Apparteneva alla «Brigata ebraica», il giovane che ha sparato il 25 aprile contro due esponenti dell’Anpi a fine manisfestazione

Non sorprende affatto la notizia che lo sparatore del 25 aprile a Roma, davanti parco Schuster, a conclusione della manifestazione ufficiale dell’Anpi e delle realtà politico-sociali di Roma sud, quando nel parco c’erano ancora centinaia di famiglie che festeggiavano all’ombra sui prati del parco, sia un giovane attivista della comunità ebraica romana, il ventunenne Eithan Bondi, dichiaratosi membro della “Brigata ebraica”: una milizia che si rifà alla controversa vicenda della unità militare dell’esercito britannico costituitasi nel settembre del 1944 per prendere parte alle ultimissime fasi della campagna d’Italia, dopo accordi che prefiguravano l’attribuzione di territori alla popolazione ebraica in Palestina sotto protettorato britannico e che nulla c’entra con il «Palestine reggiment», formato nel 1942 da volontari palestinesi ed ebrei per affrontare l’avanzata delle truppe naziste in Africa del Nord.

La frustrazione per questi attivisti del suprematismo ebraico è stata molto forte questo 25 aprile, non solo perché ormai da quando Israele ha attaccato e occupato Gaza, massacrando la popolazione palestinese, non gli è stato più possibile accedere strumentalmente alla festa della Resistenza partigiana ma anche perché questo 25 aprile hanno dovuto rinunciare alla loro consueta parata.

Chi conosce la realtà politica romana, le sue sfumature, tensioni e umori, aveva subito capito che quei colpi tirati, per fortuna con una pistola ad aria compresa, contro due anziani signori con fazzoletto dell’Anpi al collo, non erano dei militanti fascisti. Ormai da diverso tempo nel quadrante cittadino che investe i quartieri più vicini al vecchio Ghetto e ai luoghi dove si annidano ed operano politicamente questi suprematisti ebraici, si contano decine di aggressioni, episodi di violenza e minacce, ultima la devastazione dell’aula “Gaza”, una sala autogestita dagli studenti all’interno dell’università di Roma tre. Attivisti propalestina, militanti della sinistra, hanno subito nei mesi passati attacchi e minacce. Basti ricordare le vicende denunciate dagli studenti del Liceo Manara a Monteverde e ancor più grave l’aggressione contro le ragazze e i ragazzi e alcuni docenti e personale Ata del liceo artistico Caravillani, prossimo alla sinagoga di Monteverde, con tanto di scalpo strappato ad uno di loro da una squadraccia di energumeni della comunità ebraica. Il tutto ovviamente condito da una ripetuta impunità.

L’immunità di cui godono questi ambienti e le loro squadracce armate è una delle ragioni di questa escalation: l’ampia tolleranza per cui comportamenti aggressivi o violenti, o addirittura il porto di armi di varia natura che per qualunque altro cittadino o peggio attivista di sinistra darebbero luogo a conseguenze penali pesanti, vengono per costoro accettati, giustificati e sminuiti. L’impunità produce una singolare ebrezza, una eccitazione che spinge sempre oltre e così dai manganelli, le catene, i coltelli e i martelli si è passati alla pistola che esplode pallini, il passo è breve per andare oltre.

Un altro fattore induce a ritenere la misura ormai colma: più di 800 cittadini di origine ebraica e nazionalità Italiana (molti di questi appartenenti alla comunità ebraica romana) hanno preso parte nelle fila del Idf, l’esercito israeliano, alla sterminio dei palestinesi di Gaza e Cisgiordania, alla loro pulizia etnica. Gli accordi tra Israele e Italia consentono questo singolare privilegio: mantenere la nazionalità italiana pur servendo l’esercito di uno Stato straniero. Queste persone non vengono considerate foreign fighters, come i giovani italiani che sono andati a combattere contro le milizie dell’Isis, lo Stato islamico, nelle fila delle unità militari curde del Hgp (una milizia politica affiliata al Pkk) e una volta tornati in italia hanno subito procedure giudiziarie e misure cautelari. 
Queste 800 persone hanno avuto un addestramento militare avanzato, hanno partecipato a operazioni militari dove sono stati violati diritti umani, commesse atrocità contro la popolazione civile, rappresentano un inevitabile bacino di potenziali fanatici pronti a tutto.

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Chiudete l’Anpi, per favore!

Lunedì mattina la vice sindaco di Milano, Ada Lucia De Cesaris, ha ricevuto nel suo ufficio di Palazzo Marino una lettera minatoria, la cui riproduzione potete vedere qui sotto:

lettera-di-minacce-brigate-rosseLe modalità grafiche del testo (simile a quelle in uso in ambienti di destra o nelle curve degli stadi) e soprattutto il suo contenuto bislacco lasciano subito capire che si tratta del gesto di un mitomane o di qualche maliziosetto.
Alcune passaggi, infatti, lasciano pensare: «il prossimo autunno inverno tornerà la P38 e il mitra».
“Autunno inverno”? Chi scrive sembra un habitué delle sfilate di moda.
Tra un’amenità e l’altra nel proseguio del testo si legge anche una frase del genere, «In realtà i brigatisti in libertà hanno goduto di libertà di finanziamento e organizzazione (il ’68 non è mai finito)».
Chi l’ha scritta ha negli occhi gli articoli di Paolo Granzotto del Giornale, un refrain delle minchiate che raccontava un tempo Montanelli.
Alla fine del testo compare una sgangherata stella a cinque punte che viene ripetuta anche sul retro (sic!) del foglio insieme alla scritta «NUOVE-BR-CURCIO-INTERNAZIONALE». Mentre nell’intestazione mancava l’aggettivo “nuove”. Sotto la stella a cinque punte compare la scritta «un futuro di lotta armata contro gli Stati, bande criminali planetarie».
Ciliegina sulla torta, l’indicazione del luogo dove il testo sarebbe stato scritto è «Menton – France».
No so se è chiaro. Sono loro, sempre loro, quelli che stanno a Parigi, i latitanti, tutti riparati a casa di Scalzone. Anche se poi il timbro postale sulla lettera ovviamente non è francese ma è di un ufficio di Milano.
Qualcuno ci ha provato e tanti ci vogliono proprio credere.

Insomma la notizia è di quelle che non sono una notizia. Il fatto non sussiste. Non c’è proprio. Nonostante ciò gli organi d’informazione l’hanno diffusa con un forte significato d’allarme, accreditando la fantomatica firma posta in calce, “Nuove Br Curcio”.

In realtà la notizia vera è un’altra e viene dall’Anpi provinciale di Milano che ha preso molto sul serio la lettera di cui sopra. Guardate cosa sono riusciti a scrivere qui:

«L’ANPI Provinciale di Milano esprime la propria solidarietà all’assessore al Comune di Milano Ada Lucia De Cesaris per l’ignobile lettera minatoria fattale pervenire dalle nuove Brigate rosse. L’ANPI, le Associazioni Partigiane, i sindacati, le forze politiche democratiche hanno da sempre condotto una battaglia incessante e continuativa contro il terrorismo, volto a minare e destabilizzare le istituzioni nate dalla Resistenza. Continueremo a mantenere alta e vigile la nostra attenzione a difesa della democrazia, della legalità e dei principi sanciti dalla Costituzione repubblicana».
Roberto Cenati – Presidente ANPI Provinciale di Milano

Di fronte a tanto la domanda che ci poniamo è una sola: ma quand’è che l’Anpi chiude? A cosa serve un baraccone del genere se, venendo meno per altro alla sua ragione sociale, quell’antifascismo che andrebbe quanto meno aggiornato sul terreno dell’antirazzismo, non è nemmeno in grado di distinguere la differenza che passa tra lucciole e lanterne?

Ad una certa età ci sono le bocciofile e il tressette. Rimbambiti!

Più case meno Pound

Preceduto da polemiche e appelli contrapposti, finisce in un flop il raduno nazionale del Blocco studentesco patrocinato da CasaPound. Tanto rumore per nulla

Paolo Persichetti
Liberzione 8 maggio 2010


Quarantaquattro gatti in fila per sei col resto di due
. E’ finita proprio così, come recita la filastrocca che vinse lo zecchino d’oro nel 1968, il sit-in nazionale del Blocco studentesco, emanazione di CasaPound, che si è tenuto ieri a Roma. Poche centinaia di militanti raggruppati nell’angolo di una piazza troppo grande per loro. In giro nemmeno l’ombra delle migliaia che avrebbero dovuto marciare sulla Capitale, come preannunciato alla vigilia. Era dunque infondato, oltre che molto discutibile, l’allarme lanciato nei giorni scorsi dall’Anpi (per altro ritiratasi all’ultimo momento dopo aver acceso la miccia), ripreso da un folto gruppo d’intellettuali e personalità che chiedevano l’esclusione del Blocco studentesco dalle elezioni universitarie, dalle forze politiche di sinistra e dai Centri sociali che hanno dato vita ad un presidio di protesta, anche questo senza grande partecipazione. La forte opposizione della sinistra romana aveva spinto la Questura a vietare il corteo chiesto dai «fascisti del terzo millennio» e autorizzato in precedenza dalla Prefettura. Scelta molto “maliziosa” che ha accresciuto le polemiche e acceso i riflettori su una vicenda che con tutta probabilità sarebbe passata quasi inosservata. La sinistra si è divisa, Piero Sansonetti e Massimo Bordin hanno firmato un appello in difesa del diritto di manifestare per chiunque, dunque anche per chi si richiama apertamente ad una delle tante sfumature del fascismo, in questo caso quello del programma di san Sepolcro. Ma quelli di CasaPound non sono gli abitanti di un campo Rom, di tanta solidarietà non avevano gran bisogno perché nel frattempo era arrivato l’appoggio di un bel pezzo di maggioranza, 32 parlamentari del Pdl (molti dei quali finiani), e di due fedeli consiglieri capitolini del centrodestra, Ugo Cassone e Luca Gramazio. Ricevuti dal comprensivo sottosegretario agli Interni, Alfredo Mantovano, hanno ottenuto la possibilità di una manifestazione stanziale, conclusasi prima del previsto. Tuttavia l’accorta messa in scena disposta in piazza, l’assenza di vessilli e cimeli del fascismo storico, le bocche chiuse e la comunicazione affidata solo ai portaparola ufficiali, lo sfoggio di retorica giovanilista e vitalista con un target studentesco ben preciso, l’estetismo autocontemplativo, il «siamo belli come il sole», «17 anni tutta la vita», «giovinezza al potere» che rinviano ad una sorta di impoliticità ormonale, di onanismo ideologico, di acne militante, le canzoni di Rino Gaetano e Vasco Rossi, non cancellano la lunga lista di aggressioni, iniziative contro i disabili, xenofobia e brindisi alla Shoa. Contrariamente a quanto accadeva alla destra radicale non stragista degli anni 70, questa formazione non vive ai margini del sistema ma è la micropropagine ultima del blocco politico-sociale attualmente al governo. Il 20 marzo aveva suoi uomini tra i ranghi del servizio d’ordine della manifestazione che il Pdl ha tenuto in piazza san Giovanni. Dietro l’aria scapigliata e le imitazioni futuriste s’intravede la voglia di poltrone negli assessorati e le municipalizzate. In attesa appalta per conto del Pdl, dietro copertura politica e sostegno materiale, il tentativo di penetrazione nel sociale e nelle scuole e racimola fondi grazie alle delibere comunali e ai servizi d’attacchinaggio durante la campagna elettorale. Insomma quelli di CasaPound non sembrano proprio avere l’aspetto d’un gruppo di perseguitati, al contrario frequentano i salotti buoni, addirittura aspirano a diventare uno di questi. Finito il raduno e svuotata la piazza sul selciato disadorno è rimasta solo una domanda: c’era davvero così bisogno di sollevare tanto allarme?

Link sul tema
Fascisti su marte
Neofascismo, il millennio in provetta