Gli ultimi giorni dell’umanità?

Alcune riflessioni di Oreste Scalzone dopo le parole di Erri De Luca su genocidio a Gaza e sionismo

Oreste Scalzone

Mentre a Gaza continua il massacro della guerra di sterminio, una manciata di giorni fa, qui da noi, è divampata, soprattutto nel web ma non solo, una guerra di parole. L’evento che l’ha innescata è stata la partecipazione di Erri De Luca al “Festival internazionale degli scrittori” a Gerusalemme, e l’intervista che in questa occasione ha rilasciato al giornale Israel Hayom, vicino al Likud. Il pomo della discordia sono state le parole antisemitismo e sionismo (oltre che genocidio) che, non certo da oggi, vengono scavate per trovare, smascherare e denunciare una adesione criptica all’uno o all’altro fronte. Ora, prima che oggetto di uno scandalo, antisemitismi e sionismi richiederebbero una disamina sulla loro natura, sui contesti, su genesi e successivi sviluppi, sullo stato attuale delle cose.

Veniamo (plurale di modestia) qui dunque ad affrontare, seppur sommariamente, la guerra a Gaza come questione, nei suoi riflessi sulle soggettività dei movimenti, in particolare in Italia.
Certo, non si può pretendere di proporre in poche righe una “Verità” assoluta sulla genesi, il divenire, le forme di soggetti e processi storici al centro di radicali controversie. Ma ci si può limitare (è questo il nostro proposito) a registrare il cristallizzarsi di stati di coscienza attorno a noi.

Per “annoncer la couleur”, come dicono i francesi, Erri è stato per noi, uomini e donne rifugiati in Francia e sotto la minaccia di estradizione, un sostegno indefettibile; per me e qualche altro compagno e compagna, un fratello. Dal canto suo, la moltitudine pro-Pal costituisce la maggioranza dei membri della comunità-’Compagneria’. Ci sono insomma coinvolgimenti e legami comunque sentimentali con persone di opposti schieramenti.

Dev’esser costato molto ad Erri entrare in rotta di collisione con quella riedizione del David contro Golia costituita dal “popolo delle flottiglie”. E c’è entrato per sostenere un’idea erronea.
Ora, io penso che, specie nel campo delle idee (parliamo di “idee” perché non si ha una presa materiale sull’oggetto delle proprie parole), con un fratello o una sorella d’elezione si possa litigare in pubblico e in privato anche nel modo più aspro, ma non ci si possa legittimamente rimangiare la memoria e cancellarli dal cuore. Dunque, parlare bisogna, pur senza speranza di ascolto né – ripeto – pretesa di detenere la quintessenza del vero.

Il Bund (1), Marek Edelman con l’insurrezione del ghetto di Varsavia, Sobibor, Primo Levi, che abbiamo portato nella testa e nel cuore, sono stati – primi fra fatti e nomi che sarebbe lungo citare – recisamente estranei, quando non opposti, ai sionismi. È il caso, in particolare, del Bund, competitivo col Sionismo nelle sue aree d’influenza. Dall’origine, dunque a monte delle diverse correnti che vi si richiamano, è costitutiva del sionismo un’ambivalenza: quella fra la sacrosanta rivendicazione di un ubi consistam per gli Ebrei (“popolo senza terra”) – rafforzata come risposta alla tragedia immane d’un anti-giudaismo europeo giunto alla dismisura dell’orrido con la “soluzione finale” – e l’altro versante del chiasmo (”una terra senza popolo”), fattualmente falso, data la presenza in quella terra di nativi palestinesi non ebrei, con la loro cultura e ordinamenti, diversi dal modello statale e includenti minoranze ebraiche, cristiane ed altro.

Ora, il sionismo è un’ideologia e una corrispondente prassi politico-militare moderna, che non procede dalla Torah o da altri testi sacralizzati dal tempo. Come controprova di questo, basta pensare alla politica britannica durante il periodo cruciale della scadenza del mandato, al peso preponderante che, ha avuto il sionismo cristiano di ascendenza evangelista, nonché alla politica dell’URSS e satelliti, rispetto a quello scacchiere. Comunque, le filiazioni tradizionali, salvo rare e sparute sacche di resistenza, sono state cooptate, ibridate, digerite o distrutte dal capitalismo, in tutte le sue fasi e forme, compresi naturalmente gli Stati del “socialismo reale”, recanti le descrizioni e i precetti della conferenza di Baku, in concorrenza mimetica con le politiche imperiali di Gran Bretagna e Francia.

Oggi, mentre parliamo, chi agonizza o crepa, per decine e decine di migliaia di donne, uomini, bambini, sono i Palestinesi. Questa è la prima realtà di carne e sangue. Invece di addentrarsi nelle sottigliezze di pensiero filologico e giuridico sui confini dell’applicabilità del termine “genocidio”, cosa che anche qui in Francia ha suscitato un vespaio, quasi esistessero diversi gradi d’inaccettabilità, si tratta di opporsi alla guerra coloniale di sterminio, che è realtà indiscutibile. Questa risoluta opposizione, praticata anche da molti ebrei, rappresenta, rispetto all’imbuto del “sionismo reale” qualcosa di analogo alla critica radicale di matrice marxiana di fronte al capovolgimento operato dal “socialismo realizzato”.

Forse che la controversia sul genocidio o la rimozione del conflitto colonizzazione/deconolizzazione a favore della lettura di un conflitto inter-etnico fra due popoli aventi radici nello stesso territorio ha avuto qualche efficacia rispetto agli obiettivi accampati?

Comunque, non andrebbe dimenticato che componenti significative dell’ebraismo, soprattutto della diaspora, hanno parlato degli Ebrei come di genti che hanno le radici in aria. E forse non è ozioso ricordare, a questo proposito, l’ammonimento che Walter Benjamin rivolgeva, nel lontano 1916, all’amico Gershom Scholem: “Il sionismo non può essere per me che una posizione culturale e religiosa; ogni tentativo di trasformarlo in una politica nazionale mi pare problematico”.

Certo, non è fondato e ai nostri occhi legittimo trattare, nelle guerre delle opinioni, il sionismo dominante attuale come l’unico caso di condotta di una guerra di sterminio: altri nazionalismi e super-nazionalismi fanno altrettanto, in piena crisi dell’ordine mondiale.

Su ciò che anche i militanti delle flottiglie della libertà raccontano di quello che accade nelle prigioni, e nei percorsi per raggiungerle, non si può certo sorvolare. Simbolo atroce ed osceno lo spettacolo del ministro della sicurezza del governo israeliano Ben-Gvir, recatosi di persona ad irridere e minacciare di sterminio della sua gente Marwan Barghouti (ridotto ad un uno scheletro), incassando appena un rabbuffo del capo dello Stato. La prosecuzione della guerra di sterminio sembra proprio recare in sé uno sfacelo, una obsolescenza della specie umana.

Le ambivalenze, le linee e le fasi diverse che vengono raggruppate sotto il titolo “Sionismo” non permettono dunque una considerazione univoca della corrente dominante in questo movimento.

Certo anche le insurrezioni, le guerriglie, i movimenti di liberazione, di decolonizzazione hanno sempre avuto luci ed ombre, e non è accettabile la mitopoiesi propagandata dai loro gruppi dirigenti, dalle gerarchie politiche. E oggi, la mitopoiesi che ha potenza planetaria è quella di un Grande Israele che si opporrebbe ad un disegno di Grande Palestina (ridotta sempre più ad un ectoplasma).

La matrice è quella che ravvisano anche storici israeliani come Omer Bartov, Ilan Pappé, Tom Segev, Zeev Sternhell (a cui si può aggiungere nel campo palestinese soprattutto Edward Said). Nel contesto attuale, e in presenza delle dure lotte fra correnti sioniste, il riferimento al sionismo delle origini diviene sempre più una ideologia che copre il carattere di insediamento coloniale che lo Stato d’Israele è venuto ad assumere.

Bisogna comunque ragionare anche sul fatto che – come occupazione ed insediamento – il colonialismo israeliano ha come specificità quella di non avere una “madrepatria” in cui essere ricacciati: certo non sarebbero i padrini di questo colonialismo ad accogliere popolazioni ebree di ritorno…

Noi siamo estranei a “campismi”, più o meno “cripto-” oppure conclamati: quelli “occidentalisti”, come quelli legati al “campo socialista”, visto come alleato del movimento di decolonizzazione così come veniva presentato all’epoca della conferenza di Bandung. In quell’epoca remota, “il gigantesco movimento di liberazione dei popoli oppressi” o comunque sotto la tutela dell’oligarchia del neo-colonialismo, dava luogo per lo più a regimi che variamente articolavano capitalismo di Stato e capitalismo ultra-tecnologico con egemonia della corrispondente finanza sul mondo. Oggi poi una internazionale di neo-fascismi e neo-nazismi fa ruotare gli assi degli anni ‘30-’45 e si getta contro Arabi, Musulmani e Palestinesi, nonché contro tutti i migranti “di colore” transfughi dal Sud del mondo.

Certo, degli stermini consumati fino in fondo non possono essere usati per banalizzare quelli in corso, così come questi non possono offuscare la memoria di quelli. Insomma, per dirla in modo facile e semplicissimo: non è certo necessario schierarsi con Hamas, come organizzazione tra i colonizzati, per combattere Netanyahu e il suo governo di suprematisti fascisti, così come non è certo necessario stare con l’organizzatore dei colonizzatori, con Tsahal, per resistere ad Hamas e al suo modello.

Qui in Occidente c’è il problema di una autonomia di giudizio e di pratica: le istituzioni internazionali europee o dell’Onu, applicando la dottrina della proporzionalità tra interesse militare e danni collaterali finiscono per avallare lo statu quo.

Bisognerebbe parlare anche degli Usa – entrati nel gioco più tardi dei britannici, francesi e sovietici – che sono arrivati ad essere egemoni nel padrinaggio di Israele soprattutto sul piano militare. E’ in questo quadro che è intervenuta la trasformazione dello stato di Israele in Stato confessionale “degli Ebrei”. Così, i capisaldi della dottrina del “Sionismo revisionista”, il concorrente-nemico sul piano della tattica di quella che Sternel chiama “corrente socialista nazionale”, divengono teoria e pratica dei poteri costituiti.

Per dirla con un facile esempio fattuale nostrano: quelli che il 25 aprile scorso hanno usato la Brigata ebraica come cavallo di Troia per diffondere immagini di propaganda di Netanyahu e della sua [geo]politica, e quelli dei deliri cospirazionisti che vedono il Mossad dietro ogni cosa, sono la tomba di ogni ragionevolezza del cervello e del cuore.

I movimenti di rivolta che si sono succeduti nei secoli (le rivolte contadine; le lotte metropolitane degli operai – di cui Marx vede l’archetipo nel tumulto dei Ciompi – con l’arma dello sciopero e del sabotaggio; più in generale, le lotte, resistenze, rivolte proletarie; le lotte d’indipendenza, in particolare anticoloniali; le lotte di ecologia sociale, nel senso di Murray Bookchin; le lotte di genere non hanno sinora messo capo a delle rivoluzioni nel senso di una loro coerenza irreversibile con gli asserti posti come postulato. È tuttavia legittimo chiedersi cosa sarebbe già ora l’umanità se questi movimenti non ci fossero stati…
Comunque, il paradigma vittimario è foriero del peggio. Come scrive Arendt, “la vittima fa vittime”, e spesso nel modo della vendetta trasversale. E quando la logica diviene quella della “ragion politica”, delle tattiche diplomatico-militari, questo viene scolpito al di sopra delle teste degli umani, come destino.

Una ulteriore considerazione: non si possono ritenere, né il sionismo, né Hamas, una mera conseguenza, delle creature – al dritto o al rovescio – di entità statuali sovrastanti. Senza certezze e con poche speranze, ma come ineludibile scommessa, si tratterebbe di dar voce, più voce, alle componenti che, oggi, si muovono in una logica diversa da chi costruisce scenari distopici che sembrano essere paradigmatici di uno sfacelo della specie umana.

La lettura di testi e bibliografie ci informa della presenza di una miriade di associazioni che coltivano il discorso secondo cui su una terra a popolamento multi-etnico, multi-culturale, multi-religioso, sarebbe possibile organizzare una federazione di natura altra rispetto a quella capitalistico-statale. Per noi non esistono Stati “amici”, l’estraneità ostile verso la forma-Stato è costitutiva dell’impianto della critica radicale.

Sempre più, nei contesti degli Stati, l’antisemitismo, nella coppia islamofobia e detestazione dell’ebraismo, nell’odio per Musulmani, Arabi, Ebrei, si diffonde nelle forme più aggressive e crudeli. Allorché alla domanda “Sentinella a che punto è la notte?” sembrerebbe giocoforza rispondere oggi, con Victor Serge, che è “mezzanotte nel secolo”, noi preferiamo la risposta che Erri conosce meglio di noi: “Viene il mattino, poi anche la notte; se volete domandare, domandate pure; tornate, venite.”

Note

  1. Unione generale dei lavoratori ebrei della Lituania, Polonia e Russia, generalmente conosciuto come «Der Bund», l’unione, la lega. Fondato a Vilnius nel 1897, aveva come obiettivo l’unificazione di tutti i lavoratori ebrei dell’impero Russo sotto un unico partito socialista. Movimento laico ostile alle correnti sioniste e alle tradizioni dell’ortodossia ebraica, il Bund rivendicava una sorta di nazionalismo culturale, basato sulla lingua yiddish, l’organizzazione e l’autodifesa contro i progrom organizzati dallo Stato zarista. Come accadde in tutti i partiti socialisti, la rivoluzione d’ottobre produsse una scissione tra l’ala socialdemocratica e quella comunista che nel 1921 entrò nel partito. In precedenza durante la guerra civile i militanti avevano aderito all’armata rossa. L’impostazione federalista e la rivendicazione di un’autonomia culturale, che aveva già creato divergenze con Lenin, fu causa delle successive persecuzioni staliniane. Nel 1942, l’esponete del Bund a Varsavia, Marek Edelman partecipò alla fondazione dell’Organizzazione combattente ebraica che guidò la rivolta del ghetto di Varsavia contro le truppe naziste, distinguendosi dalla tradizionale remissività e la continua ricerca di compromessi delle rappresentanze istituzionali delle comunità ebraiche.

Apparteneva alla «Brigata ebraica», il giovane che ha sparato il 25 aprile contro due esponenti dell’Anpi a fine manisfestazione

Non sorprende affatto la notizia che lo sparatore del 25 aprile a Roma, davanti parco Schuster, a conclusione della manifestazione ufficiale dell’Anpi e delle realtà politico-sociali di Roma sud, quando nel parco c’erano ancora centinaia di famiglie che festeggiavano all’ombra sui prati del parco, sia un giovane attivista della comunità ebraica romana, il ventunenne Eithan Bondi, dichiaratosi membro della “Brigata ebraica”: una milizia che si rifà alla controversa vicenda della unità militare dell’esercito britannico costituitasi nel settembre del 1944 per prendere parte alle ultimissime fasi della campagna d’Italia, dopo accordi che prefiguravano l’attribuzione di territori alla popolazione ebraica in Palestina sotto protettorato britannico e che nulla c’entra con il «Palestine reggiment», formato nel 1942 da volontari palestinesi ed ebrei per affrontare l’avanzata delle truppe naziste in Africa del Nord.

La frustrazione per questi attivisti del suprematismo ebraico è stata molto forte questo 25 aprile, non solo perché ormai da quando Israele ha attaccato e occupato Gaza, massacrando la popolazione palestinese, non gli è stato più possibile accedere strumentalmente alla festa della Resistenza partigiana ma anche perché questo 25 aprile hanno dovuto rinunciare alla loro consueta parata.

Chi conosce la realtà politica romana, le sue sfumature, tensioni e umori, aveva subito capito che quei colpi tirati, per fortuna con una pistola ad aria compresa, contro due anziani signori con fazzoletto dell’Anpi al collo, non erano dei militanti fascisti. Ormai da diverso tempo nel quadrante cittadino che investe i quartieri più vicini al vecchio Ghetto e ai luoghi dove si annidano ed operano politicamente questi suprematisti ebraici, si contano decine di aggressioni, episodi di violenza e minacce, ultima la devastazione dell’aula “Gaza”, una sala autogestita dagli studenti all’interno dell’università di Roma tre. Attivisti propalestina, militanti della sinistra, hanno subito nei mesi passati attacchi e minacce. Basti ricordare le vicende denunciate dagli studenti del Liceo Manara a Monteverde e ancor più grave l’aggressione contro le ragazze e i ragazzi e alcuni docenti e personale Ata del liceo artistico Caravillani, prossimo alla sinagoga di Monteverde, con tanto di scalpo strappato ad uno di loro da una squadraccia di energumeni della comunità ebraica. Il tutto ovviamente condito da una ripetuta impunità.

L’immunità di cui godono questi ambienti e le loro squadracce armate è una delle ragioni di questa escalation: l’ampia tolleranza per cui comportamenti aggressivi o violenti, o addirittura il porto di armi di varia natura che per qualunque altro cittadino o peggio attivista di sinistra darebbero luogo a conseguenze penali pesanti, vengono per costoro accettati, giustificati e sminuiti. L’impunità produce una singolare ebrezza, una eccitazione che spinge sempre oltre e così dai manganelli, le catene, i coltelli e i martelli si è passati alla pistola che esplode pallini, il passo è breve per andare oltre.

Un altro fattore induce a ritenere la misura ormai colma: più di 800 cittadini di origine ebraica e nazionalità Italiana (molti di questi appartenenti alla comunità ebraica romana) hanno preso parte nelle fila del Idf, l’esercito israeliano, alla sterminio dei palestinesi di Gaza e Cisgiordania, alla loro pulizia etnica. Gli accordi tra Israele e Italia consentono questo singolare privilegio: mantenere la nazionalità italiana pur servendo l’esercito di uno Stato straniero. Queste persone non vengono considerate foreign fighters, come i giovani italiani che sono andati a combattere contro le milizie dell’Isis, lo Stato islamico, nelle fila delle unità militari curde del Hgp (una milizia politica affiliata al Pkk) e una volta tornati in italia hanno subito procedure giudiziarie e misure cautelari. 
Queste 800 persone hanno avuto un addestramento militare avanzato, hanno partecipato a operazioni militari dove sono stati violati diritti umani, commesse atrocità contro la popolazione civile, rappresentano un inevitabile bacino di potenziali fanatici pronti a tutto.

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