Gianni Ferrara, «La volontà popolare si è espressa nel 2006 e ha detto no al cambiamento della Costituzione”

Costituzione materiale e costituzione formale: i termini di una polemica

Paolo Persichetti
Liberazione 18 agosto 2010

Secondo le destre al governo l’Italia di oggi traverserebbe una fase di transizione delle regole costituzionali nella quale alcune norme della Costituzione non avrebbero più vigenza reale, ma sarebbero solo una mera eredità del passato, della Prima Repubblica, cioè di un sistema politico ancora imperniato sulla centralità dei partiti e del Parlamento. Modello oggi sostituito da un sistema bipolare e da una legge elettorale che indica il premier vincente. Questa guado istituzionale è stato da alcuni riassunto sotto l’espressione di “costituzione materiale” che – a detta degli esponenti della destra – dovrebbe imporsi sulla costituzione formale. Da qui il duro scontro con il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che ha ribadito il suo ruolo di difensore e interprete del dettato formale della Costituzione, nella quale sta ancora scritto che egli resta il detentore del potere di scioglimento delle Camere, una volta verificata l’impossibilità di una nuova maggioranza di governo in sede parlamentare.
Ma cosa è questa costituzione materiale? La costituzione reale iscritta nei rapporti di forza di un Paese, si sarebbe detto in chiave marxista un tempo. La dottrina giuridica forgiò questa nozione per tentare di spiegare quella singolare forma statuale che si impose con l’avvento del fascismo e del nazismo. Regimi che salirono al potere aggirando i sistemi istituzionali in vigore, esautorandoli senza mai abrogarli formalmente. In Germania, Ernest Fraenkel parlò a tale proposito di “Stato duale”. La costituzione di Weimar venne legalmente disattivata grazie ad una clausola che ne prevedeva la sospensione. Da noi, invece, prese piede la nozione di costituzione materiale, che – ci ha spiegato il professor Gianni Ferrara – «servì a descrivere quel che avvenne sul piano istituzionale con l’avvento del fascismo. Opera del professor Costantino Mortati, pubblicata nel 1940, questo concetto ebbe il compito di definire quello che era successo in contrasto con lo Statuto albertino, cioè l’abolizione dei diritti dei cittadini, l’eliminazione della rappresentanza politica, la riduzione del Parlamento ad organo asservito a un dittatore».

Professor Ferrara, oggi è ancora possibile pensare ad una costituzione materiale in grado di sopravanzare la costituzione formale?
La costituzione materiale non è una costituzione. Le costituzioni sono atti normativi. Gli atti normativi sono formati da articoli. Gli articoli contengono disposizioni. Le disposizioni sono regole giuridiche che hanno forza legale. Chi evoca queste cose non sa nemmeno di cosa parla.

Eppure, professore, questa nozione è stata chiamata in causa nel dopoguerra per definire la cosiddetta “costituzione effettivamente vigente”. Cioè l’applicazione o la disapplicazione di parte della carta costituzionale, gli orientamenti interpretativi, le consuetudini, i principi suscettibili di revisione ecc.
Appena 4 anni fa un un comitato di cittadini indusse gli organi dello Stato ad un referendum costituzionale respingendo il tentativo di cambiamento della Costituzione. In quella legge di riforma costituzionale si prevedeva, tra l’altro, che il potere di scioglimento delle Camere fosse assegnato al capo del governo. Il popolo italiano l’ha respinta. Le tesi sostenute in questi giorni dagli esponenti del Pdl avrebbero avuto legittimità se nel 2006 il popolo italiano avesse approvato  quelle proposte. Ma il popolo italiano le ha respinte. Di quale costituzione materiale stanno parlano? Tacciano che è meglio. Siamo in presenza di un ignobile tentativo di condizionare il presidente della Repubblica.

E’ pur vero, professore, che l’attuale Costituzione non gode più di quel consenso ampio che sussisteva negli anni della Prima Repubblica, quando esisteva il cosiddetto “Arco costituzionale”. Oggi sono al governo forze politiche che gli erano estranee.
Questo non è vero perché noi abbiamo per la prima volta nella storia delle costituzioni una carta che dopo 50 anni dalla sua promulgazione è stata riconfermata col voto del popolo. Che ci sia una classe politica che voglia riformare la Costituzione è un qualcosa che depone contro questa classe politica e dimostra quanto questa volontà di stravolgimento del testo costituzionale non sia rappresentativa del popolo italiano, che invece si è espresso direttamente, chiaramente e nettamente.

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Aggressione a Berlusconi: ma quali anni 70 ! È guerra civile borghese

L’aggressore è uno squilibrato e in piazza a contestare il leader del Pdl non c’erano i centri sociali ma giovani che sventolavano Il Fatto, quotidiano portavoce del giustizialismo populista più fazioso, «destra d’opposizione» qualunquista, reazionaria, ultralegittimista, borghese e forcaiola

Paolo Persichetti
Liberazione 14 dicembre 2009

Facce d'Italia: Silvio Berlusconi

«Tutta colpa degli anni 70, madama la marchesa!». Gli stessi che oggi ripetono come un ritornello questa frase, negli anni 70 se la prendevano con gli scioperi e i sindacati. Domenica sera, Silvio Berlusconi era stato appena colpito mentre salutava la folla alla fine del suo comizio che subito sulle televisioni e nei commenti a caldo dei politici venivano evocati gli anni 70, anzi il loro spettro. Prim’ancora che fosse reso noto il nome dell’aggressore, si era già scatenata la caccia al suo possibile identikit politico-culturale. Sospettati numero uno: gli «antagonisti» (che poi con gli anni 70 non c’entrano nulla). Sembrava proprio che dovesse essere uno di loro, anzi non poteva che essere un «militante dei centri sociali». Gli speaker trasmettevano ai telespettatori l’ansia spasmodica per una conferma del genere. Il leader della lega, Umberto Bossi, non aveva dubbi: il lancio di un souvenir acquistato su una bancarella limitrofa al luogo del misfatto altro non era che un «atto di terrorismo».

Facce d'Italia: "Aldro", Federico Aldovrandi

Vedrete che fra un po’ ne vieteranno l’acquisto. Quando il nome del quarantaduenne Massimo Tartaglia è arrivato sulle agenzie, la giornalista di Canale 5, lasciando trapelare un certo rammarico, precisava che l’individuo era sconosciuto alla digos e non risultavano segnalazioni o precedenti penali a suo carico. Non era il tanto atteso «militante dei centri sociali» e nemmeno uno che aveva frequentato le galere per motivi politici. Niente di tutto questo. Si trattava soltanto di un anonimo cittadino senza militanza politica alle spalle, certo fomentato dall’antiberlusconismo dell’ultimo periodo ma con una decennale storia clinica legata ad uno squilibro mentale  emerso, a quanto sembra, quando era diciottenne, tanto che la psicologa che lo aveva in cura è stata convocata in questura per assistere all’interrogatorio. L’uomo, infatti, è subito apparso agli inquirenti in stato confusionale, incapace di tenere discorsi coerenti. Se così stanno le cose, che c’entra allora il clima da anni 70 chiamato in causa anche il giorno successivo sui giornali? La domanda è più che mai opportuna perché rinvia alla giusta comprensione di quel che sta accadendo in Italia negli ultimi tempi. In piazza a contestare il comizio del presidente del consiglio non c’erano i centri sociali e nessun altra componente della galassia antagonista, ma alcune centinaia di giovani che sventolavano Il Fatto, quotidiano portavoce del giustizialismo populista più fazioso e la cui ferocità è speculare solo ai discorsi dei leghisti e di alcuni esponenti del Pdl.

Facce d'Italia: il g-8 di Genova

Un pezzo delle molteplici anime che compongono il popolo viola, sicuramente il peggiore, certamente un settore che, nella caotica e instabile geografia dalle fragili identità culturali attuali, può essere classificato come una «destra d’opposizione»: qualunquista, reazionaria, ultralegittimista, forcaiola. Espressione dell’indignazione di ceti sociali medioborghesi che si abbeverano sui testi di Travaglio e Saviano, che guardano in tv Anno zero, ascoltano i discorsi di Di Pietro, leggono D’Avanzo e Bonini su Repubblica. Di nuovo la domanda: perché evocare gli anni 70? Un’epoca intrisa di marxismo dove gli attori in movimento erano altri e la società veniva letta utilizzando paradigmi meno semplificatori, legati ai conflitti e alle interazioni tra blocchi sociali e senza quella delirante contraddizione in termini presente oggi in chi assalta palchi in nome della legalità e della magistratura. Sorge il sospetto che alla fine gli anni 70 siano solo un comodo capro espiatorio verso il quale indirizzare la vendetta. In primis per quella guerra civile simulata, e tutta borghese, che Berlusconi in persona conduce con grande abilità. «Guerra civile legale» o «guerra civile fredda», sono solo alcune delle definizioni coniate dagli studiosi per descrivere situazioni di conflitto simili a quelle che si vivono in Italia oggi. Uno scontro molto duro divide verticalmente la borghesia italiana. L’ala condotta da Berlusconi fronteggia l’asse storico dei potentati economici italiani, capeggiati dal gruppo editoriale Repubblica-Espresso guidato da De Benedetti. Tanto più speculari sono le parti in conflitto, tanto più lacerante è il livello dell’inimicizia espressa.

Facce d'Italia: Stefano Cucchi ... e si potrebbe continuare con Bianzino, Lonzi e tanti tanti altri

Il ceto politico ricalca questa divisione, diversamente da quanto accadeva durante la prima repubblica quando dietro le quinte anche Berlinguer e Almirante arrivavano a parlarsi, sia pur mimando in pubblico una reciproca distanza ostile. Uno scontro agitato da metafore buone per una popolazione ridotta a spettatrice sugli spalti delle arene giudiziarie. Le metafore sono quelle dei «mafiosi» da una parte e dei «comunisti» dall’altra con cui le due opposte fazioni si etichettano. La personalizzazione della politica, tanto efficacemente interpretata da Berlusconi, figlia del presidenzialismo virtuale che la costituzione materiale ha di fatto imposto a quella legale, attira come una calamita sul corpo del premier consenso e dissenso, venerazione e odio delle folle. Negli Usa 4 presidenti e un candidato sono stati uccisi, altri 10 hanno subito attentati. Stessa sorte per i capi di Stato francesi, compresi i due colpi di carabina esplosi contro Jacques Chirac il 14 luglio 2002. Verrebbe da dire: è il presidenzialismo, bellezza!


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