Chi ha paura dell’amnistia? L’antiberlusconismo che sacrifica tutto sull’altare del nemico

Marco Bascetta
il manifesto, 29 agosto 2013

Il più cospicuo risultato politico conseguito dal ventennio berlusconiano è il suo apparente antagonista: l’«antiberlusconismo». In nome del quale il merito di ogni questione può essere sacrificato, o meglio misurato sul danno o l’utilità di questa o quella scelta per il cavaliere. Che si tratti delle politiche di austerità o di una progressiva sostituzione della logica tecnocratica a quella democratica, non importa come e quanto colpiranno le condizioni di vita e i diritti dei cittadini, ma solo fino a che punto favorirebbero o meno l’uscita di scena del cavaliere.
Un punto di vista alquanto paradossale quando a sostenerlo sono i fautori di quel governo di larghe intese che sul partito di Berlusconi poggia e che fatica dunque a neutralizzare la sua influenza. Governo che sancisce definitivamente la conclamata incapacità, quasi ventennale, di battere politicamente il berlusconismo nell’unica forma in cui si è dato e si darà e che è quella che vediamo (con buona pace di chi vagheggia anche in Italia una destra ponderata ed europea). Se si fosse davvero voluto abbattere il potere di Berlusconi, dopo averlo salvaguardato in numerose occasioni, bisognava evitare di mandare i suoi uomini al governo. Se doveva esserci un «punto fermo» non poteva essere che questo. E non è stato.
La questione dell’amnistia (che non si farà, perché la legge che ne regola la promulgazione la rende dal ’92, con la complicità di tutti, quasi impossibile) ricade in maniera esemplare entro questo ordine del discorso.
Senza entrare nelle contorsioni tecnico-giuridiche e nelle astuzie politiche che infestano l’argomento, mi limiterò a una domanda e a una ipotesi «per assurdo». La domanda è: cosa è un principio? L’ipotesi, certamente estrema, è invece la seguente: supponiamo che in uno stato in cui vige la pena di morte dieci persone vi vengano condannate, più una, detestabile e responsabile di gran parte dei mali che affliggono quello stesso stato, ma che ancora dispone di una rete di potere in grado di fare abolire la pena capitale per sé e, in conseguenza, anche per gli altri dieci. Come dovrebbe orientarsi in questo frangente un convinto avversario della pena di morte? Per costui quale sarebbe il principio più importante da difendere? L’intangibilità della vita o l’applicazione della legge, poiché essa esiste e tutti i condannati, quelli senza nome come quello «eccellente», la hanno infranta? E dunque scegliere di sacrificarne dieci per colpirne uno.
Le condizioni in cui versano le carceri italiane non sono ancora la pena di morte, ma per molti, quelli che si suicidano, lo sono diventate e, per altri ancora, le si avvicinano sempre di più. È un discorso che, nella contingenza, favorisce il cavaliere? Non v’è dubbio, ma pazienza: ubi maior minor cessat. Certo, uno storico sostenitore dell’autonomia del politico dirà che si tratta di una questione morale che dalla politica deve essere tenuta ben alla larga. Tuttavia, sulla base di questa separazione buona parte dell’ideologia antiberlusconiana franerebbe miserevolmente o si rivelerebbe per quello che è sempre stata, il tentativo di contrattare con il cavaliere, o di sottrargli, il favore dei poteri forti, le leve del controllo sociale e delle «compatibilità» economiche. Sulla cui natura, spesso iniqua e oppressiva, l’antiberlusconismo vieta di pronunciarsi. Non sia mai che la critica e il conflitto possano giovare a Silvio Berlusconi e rivelare che la «legalità» vigente non risolve tutti i problemi e spesso li aggrava.

Terremoto di L’Aquila, l’ambiguo rapporto tra scienza e politica. Il caso della condanna dei membri della commissione grandi rischi

L’intervista – Sentenza di L’Aquila contro i membri della Commissione grandi rischi. Parla Valerio Lucarini fisico, docente di meteorologia teorica presso l’università di Amburgo, esperto di prevenzione dei rischi geoambinetali

Paolo Persichetti
Gli Altri 2 novembre 2012

L’Aquila che resiste

Ha creato molto scalpore la sentenza del giudice monocratico del tribunale di L’Aquila, Marco Brilli, che lo scorso 22 ottobre ha condannato a 6 anni di carcere (due di più di quelli richiesti dalla pubblica accusa) e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici per omicidio colposo plurimo e lesioni colpose, il vice direttore della Protezione civile Bernardo De Bernardinis e i sei membri della Commissione grandi rischi, tra cui figurano nomi come Franco Barberi ed Enzo Boschi, massimi esperti mondiali nel campo della sismologia.
Molto dure le reazioni del mondo scientifico che hanno visto nella sentenza un ritorno dei processi alle streghe mentre il ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, auspicando un ribaltamento del verdetto in appello ha chiamato in causa il precedente della condanna di Galileo.
In attesa delle motivazioni della sentenza, ad esser note per il momento sono solo le giustificazioni utilizzate dall’accusa per chiedere le condanne. Argomenti, a dire il vero, molto diversi dalle interpretazioni della sentenza apparse sui media. I pm Fabio Picuti e Roberta D’Avolio, dopo aver ricordato che la scienza attuale non dispone di conoscenze e strumenti per la previsione deterministica dei terremoti, hanno sostenuto che agli imputati non poteva essere addebitata «la mancata previsone della scossa distruttiva del 6 aprile 2009» o il fatto di «non aver lanciato allarmi di forti scosse imminenti», cosa che in realtà gli esperti avevano fatto, o «non aver ordinato l’evacuazione della città», ma per essersi prestati ad una operazione politica voluta dal capo della protezione civile. Bertolaso aveva chiesto di rassicurare la popolazione aquilana allarmata dal lungo sciame sismico e dalle denuncie di Giampaolo Giuliani, fondate sulla misurazione delle emissioni di gas radom dal terreno. Un metodo contestato dalla comunità scientifica.
Ha senso dunque parlare di una condanna contro la scienza? In realtà la sentenza sembra sollecitare un altro tipo di dibattito più complesso e meno manicheo, come il rapporto tra scienza e politica o ancora sul grado di indipendenza e autorevolezza dei pareri tecnici rispetto alle amministrazioni e più in generale alla società. Ne parliamo con Valerio Lucarini, fisico, docente di meteorologia teorica presso l’università di Amburgo, esperto di prevenzione dei rischi geoambinetali, uno dei nostri migliori cervelli “in fuga” dall’Italia.

Professore, suppongo che questa sentenza non susciti in lei nessuna nostalgia per l’Italia?
Decisamente no, per una lunga serie di ragioni. Certamente questa sentenza e tutta questa vicenda mettono in luce il difficilissimo rapporto che esiste in Italia fra scienza, politica, opinione pubblica, e rendono chiaro quanto sia difficile per un esperto operare con serenità ed esercitare la proprie competenze in situazioni in cui l’incertezza è intrinsecamente grande e seri sono i rischi per persone, beni pubblici e privati. Naturalmente non dobbiamo pensare solo al rischio sismico, ma, ad esempio, anche al rischio idro-meteo-climatico – il mio ambito di competenze – cui l’Italia è fortissimamente esposta.

L’inchiesta ha accertato che gli scienziati all’inizio hanno fatto correttamente il loro lavoro, avvertendo della possibilità di altre scosse, anche forti. Poi c’è stata quella conferenza stampa, «l’evento mediatico» di cui parla Bertolaso nella intercettazione. Come si spiega un fatto del genere? Gli esperti si sono lasciati strumentalizzare dalla politica?
Io direi che è emersa una situazione di fondamentale debolezza per la Commissione grandi rischi. Da un lato si sono trovati schiacciati dalle pressioni di Bertolaso, e dal suo peculiare modo d’interpretare il ruolo della Protezione civile come mano operativa della Presidenza del consiglio dei ministri, con tutte le implicazioni politiche e mediatiche del caso. Dall’altro, si sono trovati schiacciati da un’opinione pubblica presa dal panico prodotto dallo sciame sismico prolungato ma anche dall’allarme diffuso da personaggi privi di qualsiasi credibilità scientifica. Giuliani, che è un tecnico senza laurea dei laboratori del Gran Sasso, aveva preannunciato un terremoto anche a Sulmona che poi non c’è stato. Incredibilmente, la denuncia per procurato allarme che Bertolaso ha – giustamente – effettuato contro Giuliani è stata respinta dal giudice dopo il terremoto di L’Aquila. Perché il fatto non sussiste. Come se l’allarme di Giuliani fosse stato giustificato! Purtroppo la tendenza ad affidarsi a teorie del complotto, per cui la scienza ufficiale nasconde la “vera verità” per fini secondi o terzi è molto radicata. Quindi la Commissione era in realtà assai debole in termini di comunicazione.

Dunque non un errore di previsione ma di comunicazione provocato dal tentativo di diffondere un messaggio antipanico?
Italia c’è da sempre una cattiva comunicazione e un bassissimo livello di ricezione scientifica. Cosa che non avviene altrove. Negli Usa è diffusa in tutti gli strati sociali un’alta capacità di ricezione dell’informazione scientifica, per esempio in materia di rischio idrometeorologico. Tutti sono in grado di decodificare informazioni come “esiste l’X% di probabilita’ che in questa regione Y si possano avere delle precipitazioni piu’ intense di Z”. E nessuno si stupisce o si scandalizza se le precipitazioni in Y sono meno intense di Z o se alla fine in una regione K vicino a Y si osservano precipitazioni molto intense. Al contrario in Italia è successo in passato che i bagnini della Romagna e della Versilia abbiano chiesto di non pubblicare le previsioni del tempo nelle località balneari per non scoraggiare i turisti. Dimenticandosi di quelli che venendo al mare “sperando” nel bel tempo e trovandosi in mezzo a condizioni avverse, perderebbero soldi, tempo, o anche la vita.
Tuttavia la risposta nel caso di L’Aquila non è così facile: cosa vuol dire, infatti, “rassicurare”, soprattutto in quel contesto traversato da voci allarmistiche e su una materia come quella sismica? Bisognava dare un messaggio immediato e forte di fronte a situazioni di vero e proprio procurato allarme. Il panico non aiuta a diffondere informazioni importanti in situazione di grande incertezza. Esiste nell’opinione pubblica e nei media italiani la capacità di dare e recepire un’informazione del tipo: questo sciame sismico implica/non implica un aumento della possibilità di una scossa più forte entro questo segmento spaziale e temporale, con questa incertezza?

A quanto pare no, ma ciò giustifica la “narcotizzazione del rischio”?
Il rischio sismico è dato dalla combinazione tra quanto si scuote la terra e la capacità di resistenza di ciò che esiste sopra il suolo. Non basta che la terra tremi (pericolosità sismica), occorre conoscere la situazione socio-urbana dei territori. Faccio un esempio: il centro di Tokio è ad altissima pericolosità sismica ma a rischio assai basso grazie alle infrastrutture antisismiche, al livello di organizzazione sociale e alla preparazione dei singoli cittadini. Ma non limitiamoci al Giappone, come caso limite. Certi standard sono ormai comuni in moltissimi paesi, inclusi quelli molto più poveri dell’Italia. A Messina o in altre parti d’Italia, in presenza di una pericolosità sismica forte, il rischio è altissimo a causa del basso livello di prevenzione socio-urbana. La mappatura della pericolosità sismica italiana è stata accuratamente svolta anni fa dall’Ingv, ente allora guidato proprio da Boschi.

Professore, sta dicendo che la narcotizzazione del rischio è avvenuta molto prima?
Certo. Quanto è comodo prendersela con dei meravigliosi capri espiatori, come gli esperti, perché non hanno saputo impedire il terremoto, come se lo scienziato fosse uno stregone. E’ paradossale ma si guarda alla scienza in modo ancora superstizioso, come se possedesse proprietà divine. Così dal cono di luce della tragedia viene tolto chi ha costruito male, chi non ha controllato, tutti gli interessi locali e nazionali, gli imprenditori, gli amministratori e anche la società che si è adagiata su tutto questo. Una somma di responsabilità diluite nel tempo che hanno impedito la riduzione del rischio. Per le comunità locali chiudersi a riccio ed esportare verso l’esterno ogni colpa è la soluzione più comoda. In questo senso, il modo in cui i media esteri hanno riportato la sentenza, “L’Italia condanna sette esperti per non essere stati capaci di prevedere il terremoto”, è piu’ corretta di quanto le carte letteralmente dicano.

Le sue sono parole forti.
Non c’è altra soluzione. Mappare sempre più accuratamente la pericolosità sismica, minimizzare il rischio ottimizzando la gestione del territorio con rigorose misure antisismiche, preparando socialmente e culturalmente gli abitanti ad affrontare razionalmente il rischio facendo convivere sapere scientifico e vita quotidiana. Non esistono miracoli. Lo stesso discorso vale per il rischio idro-meteo-climatico, vogliamo ricordare Sarno e Messina?

Quindi lei assolve i tecnici?
Ma io non faccio il giudice. Dico che il rapporto tra esperti, politica e amministrazione dovrebbe essere diverso. Problemi molto seri non sono presenti solo in Italia. Penso a quanto è accaduto nel 2006 nel Regno Unito: una commissione di medici di altissimo livello propose una revisione della calssificazione delle droghe, normalmente suddivisa in tre categorie per ordine di pericolosità. Provocatoriamente, ma seguendo alla lettera i fatti medici, questa commissione mise nella prima fascia l’alcool, il tabacco, e l’eroina. Le droghe chimiche (oltre che ovviamente la cannabis), contro le quali si rivolge attualmente la repressione poliziesca e su cui si concentrano i media, finirono in ultima fascia. Questo perché, se non ricordo male, ogni anno ci sono molte decine di migliaia di morti per alcool, alcune decine di migliaia per tabacco, alcune migliaia per eroina, poche decine per il resto.

Come andò a finire?
Ovviamente il governo ignorò fragorosamente gli esperti asserendo che politica aveva la supramazia assoluta su tali questioni. Si veda http://www.official-documents.gov.uk/document/cm69/6941/6941.pdf

Sentenza Grandi Rischi: un’interpretazione dolosamente distorta

Il commento del sito www.3e32.com

24 ottobre  2012

In questi giorni i media nazionali stanno mettendo in atto una vergognosa operazione mediatica, diffondendo una interpretazione completamente distorta della sentenza e del processo stesso alla Commissione Grandi Rischi.
Secondo gran parte dei mezzi di informazione – che seguono pedissequamente la tesi espressa anche dai vertici della Protezione Civile – gli imputati sarebbero stati condannati per non aver previsto il terremoto. Si tenta così di ribaltare il senso stesso del processo che non tratta affatto della capacità di previsione della scienza, ma che, lo ricordiamo per chi parla senza sapere, è basato sul fatto che i membri della Commissione hanno rassicurato la popolazione.
E’ vergognoso constatare come attraverso questa operazione mediatica si stia tentando di raccontare l’ennesima bugia, in Italia e all’estero (dopo, per esempio, la favola del “miracolo aquilano”), arrivando alla follia di sostenere che adesso la Protezione Civile non potrà più lavorare liberamente, come afferma senza pudore in comunicato del Dipartimento stesso.
Al presidente dimissionario della grandi rischi Maiani che ha affermato che “non c’è nessuna indagine su chi ha costruito in maniera non adeguata”, vorremmo ricordare che pochi giorni prima della sentenza di lunedì era arrivata la condanna per l’Ing. De Angelis, giudicato responsabile per il crollo della palazzina in via generale Rossi, dove lui viveva, e dove ha perso la vita anche sua figlia.
E’ triste inoltre che anche la politica debba esprimere giudizi di merito anche su questo, smascherando ancora una volta come dietro a degli incarichi tecnici, si cerchi di utilizzare arbitrariamente un potere tutto politico, come ha fatto e continua a fare il Capo della Protezione Civile (ed ex prefetto de L’Aquila) Gabrielli.
I membri della Commissione Grandi Rischi avrebbero dovuto dimettersi il 31 marzo 2009, quando piegarono il proprio operato ed il proprio giudizio scientifico al potere del Governo e del Capo della Protezione Civile Bertolaso, prestandosi all’intercettata “operazione mediatica” tesa a tranquillizzare i cittadini del cratere.
Abbiamo vissuto sulla nostra pelle quale sia l’enorme potere che passa trasversalmente attraverso il Dipartimento della Protezione Civile.
Un potere capace anche di modificare a proprio interesse l’oggettività dei fatti attraverso i media. Ma questa volta si è davvero passato il segno. La coraggiosa sentenza del giudice stabilisce evidentemente una verità non in sintonia con questo potere a cui da subito come 3e32 ci siamo opposti nel quotidiano del nostro territorio.
La sentenza apre finalmente una breccia di civiltà e riscatto nella cappa di ingiustizie e disagio in cui questa città sembra rimanere ancora come paralizzata.
Una breccia importante da cui può finalmente iniziare quel difficile processo di elaborazione collettiva di quanto realmente accaduto a partire dal terremoto. Un’elaborazione scomoda, finora impedita a tutti i costi e che però è l’unica cosa che può salvarci dal baratro.
La strada da percorrere ce la stanno mostrando prima di tutto la dignità vera, il coraggio e la tenacia dimostrate dai parenti delle vittime che in questi anni hanno continuato a battersi nel silenzio di gran parte della città e contro ogni manipolazione.

Le due destre. Michele Serra: “Saviano è di destra, ma siccome in Italia non c’è una destra politica rispettabile allora lo ospitiamo a sinistra”

Nella consueta rubrica che tiene su Repubblica (potete leggere l’integrale qui sotto) Serra scrive: Saviano «È uno scrittore-soldato, che paga la sua guerra alla malavita conducendo una vita tremenda. Non è di sinistra, ha valori popolari molto simili a quelli di un meridionale tradizionalista non colluso e non servo. È un uomo libero e coraggioso. In un Paese munito di una destra decente (cioè legalitaria e repubblicana) sarebbe di destra. Dunque, non in questo Paese».
Ora che anche Michele Serra ci ha spiegato che il “civismo” propinato da Saviano non appartiene alla categoria dell’impegno, riassunto nella figura dell’écrivain engagé, ma a quella del volontario che si arruola nella legione militare della scrittura di guerra, che ne fa un author embedded, un warwriter, «scrittore-soldato» che agita l’etica armata, il moralismo in uniforme, l’epica della scorta militare come un’arma di devastazione di massa dell’intelligenza e della critica, tutto dovrebbe essere più chiaro.
E invece no. La parte più importante del ragionamento di Serra è un’altra (Saviano vi appare solo come rivelatore): siccome in Italia non c’è una destra degna del suo nome ma una destra “cafona, corrotta, mafiosa, pidduista, illegale, faccendiera, puttaniera, fascista, eccetera, eccetera”, la sinistra è costretta, per senso di responsabilità, a situarsi a destra, fare la destra del Paese.
Il risultato è che da diversi decenni in Italia ci sono solo due destre mentre la “sinistra” (che non vuol dire nulla se non un vago riferimento spaziale; ma passatemi per brevità l’uso di questo termine) è scomparsa.
Si cominciò con l’attenzione verso i cattolici, il compromesso storico, l’alleanza con i moderati, la politica dei sacrifici, l’austerità berlingueriana, la classe operaia che doveva farsi classe nazionale e stringere la cinghia per dare l’esempio (come sosteneva Giorgio Amendola riprendendo Togliatti), la moderazione salariale voluta da Luciano Lama. Poi, dopo l’avvento di Berlusconi, venne il gioco di sponda e l’abbraccio verso quei pezzi della vecchia destra ultramoderata, reazionaria, anch’essa come il berlusconismo ferocemente antioperaia e anticomunista, messa in soffitta dal mecenate della pubblicità: da Indro Montanelli, l’eterno frondista di tutti i regimi (monarchico, fascista, repubblicano) a Mario Segni, erede di quella destra repubblicano-gollista che negli anni 60, e ancora dopo, aveva flirtato con tutti i tentativi di stabilizzazione autoritaria dell’Italia. Poi sono arrivati i Marco Travaglio, che avevano fatto la gavetta al Borghese e poi da Montanelli divenuti facitori d’opinione sull’Unità, per approdare a Roberto Saviano.
L’esercizio migliore di questa sinistra (per intenderci il ceto politico che risiedeva a Botteghe oscure) era dare lezioni alla destra, spiegare loro cosa era e cosa si dovesse fare per essere veramente di quelle parti. Scegliersi l’avversario era il loro vezzo, stabilire chi aveva legittimità di esserlo. Quando venne di moda fare i liberali, Veltroni si trasformò all’improvviso nel dispensatore delle patenti di liberalismo altrui. Chi non aveva l’imprimatur di Botteghe oscure era ritenuto un contraffattore. Persino il vecchio Pli dovette inchinarsi alla fonte battesimale degli ex del Pci.
Ed eccoli oggi a spiegarci che siccome Saviano non ha casa politica (anche se passa le vacanze nei villoni di Corrado Passera) non c’è altra strada che accoglierlo… La realtà è che Saviano dentro questa sinistra ultraliberale e giustizialista, ci sta benissimo.

*    *    *

Michele Serra
dalla rubrica L’AMACA, la Repubblica del 5 giugno 2012

Sento in un talk-show l’impressionante Sallusti definire Roberto Saviano “un ricco scrittore”, espressione che al pubblico che fa riferimento a Sallusti deve sembrare l’acme della corruttela morale. Pare di capire che la destra bastonatrice (Giornale e Libero, per non far nomi) voglia indicare in Saviano il nuovo, odiato simbolo dei “radical chic”, il leader blandito “nei salotti che contano” dalle signore svenevoli e dagli orditori delle trame demo-pluto-massoniche. I toni e gli argomenti usati contro l’autore di Gomorra sono piuttosto spregevoli (anche se non raggiungono l’allucinata violenza toccata un mesetto fa da Giuliano Ferrara sul Foglio in uno degli articoli più ignobili della storia del giornalismo mondiale), ma la sostanza della campagna di stampa fa decisamente sorridere. Saviano può piacere o non piacere, ma con i radical chic c’entra come i cavoli a merenda. È uno scrittore-soldato, che paga la sua guerra alla malavita conducendo una vita tremenda. Non è di sinistra, ha valori popolari molto simili a quelli di un meridionale tradizionalista non colluso e non servo. È un uomo libero e coraggioso. In un Paese munito di una destra decente (cioè legalitaria e repubblicana) sarebbe di destra. Dunque, non in questo Paese.


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Arriva il partito della legalità
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Arriva il partito della legalità

Ispirato da Eugenio Scalfari, organizzato e diretto da Carlo De Benedetti, probabile capolista un Roberto Saviano ancora recalcitrante ma disponibile a dare il suo imprimatur (non può certo sputare sul piatto dove mangia), scende in campo il partito della legalità

Un po’ come la fine di Craxi coincise con il trionfo postumo del craxismo, il tramonto di Berlusconi ci sta lasciando in eredità molte cose del berlusconismo e del suo modello speculare, l’antiberlusconismo. Prendiamo un esempio: il tracollo elettorale del Pdl nelle recenti amministrative non sta affatto provocando l’uscita di scena del partito-azienda. Al contrario assistiamo al moltiplicarsi di questo modello d’organizzazione diretta degli interessi più influenti della borghesia imprenditoriale e finanziaria nella politica.


Mentre i ceti popolari scompaiono dalla politica attiva, grande borghesia, finanza, Confindustria e salotti scendono direttamente in politica moltiplicando i loro partiti-azienda

Accanto all’ipotesi del Partito dei produttori di Montezemolo, ai blocchi di partenza ormai da molto tempo, costruito anch’esso attorno ad un cuore aziendale, si annuncia l’arrivo del Partito di Repubblica camuffato da cartello della società civile. Mentre la formazione di Montezemolo si candida a colmare il vuoto che il declino del berlusconismo rischia di lasciare dietro di sé, il Partito di Repubblica mira paradossalmente a tenere in vita l’esperienza dell’antiberlusconismo riproducendone il calco speculare: modello mediatico-carismatico, un propietario magnate, una strategia ispirata dal marketing politico, assenza di democrazia interna, gruppo dirigente e apparato cooptato.
Da diversi anni ormai il richiamo alla società civile è diventato lo schermo dietro il quale si cela, nella gran parte dei casi, la discesa in campo dei poteri forti, dei grandi salotti, dei miliardari, senza dover più ricorrere al tradizionale ruolo di mediazione e filtro dei professionisti della politica di cui parlava Weber (relegati nel migliore dei casi al ruolo di gregari o yesmen). Una concezione sempre più oligarchica della politica tanto più lontana da modelli partecipativi e di rappresentanza, sicuramente più presenti in alcune forme-partito classiche del Novencento, quanto più è forte l’appello alla società civile. Non a caso da mesi il governo è retto da un sedicente esecutivo di tecnici che sfugge a qualsiasi principio di rappresentanza elettorale (una sorta di golpe soft).


La repressione emancipatrice leit-motiv del partito promosso dal gruppo editorial-fianziario di Carlo De Benedetti

L’arrivo di una lista ispirata dal duo De Benedetti-Scalfari è data per certa. Ad anticipare questa mossa era stato lo stesso Eugenio Scalfari in un editoriale apparso su Repubblica del 13 maggio scorso. A dire il vero, in quella circostanza, l’ex fondatore di Repubblica aveva condizionato la formazione di «una lista civica apparentata con il Pd e rappresentativa del principio di legalità» alla permanenza del “porcellum”, il sistema elettorale attualmente in vigore. Per Scalfari la legalità, di cui vi sarebbe «urgente bisogno», deve essere il tema ideologico dirimente di questa nuova formazione  per combattere «la corruzione, le mafie, le oligarchie corporative nella pubblica amministrazione, l’evasione fiscale e la legalità costituzionale» (manca ovviamente qualsiasi riferimento alle illegalità della finanza internazionale motore scatenante della crisi economica attuale).
Niente di nuovo dal pulpito di Repubblica che da decenni ha fatto della “repressione emancipatrice” la religione civile che ha permesso di mettere una pietra tombale sulla questione sociale.


Saviano capolista?

Il nuovo Partito della legalità – sempre secondo le parole del suo ispiratore – dovrebbe chiamare a raccolta «persone competenti e civilmente impegnate nella difesa di questi valori». Profilo nel quale molti hanno subito visto l’inconfondibile silhouette di Roberto Saviano.
Chiamato in causa l’autore di Gomorra si è subito precipitato a smentire la circostanza senza rinunciare alla sua consueta dose di vittimismo. Nella celebre rubrica dell’Espresso, che fu un tempo di Giorgio Bocca, Saviano ha attaccato quelli che fanno «disinformazione» annunciando sistematicamente la sua entrata in politica ogni qualvolta gli accade di mietere trionfali ascolti televisivi, nonostante le sue mediocri prestazioni. Gli autori di queste voci, ha spiegato con toni stizziti ma sempre meno convincenti (stavolta a tirarlo in ballo è stato Scalfari mica i suoi avversari), sarebbero dei disonesti che attribuendogli l’intenzione di entrare in politica vorrebbero soltanto delegittimarlo, macchiandone l’illibatezza che gli verrebbe dal non essere «percepito come schierato».
Frase interessante solo per il participio inavvertitamente impiegato. L’uomo che sostiene di voler «ridare dignità alle parole della politica», perché le parole, differentemente da come cantava Mina, non sono chiacchiere ma «azione», strumenti capaci di «costruire prassi diverse», non può non sapere che l’essere percepito è altra cosa che dall’essere realmente.
E’ singolare questa teoria della dissimulazione che ricorda da vicino uno dei più classici precetti della politica descritti da Machiavelli, «Ognun vede quel che tu pari, pochi sentono quel che tu sei», in uno scrittore ­– da tempo sempre meno autore e sempre più interprete – che non cessa di rappresentarsi come sacerdote del vero, senza infingimenti, mediazioni e filtri. Per giunta, dopo la querela milionaria presentata contro il Corriere del Mezzogiorno e Marta Herling, per la polemica sulle fonti indirette e anonime citate nel racconto sul terremoto di Casamicciola, a molti non è sfuggito che Saviano stia dimostrando più interesse al valore monetario delle parole piuttosto che al loro significato.


Il prezzo delle parole

Sarà forse per questa concezione borsistica della lingua, che poca importanza attribuisce al senso delle parole tanto da arrivare a sostenere parole senza senso, che Saviano può scrivere cose come: la fedina penale pulita in politica sarebbe un handicap, un «elemento di sospetto e fragilità». Tesi che nell’orgia di demagogia populista attuale non appare di grande originalità: lo affermano ogni giorno Marco Travaglio e Beppe Grillo.
Chissà se sui banchi di scuola gli hanno mai spiegato che la Costituzione italiana è stata scritta da fior fior di pregiudicati, ex galeotti, ex latitanti ed ex sorvegliati speciali con tanto di confino. E che tra questi si contano ben due presidenti della Repubblica.
Se sei pregiudicato – prosegue ottusamente lo scrittore embedded (con Saviano il vecchio modello dell’impegno civile e politico si è trasformato nell’arruolamento, nell’intruppamento tra le file dei crociati dell’ordine, dei professionisti della punizione) – «vuol dire che hai già un protettore. A seconda del reato commesso, ci sarà la mafia, un partito o una cricca a garantire per te. Invece se sei incensurato non hai tutela, puoi essere aggredito da tutti senza che nessuno ne abbia danno».
Per Saviano le carceri italiane sarebbero sovraffollate di potenti ultratutelati, non di una umanità dolente, di disgraziati senza peso e senza futuro. Esperti e operatori del settore non esitano a definire il sistema carcerario una discarica sociale. E nelle discariche, fino a prova contraria, c’è a munnezza; tanto per citare la considerazione sociale attribuita al popolo delle prigioni.
Sembra di capire che per Saviano l’unico modello di società possibile sia una sorta di 41 bis diffuso, un regime di massima sicurezza sociale, un sistema di gabbie e recinti concentrici dove le parole anziché libere finirebbero confiscate sotto chiavistello. E lui ovviamente sarebbe il portachiave.


Scalfari insiste: «Saviano ci servi»
. Mica puoi sputare sul piatto dove mangi!

Per nulla convinto dell’atteggiamento prudente messo in mostra dall’esponente di punta della scuderia di Roberto Santachiara, in una intervista al Fatto quotidiano Scalfari ha ribadito che la presenza dello scrittore nella lista per la legalità «sarebbe un valore aggiunto che può decidere le elezioni». Saviano è considerato un brand vincente, non è più una persona ma un dispositivo, una macchina del consenso di cui non si può fare a meno. Scalfari-Mangiafuoco non può rinunciare alla sua marionetta per mettere in scena il teatrino della poltica. Quale che sia la decisione finale, lo scrittore ha confermato che in ogni caso non rinuncierà «alla possibilità di costruire un nuovo percorso».


Il nuovo mix: partito delle procure e partito delle scorte

Insomma i giochi sembrano fatti. Manca solo l’annuncio ufficiale che secondo alcune indiscrezioni è previsto per il prossimo 14 giugno, data di avvio della festa di tre giorni organizzata da Repubblica a Bologna. Un serbatoio pronto per stilare le liste esiste già: si tratterebbe di pescare tra gli aderenti all’associazione “Libertà e Giustizia”, fondata sempre da De Benedetti. La base di riferimento resta il “ceto medio riflessivo” che ha animato l’esperienza dei Girotondi e riempito gli spalti durante le adunate al Palascharp. C’è poi il partito delle procure a cui si affiancherà quello delle scorte spalleggiato da Saviano.


Legalità e iperliberismo: stessa spiaggia, stesso mare…

A questo punto resta da chiedersi cosa potrà portare di nuovo l’avvento di questo partito al di là delle considerazioni tattiche sull’ipoteca messa su un Pd fragile e senza prospettive, che rischierebbe di diventare addirittura un satellite eterodiretto (vecchio pallino della redazione repubblichina) dalla nuova formazione. L’estenuante richiamo al principio di legalità impone un bilancio ed una decostruzione del concetto.
Il richiamo alla legalità, da tangentopoli ad oggi, oltre a non aver impedito ma in qualche modo favorito venti anni di Berlusconismo è servito da legittimazione al passaggio brutale dallo stato sociale a quello penale. La legalità è stata in campo politico-giudiziario il corrispettivo dell’iperliberismo in materia economico-sociale. Un contesto dove i forti sono diventati più forti e i deboli più deboli. Se vogliamo cominciare a capovolgere questa situazione è arrivato il momento di mettere in campo un movimento antipenale.

© Not Published by arrangement with Roberto Santachiara literary agency

 

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Perché non sciogliere il popolo?


Che cosa è stato il berlusconismo?

«Goffamente astuto, furbescamente ingenuo, balordamente sublime, superstizione calcolata, farsa poetica, anacronismo genialmente sciocco, buffonata della storia mondiale, geroglifico inesplicabile»

 

Paolo Persichetti
18 febbraio 2012
Questo articolo è apparso su Gli Altri del 2 marzo 2012

Fin dal momento della sua entrata diretta in politica, nel lontano 1994, il dispositivo Berlusconi ha agito come un grande diversivo, un potentissimo magnete capace di captare su di sé passioni contrapposte. Una sorta d’incantesimo che ha permesso al padrone della televisione commerciale di collocarsi da subito al centro della scena scompaginando gli schieramenti, rimescolango le carte, sparigliando il tavolo da gioco. Forse solo riconoscendo questa sua irresistibile capacità illusionistica si può riuscire a spiegare anche l’essenza contraddittoria, quella combinazione di contrari che è l’antiberlusconismo. Solo in questo modo si riesce a comprendere perché personaggi della destra storica, come Indro Montanelli, populisti di destra come Antonio Di Pietro siano divenuti paladini del popolo della sinistra, oppure facitori d’opinione come Marco Travaglio, un damerino reazionario, ispirino le correnti giustizialiste di sinistra, dai girotondi al popolo viola.
Sicuramente Berlusconi ha saputo intercettare e interpretare a modo suo quel nuovo spirito del capitalismo descritto da Luc Boltansky e Éve Chiappello in un volume pubblicato da Gallimard nel 2000. Versione italiana di quella nuova etica della valorizzazione del capitale che, secondo i due sociologi, dopo l’originaria fase puritana e la successiva età della programmazione e della razionalità fordista, ha trovato nuova fonte d’ispirazione e legittimazione in una parte delle critiche rivolte al modo di produzione capitalista durante la contestazione degli anni Settanta. La critica al taylorismo fordista, all’alienazione seriale del lavoro, ai rapporti di società rigidi e gerarchizzati e alla società dello spettacolo, sono state assorbite e metabolizzate fino a fare della creatività e della flessibilità i tratti salienti del nuovo sistema dell’economia dei flussi, del valore aggiunto, del lavoro immateriale incamerato nel prodotto finito. Inventiva, piacere e pazzia – sempre secondo l’analisi di Boltansky e Chiappello – sono diventati ingredienti del successo capitalista molto più dei costipati valori del lavoro, della preghiera e del risparmio che ispiravano gli albori del capitalismo.
Se l’immaginazione non è mai arrivata al potere, sicuramente ha trovato posto in piazza Affari. Dimostrazione della capacità dinamica e innovativa dell’«imprenditoria deviante», secondo una categoria forgiata dalla sociologia criminale. L’ambivalenza del comportamento berlusconiano, condotta all’interno e all’esterno dell’ordine stabilito, ha permesso di condurre esperimenti, d’esplorare possibilità anche illegittime. Risorsa necessaria affinché l’iniziativa economica innovativa potesse avere luogo. In questo modo l’uomo di Arcore ha mantenuto «una distinta leggerezza che ha consentito alle sue imprese, in maniera weberiana, di levarsi al di là del bene e del male», come ha scritto Vincenzo Ruggiero in, Crimini dell’immaginazione. Devianza e letteratura, il Saggiatore, Milano 2005.
Il patron della pubblicità con le sue televisioni è stato il volto italiano di questa rivoluzione del capitale. Con la sua abilità a produrre ideologia è riuscito a sintetizzare anche interessi e spinte sociali diverse ma accomunate da un’ipetrofica rapacità individualista. Venditore di sogni e d’illusioni, spacciatore di marche, dealer di un mondo ridotto al dominio del logo e delle sue imitazioni. Divenuto sistema-mondo, occupata la società, a Berlusconi mancava solo la politica. Non la politica vera. Quella l’aveva sempre fatta, come una volta vantò in una intervista. La sua rete commerciale non era altro che un partito di tipo leninista. L’unico rimasto. Il partito dei professionisti della pubblicità. Una struttura di quadri ben selezionata, radicata nel territorio e nei distretti economici, con rapporti diffusi e alleanze con le corporazioni, le organizzazioni di categoria e gli imprenditori legali e illegali. Un vero modello d’organizzazione bolscevica della borghesia. Ed difatti, alla fine del 1993, in pochi mesi riuscì a farne la struttura portante di Forza Italia per lanciare l’attacco alla cittadella della politica-istituzionale, all’occupazione della macchina statale. Grazie ad una scientifica attività lobbistica e alle protezioni ottenute da settori influenti della politica, più che alla capacità di stare sul mercato, ha potuto costruire negli anni Ottanta la sua posizione dominante nel settore delle televisioni commerciali e della raccolta pubblicitaria. Ma a spianare la strada al suo ingresso diretto nel mondo dei palazzi romani è stato il tracollo del sistema politico dei partiti provocato dalle inchieste giudiziarie. Quando sulle ceneri della Prima Repubblica rivaleggiavano ormai forme contrapposte di populismo, Berlusconi è riuscito a sconvolgere la scena politica del paese sradicando la tradizione dei partiti di massa già in crisi ed imponendo il proprio modello anche ai suoi avversari. In grado di miscelare elementi elitari e plebiscitari, premoderni e ipermoderni, quello berlusconiano è apparso un modello di populismo dove vecchio e nuovo s’integravano. Sorretto dal ritorno all’affermazione della leadership carismatica e provvidenziale, nella quale il potere patrimoniale sostituisce la vecchia legittimità paternalista-patriarcale, il paradigma berlusconiano ha accompagnato l’elogio dell’imprenditorialità diffusa dentro la quale riescono a convivere anche forme arcaiche e bestiali di taylorismo. Il sogno e l’inganno di milioni di piccole imprese, nuova configurazione di un rapporto lavorativo che occulta dietro al mito dell’imprenditorialità individuale le gerarchie di un nuovo modello di sfruttamento. Illusione di un facile accesso al ceto medio e all’arricchimento personale modellato con i valori profusi dalle televisioni commerciali, tra gossip, cronaca nera, veline e reality show. Esaltazione retorica e sognatrice dell’autoaffermazione individuale, della proprietà (tanto più quando questa è insignificante e si riduce ad un’abitazione o un’automobile acquistata contraendo mutui bancari pluridecennali o alla conversione dei propri risparmi in bond e partecipazioni in titoli finanziari). Ideologia che riesce a far convivere con un mirabile gioco di prestigio temi legati alla riscoperta dei valori morali, come patria, famiglia e presunta etica della vita (ostilità verso l’aborto e l’uso delle staminali), insieme ad una sorta di sfrenato “edonismo proprietraio”, di ’68 dei padroni (il “bunga bunga”).
«Goffamente astuto, furbescamente ingenuo, balordamente sublime, superstizione calcolata, farsa poetica, anacronismo genialmente sciocco, buffonata della storia mondiale, geroglifico inesplicabile», l’apparente inconsistenza del personaggio berlusconiano si è rivelato in realtà un suo punto di forza: «Appunto perché non era nulla, egli poteva significare tutto», come capitò di scrivere a Marx a proposito di un altro «uomo della provvidenza», ed essere così reinventato da ogni ceto sociale o individuo a propria immagine e somiglianza. Ma quando la società dei lavoratori e dei cittadini volontari è messa fuori gioco, come ha ricordato Mario Tronti (La Politica al tramonto), «la politica diventa il monopolio dei magistrati, dei grandi comunicatori, della finanza, delle lobby, dei salotti. Cessa di essere la sede in cui i progetti di società si affrontano e confrontano e diventa il luogo dell’indifferenza, uno spazio indistinto dove l’apparenza prevale sul contenuto, l’estetica s’impone sulla sostanza». Per questo l’antiberlusconiano giustizialista non solo non si è rivelato efficace ma si è addirittura dimostrato dannoso riverberandosi unicamente come riflesso subalterno del suo acerrimo nemico.

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Odradek fuori luogo

Odradek fuori luogo

Dal blog primadellapioggia di Marco Clementi
1 dicembre 2011

“Odradek” continua a perdere il senso della realtà. Dopo averci fatto leggere sul suo blog per ben 8 volte che il tappo avrebbe retto, e poi non ha tenuto, mette le mani avanti accusando la piccola borghesia di volere indietro Berlusconi (prima che lo abbia fatto!). Accadrà, afferma. Tirando per le mani ricordi quasi ottocenteschi (e si trattava dei borboni, che nulla c’entrano con l’Italia di oggi), Odradek passa a una diversa analogia. Le scritte “aridatece er puzzone”, frase che titola questa nuova serie di commenti, comparvero nella Roma del ’44 mentre la gente quasi moriva di fame, in un periodo di epurazioni. Il colonnello Poletti, appena divenuto governatore della città, aveva istituito una commissione di ufficiali alleati, più 12 esponenti del Comitato di liberazione, per esaminare la posizione dei fascisti. Ma Roma aveva fame e accanto a “ridatece er puzzone” comparvero scritte come “Poletti, meno chiacchere e più spaghetti”.

Si combatteva ancora, anche sul suolo italiano, dove imperversava il mercato nero. Ma, cosa che Odradek dimentica, dopo la breve pausa di Badoglio, dalla politica (il fascismo) si era tornati alla politica (il governo Bonomi).
Oggi, invece, in Italia, è in atto un tentativo di dare forma a un sogno antico: quello di potersi sbarazzare della politica. Che siano stati prima i giudici e ora un governo dei tecnici, poco importa. La diagnosi è che i problemi politici nascono come conseguenza di errori politici, dunque occorrono dei sapienti, o dei saggi. C’è poi chi da sempre invoca il “partito degli onesti”, come se un potere “taumaturgico” possa ridare lucentezza a un sogno rinnovato. Quella che si intravede, però, è una trama strutturalmente illiberale, che cerca guardiani e un esito fondamentalista della politica, mentre i partiti che siedono in parlamento si sono nascosti (vai avanti tu, no tu, no tu…). Il puzzone faceva politica. Ora vi beccate la Trilateral al governo. Come avevano predetto i nostri saggi, che Odradek sta velocemente dimenticando, avvolta com’è da tempo nel mantello tarocco e nauseabondo di una meschina dietrologia.

Giovanni De Luna: «Il governo tecnico sancisce il fallimento della politica»

Le dimissioni di Berlusconi segnano la fine della parabola del berlusconismo oppure è possibile pensare al persistere di un berlusconismo senza Berlusconi? la domanda investe inevitabilemente anche il rovescio del problema: la sorte dell’antiberlusconismo.
Propagine ideologica della guerra civile borghese che ha catalizzato, egemonizzato e sterilizzato ogni potenzialità oppositiva negli ultimi due decenni, ancora una volta l’antiberlusconismo e riuscito a far passare l’idea che fosse necessario accontentarsi di qualsiasi cosa pur di mandare a casa il Cavaliere, rinunciando addirittura alla stessa consultazione elettorale a vantaggio di un governo-direttorio che tra le sue file conta consulenti delle agenzie di rating, banchieri, professori, legulei, generali, tutti esponenti di quel personale tecnico-manageriale che porta per intero la responsabilità del crack dei mercati finanziari

La banda Monti

Paolo Persichetti
Liberazione 13 novembre 2011

Con le dimissioni di Berlusconi siamo al giro di boa di un’epoca? La domanda è d’obbligo soprattutto se l’interrogativo è rivolto al berlusconismo come paradigma, come sistema. Se ne discuterà a lungo nei prossimi anni. Iniziamo a parlarne con lo storico Giovanni De Luna.

Ci sarà un berlusconismo senza Berlusconi?
Come fu per il fascismo il berlusconismo non è stato una parentesi ma una rivelazione che ha messo in luce i guasti profondi della nostra società. Uno dei problemi per il futuro sarà la ricerca degli antidoti per fare fronte al riprodursi di rischi del genere. Quel che mi preoccupa di più oggi è l’effetto che questa epoca ha suscitato sullo spazio pubblico: una sorta di desertificazione. La dimensione valoriale degli italiani è stata completamente risucchiata dentro gli angusti spazi degli  interessi privati. In questo ore così decisive sento una carenza di spinte ideali: mancano orizzonti e prospettive.

Crolla Berlusconi senza che si riesca a percepire una qualsiasi cesura simbolica. Al contrario ci propinano il governo d’emergenza, una nuova forma di consociativismo. Alla dimensione liberatoria, utopica e creativa si sovrappongono i richiami severi al senso di responsabilità, ad un mondo costipato e austero fatto di sacrifici.
Manca la cesura perché non si ha la sensazione del votare pagina, a causa dell’inadeguatezza della classe politica nella sua interezza. Non si ha la sensazione della ricostruzione, che è qualcosa che ti mette dentro la febbre dell’attivismo politico, della voglia di fare, della trasformazione.

Inadeguatezza che sembra tanto più forte proprio in chi dovrebbe incarnare il cambiamento.
Mi spaventa questa assenza di un riferimento, tranne che in Napolitano come avvenne con Ciampi. Gli unici che in questa situazione di desertificazione hanno cercato di coniugare alcuni indicazioni di valori condivisi in cui credere con la dimensione economica.

Napolitano e Ciampi? Non credi che siano loro stessi parte del problema? Non è forse Napolitano stesso che, ben al di là dei limiti previsti dalla costituzione, sta contribuendo a spegnere ogni spinta possibile alla rottura simbolica, anche ad una semplice alternanza?
No, lui sta svolgendo un ruolo di supplenza che è l’altra faccia della certificazione del fallimento della politica. A certificare il fallimento della politica in questi 20 anni è il governo tecnico, dimostrazione del fatto che la politica non è riuscita ad affrontare e risolvere questi problemi. L’altra faccia è il ruolo della presidenza della repubblica, affermatosi già con Ciampi e ora Napolitano. Hanno svolto un ruolo di supplenza rispetto ad una politica chiusa in se stessa, completamente autoreferenziale.

Possiamo dire allora che l’antiberlusconismo si sta dissolvendo nel nulla, in un vuoto?
La fine di Berlusconi e dell’antiberlusconismo non contiene più alibi. Oggi se vuoi stare in campo devi proporre, ricostruire il tessuto di una religione civile, letteralmente fatta a pezzi dal centrodestra che l’ha seppellita sotto l’idea del mercato come feticcio.

In un libro (Il consociativismo infinito. Dal centro-sinistra al Partito democrartico, edizioni Dedalo 2011) Mauro Fotia sostiene che «Il berlusconismo è indubbiamente la prosecuzione del vecchio centrismo consensualista democristiano, anzi, è la sua consumazione». Accenna un parallelo col moroteismo. Una tesi innovativa.
La Dc era per la conservazione dell’ordine esistente, Berlusconi è stato assolutamente eversivo. Nel berlusconismo c’è un estremismo di centro che Moro non conosceva anche se è vero che Berlusconi è stato più l’uomo della continuità che quello della rottura, perché ha ereditato pezzi interi di ceto politico della prima repubblica. Soprattutto ha capitalizzato l’egemonia culturale del pensiero neoliberista e mercatista incubato negli anni 80. Quello con la Lega non è soltanto un patto scellerato ma anche la condivisione di una visione eversiva dell’ordine costituzionale. Lui non tollera le articolazioni istituzionali ma ha puntato unicamente ad una connessione sentimentale con il popolo. Lo vedi Moro fare una cosa del genere?

Certo che no. In Moro la decisione politica giungeva all’apice di lunghi patteggiamenti, contrattatazioni infinite con i corpi intermedi. Nel modello berlusconiano c’è invece lo scavalcamento di tutto ciò. No credi però che il sabotaggio che i centri finanziari hanno fatto del referendum in Grecia e il fatto che in Italia va bene tutto purché non si vada alle elezioni, sia il segno di un rinnovato “odio della democrazia”, per citare Rancière?
Assolutamente, 30 anni di egemonia della destra hanno scardinato le basi della democrazia. Il governo tecnico è una sconfitta per la democrazia e per la politica. Bisogna dirselo con molta chiarezza. Anche se l’eccezionalità della situazione può giustificare il ricorso ad un governo d’emergenza, bisogna capire questa soluzione non rappresenta la fisiologia ma la patologia della democrazia.

Recentemente hai criticato la demonizzazione del debito pubblico.
Oggi il debito viene presentato come una sorta di Moloch. Invece bisogna domandarsi come e quando è stato accumulato: c’è stato un welfare risarcitorio negli anni 70 che ha redistribuito la ricchezza prodotta durante un boom economico realizzato grazie alla compressione dei salari e dei diritti in fabbrica. Il debito degli anni 70 è fisiologico, quello degli anni 80 invece è patologico perché comincia ad ingrassare il ceto politico senza avere più una ricaduta sui servizi pubblici. Ma li chi c’era?

Chi c’era?
Sacconi era lì, Brunetta era lì. Negli anni 80 erano lì, nel cuore della redistribuzione a favore di un ceto politico famelico. Insomma quando si chiama in casua il debito pubblico bisogna riflettere sulla varie fasi che ne hanno favorito la costruzione.

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Perché non sciogliere il popolo?
Per il Censis il governo Monti è espressione di una politica prigioniera del primato dei poteri finanziari