L’affaccio di Meloni accanto a Milei dal balcone della Casa rosada
Con una decisione dai contenuti durissimi la corte di Cassazione argentina ha censurato l’operato del governo Milei che aveva arbitrariamente revocato lo statuto di rifugiato politico a Leonardo Bertulazzi, l’ex Br della colonna genovese riparato da quattro decenni in America Latina e da 20 anni residente a Buenos Aires. I giudici hanno annullato con rinvio le precedenti decisioni delle corti di prima istanza che avevano rigettato la richiesta di scarcerazione avanzata dai suoi legali. Bertulazzi è attualmente già ai domiciliari dopo aver trascorso le prime settimane in carcere. L’equivalente della nostra corte d’appello dovrà quindi nuovamente pronunciarsi nei prossimi giorni sulla sua scarcerazione tenendo conto delle indicazioni vincolanti espresse dalla Cassazione. La liberazione di Bertulazzi è dunque rimandata anche se i media italiani, telegiornali in testa, hanno dato ieri la notizia inesatta della sua scarcerazione.
Un arresto arbitrario e una revoca illegittima I magistrati di Cassazione hanno definito «arbitraria», la decisione del governo Milei di revocare lo status di rifugiato politico riconosciuto a Bertulazzi nel 2004, spiegando che la protezione non può essere revocata prima che sia concluso l’iter amministrativo che dovrà decidere sulla sua validità. La procedura di revoca infatti è regolata da un iter giuridico che prevede un ricorso e una decisione finale che non può essere anticipata da un atto unilaterale del governo. Sulla detenzione di Bertulazzi i giudici dell’alta corte hanno sottolineato come non sia mai esistito alcun pericolo di fuga: Bertulazzi vive da 20 anni a Buenos Aires, ha una casa, ha sempre lavorato, ha radici profonde nella società argentina. Le precedenti argomentazioni delle corti che hanno rifiutato la scarcerazione sono state etichettate come «dogmatiche». I giudici di Cassazione hanno duramente stigmatizzato il comportamento del governo del presidente Milei rimettendo la vicenda su dei correti binari di giudizio fondati sulle regole del diritto interno e non sui voleri politici revanscisti dell’attuale governo ultrareazionario di Milei, che poco prima dell’arresto di Bertulazzi aveva annunciato di voler riaprire tutti i processi contro gli ex Montoneros, guerriglieri avversari della dittatura militare argentina di cui MIlei si rivendica erede. Questa decisione positiva per Bertulazzi tuttavia è solo un primo step, la procedura amministrativa sulla conferma o revoca dello status di rifugiato è ancora in corso mentre un’altra corte sta ultimando la fase istruttoria prima di valutare la richiesta di estradizione, fotocopia di quelle passate, rilanciata recentemente dall’Italia. Certo è che le parole della Cassazione avranno un peso sul seguito di questa vicenda.
Paolo Morando e Paolo Persichetti, Domani 6 novembre 2024
Il segreto sta nello spostare la linea del traguardo sempre un po’ più in là. Oppure, detta diversamente, nell’indicare in un nuovo elemento prima mai ipotizzato la “colpa” dell’assenza di ciò che, invece, per anni era stato postulato come sicuramente presente. E in grado di svelare l’indicibile. È così che da anni si dà fiato alla cosiddetta “pista palestinese” per la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto del 1980 (la più grave della storia repubblicana, 85 morti e oltre 200 feriti), soprattutto attraverso articoli di stampa e saggistica, oltre a puntuali rilanci politici da parte della destra. E nonostante le risultanze storiche e giudiziarie l’abbiano di continuo affossata: dalle condanne definitive di Mambro e Fioravanti (1995) a quella di Ciavardini (2007), fino alle più recenti di Gilberto Cavallini dei Nar e Paolo Bellini di Avanguardia Nazionale in primo e secondo grado. Il risultato è che ora, in un manuale di studio per aspiranti giornalisti, la strage di Bologna è stata inserita in un paragrafo in cui si parla delle Brigate Rosse. E senza citarne la matrice neofascista. Il tentativo più recente di rianimare la pista palestinese risale a qualche settimana fa. Ed è passato giustamente quasi inosservato. A rilanciare l’incessante lavorìo che muove da precisi profili social è stato suo malgrado il quotidiano il Giornale, attraverso un ampio servizio che – così nelle intenzioni – avrebbe dovuto dimostrare l’esistenza di documenti dei servizi segreti (il Sismi, quello militare) in grado di avvalorare appunto la responsabilità palestinese per la bomba di Bologna. Documenti, questa l’ipotesi espressa però in termini più che assiomatici, che sarebbero stati scientemente a lungo occultati perché rivelatori in qualche modo di una corresponsabilità dello stato, che attraverso il cosiddetto “lodo Moro” avrebbe consentito all’Olp e ai suoi epigoni di scorrazzare impuniti nel nostro paese, armi e bagagli al seguito, in cambio dell’intangibilità del territorio italiano da attentati.
Assioma mai dimostrato Tale patto segreto, questo è l’assioma non dimostrato, sarebbe stato violato da parte italiana attraverso il casuale sequestro di due lanciamissili, nel novembre del 1979 a Ortona, destinati a raggiungere via mare il Medio Oriente e a essere utilizzati contro obiettivi israeliani. E dal contestuale arresto dei tre militanti dell’Autonomia romana che si erano prestati al trasporto, oltre a quello di un esponente del Fronte popolare per la liberazione della Palestina di stanza a Bologna, che aveva chiesto la loro collaborazione. Di qui la conclusione, senza riscontri ma categorica nonostante la selva di condizionali, di un attentato alla stazione come rappresaglia. È un’ipotesi che non ha fondamento giudiziario e ancor meno storico. Al di là dell’archiviazione nove anni fa della relativa inchiesta da parte della Procura di Bologna, dopo un buon decennio di indagini anche attraverso rogatorie internazionali, neppure i documenti del Sismi (relativi a comunicazioni con il proprio centro di Beirut) allora non disponibili e oggi invece desecretati hanno portato alcun elemento in tale direzione. Da tempo consultabili all’Archivio Centrale dello stato, sono stati analizzati per la prima volta da Domani ancora l’11 marzo del 2023 (e in altri approfondimenti pubblicati su questo blog: 1, 2, 3, 4, 5, 6). E dimostrano che la vicenda di Ortona nulla ha a che fare con la bomba alla stazione. Tanto che tre mesi più tardi, nel processo d’appello a Cavallini (udienza del 14 giugno 2023), anche la Procura generale ha avuto buon gioco nel demolire carte alla mano ogni ipotetico collegamento. Ed ecco così lo “spostamento” del traguardo di cui si diceva all’inizio: la lamentata assenza, cioè, di carte del Sismi nel periodo che va dal 2 luglio al 23 settembre 1980. Con la sottotesi-corollario: sono stati fatti sparire, perché raccontano appunto l’indicibile. Si tratta di una tesi che, in un paese intossicato da decenni di dietrologie e cospirazionismi i più vari (e invece refrattario alla faticosa lettura di corpose sentenze), piace e fa presa. Soprattutto da destra gli sforzi si sono così concentrati sulla denuncia di questo presunto “buco” documentale, nonostante nel carteggio ve ne siano altri ancora più lunghi, sottolineando l’esistenza di “manine” e volontà (della politica o dell’intelligence, peggio ancora di entrambe) tutto fuorché trasparenti. Paradossalmente, però, l’articolo del Giornale di qualche settimana fa dimostra l’esatto contrario. Ma qui occorre andare con ordine. Partendo appunto dai documenti pubblicati dal quotidiano milanese.
Lo scambio Si tratta di uno scambio di informative che avviene nell’agosto del 1980, con documenti in partenza da Roma (Seconda Divisione Sismi, terza sezione) sabato 9 con destinatario il capocentro del servizio a Beirut, il colonnello Stefano Giovannone, che risponde giovedì 21. Si tratta di documenti in cui comunque sono presenti omissis, ma il cui senso è tutto sommato chiaro: il Sismi chiede al proprio agente di attivarsi con tutte le raccomandazioni del caso («agire estrema cautela») per avere informazioni relative alla presenza di estremisti di destra italiani in campi di addestramento del Partito falangista libanese. Le risposte di Giovannone non offrono particolari elementi di chiarificazione, ma non è questo il punto: da tempo si sa infatti che la cosiddetta “pista libanese” è stata creata ad arte dallo stesso Sismi per sviare le indagini, costringendo la magistratura bolognese a defatiganti approfondimenti che finirono per non portare a nulla, ottenendo però lo scopo di paralizzare a lungo gli inquirenti, mettendoli di fronte a un vorticoso mix di elementi veri, verosimili e falsi, con l’effetto (classico dei depistaggi bene orchestrati) di far “rovinare” anche gli elementi fondati (il coinvolgimento di neofascisti italiani) assieme a tutto il resto. Un esempio di scuola è la celebre velina del Sid all’indomani di piazza Fontana in cui si citava sì la centrale eversiva di estrema destra Aginter Presse, qualificando però come anarchico il suo creatore, cioè il militare francese (e terrorista dell’Oas, oltre a mille altre cose) Yves Guérin-Sérac. Torniamo però ai quattro documenti diffusi nelle scorse settimane. Per dire che si riferiscono non alla vicenda di Ortona, cavallo di battaglia degli anti palestinesi a prescindere, bensì alla pista libanese, cioè proprio al primo depistaggio internazionale. Si tratta di una vicenda che è stata sviscerata compiutamente nelle varie sentenze sulla strage di Bologna fin dalla prima d’assise del 1988, transitando poi in tutte le successive, comprese le più recenti riguardanti Cavallini e Bellini: il capitolo dei depistaggi è infatti da sempre tra i più esplorati dai magistrati bolognesi. E non c’è alcun mistero che riguardi quei documenti presentati come «carte di cui non si era mai saputo nulla» e ora finalmente «affiorate». Provengono infatti dalla desecretazione avviata dalla Direttiva Renzi. Si tratta in particolare, così fa sapere lo stesso Archivio centrale dello Stato, di una serie archivistica (“7: ‘Strage di Bologna – 2 agosto 1980’ (1980-1985) / 1: (1980)” versata ancora nel 2017 e subito messa in consultazione.
Domande mal poste Da sette anni dunque quei quattro documenti dei Sismi, assieme a innumerevoli altri relativi alla strage di Bologna, sono lì all’Acs e nessuno se li era filati: d’altra parte il loro contenuto informativo era di nessun interesse, se non addirittura controproducente nell’ottica di dimostrare l’indimostrabile. Ora però qualcuno si è accorto che la loro datazione ricadeva nel “buco” documentale di cui si è detto e ha pensato bene di rispolverarli, segnalando tale circostanza al Giornale, ma incurante del fatto che nulla aggiungono alla vicenda, men che meno in chiave anti palestinese: certificano infatti, al massimo, che pochi giorni dopo l’attentato alla stazione anche il Sismi attivò i propri canali per cercare di assumere informazioni. E sarebbe stato sorprendente il contrario. Perché infine quei quattro documenti sono stati tenuti separati dai 32 catalogati invece come “vicenda Giovannone-Olp” (il primo versamento del 2022) e dagli ulteriori 163 del versamento di aprile 2023? Chi lo ha fatto e perché? Posta così però di una domanda mal posta, se si considera che si tratta di carte desecretate addirittura in precedenza. E che, lo si ripete, con i lanciamissili di Ortona non c’entrano nulla. Ma tant’è: ciò che conta è continuare ad agitare le acque, puntando sulla credulità del lettore poco avvezzo a districarsi tra milioni di documenti. Anche usando carte consultabili da anni, “vendute” invece come strappate al segreto e ripescate chissà dove.
La sanzione inflitta dall’Ufficio scolastico regionale del Lazio, diretto da Anna Paola Sabatini, una rampante democristiana prima in quota Pd poi passata a Forza Italia, contro Christian Raimo (tre mesi di sospensione dall’insegnamento con dimezzamento dello stipendio), professore di filosofia in un liceo romano, vivace animatore culturale, già assessore alla cultura del III municipio del comune di Roma, candidato per Avs alle ultime elezioni europee, per aver espresso critiche molte aspre contro la politica dell’istruzione condotta dall’attuale ministro, Giuseppe Valditara, non è solo un segnale ulteriore dell’autoritarismo di questo governo, composto da un ceto politico insofferente alle critiche e vigliaccamente vendicativo, ma la conferma della torsione disciplinare introdotta con la controriforma del voto in condotta che va di pari passo con regolamenti interni presenti in diversi istituti, ingiustificatamente repressivi, persino lesivi di alcuni diritti costituzionali degli stessi studenti. Ciò che più bisogna sottolineare in questa vicenda sono le modalità con sui è stata esercitata la rappresaglia del potere contro la parola critica. Il ministro, infatti, poteva ricorrere alla magistratura per far valere – se davvero queste erano fondate – le ragioni di un eventuale danno alla sua immagine. Quando si è espresso, infatti, Raimo non era in cattedra, non stava tenendo lezione ai suoi studenti ma parlava in uno spazio pubblico, all’interno di un dibattito sulla scuola durante la festa di Avs, lo scorso settembre. Era in qualità di cittadino e non di docente che Raimo interveniva esercitando un diritto costituzionale che forse a questo governo dispiace. Eppure la punizione comminata a Raimo non è quella di un giudice che avrebbe individuato contenuti diffamatori nelle sue dichiarazioni ma una sanzione inflitta per via gerarchica dal suo datore di lavoro, il ministero del Pubblica istruzione e – quanto mai – del (De)merito. E’ come se un chirurgo fosse stato sanzionato dal ministro della Sanità per quel che ha detto in una pubblica piazza. La classe docente non porta l’uniforme, non è armata, non esercita la forza legittima dello Stato per cui è legata dalla costituzione a stretti vincoli di fedeltà, condotta e riserbo. La classe docente non giura fedeltà ad alcun regime, è composta da liberi cittadini che all’interno della scuola devono rispettare un codice regolamentare e i doveri contrattuali e quando escono hanno la piena libertà di esprimersi e criticare nello spazio pubblico. Diritto che per altro il ministro Valditara rivendica per sé, senza riconoscerlo agli altri, quando come «semplice cittadino» – a suo dire – nonostante sia membro del governo, si è recato al presidio davanti al tribunale di Palermo per sostenere il suo segretario di partito Matteo Salvini accusato di sequestro di persona e rifiuto di atti d’ufficio al processo Open Arms. Se questa sanzione non viene ricacciata indietro non si dovrà aspettare molto perché un qualunque ufficio scolastico si sentirà libero di sindacare anche i gusti sessuali e religiosi, oltre che politici, dei docenti fuori dalla scuola, perché questi possono «ledere l’immagine dell’istituzione scolastica». Non basta dunque la semplice solidarietà, serve anche reagire e mobilitarsi dentro e fuori le scuole e bene farà Raimo a presentare ricorso in sede amministrativa, perché ha ragione da vendere.