Gli ultimi giorni dell’umanità?

Alcune riflessioni di Oreste Scalzone dopo le parole di Erri De Luca su genocidio a Gaza e sionismo

Oreste Scalzone

Mentre a Gaza continua il massacro della guerra di sterminio, una manciata di giorni fa, qui da noi, è divampata, soprattutto nel web ma non solo, una guerra di parole. L’evento che l’ha innescata è stata la partecipazione di Erri De Luca al “Festival internazionale degli scrittori” a Gerusalemme, e l’intervista che in questa occasione ha rilasciato al giornale Israel Hayom, vicino al Likud. Il pomo della discordia sono state le parole antisemitismo e sionismo (oltre che genocidio) che, non certo da oggi, vengono scavate per trovare, smascherare e denunciare una adesione criptica all’uno o all’altro fronte. Ora, prima che oggetto di uno scandalo, antisemitismi e sionismi richiederebbero una disamina sulla loro natura, sui contesti, su genesi e successivi sviluppi, sullo stato attuale delle cose.

Veniamo (plurale di modestia) qui dunque ad affrontare, seppur sommariamente, la guerra a Gaza come questione, nei suoi riflessi sulle soggettività dei movimenti, in particolare in Italia.
Certo, non si può pretendere di proporre in poche righe una “Verità” assoluta sulla genesi, il divenire, le forme di soggetti e processi storici al centro di radicali controversie. Ma ci si può limitare (è questo il nostro proposito) a registrare il cristallizzarsi di stati di coscienza attorno a noi.

Per “annoncer la couleur”, come dicono i francesi, Erri è stato per noi, uomini e donne rifugiati in Francia e sotto la minaccia di estradizione, un sostegno indefettibile; per me e qualche altro compagno e compagna, un fratello. Dal canto suo, la moltitudine pro-Pal costituisce la maggioranza dei membri della comunità-’Compagneria’. Ci sono insomma coinvolgimenti e legami comunque sentimentali con persone di opposti schieramenti.

Dev’esser costato molto ad Erri entrare in rotta di collisione con quella riedizione del David contro Golia costituita dal “popolo delle flottiglie”. E c’è entrato per sostenere un’idea erronea.
Ora, io penso che, specie nel campo delle idee (parliamo di “idee” perché non si ha una presa materiale sull’oggetto delle proprie parole), con un fratello o una sorella d’elezione si possa litigare in pubblico e in privato anche nel modo più aspro, ma non ci si possa legittimamente rimangiare la memoria e cancellarli dal cuore. Dunque, parlare bisogna, pur senza speranza di ascolto né – ripeto – pretesa di detenere la quintessenza del vero.

Il Bund (1), Marek Edelman con l’insurrezione del ghetto di Varsavia, Sobibor, Primo Levi, che abbiamo portato nella testa e nel cuore, sono stati – primi fra fatti e nomi che sarebbe lungo citare – recisamente estranei, quando non opposti, ai sionismi. È il caso, in particolare, del Bund, competitivo col Sionismo nelle sue aree d’influenza. Dall’origine, dunque a monte delle diverse correnti che vi si richiamano, è costitutiva del sionismo un’ambivalenza: quella fra la sacrosanta rivendicazione di un ubi consistam per gli Ebrei (“popolo senza terra”) – rafforzata come risposta alla tragedia immane d’un anti-giudaismo europeo giunto alla dismisura dell’orrido con la “soluzione finale” – e l’altro versante del chiasmo (”una terra senza popolo”), fattualmente falso, data la presenza in quella terra di nativi palestinesi non ebrei, con la loro cultura e ordinamenti, diversi dal modello statale e includenti minoranze ebraiche, cristiane ed altro.

Ora, il sionismo è un’ideologia e una corrispondente prassi politico-militare moderna, che non procede dalla Torah o da altri testi sacralizzati dal tempo. Come controprova di questo, basta pensare alla politica britannica durante il periodo cruciale della scadenza del mandato, al peso preponderante che, ha avuto il sionismo cristiano di ascendenza evangelista, nonché alla politica dell’URSS e satelliti, rispetto a quello scacchiere. Comunque, le filiazioni tradizionali, salvo rare e sparute sacche di resistenza, sono state cooptate, ibridate, digerite o distrutte dal capitalismo, in tutte le sue fasi e forme, compresi naturalmente gli Stati del “socialismo reale”, recanti le descrizioni e i precetti della conferenza di Baku, in concorrenza mimetica con le politiche imperiali di Gran Bretagna e Francia.

Oggi, mentre parliamo, chi agonizza o crepa, per decine e decine di migliaia di donne, uomini, bambini, sono i Palestinesi. Questa è la prima realtà di carne e sangue. Invece di addentrarsi nelle sottigliezze di pensiero filologico e giuridico sui confini dell’applicabilità del termine “genocidio”, cosa che anche qui in Francia ha suscitato un vespaio, quasi esistessero diversi gradi d’inaccettabilità, si tratta di opporsi alla guerra coloniale di sterminio, che è realtà indiscutibile. Questa risoluta opposizione, praticata anche da molti ebrei, rappresenta, rispetto all’imbuto del “sionismo reale” qualcosa di analogo alla critica radicale di matrice marxiana di fronte al capovolgimento operato dal “socialismo realizzato”.

Forse che la controversia sul genocidio o la rimozione del conflitto colonizzazione/deconolizzazione a favore della lettura di un conflitto inter-etnico fra due popoli aventi radici nello stesso territorio ha avuto qualche efficacia rispetto agli obiettivi accampati?

Comunque, non andrebbe dimenticato che componenti significative dell’ebraismo, soprattutto della diaspora, hanno parlato degli Ebrei come di genti che hanno le radici in aria. E forse non è ozioso ricordare, a questo proposito, l’ammonimento che Walter Benjamin rivolgeva, nel lontano 1916, all’amico Gershom Scholem: “Il sionismo non può essere per me che una posizione culturale e religiosa; ogni tentativo di trasformarlo in una politica nazionale mi pare problematico”.

Certo, non è fondato e ai nostri occhi legittimo trattare, nelle guerre delle opinioni, il sionismo dominante attuale come l’unico caso di condotta di una guerra di sterminio: altri nazionalismi e super-nazionalismi fanno altrettanto, in piena crisi dell’ordine mondiale.

Su ciò che anche i militanti delle flottiglie della libertà raccontano di quello che accade nelle prigioni, e nei percorsi per raggiungerle, non si può certo sorvolare. Simbolo atroce ed osceno lo spettacolo del ministro della sicurezza del governo israeliano Ben-Gvir, recatosi di persona ad irridere e minacciare di sterminio della sua gente Marwan Barghouti (ridotto ad un uno scheletro), incassando appena un rabbuffo del capo dello Stato. La prosecuzione della guerra di sterminio sembra proprio recare in sé uno sfacelo, una obsolescenza della specie umana.

Le ambivalenze, le linee e le fasi diverse che vengono raggruppate sotto il titolo “Sionismo” non permettono dunque una considerazione univoca della corrente dominante in questo movimento.

Certo anche le insurrezioni, le guerriglie, i movimenti di liberazione, di decolonizzazione hanno sempre avuto luci ed ombre, e non è accettabile la mitopoiesi propagandata dai loro gruppi dirigenti, dalle gerarchie politiche. E oggi, la mitopoiesi che ha potenza planetaria è quella di un Grande Israele che si opporrebbe ad un disegno di Grande Palestina (ridotta sempre più ad un ectoplasma).

La matrice è quella che ravvisano anche storici israeliani come Omer Bartov, Ilan Pappé, Tom Segev, Zeev Sternhell (a cui si può aggiungere nel campo palestinese soprattutto Edward Said). Nel contesto attuale, e in presenza delle dure lotte fra correnti sioniste, il riferimento al sionismo delle origini diviene sempre più una ideologia che copre il carattere di insediamento coloniale che lo Stato d’Israele è venuto ad assumere.

Bisogna comunque ragionare anche sul fatto che – come occupazione ed insediamento – il colonialismo israeliano ha come specificità quella di non avere una “madrepatria” in cui essere ricacciati: certo non sarebbero i padrini di questo colonialismo ad accogliere popolazioni ebree di ritorno…

Noi siamo estranei a “campismi”, più o meno “cripto-” oppure conclamati: quelli “occidentalisti”, come quelli legati al “campo socialista”, visto come alleato del movimento di decolonizzazione così come veniva presentato all’epoca della conferenza di Bandung. In quell’epoca remota, “il gigantesco movimento di liberazione dei popoli oppressi” o comunque sotto la tutela dell’oligarchia del neo-colonialismo, dava luogo per lo più a regimi che variamente articolavano capitalismo di Stato e capitalismo ultra-tecnologico con egemonia della corrispondente finanza sul mondo. Oggi poi una internazionale di neo-fascismi e neo-nazismi fa ruotare gli assi degli anni ‘30-’45 e si getta contro Arabi, Musulmani e Palestinesi, nonché contro tutti i migranti “di colore” transfughi dal Sud del mondo.

Certo, degli stermini consumati fino in fondo non possono essere usati per banalizzare quelli in corso, così come questi non possono offuscare la memoria di quelli. Insomma, per dirla in modo facile e semplicissimo: non è certo necessario schierarsi con Hamas, come organizzazione tra i colonizzati, per combattere Netanyahu e il suo governo di suprematisti fascisti, così come non è certo necessario stare con l’organizzatore dei colonizzatori, con Tsahal, per resistere ad Hamas e al suo modello.

Qui in Occidente c’è il problema di una autonomia di giudizio e di pratica: le istituzioni internazionali europee o dell’Onu, applicando la dottrina della proporzionalità tra interesse militare e danni collaterali finiscono per avallare lo statu quo.

Bisognerebbe parlare anche degli Usa – entrati nel gioco più tardi dei britannici, francesi e sovietici – che sono arrivati ad essere egemoni nel padrinaggio di Israele soprattutto sul piano militare. E’ in questo quadro che è intervenuta la trasformazione dello stato di Israele in Stato confessionale “degli Ebrei”. Così, i capisaldi della dottrina del “Sionismo revisionista”, il concorrente-nemico sul piano della tattica di quella che Sternel chiama “corrente socialista nazionale”, divengono teoria e pratica dei poteri costituiti.

Per dirla con un facile esempio fattuale nostrano: quelli che il 25 aprile scorso hanno usato la Brigata ebraica come cavallo di Troia per diffondere immagini di propaganda di Netanyahu e della sua [geo]politica, e quelli dei deliri cospirazionisti che vedono il Mossad dietro ogni cosa, sono la tomba di ogni ragionevolezza del cervello e del cuore.

I movimenti di rivolta che si sono succeduti nei secoli (le rivolte contadine; le lotte metropolitane degli operai – di cui Marx vede l’archetipo nel tumulto dei Ciompi – con l’arma dello sciopero e del sabotaggio; più in generale, le lotte, resistenze, rivolte proletarie; le lotte d’indipendenza, in particolare anticoloniali; le lotte di ecologia sociale, nel senso di Murray Bookchin; le lotte di genere non hanno sinora messo capo a delle rivoluzioni nel senso di una loro coerenza irreversibile con gli asserti posti come postulato. È tuttavia legittimo chiedersi cosa sarebbe già ora l’umanità se questi movimenti non ci fossero stati…
Comunque, il paradigma vittimario è foriero del peggio. Come scrive Arendt, “la vittima fa vittime”, e spesso nel modo della vendetta trasversale. E quando la logica diviene quella della “ragion politica”, delle tattiche diplomatico-militari, questo viene scolpito al di sopra delle teste degli umani, come destino.

Una ulteriore considerazione: non si possono ritenere, né il sionismo, né Hamas, una mera conseguenza, delle creature – al dritto o al rovescio – di entità statuali sovrastanti. Senza certezze e con poche speranze, ma come ineludibile scommessa, si tratterebbe di dar voce, più voce, alle componenti che, oggi, si muovono in una logica diversa da chi costruisce scenari distopici che sembrano essere paradigmatici di uno sfacelo della specie umana.

La lettura di testi e bibliografie ci informa della presenza di una miriade di associazioni che coltivano il discorso secondo cui su una terra a popolamento multi-etnico, multi-culturale, multi-religioso, sarebbe possibile organizzare una federazione di natura altra rispetto a quella capitalistico-statale. Per noi non esistono Stati “amici”, l’estraneità ostile verso la forma-Stato è costitutiva dell’impianto della critica radicale.

Sempre più, nei contesti degli Stati, l’antisemitismo, nella coppia islamofobia e detestazione dell’ebraismo, nell’odio per Musulmani, Arabi, Ebrei, si diffonde nelle forme più aggressive e crudeli. Allorché alla domanda “Sentinella a che punto è la notte?” sembrerebbe giocoforza rispondere oggi, con Victor Serge, che è “mezzanotte nel secolo”, noi preferiamo la risposta che Erri conosce meglio di noi: “Viene il mattino, poi anche la notte; se volete domandare, domandate pure; tornate, venite.”

Note

  1. Unione generale dei lavoratori ebrei della Lituania, Polonia e Russia, generalmente conosciuto come «Der Bund», l’unione, la lega. Fondato a Vilnius nel 1897, aveva come obiettivo l’unificazione di tutti i lavoratori ebrei dell’impero Russo sotto un unico partito socialista. Movimento laico ostile alle correnti sioniste e alle tradizioni dell’ortodossia ebraica, il Bund rivendicava una sorta di nazionalismo culturale, basato sulla lingua yiddish, l’organizzazione e l’autodifesa contro i progrom organizzati dallo Stato zarista. Come accadde in tutti i partiti socialisti, la rivoluzione d’ottobre produsse una scissione tra l’ala socialdemocratica e quella comunista che nel 1921 entrò nel partito. In precedenza durante la guerra civile i militanti avevano aderito all’armata rossa. L’impostazione federalista e la rivendicazione di un’autonomia culturale, che aveva già creato divergenze con Lenin, fu causa delle successive persecuzioni staliniane. Nel 1942, l’esponete del Bund a Varsavia, Marek Edelman partecipò alla fondazione dell’Organizzazione combattente ebraica che guidò la rivolta del ghetto di Varsavia contro le truppe naziste, distinguendosi dalla tradizionale remissività e la continua ricerca di compromessi delle rappresentanze istituzionali delle comunità ebraiche.

Monteverde è antirazzista, antifascista e antisionista

Cronaca di una manifestazione festosa e colorata tra le vie del quartiere romano di Monteverde, dove negli ultimi tempi si sono succedute numerose aggressioni fasciste e sioniste, e il tentativo di manipolazione e delegittimazione dei media e delle istituzioni

Nel pomeriggio di domenica 30 novembre un corteo colorato e festoso, pieno di ragazze, ragazzi e musica, ha attraversato le strade del quartiere romano di Monteverde per manifestare contro le aggressioni sioniste e il genocidio in Palestina. I giovani volevano ricordare quanto accaduto il 2 ottobre precedente, quando alcuni studenti e docenti del liceo artistico Alessandro Caravillani (uno studente romano ucciso dai fascisti dei Nar nel marzo 1982 durante una rapina), che ha sede in uno spazio adiacente la sinagoga del quartiere, erano stati aggrediti da una squadraccia capeggiata da Riccardo Pacifici, ex presidente della comunità ebraica romana, uscita proprio dai locali della sede di culto.

Gli squadristi usciti dalla sinagoga

Lo scalpo

I giovani avevano da poco concluso un’assemblea di preparazione dello sciopero generale e della manifestazione nazionale che si sarebbe tenuto il 4 ottobre successivo. L’edificio scolastico non è dotato di un’aula magna e gli studenti si erano radunati nel cortile. Dopo una prima incursione all’interno degli spazi del liceo, la squadraccia ha atteso i ragazzi all’uscita. Ad uno studente, riconosciuto dal gruppo degli aggressori come un membro della comunità ebraica, era stato fatto lo scalpo. Trascinato per i capelli si era visto strappare una larga ciocca. Un docente che si era frapposto per difendere i liceali era stato violentemente strattonato mentre alcune ragazze si erano viste riempire di insulti a sfondo sessuale. Per questo episodio una quarantina di denunce sono state presentate al commissariato di zona dai genitori degli studenti, tutti minori, dai docenti e dal personale Ata del liceo. Il gravissimo episodio di violenza politica non ha conquistato le prime pagine dei media nazionali. Nessuna autorità dello Stato ha sentito il dovere di prendere la parola per condannare la grave minaccia portata alla libertà di studio ed espressione del pensiero all’interno della scuola e all’incolumità di chi la frequenta e fornire solidarietà agli aggrediti. Negli stessi giorni un lavoratore dell’ospedale Spallanzani, situato sempre nel quartiere, era stato aggredito da un’altra squadraccia mentre davanti al posto di lavoro teneva un presidio in sostegno della popolazione martoriata di Gaza. Nel febbraio precedente uno dei licei del quartiere, il Luciano Manara, era stato vandalizzato nel corso di una irruzione notturna: la serratura del cancello di ingresso all’istituto sigillata e le mura imbrattate con la stella di David. L’azione era stata rivendicata dalla «brigata Dario Vitali», che fu commissario dei fasci di combattimento di Livorno nel ventennio. Un ardito fascista di origini ebraiche che sintetizza bene l’ideologia che muove queste frange del sionismo romano.

Una manifestazione festosa e colorata per le strade del quartiere

Il corteo in sosta davanti all’ospedale san Camillo


Per queste ragioni il percorso del corteo ha volutamente seguito un tragitto che si è tenuto lontano dai locali della sinagoga. Una consapevole scelta politica dettata dalla volontà di non alimentare polemiche e innescare forme strumentali di vittimismo da parte degli esponenti più facinorosi del mondo sionista che abita il quartiere. Gli organizzatori hanno invece voluto attraversare i luoghi delle aggressioni, dove il corteo ha fatto sosta. Una lavoratrice del san Camillo ha così preso la parola quando i manifestanti si sono fermati davanti al grande ospedale romano. Lo stesso è accaduto davanti all’ex scuola media Fabrizio De André, oggi abbandonata. Una decisione che ha arrecato un grave pregiudizio al quartiere. L’obiettivo era quello di rimarcare l’internità al quartiere delle realtà politiche che hanno organizzato la giornata di mobilitazione, l’Assemblea autonoma di Monteverde insieme alla rete delle altre organizzazioni e centri sociali di Roma sud, oltre alla presenza costante e il legame con le problematiche che investono il territorio saldandole alle questioni più generali, come il genocidio di Gaza. L’iniziativa si è conclusa festosamente nella serata.

Le scritte notturne e la lapide oltraggiata


Il mattino successivo è giunta la notizia che durante la notte due sconosciuti col volto travisato, ripresi dalle telecamere di sorveglianza, come scrivono le cronache, avevano vigliaccamente imbrattato con una bomboletta spray la lapide di Stefano Gaj Taché, posta all’ingresso della sinagoga del quartiere, da dove erano usciti nelle settimane precedenti gli aggressori degli studenti del Caravillani. Stefano Taché è il bimbo rimasto ucciso durante l’assalto al tempio ebraico di Roma nell’ottobre del 1982, realizzato da un commando del gruppo Fatah-consiglio rivoluzionario guidato da Abu Nidal, una formazione dissidente della galassia guerrigliera palestinese (ferocemente anti Olp) che voleva vendicare la strage del settembre precedente nei campi dei rifugiati palestinesi di Sabra e Chatila, a Beyrut (bilancio finale oltre duemila morti), commessa dalle milizie maronite, ispirate e protette dall’esercito israeliano che presidiava gli ingressi dei campi. Qualche metro più in là, gli ignoti autori della scorribanda hanno lasciato anche due scritte sul muro, «Monteverde antifascista e antisionista» e «Palestina libera».

L’improvvisa fine del silenzio

Membri della squadraccia che ha aggredito gli studenti del Caravillani


Il presidente della comunità ebraica romana, Victor Fadlun, che aveva perso la parola davanti all’aggressione degli studenti del Caravillani da parte di alcuni frequentatori della sinagoga, l’ha improvvisamente ritrovata per qualificare le scritte notturne come un «atto di antisemitismo», denunciandone «l’uso abietto come strumento di lotta politica». Con una solerzia sospetta sono subito intervenute anche le più alte cariche dello Stato: dal Quirinale, alla presidenza del Senato, dal ministro degli Esteri e degli Interni, al sindaco di Roma, che tutti insieme avevano taciuto l’aggressione degli studenti e docenti del Caravillani. Una indignazione selettiva, una reattività a geometria variabile che mette in luce l’ipocrisia profonda della politica e delle istituzioni. Oltretutto suscita non poche riserve il ricorso alla qualifica di «antisemitismo» per definire termini come antifascismo e antisionismo o la stessa autodeterminazione e libertà di un popolo, quello palestinese, a meno che non si voglia sottendere l’esistenza di una supramatismo ebraico.
Ancora per un po’ il termine «antifascismo» resta parola costituzionale, visto che oltre ad ispirarne lettera e valori fondanti è indicato in una norma, seppur transitoria. Anche l’antisionismo non è ancora reato, sebbene la destra di governo abbia intenzione di renderlo tale. Il sionismo è una ideologia nazionalista con ambizioni coloniali, di stampo politico e per taluni anche religioso, con tendenze di ogni colore, che mira alla colonizzazione di un territorio, con relativa espulsione, segregazione o sterminio dei nativi. Le nostre leggi permettono ancora di definirsi colonialisti o anticolonialisti, si tratta di un discrimine che investe la dialettica politica non ancora quella giuridica, semmai è una infrazione amministrativa scriverlo sui muri delle città.

Una narrazione ribaltata


Alla notizia della lapide imbrattata i ragazzi hanno subito fiutato la trappola (sotto e qui il loro comunicato). Già in serata si preannunciavano le veline politiche, la narrazione capovolta da diffondere sull’episodio, ovvero il legame tra le scritte notturne e la manifestazione che si era tenuta la domenica pomeriggio. Un’accusa diretta agli organizzatori del corteo, subito ripresa dalla stampa mainstream del giorno successivo. In un comunicato diffuso in serata gli organizzatori hanno subito espresso l’«impellente necessità di discostarci chiaramente da questo gesto e di condannarlo con fermezza», esprimendo «sincera vicinanza alla comunità ebraica del nostro quartiere». Più avanti hanno stigmatizzato le «intollerabili accuse che ci sono state rivolte da testate giornalistiche che, oltre a non conoscere la situazione nel nostro territorio e i valori che caratterizzano la nostra assemblea, non hanno esitato un minuto a puntarci il dito contro. Anche perché tale gesto scredita e vanifica il lavoro collettivo di costruzione della piazza». Media e giornali, proseguono, «non solo mistificano la realtà, ma scelgono deliberatamente di raccontare alcuni fatti piuttosto che altri: nessun articolo sul corteo trasversale, colorato e popolare che ha attraversato le strade del nostro quartiere o le nostre chiare parole tanto contro il sionismo che contro l’antisemitismo». Per gli autori del comunicato: «L’incredibile manipolazione mediatica a cui assistiamo è solo uno dei tanti sintomi di una narrazione egemone malata, che non riesce a distinguere la religione dalla politica e così facendo manipola l’opinione pubblica. A partire dai massacri del popolo palestinese fino alla complicità del governo italiano».

Gli autori delle violenze del 2 ottobre sono noti, ma nessuna condanna politica è mai stata espressa (vedremo cosa farà la magistratura). Gli autori delle scritte notturne sono ancora ignoti (forse analfabeti della politica o furbetti che giocano alla manipolazione, è tutto da scoprire) ma istituzioni, politica e media hanno già individuato dei colpevoli preventivi da condannare.
Un doppio metro di giudizio non più accettabile.

L’alleanza tra giornalismo e procure

La grammatica mafiosa del giornalismo poliziesco: in questo articolo apparso su Repubblica del 24 febbraio 2024, a firma del noto Lirio Abbate, sono assenti i requisiti minimi richiesti nelle scuole di giornalismo per la redazione di un pezzo di cronaca nel quale si deve rispondere alla famose cinque domande: Chi?, Che cosa? Quando?, Dove?, Perché?
Non viene citato un solo episodio, non sono menzionati fatti, circostanze, luoghi, nomi di persone, sigle di organizzazioni o sedi politiche. Nulla. Solo illazioni fumose, narrazione ansiogena, diffusione di allarmi, il tutto raccontato con una prosa obliqua.
Il succo è la criminalizzazione preventiva del dissenso, dell’oppposizione sociale o peggio il farsi strumento di una provocazione per poi accendere i terminali delle intercettazioni telefoniche e ambientali e infine tirare la rete delle chiacchiere. Quando il giornalista si fa arma dell’inquisitore e la stampa serve a costruire indagini e criminalizzare comportamenti sociali.

PALESTINA: storia di una pulizia etnica (1). Un po’ di citazioni, per iniziare a capire (via Polvere da sparo)

PALESTINA: storia di una pulizia etnica (1). Un po' di citazioni, per iniziare a capire “Il nostro pensiero è che la colonizzazione della Palestina debba avvenire in due direzioni: l’insediamento ebraico di Eretz Israel e la ricollocazione degli arabi di Eretz Israel in aree oltre confine. Il trasferimento di così tanti arabi può all’inizio sembrare economicamente inaccettabile, ma ciò non di meno è pratico. Insediare un villaggio palestinese su un’altra terra, non richiede troppo denaro.”  Leo Motzkin (pensatore liberale del movime … Read More

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Il conflitto israelo-palestinese sbarca sulle strade di Francia
Morire in cella a 79 anni, un saluto a Khaled Husseini combattente palestinese

via Polvere da sparo

Morire in cella, a 79 anni. Un saluto a Khaled Husseini, combattente palestinese

Il più anziano prigioniero politico palestinese muore nel carcere du Benevento

Khaled Husseini, 79 anni, il più anziano prigioniero politico palestinese rinchiuso nelle carceri italiane, è morto lunedì scorso in una cella del carcere di Benevento. Verso le quattro del mattino aveva accusato un primo malore. Intorno alle sei ha nuovamente lamentato dolori, ma all’arrivo dell’ambulanza era già morto. Il medico legale ha ipotizzato un infarto. Ora sarà l’autopsia, disposta dalla magistratura, a stabilire le cause esatte del decesso. Sembra palesarsi tuttavia l’ennesimo caso d’incuria carceraria. La situazione di Husseini era nota da tempo, denunciata più volte da avvocati, associazioni e parlamentari che l’avevano visitato. Quasi ottantenne e in condizioni di salute precarie, subiva un ottuso accanimento punitivo. Una morte annunciata la sua. La magistratura di sorveglianza è rimasta sempre sorda alle richieste di permessi per facilitarne le cure in strutture specializzate. Era in carcere da 18 anni per una condanna in contumacia all’ergastolo, inflitta nel processo d’appello per il sequestro della nave Achille Lauro e l’uccisione di un passeggero. Fatti per i quali non aveva nemmeno una responsabilità indiretta. Estradato dalla Grecia nel 1996, dopo l’attentato alle Torri gemelle e la paranoia islamofoba, era finito in un reparto di carcere duro per detenuti politici islamici. Lui che islamista non era, ma laico e combattente per la libertà del suo popolo. Segno di un’epoca che ha bisogno di mascherare sempre il volto di chi considera nemico.

Morire in cella, a 79 anni. Un saluto a Khaled Husseini, combattente palestinese

L’Altro 24 giugno 2009
Valentina Perniciaro

Pensare un uomo di 79 anni chiuso in una cella fino al giorno della sua morte è già cosa difficile. Ancora più difficile e lacerante è pensarlo in un reparto ad Elevato Indice di Vigilanza, in un braccetto speciale di un carcere meridionale. Khaled Husseini, palestinese di 79 anni è morto nel carcere di Benevento lunedì scorso. Il medico legale ha parlato di un probabile infarto ma soltanto l’autopsia fornirà le cause esatte del decesso, forse legate alla malattia che il carcere gli aveva sempre impedito di curare in modo adeguato.

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Malgrado fosse stato condannato per un fatto che poco aveva a che fare con reati di matrice islamica, Khaled Husseini era rinchiuso in un reparto appositamente ideato per detenuti del genere. Singolare paradosso, discordanza di tempi per un militante laico e rivoluzionario impegnato nel tortuoso percorso che segna da molti decenni la lotta per la liberazione della terra e del popolo di Palestina.
Era stato condannato per il dirottamento della nave da crociera Achille Lauro, realizzato nel 1985 da un commando di quattro palestinesi appartenenti al Fronte di Liberazione della Palestina. In realtà l’azione era stata concepita in modo diverso: l’obiettivo non era il sequestro dei passeggeri ma lo sbarco nel porto di Ishdud, dove il commando doveva catturare dei soldati israeliani e chiedere in cambio la liberazione di alcuni prigionieri palestinesi. Ma a largo delle coste egiziane qualcosa andò storto e il commando, vistosi scoperto, si impadronì della nave. Fu un gesto improvvisato durante il quale un passeggero, Leon Klinghoffer, venne ucciso e gettato in mare. La vicenda si trasformò nel più grosso incidente diplomatico tra Italia e Usa. Ottenuto un salvacondotto da parte italiana, la nave fu lasciata libera e i quattro palestinesi fatti salire a bordo di un aereo egiziano diretto verso Tunisi, dove l’Olp aveva il suo quartier generale in esilio. Ma gli Stati uniti intercettarono il velivolo costringendolo ad atterrare nella base Nato di Sigonella, in Sicilia. Il capo del governo Craxi rifiutò di consegnare il commando agli americani. La polizia italiana prese in consegna i palestinesi facendo valere la sovranità nazionale. Khaled Husseini non era tra loro. Dopo una prima condanna a 15 anni, in appello verrà condannato all’ergastolo in contumacia, nel 1989, sulla base delle parole di un appartenente al gruppo che scelse di iniziare a collaborare con la magistratura italiana, designandolo come il responsabile operativo del commando, anche se Hussein non aveva ideato il sequestro e l’uccisione dell’ostaggio. Aveva accompagnato il gruppo a bordo dell’Achille Lauro nel porto di Genova, per scendere durante lo scalo ad Alessandria, poco prima del dirottamento.
Con lui prenderà l’ergastolo, sempre in contumacia, anche Abu al-Abbas, responsabile politico dell’organizzazione (catturato dagli americani nel 2003 in Iraq, subito dopo l´inizio dell’occupazione militare, per morire dopo appena 2 mesi in circostanze più che sospette nel carcere di Abu Grahib). husseini
Per Khaled Husseini il calvario nelle carceri italiane inizia invece nel 1996, quando l’Italia riesce ad ottenere l’estradizione dalla Grecia, dove era stato arrestato 5 anni prima. Khaled ha scontato la sua pena fino alla morte nel peggiore dei modi, in condizioni estremamente pesanti e in un isolamento quasi totale: gli è stato sempre negato il diritto ad un tutore e per anni è rimasto privo di colloqui.
Il trasferimento nel braccetto speciale di Benevento è stato fatale per le sue condizioni di salute. In quella sezione, oltre alle bocche di lupo che non fanno filtrare la luce e non permettono di vedere all’esterno, c’è anche un pannello di plexiglas a dividere la cella dal resto del mondo mentre nel cortile del passeggio una volta metallica sostituisce il cielo. Il trattamento riservato ai detenuti è rigido e la burocrazia per accedere a cure e permessi, lenta e ostacolata. Pochi giorni prima di morire aveva chiesto un permesso per iniziare le cure all’esterno, ma gli era stato negato.
Khaled se n’è andato senza nemmeno il diritto di vedere il colore del cielo nell’ultimo giorno. È morto con la sua terra nel cuore, la terra che aveva sempre infinitamente amato e che aveva sognato di liberare. Ma non è un mondo per sognatori, questo qui.

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Il conflitto israelo-palestinese sbarca sulle strade di Francia

Il conflitto israelo-palestinese sbarca sulle strade di Francia

Allarme per le tensioni tra la comunità araba e quella ebraica

Paolo Persichetti
Liberazione
18 gennaio 2009

Di fronte ad un imponente dispiegamento di polizia, decine di migliaia di pl506_freepalestinepin persone hanno manifestato ieri pomeriggio in tutta la Francia per chiedere la fine della sanguinosa aggressione militare dell’esercito israeliano nella striscia di Gaza. A Parigi, all’arrivo del corteo in piazza dell’Opéra, i reparti mobili hanno fatto uso di granate lacrimogene per disperdere i manifestanti che tentavano di forzare i cancelli esterni dell’Opéra Garnier. Preoccupato per l’accentuarsi delle tensioni intercomunitarie, il primo ministro francese, François Fillon, aveva annunciato nella serata di venerdì, al termine di una riunione ministeriale dedicata al razzismo e all’antisemitismo, che tutte le manifestazioni di sostegno alla popolazione di Gaza sarebbero state strettamente sorvegliate per impedire ogni forma di «incitamento all’odio raziale e alla violenza razzista e antisemita». Scalpore  hanno suscitato in Olanda gli slogan  paranazisti («Hamas, Hamas, porta gli ebrei nelle camere a gas»)   manif-gazagridati durante un corteo di sostegno alla popolazione palestinese nella città di Rotterdam. Hassen Chalghoumi, imam di Drancy, snodo ferroviario situato a nord di Parigi da dove partivano durante la repubblica di Vichy i treni diretti nei campi di concentramento, conosciuto per il suo impegno in favore del dialogo con la comunità ebraica, ha subito un attentato incendiario e pesanti intimidazioni. Aggressioni di studenti di origine magrebina sono avvenuti di fronte alla scuole di Parigi da parte di militanti della Led (Lega di difesa ebraica). L’importazione del conflitto israelo-palestinese sta allarmando molte cancellerie europee. Il timore è che l’offensiva militare di Tel Aviv torni a infiammare nuovamente le banlieues, abitate in prevalenza da popolazioni d’origine immigrata, di seconda e terza generazione, provenienti da paesi arabi. Si spiegano così, almeno in parte, le recenti iniziative diplomatiche promosse dal presidente francese Nicolas Sarkozy e dirette a favorire una tregua. Dall’inizio dei sanguinosi bombardamenti, imponenti manifestazioni hanno attraversato le città francesi, spesso contrassegnate da incidenti e scontri violenti con la polizia. Secondo il ministero degli Interni il 10 gennaio scorso oltre

Latuff

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centomila persone sono scese in strada, in 130 città diverse, per chiedere «la fine del massacro dei civili palestinesi». Per il collettivo nazionale “per una pace giusta e duratura”, che raggruppa associazioni come il Mrap, sindacati e partiti della sinistra (Pcf e Lcr), i manifestanti erano molti di più. Almeno centomila solo a Parigi, dove sono avvenuti scontri alla fine del corteo. 180 persone sono state fermate e 12 poliziotti feriti. Altri incidenti sono scoppiati a Nizza, mentre al grido di «Siamo tutti Palestinesi» venivano invase le vie di Marsiglia, Lione, Lille, Grenoble, Rouen, Strasburgo e altri centri minori. Decine di «atti antisemiti» sono stati denunciati dalle associazioni delle comunità ebraiche. Solo «una ventina», a partire dal 2 gennaio, secondo il ministero degli Interni (come riporta il quotidiano Libération) che ha deciso di centralizzare la raccolta dei dati per evitare divergenze nelle cifre riportate. Sulla nozione stessa e il numero esatto degli atti d’intolleranza e aggressione di natura antisemita o antiaraba, da anni è aperta un’accesa controversia sui media tra le associazioni antirazziste e quelle vicine alle comunità ebraiche. Disputa che lavori sociologici hanno spiegato come una ulteriore prova degli effetti nefasti di quella concorrenza vittimistica che spinge entrambi le parti a competere nell’uso distorto e strumentale dei fatti di cronaca. Dietro questi conflitti, che mirano alla conquista del «monopolio del senso legittimo», c’è la prova di una degradazione profonda della convivenza civile, la sconfitta drammatica dell’idea di mescolanza etnico-culturale. Le tensioni di queste ultime settimane, la cifra culturale che emerge dalla pancia delle manifestazioni, cariche di rabbia repressa e impotente di fronte al sentimento d’ingiustizia scatenato da quanto accade a Gaza, è quella di una confessionalizzazione del conflitto sociale. Senza capacità di darsi rappresentanza o trovare percorsi d’integrazione piena e paritaria, di fronte all’assenza di un’azione politica della sinistra, il disagio sociale della banlieue è sedotto dalla grammatica integralista. I ghetti delle periferie guardano alla rivincita di Dio ed eleggono la Palestina a patria d’adozione, mentre di fronte a loro si erge ostile, e sociologicamente più forte, il muro identitario delle comunità ebraiche.

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Palestina, storia di una pulizia etnica (1). Un po’ di citazioni per iniziare a capire