Regionali francesi: «Poveri, esclusi e operai, ecco chi non ha votato»

Jean-Yves Dormagen, direttore del dipartimento di sociologia dell’Università di Montpellier, spiega l’astensione dei ceti popolari

Daniele Zaccaria
Liberazione 17 marzo 2010

«I socialisti fanno bene ad esultare, ma dovrebbe farlo con maggior realismo: domenica un francese su due non è andato a votare, una diserzione di massa che dovrebbe far riflettere soprattutto a sinistra». Jean-Yves Dormagen, direttore del dipartimento di sociologia dell’Università di Montpellier, esperto di flussi elettorali e autore del saggio, Démocratie de l’abstension, non è stupito dai dati delle ultime elezioni regionali, i quali confermano la persistenza di una sua “vecchia” tesi: in Francia è in atto un processo di divaricazione tra società e politica che si cristallizza principalmente nell’astensione elettorale.

Dopo il picco di partecipazione del 2007, la Francia è dunque tornata in massa a disertare le urne.
L’astensione di domenica viene da lontano. Fa parte di un profondo ciclo di bassa mobilitazione elettorale iniziato verso la fine degli anni 90. Mettendo da parte le presidenziali di tre anni fa, possiamo osservare una vera e propria onda lunga di smobilitazione di massa. Dopo la corsa all’Eliseo del 2007, che fu quasi una “parentesi incantata” della democrazia con un tasso di partecipazione vicino al 90%, abbiamo avuto solo record negativi di astensione: alle legislative di due mesi dopo, alle municipali del 2008, alle europee del 2009 e infine alle regionali di domenica. Il che non è affatto un bel segnale per la vita democratica.

Perché tanta differenza tra le presidenziali e le altre elezioni?
Analizziamo il 2007. Erano in campo due candidati mediaticamente molto forti. In particolare Sarkozy, un uomo capace di ispirare sentimenti contrapposti, un po’ come accade con Berlusconi da voi in Italia. In tal senso è stata un’elezione molto polarizzante. Una specie di referendum-plebiscito sull’uomo nuovo della destra post-gollista. A questo bisogna aggiungere il senso di colpa nato al primo turno delle presidenziali del 2002, quando lo xenfobo Jean-Marie Le Pen arrivò al ballottaggio contro Chirac, approfittando della scarsissima mobilitazione degli elettori di sinistra i quali pensarono che il socialista Jospin, favorito da tutti i sondaggi, sarebbe comunque approdato al secondo turno. Andarono al mare e ci fu la tranvata. Il ricordo di quello choc per la società civile ha spinto molti elettori verso le urne nel 2007.

Dunque il Ps, e in genere tutta la sinistra, sbaglia a rallegrarsi?
E’ giusto che la sinistra incassi il successo, il blocco gollista vive delle serie difficoltà, ma non deve farsi fuorviare da analisi grossolane generate dall’entusiasmo. Un’elezione regionale in cui partecipa appena il 45% degli aventi diritto, può forse indicare una tendenza, ma non può minimamente anticipare i futuri rapporti di forza su scala nazionale. Nel 2012, quando Sarkozy chiederà ai francesi la riconferma del suo mandato, le cose saranno molto più ardue per la gauche. Ho letto e ascoltato molte letture superficiali sul voto di domenica. Ad esempio non credo che l’astensione sia un fenomeno che riguardi soltanto la destra gollista: è trasversale ai partiti. Molto meno alle classi sociali. Da questo punto di vista non credo che la sinistra ne abbia colto appeino la dimensione sociale, fermandosi a una lettura politicista del voto.

Perché? Quali categorie sociali non sono andate alle urne?
In primo luogo ci sono i giovani. Tra i meno di trent’anni la non parecipazione sfiora picchi del 70-80%. Al contrario chi vota di più è la fascia tra i 50 e 75 anni. In secondo luogo, ma forse è l’aspetto più importante, chi si è astenuto di più sono proprio le classi popolari: operai, disoccupati, esclusi, non diplomati. Molto più elevati i tassi di partecipazione tra i funzionari pubblici e i piccoli e medi quadri del settore privato. In tal senso, si può dire che l’astensione fa aumentare l’età e il reddito degli elettori attivi.

Messa così, sembra che la Francia stia diventando una democrazia elitaria, quasi una democrazia di censo?
In parte è ciò che sta accadendo. Tra i seggi di periferia e quelli dei quartieri borghesi ci sono oltre trenta punti di scarto nei tassi di affluenza alle urne. Prendiamo un luogo emblematico: Clichy sous-Bois, esterma periferia a nord di Parigi. E’ la cittadina dove nel 2005 nacquero le rivolte delle banlieues contro l’allora ministro dell’interno Sarkozy. Ebbene: domenica scorsa nei seggi Clichy sous-Bois ha votato meno del 30% degli iscritti, una vera miseria. Calcolando che si tratta di una circoscrizione storicamente orientata a sinistra si potrebbe a questo punto rovesciare il discorso iniziale, affermando che in verità è la sinistra la parte politica più penalizzata dall’astensione. Ma anche in questo caso si tratterebbe di un’analisi superficiale: in realtà quella francese è un’astensione sociologica e non di natura politica.

Qual è la ragione profonda di questo distacco?
In Francia ci sono ampi settori della popolazione molto distanti dal palazzo, ex elettori disincantati, in alcuni casi addirittura ostili, in modo quasi feroce, alla politique politicienne e ai suoi esponenti. Una sorta di ideologia dell’antipolitica alimentata dallo scarso appeal dei partiti e dalla loro incapacità di proporre soluzioni concrete ai problemi delle persone. Per comprendere le dimensioni di questa separazione tra politica e società le rivelo un sondaggio che spiega meglio di qualsiasi trattato il fenomeno in corso: due cittadini su tre non conoscono neppure il nome del loro presidente di regione.

L’abbandono progressivo della partecipazione elettorale e quindi l’indebolimento della democrazia rappresentativa è un fenomeno franco-francese o riguarda anche il resto di Europa?
Il fenomeno va ben al di là dei nostri confini nazionali e riguarda più o meno tutte le società occidentali. Si tratta di una tendenza legata alle grandi trasformazioni sociali avvenute negli ultimi decenni. Prendiamo le classi popolari: esse vivono una frammentazione enorme, nei luoghi di lavoro i sindacati sono praticamente assenti, non esiste più la militanza e la formazione politica classica, nei quartieri periferici non ci sono più sezioni di partito o semplici luoghi di incontro. Per non parlare del lavoro precario o della disoccupazione, condizioni esistenziali che allontanano radicalmente i cittadini dalla partecipazione alla vita pubblica. Il pericolo è che così rischiamo davvero di trasformarci in una democrazia delle e per le élites.

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Paolo Persichetti
Liberazione 16 marzo 2010

Elezioni regionali 2010

L’elettorato francese ha inflitto una sonora sberla al presidente della repubblica Nicolas Sarkozy e alla sua maggioranza di governo. Alle regionali di domenica scorsa l’Ump, il partito unico del centrodestra, è precipitato al suo minimo storico, appena il 26,2%. Otto punti sotto il risultato del 2004. Un «voto sanzione» netto, quasi epidermico, con il quale gli elettori hanno voluto bocciare l’operato dell’Eliseo. La consegna arrivata direttamente dal capo dello Stato di circoscrivere lo smacco elettorale al solo piano locale, ricorrendo ad «elementi di linguaggio», è durata lo spazio di qualche ora e non poteva essere altrimenti. Nelle 22 regioni dove sono state aperte le urne la destra è arrivata sistematicamente dietro i socialisti. I venti ministri della compagine governativa che si erano candidati sono stati tutti sconfitti e probabilmente nemmeno i ballottaggi offriranno loro delle chances supplementari. Una disfatta completa per la linea del governo e la politica del capo dello Stato, aggravata ulteriormente dal riemergere di un altro dato: il ritorno in forza dell’estrema destra lepenista rinvigorita dall’azione di Marine Le Pen, la figlia del vecchio leader Jean-Marie, che ha preso in mano le redini di un partito dato per spacciato troppo in fretta. Il movimento razzista e xenofobo ha incassato su scala nazionale quasi il 12% dei voti. Consenso che nelle regioni del sud, in Provenza e Costa azzurra, sorpassa il 20%; in Alsazia e Lorena torna ad attestarsi sul 13-14%, mentre nell’ex bacino minerario e industriale del Nord-Pas de Calais, cavalcando la “preferenza nazionale” e il rigetto dei francesi d’origine nordafricana prende il doppio dei voti della destra di governo.
Un risultato che azzera l’operazione politica più riuscita di Sarkozy e che gli aveva permesso di stravincere le presidenziali del 2007: l’integrazione nel discorso della destra classica delle tematiche dell’ultradestra. Ribaltando lo schema strategico mitterrandiano che faceva perno sulla divisione delle destre francesi sociologicamente maggioritarie, grazie all’insediamento nel panorama politico di una destra antisistema, Sarkozy aveva vestito i panni del «primo sceriffo di Francia» riuscendo in questo modo a prosciugare il serbatoio lepenista e riunire sotto un unico campo l’elettorato moderato, conservatore e reazionario. Una volta al governo ha dovuto però operare una sterzata d’immagine per legittimare, anche a livello europeo, la propria politica. Dopo aver avviato una strategia d’apertura era riuscito ad arruolare per alcuni incarichi di governo diverse personalità provenienti da un partito socialista in crisi: dal ministro degli Esteri Bernard Kouchner, all’ex ministro della cultura di Mitterrand Jack Lang, all’ex consigliere personale sempre di Mitterrand, Jacques Attali, al contestato ministro dell’immigrazione Eric Besson, a figure della società civile precedentemente impegnata nella battaglia per i diritti civili, come Fadela Amara. Immagine ecumenica a sua volta corretta sul versante politico opposto con l’apertura di un dibattito sull'”identità nazionale”, mirato proprio a non perdere l’elettorato della destra più ostile all’immigrazione e alla presenza di una importante comunità mussulmana, sul quale per altro negli ultimi tempi è intervenuto il consigliere speciale dell’Eliseo e “penna” del presidente, Henri Guaino, accusato di civettare con le idee di Charles Maurras, padre del fascismo alla francese e fondatore dell’Action française.
Un gioco d’equilibrismi e furberie, realizzato tutto sul terreno della comunicazione e dell’immagine, che non ha sortito l’effetto cercato ma al contrario ha largamente demotivato il proprio elettorato suscitando inquietudine e disaffezione verso il governo. L’elettorato estremo sensibile alle sirene populiste si è sganciato tornando a votare il marchio Le Pen, pezzi di quello moderato non è andato a votare ingrossando le fila dell’astensione che in questa tornata ha raggiunto il massimo storico per le amministrative, un buon 53%, inferiore solo alle europee con il 59%. Ed è proprio quest’oceano d’astensioni che attenua l’entusiasmo dei partiti della sinistra, «vincitori senza popolo» di questa partita elettorale. I socialisti con quasi il 30% anche se in panne di rinnovamento (tutti i presidenti uscenti ricandidati), i Verdi di Europa ecologia con il 12,5% (4 punti in meno rispetto alle europee ma il trend è sempre inferiore negli scrutini amministrativi per le forze ancora non insediate), che si confermano piuttosto come terza forza politica, e il Fronte della sinistra (alleanza tra il partito della Sinistra di Jean-luc Mélenchon, Pcf e Sinistra unitaria) con un quasi 6% che vince la partita col Npa di Olivier Besancenot, solo 2,5 (anche se quando si presentano tutti insieme, come nel Limousin, raggiungono il 13,3%).
Secondo i maggiori istituti di sondaggio l’astensionismo si è distribuito su entrambi gli schieramenti elettorali. Come rivelano le prime analisi dei flussi, ancora una volta i giovani di età inferiore ai 25 anni, le classi popolari e gli abitanti delle periferie hanno snobbato in massa le urne. Un dato questo che può soltanto preoccupare le sinistre. Vincere perché sono venuti meno gli avversari non vuol dire vincere veramente. La prossima volta di fronte ad una forte mobilitazione del voto non è detto che il risultato resti lo stesso.

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