Leone Jacovacci, il nero che prese a pugni il fascismo

Libri – Mauro Valeri, Nero di Roma, Storia di Leone Jacovacci l’invincibile mulatto bianco, Palombi editori

Paolo Persichetti
Liberazione,  4 luglio 2009

Mulatto, figlio di un ingegnere italiano e una madre africana di etnia babuendi, Leone Jacovacci non aveva «la pelle giusta» per essere riconosciuto a tutti gli effetti italiano, nonostante nel 1928 fosse diventato campione nazionale ed europeo di esterne161921181603195150_bigpugilato per la categoria dei pesi medi. La sua vita raccontata nel libro di Mauro Valeri, Nero di Roma, Storia di Leone Jacovacci l’invincibile mulatto bianco, Palombi editori, è un’odissea del pregiudizio, un viaggio nei mari del razzismo prima  ideologico, poi codificato negli statuti coloniali e nelle leggi razziali. Come per i più grandi pugili del Novecento la via del ring è stata per lui un modo di farsi strada nella vita. I pugni incassati fuori Leone li restituiva nel quadrato. All’anagrafe risulta iscritto nel 1902, ma è solo l’anno in cui il padre realizzò l’atto amministrativo. In realtà era nato in Congo tempo prima, dove l’ingegnere Umberto Jacovacci era arrivato in cerca di fortuna con un contratto d’agronomo in tasca. Qui aveva conosciuto Zibu, figlia di un capo tribù locale. Dalla loro relazione erano nati Leone e Aristide che il padre decise di portare con sé al suo rientro a Roma. I piccoli furono cresciuti dai nonni paterni nel viterbese e presto scoprirono il prezzo del pregiudizio raziale negli anni dell’Italia giolittiana, quando la «giovane proletaria» declamata da Pascoli cercava il suo posto al sole occupando Tripolitania e Cirenaica a suon di cannonate. Anni in cui la propaganda colonialista struttura le correnti ideologiche razziste e nazionaliste che spingeranno l’Italia verso il baratro della prima guerra mondiale e del fascismo. Allora per l’anagrafe Leone Jacovacci aveva nove anni. A 16 anni, anima inquieta e già ribelle, s’imbarca probabilmente a Napoli come mozzo su un mercantile inglese che però fa naufragio. Insieme agli altri membri dell’equipaggio viene salvato da un’altro mercantile inglese, il Queen.
«Non mandatemi/ in paesi stranieri/ perché la mia pelle è diversa», scriveva Antonio Campobasso nel suo Nero di Puglia.  Sbarcato a Londra Leone ha un nuovo nome, John Douglas Walker, nato nel 1900, con il quale il 7 agosto 1918 si arruola nel 53° battaglione del Bedfordshire Regiment dell’esercito inglese. La vita di mozzo e cuciniere sulle navi e la permanenza nell’esercito l’introducono nel pugilato, disciplina che veniva praticata tra i marinai. Esordisce nella boxe a Londra. Le cronache dei primi incontri raccontano di un pugile tecnicamente ancora molto acerbo ma molto potente. Sono gli anni di un pugilato popolare con riunioni settimanali che si tenevano nei quartieri. Gli incontri potevano durare anche venti riprese, e il macth poteva prendere facilmente l’aspetto di una vera battaglia tra gladiatori con il pubblico che lanciava alla fine monetine sul ring. Il periodo londinese termina col la sfida a Roland Todd, uno dei migliori medi britannici, imbattuto da tempo e abituato a mettere ko i suo avversari. A confronto il diciannovenne Jacovacci era un debuttante, eppure mise Todd al tappeto quattro volte, ma rimase sbigottito nel vedere l’inglese rialzarsi ogni volta. Confidava troppo nella sua «castagna», così col passar delle riprese e il sopravvenire della stanchezza fu l’esperienza di Todd a decidere il match. Dopo la sconfitta si trasferì a Parigi, dove infilò una serie di 25 vittorie consecutive. Sulla scorta di questi successi nel 1922 torna in Italia sotto le vesti dell’afro-americano Walker per affrontare il campione italiano dei pesi medi, Bruno Frattini, al Teatro Carcano di Milano. esterne161921221603195142_big
Jacovacci non è il primo “nero” a combattere in italia, era stato preceduto dal ligure Pietro Boine che nel 1910 aveva conquistato il primo titolo italiano dei pesi massimi. L’incontro con Frattini finisce con una sconfitta ai punti nonostante la netta superiorità mostrata sul ring. Leone Jacovacci non si arrende, sà di avere pagato il prezzo del colore della sua pelle, e decide così di farsi riconoscere la nazionalità. Considerato da tutti un zio Tom americano, alcune testimonianze raccontano lo stupore nello scoprire il suo slang trasteverino. Durante un combattimento, dimenticando di rivolgersi in inglese al suo secondo, l’apostrofò con uno, «sbrighete, damme l’acqua». La gaffe si ripeté nel corso di una riunione pugilistica alla quella era stato invitato come ospite. Enorme fu lo stupore di chi chiamandolo ancora Jack, gli senti gridare verso un pugile, «c’ai er coraggio de ’na pecora». Nel frattempo Leone torna a Parigi e prosegue la sua carriera inanellando un’impressionante serie di vittorie mentre comincia a circolare la voce, ripresa dalla stampa, che Jacovacci-Walker avesse del sangue italiano. Ma l’avvento del fascismo non facilita per nulla il riconoscimento della sua cittadinanza, apertamente ostacolata dal Pnf che vede in lui la sconfitta delle tesi razzialiste. Uno scontro si apre all’interno della federazione pugilistica italiana tra il consiglio direttivo che estromette Edoardo Mazzia, membro del comitato centro-meridionale che gli aveva consegnato la tessera della federazione. Intanto Jacovacci-Walker è costretto a proseguire la sua carriera all’estero, tra Francia e Argentina. Sconfigge così il neo campione d’Europa Louis Clement, senza per questo poter essere incoronato lui stesso al vertice del pugilato europeo perché privo del riconoscimento della nazionalità italiana. Ormai all’apice del pugilato internazionale viene riportato in italia da uno degli impresari più importanti, Pietro Petroselli. Il «mulatto» sbaraglia tutti e così il 24 giugno del 1928 può sfidare il campione in carica nazionale ed europeo, Mario Bosisio, ritornando al suo nome di battesimo. L’incontro entra nella storia per la sua intensa drammaticità. Jacovacci vince ma da quel momento subisce l’ostracismo di un regime che ha ridicolizzato. La bianca razza fascista non poteva sopportare di prenderle di santa ragione da un «meticcio», considerato alla stregua di una piaga, un esempio di degenerazione e corruzione della purezza della razza. E quando al contrario le sue doti venivano apprezzate, diventava la «belva», il «selvaggio» dalla velocità «belluina».
Leone Jacovacci è morto nel 1983 a Milano, faceva il portiere in un immobile. Nel 1940 era tornato in Francia, per sopravvivere aveva fatto persino il catch.

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«Il pugilato è uno sport incivile», sosteneva un articolo ospitato sulla prima pagina di Liberazione del 29 novembre. Sport violento e da riformare nelle regole, spiegava l’autore, Bernardo Rossi Doria, mettendone in questione la supposta filosofia gladiatoria: «dove si fanno tanti più punti quanto più si fa male all’avversario, addirittura lo si fa cadere a terra svenuto».
Conosco tecnici della Fpi che potrebbero obiettare, molto meglio di me che ho praticato la boxe soltanto da ragazzo, in una polisportiva Uisp e tirando i primi pugni nel torneo novizi al Palazzetto dello sport di Roma, l’evoluzione intervenuta nelle regole e nella cultura pugilistica, spiegando anche come l’aggressività controllata del pugilato sia, in realtà, patrimonio comune delle altre discipline sportive. Personalmente ho ricevuto molti più colpi duri, calci e pugni, giocando a calcio o pallamano che sul quadrato.
Il pugilato olimpico, che corona le carriere dei dilettanti, è ben diverso da quello professionistico, affetto da ataviche derive affaristiche, in particolare oltre oceano. L’atleta pugile usufruisce di protezioni nel combattimento ed è tutelato da regole molto rigide. Il principio della opponibilità tra i due contendenti, fa si che non vi siano situazioni di manifesta inferiorità nel confronto e l’arbitro deve intervenire nell’incontro, fino a sospenderlo, quando uno dei due avversari è in manifesta difficoltà. Gli atterramenti sono rari. La scherma pugilistica viene premiata rispetto alla bagarre, o alla ricerca del colpo a effetto. Non accade lo stesso nel professionismo, dove permane la concorrenza tra due diverse federazioni internazionali, che per ragioni economiche non esitano a privilegiare regolamenti che facilitano una certa macabra spettacolarità. D’altronde l’abisso che separa il pugilato di Cassius Clay da quello di Mike Tyson è la prova di una decadenza tecnica, dietro la quale si cela anche il declino sociale e culturale intervenuto nella società.
Mohammed Alì combatteva nel ring come nella vita. Il suo pugilato era dialettico, ragionato, fatto di schivate, abile nel ritrarsi, nel gioco di gambe, per non offrire mai il bersaglio all’avversario. Lo stancava prima di colpirlo lo stretto necessario. Praticava l’arte di Sun-tze senza averlo letto. In quello stile c’era la grammatica del nero americano che aveva imparato con la lotta sociale a difendere i propri diritti civili e politici, c’era un’idea di solidarietà che parlava al mondo e che lo portò a rifiutare di combattere in Vietnam. Nella boxe di Tyson c’è solo la rabbia cieca e senza futuro del nero dei ghetti che non ha più speranza, se non quella d’imitare la società dell’uomo bianco, rincorrendo e ostentando ricchezza, senza mai trovarvi salvezza.
La boxe non è l’unica disciplina sportiva di combattimento, c’è la lotta, le arti marziali, la scherma, ma queste ultime non suscitano la stessa repulsione indignata verso una pratica ritenuta barbara e primitiva. Perché? Nelle parole di Rossi Doria si percepisce un pregiudizio classista al passo coi tempi di una sinistra che oramai si diletta nella vela e nel golf. Certo il pugilato non è neutro. Si tratta di una disciplina che gestisce attraverso regole ben precise l’aggressività, senza il ricorso a protesi come una spada o un’arma da fuoco. Ma forse che la filosofia, sia pur sublimata, contenuta nella scherma e nel tiro al piattello è meno violenta? Infilzare come un pollo allo spiedo, sia pur virtualmente, il proprio avversario è politicamente, mi scuso, sportivamente più corretto? Sorge il sospetto che a dare fastidio sia l’estrazione sociale del mondo della boxe. Troppo poco nobili per una noble art? Nelle periferie non ci sono maneggi per l’equitazione, ai miei tempi non c’erano nemmeno piscine e il tennis se lo potevano permettere solo gli agiati frequentatori di circoli privati.
Il ragionamento di Rossi Doria rinvia a quella che alcuni osservatori della società moderna definiscono «iperestesia sociale», ovvero l’abbassamento vertiginoso della soglia di sensibilità, tanto più ipocrita quanto è selettiva. L’avvento di una nuova e inorridita sensibilità occidentale, egocentrica più che altruista, ha mutato il rapporto con l’immagine del dolore, della sofferenza e della violenza. Il paradosso di questa moderna impressionabilità sta nella presenza di un sentimento d’orrore che non mette fine alla violenza ma s’accontenta unicamente di renderla invisibile, e ciò non vale solo per le azioni ma ancor di più per il pensiero. Basti pensare all’innovativo dizionario che ha camuffato i conflitti bellici trasformandoli in operazioni di polizia, interventi umanitari, «guerre etiche o pulite a costo zero», fino alla vertigine dell’invisibilizzazione riassunta nella formula «effetti collaterali». Si è imposta insomma una paradossale indignazione selettiva che, mostrando avversione per l’esplicita violenza, trae sollievo dalla sua semplice sottrazione alla vista.
Non so quanto sia etologicamente compatibile la pretesa di estirpare l’aggressività dall’essere umano, e mi chiedo se dietro questo proposito non vi sia l’ennesima versione in salsa eticista del sogno totalitario dell’uomo nuovo. Certo è che esistono, come in ogni cosa, delle priorità. Se proprio da qualche parte si deve iniziare, allora è forse socialmente più utile partire dal disarmo delle forze di polizia in assetto di ordine pubblico che dal divieto di qualche raro incontro di boxe. Oppure anche la violenza delle istituzioni è diventata invisibile?

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