American job act: «Dove prenderà i soldi Obama se resta vincolato al pareggio di bilancio?»

Intervista – parla Luciano Gallino, sociologo, scrittore e docente emerito a Torino

Paolo Persichetti
Liberazione 10 settembre 2011

Il pareggio di bilancio è uno dei dogmi ideologici della destra liberale e monetarista che anche il governo italiano sta provando ad introdurre nella Costituzione. Sul terreno concreto però le cose sono molto più complicate. Guardiamo quel che sta accadendo negli Stati uniti di Obama. Il presidente ha annunciato ieri un job act, un megaprogramma di rilancio del lavoro e dell’economia basato su un investimento di 447 miliardi di dollari. Dove prenderà tutti questi soldi se anche negli Usa vale la regola “aurea” del pareggio? In assenza della possibilità di ricorrere al “deficit spending” rischia di aprirsi una partita decisiva sul terreno della fiscalità. Obama annuncia che «chi guadagna di più, deve pagare di più». Per tutta risposta l’ultradestra che riempie le file del Tea party ha annunciato una feroce opposizione. Davvero le cose andranno in questo modo? Il presidente democratico deve recuperare dopo le concessioni alla destra sulla riforma sanitaria. Con questa mossa ha avviato la campagna elettorale per il secondo mandato.

Professor Gallino, in regime di parità di bilancio per evitare di precipitare in una fase recessiva la fiscalità rischia di diventare una delle poche leve utilizzabili per rilanciare l’economia. E’ davvero questa la strada che sta prendendo Obama?
L’american job act presentato da Obama ha un suo dritto e un suo rovescio. La parte positiva è molto importante e contrasta con le posizioni deboli che il presidente democratico aveva assunto durante la discussione sul deficit di bilancio e il compromesso fatto con i repubblicani, tanto che i gruppi più critici della sinistra americana l’avevano etichettato come «il primo Tea party president». Il programma di Obama prevede il sostegno all’occupazione, la riduzione delle imposte sui salari, un gigantesco programma di modernizzazione dell’infrastruttura primaria necessaria alla collettività in aree urbane e rurali: 35mila scuole pubbliche da rimettere a posto, la costruzione di nuovi laboratori scientifici, il riassetto di strade, aeroporti, ponti, ferrovie e canali. Negli Usa ci sono 50mila ponti a rischio e decine di migliaia di chilometri di binario disastrati. Nella sua articolazione questo piano ricorda molto il new deal.

E il rovescio di cui parlava?
Obama si è impegnato a dimostrare come questi 450 miliardi di interventi saranno interamente pagati con un piano di riduzione a lungo termine del deficit. Questa coda del progetto è reticente, occupa appena una mezza pagina. Quello che si capisce è che i fondi non arriveranno dall’aumento del deficit o chiedendo alla Fed nuovo denaro.

Verranno da un riforma fiscale che graverà sui ricchi o dai tagli alla riforma sanitaria?
Se Obama pensa ad una riduzione del deficit questa può venir fuori soltanto da un taglio all’assistenza sociale e sanitaria per i poveri, al Medicare. Se così fosse vorrà dire che hanno scelto di aiutare i giovani anziché gli anziani.

Una cinica scelta tra poveri?
Sì, una redistribuzione di reddito tra le classi lavoratrici e meno abbienti. Una scelta che ritiene l’entrata nel mondo del lavoro di centinaia di migliaia di disoccupati un giovamento per tutti, anche le famiglie con membri anziani. Negli Usa il dato sull’occupazione è terribile. I centri studi parlano di un american job catastrophe. Ancora oggi nonostante il Medicare decine di milioni di americani sono privi di assistenza medica.

Obama resta dunque prigioniero del pareggio di bilancio?
Del «terrorismo del deficit» come lo definiscono alcuni economisti. Siamo in presenza di un’enorme ipocrisia. Il deficit è sempre stato uno dei principali strumenti di politica economica degli Stati. Nella loro storia gli Stati uniti hanno avuto il bilancio in pareggio solo per due anni, se ricordo bene tra il 1836-38 con Jackson. Altrimenti hanno avuto sempre il bilancio in debito e in deficit. E ciò non ha impedito loto di diventare, nel bene e nel male, la prima potenza mondiale. Il vincolo del pareggio è dunque un suicidio.

Nel ddl del governo italiano sono previste delle deroghe in situazione di avversità economica e di fronte a stati di necessità.
Posto in termini assoluti il vincolo del bilancio è un suicidio economico; se si mettono delle postille è una cosa poco seria. Alla fine si governa in stato di eccezione permanente.

Non è un paradosso mettere vincoli alle politiche pubbliche mentre l’economia privata può tranquillamente ricorrere al debito per investire?
Uno dei problemi di fondo di questa crisi è che le banche hanno contratto enormi debiti a causa di errate iniziative borsistiche come l’acquisto di titoli tossici. Debito che si è riversato sui deficit dei governi grazie ai salvataggi pubblici. Dal 2008 tanto negli Stati uniti quanto in parecchi Paesi europei, certamente nel Regno unito, in Germania e Francia, si sono fatte fior di politiche keynesiane “imbastardite” per salvare le banche. L’economia è stata salvata grazie all’intervento massiccio degli Stati, valutato tra soldi spesi e impegnati intorno ai 12-15 trilioni di dollari. Il solo salvataggio di alcune banche nel Regno unito è costato 1,3 trilioni di euro. Lo dice il governatore della banca d’Inghilterra Mervyn King. Molti governi sono stati dei formidabili attori keynesiani, ma di un keynesismo distorto perché ha fatto da volano al sostegno della finanza e delle banche con i soldi del contribuente per fare quello che l’economia privata non era in grado di fare.

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Gallino: «Barbarie sociale e recessione, ecco l’effetto della manovra»

Intervista a Luciano Gallino, sociologo, autore di Finanzcapitalismo, Einaudi 2011

Paolo Persichetti
Liberazione 14 agosto 2011


Colpire al cuore lo Statuto dei lavoratori. Questo progetto ultradecennale perseguito con una ferocia ideologica senza pari è forse giunto al suo traguardo. I ripetuti tentativi, sempre falliti o respinti in passato, hanno trovato nel grande golpe della finanza in corso il mezzo per assestare la mossa finale. La misura, richiesta nella lettera della Bce scritta da Mario Draghi, come lo stesso Giulio Tremonti ha lasciato intendere, è stata introdotta nella manovra aggiuntiva del governo in una maniera del tutto subdola e artificiosa. Abbiamo chiesto al sociologo Luciano Gallino, che in un suo lungimirante saggio uscito lo scorso marzo per Einaudi, Finanzcapitalismo. La civiltà del denaro in crisi, ha descritto l’attuale crisi finanziaria, un giudizio sulle scelte del governo.

Quando parliamo dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (divieto di licenziare senza giusta causa) ci riferiamo ad una norma di legge che sancisce un diritto soggettivo del cittadino lavoratore. Possono le parti sociali espropriare questo diritto della persona derogando la legge con un accordo aziendale? Non si tratta di una elementare violazione della gerarchia delle fonti del diritto? Prim’ancora che incostituzionale sembra l’ennesima alchimia antigiuridica. Una furberia architettata da un malandrino.
Non sono un giurista e lascio a loro una valutazione tecnica sulla questione. Ma come ho detto in una precedente intervista, rimuovere la persona come titolare dei diritti, mettendo invece al centro la prestazione o il contratto, è un aberrazione giuridica, il segno di una forte regressione in direzione di una smodata rimercificazione del lavoro. Sono le persone che hanno titolo, per usare un termine di Amartya Sen, per ottenere reddito o veder difesa la loro dignità.

Cosa accadrà con lo smantellamento dei contratti nazionali e la possibilità di derogare le norme di legge che tutelano i diritti dei lavoratori?
Intanto bisogna vedere come va a finire, manca ancora il voto finale del parlamento. In ogni caso l’idea che il centro della contrattazione debba essere l’azienda significa veramente non rendersi conto di come è organizzata oggi la produzione nel mondo. Si sarebbe dovuto parlare di contrattazione di filiera, di contrattazione estesa alle cosiddette catene di produzione del valore, perché ciò che fa ogni singola azienda dipende da ciò che fanno le aziende a monte e quelle a valle. Praticamente nessuno produce più nulla per intero. Tutto il prodotto, anche il più piccolo elettrodomestico, qualunque tipo di servizio per non parlare dei manufatti più grandi, è composto da centinaia di produttori situati in decine di Paesi diversi. L’idea che si possa contrattare la produttività in una sola azienda significa non aver capito nulla di come da decenni la produzione è organizzata nel pianeta. E poi mi preoccupano due cose.

Quali?
La scelta del governo è regressiva dal punto di vista sociale, civile e giuridico. I governi di destra ci hanno abituato a interventi del genere ma qui si è andati molto oltre. ma c’è ancora di più, questi interventi sono recessivi anche dal punto di vista economico, sono un limite allo sviluppo, alla cosiddetta ripresa. Queste misure non fanno altro che porre le premesse per una recessione che non sarà inferiore a 5-10 anni. Per un Paese che ha già una media di sviluppo dello 0,5% si tratta di un intervento molto ottuso. La fermentazione delle contrattazioni, la disarticolazione dei contratti fa si che a soffrire sarà la stessa produttività, l’organizzazione aziendale, la formazione dei lavoratori. Sono tutte premesse per un peggioramento e un prolungamento della recessione. il ministro Sacconi interpreta gli aspetti più deteriori dell’ideologia neoliberale.

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Luciano Gallino: «Povertà, dai dati Istat l’indebitamento invisibile dei lavoratori»

L’intervista – Luciano Gallino, sociologo, analizza il rappoto Istat sullo stato della povertà in Italia nel 2010

Paolo Persichetti
Liberazione 20 luglio 2011


«C’è un aspetto che non è stato rilevato nei tanti commenti seguiti dal rapporto Istat sulla situazione della povertà in Italia nel corso del 2010. Molti ne hanno parlato come se si trattasse di una misurazione dei redditi. In realtà ad essere presa in esame era la spesa al consumo. La differenza non è da poco poiché le spese per i consumi si possono fare anche contraendo debiti con le carte di credito oppure attraverso canali informali, come amici e parenti o peggio attraverso l’usura. Un dato, quest’ultimo, che può mascherare gli eventuali effetti della crisi». Secondo Luciano Gallino, i dati resi pubblici dall’Istat lasciano appena affiorare la punta di quell’invisibilità che copre la realtà della povertà.

Professore sembra di capire che qualcosa non la convince?
No, non ho detto questo. La metodologia di ricerca utilizzata dall’Istat ci dice che i livelli complessivi di povertà, sia relativa che assoluta, sono praticamente fermi da 4 anni. Salvo mutamenti interni che vedono un aumento della povertà nelle famiglie che hanno a capo un operaio (più del 15%), cioè il doppio rispetto a quelle che hanno lavoratori autonomi (più 7,8%). Ovviamente il divario aumenta ancora quando siamo in presenza di imprenditori. Questa è una novità importante rispetto alla singolare stabilità dei dati complessivi.

Si tratta del fenomeno che passa sotto il nome di working poor (il lavoro che rende poveri).
Certo, ma non ci dice tutto. Bisogna capire come fanno famiglie che vivono con un livello di reddito pari alla cassa integrazione a mantenere una spesa che, seppure resta nei parametri indicati per definire la povertà, riesce ad essere superiore ai 750 euro mensili. Evidentemente lì si nasconde la contrazione di un indebitamento invisibile.

L’indebitamento è anche uno degli indicatori del declino che sta investendo il ceto medio. C’è chi parla in proposito di una crisi del modello di società fondata sull’iperconsumo.
Il fenomeno non nasce oggi, ma un conto è contrarre debiti mantenendo pur sempre un livello di vita accettabile, come accade al ceto medio; altro è contrarre debiti dovendo contare solo sulla cassa integrazione, inferiore del 30% al salario medio. Voglio dire che esistono altri aspetti nascosti della crisi che non sono stati rilevati da questa indagine, come il fenomeno dell’indebitamento minuto. Una famiglia che ha a capo un operaio o assimilato difficilmente può contare sulla carta di credito, deve ricorrere ad altre forme: parentali, amicali, alle microfinanziarie o addirittura illegali. Siamo di fronte ad un sistema che non è in grado combattere la povertà o non gliene importa nulla, perché la povertà ha un aspetto singolare: è invisibile. E’ nascosta in certi quartieri, in certi tipi d’abitazione, non si vede per le strade dei centri storici, si trova in certi comuni piuttosto che in altri. L’invisibilità porta a sottovalutare il fenomeno ed alla fine a credere che non esiste.

Il rapporto Istat esaminava unicamente le famiglie residenti.
Appunto. In Italia abbiamo quasi 3 milioni d’immigrati. Fino a che punto è stato esaminato questo dato? L’invisibilità vale per i gruppi etnici che non hanno potere, non contano nulla, non hanno cittadinanza. In molti Paesi la povertà si distribuisce secondo i gruppi etnici. Negli Stati uniti tocca in misura minore i bianchi, aumenta tra ispanici e asiatici, diventa enorme tra i neri. Oltre il 57% dei minori sotto i 14 anni vive in famiglie sotto la soglia delle povertà.

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Scheda: Istat, Italia un paese da mile euro al mese, per due
Lavorare stanca e rende poveri