avversione o continuità con l’atto illegittimo. Tanto facile quanto inutile, naturalmente, ma è cosa che se mai la si scopre è sempre troppo tardi.

Le donne alla fontana e le tavole della legge sono l’esempio. [pag. 119]

La tesi, che rimanda sia a Zygmunt Bauman che a Ivan Illich, è che tanto più è ricco un substrato di relazioni tanto più è improbabile l’insorgere di entità astratte come quelle de ‘il criminale’. «Nella mia vita non ho mai incontrato un mostro», dice Christie, e l’accento va posto sulla parola incontrato, perché i mostri ci sono, e sono tali, solo fino a che non li incontri, sono come i Troll:

I Troll norvegesi hanno un punto peculiare di vulnerabilità. La loro vita è messa a repentaglio dal sole. Quando il primo barlume della luce del sole li trova, si spezzano o si trasformano in pietra.
Questa è la spiegazione delle tante, strane formazioni pietrose che potete trovare camminando sulle montagne norvegesi.
Le immagini di mostri sono difficili da mantenere, se arrivate a conoscerli. E per arrivarci va bene sia una conoscenza scientifica sia una ordinaria. Quando capiamo qualcosa di più del comportamento delle persone, in particolare, quando (ammesso che ne siamo capaci) vediamo noi stessi nel comportamento degli altri, allora i mostri si dissolvono.
[pag. 88]

Non è che ciò che Christie chiama ‘il fatto non desiderato’ debba essere dato in pasto a ‘esperti’ sociologi o medici, che operano per il ‘reinserimento’ e che così fungono da catena di congiunzione tra la ‘devianza’ e la ‘società’ dei ‘normali’ ma, piuttosto, questo deve essere restituito alle relazioni dirette, prive di tecnicismi, per esserne interessato e tornare a risultare interessante. Ciò che nascondiamo sotto il termine crimine è disequilibrio e potenziale conflitto, e negare il conflitto significa privarsi di una formidabile fonte di conoscenza sulle persone e sulle cose. Liberare il conflitto significa conoscere e agire, al contrario etichettarlo e volerlo dominare implica l’accettazione di un sistema di potere, statico ed autoritario.

Questo fino a quanto è possibile…

e qui arriviamo al passaggio più delicato e difficile, destinato a suscitare malumori – ma si spera anche utili discussioni e confronti -, l’abbandono dell’opzione abolizionista. A mio parere in questo caso la tesi che l’ipotesi di abolizione totale del sistema penale non sia praticabile è una conseguenza dell’aver voluto considerare prima i soggetti ‘agenti’ che l’essenza del sistema penale e la funzione dello stesso. Questi soggetti sono gli stessi che dovrebbero assumere in prima persona il compito di liberarsi della pena, in un sistema orizzontale di relazioni e non per imposizione dall’alto, perché solo il sistema orizzontale della comunicazione fa sparire il Troll, libera il conflitto e apre le porte alla conoscenza e al cambiamento. Mi limito, in questo caso, a citare la prima ragione adotta dall’autore:

Il più radicale tra loro [gli abolizionisti] vorrebbe eliminare completamente il diritto penale e la punizione formale. Ma esistono diversi problemi di fondo rispetto a questa posizione, nel caso in cui venga seguita sino all’estremo.
Il primo riguarda la preoccupazione per coloro che non desiderano partecipare a un processo di riconciliazione o volto a raggiungere un possibile accordo…
[pag. 125]

Quindi, dice Christie, innanzitutto non ne siamo capaci, non abbiamo gli strumenti, e, aggiungo io, non è detto che li avremo mai come, al contrario, potremmo scoprire averli domani. È un principio a tendere il cui limite oggi non è zero ma che, privato della smania della vendetta, inserito in un quadro di relazioni orizzontali e multi-istituzionali, potrebbe risultare una scelta (infelice) necessaria, almeno temporaneamente. Non si tratta di trovare il capro più cattivo da rinchiudere per buttare poi la chiave ma di scegliere di volta in volta la soluzione più indicata in un quadro di relazioni diverso da quanto imposto dal sistema di valori come quello in cui ci troviamo ora dove sembra che tutto si possa (e si debba) solo comprare o vendere e dove piuttosto che capire si preferisce giudicare. In fondo la “commissione per la Verità e la Riconciliazione” istituita in Sud Africa alla caduta del regime di apartheid ha funzionato più o meno in questo modo: accettare un percorso di mediazione ed evitare l’iter del processo penale era una libera scelta aperta a chiunque, che dava vita ad un confronto al termine del quale la commissione stessa stabiliva se la funzione mediatoria era andata a buon fine o meno. La commissione, nei casi in cui riconosceva concluso positivamente per tutte le parti il percorso di riconciliazione, aveva facoltà di archiviare il caso e concedere una amnistia. Non è una rivoluzione ma rispetto ai processi di Norimberga e alle Corti Internazionali di Giustizia il salto è enorme.

Nell’ottavo capitolo Christie sembra parlare ai suoi ‘colleghi’, lo stile è diverso, forse il brano viene da altrove. A loro dice ‘la nostra politica del crimine deve essere quella di chiudere le prigioni non di aprirne di nuove come usa fare adesso’.
Speriamo che qualcuno lo segua.

Link
(Vincenzo Guagliardo) – La rivoluzione abolizionista e il rinnegato Christie
Guagliardo, “Punizioni e premi, la funzione ambigua della rieducazione”
Guagliardo, “Logica premiale e logica vittimaria ispirano la nuova filosofia penale”
A dieci anni di distanza torna nelle librerie “Di sconfitta in sconfitta” di Vincenzo Guagliardo

(Vincenzo Guagliardo) – Christian G. De Vito, Camosci e girachiavi
(Vincenzo Guagliardo) – Angela Davis, Aboliamo le prigioni
Vincenzo Ruggiero, L’abolizionismo penale è possibile ora e qui

Sprigionare la società

Desincarcerer la société
Neoliberismo e populismo penale

La rivoluzione abolizionista e il rinnegato Christie

Libri – Una recensione al libro di Nils Christie, Una modica quantità di crimine, Edizioni Colibrì, Milano 2012 (Ed. or.: A Suitable Amount of Crime, Routledge, London 2004)

di Vinceno Guagliardo

Uno dei padri fondatori delle teorie per l’abolizione del sistema penale, il norvegese Nils Christie, si è recentemente ricreduto e sostiene ora un diritto penale minimalista: «una modica quantità di crimine» si intitola il suo libro in italiano (ma la traduzione più letterale per suitable non sarebbe “modica”, bensì “sostenibile”).
Definisce il minimalismo «una posizione vicina a quella abolizionista, ma che accetta in certi casi l’inevitabilità della punizione». A suo parere: «Tanto gli abolizionisti quanto i minimalisti assumono gli atti indesiderati come punto di partenza, non come crimini, e si chiedono come questi atti debbano essere trattati». A questo punto egli può perciò vedere il minimalismo non più solo come la corrente moderata del pensiero penalista contro l’eccesso di diritto penale, ma anche come la versione moderata… dell’abolizionismo. E anzi, la pena, se minima, e con relativo contorno di discussioni non solo aridamente “tecniche” (cioè giuridiche e quindi riduttive), ma affiancata dai contributi di altri professionisti (quali sociologi, psicologi, criminologi, mediatori eccetera) che trasformano il caso in ricca “narrazione”, la pena – dicevo – diventa cosa completamente diversa: «Assumendo come punto di partenza l’intera sequenza di eventi che conducono all’atto indesiderato, la punizione diventa una, ma solo una, tra diverse opzioni. Permettere che l’analisi discenda dai con­flitti, piuttosto che dal crimine, apre a una prospettiva liberatoria. Significa che noi non siamo rinchiusi in una ‘necessità penale’, ma siamo liberi di scegliere».
Personalmente, diversamente da Christie, non ho mai avuto troppi problemi ad accettare per certi fattacci l’uso della parola “crimini”. Si può sempre discutere del particolare conflitto chiamato “crimine” secondo le proprie visioni, l’epoca, il paese ecc. Ma devo aggiungere che non ho mai assunto il crimine come punto di partenza del ragionamento, bensì proprio l’idea di pena, massima o minima, considerandola il primo problema e non l’ultima soluzione. La pena non è mai la riposta adeguata al crimine per la sua soluzione; si limita a fabbricarlo, e aiuta a insorgere il fattaccio. Bisogna trovare la lunga via per un’altra filosofia della sanzione rispetto a questa che, ipocritamente, barbaramente e miracolisticamente, infliggendo sofferenza legale, pretende di spiritualizzare chi soffre e renderlo santo. E’ proprio la pena, in quanto tale, a negare il conflitto in sé, non la mancanza di professionisti delle scienze umane da porre in tribunale accanto ai giudici, agli accusatori, agli avvocati, alla polizia, ai carcerieri, ai giuristi, ai legislatori, alle università… I giudici non sono ciechi, hanno un compito vincolante: quello di erogare sofferenza legale.
Partendo dal crimine invece che dalla pena, Christie ragiona da criminologo invece di ridiscutere criticamente il “punto di partenza” della sua professione. Il ruolo dei criminologi (e dunque di se stesso) è così definito da Christie: «professionisti nel campo della devianza e del controllo». Giusto. Il loro compito è, giustamente: «… vergogna e reinserimento. Sono due concetti centrali nell’attività di controllo della devianza: le tue azioni erano deplorevoli, cattive, sbagliate. Dobbiamo dirtelo: vergognati! Ma per il resto tu sei OK. Smettila di agire in modo sba­gliato, torna a casa e noi uccideremo l’agnello, faremo un grande pranzo per festeggiare il tuo ritorno».
E se non si trattasse solo di tornare a casa – come premio – pentendosi?
Ma date queste premesse, ecco che di fronte a quei casi (minimi!) in cui la punizione sarebbe inevitabile e non già un’illusione che nulla risolve e dai tragici effetti, diventa inevitabile anche pensare addirittura che: «Per queste situazioni e per queste persone abbiamo le istituzioni penali come un tesoro nella società». Non solo “nella” società, ma anche “per”: «Finché coloro che sono considerati come devianti estremi o come fondamentalmente criminali a causa del loro comportamento sono pochi, il processo e la punizione possono aumentare la coesione della società nel suo complesso. Con una piccola popolazione carce­raria è possibile pensare alla devianza come a una eccezione».
Insomma, se non ci sono, bisognerebbe inventarseli, questi quattro gatti, in nome della coesione sociale. Ed è in questo contesto esaltante che: «Come ha di recente affermato Patricia Rawlinson, i criminologi devono diventare la Greenpeace dei sistemi sociali!» In un mondo ormai ideale perché «La punizione dovrebbe quindi essere l’ultima opzione, non la prima».
E va bene, il reo, vergognandosi, deve “soggettivizzare la pena”, come dice il linguaggio giuridico d’oggi, e così saremmo a posto. Ma chi può decidere la quantità minima di delitto sostenibile che (a parte l’inevitabile sofferenza dei quattro gatti all’interno del “tesoro”) rafforzerebbe la “coesione sociale”? Chi ha questo potere? E può mai esistere?

Il sistema penale (dalla criminologia alla reclusione) da sempre funziona come una cellula malata che si moltiplica automaticamente e fuori da ogni controllo. E’ l’esperimento in vitro che a seconda delle circostanze storiche esterne ad esso – nelle società – si trova sempre pronto all’uso, si dilata, o restringe, invade nuovi campi, può diventare lager o imprimere la sua logica punitiva anche fuori dalla reclusione. Uno strumento prezioso per dirottare l’attenzione da altri sguardi possibili della realtà, pur di mantenere quella coesione sociale che non metta in discussione l’esistente. Una morale. Ma anche un inganno, un’illusione, e oggi un pericolo per tutti e non soltanto per i soliti noti. Peccato che la scoperta di Christie tale non sia: il sistema penale nasce come centro morale della pretesa coesione sociale, e peccato che i quattro gatti non bastino mai. E’ per questo che l’abolizionismo non è, come crede ora il convertito Christie (finalmente uscito da tante ambiguità e carenze che lo contraddistinguevano anche in passato), una speranza irrealistica, un’utopia alla quale affiancare il suo presunto realismo per andare avanti, ma una politica concreta e immediata della disillusione che si rivolge anzitutto alle vittime. In modo semplice e magistrale il defunto Louk Hulsman non diceva al reo “vergognati e ti reinseriamo”, ma si rivolgeva alla vittima, dicendole: Che tu voglia vendetta va bene, ma guarda che di fatto il diritto penale ti darà solo illusioni, mentre in un diritto civile avresti molto da guadagnare, persino sul piano della vendetta, anche se magari non tanto quanto desideri.
In parole povere, l’abolizionismo non è una nuova criminologia ma una politica attiva nel presente che ci liberi gradualmente e, in prospettiva, secondo i tempi indefinibili di una nuova coscienza collettiva, dalla cultura della colpa, con precisi criteri orientativi. E’ cioè evidente che già nell’immediato presente le sue proposte o le sue lotte si differenziano dal nuovo Christie. Qualche esempio. Secondo Christie:
«Almeno in Russia pare evidente, fatta eccezione per i più anziani dissidenti politici, lo sviluppo di un sistema estremamente stratificato che immobilizza i perdenti al punto più basso. A causa delle migliori condizioni materiali, delle maggiori possibilità di individualizzazione del trattamento e del più elevato numero di guardie per ogni carcerato, forse va diversamente nella maggior parte delle prigioni statunitensi, anche se numerosi rapporti sulle guerre tra gang rivelano che le autorità penitenziarie sono ben lungi dall’avere un completo controllo».
«…basandomi sulle osservazioni fatte in Paesi che somigliano a Cuba, potrei almeno sugge­rire quali sono le linee di sviluppo consuete dei grandi sistemi penitenziari: con un tale numero di prigionieri e con un sistema che cresce rapidamente, le prigioni saranno ovviamente grandi e sovraffollate. Avranno relativamente poche guardie carcerarie. Questo significa che saranno gli stessi prigionieri a gestire la vita interna delle prigioni. Ciò condurrà allo sviluppo di un sistema gerarchico tra i reclusi. In cima avremo un re, circondato dalla sua corte. Un gruppo di criminali al suo servizio controllerà i prigionieri di rango più basso. Quindi ci sarà un gran numero di prigionieri di livello ancora inferiore. E al fondo troveremo gli intoccabili, quelli relegati ai compiti servili, che fanno alla fine da prostitute per quanti detengono la posizione migliore fra i prigionieri. Viene creato un sistema di casta all’interno delle carceri, un sistema che è in netto contrasto con quanto Cuba si sforza di creare per la società nel suo insieme».

L’armamentario proposto è il solito che ha portato all’attuale espansione totalitaria del sistema penale: più trattamento individualizzato (per la soggettivizazione della pena), più guardie per ogni carcerato, più controllo contro le forme di auto-organizzazione dei detenuti… Ad ogni “più” di Christie, si tratta semplicemente di contrapporre un “meno”. Egli ignora che le vecchie gerarchie interne ai carcerati erano funzionali all’interno del vecchio sistema penale e non ai reclusi, e che proprio con le misure che egli propone, esse vengono ormai sostituite dov’è possibile dalle stratificazioni trattamentali create dalle nuove équipe previste dal diritto premiale in un modo ritenuto meno rozzo e più efficace. Quello che è sempre mancato a Christie è ogni attenzione ai modi in cui la pena si raffina insidiosamente per meglio estendersi fino al ritorno dei tribunali della coscienza dei tempi dell’Inquisizione, nel quadro di una “società terapeutica” dove la dignità umana scompare e gli individui dovrebbero ridursi a pazienti da curare, dove l’unica pratica che prevale è lo scatenamento del principio vittimario. Il premio non diminuisce il diritto penale, ma lo potenzia contro ogni diritto tout court. Nel mondo italiano e anglosassone questo processo ha fatto passi giganteschi.
Uscito dall’ambiguità Christie lancia un appello perché trovi un nuovo ruolo il criminologo che non ha mai smesso di essere: «Uscite dalla torre d’avorio, dicono tanti. Ma noi ne siamo già fuori. Lasciateci rientrare, potrebbe essere la mia risposta. Come minimo, lasciateci anche avere la torre d’avorio. Non possiamo limitarci ad abitarla, ma la distanza è necessaria per cogliere la prospettiva nella sua interezza».
Più potere: la Greenpeace criminologica è in realtà un panzer. In difesa delle torri d’avorio.

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“No, Nils Christie non ha rinnegato l’abolizionismo”. Si apre la discussione dopo le critiche di Vincenzo Guagliardo al libro del criminologo norvegese
Guagliardo, “Punizioni e premi, la funzione ambigua della rieducazione”
Guagliardo, “Logica premiale e logica vittimaria ispirano la nuova filosofia penale”
A dieci anni di distanza torna nelle librerie “Di sconfitta in sconfitta” di Vincenzo Guagliardo

(Vincenzo Guagliardo) – Christian G. De Vito, Camosci e girachiavi
(Vincenzo Guagliardo) – Angela Davis, Aboliamo le prigioni
Vincenzo Ruggiero, L’abolizionismo penale è possibile ora e qui

Sprigionare la società

Desincarcerer la société
Neoliberismo e populismo penale

Il paradigma del capro espiatorio e la nuova filosofia penale nell’ultimo libro di Vincenzo Guagliardo

Dalla Postfazione di Paolo Persichetti

Una delle originalità di questo libro sta nella capacità di cogliere i processi generali attraverso i cambiamenti intercorsi nel microcosmo carcerario. Ancora una volta gli anni ’70 appaiono un decisivo banco di prova. Se la logica della premialità e della differenziazione, introdotti con i dispositivi legislativi limitati inizialmente ai collaboratori di giustizia e ai dissociati, e successivamente estesi al resto della popolazione carceraria, hanno anticipato e sperimentato con successo l’ingresso della contrattazione individuale e della precarietà nel mercato del lavoro; allo stesso modo il rito del capro espiatorio è diventato il nuovo motore ideologico della società. L’analisi di Guagliardo, che fa del ricorso a questo paradigma l’aspetto centrale della sua riflessione critica, è frutto dell’esperienza diretta vissuta dentro il carcere speciale dove l’effetto combinato di fattori esterni e interni, come la crisi progettuale della lotta armata, le mutazioni sociali e produttive, le tecniche d’isolamento e repressione, sfaldano progressivamente la solidarietà «per dar luogo alla concorrenza tra individui».
È qui che Guagliardo scopre l’inarrestabile scatenamento del processo vittimario descritto in uno dei capitoli più forti (il Quinto). Il rito del capro espiatorio è introiettato dai prigionieri al punto da divenire una forma autofagica della propria esperienza.
Di volta in volta i militanti rinchiusi cominciano ad esportare verso l’organizzazione esterna le responsabilità per le difficoltà incontrate. È una sorta di piano inclinato inarrestabile che si trasforma in una voragine e poi nell’abisso della disfatta etica che ha prodotto le figure del pentito-delatore, dell’abiurante-dissociato e dell’inquisitore-killer, che spesso anticipa e presuppone le prime due. In questo dispositivo il carcere speciale appare un laboratorio all’interno nel quale covano fenomeni che poi si riprodurranno su larga scala all’esterno delle cinte murarie.
Non a caso la dissociazione anticipa un modello culturale che farà strame dentro la sinistra minandone la capacità critica e anticipando la stagione delle grandi ipocrisie pentitorie, dove la categoria del ravvedimento non è più quella che assume su di sé la critica o, se vogliamo restare sul piano del linguaggio teologico, la colpa e l’espiazione, ma al contrario esporta fuori di sé ogni colpa e punizione introducendo la moda dell’autocritica degli altri.
Gli strumenti giudiziari d’eccezione e la cultura inquirente congeniata per combattere la lotta armata tracimeranno al punto da travolgere anche il ceto politico della “Prima Repubblica”, quasi a ricordare l’osservazione di Marx sullo scontro tra classi che può concludersi anche con la rovina reciproca delle parti in lotta.
L’impegno profuso nel contrastare la sovversione sociale degli anni ’70, la lunga stagione delle leggi penali speciali e dei maxiprocessi che hanno traversato il decennio ’80, e lo tsunami giudiziario che ha preso il nome di “Tangentopoli” nella prima metà degli anni ’90, conferiscono alla magistratura, e in particolare ad alcune procure, il ruolo di vero e proprio soggetto politico portatore di un disegno generale della società, di una filosofia pubblica capace di sostituirsi a quelli che erano stati gli attori tradizionali della politica: partiti e movimenti.
Il modello del capro espiatorio svolgerà un ruolo centrale nella vicenda passata alle cronache come la rivoluzione di “Mani pulite”. Le conseguenze, per nulla percepite dagli attori dell’epoca, che spesso pensavano di interpretare una stagione di rinnovamento del Paese, saranno enormi. È da lì che prendono forma e si strutturano le ideologie del rancore e del vittimismo che fomentano le attuali correnti populiste, stravolgendo quell’idea di giustizia che per lungo tempo era stata sospinta da ragioni che disprezzavano gli strumenti della penalità e del carcere in favore della ricerca del bene comune. Se prima si trattava di raggiungere obiettivi universali in grado di ripercuotersi in un miglioramento delle condizioni di vita di ciascuno ora il traguardo più ambito diventa l’aula processuale, la conquista di un posto in prima fila nei tribunali, un ruolo sui banchi della pubblica accusa o delle parti civili.
Un drastico mutamento di prospettiva che è conseguenza anche della crisi delle grandi narrazioni che descrivevano cammini di liberazione. Di emergenza in emergenza, passando per il terrorismo, le mafie, la corruzione, i migranti, la sicurezza, ha preso corpo un populismo penale che ha pervaso trasversalmente la società sovrapponendosi alle vecchie barriere ideologiche fino a farle scomparire.
La sfera giudiziaria è diventata il perno attorno al quale ruotano i conflitti, si pensa e si parla solo attraverso le lenti dell’ideologia penale anche a causa di un processo d’autoinvestitura politica della magistratura, formulata sulla base di una vera e propria “teoria della supplenza” da parte del potere giudiziario, «in caso di assenza o di carenze del legislativo». Una sovrabbondanza che alla fine, è superfluo ricordarlo, non ha creato più giustizia. Come dicevano già i romani: summum ius, summa iniuria*.
Il mito della giustizia penale ha trasformato la politica nel cimitero della giustizia sociale e l’esaltazione della qualità salvifiche del potere giudiziario ha fatto tabula rasa di ogni critica dei poteri.

1/continua