Di Pietro e l’Idv da dieci anni sono le stampelle di Berlusconi

Dietro la compravendita dei voti a Montecitorio l’inconfessabile attrazione dei giustizialisti per il berlusconismo

Paolo Persichetti
Liberazione 12 dicembre 2010

Vivere per la politica o vivere di politica? Nonostante sia passato quasi un secolo da quando Max Weber affrontò la questione in una conferenza universitaria tenutasi a Monaco nel 1918, le cose sono rimaste più o meno uguali. Divenuto nel frattempo uno dei classici del pensiero politico, La politica come professione, saggio che raccoglie il testo della conferenza tenuta dal sociologo tedesco, sta all’analisi dello Stato e dei meccanismi di funzionamento e legittimazione del potere politico nelle società borghesi e capitaliste come il Capitale di Marx sta all’analisi del sistema di produzione capitalistico. Con l’emergere dello Stato moderno la nuova figura del politico di professione espropria il ruolo che era stato dei funzionari di ceto. Il progressivo allargamento dell’apparato statale alle masse popolari, in una società dove permane la divisione del lavoro, pone il problema del reperimento delle risorse per consentire l’esercizio della politica anche per quei gruppi sociali privi di capitale economico. In Europa videro la luce i grandi partiti operai e socialisti, poi comunisti, dotati di potenti apparati animati da funzionari. Professionisti della politica che nella versione bolscevica divennero professionisti della rivoluzione. Dove mancavano i partiti di massa radicati territorialmente continuavano a prevalere i notabili tradizionali, legati ad una logica imprenditoriale privata della politica. Spiega Weber che in entrambe le ipotesi, anche se in forme diverse, la politica è rimasta un mezzo per costituire a proprio favore delle rendite. Un mezzo, non per forza sempre e comunque un fine. Insomma vivere di politica è una condizione connaturata alla politica moderna, sia nelle tradizione liberaldemocratica che in quella che fu del socialismo reale. L’estrazione a sorte e la rotazione dei mandati, presenti nella democrazia ateniese, o il vincolo di mandato votato dagli insorti della Comune di Parigi, appartengono ad un’altra storia.
Le aule parlamentari trasformate in una fiera dei voti, come sta accadendo in questi giorni, non sono dunque una novità. Il trasformismo parlamentare è nato in Italia con lo Stato unitario, praticato da Agostino De Pretis venne ripreso da Francesco Crispi e poi da Antonio Giolitti. Ha imperversato per l’intero cinquantennio della Prima Repubblica tra i banchi della democrazia cristiana e dei suoi alleati satelliti. Poi la fine dei partiti pesanti, il ritorno alla politica dei notabili, la sostituzione dei circoli con i gazebo, il presidenzialismo sostanziale che caratterizza il sistema politico della Seconda Repubblica hanno incrementato la volatilità dei mandati parlamentari. Ma c’è qualcosa di più che va segnalato dietro i repentini passaggi di schieramento delle ultime ore. C’è un partito di voltagabbana d’ogni genere (molti arrivati dalla sinistra), l’Italia dei valori, che da quando ha avuto accesso in parlamento svolge sistematicamente la funzione di serbatoio di riserva del berlusconismo nonostante la feroce retorica antiberlusconiana di cui fa mostra. D’altronde come non ricordare l’incontro con il Cavaliere nel 1994 quando intenzionato a scendere in politica Di Pietro era ancora incerto su quale fosse lo schieramento migliore dove collocarsi. Ogni qualvolta sono emersi momenti critici all’interno di una legislatura dai suoi banchi si sono staccati dei parlamentari per dar manforte alla maggioranza berlusconiana. Accadde nel 2001 con Gabriele Cimadoro e Valerio Carra che votarono la fiducia a Silvio Berlusconi. Si ripeté nel 2006 con Sergio De Gregorio, decisivo per la caduta del governo di Romano Prodi. Succede nuovamente oggi con Domenico Scilipoti e Antonio Razzi (di cui si dice che il primo abbia i beni pignorati e l’altro un grosso mutuo da pagare). Ma la lista continua ancora se solo volgessimo lo sguardo agli amministratori locali o al parlamento europeo. Di Pietro grida al tradimento, taccia i transfughi di Giuda, va dai pm, ma quelli che chiama traditori li ha scelti lui. Dice che non sapeva come riempire le liste e così per racimolare voti ha reclutato personaggi espressione delle peggiori reti clientelari e affaristiche presenti sui territori, pronti a concedersi al miglior offerente. Per una formazione che rivendica il monopolio dell’etica e della virtù non è una bella figura. Siamo forse alla prova della verità per il giustizialismo dipietrista: il berlusconismo e l’antiberlusconismo giustizialista sono l’uno la stampella dell’altro, si sorreggono reciprocamente. Questo ci dice il mercato delle vacche che si sta svolgendo a Montecitorio.

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