Il paradigma del capro espiatorio e la nuova filosofia penale nell’ultimo libro di Vincenzo Guagliardo

Dalla Postfazione di Paolo Persichetti

Una delle originalità di questo libro sta nella capacità di cogliere i processi generali attraverso i cambiamenti intercorsi nel microcosmo carcerario. Ancora una volta gli anni ’70 appaiono un decisivo banco di prova. Se la logica della premialità e della differenziazione, introdotti con i dispositivi legislativi limitati inizialmente ai collaboratori di giustizia e ai dissociati, e successivamente estesi al resto della popolazione carceraria, hanno anticipato e sperimentato con successo l’ingresso della contrattazione individuale e della precarietà nel mercato del lavoro; allo stesso modo il rito del capro espiatorio è diventato il nuovo motore ideologico della società. L’analisi di Guagliardo, che fa del ricorso a questo paradigma l’aspetto centrale della sua riflessione critica, è frutto dell’esperienza diretta vissuta dentro il carcere speciale dove l’effetto combinato di fattori esterni e interni, come la crisi progettuale della lotta armata, le mutazioni sociali e produttive, le tecniche d’isolamento e repressione, sfaldano progressivamente la solidarietà «per dar luogo alla concorrenza tra individui».
È qui che Guagliardo scopre l’inarrestabile scatenamento del processo vittimario descritto in uno dei capitoli più forti (il Quinto). Il rito del capro espiatorio è introiettato dai prigionieri al punto da divenire una forma autofagica della propria esperienza.
Di volta in volta i militanti rinchiusi cominciano ad esportare verso l’organizzazione esterna le responsabilità per le difficoltà incontrate. È una sorta di piano inclinato inarrestabile che si trasforma in una voragine e poi nell’abisso della disfatta etica che ha prodotto le figure del pentito-delatore, dell’abiurante-dissociato e dell’inquisitore-killer, che spesso anticipa e presuppone le prime due. In questo dispositivo il carcere speciale appare un laboratorio all’interno nel quale covano fenomeni che poi si riprodurranno su larga scala all’esterno delle cinte murarie.
Non a caso la dissociazione anticipa un modello culturale che farà strame dentro la sinistra minandone la capacità critica e anticipando la stagione delle grandi ipocrisie pentitorie, dove la categoria del ravvedimento non è più quella che assume su di sé la critica o, se vogliamo restare sul piano del linguaggio teologico, la colpa e l’espiazione, ma al contrario esporta fuori di sé ogni colpa e punizione introducendo la moda dell’autocritica degli altri.
Gli strumenti giudiziari d’eccezione e la cultura inquirente congeniata per combattere la lotta armata tracimeranno al punto da travolgere anche il ceto politico della “Prima Repubblica”, quasi a ricordare l’osservazione di Marx sullo scontro tra classi che può concludersi anche con la rovina reciproca delle parti in lotta.
L’impegno profuso nel contrastare la sovversione sociale degli anni ’70, la lunga stagione delle leggi penali speciali e dei maxiprocessi che hanno traversato il decennio ’80, e lo tsunami giudiziario che ha preso il nome di “Tangentopoli” nella prima metà degli anni ’90, conferiscono alla magistratura, e in particolare ad alcune procure, il ruolo di vero e proprio soggetto politico portatore di un disegno generale della società, di una filosofia pubblica capace di sostituirsi a quelli che erano stati gli attori tradizionali della politica: partiti e movimenti.
Il modello del capro espiatorio svolgerà un ruolo centrale nella vicenda passata alle cronache come la rivoluzione di “Mani pulite”. Le conseguenze, per nulla percepite dagli attori dell’epoca, che spesso pensavano di interpretare una stagione di rinnovamento del Paese, saranno enormi. È da lì che prendono forma e si strutturano le ideologie del rancore e del vittimismo che fomentano le attuali correnti populiste, stravolgendo quell’idea di giustizia che per lungo tempo era stata sospinta da ragioni che disprezzavano gli strumenti della penalità e del carcere in favore della ricerca del bene comune. Se prima si trattava di raggiungere obiettivi universali in grado di ripercuotersi in un miglioramento delle condizioni di vita di ciascuno ora il traguardo più ambito diventa l’aula processuale, la conquista di un posto in prima fila nei tribunali, un ruolo sui banchi della pubblica accusa o delle parti civili.
Un drastico mutamento di prospettiva che è conseguenza anche della crisi delle grandi narrazioni che descrivevano cammini di liberazione. Di emergenza in emergenza, passando per il terrorismo, le mafie, la corruzione, i migranti, la sicurezza, ha preso corpo un populismo penale che ha pervaso trasversalmente la società sovrapponendosi alle vecchie barriere ideologiche fino a farle scomparire.
La sfera giudiziaria è diventata il perno attorno al quale ruotano i conflitti, si pensa e si parla solo attraverso le lenti dell’ideologia penale anche a causa di un processo d’autoinvestitura politica della magistratura, formulata sulla base di una vera e propria “teoria della supplenza” da parte del potere giudiziario, «in caso di assenza o di carenze del legislativo». Una sovrabbondanza che alla fine, è superfluo ricordarlo, non ha creato più giustizia. Come dicevano già i romani: summum ius, summa iniuria*.
Il mito della giustizia penale ha trasformato la politica nel cimitero della giustizia sociale e l’esaltazione della qualità salvifiche del potere giudiziario ha fatto tabula rasa di ogni critica dei poteri.

1/continua

I paradossi dell’antimafia: Ignazio Sbalanca colpevole di amicizia

Il caso di un giovane siciliano condannato per una “relazione pericolosa”. Il delitto si è consumato a Racalmuto, il paese di Leonardo Sciascia, e mette in evidenza i meccanismi perversi dell’antimafia. Depositato un ricorso alla corte europea di Strasburgo

Paolo Persichetti
Liberazione 30 settembre 2010

Nel lontano 1706 una legge inglese incoraggiava i ladri a denunciare i propri complici. In caso di condanna dei denunciati si prometteva a quei “collaboratori ante litteram”, che allora erano ancora chiamati delatori, un compenso di 40 sterline. L’intenzione era quella di smembrare i gruppi criminali facendo in modo che si tradissero reciprocamente. L’effetto in realtà fu un altro, apparve sulla scena una nuova classe d’informatori professionali, di spergiuri che rendevano false testimonianze e ricattavano le proprie vittime (Vincenzo Ruggiero, 2003).

L’eccesso di penalità crea ingiustizia
Quell’invenzione corruppe inevitabilmente il funzionamento della giustizia, conseguenza che al potere interessò ben poco poiché l’innovazione introdusse un vantaggio ben maggiore: l’utilizzo di un nuovo potente strumento di governo. Il binomio omertà-delazione nasce dunque all’esterno delle cinte carcerarie. Questa logica perversa ricevette in Italia un nuovo impulso quando, circa trent’anni fa, con la decretazione d’emergenza e la legislazione premiale antisovversione vennero introdotte le figure del “pentito-delatore” (il collaboratore di giustizia) e del “dissociato” (l’abiurante). Si aprì allora una lunga fase, ancora non conclusa, che legittimò l’avvento di una nuova filosofia pubblica dove l’etica civile si è inchinata alla ragion di Stato. Da quel momento una progressiva espansione del potere giudiziale ha dirottato buona parte dei conflitti – di ogni natura e grado – nei tribunali, trasformati a loro volta in arene giudiziarie. Di emergenza in emergenza, passando per il terrorismo, le mafie, la corruzione, i migranti, la sicurezza, ha preso corpo un populismo penale che ha pervaso trasversalmente la società collocandosi sia a destra che a sinistra degli schieramenti politici, anzi il più delle volte sovrapponendosi alle vecchie barriere ideologiche fino a farle scomparire. La sfera giudiziaria è diventata il perno attorno al quale ruotano tutti i contenziosi, si pensa e si parla solo attraverso le lenti del sistema penale. Una sovrabbondanza che alla fine non ha creato più giustizia. Come dicevano già i romani: summum ius, summa iniuria. Le vicende giudiziarie sono diventate una sorta di biografia della nazione, la filigrana attraverso la quale leggere la storia recente del Paese.

La storia di Ignazio
Una storia siffatta, trasformata in rullo compressore giudiziario, ha trasformato le nostre prigioni in discariche, depositi nei quali seppellire tutto il disagio e il malessere sociale. I ceti più deboli pagano il prezzo più alto, tra immigrati e tossicodipendenti, incapaci di portare a termine quei crimini che alla fine non si pagano mai. Ma questa moderna fabbrica del rito espiatorio miete vittime ovunque, anche tra chi per estrazione sociale mai penserebbe di dover valicare la porta carraia di una prigione. Come è accaduto ad Ignazio Sbalanca, 28 anni, studente di giurisprudenza, famiglia modello con un padre impiegato e una madre insegnante. Attualmente in carcere ad Agrigento, dove sta scontando una pena a due anni e otto mesi per un «favoreggiamento aggravato».

Una cosca d’infiltrati e pentiti
Tutto si svolge a Racalmuto, il paese di Leonardo Sciascia. Trama letteraria e iter giudiziario s’incrociano quasi inevitabilmente. Nel paese era attiva una cosca coinvolta in una sanguinosa faida. La vicenda è stata raccontata da Gaetano Savatteri in un libro, I ragazzi di Regalpetra, che fa il verso proprio al titolo di un libro di Sciascia. Originario del posto, Savatteri ha incontrato i mafiosi arrestati divenuti nel frattempo collaboratori di giustizia. Ma cosa c’entra Ignazio Sbalanca con tutto ciò? In questa brutta vicenda è tirato per i capelli da un pentito. Non ha mai fatto parte di famiglie mafiose. La circostanza è stata esclusa da quattro delle cinque corti che si sono occupate del caso: il Riesame, che lo scarcerò pochi giorni dopo l’arresto nel luglio 2007, la Cassazione e l’Appello, che derubricò in favoreggiamento la condanna a sei anni e otto mesi per associazione mafiosa inflitta in primo grado e il giudizio definitivo di Cassazione che ha confermato la sua «non intraneità» nel sodalizio mafioso. Ignazio non ha mai posseduto o impugnato armi, non ha mai trafficato sostanze illecite, non ha mai chiesto il pizzo a nessuno, non ha mai custodito o trasferito pizzini. Non ha proferito minacce o esercitato violenza ad alcuno. Non ha mai rubato, ricettato, attentato a cose o persone. Ignazio però ha avuto un amico, poco più grande di lui, conosciuto sui banchi del liceo. Il giovane, che è stato anche allievo della madre, finisce in carcere. Si chiama Luigi Gagliardo ma non confessa subito di essersi messo a disposizione della cosca di Racalmuto. Dopo il suo arresto Ignazio tronca ogni rapporto. Non risponde alle lettere e nemmeno alle sollecitazioni della madre. Vista dall’esterno, questa durezza può apparire persino eccessiva. In fondo tutti possono sbagliare e l’amicizia, che è cosa complessa, dovrebbe servire proprio in questi momenti di difficoltà. Ma Ignazio spiega di essersi sentito tradito dalla doppiezza del suo “ex amico” e non vuol saperne più nulla. Anzi, a suo dire, le accuse mossegli contro dal pentito Beniamino Di Gati sarebbero nate dalla cucina del risentimento covato da Gagliardo per questa drastica rottura.

Delitto d’amicizia
A chi gli rimprovera, come farà Gaetano Savatteri in un articolo apparso lo scorso aprile su S, che in un piccolo paese come Racalmuto «tutti sanno tutto di tutti», e dunque sarebbe stato impossibile non sapere delle frequentazioni mafiose del Gagliardo nonché di un suo fratello latitante per mafia, Sbalanca ha buon gioco nel rispondere che in quella stessa famiglia c’erano anche due poliziotti. Siamo in Sicilia terra dove tutto s’intreccia e al tempo stesso sembrano esserci solo due possibilità, o si sta col bianco o con il nero, o con lo Stato o con la mafia. Insomma Ignazio è arrestato perché il collaborante Beniamino Di Gati, custode del cimitero di Racalmuto, figura ambigua dell’inchiesta e su cui pesa il sospetto di aver iniziato a collaborare molto prima dell’arresto trasformandosi in confidente, fratello del capo cosca Maurizio, anche lui pentito, afferma che sarebbe un «avvicinato». Cosa voglia dire non è chiaro. Ma avvicinato perché? Gli chiedono gli inquirenti. E Di Gati risponde: «Dico avvicinato perché era molto amico di Luigi [Gagliardo] non perché ha avuto un ruolo». Con tutta evidenza questa è solo una supposizione. Vista la vicinanza tra i due, Di Gati ritiene (ma chi glielo avrebbe detto?) che la confidenza fosse tale da fare venire meno ogni segreto tra loro. Tutto ruota intorno ad alcuni «passaggi in macchina» che Beniamino Di Gati dice di aver ricevuto da Luigi Gagliardo in compagnia, ma solo alcune volte, di Ignazio Sbalanca. Tratti di strada molto brevi, avvenuti all’interno del paese senza mai oltrepassare la periferia di Racalmuto. Favori che dovevano permettergli di raggiungere in sicurezza il fratello Maurizio, nascosto – si fa per dire – in un paesino non lontano. Per avere un minimo di credibilità processuale queste accuse avrebbero dovuto trovare il conforto del latitante Maurizio Di Gati e di Luigi Gagliardo. Ma il fratello di Beniamino, che in qualità di capo zona sapeva ogni cosa della famiglia che comandava, esclude ripetutamente che Sbalanca potesse far parte della mafia: «Sbalanca non c’entra nulla con la mafia e non ha mai avuto comportamenti mafiosi». Luigi Gagliardo, tartassato dai magistrati perché confermasse le accuse, con una prosa titubante ammette invece i passaggi in macchina, «non più di 4-5 volte nell’arco di diversi anni», e la presenza occasionale dell’amico: «ogni tanto mi faceva compagnia Sbalanca». Alla domanda se questi sapesse dove stavano andando, Gagliardo risponde: «penso di sì, non lo posso sapere con certezza se era consapevole; perché come ero io era lui nel modo di sapere». Quando, come e dove avevano concordato il “modo di sapere”, non lo dice. In compenso precisa quale era: mimico, fatto per gesti e sottintesi. Quando Beniamino Di Gati gli chiedeva un passaggio non diceva mai dove sarebbe andato. Quella di Gagliardo era solo una «intuizione intima». “Accompagnante occasionale di un accompagnatore” nel viale centrale del paese, dove tutti incrociano tutti, è il comportamento criminale imputato a Sbalanca. Chiunque sarebbe potuto finire al suo posto. E’ proprio il caso di dire che tutto ciò lascia senza parole.

Professionisti dell’antimafia
«Possiamo essere amici di tutti?», gli ha rimproverato ancora una volta Gaetano Savatteri cogliendo la vera essenza della colpa censurata dai giudici: il “delitto d’amicizia” motivato dalle sue incaute frequentazioni. Un giudizio che, se fosse fondato, avrebbe dovuto attenersi alla sola sfera morale si è invece trasformato in sanzione penale. Nel frattempo Savatteri dimentica le proprie amicizie, come tanti padrini dell’antimafia abituati a prendere le distanze solo da quelle degli altri. Questa storia porta alla luce la faccia nascosta del professionismo antimafioso, il purismo inquisitorio che scende a patti con i pentiti e contemporaneamente si erge a cattedra morale per tutti. «L’omertà è un’ignobile legge di sopraffazione, intimidazione e avvilimento: ma le pensioni e l’onore resi alla delazione non sono migliori, e venendo dalle autorità legali, rischiano di essere peggiori», scriveva Adriano Sofri nel lontano 1997 al suo rientro in carcere.

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Les paradoxes de «L’antimafia»: Ignazio Sbalanca coupable d’amitié

Le cas d’un jeune sicilien condamné pour une «relation dangereuse». Le délit a été accompli à Racalmuto, la ville de l’écrivain Leonardo Sciascia et met en évidence les mécanismes pervers de «L’antimafia». Un recours a été déposé auprès de la Cour Européenne de Strasbourg

Paolo Persichetti
Liberazione 30 septembre 2010

En 1706 une loi anglaise encourageait les voleurs à dénoncer leurs propres complices. En cas de condamnation des personnes dénoncées on promettait à ces «collaborateurs ante litteram», qu’on appelait encore délateurs ou mouchards, une prime de 40 livres sterling. Le but poursuivi était de démanteler les groupes criminels qui se seraient trahis réciproquement. En réalité le résultat fut  bien différent car cela donna naissance à une nouvelle catégorie d’informateurs professionnels, de parjures qui rendaient de faux témoignages et faisaient chanter leurs victimes (Vincenzo Ruggiero, 2003).

Le tout pénal crée injustice
Cette invention corrompit inévitablement le fonctionnement de la justice, conséquence qui intéressa bien peu le pouvoir car cette nouvelle disposition mit à jour un avantage bien plus grand: l’utilisation d’un nouveau puissant instrument de gouvernement. Le binôme «omerta-délation») prend naissance à l’extérieur de l’enceinte des prisons. Cette logique perverse reçut en Italie une nouvelle impulsion quand, il y a trente ans, par des décrets d’urgence et la législation des primes anti- subversion furent introduits le «repenti-délateur» (collaborateur de justice) et le «dissocié» (l’abjurant). C’est alors que débuta une longue période, qui n’est pas encore terminée, qui justifia l’avènement d’une philosophie publique nouvelle qui s’est inclinée devant la raison d’État. A partir de là une expansion progressive du pouvoir judiciaire a dérouté une bonne partie des conflits – de toute nature ou degré – dans les tribunaux, transformés dès lors en arènes judiciaires. D’urgence en urgence, en passant par le terrorisme, les mafias, la corruption, les immigrés, la sécurité, un populisme pénal a pris naissance et a envahi transversalement la société en s’insinuant, aussi bien à  droite qu’à gauche des coalitions politiques, même très souvent en se superposant aux vieilles barrières idéologiques jusqu’à les faire disparaître. Le milieu judiciaire est devenu l’axe autour duquel tournent tous les contentieux, on pense et on parle uniquement à travers la loupe du système pénal. Une surenchère qui à la fin n’a plus créé de justice. Comme le disaient déjà les Romains :summum ius, summa iniuria. Les vicissitudes judiciaires sont devenues une sorte de biographie de la nation, le filigrane à travers lequel lire l’histoire récente du Pays.

L’histoire d’Ignazio
Une histoire telle, transformée en rouleau compresseur judiciaire, a transformé nos prisons en décharges, dépotoirs où sont enterrés toutes les difficultés et les malaises sociaux. Les classes les plus faibles paient le prix le plus élevé, entre immigrés et toxicomanes, incapables à la différence de cols blancs de réaliser ces types de crimes qui à la fin ne se payent jamais. Mais cette fabrique moderne du rite expiatoire fauche des victimes partout, même parmi ceux qui par leur origine sociale pensent ne jamais franchir la porte cochère d’une prison. Ce qui est arrivé à Ignazio Sbalanca, âgé de 28 ans, étudiant en droit, issu d’une famille modèle avec un père employé et une mère enseignante. Actuellement en prison à Agrigente, où il est en train de purger une peine de deux ans et huit mois pour «complicité aggravée».

Une bande d’infiltrés et repentis
Tout se passe à Racalmuto, la ville de Leonardo Sciascia. La trame littéraire et le déroulement judiciaire s’entrecroisent presque inévitablement. Dans la ville sévissait une bande impliquée dans une vendetta sanglante. L’histoire a été racontée par Gaetano Savatteri dans un livre, Les Enfants de Regalpetra, fait sa propre version du titre du livre de Sciascia. Originaire de du pays, Savatteri a rencontré les mafieux arrêtés devenus entre temps collaborateurs de justice. Mais en quoi tout cela concerne-t-il Igniazio Sbalanca? Dans cette sale histoire il est tiré par les cheveux par un repenti. Il n’a jamais fait partie de familles mafieuses. Ceci a été exclus par quatre des cinq Cours de justice qui se sont occupées de son cas: le “Réexamen” (chambre d’accusation), qui le libéra peu de jours après son arrestation en juillet 2007, la Cassation et l’Appel, qui requalifia en complicité la condamnation de six ans et huit mois pour association mafieuse infligée au premier degré et le jugement définitif de la Cour de Cassation qui a confirmé sa non appartenance à l’association mafieuse. Ignazio n’a jamais possédé ou empoigné des armes, n’a jamais trafiqué des substances illicites, n’a jamais extorqué d’argent à personne, n’a jamais détenu ni transmis des «pizzini» (messages compromettants) des chefs mafieux. Il n’a pas proféré de menaces ou exercé de violences sur personne. Il n’a jamais volé, recelé, attenté aux biens ou aux personnes. Mais Ignazio a eu un ami, un peu plus âgé que lui, qu’il a connu sur les bancs du lycée. Le jeune qui a également été élève de sa mère, finit en prison. Il s’appelle Luigi Gagliardo mais il n’avoue pas tout de suite de s’être mis à la disposition de la mafia de Racalmuto. Après son arrestation Ignazio arrête toute relation avec lui. Il ne répond pas à ses lettres ou aux sollicitations de sa mère. Vue de l’extérieur, cette dureté peut être jugée excessive. Au fond tout le monde peut faire une erreur et l’amitié, qui est une chose complexe, devrait servir surtout en ces moments difficiles. Mais Ignazio explique qu’il s’est senti trahi par la duplicité de son «ex ami» et ne voulut plus en entendre parler. Au contraire, d’après lui, les accusations exprimées à son encontre par le repenti Beniamino Di Gati auraient pour origine le ressentiment éprouvé par Gagliardo à cause de cette ferme rupture.

Délit d’amitié
A ceux qui lui reprochent, comme le fera Gaetano Savatteri dans un article paru en avril dernier sur S, qui dans une petite ville comme Racalmuto «tout le monde sait les affaires de tout le monde», et que il aurait donc été impossible ne pas connaître les fréquentations mafieuses de Gagliardo ainsi que de son frère en fuite pour des faits mafieux, Sbalanca répond que dans la famille en question il y avait même deux policiers. Nous sommes en Sicile terre où tout se mêle et en même temps il semble qu’il n’y ait que deux possibilités, ou on est avec le blanc ou on est avec le noir, ou avec l’État ou avec la mafia. En somme Ignazio est arrêté parce que le collaborateur Beniamino Di Gati, gardien du cimetière de Racalmuto, personnage ambigu de l’enquête et sur lequel pèse le soupçon d’avoir commencé à collaborer avant son arrestation en se transformant en confident, frère du chef mafieux local Maurizio, lui- même repenti, affirme qu’il serait un «approché». Ce qu’il entend dire ce n’est pas clair. «Mais approché pourquoi?» lui demandent les enquêteurs. Et Di Gati répond «Je dis approché parce qu’il était très ami avec Luigi (Gagliardo) mais non parce qu’il a joué un rôle». De toute évidence ceci est une supposition. Eu égard à l’amitié entre les deux, Di Gati pense (mais qui le lui aurait dit?) que leur confiance était telle qu’il ne pouvait y avoir de secret entre eux. L’accusation concerne quelques passage en en voiture que Beniamino Di Gati dit avoir reçu par Luigi Gagliardo en compagnie, mais seulement deux fois, d’Ignazio Sbalanca. Des parcours très courts, à l’intérieur de la ville sans jamais dépasser la banlieue de Racalmuto. Services qui devaient lui permettre de rejoindre en sécurité son frère Maurizio, caché dans un village peu distant. Pour avoir un minimum de crédibilité procédurale ces accusations auraient du être avalisés par le frère en cavale de Beniamino Di Gati, Ignazio, et Luigi Galiardo. Mais le frère de Beniamino, qui en tant que chef local de la mafia connaissait tout de la famille qu’il commandait, exclut à plusieurs reprises que Sbalanca puisse faire partie de la mafia: «Sbalanca n’a rien à voir avec la mafia et n’a jamais eu de comportement mafieux». Luigi Gagliardo pressé par les magistrats afin qu’il confirme les accusations, avec une prose hésitante admet par contre les parcours en voiture, «pas plus de quatre cinq fois en l’espace de plusieurs années» et la présence occasionnelle de son ami: «de temps en temps Sbalanca me tenait compagnie». A la demande si ce dernier savait où ils allaient, Gagliardo répond: «je pense que oui, je ne peux pas savoir avec certitude s’il était au courant; parce que lui se trouvait comme moi pour ce qui est de la façon de savoir». Quand, comment et où ils avaient convenu de cette «façon de savoir», il ne le dit pas. Par contre il précise ce que c’était: mimique, par gestes et sous-entendus. Quand Beniamino Di Gati lui demandait de l’accompagner en voiture, il ne disait jamais où il allait. Cela pour Gagliardo était une «intuition intime». Voilà le comportement criminel imputé à Sbalanca: «accompagnant occasionnel d’un accompagnateur» dans le boulevard du centre ville, où tout le monde croise tout le monde. Quiconque aurait pu finir à sa place. C’est vraiment le cas de dire que tout cela laisse sans voix.

Professionnels de l’antimafia
«Pouvons-nous être amis de tous?», lui a reproché encore une fois Gaetano Savatteri en touchant du doigt la vraie quintessence de la faute sanctionnée par les juges: le «délit d’amitié» motivé par ses fréquentations imprudentes. Un jugement que, s’il était fondé, aurait du se limiter au domaine de la morale a été transformé pourtant en sanction pénale. Pendant ce temps Savatteri oublie ses propres amitiés, comme beaucoup de parrains de l’antimafia habitués à prendre leurs distances seulement avec celles des autres. Cette histoire met en lumière la face cachée du professionisme antimafieux, le purisme inquisitorial qui pactise avec les repentis et en même temps s’érige en chaire morale pour tous. «L’omertà est une loi ignoble d’accablement, intimidation et découragement: mais les primes et l’honneur accordées à la délation ne sont pas meilleures, et venant des autorités légales, risquent d’être pires», écrivait Adriano Sofri en 1997 lors de son rentrée en prison.