Emiliano Brancaccio: «Il pareggio di bilancio non impedirà il default»

Prosegue il dibattito sulla manovra di bilancio del governo berlusconi, le risposte della speculazione finanziaria e il rischio di bancarotta dell’Italia. Interviene Emiliano Brancaccio, docente di economia politica presso l’università del Sannio

Paolo Persichetti
Liberazione 14 settembre 2011

L’idea di un ricorso ad ipotesi di «default controllato» cominciano a farsi strada. Angela Merkel, decisamente restia a soluzioni del genere anche solo poche settimane fa, ha dichiarato nel corso di una intervista che nell’eurozona «il compito più importante è impedire un default “non gestito” perchè questo non riguarderebbe soltanto la Grecia». La cancelliera tedesca ha auspicato che venga «fatto tutto il possibile per tenere insieme politicamente l’eurozona, perchè altrimenti possiamo ottenere velocemente un effetto domino».

Professor Brancaccio, tra le soluzioni alla crisi greca si fa strada l’ipotesi del fallimento tecnico. La dichiarazione di insolvibilità non sembra più uno spauracchio.
Il fatto che si discuta oggi in maniera più esplicita di fallimento e di regolazione del debito è una cosa che non deve meravigliarci. Nel corso della storia si sono verificati numerosi fallimenti degli Stati sovrani. I fallimenti si sono resi necessari in più circostanze. Si dimentica troppo spesso che il reddito dei creditori dipende dalla spesa dei debitori, per cui se si costringono i debitori a ridurre eccessivamente le spese per rimborsare i debiti si finisce per ridurre il volume generale dei consumi e quindi i redditi degli stessi creditori, scatenando così una spirale perversa che sfocia in una crisi irreversibile.

Sia i mercati che la Bce hanno fatto capire che l’Italia con la manovra correttiva ha appena superato la sufficienza e che presto servirà una terza manovra rivolta soprattutto alle uscite dello Stato: tradotto le pensioni. Se questo è il prezzo, non è forse meglio un default governato anche per noi?
La linea Berlusconi-Draghi tracciata dalle direttive indicate nella famigerata lettera della Bce ci porterà inevitabilmente verso quella spirale perversa cui accennavo prima. Seguendo di questo passo i debiti non verrano pagati e si andrà lo stesso verso il default tecnico che sta paralizzando la Grecia.

Quindi hanno ragione i sostenitori del diritto all’insolvenza che dicono: «il debito non l’abbiamo contratto noi, dunque rifiutiamo di pagarlo a nostre spese»?
E’ la linea degli economisti vicini ai movimenti. Tuttavia se si vuol prendere sul serio la posizione del fallimento occorre intraprendere un percorso politico tra creditori e debitori, che però potrebbe anche non realizzarsi; oppure bisogna avere la forza di non ricorrere più al debito estero per un bel po’ di tempo. Altrimenti i tassi sarebbero esorbitanti e subiremmo un effetto di razionamento.

Esiste un’alternativa al default?
Sì, risolvere politicamente la crisi dei rapporti interni all’Europa tra Paesi debitori e Paesi creditori, cioè tra Grecia, Italia, Spagna, Portogallo e il grande creditore, la Germania, ormai in una posizione insostenibile. La Germania ha accumulato crediti verso l’estero sulla base di una politica che la porta ad esportare molto verso i Paesi fragili e importare poco. Anche in virtù del fatto che i tedeschi hanno adottato politiche fortemente restrittive e di fortissima deflazione salariale competitiva, in totale contraddizione con la sopravvivenza dell’Unione monetaria europea. In altri termini hanno potuto accumulare crediti grazie al fatto che gli altri Paesi assorbivano le loro merci. Affrontare politicamente la crisi dei rapporti tra Paesi creditori e Paesi debitori significa in primo luogo chiamare la Germania alle proprie responsabilità.

Come?
Attraverso l’introduzione di uno «standard salariale europeo», cioè la prima forma di coordinamento delle politiche salariali tra i Paesi dell’Unione che di fatto costringerebbe la Germania a non tenere i salari reali al di sotto della produttività destabilizzando i vicini.

Tremonti negozia con la Cina l’acquisto di titoli di Stato. E’ un’altra soluzione?
L’iniziativa ha una sua logica. I cinesi possono offrire un vantaggio che è importante: la Cina ha sempre gestito i rapporti di debito e credito in chiave politica. Non si sono mai affidati all’andamento erratico dei mercati finanziari. Proprio quello che ci serve: sottrarre ai mercati finanziari i rapporti tra creditori e debitori. Dobbiamo cioè politicizzare questi rapporti. Tuttavia sarebbe molto ingenuo pensare di risolvere la situazione sostituendo il creditore tedesco con quello cinese. Il nostro problema non è trovare un altro creditore. Il debito europeo nasce dal fatto che ancora non abbiamo trovato una nuova fonte di domanda. Essendo ormai chiaramente tramontata l’epoca della domanda trainata dai boom speculativi della finanza privata è tempo che si concepisca un nuovo motore interno della domanda europea fondato sull’azione pubblica.

Sul modello del job act di Obama?
No, Obama l’ha fatto accodandosi al pareggio di bilancio. Per poter realizzare politiche di creazione dell’occupazione attraverso l’azione pubblica servono politiche monetarie e fiscali non vincolate al pareggio di bilancio.

Quale effetto avrebbe questo vincolo se entrasse nella Costituzione?
Dal punto di vista della logica macroeconomica è una emerita idiozia. Non esiste tema economico che possa reggere in presenza di un sistematico pareggio nel bilancio pubblico. In realtà si tratta di una operazione politica: questo tipo di vincolo potrebbe costringere a nuovi processi di privatizzazione che oggi riguarderebbero lo Stato sociale. Emergerebbe infine un elemento di autocontraddizione. Vi sono articoli della costituzione repubblicana del ’48 che sono palesemente antitetici con la filosofia contenuta nel dogma del pareggio di bilancio.

Come ti sentiresti nei panni di docente di economia anticostituzionale?
Gli economisti cosiddetti critici sono abituati a trovarsi in posizioni di minoranza. Anche se oggi i fatti danno loro ragione.

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American job act: «Dove prenderà i soldi Obama se resta vincolato al pareggio di bilancio?»

Intervista – parla Luciano Gallino, sociologo, scrittore e docente emerito a Torino

Paolo Persichetti
Liberazione 10 settembre 2011

Il pareggio di bilancio è uno dei dogmi ideologici della destra liberale e monetarista che anche il governo italiano sta provando ad introdurre nella Costituzione. Sul terreno concreto però le cose sono molto più complicate. Guardiamo quel che sta accadendo negli Stati uniti di Obama. Il presidente ha annunciato ieri un job act, un megaprogramma di rilancio del lavoro e dell’economia basato su un investimento di 447 miliardi di dollari. Dove prenderà tutti questi soldi se anche negli Usa vale la regola “aurea” del pareggio? In assenza della possibilità di ricorrere al “deficit spending” rischia di aprirsi una partita decisiva sul terreno della fiscalità. Obama annuncia che «chi guadagna di più, deve pagare di più». Per tutta risposta l’ultradestra che riempie le file del Tea party ha annunciato una feroce opposizione. Davvero le cose andranno in questo modo? Il presidente democratico deve recuperare dopo le concessioni alla destra sulla riforma sanitaria. Con questa mossa ha avviato la campagna elettorale per il secondo mandato.

Professor Gallino, in regime di parità di bilancio per evitare di precipitare in una fase recessiva la fiscalità rischia di diventare una delle poche leve utilizzabili per rilanciare l’economia. E’ davvero questa la strada che sta prendendo Obama?
L’american job act presentato da Obama ha un suo dritto e un suo rovescio. La parte positiva è molto importante e contrasta con le posizioni deboli che il presidente democratico aveva assunto durante la discussione sul deficit di bilancio e il compromesso fatto con i repubblicani, tanto che i gruppi più critici della sinistra americana l’avevano etichettato come «il primo Tea party president». Il programma di Obama prevede il sostegno all’occupazione, la riduzione delle imposte sui salari, un gigantesco programma di modernizzazione dell’infrastruttura primaria necessaria alla collettività in aree urbane e rurali: 35mila scuole pubbliche da rimettere a posto, la costruzione di nuovi laboratori scientifici, il riassetto di strade, aeroporti, ponti, ferrovie e canali. Negli Usa ci sono 50mila ponti a rischio e decine di migliaia di chilometri di binario disastrati. Nella sua articolazione questo piano ricorda molto il new deal.

E il rovescio di cui parlava?
Obama si è impegnato a dimostrare come questi 450 miliardi di interventi saranno interamente pagati con un piano di riduzione a lungo termine del deficit. Questa coda del progetto è reticente, occupa appena una mezza pagina. Quello che si capisce è che i fondi non arriveranno dall’aumento del deficit o chiedendo alla Fed nuovo denaro.

Verranno da un riforma fiscale che graverà sui ricchi o dai tagli alla riforma sanitaria?
Se Obama pensa ad una riduzione del deficit questa può venir fuori soltanto da un taglio all’assistenza sociale e sanitaria per i poveri, al Medicare. Se così fosse vorrà dire che hanno scelto di aiutare i giovani anziché gli anziani.

Una cinica scelta tra poveri?
Sì, una redistribuzione di reddito tra le classi lavoratrici e meno abbienti. Una scelta che ritiene l’entrata nel mondo del lavoro di centinaia di migliaia di disoccupati un giovamento per tutti, anche le famiglie con membri anziani. Negli Usa il dato sull’occupazione è terribile. I centri studi parlano di un american job catastrophe. Ancora oggi nonostante il Medicare decine di milioni di americani sono privi di assistenza medica.

Obama resta dunque prigioniero del pareggio di bilancio?
Del «terrorismo del deficit» come lo definiscono alcuni economisti. Siamo in presenza di un’enorme ipocrisia. Il deficit è sempre stato uno dei principali strumenti di politica economica degli Stati. Nella loro storia gli Stati uniti hanno avuto il bilancio in pareggio solo per due anni, se ricordo bene tra il 1836-38 con Jackson. Altrimenti hanno avuto sempre il bilancio in debito e in deficit. E ciò non ha impedito loto di diventare, nel bene e nel male, la prima potenza mondiale. Il vincolo del pareggio è dunque un suicidio.

Nel ddl del governo italiano sono previste delle deroghe in situazione di avversità economica e di fronte a stati di necessità.
Posto in termini assoluti il vincolo del bilancio è un suicidio economico; se si mettono delle postille è una cosa poco seria. Alla fine si governa in stato di eccezione permanente.

Non è un paradosso mettere vincoli alle politiche pubbliche mentre l’economia privata può tranquillamente ricorrere al debito per investire?
Uno dei problemi di fondo di questa crisi è che le banche hanno contratto enormi debiti a causa di errate iniziative borsistiche come l’acquisto di titoli tossici. Debito che si è riversato sui deficit dei governi grazie ai salvataggi pubblici. Dal 2008 tanto negli Stati uniti quanto in parecchi Paesi europei, certamente nel Regno unito, in Germania e Francia, si sono fatte fior di politiche keynesiane “imbastardite” per salvare le banche. L’economia è stata salvata grazie all’intervento massiccio degli Stati, valutato tra soldi spesi e impegnati intorno ai 12-15 trilioni di dollari. Il solo salvataggio di alcune banche nel Regno unito è costato 1,3 trilioni di euro. Lo dice il governatore della banca d’Inghilterra Mervyn King. Molti governi sono stati dei formidabili attori keynesiani, ma di un keynesismo distorto perché ha fatto da volano al sostegno della finanza e delle banche con i soldi del contribuente per fare quello che l’economia privata non era in grado di fare.

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