Processo Spiotta, per la prima volta una sentenza rompe con la logica dell’emergenza

L’intervista – Francesco Romeo, avvocato di Mario Moretti, analizza il verdetto della corte di assise di Alessandria sulla sparatoria del 5 giugno 1975. La sentenza prende le distanze dalla stagione dei maxi processi antiterrorismo nei quali lo strumento del concorso veniva utilizzato come una clava per condannare tutti per tutto. Stavolta la sentenza ha tenuto conto delle conoscenze storiche intervenute nel frattempo, avvicinandosi ad una rappresentazione più realistica delle responsabilità personali e della struttura organizzativa delle Brigate rosse

Paolo Morando, Il T quotidiano autonomo del Trentino Alto Adige, 9 luglio 2026

A leggere gli articoli della grande stampa, come al solito sembra che abbiano vinto tutti. Eppure l’altro ieri, dopo quasi un anno e mezzo di dibattimento, la Corte d’assise di Alessandria ha del tutto respinto le richieste dell’accusa: niente ergastolo per Renato Curcio e Mario Moretti, come chiedeva l’accusa, e reato prescritto. E sei anni per Lauro Azzolini a fronte dei ventuno invocati dalla Procura, per giunta “assorbiti” dal meccanismo della continuazione. Richieste a cui si erano allineate anche le parti civili. A 51 anni dai fatti della Cascina Spiotta, insomma, e in attesa delle motivazioni (tra novanta giorni), il passato si conferma duro a passare. Francesco Romeo è l’avvocato difensore di Moretti. E nel corso del processo aveva chiesto alla Corte, invano, di fare luce sulla morte (anzi: l’uccisione) di Margherita Cagol.

Avvocato Romeo, la prima domanda: perché secondo lei c’erano gli elementi per una assoluzione piena del suo assistito?
«Sulla base di alcuni dati oggettivi emersi nel processo, benché pare non accolti dalla Corte: da un lato, l’autonomia politica, operativa e logistica delle colonne brigatiste. Nonostante le sentenze, figlie di una precedente stagione, dicano che l’organizzazione era verticistica, ci sono plurime dichiarazioni di dissociati ed ex dirigenti come Franceschini, Curcio e Moretti, e anche di pentiti come Peci, dal 1978 fino ai loro libri degli anni Novanta, che continuano a ripetere come in quella fase storica del 1975 le colonne avevano questa autonomia. È un dato che però all’epoca non passava nei tribunali, perché c’era evidentemente l’esigenza di usare il concorso di più persone in maniera spropositata, per condannare tutti per tutto».

Si può dire che questo processo della Spiotta, almeno nell’impostazione della Procura, sia figlio di quel tipo di ragionamento?
«Certo. E nonostante le declamazioni della pubblica accusa, secondo cui la stagione del teorema Calogero è tramontata. A parte questa dichiarazione di principio, nei fatti è stata posta la stessa logica di quegli anni: tutti sono colpevoli di tutto».

Nell’impostazione accusatoria, si è insistito molto sul documento relativo alla fuga sparando in caso di accerchiamento. Che però non è stato riconosciuto dai giudici come direttiva, visto che è stato applicato il concorso anomalo.
«Sono convinto che sia andata così, ma lo vedremo nelle motivazioni. Sta di fatto che sia l’accusa pubblica sia l’accusa privata hanno deliberatamente voluto presentare un articolo contenuto in un giornale di propaganda, successivo ai fatti, come un documento politico. Era un articolo di commento sulla battaglia di Arzello, ma secondo la loro impostazione era invece un ordine di organizzazione. E tuttavia, in tutti i precedenti documenti politici interni delle Brigate Rosse, non c’è traccia di tale direttiva. E questo è un dato insuperabile».

L’inchiesta nasceva per individuare il brigatista che fuggì dalla Spiotta. Poi si è allargata a una dimensione più ampia, coinvolgendo Curcio e Moretti che alla Spiotta quel giorno non c’erano.
«Assolutamente sì, seguendo la linea di sempre: tutti sono responsabili di tutto. E quindi tutti devono essere condannati per tutto».

Perché ancora oggi la si ripropone? C’è chi ha parlato di volontà di vendetta da parte dello Stato nei confronti di ex rivoluzionari ormai ottuagenari.
«In realtà questo è il primo processo in assoluto, per questo tipo di reati, in cui lo Stato non si è costituito parte civile. Non lo ha fatto nessuna sua articolazione. E questo è un dato inedito».

È avvenuto più che per cattiva coscienza dello Stato, ergo dell’Arma dei carabinieri, oppure per un cambio più generale di impostazione?
«Se c’è un cambio di impostazione, non è mai emerso. Il dato di fatto che noi abbiamo, oggettivo, e che si è manifestato anche in sede processuale con il tentativo di nasconderlo, è proprio la cattiva coscienza. E a mio modo di vedere riguarda appunto l’omicidio di Margherita Cagol, che non può essere definito in alcun altro modo.»

Le motivazioni potrebbero contenere un rimando atti alla Procura sul punto?
«Il processo per l’omicidio di Margherita Cagol non si potrà mai celebrare perché il suo assassino, l’appuntato Pietro Barberis, è morto da tempo. Nell’immediatezza dei fatti, nei suoi confronti un procedimento fu aperto, ma venne chiuso con una archiviazione per uso legittimo delle armi. Il problema è che l’uso legittimo poteva rimandare alla reazione al conflitto a fuoco, ma le evidenze dell’autopsia dicono che Cagol stava con le braccia alzate e ha subìto un colpo sotto l’ascella, che è fuoriuscito dall’altra ascella, portandola alla morte. Diversamente, avrebbe avuto ferite sulle braccia all’altezza dell’ascella, su un braccio o sull’altro. Ferite che però mancano. Quindi non c’è altro modo per interpretare quel colpo. Per eliminare ogni dubbio, e individuare anche l’esatta dinamica del conflitto a fuoco che ha portato al ferimento mortale di D’Alfonso, avevo chiesto alla Corte una perizia volta a ricostruire la dinamica di tutto quel conflitto a fuoco».

Ma c’è stata l’opposizione sia dell’accusa pubblica sia di quella privata.

«Sì. E la Corte ha deciso di non procedere a questo accertamento, sostenendo che non c’erano più i reperti: armi, proiettili, bossoli. Ma io non avevo chiesto di esaminarli, bensì di ricostruire la dinamica della sparatoria. Io non penso che in sentenza si possa bypassare questo tema, perché qui abbiamo due vittime: una ferita mortalmente, l’altra uccisa, nella stesso identico contesto spazio-temporale, a pochi minuti di distanza l’una dall’altra. È del tutto anomalo che si dica di voler cercare la verità e la si ricerchi soltanto in parte, soprattutto quando poi nelle conclusioni rassegnate dalla pubblica accusa si dice che non sappiamo che cosa è successo, non sappiamo chi ha sparato il colpo che ha ucciso D’Alfonso, eccetera. Allora, dico io, forse quell’accertamento che chiedevo era necessario».

Perché la Corte non lo ha disposto? Per non allungare ancora i tempi del processo, che già arrivava con mezzo secolo di ritardo?
«Non ci sono più né armi né proiettili, è stato detto: e io a quella decisione testuale mi devo attenere. Comunque, qualcosa in sentenza dovranno pur dire. E forse allora capiremo meglio».

Crede che la Procura ricorrerà in appello?
«Può farlo. E possono farlo pure le parti civili. Ma anche noi. Valuteremo in base alle motivazioni della sentenza».

Come valuta il comportamento in questi mesi della stampa “mainstream”, che ha seguito il dibattimento sposando la linea di accusa e parti civili?
«Il processo non è stato al centro dell’attenzione mediatica come forse avrebbe meritato. Dopo di che, per alcune testate penso che ci sia stato un problema di complottismo. E di inadeguatezza per alcuni singoli cronisti».

Il processo Spiotta ha riaperto il tema dell’ipoteca giudiziaria sulla storia: l’impossibilità cioè di ragionare su quella stagione fino a quando vi saranno possibili conseguenze penali.
«Questa decisione, che ha rifiutato il paradigma del “tutti colpevoli per tutto”, potrebbe essere uno spunto per rimettere mano alla discussione pubblica su quella stagione. Potrebbe essere un’occasione, un innesco. Vedremo se accadrà. Tra l’altro, la sentenza ha una sua ulteriore particolarità: è stata respinta l’impostazione proposta nelle controrepliche dai difensori delle parti civili di una equiparazione tra Mafia e Brigate Rosse in termini di organizzazione associativa: come la “cupola” risponde degli omicidi dei mandamenti, lo stesso per le Br. Io ho contrastato questa loro valutazione, che già era stata accennata in sede di arringa. Nelle repliche hanno calcato ancor più la mano».

La pubblica accusa ha seguito la propria linea unidirezionale, senza valorizzare gli elementi a discarico delle parti. I giudici, popolari e togati, non le hanno però dato ragione.
«Diciamo così: la Corte ha interpretato impeccabilmente il ruolo di giudice terzo tra le parti».

La rincorsa di Anubi

Dicembre 2008 – Anubi all’interno del Politecnico occupato di Atene

Se la scomparsa di una persona cara, amica o amico, compagno o compagna, è un’idea a cui è sempre difficile rassegnarsi, nonostante la mia età cominci a essere quella dei commiati, accettare che a lasciarci sia una persona più giovane, su cui inevitabilmente si riversano speranze e pezzi di futuro, è impossibile.

Non riesco a pensare che Anubi, come tutti lo chiamavamo, anche per quel doppio cognome, D’Avossa Lussurgiu, se ne sia andato così presto, improvvisamente.
Sono fuori Roma e non ho potuto portargli l’ultimo saluto. Spero, tra me me, che presto possa esserci un’occasione pubblica per farlo, anche se poi mi accorgo che la sua vita, la sua intensa traiettoria politica, vissuta senza risparmi, ponga domande e sollevi bilanci troppo scomodi.

L’ultima volta che ci siamo incrociati è stato in piazza, al corteo del 4 ottobre per la Palestina, contro le politiche di genocidio a Gaza e l’oppressione colonizzatrice del governo suprematista ebraico.
Ma non sfilando lungo il percorso ufficiale. Eravamo altrove: in piazzale Esquilino. Entrambi correvamo alla ricerca dei nostri figli minorenni che si erano staccati con alcune centinaia di ragazzi per puntare verso il centro, rincorsi dalle forze di polizia e poi spinti verso la trappola che li attendeva.
Li rincorrevamo senza più la giovinezza nelle gambe ma con l’esperienza di chi conosce i tranelli della piazza. Ho sentito dietro di me un respiro affannato: mi sono voltato, ci siamo guardati un momento, poche battute per chiederci dove erano finiti i ragazzi dopo la carica per poi correre in direzioni diverse.

Quell’incontro, che allora mi sembrò uno dei tanti buffi episodi di cui riusciva a essere protagonista quando era poco più che ventenne, ora assume il segno di un presagio, quasi un passaggio di testimone. Ma anche la chiusura di un cerchio: l’avevo conosciuto nel gennaio del 1990 nell’atrio della facoltà di lettere e filosofia, dove ero tornato appena scarcerato. In quei giorni si decideva l’occupazione della Sapienza, dopo che Palermo aveva aperto la strada e a seguire vennero gran parte degli altri atenei italiani. Trentacinque anni dopo ci siamo salutati tra lacrimogeni e manganelli che pestavano ragazzi.

Nonostante la sua enciclopedica cultura, l’erudizione raffinata, restava nel fondo un agitatore di piazza, non sapeva fare politica senza calpestare i marciapiedi, attraversare i movimenti, vivere e bruciare nei cicli di lotte.
Abbiamo vissuto quello strano movimento di occupazione delle università, che prese il nome di «Pantera», dalla stessa parte. Mesi intensi, gomito a gomito, fino al punto che dovetti prendermi cura della sua persona sottraendolo, ogni tanto, a quello stato di agitazione politica permanente. Aveva bisogno di rifocillarsi, prendere una doccia e soprattutto dormire. Lo portavo a casa da mia madre, nella lontana borgata di Casalotti, dove lo attendeva un lettino in salone e poi la mattina all’alba di nuovo verso la Sapienza occupata, preoccupati che nella notte fosse accaduto qualcosa.
Una volta lo raccogliemmo a Firenze, durante una delle assemblee nazionali della Pantera. Lo trovammo che dormiva in bilico sulla cattedra di un’aula illuminata a giorno con indosso il suo loden verde e una brutta bronchite.
Ciò che lo distingueva dalla sua giovane generazione era la curiosità verso gli anni 70. Conosceva a memoria l’intera mappa dei gruppi della sinistra rivoluzionaria post-sessantotto, con relative scissioni e filiazioni. Quel decennio non gli metteva paura, come invece accadeva a molti suoi coetanei. Aveva l’intelligenza della curiosità, voleva capirlo non certo imitarlo perché sapeva che senza passato non ci sarebbe stato futuro. Aveva ben chiaro l’effetto devastante di quella rimozione sul futuro di ogni nuovo movimento. E lo sperimentò subito quando nel febbraio ci fu la violenta aggressione mediatica contro i seminari sugli anni 70 tenuti nelle aule occupate della Sapienza. Prima grande mobilitazione di massa dopo la fine del decennio etichettato come «anni di piombo», da quel momento in poi ogni nuovo movimento sociale che sarebbe apparso sulla scena politica avrebbe dovuto sottoporsi a un esame di legittimità, lasciarsi radiografare per mostrarsi privo delle scorie sovversive di un passato allora ancora recente.
Ma contro quella damnatio memorie Anubi sposò subito la battaglia per l’amnistia, contro le leggi speciali e la permanenza della prigionia politica. Una consapevolezza che gli costò caro qualche tempo dopo, quando l’arrestarono tentando di coinvolgerlo in un piccolo attentato contro la sede della Confindustria. La digos aveva voluto fargli pagare in tutti i modi la sua mancata presa di distanza, proiettandogli addosso una impossibile riedizione di quell’epoca conclusa. Accusa che era innanzitutto una offesa alla sua intelligenza.

Poi la Pantera finì, non le agitazioni, nel frattempo la mia vicenda processuale volgeva al termine. I pochi mesi residuali da scontare erano diventati decenni in appello e così mi congedai dall’Italia. Ci perdemmo di vista. A Parigi, ogni tanto giungeva qualche notizia da compagni di passaggio. Ero già alla Santè quando lessi del suo arresto sul manifesto che mi arrivava in cella. Sapevo che era entrato in Rifondazione comunista, e con lui molti della Pantera. Provò a giocare la scommessa di quella nuova formazione politica dove il predicato doveva essere in posizione di preminenza sul soggetto. Guidò anche la redazione del suo giornale, Liberazione, durante una delle tante crisi e scissioni interne con prime pagine di fuoco che lo fecero emergere dall’anonimato. Ma quando fu il momento cercò altri percorsi, si immerse in nuovi movimenti, Genova 2001.
Ci siamo ritrovati quasi due decenni dopo proprio nella redazione di quel quotidiano, dove ero approdato da semilibero dopo gli anni dell’esilio e del carcere.
Di quel periodo ricordo soprattutto la sua partenza per Atene, insieme a Valentina, attratto come il canto delle sirene di Ulisse dall’irresistibile richiamo della rivolta esplosa dopo l’uccisione di Alexis. Impaginavo le loro cronache, indimenticabile la foto del tavolo imbandito di molotov che avevano scovato all’interno del Politecnico. Poi ci siamo persi di nuovo fino all’affannosa corsa del 4 ottobre.

Anubi caro, fratello piccolo, sei stato tra i migliori della tua generazione, hai percorso e sperimentato, le hai provate tutte. Per te la politica è stata sempre la ricerca di una possibile rivoluzione, non un’occasione di carriera. Per questo ti ho voluto bene.