Come può la piantina di un carcere in costruzione trasformarsi nell’edificio di una università dove le Brigate rosse avrebbero custodito Aldo Moro nelle prime fasi del sequestro? A realizzare questo gioco di prestigio è un giornalista di Rainews, Federico Zatti, autore del libro, Il disegno. La mappa che riscrive il caso Moro, Piemme.
Il supercarcere ascolano confuso con l’università dei gesuiti
Su Insorgenze ci eravamo già occupati di questa fandonia in due precedenti articoli, qui e qui, tanto che lo stesso Zatti ne fa cenno nel suo libro ricordando lo sconforto in cui cadde dopo aver letto le nostre stroncature. Per chi non avesse seguito le sue precedenti sortite ricordiamo che nella sua fantasiosa ricostruzione, lo schizzo non avrebbe rappresentato il super carcere di Marino del Tronto, ad Ascoli Piceno, come riconosciuto dalla stesso ministero della Giustizia, ma la casa generalizia delle suore domenicane di santa Caterina da Siena, sita in via dei Massimi 114/b, nel quartiere della Balduina a Roma, divenuta nell’autunno 1978 sede della Loyola University. E tutto questo nonostante le palazzine e i garage della via, uno dei topos della dietrologia sul sequestro Moro, furono oggetto di ripetuti ispezioni, controlli e perquisizioni nei 55 giorni del sequestro, come ricorda – senza imbarazzo – lo stesso autore.

Alla Loyola non c’era nessun cantiere
All’inizio Zatti, per far coincidere la piantina del cantiere con l’edificio della Loyola, aveva sostenuto che nel marzo 1978 l’università era ancora un cantiere, ma quando gli dimostrammo che l’edificio preesisteva dai primi anni 60, invece di rinunciare ha rilanciato. Anche davanti alle evidenti incongruenze tra la piantina del carcere, ispirata ai lavori di Fratadocchi, l’architetto della curia romana che aveva disegnato il convento e la casa generalizia poi divenuta Loyola, ha escogitato «l’ars combinatoria», ovvero un camoufflage dei brigatisti per disorientare eventuali forze di polizia che avessero scoperto lo schizzo.
I sopralluoghi del Comitato marchigiano


Davanti a tanta ostinazione abbiamo chiesto ad un ex componente del Comitato regionale marchigiano delle Brigate rosse, che chiameremo con le iniziali “CP”, come andarono le cose: «Nel 1977 – ci ha raccontato – leggemmo su un giornale di un carcere in costruzione a Marino del Tronto. Una sera decidemmo di andare a vedere. Il cantiere non era sorvegliato e fu facile superare le recinzioni senza difficoltà. Lo scheletro in cemento armato era completato, il perimetro esterno di alcuni edifici era chiuso da mura, in un altro edificio si potevano già scorgere le celle, molto piccole. Si poteva scendere nei sotterranei. Facemmo un primo schizzo con l’idea che potesse servire all’organizzazione».
Il comitato marchigiano delle Brigate rosse aveva mosso i suoi primi passi all’inizio del 1975. All’epoca i contatti avvenivano con membri della colonna milanese. Il primo nucleo era sorto a san Benedetto del Tronto e intorno all’Istituto tecnico Montani di Fermo (lo stesso dove si era diplomato qualche anno prima Mario Moretti). A San Bendetto, dopo una rivolta innescata dal naufragio di un peschereccio, un gruppo di giovani legati inizialmente al servizio d’ordine di Lotta continua aveva dato vita nel 1974 ad una formazione armata, i Proletari armati in lotta per il comunismo, che fece alcune piccole azioni. Nel 1977 i rapporti vennero presi dalla colonna romana, sorta da poco.
Il primo disegno – spiega il nostro testimone – fu bocciato perché troppo generico. In alcuni edifici non erano indicate nemmeno le colonne, il loro numero esatto, la posizione, la distanza tra loro e le dimensioni. Dovettero tornare una seconda volta sul posto, armati di metro. Fu più difficile scavalcare le protezioni ma anche stavolta non c’era sorveglianza. Ne venne fuori un secondo schizzo che colmava i vuoti del precedente e descriveva con maggiori dettagli la struttura dell’edificio. Una volta consegnati i disegni a un militante della colonna romana, il nostro testimone non seppe più nulla.
Il litigio con Cucchiarelli
Se Zatti non avesse costruito la sua narrazione sulla sola base di due fotocopie degli schizzi del carcere riprodotte dalla Commissione Moro 1 che un altro campione della dietrologia, Paolo Cucchiarelli, gli aveva ceduto «su sua pressante richiesta», forse non sarebbe incappato in un così increscioso incidente. Anche dopo la pubblicazione su Insorgenze, da parte di Gianremo Armeni, del reperto integrale ritrovato in via Gradoli (vedi qui), che contiene un altro disegno e appunti sul modo corretto di piazzare cariche esplosive per far implodere su se stessa la struttura carceraria, non ha sentito l’esigenza di documentarsi più approfonditamente.
L’uscita del suo libro ha poi scatenato su fb le ire dello stesso Cucchiarelli, convinto che «quel disegno rappresentasse i sotterranei del teatro Marcello dove le Br avevano ipotizzato di realizzare un prigione di emergenza» e che ha definito la fatica di Zatti: «un palese caso di onanismo investigativo». Tutto il resto, concludeva il defraudato complottista: «è un perfetto esempio di fiction e la fiction è il cancro della realtà». E se a dirlo è uno dei maestri del romanzo dietrologico, siamo al de profundis.
I disegni e gli appunti sul futuro carcere speciale di Marino del Tronto vennero scoperti in via Gradoli, il 18 aprile 1978. Rimasti nell’ombra per 49 anni sono riapparsi quando la storia si è fatta fantasy.




La foto aerea della casa gentiliza delle suore domenicane poi divenuto Loyola University, la planimetria del teatro Marcello, una relazione della seconda commissione Moro che riporta le ispezioni e le perquisizioni realizzate in via dei Massimi nei giorni successivi al sequestro Moro

