Wilma Monaco, una storia esemplare per comprendere le radici sociali della lotta armata a Roma, a cavallo tra gli anni 70 e 80

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Subito dopo i primi anni 80, mentre la lotta armata declina rapidamente nel resto d’Italia, a Roma continua nonostante le ripetute ondate di arresti e rastrellamenti. Perché?
La storia di Wilma Monaco, nome di battaglia “Roberta”, militante delle Brigate rosse-Unione dei comunisti combattenti (nate dopo una scissione dalle Br-pcc), morta a Roma in via degli Orti della Farnesina il 21 febbraio 1986, nel corso di un’azione che mirava al ferimento di Antonio Da Empoli, consigliere economico della Presidenza del Consiglio del governo Craxi, è esemplare per comprendere il complesso insediamento sociale che l’area della lotta armata aveva nei quartieri popolari della Capitale.
Wilma era nata a Roma, nel  il 28 ottobre 1958, nel quartiere Testaccio da una famiglia di modeste condizioni. Si era diplomata in lingue nel luglio 1976.
«Tra il 1977-78 a Roma erano proliferate decine di piccole organizzazioni che si erano riunite sotto la sigla del Mpro (Movimento proletario di resistenza offensiva), coordinando iniziative su temi specifici come il problema della casa e del lavoro.
Wilma si inserisce in uno di questi nuclei sviluppando appieno il suo lavoro di militante. Partecipa così alle varie iniziative che, essendo di un certo valore, permettono al gruppo di entrare subito in contatto con le Brigate rosse, con le quali l’organizzazione cui appartiene mantiene un rapporto critico. Nel giro di un anno il Mpro scompare e la stessa sorte tocca alle organizzazioni che lo avevano formato. 
Le Br, sfruttando a loro favore il disgregamento di questa realtà organizzata, raccolgono i singoli e i gruppetti attraverso la proposta della costruzione dei Nuclei clandestini di resistenza. Lei diventa militante di uno di questi nuclei e nello stesso periodo si inserisce maggiormente in realtà di lotta ed emarginazione non più nel suo quartiere originario, ma nel quartiere dove si è trasferita». (Dalla testimonianza di Gianni Pelosi, ex marito e militante delle Br-Pcc in Sguardi ritrovati, Progetto memoria, Edizioni Sensibili alle Foglie, Roma 1993).
L’enorme ondata di arresti dovuti all’impiego della tortura e al pentitismo che colpisce durante tutto il 1982 le Brigate rosse innesca una inevitabile discussione sul bilancio e il futuro della lotta armata. A Roma il dibattito si sviluppa in un coordinamento nel quale confluiranno tutte le organizzazioni o i singoli presenti  legati al percorso della lotta armata. Wilma Monaco partecipa attivamente a questo dibattito e alla fine del 1982 si avvicina ad un’area dissidente delle Br che riteneva «talmente profonda la portata della “batosta” che si stava subendo, da rendere impossibile riadeguare l’impianto generale delle BR affidandosi a intuizioni contingenti o addirittura ad una confusa battaglia fra 3 ipotesi: “guerra totale”, “Strategia della lotta armata” e “ipotesi insurrezionale”. Quelli, per intenderci, che ritenevano semplicemente stupido e dannoso “troncare” la riflessione autocritica (sia sotto il profilo teorico che politico/militare) e illudersi che la pratica combattente avrebbe di per sé stabilito la validità e la supremazia di un impianto rispetto agli altri» (Testimonianza di Vittorio Antonini).
Nel frattempo Wilma Monaco insieme alla maggior parte dei componenti di questo coordinamento partecipa alle lotte sociali e politiche che si sviluppano sul territorio romano e nazionale. Prende parte al movimento contro la guerra che si impegna contro l’istallazione dei missili Nato a Comiso e Sigonella. Nello stesso periodo partecipa alle lotte dei disoccupati riuniti nelle Liste di lotta alle quali lei stessa si iscrive.
La delazione di un pentito l’obbliga alla latitanza. Raggiunta Parigi fonda le Brigate rosse-Unione dei comunisti combattenti insieme ad un’area che vede presenti ex appartenenti ai “nuclei clandestini di resistenza” e alcuni ex militanti e dirigenti delle Br-pcc che avevano dato vita – nel corso di un acceso dibattito interno sul futuro della lotta armata – alle tesi raccolte nella “Seconda posizione” .


Di seguito un ritratto di Wilma Monaco scritto da Paola Staccioli ripreso dal  libro 101 donne che hanno fatto grande Roma, (Newton Compton 2011)

“Un ferale alfabeto si snoda la mattina del 21 febbraio 1986 a Roma, sull’asfalto di via della Farnesina. Come in un’agghiacciante partita di Scarabeo i cartellini della Polizia scientifica mettono in fila, uno dopo l’altro, i tasselli dell’orrore.
La lettera A è il corpo di una giovane. Con il volto verso il suolo. I quotidiani indugiano sui particolari dell’abbigliamento. Quasi che il mosaico di colori possa rendere meno glaciale la scena. Giaccone e sciarpa viola, borsa di cuoio a tracolla, zuccotto di lana scuro con borchie di metallo, guanti bianchi e neri da sci, stivaletti con la suola di gomma. B, C, D… bossoli, macchie, schegge… H, una pistola calibro 38. L’arma con cui ha sparato Wilma Monaco, militante dell’Unione dei comunisti combattenti (Udcc), formazione armata nata da una scissione delle Brigate rosse. L’organizzazione è alle prese con una situazione di grave crisi. Quasi tutti i membri sono in carcere, dilagano i cosiddetti pentiti, i dissociati. Le azioni sono ormai sporadiche. Il clima è pesante. Sono gli anni del craxismo trionfante. La sconfitta, profonda, ha travolto la sinistra, nelle sue rappresentanze storiche. I movimenti operai, studenteschi, femministi, sono rifluiti, i gruppi extraparlamentari dissolti nel nulla. Ma alcuni militanti vogliono proseguire la lotta. Cercano una via d’uscita, una strada di cambiamento e rivoluzione sociale.

Wilma è con loro. Dai tempi della scuola non ha mai abbandonato l’impegno politico. Infanzia a Testaccio, diploma al liceo linguistico, lavoro come impiegata. Nel 1977-78 milita in uno dei vari gruppi riuniti a Roma sotto la sigla di Movimento proletario di resistenza offensivo (Mpro), in contatto con le Brigate rosse. Effettuano azioni, anche illegali, prevalentemente sui temi della casa e del lavoro. Allo scioglimento del Mpro, insieme ad altri militanti Wilma costruisce i Nuclei clandestini di resistenza.
Dal 1982, quando le Brigate rosse vacillano sotto il terremoto di arresti provocati in primo luogo dal pentitismo, il dibattito sul futuro della lotta armata investe anche l’area semilegale e la rete di appoggio diffusa che ruota intorno all’organizzazione. Wilma partecipa. Disorientata come molti suoi compagni. In bilico fra le lotte di massa e l’ipotesi armata, è in prima fila nelle battaglie del movimento pacifista contro l’installazione dei missili a Comiso, nelle iniziative dei disoccupati delle Liste di Lotta.

Riparata a Parigi in seguito a una denuncia, insieme agli scissionisti delle Brigate rosse fonda l’Udcc. È la fine del 1985. Lo stesso anno è stato arrestato l’ex marito, da cui si è separata affettivamente e politicamente. Lui è un brigatista “ortodosso”. La nuova struttura, l’Udcc, intende invece mantenere acceso lo scontro, anche militare, ma considera la lotta armata uno strumento di lotta, sia pure decisivo, non una strategia.

Quella del 21 febbraio 1986 è la prima azione del gruppo. Obiettivo del commando – due uomini e due donne – Antonio Da Empoli, neodirettore del Dipartimento degli Affari economici e sociali della presidenza del Consiglio, collaboratore diretto di Bettino Craxi. Un incarico importante ma nell’ombra. Deve essere gambizzato, si dice in gergo. I quattro si appostano vicino all’edicola dove l’uomo si ferma ogni giorno andando a Palazzo Chigi. Sono le nove. La zona è tranquilla ed elegante. Da Empoli esce di casa, compra i giornali, torna verso la macchina, qualcuno grida il suo nome. Lui si volta, l’uomo spara. Viene ferito in modo non grave a una mano e a una coscia. La reazione è immediata. L’autista è un poliziotto, che si catapulta in strada facendo fuoco. Il commando è disorientato. Wilma tenta di coprire la fuga dei compagni. Avanza, spara tre colpi. Poi cerca di raggiungere la Vespa. Non ce la fa. Barcolla, crolla a terra, ferita a morte nonostante il giubbotto antiproiettile che indossa sotto la giacca. Gli altri riescono a far perdere le loro tracce.

Termina la vita così, a ventotto anni, Wilma Monaco. Roberta il suo nome di battaglia. Un’esistenza simile a quella di tanti coetanei cresciuti sull’onda lunga del Sessantotto, nel clima delle grandi passioni politiche, del fermento sociale che ha attraversato il paese, della strategia della tensione attuata per frenare il cambiamento. Del tentativo di definire un’ipotesi rivoluzionaria per i paesi a capitalismo avanzato.

Nel marzo del 1987 l’Udcc uccide il generale dell’Aeronautica Licio Giorgieri, prima di essere smantellata dagli arresti.”

 


In memoria di Wilma
da Versi cancellati di Geraldina Colotti

Ai confini
della mia pelle
riparo
i tuoi occhi
sorella
dal gelo
di quel mattino

*  *  *

Un occhio all’immediato
e l’altro all’infinito:
lo strabismo era fin troppo evidente.
D’altronde
in mezzo quasi niente
scarne frasi divelte
dai binari del sogno
e muti amati miti
traditi
drogati
omologati.
Ma quando
ho spento il mio nome
danzando
(l’urto fra pietre
produce scintille)
rideva l ‘Ottobre d’incanto.
Rammento
febbre d’ancore
a piume dorate
portate a schiuma
dal vento.
E poi cento lune
in frammento
cosparse di sangue
fecondo
il volto
l’asfalto
Rammento:
un occhio all’immediato
e l’altro all’infinito
Peccato.

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A Wilma Monaco

In ricordo di Otello Conisti: l’ironia contro le carceri e le leggi speciali

E’ scomparso Otello Conisti, imputato al processo Moro bis per appartenenza all’Mpro (un’area militante collaterale alle Brigate rosse). Venne condannato nel 1985 a 15 anni di reclusione. I funerali si sono tenuti stamani presso il tempietto egizio (dove si svolgono le funzioni civili per i non credenti) del cimitero romano del Verano

di Sandro Padula

Le gabbie dei prigionieri – aula bunker di Rebibbia, Roma

Martedì 11 settembre 2012. A Roma un sole caldo illumina il Verano e le sue mura costeggianti un bel tratto della via Tiburtina. Degli amici raggiungono il cuore del cimitero senza prendere il bus elettrico. Li sento col cellulare. Non mi posso muovere dal posto di lavoro. Le regole sono regole. E un semilibero non può andare ad un funerale senza averne l’autorizzazione. Ho saputo qualcosa nel tardo pomeriggio di ieri. Una telefonata, parole rapide a zig zag, carceri come Rebibbia Nuovo Complesso e Bellizzi Irpino, il solito cancro, aveva lavorato con “Sensibili alle foglie” e rivedo l’immagine sorridente del roscio Otello Conisti, un mio coimputato. Quando potevo chiedere di partecipare alla commemorazione? Stamattina? Nel migliore dei casi mi avrebbero risposto dopo questa giornata.
E così,  pur essendo lontano dalla Sala del Tempietto egizio, laddove stamattina si svolge la cerimonia in modo laico,  immagino la scena. Molte persone attorno alla bara, poltroncine foderate di velluto, qualcuno proferisce parole semplici ma sentite, alcuni si riabbracciano per la prima volta dopo gli anni ’80 trascorsi nelle patrie galere, altri portano delle corone di fiori. Una piccola comunità reale, frantumata dai mille travagli della vita e della storia, sembra ricomporsi col ritmo solenne di un classico brano jazz. Risorge dopo lunghi tempi di frenetica monotonia. Usa linguaggi verbali e non verbali come strumenti dei ricordi.
Chi era Otello?  Sfoglio un vecchio decreto di citazione per il processo Moro bis: Conisti Otello, nato a Poggio Fidoni 11.3.1958, detenuto Casa Circondariale Rebibbia N.C.
Arrestato nel maggio del 1980 a Roma, città in cui viveva da tempo, era accusato di far parte del Movimento Proletario di Resistenza Offensivo, cioè di un’area di simpatizzanti delle Br.
Il 21 giugno 1982, nel corso del processo Moro bis in Corte d’assise, fa prima «sapere che chi lo ha inserito nel nuovo gruppo di “dissociati” ha preso un abbaglio» e poi dice «al presidente Santiapichi di revocare il mandato al difensore e di non voler rispondere ad alcuna domanda» (La Stampa, 22.06.1982).
Dopo il mio arresto, avvenuto nel novembre 1982, lo conobbi. C’era la fase finale del processo Moro bis e Otello lo ricordo con la faccia simpatica, un paio di jeans, un maglione color arancio e uno zuccotto di lana in testa quasi per anticipare di un ventennio l’estetica del cantante Manu Chao.
Non aveva reati di sangue o per specifiche azioni armate ma il Pubblico Ministero Nicolò Amato chiese 18 anni di galera, una condanna quasi uguale a quella prospettata per i “pentiti” pluriomicidi. Due pesi e due misure.
In seguito la pena gli fu ridotta ma trascorse in carcere il decennio successivo all’arresto.
Superò quell’esperienza con la forza dell’ironia, del ragionamento e della volontà di costruire una nuova e dignitosa prospettiva di vita.
Com’era di carattere? È semplice dirlo: gioviale, scanzonato, arguto in stile romanesco. Gli piaceva giocare col dialetto pur non essendo romano de Roma.
Mai aggressivo verso gli altri, sempre disposto al dialogo ma fermo nei valori della solidarietà contro le oppressioni, nella critica alle leggi premiali, nell’assunzione delle proprie responsabilità e quindi nel rifiutare una rapida libertà mandando in galera altre persone o facendosi attrarre dalla logica dell’abiura denominata “dissociazione”.
In un quadro di mestizia aveva la capacità di fare battute ironiche e produrre il buon umore anche ai più depressi. Nel carcere di Bellizzi Irpino, dove fu catapultato a metà degli anni ’80, diceva ad esempio e in modo salomonico: “Qui non si soffre come cani ma come cinque canili”.
I gradi di sofferenza nelle carceri erano da lui paragonati al numero dei canili.
Aveva ragione. Ogni carcere è simile ad una specifica quantità di canili. Di vario grado e affollamento.
Mentre scrivo queste cose a mo’ di diario, tanto per mantenere per sempre il ricordo di Otello, un amico mi telefona: «c’erano molte persone. Ho rivisto alcuni che lavoravano e altri che ancora lavorano con “Sensibili alle foglie”. Parecchi ex compagni di carcere. La moglie Mara, colleghi di lavoro di quest’ultima, e la figlia Egle di 21 anni. Sembrava che il sole di oggi volesse asciugare le lacrime e donare un sorriso a tutti».