La Prima Linea: “La mia rivoluzione era un pranzo di gala”, parola di Sergio Segio

Dal libro che ha ispirato il copione
di
La Prima linea
il film di Renato De Maria


Facciamo spesso le ore piccole, bazzichiamo ristoranti di nome e piano-bar. A Milano, la «Scaletta» a Porta Genova, «Gualtiero Marchesi» in Bonvesin della Riva, «Ciovassino» a Brera e, per la musica, il «2», sempre a Brera, e altri jazz club della zona. A Venezia, l’«Harris bar», in omaggio a Ernest Hemingway, e la «Locanda Montin», in reminiscenza di Anonimo veneziano. In particolare di quando Tony Musante dice: «Sto morendo» e Florinda Bolkan risponde: «Tutti stiamo morendo, poco a poco» e lui, di rimando: «Ma io sto morendo adesso».
[…]
Ecco perché infine, dopo anni di moralismo militante, ci concediamo qualche lusso, qualche spesa decisamente al di sopra degli standard proletari. Da bravi bastardi ci togliamo poi la soddisfazione di convocare le riunioni con i brigatisti in ottimi ristoranti, offrendo loro un pranzo che altrimenti non si potrebbero permettere, stante il livello dei loro stipendi, definito al minimo della sopravvivenza con rigore calvinista. Quando li fissano loro, i luoghi dell’incontro sono immancabilmente trattoriacce operaie di periferia, il cui cibo fa rischiare la vita ben più di una rapina in banca.

Sergio Segio, Miccia corta. Una storia di Prima linea, DeriveApprodi 2005, p. 114

Per chi ha lo stomaco di leggere Segio
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Sergio Segio: Miccia corta e cervello pure

Libri pattumiera: la stucchevole elegia autocelebrativa in salsa dannunziana propinata da Sergio Segio in, Miccia corta, Una storia di Prima linea, DeriveApprodi, 2005

Paolo Persichetti
23 maggio 2005

Con uno stile che a tratti cerca di imitare la moda gauchiste del noir, Segio copertina-miccia-corta1 narra in forma d’epopea l’evasione organizzata, il 3 gennaio 1982, dal carcere di Rovigo. In realtà il testo è un pastiche di generi diversi: si apre con una lunga introduzione “precauzionale” (non sia mai che il magistrato di sorveglianza si arrabbi), nella quale si avverte il lettore che i fatti raccontati non implicano il tragitto successivo del protagonista, ravvedutosi ampiamente delle sue gesta precedenti. Dopo aver recitato la penitenza l’autore finalmente si avventura nel racconto dell’assalto portato alle mura del carcere. Episodio narrato, almeno nelle intenzioni iniziali, col punto di vista di chi vorrebbe riprodurre parole, sentimenti, emozioni dell’epoca; quelle integrali e genuine, non quelle filtrate e deformate dalla memoria. In realtà, l’artificio letterario ricercato non riesce. La sequenza della giornata è intercalata da lunghi e noiosi intermezzi che diventano veri e propri excursus sulla nascita e la storia di Prima Linea, proposti dall’io narrante insieme ad altre riflessioni e considerazioni che svariano nel tempo, celando malamente il senno (?!) del poi spacciato per l’avvedutezza del prima. Ove mai nel frattempo qualcuno avesse frainteso le intenzioni di un racconto fin troppo compiaciuto sull’evasione, o l’incedere minuzioso di lunghi passaggi sull’armamento, i vari calibri ben oliati, le loro caratteristiche, gli usi possibili e consigliabili, nonché i riferimenti alle marche di champagne e ristoranti alla moda che sembrano anticipare gli anni della Milano de bere, il volume si conclude con un apparato di lettere e articoli che descrivono il percorso politico successivo alla cattura, per ricordare l’esperienza carceraria che condusse alla creazione delle «aree omogenee», al mutato giudizio sul passato, a quell’autocritica degli altri che prese il nome di «dissociazione della lotta armata». Nonostante, in quel 1982, Segio avesse maturato la convinzione del fallimento della lotta armata, egli si racconta avvinto da un ineluttabile destino: «non c’è salvezza possibile per chi ha sognato di cambiare il mondo». Inanellando una serie impressionate di goffe citazioni scapigliate, fa torto a quella generazione che gli fu accanto nel lottare e che trascina nel «novero dei destinati alla sconfitta, che non scelgono l’esilio ma di andare sino in fondo, pagando quel che bisogna pagare al sogno a lungo coltivato». Come immerso nella recita di un consunto copione dannunziano, raffigura se stesso e i suoi compagni avvolti in un’atmosfera d’estetismo combattente, «anime capaci di tenerezza» che sceglievano «di morire non nella lenta emorragia della vita ma di fretta, senza risparmio, come candele accese dai due lati[…] non per malattia del corpo ma per quella della coerenza, per un’inguaribile infezione dell’anima». Poeti armati, esercito scapigliato, tribù del “mucchio selvaggio”, novelli sturm und drang del settantasette nostrano, sognatori impazienti, adepti del carpe diem. «I nostri attimi sono eterni e ci ripagano di tutto», quelli del nonostante tutto, fiori appassiti più che fiori del male, maledetti mancati ma redenti riusciti. Le parole incedono al rimirar la poesia del gesto, la metrica dell’intenzione che conduceva ad un eroico «andar incontro alla bella morte» di saloina memoria. A metà tra l’imitazione di Marinetti e quella del Vittoriale, non manca persino il lieto fine holliwoodiano che condanna i protagonisti a vivere finalmente ravveduti e contenti. Al di là di tutto, il libro una sua utilità la conserva comunque, poiché consente di comprendere meglio l’intimità corrotta della dissociazione e dei suoi personaggi di maggiore spicco, i suoi aspetti reconditi, un certo malanimo, la molta falsa coscienza. Esemplare il risentimento schiumoso verso quei militanti che hanno sempre criticato il modello dissociativo. Forse è la prima volta che uno dei maggiori esponenti di quel movimento-istituzione, che fu appunto la dissociazione della lotta armata, affronta apertamente un tentativo di ricostruzione di quel percorso. Il tentativo c’è stato. La ricostruzione un po’ meno. La storia può attendere.

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