I jeans di Giuseppe Uva zuppi di sangue mischiato a dna non suo

Le prime indiscrezioni sugli esami compiuti dai periti dopo la riesumazione del corpo rafforzano i sospetti di violenze commesse contro Uva quando era trattenuto nella caserma dei carabinieri

Checchino Antonini
Liberazione 28  dicembre 2011

I jeans erano zuppi di sangue. E’ ancora Lucia, la sorella di Pino Uva, a fornire le prime indiscrezioni sulle analisi genetiche che il tribunale ha ordinato sui vestiti che aveva indosso Giuseppe la notte del giugno di tre anni fa in cui fu scovato da un paio di carabinieri mentre spostava delle transenne in una strada di Varese. Ne seguì un sanguinoso e misterioso “controllo” di polizia, di quelli che non lasciano scampo. E un transito in ospedale dove, il giorno appresso, sarebbe morto. La versione ufficiale parlò, e parla tuttora, di intossicazine da farmaci. Lucia Uva non c’ha mai creduto. Il 14 giugno del 2008 toccò a lei, in obitorio, scoprire il naso ammaccato di suo fratello e la costola sollevata e il pannolone che lo imbracava. Toccò a lei porsi i primi terrificanti dubbi incredula sulle spiegazioni di autolesionismo o di troppo di vigore nella rianimazione. «Me lo sono toccato tutto, avevo la macchinetta fotografica perché ero partita per le vacanze e ho ripreso tutto: i bernoccoli sulla nuca, un ginocchio fuori posto, il collo del piede gonfio. Gli slip erano spariti», dirà a Liberazione.
Ora ha rivelato ai giornalisti una sintesi di quanto appurato dal perito Adriano Tagliabracci dopo la riesumazione della salma, avvenuta dopo un’aspra battaglia che, nel luglio scorso, ha avuto l’esito della disposizione di una superperizia. Ad assistere Lucia e i suoi c’è Fabio Anselmo, lo stesso legale dei casi Aldrovandi, Cucchi e Ferrulli. Dunque, nei pantaloni dell’uomo c’era molto sangue, e apparteneva a Giuseppe. Vi sarebbero poi delle cellule pavimentose, materiale genetico della zona anale o dalle basse vie urinarie. E c’è anche materiale biologico che il perito avrebbe attributo ad altri soggetti, e che è in alcuni casi frammisto al sangue di Pino Uva.
Per Lucia è la prova che la famiglia ha fatto bene, in questi anni, a chiedere di indagare in tutte le direzioni anche scavando nelle ore in cui Uva fu trattenuto in caserma. I risultati nella loro completezza saranno noti nei prossimi giorni. A questi vanno poi aggiunti i risultati della tac sui resti di Giuseppe. L’unico processo in corso, però, è quello contro due medici, quello del pronto soccorso e lo psichiatra del reparto. Il gup ha rinviato a giudizio prima lo psichiatra ma dicendo che la perizia è troppo generica e indicando la responsabilità dell’altro medico per il quale s’è aperto un secondo processo il 14 luglio. Anche il procuratore generale, opponendosi all’assoluzione, ammette che ci voleva maggiore attenzione. La parte civile, i familiari di Uva credono che la causa di morte sia il politraumatismo di quella notte non la sinergia tra sedativi. Il pm, dall’inizio di questa storia, appare particolarmente ostile alla famiglia di Uva. Ha perfino insinuato che Lucia avesse manomesso il cadavere. E, tra i misteri di quella notte, restano le dichiarazioni degli amici di Pino che aveva raccontato loro di avere avuto una relazione con la moglie di un carabiniere. A diradare la nebbia potrebbero essere le parole di Alberto Biggioggero, l’amico che era con Uva quella notte di giugno. C’era la partita, quella sera. Quando finì andarono al bar di Via Dandolo e, tornando a casa,  videro le transenne che sarebbero servite per la Festa delle Ciliegie. Decisero di chiudere la strada in anticipo per fare una goliardata innocua. Erano quasi le tre. Un carabiniere di pattuglia lo riconosce, lo chiama per nome e cognome, iniziano a discutere. Arriverannno i rinforzi: due pattuglie di polizia che portano i due dai carabinieri in Via Saffi. Un’ora dopo Alberto sente gridare Pino. Invano chiede il perché poi chiama il 118, suo padre e l’avvocato. Per questo s’è salvato. «Pino lo portiamo a casa noi», gli dissero i carabinieri che ”tranquillizzano” il 118: «Sono solo due ubriachi» salvo richiamare l’ambulanza alle 5.30. Il pm non ha mai sentito Alberto.

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Per alleggerire le carceri si riempiono i commissariati, la grande idea della guardasigilli (anzi guardia-sigilli) Severino

Basta cambiare una parola: dalle celle alle “sale di custodia”. Il nuovo guardasigilli, che da ora in poi chiameremo guardia-sigilli (ci sia consentito anche a noi di giocare con le parole), pensa di risolvere l’affollamento nelle carceri con gli eufemismi. A dire il vero, a norma di ordinamento penitenziario già ora le celle non si chiamano affatto “celle” ma “camere di pernottamento”, anche se nella realtà dentro quelle stanze sbarrate si resta chiusi in media dalle 20 alle 22 ore al giorno. Ora il nuovo ministro della Giustizia Severino ha pensato che per alleggerire le carceri si dovrà ricorrere alle camere di sicurezza dei commissariati di polizia, delle caserme e stazioni dei carabinieri

Sediou Gadiaga, 37enne senegalese, deceduto il 12 dicembre 2010 nelle camere di sicuerzza della caserma Masotti dei carabinieri di Brescia

Estesa la norma sui domiciliari fino agli ultimi a 18 mesi. Fuori dalle celle forse… in 3 mila, ma solo nel corso dei prossimi 12 mesi (è solo una ottimista stima per eccesso) ma intanto il fermo di polizia viene riportato a 48 ore nei casi in cui non vi è ancora stata la convalida dell’arresto

Paolo Persichetti

Ci volevano loro, i tecnici, gli ottimati, i «dotti medici e sapienti», come recita la canzone di Edoardo Bennato, per fare una pensata del genere. Il meglio del meglio delle università padronali (Bocconi e Luiis) e confessionali (Cattolica), gli iniziati dei circoli finanziari e di potere più influenti del pianeta (Trilateral, Bilderberg) e delle agenzie di rating più tiranniche e truffaldine (Goldman Sachs) hanno ritenuto che se nelle carceri ci sono solo posti in piedi allora la soluzione la si può trovare nelle «camere di sicurezza» dei commissariati, che però essendo circondati da lugubre fama (come ancestrali luoghi di pestaggi, sevizie, maltrattamenti, dove il fermato è in balia di qualsiasi sventura e privo del men che minimo diritto che, al contrario, in carcere almeno sulla carta può avere) andavano rinominati. Dopo averci pensato un po’ l’avvocato Severino ha scovato la nuova definizione: sale di custodia. Un tocco di cosmesi carceraria, una imbellettata di fondo tinta spesso e le rughe callose di quelle fogne, dove negli ultimi tempi si sono verificate più di una tragedia, da Stefano Cucchi, Giuseppe Uva o Sediou Gadiaga, per citarne alcuni, potevano scomparire.

La scelta scellerata del governo nasce da una constatazione: nell’ultimo anno (cifre ufficiali fornite dal Dap) sono entrati nelle carceri 68.411 persone. Nello stesso periodo ne sono uscite 45mila. Ma quel che più colpisce è che la metà è uscita entro 3 giorni dall’arresto e 10 mila dopo un mese. Il carcere funziona come una sorta di porta girevole della società. Un terzo di questi è finito dentro per stupefacenti, solo 1.655 per omicidio, ben 3.463 per resistenza a pubblico ufficiale. Un dato, quest’ultimo, abnorme e allarmante poiché mette in mostra come l’autorità di polizia stessa susciti con il suo intervento il reato. Qualcosa evidentemente non funziona. Per fare fronte a questo turnover impazzito, il governo ha pensato ad un disegno di legge che trasformi la detenzione domiciliare in pena principale per i reati fino a 4 anni.
Nel frattempo si è deciso l’obbligo per le forze di polizia di trattenere gli arrestati nelle camere di sicurezza, «dove per giunta non previsto alcun sindacato ispettivo», sottolinea una contrarissima Rita Bernardini, deputata radicale e membro della commissione giustizia. Ed in effetti l’elevato numero di condanne per resistenza a pubblico ufficiale, oltre ai numerosi casi di violenze all’interno di stazioni e caserme, dovrebbero consigliare maggiore cautela. La permanenza oltremisura in mano alle forze dell’ordine oltre ad accrescere i rischi di violenze, incide negativamente sulla formulazione delle prove. Non fa bene alle indagini e al processo. Oltre all’affollamento ed alle morti, le carceri recentemente assistono ad una preoccupante recrudescenza delle “squadrette punitive”, come i casi di Regina coeli e il processo che si è aperto contro i pestaggi a Sollicciano dimostrano.

Invece di affronatare con una sacrosanta amnistia-indulto i nodi strutturali dell’affollamento carcerario smantellando le leggi liberticide che producono il sovraffollamento (tra queste la Cirielli, la Fini-Giovanardi sulle droghe e le norme che criminalizzano l’immigrazione) il governo, nel corso del consiglio dei ministri che si è tenuto venerdì scorso, ha varato una norma che amplia di 6 mesi la precedente legge Alfano sulla detenzione domiciliare, che ora passa da 12 a 18 mesi. La misura sarà adottata con un decreto, quindi avrà effetto immediato, e riguarderà una fascia molto ristretta di detenuti. Secondo le stime del ministero dovrebbero avvantaggiarsene appena 3300 sui 68 mila reclusi. Il precedente decreto aveva consentito l’uscita di 4000 persone soltanto (delle 11 mila stimate e 6-7 mila preventivate), più o meno «come svuotare con un cucchiaio il mare dell’illegalità presente nelle carceri italiane», ha commentato Rita Bernardini che ha anche annunciato la presentazione di un ordine del giorno nel quale si chiede l’impegno del governo a «prevedere scadenze certe entro le quali dimezzare i procedimenti penali esistenti» e «varare un ampio provvedimento di amnistia e indulto».
Questo allargamento di pochi mesi della detenzione domiciliare dovrebbe permettere un risparmio giornaliero stimato attorno ai 380 mila euro. Si tratta di una norma “a termine” giustificata dalle condizioni eccezionali, che però alcuni vorrebbero far entrare a regime. In effetti l’unico elemento positivo contenuto in questo provvedimento è l’applicazione estesa anche ai recidivi, nonostante abbia perso l’automatismo previsto in prima stesura che lo ha ricondotto nell’alveo delle competenze della magistratura di sorveglianza, perdendo così d’efficacia e intasando gli uffici.
Questo governo, come il precedente, si è reso conto che la legge Cirielli è diventata un tappo che, oltre ad aver aumentato in maniera geometrica le pene, esclude o ritarda l’applicazione della Gozzini ad una moltitudine di detenuti. L’assurdità è che si debba ricorrere ad una norma del genere quando senza la Cirielli l’applicazione piena delle misure alternative avrebbe consentito l’uscita dal carcere di un numero molto più alto di detenuti.

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