Niente amnistia perché ci vogliono i 2/3 del parlamento? Allora abolite le ostative del 4 bis e allungate la liberazione anticipata. Basta la maggioranza semplice

Il nuovo Guardasigilli Nitto Palma dice no all’amnistia e parla della solita depenalizzazione dei reati minori e del reintegro della detenzione domiciliare, disattivata dalla Cirielli

Paolo Persichetti
Liberazione 13 agosto 2011


Per il nuovo ministro della Giustizia, Francesco Nitto Palma, il ricorso ad un’amnistia, accompagnata da un indulto, come chiesto a viva voce da Marco Pannella nel corso del suo ultimo sciopero della fame per affrontare la drammatica situazione di sovraffollamento delle carceri: «non è percorribile politicamente data la necessità di una maggioranza qualificata per la sua approvazione in parlamento». Il guardasigilli si è affrettato a chiudere ogni spiraglio a ridosso della giornata di sciopero della fame e della sete promossa dal partito radicale per domenica 14 agosto, ed a cui hanno aderito le diverse associazioni che si occupano di carcere, alcuni esponenti politici ma soprattutto il segretario nazionale del sindacato dei direttori e dirigenti penitenziari insieme ai responsabili di altre sigle del sindacalismo penitenziario come l’Uil-Pa penitenziari, l’Osapp e il comparto sicurezza Cgil-Fp. Una presenza istituzionale che la dice lunga sulle preoccupazioni e i malumori che circolano all’interno dell’universo penitenziario insoddisfatto per l’incapacità messa in mostra da questo governo dopo il conferimento dei poteri speciali al capo del Dap, il piano straordinario di edilizia penitenziaria e la ridicola leggina “svuota carceri”.
Defilata appare invece la presenza dei detenuti, meno massiccia del solito, sparpagliata e disorganizzata. Segno di rassegnazione e fatalismo? Due anni fa di questi tempi si moltiplicavano proteste e rivendicazioni un po’ ovunque. Il capo del Dap era costretto a correre da una prigione all’altra mentre i sindacati degli agenti di custodia denunciavano il rischio di una esplosione generale della rivolta. Oggi la situazione sembra sedata, nel vero senso della parola, cioè sottoposta all’effetto di sedativi. E’ il carcere dei disgraziati, di chi fa largo abuso di benzodiazepine o peggio, e si affida alla provvidenza come i pescatori di Verga nei Malavoglia. In gran parte figure destrutturate, incapaci di darsi una soggettività. L’alto numero di suicidi e le diffuse pratiche autolesioniste delineano il profilo sociologico fragile, sofferente, ultramarginale, di una popolazione che raccoglie tra le sue fila per buona parte tossicodipendenti, persone con problematiche psichiatriche, immigrati catapultati da altre rive. Un nuovo ciclo dei vinti sul quale infierisce con brutale cinismo una cultura assai trasversale ispirata ad una sorta di nuovo malthusianesimo penale che cerca di sbarazzarsi di questa umanità ritenuta uno sgradevole esubero. Attenzione però, sotto questo sonno covano spesso gli incendi più paurosi, come le jacqueries di un tempo.
Quindi la battaglia per arrivare ad un nuovo indulto accompagnato da quell’amnistia mancata nel 2006 è già finita prima di cominciare? C’è da giurare che Pannella non si arrenderà tanto facilmente. Ha ragione a tenere la barra alta e chiedere un provvedimento amnistiale per rovesciare quell’amnistia di classe, quotidiana e silenziosa, che porta il nome di prescrizione, valida solo per colletti bianchi e ceti abbienti. Da una parte un’amnistia mascherata e tutta di censo per chi riesce sempre a sottrarsi al processo, figuriamoci alla condanna; dall’altra condanne pesanti, aggravanti e recidive di ogni ordine e grado, celle affollate, pene lunghe e senza benefici per chi non appartiene ai ceti del privilegio. Resta il fatto che i rapporti di forza in parlamento, e soprattutto la presenza di una cultura politica giustizialista egemone e trasversale agli schieramenti politici, rendono improba la battaglia. Nel 2006 l’indulto arrivò sull’onda di una risicata vittoria parlamentare del centrosinistra, votato ad inizio legislatura quando nelle aule parlamentari e nella coalizione di governo era ancora presente Rifondazione comunista, prima della scissione. Oggi al suo posto c’è l’Idv, i Radicali sono soli e nel Pd l’idea non crea certo l’unanimità. Sulla questione c’è chi ha posizioni persino più rigide delle destre, al punto che nessuno ha protestato per le disposizioni ultraforcaiole (e incostituzionali), come l’abolizione del rito abbreviato e l’esclusione dai benefici penitenziari per alcune categorie di reato, contenute nel ddl detto «allunga processi», passato recentemente al senato.
Il nuovo guardasigilli sembra orientato a lavorare su misure minime come la depenalizzazione dei reati minori e una nuova leggina sui domiciliari, questa volta con maglie più larghe. Mezzucci. Con lo “svuota carceri” (e riempi celle) che tanta paura aveva suscitato solo a MarcoTravaglio sono usciti meno di 3000 persone. Bastava applicare correttamente le norme sui domiciliari e l’affidamento previste dalla Gozzini e ne sarebbero uscite molte di più.
Se l’intenzione del neoministro è quella di volare così basso, i Radicali possono sfidarlo proponendo l’abolizione dei vincoli ostativi previsti dal 4 bis, che impediscono l’accesso alla Gozzini, e il raddoppio dei giorni di liberazione anticipata. 180 giorni all’anno di sconto per buona condotta. Non serve l’insormontabile maggioranza qualificata richiesta dall’amnistia. Basta la maggioranza semplice.

Link
L’insostenibilità economica del sistema penitenziario: riduciamo i detenuti e dimezziamo le carceri
Cronache carcerarie

Sulla mobilitazione attuale nelle carceri

«Dove abita davvero l’illegalità»

Paolo Persichetti
Liberazione
29 gennaio 2003

Da oltre una settimana prosegue compatta la mobilitazione nelle carceri: lo sciopero del lavoro, lo sciopero della fame, la battitura periodica dei ferri accompagnata da altre forme fantasiose di boicottaggio dell’amministrazione, sono i comportamenti più seguiti. Prevale su tutti il rifiuto del vitto dell’amministrazione. Questo mezzo di protesta, antico quanto il carcere, può sembrare fin troppo “minimalista”, persino derisorio, per chi conserva la memoria di altre epoche. Per questo forse è bene spendere qualche parola in più.
I detenuti nel loro complesso stanno dimostrando una maturità politica di gran lunga superiore a quella espressa dal ceto politico-istituzionale. La dignità è di casa nelle carceri non in parlamento. Chi sperimenta quotidianamente sulla propria pelle l’esercizio della forza legale ha le antenne lunghe ed è consapevole della smisurata disparità che investe i rapporti di forza nella società attuale. Ma non basta. Le carceri sono oggi più che mai un luogo d’illegalità, non perché esse racchiudono persone condannate, o nel caso della custodia cautelare supposte aver violato il codice penale. Il carcere è l’illegalità che è divenuta legale. Non si tratta di una concessione all’artificio retorico dell’ossimoro, ma di una constatazione. La quotidiana situazione di sovraffollamento ingenera una sistematica violazione dell’ordinamento penitenziario. Complice una forsennata politica penale da ben oltre un decennio la sfera penitenziaria ha assorbito comportamenti e patologie la cui matrice sociale è stata ridotta a fenomeno criminale.
Il sovraffollamento delle carceri nasce dalla trasformazione della questione sociale in questione penale. L’innalzamento della soglia della legalità nella società ha moltiplicato i comportamenti penalmente perseguibili provocando un abbassamento della legalità dentro le carceri. La crisi del modello sociale fordista, la fine dell’espansione keynesiana, la rottura dei meccanismi di integrazione corporativa delle società del Welfare, ha creato i presupposti di una nuova società dell’esclusione e della reclusione, dove la lotta di classe è innazitutto marginalizzazione sociale, inclusione forzata nell’esercito salariale di riserva, nell’armata del precariato diffuso. La nozione di sovranumero è tornata in auge rilanciando una sorta di malthusianesimo penale che designa le nuove classi pericolose.
Uno degli obiettivi della protesta attuale mira ad evidenziare con nettezza da quale parte si situi la violazione potente e ripetuta della legalità. Non certo per una scoperta tardiva del suo feticcio, ma perché se l’esecuzione della pena si fonda su una legalità violata, la pena stessa diventa illegale ed a tenere rinchiusi i prigionieri restano solo le ragioni della forza.
Col protrarsi dei giorni lo sciopero del vitto s’apparenta sempre più ad un digiuno di massa. Le scorte alimentari presenti nelle celle si esauriscono e numerosi sono i detenuti che mancano del denaro sufficiente per ricorrere al sopravitto (la spesa interna). Come in ogni sciopero la solidarietà è fondamentale. Interviene così l’aiuto tra le celle che sopperisce però fino ad un certo punto. Molti detenuti tossicodipendenti assumono pesanti terapie e compensano l’astinenza con comportamenti bulimici. I più denutriti, quelli fisicamente e psicologicamente più provati, pagano un prezzo notevole anche con la semplice astensione dal «carrello dell’amministrazione».
Nonostante ciò lo sciopero prosegue compatto e disciplinato. Un esempio di forza e determinazione da non sottovalutare perché non merita strumentalità e retropensieri. Per questo, fuori posto è apparsa la polemica sollevata da alcuni dirigenti radicali (Daniele Capezzone) nei confronti delle dichiarazioni fatte da un esponente dei Disobbedienti meridionali alla vigilia di una visita nel carcere di Secondigliano. Le stesse parole pronunciate alcuni giorni dopo dai cappellani delle carceri e da alcuni sindacalisti del personale penitenziario, ovvero l’invito a non frustare nuovamente, col rischio di trasformarla in rabbia esplosiva, l’enorme attesa suscitata tra i detenuti, non hanno invece provocato commenti. Così è parso di capire che colpevoli non fossero le parole ma piuttosto chi le aveva pronunciate. Ne è venuto fuori uno sgradevole processo alle intenzioni. Sotto accusa era un’affermazione trasformata in una “previsione creatrice”. L’evocazione del rischio, grazie al potere magico attribuito alle parole, avrebbe reso complici se non promotori del rischio stesso. Colpevole è divenuta la parola.
Bell’esempio di spirito laico e libero, oltreché comodo escamotage suggerito a chi non aspetta altro che scaricare le proprie responsabilità. Coloro che in parlamento pur potendo non decidono, quelli che come i topi rosicchiano pezzo per pezzo la sospensione condizionale e l’indulto, svuotandoli di efficacia e contenuto. Una schiera di apprendisti stregoni pronti a genuflettersi ipocritamente di fronte al Papa per poi accavallare il braccio contro i detenuti, una volta il pontefice voltato. Una sortita, quella dei Radicali, che non rende onore a quanto di meglio essi hanno saputo esprimere nel corso di molte loro battaglie. È sorprendente che le parole di un ex detenuto, attualmente sotto inchiesta, e che dunque una piccola voce in capitolo potrebbe pure rivendicare, abbiano suscitato tanto nervosismo in via di Torre Argentina fino a togliere tutte le parole di bocca e lasciar spazio all’unico argomento evidentemente rimasto a disposizione: il pernacchio.
L’attuale mobilitazione nelle carceri non ha bisogno delle rivalità provocate dal demone della competizione politica. Non servono tutele non richieste o guardiani autoinvestiti. Coloro che pensassero di rivestire questo ruolo rischierebbero di vedersi accolti come fu per Dante quando incontrò per le vie dell’Inferno il cherubino che «col cul fece trombetta».