Roberto Saviano, la nuova figura dello scrittore arruolato

Roberto Saviano, ultima parodia dell’intellettuale impegnato

Paolo Persichetti, Outlet n°4 giugno 2013

02Per Antonio Gramsci erano le «pagliette», dal noto cappello estivo di forma ovale con fondo piatto venuto alla moda negli ambienti della borghesia maschile d’inizio Novecento e consacrato nei dipinti degli impressionisti francesi. L’autore dei quaderni si riferiva ad un particolare ceto di intellettuali che in una delle sue note scritte in carcere dopo la condanna del tribunale speciale fascista non esitava a catalogare come «pennaioli». Personaggi – scriveva – incorporati nelle classi dirigenti meridionali a cui erano stati concessi particolari favori personali, privilegi “giudiziari” o di natura impiegatizia e burocratica. Figure che avevano messo le loro competenze intellettuali al servizio della politica settentrionale di sfruttamento neocoloniale del Mezzogiorno, riducendosi ad un suo accessorio “poliziesco” la cui funzione era quella di presentare il malumore sociale del Meridione come una questione di mera competenza della «sfera di polizia» giudiziaria.

Dimessa la paglietta e aggiornati gli stili vestimentari al look delle popstar, un secolo dopo quel genere di intellettuale, “funzionario del consenso”, non sembra affatto scomparso anche se la sua riproduzione sociale non è più direttamente legata a forme di sottogoverno ma alle strategie di marketing dell’industria editoriale, ai potentati finanziario-editoriali, ad un nuovo e particolare ruolo svolto all’interno degli apparati repressivo-giudiziari dello Stato.

Una delle figure che più si avvicina oggi a questo genere di intellettuale è senza dubbio quella di Roberto Saviano, considerato da alcuni l’autorevole erede del romanzo d’appendice campano, di cui fu caposcuola Francesco Mastriani, prolifico raccontatore napoletano del basso romanticismo, una specie di Eugène Sue partenopeo.

CAMORRA: SENTENZA SPARTACUS, IN AULA ANCHE SAVIANOIl “civismo” di Saviano, infatti, non appartiene alla categoria dell’impegno riassunto nella figura dell’écrivain engagé, ma a quella del volontario che si arruola nella legione militare della scrittura di guerra, che ne fa un author embedded, uno scrittore-soldato che agita l’etica armata, il moralismo in uniforme, l’epica della scorta militare come arma di devastazione di massa dell’intelligenza e della critica. «E’ roba nostra. E’ un patriota, un cazzuto, uno che sa tenere una pistola in pugno, uno che sa sbrigarsela al modo dell’uomo vero», aveva scritto con veemenza Pierangelo Buttafuoco su Libero del 12 maggio 2010. Un’icona perfetta dell’immaginario superomista, della politica come potenza, un vero divulgatore di valori e codici di destra. Buttafuoco non aveva torto, il discorso di Saviano è intriso di postulati d’ordine, ispirato da paradigmi autoritari e purificatori che si coniugano inevitabilmente col verbo legalitario e securitario. Incuriosisce semmai che un autore del genere, legato per giunta alle proprie origini ebraiche, sia tanto irresistibilmente calamitato dal mondo della criminalità organizzata e dalla letteratura antisemita («Come scrittore – spiegò a Panorama il 22 dicembre 2009 – mi sono formato su molti autori riconosciuti della cultura tradizionale e conservatrice, Ernst Jünger, Ezra Pound, Louis Ferdinand Celine, Carl Schmitt. E non mi sogno di rinnegarlo, anzi. Leggo spesso persino Julius Evola, che mi avrebbe considerato un inferiore»), quasi fosse soggiogato dal fascino oscuro e demoniaco del male, attratto da ciò che egli designa come il suo contrario ma rispetto alla quale lascia trasparire una seduzione inconfessabile.

All’inizio, però, l’avventura di Saviano era nata in un altro modo. L’ambizione che muoveva in origine il giovane autore di Gomorra era quella di seguire le orme dell’impegno, declinato tuttavia in una forma che ne preannunciava da subito l’esito: lo spirito di crociata e gli anatemi moralisti preferiti all’esercizio della critica. Elementi caratteristici di una funzione intellettuale che ricorda la categoria degli imprenditori morali, il prototipo dei creatori di norme descritto dal sociologo Howard S. Becker in Outsiders: «opera con un’etica assoluta: ciò che vede è veramente e totalmente malvagio senza nessuna riserva e qualsiasi mezzo per eliminarlo è giustificato. Il crociato è fervente e virtuoso, e spesso si considera più giusto e virtuoso degli altri».

Saviano escogita una tecnica particolare: mostra di mettere in gioco se stesso, presentando la propria figura pubblica come un discrimine tra bene e male. Da una parte la sua probità morale, il suo coraggio civile, la sua denuncia politica, quella che alcuni arriveranno a definire addirittura «parrhesia» (il coraggio di dire la verità, il parlare franco); dall’altra tutti i suoi nemici, di sempre e di turno. Un mondo diviso tra buoni e cattivi, con un linguaggio accusato di nutrirsi di narcisismo mediatico e manicheismo.

Saviano non esita a raccontarsi ad ogni occasione in questo modo, evocando a più riprese Pasolini, di cui annuncia di voler diventare l’erede, recitando in maniera stucchevole «l’io so» e sentendosi in questo modo il verbo incarnato di una nuova verità.

Appena può si appropria dell’immagine dei giornalisti uccisi o perseguitati. Emblematico è il caso di Anna Politkovskaïa, di cui romanza – come troppo spesso gli accade ­– persino le circostanze della morte. Sale sul palcoscenico della difesa della libertà d’informazione e d’espressione, proprio lui che mostra subito di voler usare la parola come una forma di potere sugli altri. Quella parola che fin dal titolo di un suo libro dice di voler utilizzare come strumento per combattere il crimine organizzato, veicolo di libertà che lui sostiene di difendere contro le molte censure; quella parola che distribuisce su tutti i supporti mediatici, a destra e manca degli schieramenti politici, resta legittima solo se da lui pronunciata. La sua parola, intesa come unica parola possibile e che perciò stesso esclude le altre.

Per rafforzare la sua credibilità introduce un nuovo principio di autorità che impiega come una stampella per sorreggere la propria attività pubblicistica, facendo leva sulla postura cristica e l’interpretazione vittimistica del proprio ruolo che in questo modo può garantire sulla verità morale del suo discorso. C’è chi non esita a definirlo per questo un «martire a pagamento», non trovando alcun riscontro le continue “lagne” contro la censura e il timore di rappresaglie.

Ben conscio dell’adagio “chiagne e fotte”, Saviano si mostra un campione del consociativismo mediale. Trasversale e trasformista si adatta ad ogni supporto purché il contratto sia conseguente: pubblica per Mondadori ed Einaudi, editrici belusconiane, poi per Feltrinelli; scrive sull’Espresso e Repubblica, partecipa a format televisivi che seppure vanno in onda sul terzo canale Rai sono prodotti dalla casa di produzione Endemol, anch’essa berlusconiana. Tutto ciò non gli impedisce di offrirsi al pubblico come il campione dell’indignazione permanente, l’interprete autentico e coerente di questo sentimento. Corre a Zuccotti park quando il successo del minuscolo pamphlet di Stephén Hessel ha trasformato in un vezzo mondano il rappresentarsi in questo modo.

Insomma fin da subito Saviano lascia intravedere una cifra conformista, mettendo in mostra un fiuto da bottegaio furbastro, uno spirito codino, l’esatto contrario dell’intelligenza anticipatrice e della coscienza critica.

Tuttavia la maturazione della nuova funzione intellettuale interpretata da Saviano è stata graduale. Chiamato inizialmente a ricoprire il ruolo di amministratore ufficiale della memoria dell’antimafia, entra in conflitto con alcune associazioni storiche come il Centro Siciliano di Documentazione “Giuseppe Impastato” e la Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato, che operano sul campo dell’antimafia sociale da decenni. Il contrasto sfocerà in una cocente sconfitta giudiziaria dello scrittore-querelante che vede così minata la propria credibilità letteraria e storiografica. Nel corso delle udienze emergerà un falso macroscopico: nei suoi scritti Saviano raccontava di una telefonata, mai avvenuta, con Felicia Impastato, morta nel frattempo e madre di Peppino trucidato dalla mafia, che l’avrebbe esortato a non mollare. In questo modo, come in una sorta di simbolico passaggio del testimone, Saviano si attribuiva l’eredità morale di Giuseppe Impastato.

Un’altra controversia importante oppone Saviano a Marta Herling, storica e nipote di Benedetto Croce, che aveva duramente contestato la ricostruzione del salvataggio del filosofo napoletano subito dopo il terremoto di Casamicciola, fatta dallo scrittore nel corso di una trasmissione televisiva e poi riprodotta in un libro. Saviano è colto in fallo di fronte all’impiego delle fonti, il suo tallone d’Achille da sempre. Per uno che vorrebbe correggere le bozze di Dio, l’errore è grossolano. La vicenda ripropone ancora una volta l’ambiguità originaria del dispositivo narrativo di Saviano, già contestato in Gomorra, ovvero la pretesa di potersi avvalere del diritto di romanzare, di fare fiction preservando al tempo stesso la credibilità e l’autorità del saggio scientifico. Il tema vero però è quello del rapporto col passato. Per Saviano si tratta di amministrarne il monopolio sottraendosi ai criteri di verifica e confutazione esistenti nella comunità storico-scentifica. Esiste un’altra concezione che ritiene l’approccio al passato un processo, una costruzione plurale che risponde a criteri di verifica pubblica. Per usare dei paradigmi semplificatori: da una parte si propone una verità di tipo orwelliano, come fa Saviano; dall’altra una verità sul modello galileiano.

L’autore campano, sottoposto dall’ottobre 2006 a programma di protezione da parte dell’Arma dei carabinieri, è protagonista di un inarrestabile processo di osmosi con gli apparati inquirenti e d’investigazione che lo ha risucchiato in un gorgo senza fine. Il livello di integrazione, sovrapposizione e identificazione, è tale da averlo trasformarto in una sorta di divulgatore ufficiale, di testimone in presa diretta delle fonti delle procure antimafia e dei corpi specializzati di polizia che operano contro la criminalità organizzata. Situazione che mette a dura prova l’indipendenza critica dello scrittore, ridotto alle sembianze di un organo scrivente sempre più incapace di separarsi dal corpo di cui ormai è parte.

In questo modo Saviano innova la figura del giornalista embedded, introdotta dal Pentagono nel corso della guerra del Golfo del 2003 per controllare alla fonte l’informazione sul conflitto, diventando lo “scrittore arruolato” numero uno delle forze di polizia, degli apparati investigativi e inquirenti sul fronte interno della criminalità organizzata e dei narcotraffici. Basta andare leggere le due pagine di ringraziamenti (441-442) presenti alla fine della sua ultima fatica, Zero, zero, zero, per capire. Qui l’autore è prodigo di riconoscimenti e gratitudine verso:

«L’Arma dei Carabinieri, la Polizia, la Guardia di Finanza, i Ros, i Gico, lo Sco, la Dia e la Dda di Roma, Napoli, Milano, Reggio Calabria, Catanzaro e tutte quelle che qui ho dimenticato, per avermi permesso di studiare, leggere e in alcuni casi vivere le loro inchieste e operazioni: Alga, Box, Caucedo, Crinime-Infinito, Decollo, Decollo bis, Decollo Ter, Decollo Money, Dinero, Dionisio, Due Torri Connection, Flowers 2, Galloway-Tiburon, Golden Jail, Gree Park, Igres, Magna Charta, Maleta 2006, Meta 2010, Notte Bianca, Overloading, Pollicino, Pret à Porter, Puma 2007, Revolution, Solare, Tamanaco, Tiro grosso, Wite 2007, Wite City.
Ringrazio la Dea, l’Fbi, l’Interpol, la Guardia Civil, i Mossos d’Esquadra, Scotland Yard, la Gerndarmerie Nationale francese, la Polícia Civil brasiliana, alcuni membri della Policía Federal messicana, alcuni membri della Policía Nacional de Colombia, alcuni membri della Policija Russa, che mi hanno accompagnato nelle loro inchieste e operazioni: Cabana, Cornestone, Dark Waters, Delfín Blanco, Leyneda, Limpieza, Millennium, Omni Presence, Padrino, Pier Pressure, Processo 8000, Project Colissée, Project Coronado, Russiagate, Reckoning, Relentles, SharQC 2009, Sword, Xcellerator.
Ringrazio tutti i pm, antimafia e non solo, con cui ho studiato e discusso in questi anni. Senza di loro non avrei potuto scoprire molte cose: Ilda Boccassini, Alessandra Dolci, Antonello Ardituro, Federico Cafiero De Raho, Raffaele Cantone, Baltasar Garzón, Nicola Gratteri, Luis Moreno Ocampo, Giuseppe Pignatone, Michele Prestipino, Franco Roberti, Paolo Storari.
Ringrazio i vertici dell’Arma dei Carabinieri, il Comandante Generale Gallitelli, il Capo della Polizia di Stato Antonio Manganelli, e il Comandante Generale Capolupo della Guardia di Finanza. Ringrazio in particolare il Generale dei Carabinieri Gaetano Maruccia, il Comandante dei Ros Mario Parente, il Generale della GdF Giuseppe Bottillo, che hanno seguito la crescita di questo libro.
[…]
Ringrazio nell’Arma dei Carabinieri coloro che gestiscono la mia vita: il colonnello Gabriele Degrandi, il capitano Giuseppe Picozzi, il capitano Alessandro Faustini».

Layout 1Approfondimenti
Il caso Saviano-impastato

Zéro Zéro Zéro, Saviano et l’écriture embedded

écrit par Paolo Persichetti
(texte traduit par Serge Quadruppani)
(quadruppani.blogspot.fr)

Vous le trouvez partout, dans les endroits les plus inattendus, du fleuriste au marchand de fruits, du kiosque à journaux au bébab, il s’agit d’un contenant de papier qui à l’intérieur abrite des lignes d’encre disposées de manière horizontale, certains insistent pour le définir un “livre” et en effet, de loin, sa forme peut aussi rappeler quelque chose de ce genre, mais quand on s’approche, le trompe-l’oeil est bientôt révélé: ce n’est que de la marchandise reliée, des feuilles pressées et collées, un arbre scié et réduit en pâte, un bout de forêt rasé au sol.
450 pages pour 18 euros. Mais plus que l’ensemble comptent les détails. Par exemple, les deux petites pages 441 et 442, situées dans les remerciements. Ici l’auteur est prodigue de reconnaissances et gratitudes diverses.

«Le corps des carabiniers, la Police, la Garde des Finances, les Ros (corps d’élite des carabiniers, ndt), le Sco (service central opérationnel du ministère de l’intérieur, “superenquêteurs”, ndt), la Dia (direction des enquêtes antimafia ndt), la DDA (direction de district antimafia ndt) de Rome, Naples, Milan, Reggio de Calabre, Catanzaro, et toutes celles que j’ai oubliées, pour m’avoir permis d’étudier, de lire et en certains cas de vivre leurs enquêtes et leurs opérations: Alga, Box, Caucedo, crimine-Infinito, Decollo, Decollo-bis, Decollo-ter, Decollo Mondey, Dinero, Dionisio, Due Torri Connection, Flowers 2 Galloway-Tiburon, Golden Jail, Gree Park, Igres, Magna Charta, Maleta 2006, Meta 2010, Notte Bianca, Overloading, Pollicino, Pret à Porter, Puma 2007, Revolution, Solare, Tamanaco, Tiro grosso, Wite 2007, Wite Cit.
Je remercie la DEA, le FBI, Interpol, la Guardia Civil, les Mossos d’Esquadra, Scotland Yard, la Gendarmerie Nationale française, la Policia civil brésilienne, certains membres de la Policía Federal mexicaine, certains membres de la Policía Nacional de Colombie, certains membres de la Policija russe, qui m’ont accompagné dans leurs enquêtes et opérations: Cabana, Cornestone, Dark Waters, Delfín Blanco, Leyneda, Limpieza, Millennium, Omni Presence, Padrino, Pier Pressure, Processo 8000, Project Colissée, Project Coronado, Russiagate, Reckoning, Relentles, SharQC 2009, Sword, Xcellerator.
Je remercie tous les procureurs, antimafia et autres, avec lesquels j’ai étudié et discuté pendant ces années. Sans eux, je n’aurais jamais pu découvrir beaucoup de choses: Ilda Boccassini, Alessandra Dolci, Antonello Ardituro, Federico Cafiero De Raho, Raffaele Cantone, Baltasar Garzón, Nicola Gratteri, Luis Moreno Ocampo, Giuseppe Pignatone, Michele Prestipino, Franco Roberti, Paolo Storari.
Je remercie les dirigeants du Corps des Carabiniers, le Commandant général Gallitelli, le Chef de la police d’Etat Antonio Manganelli, et le commandant général Capolupo de la garde des finances.
Je remercie en particulier le Général des Carabiniers Gaetano Maruccia, le Commandant des ROS Mario Parente, le Général de la GDF Giuseppe Botillo, qui ont suivi la croissance de ce livre (…)
Je remercie dans le Corps des Carabiniers ceux qui ont géré ma vie: le colonel Gabriele Degrandi, le capitaine Giuseppe Picozzi, le capitaine Alessandro Faustini».

Eh bien, qu’y a-t-il de nouveau? Il y a bien quelque chose. Ce qui était déjà largement perceptible dans le passé, même si ce n’était encore que sur le mode implicite dans les replis du discours est maintenant exposé de manière transparente: Saviano admet sa nature d’écrivain embedded.

Qu’est qu’un écrivain embedded?
Le terme est devenu d’usage courant en 2003, en février de cette année-là, quand fut introduit dans le nouveau règlement du Département de la défense des USA, diffusé peu avant le déclenchement de la guerre en Irak, une nouvelle figure professionnelle: le journaliste enrôlé par les forces armées d’une nation pour être à leur côté, en première ligne, pour raconter ce qui se passe durant les actions guerrières. Le règlement disait: «ces médias embedded vivront, travailleront, voyageront comme parties des unités dans lesquels ils seront insérés pour faciliter la couverture des actions des forces de combat».
Cette innovation a été transposée dans la plus grande partie des armées mondiales, y compris l’armée italienne. Evidemment, l’intention qui a poussé dans cette voie les états-majors des forces militaires nétait certes pas de devenir démocratiques et transparents mais de réussir de cette manière à gouverner le “Quatrième pouvoir”, en bridant l’information, en la contrôlant et en l’orientant à la source, en souvenir de la guerre du Vietnam perdu politiquement à l’arrière, à l’intérieur des propres frontières des Etats Unis, à cause de la circulation d’images sur la guerre trop anarchiques et libres, qui ne cachaient pas la souffrance de ses mots, les tapis de bombe sur les villes vietnamiennes, les massacres et les violences gratuites infligés à la population civile. Scènes qui avaient mobilisé l’opinion publique étatsunienne et mondiale, créant un fort courant pacifiste.
Tout cela ne devrait plus se répéter. La guerre devait devenir aseptique, propre et éthique, les morts seraient cachés derrière les dénommés “dégâts collatéraux”, le flux et le rythme des informations sélectionné et nettoyé. L’usage des images, de la parole et de l’écriture transformé en un une nouvelle arme stratégique. Pour faire cela, on créerait un nouveau type de soldat: le journaliste embedded.
Saviano renouvelé cette figure professionnelle, devenant l’enrôlé n°1 des forces de police, des appareils d’investigation et d’enquête sur le front interne de la criminalité organisée et des narcotrafics. Une fonction intellectuelle qui appartient à la catégorie particulière des entrepreneurs moraux, au prototype des créateurs de normes, comme les a décrits le sociologue Howard S. Becker dans Outsiders: celui-là «opère avec une éthique absolue: ce qu’il voit est vraiment et totalement mauvais sans aucune réserve et tout moyen pour l’éliminer est justifié. Le croisé est fervent et virtuose, et souvent se considère plus juste et virtuose que les autres».
Le dispositif Saviano avec ses paroles, ses livres, ses prises de position, sa simple présence, légitimées par la posture christique et l’interprétation victimiste de son propre rôle, sert de garantie à la vérité morale, toujours plus distante de la vérité historique. Une machine de guerre médiatique  mise à la totale disposition des entrepreneurs de l’urgence, ds guerriers des batailles judiciaires contre le crtime. Le résultat est une transfiguration de la lutte contre les organisations criminelles qui rend mystique la légalité, édifie une forme d’Etat éthique qui fait de la solution judiciaro-militaire préchée un remède pire que le mal.

Tout cela a toujours été nié par Saviano. Jusqu’à aujourd’hui.
Pour avoir soulevé, en 2010, des questions «sur le rôle d’administrateur de la mémoire de l’antimafia que de puissants groupes éditoriaux ont attribué à Saviano» et souliné «L’inquiétant niveau d’osmose atteint avec les appareils d’enquête et d’investigation, qui l’ont transformé en une espèce de divulgateur officiel des parquets antimafia et de certains corps de police, devrait susciter des questions sur sa fonction intellectuelle et sur sa réelle capacité d’indépendance critique», j’ai été poursuivi en diffamation par Saviano et attaqué par la Direction de la prison (je suis au régime de la semi-liberté).
Par la suite, Saviano a perdu. La plainte a été classée. Peut-être la leçon lui a-t-elle servi. La transparence est toujours une valeur positive, un acte d’honnêteté. Saviano s’est donc décidé à faire un pas en avant sur son propre rôle et sur sa propre fonction intellectuelle mise au service de certains appareils d’Etat.
Voilà, de fait, la liberté est ailleurs.

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