Il ricatto delle delocalizzazioni portato avanti dalle case automobilistiche europee: il caso Renault

In Francia il governo punta ad un maggiore controllo pubblico per condizionare le strategie industriali della case automobilistiche. Ma i sindacati restano cauti di fronte alle “gesticolazioni mediatiche” del presidente Sarkozy

Paolo Persichetti
Liberazione
13 giugno 2010

Per fare fronte alle pesanti ricadute industriali provocate della crisi finanziaria internazionale, il governo francese ha siglato lo scorso anno un «patto per l’automobile» con le case automobilistiche nazionali, Renault e Psa-Peugeot-Citroën. Per sostenere un settore ritenuto tuttora strategico, e che raccoglie ancora il 10% dell’occupazione dell’intero Paese, l’esecutivo ha concesso un cospicuo prestito di 6 miliardi di euro a tasso ridotto, ponendo come contropartita l’impegno a mantenere la produzione automobilistica sul territorio nazionale in modo da garantire gli attuali livelli di occupazione. Ma quando l’8 gennaio scorso un’indiscrezione, pubblicata dal quotidiano economico-finanziario la Tribune, riferiva la decisione della Renault di trasferire in Turchia l’intera produzione della nuova Clio, l’esecutivo ha reagito bruscamente. Analoga sorte era toccata tempo addietro alla Twingo, le cui linee di montaggio sono finite in Slovenia. All’epoca il governo era rimasto distratto. Secondo i piani del management Renault, la fabbricazione della Clio, che vede solo metà della produzione attuale uscire dalle linee dello stabilimento di Flins sur Seine, dovrebbe essere interamente realizzata negli impianti che sorgono a Busra. La delocalizzazione delle catene di montaggio dei modelli di piccola cilindrata nei paesi con manodopera a basso costo è una strategia comune delle case europee. A Flins dovrebbe concentrarsi invece la produzione dei nuovi modelli d’auto elettrica, in particolare la Zoe, la cui commercializzazione è prevista nel 2013. Una scommessa tecnologica che però, secondo i sindacati, non garantisce il mantenimento dei livelli di occupazione. Da qui le preoccupazioni del governo. Il ministro dell’Industria, Christian Estrosi, si è detto «scioccato» dalla notizia ed ha annunciato l’immediata convocazione del direttore generale del gruppo facendo trapelare l’intenzione del governo di accrescere la propria parte di capitale azionario e di rappresentanti all’interno della società automobilistica, privatizzata nel 1996. Titolare di un portafoglio azionario del 15%, lo Stato francese resta ancora il maggiore azionista della Renault. Confiscata dal governo nel 1945, a seguito dell’accusa di collaborazionismo industriale con l’occupante tedesco rivolta contro il proprietario, l’intera compagnia venne nazionalizzata. Arrestato nel 1944 Louis Renault non sopravvisse al carcere. Morì in prigione prima del processo. Dall’autopsia emersero i segni di una frattura al collo, circostanza che suggerì la possibilità di un omicidio. A differenza di quanto accadde in Italia con gli Agnelli, compromessi col fascismo e le sue tragiche imprese belliche, la borghesia gollista fu inesorabile con gli esponenti della propria classe che considerava traditori, anche perché il controllo di un’importante industria risultava politicamente strategico. Tuttavia dopo la privatizzazione l’influenza del potere politico si è limitata unicamente al condizionamento delle nomine dei vertici aziendali, che in Francia per via dell’Ena, la Scuola nazionale dell’amministrazione, vede ruotare all’interno di una piccola oligarchia tutti i maggiori incarichi pubblici e privati. Una «noblesse d’Etat», come la chiamava il sociologo Pierre Bourdieu. Forse, complice il fatto che l’attuale presidente della repubblica, Nicolas Sarkozy, non è un diplomato dell’Ena, i rapporti con il Pdg di Renault, Carlos Ghosn, non sono mai stati idilliaci. E così il governo è tornato a mettere bocca sulle politiche industriali, mentre Sarkozy ha convocato Ghosn all’Eliseo accogliendolo – pare – con una sfuriata. Tra le misure evocate per disincentivare la delocalizzazione si prevede un’ulteriore defiscalizzazione per le imprese. Comportamento piuttosto tardivo, hanno sottolineato diversi osservatori tra i quali non sono mancate critiche verso la politica di mera «gesticolazione» mediatica del governo. Non sfugge, infatti, che due amministratori di nomina statale siedono nel consiglio d’amministrazione della Renault. Persone normalmente al corrente di tutte le decisioni e gli orientamenti strategici discussi dal management. Insomma non serviva un’indiscrezione per venire a sapere del procetto di delocalizzazione, per questo c’è chi sospetta che si tratti del solito populismo di Sarkozy. I sindacati non hanno per nulla creduto alle rassicurazioni venute dopo l’incontro col presidente della Repubblica. C’è chi ricorda come finì l’intervento di Sarkozy contro i compensi stratosferici percepiti dai managers delle banche. Tutto si risolse in una semplice declamazione di buone intenzioni.

Francia, le nuove lotte operaie

Alla Nortel si riapre la trattativa dopo la minaccia di far saltare gli stabilimenti.
I lavoratori chiedono 100mila euro a testa di indennizzo-licenziamento

Paolo Persichetti
Liberazione 16 luglio 2009

Le buone idee circolano rapidamente. Dopo la minaccia di far saltare in aria i capannoni stracolmi di manufatti, lanciata nei giorni scorsi dal consiglio di fabbrica della New fabbris se le ditte committenti (Renault e Peugeot) non avessero sganciato i 30 mila euro a testa d’indennità di licenziamento rivendicati, anche gli operai della Nortel France hanno deciso d’intraprendere la stessa strada. continental-greve-clairoix-social«Qui nessuno ha più niente da perdere», hanno dichiarato a Libération alcuni di loro stanchi di non essere presi in considerazione nonostante le ripetute azioni di lotta e una settimana di sciopero continuo. Dopo una serie d’incontri interlocutori, gli amministratori della Ernst & Yong, insieme al curatore fallimentare del gruppo, hanno abbandonato il tavolo della trattativa spingendo così gli operai ad elevare il livello del conflitto. Ma è bastato inscenare la minaccia per sbloccare la situazione e ottenere l’immediata fissazione di un nuovo incontro. Per questo motivo ieri mattina sono state rimosse le undici bombole di gas innescate e piazzate il giorno prima all’interno del sito aziendale di Châteaufort, nelle Yvelines, dipartimento ad ovest di Parigi. La notizia è stata confermata da un giornalista dell’Afp che ha potuto visitare i luoghi. «Abbiamo ottenuto una importante copertura mediatica. La collocazione delle bombole era un atto simbolico forte per dire che siamo spinti all’estremo», ha spiegato Christian Bérenbach, delegato sindacale della Cftc. Sempre nella giornata di ieri era prevista anche la visita sul sito della fabbrica del ministro dell’Industria Christian Estrosi. Il governo fino ad ora è stato molto cauto nel timore d’innescare una rivolta sociale che raccoglierebbe grande consenso popolare. Di fronte alla grave crisi economica, che sta provocando la moltiplicazione dei licenziamenti e la chiusura degli impianti, ha sempre scelto la via del negoziato rinunciando a qualsiasi intervento della polizia.
In attesa dell’arrivo del ministro, gli operai hanno occupato l’autostrada che passa vicino l’azienda ed eretto una barriera filtrante con distribuzione di volantini agli automobilisti, per poi dirigersi verso la sede di Bouygues Telecom, uno dei colossi della telecomunicazione tra i maggiori committenti della fabbrica.
Come le altre filiali europee, Nortel France (azienda canadese appaltatrice nel settore delle telecomunicazioni, con 26 mila dipendenti nel mondo) si trova dall’inizio dell’anno sotto controllo giudiziario ed è gestita da amministratori di una società di consulenza anglosassone. L’azienda madre è stata travolta dalla crisi della bolla speculativa ed ora è tallonata dai creditori canadesi e statunitensi. Nel febbraio scorso ha annunciato la soppressione di 3200 posti di lavoro. A maggio il tribunale di Versailles l’ha posta definitivamente in liquidazione senza però bloccare l’attività produttiva, almeno fino al prossimo 19 agosto, data limite entro la quale dovranno essere depositate eventuali offerte d’acquisto. Nel frattempo il piano di crisi approntato dagli amministratori provvisori prevede il licenziamento di 480 dei 680 dipendenti. Licenziamenti che si estenderanno all’insieme dell’organico se non interverrà la cessione sul mercato dell’intero gruppo o delle sue attività più competitive. La crisi è talmente profonda che i sindacati hanno rinunciato ad opporsi alla chiusura degli impianti per puntare unicamente su un cospicuo indennizzo dei licenziamenti, maggiore di quello previsto nelle normative contrattuali in vigore. La contropartita richiesta ammonta ad un indennizzo di 100 mila euro a testa per ogni licenziato. La partita politica di fondo è chiara: è più giusto rimborsare gli operai che hanno prodotto valore, o le banche che quel valore hanno bruciato negli hedge fund ?

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